lunedì 25 marzo 2019

CLAUDIO FASOLI, Land (1988)


Claudio Fasoli «Land»

Ci siamo occupati qualche mese fa della ristampa di Bodies, disco di Claudio Fasoli del 1990, e questa volta facciamo un passo indietro, al 1988, anno di Land, registrato in trio con Kenny Wheeler alla tromba e il sottovalutato Jean Francois Jenny Clark al contrabbasso (con loro e con Daniel Humair registrò anche Welcome nel 1986). Il rapporto del sassofonista con Wheeler si consoliderà lungo quattro dischi e molti concerti e trovano in Land un apoteosi fiatistica in cui si riconoscono i tocchi dei due interpreti, supportati dalle calibrate note di Clark. Un trio sperimentale che riuscì a creare qualcosa di interessante seppure in un contesto parzialmente asciutto, dove il togliere elementi che stratificavano il suono sembrava la via più consona in quel momento nella personale visione di Claudio, che confermava il suo essere curioso e sempre in movimento. Il non convenzionale, assurto su cui spesso si è basata la poetica fasoliana, si respira nelle ottime Kammertrio, divertente e liberatoria, e nella particolare vena di Tang, ma è tutto il disco ad offrire una partitura che avanza coesa e maestosa, come nella conclusiva e raffinata Beedie’s time. Melodie ricercate, intrecci complessi, temi imponenti legati all’interplay nobile tra Fasoli e Wheeler, tutti elementi che fanno di Land l’ennesima piacevole riscoperta di una carriera davvero senza confini. (Luigi Cattaneo)

Kammertrio (Video)


domenica 24 marzo 2019

WYATT EARP, Wyatt Earp (2018)


Nessuna descrizione della foto disponibile.I Wyatt Earp (Matteo Finato alla chitarra, Leonardo Baltieri alla voce, Flavio Martini alle tastiere, Fabio Pasquali al basso e Silvio Bissa alla batteria) nascono nel 2013, innamorati di quel suono hard rock che caratterizzava i settanta di gruppi storici come Deep Purple, Uriah Heep, Black Sabbath, Rainbow e Led Zeppelin. L’omonimo album d’esordio qui presente parte subito forte con Dead end road, tra riff di chitarra e tastiere vintage, così come sulla stessa falsariga si muove Ashes, che inizia con più atmosfera ma ben presto diventa un trascinante brano di puro hard rock. Live on mette in mostra tutto il talento del quintetto, con una sezione ritmica efficace e solida, che permette a Martini e Finato di divertirsi, e non poco. With hindsight vive sul dualismo tra parti più soffuse e altre decisamente heavy, fino a dipanarsi in un eccelsa sezione strumentale davvero coinvolgente. Bravo anche Baltieri, che si erge a protagonista di una bella prestazione (convincente per tutto il disco a dire il vero). Back from afterworld è uno scatenato omaggio a quella stagione irripetibile, mentre la conclusiva e lunga Gran Torino è forse la traccia migliore dell’album, sintesi dell’approccio dei veronesi alla musica e grandeur finale a base di hard epico e fughe strumentali libere da qualsiasi voglia costrizione. Spigliatezza, entusiasmo, sano rock anni ’70, se siete alla ricerca di tutto questo, nessun dubbio, i Wyatt Earp sono quello che state cercando. (Luigi Cattaneo)

Gran Torino (Video)



venerdì 22 marzo 2019

GIANLUIGI GIORGINO, Feeling Unreal (2018)


L'immagine può contenere: testo
Gianluigi Giorgino è un chitarrista salentino che ha da poco pubblicato Feeling Unreal, 33 minuti molto convincenti registrati in trio con l’ausilio dei bravissimi Giulio Rocca (batteria), Fabio Capone e Federico Pecoraro (questi due si dividono il ruolo di basso sul disco). Oltre alla tecnica, presente ma non prerogativa stucchevole, Giorgino ha tutte le doti che servono per sfornare un lavoro che unisce veemenza e classe, l’abc della chitarra solista calata in brani suggestivi, che spaziano dal rock blues al post psichedelico. I brani sono tutti di buon livello, mostrano il gusto e l’eleganza di interpreti che non hanno lasciato nulla al caso (ne sono fulgido esempio il pianoforte di Mailman Blues e le tastiere di Freezing in my space, entrambe suonate da Luciano Selvaggio). Il (doppio) power trio ha le giuste dinamiche e riesce a creare spesso fraseggi ricchi di pathos, come in The soul catcher, ma è tutto l’impianto a funzionare, una costruzione articolata ma sempre molto comunicativa. Tecnica e feeling, muscoli e cuore, per un debut davvero interessante e che si pone sulla stessa ottima scia degli ultimi album di Gianluca D’Alessio, Egidio Maggio e Aurelio Follieri. (Luigi Cattaneo)




lunedì 18 marzo 2019

LIPZ, Scaryman (2018)

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Arrivano dalla Svezia i glam rockers Lipz (Koffe K alla batteria, Alex K alla chitarra e alla voce, Conny S alla chitarra e Chris Y al basso), traghettati in Italia dalla Street Symphonies Records, etichetta specializzata in produzioni di questo tipo e che conferma la bontà del suo rooster anche stavolta. Scaryman parte subito forte con la title track, chiarificatrice delle intenzione stradaiole della band, a cui segue a ruota la brillante verve di Star. Get up on the stage è puro sleaze, genere che da quelle parti è di casa, così come Fight mostra ampie dosi di hard rock, citando i padri putativi Motley Crue. Un insegnamento che Get it on non fa altro che confermare, mantenendo elevate le belle impressioni sin qui registrate, conducendoci con sicurezza verso l’impertinenza di Falling away e l’aggressiva Tick Tock. Ci si avvicina alla conclusione di questo bel debutto dapprima con l’avvincente Trouble in paradise e poi con l’ottima ballata acustica Everytime I close my eyes, bonus di un lavoro che gli amanti di Motley Crue e Poison ma anche di band contemporanee (e della stessa etichetta) come Aerodyne, Poisonheart e Superhorror, non possono lasciarsi sfuggire. (Luigi Cattaneo)
Star (Video)
 

venerdì 15 marzo 2019

REESE ALEXANDER, The digression theory (2018)

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Reese Alexander è un solo project di stanza a New York, una one man band che con passione e determinazione ha creato un doppio totalmente autoprodotto, recorder in my room, ci tiene a precisare, e fa quasi tenerezza a pensarlo architettarsi in questo complesso groviglio che è The digression theory, un concept in due parti ispirato al progressive metal dei Dream Theater, dei Deer Hunter e e degli Haken, nuovi profeti di un genere che riesce ancora dopo anni a catturare giovani fan.


Entrambe le parti sono molto enfatiche, cariche di pathos drammatico, caratteristica permanente di un lavoro molto strutturato (basti pensare ai 21 minuti di Hammer and nail con Liam McLaughlin alla chitarra o i quasi 15 di Human, che vede invece la partecipazione dell’ottimo Kilian Duarte al basso). Le idee espresse sono tante, a volte pure troppe, con Reese che mostra doti di scrittura evidenti, alle quali va abbinato un maggiore riguardo in sede di arrangiamento, elemento che può far fare il salto di qualità ad un prodotto che ha solo bisogno di essere meglio rifinito (uno studio e magari un produttore potrebbero cogliere al meglio le istanze del progetto). Difatti pezzi come Line o The digression theory hanno elementi al loro interno che meritano attenzione, un punto di partenza importante che va alimentato con perseveranza e cura dal bravo Reese. L'intero lavoro è ascoltabile e comprabile visitando la pagina https://reesealexander.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)

martedì 12 marzo 2019

ANTILABÈ, Domus Venetkens (2018)

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Domus Venetkens è il terzo lavoro degli Antilabè, una suite in dieci sezioni che racconta di migrazioni lontane con la solita grazia che contraddistingue il percorso dei trevigiani (Carla Sossai alla voce, Luca Crepet alla batteria, alle percussioni e al vibrafono, Graziano Pizzati al pianoforte e alle tastiere, Adolfo Silvestri al basso e al bouzouki, Luca Tozzato alla batteria e alle percussioni e Marino Vettoretti alla chitarra e al flauto). Le visioni Etno Folk del brillante sestetto incontrano via via pulsioni jazz, umori classici e stilemi progressivi, in un ideale incontro tra raffinate partiture ricche di colori e trasversali strutture world. Lo sviluppo a forma di suite rende l’insieme ancora più affascinante e peculiare, con l’etnomusicologia sullo sfondo e una ricerca delle tradizioni popular che confermano il grande studio che vi è dietro il progetto Antilabè e ad un’opera di tale portata. Ci sono voluti otto anni per arrivare a questi risultati (Diacronie, di cui avevamo parlato, è del 2010) ma l’attesa è stata ripagata da un album meraviglioso, in cui i contributi esterni di Elvira Cadorin (voce), Piergiorgio Caverzan (clarinetto e sax) e Sara Masiero (arpa celtica) non sono solo corollario ma si incastrano perfettamente nel già profondo tessuto, anche culturale, che emerge dall’ascolto di Domus Venetkens. Non c’è solo ricerca sui suoni, ma anche sugli idiomi utilizzati, perché il gruppo non si pone confini e pur nella sua complessità il disco risulta sempre molto naturale e scorrevole. Il crossover tra generi diviene il motore che alimenta scenari suggestivi, arcani, anche misteriosi perché lontani dalla nostra epoca (il cinquecentesco segreto di Enetioi o L’è rivà carnoval, ispirato dalle Canzonette Veneziane da Battello di metà settecento), ma è proprio questo che alimenta nell’ascoltatore la voglia di scoprire quali sono le fonti di tanta ispirazione. 45 minuti sontuosi, che rafforzano l’identità e lo spirito di una delle band più curiose del panorama italiano. (Luigi Cattaneo)
L'è rivà carnoval (Video)
 
 

 

sabato 9 marzo 2019

GROUND CONTROL, Untied (2018)


I Ground Control sono una band di Montecchio Emilia, che ha iniziato il proprio percorso sperimentando attorno a brani di personaggi immortali come David Bowie e Lou Reed, un’efficace palestra per arrivare a questo primo full lenght, Untied. L’inizio è quantomeno sorprendente. Mai avrei pensato di ascoltare un pezzo costruito attorno ad un campione audio tratto dal film Johnny Stecchino, così ci pensa la geniale Kaputt Mundi a rendere realtà questa colorata idea. Ma non è l’unica fonte cinematografica riportata dagli emiliani, che infatti precisano: "Alcuni pezzi del disco vedono l’utilizzo di campioni audio senza i quali le canzoni stesse non sarebbero nemmeno mai nate, ne rappresentano le fondamenta”. E difatti il discorso regge anche per First fire, in cui la citazione è tratta da Dead poets society, mentre un discorso targato Nasa fa da traino per l’ottima Major e addirittura un edizione speciale del Telegiornale Rai del 15 gennaio 1971 fa da sfondo per l’amara Italiani brava gente. Oltre alle buone doti di scrittura, il quartetto formato da Marco Ravasini (voce), Marco Camorani (chitarra), Pietro Albera (batteria) e Jambo Iori (basso), ha costruito un lavoro adattissimo per l’esecuzione live, tanta è la carica energica sprigionata dalle tracce di Untied. Stoner, alternative, grunge, si inseguono e costituiscono trame che hanno forza d’urto ma anche enfasi malinconica (ricordando in questo anche qualcosa dei Marlene Kuntz), elementi al servizio di strutture che sanno colpire, come nel caso di Untied the horses o Il giorno mi consuma. Ultima nota, di merito, un efficace cover del Duca Bianco, Absolute beginners, che completa una prima prova di spessore. (Luigi Cattaneo)
Kaputt Mundi (Video)

giovedì 7 marzo 2019

HEAVENBLAST, Stamina (2018)

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Nati nel 1995, gli HeavenBlast hanno al loro attivo solo due dischi, l’omonimo del 2003 e Flashback del 2007, un percorso tortuoso che li ha portati solo nell’anno appena passato alla pubblicazione di Stamina, con la line up che vede coinvolti Chiara Falasca (voce), Donatello Menna (chitarra e basso), Matteo Pellegrini (tastiere) e Alex Salvatore (batteria), più una serie di special guest importantissimi per dare vita ad un suono figlio degli anni di nascita della band, quando il power era tra i generi heavy più fecondi. Nel caso specifico, il quartetto ricorda tanto gli Angra quanto i nostrani Labyrinth, nonché gli Athena del cult A new religion? (i più attenti forse ricorderanno questa ottima formazione). Il disco rimane molto melodico anche nei momenti più tirati, facendo emergere il substrato sinfonico ma anche una certa attitudine hard rock ed heavy prog, con le qualità tecniche degli abruzzesi utilizzate sempre in funzione di brani corali, alcuni tra l’altro davvero significativi, come Purity, impreziosita dal violino di Danilo Florio e Sinite parvulos venire ad me, in cui fa la sua comparsa il growl di Emanuele Bizzarro dei Dark Haunters. Interessante ritorno, da non lasciare isolato, per una delle tante band heavy che popolano il nostro underground metal. (Luigi Cattaneo)
Purity (Video)
 

domenica 3 marzo 2019

SELDON, Per quale sentiero (2018)

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I Seldon (il cui nome è tratto da un personaggio creato da Isaac Asimov) nascono nel 2008 dalla fervida mente di Marco Baroncini (voce, piano e tastiere), a cui si aggiungono Francesco Bottai (chitarra), Cristiano Bottai (batteria) e Carlo Sciannameo (basso), arrivando a pubblicare Tutto a memoria. L’arrivo di Carlo Bonamico al basso e di Marco Barsanti alla batteria segna una piccola rivoluzione in seno ai toscani, ora maggiormente orientati ad un progressive che profuma di jazz rock e hard prog britannico, elementi che caratterizzano il nuovo Per quale sentiero, un lavoro fortemente espressivo che mi ha piuttosto sorpreso. I sette brani di questo ritorno sono davvero raffinati, ricordandomi anche quanto fatto qualche anno fa dai bravissimi Promenade, con testi zeppi di surreali suggestioni liriche, dark e pieni di riferimenti al mondo onirico di Asimov, scrittore russo tra i più citati in campo fantasy. Il progressive del quartetto pare un anello di congiunzione tra le produzione solistiche di Peter Hammil e gruppi contemporanei come La Coscienza di Zeno (per via della grande importanza data alla parola) e i Ranestrane (per l’attitudine a creare suoni carichi di immagini), ed è un vero peccato che i fan del genere non si siano ancora realmente accorti di questa band, che merita un grande riconoscimento per l’ottimo disco appena pubblicato. Difatti Per quale sentiero ha poche cadute, pur nella grande strutturazione dei brani vi sono sempre elementi riconoscibili, che rimangono impressi e che aumentano il senso di familiarità ascolto dopo ascolto, con punte epiche e crescendo lirici di forte impatto emotivo (su tutte Corpo e anima e Deserto dell’anima). Le ritmiche corpose, i fraseggi di chitarra che sottolineano le impennate atmosferiche delle tastiere di Baroncini, sono tutti elementi che giocano a favore di un clima darkeggiante, cupo in alcune occasioni, sostenuto da tematiche che rimandano a scenari misteriosi, al limite dell’impenetrabile. Piccolo gioiello di progressive rock italiano. (Luigi Cattaneo)
Corpo e anima (Video)
 

sabato 2 marzo 2019

FESTIVAL ROCK PROGRESSIVE 2019

 
Si svolgerà sabato 16 marzo la quarta edizione del Festival Rock Progressive, questa volta allo spazio Zenit a San Donà di Piave.
 
Headliner della serata i Syndone con il nuovo Mysoginia, con loro i rinnovati Quanah Parker, che per l'occasione presenteranno il nuovo DVD + Cd Live at Festival Rock Progressive 2016-2018: A Big Francesco (Ma.Ra.Cash Records, presente anche con il proprio stand ricco di progressive).
 
Ad aprire i Kerygmatic Project, di cui abbiamo parlato diverse volte proprio da queste pagine.
La proiezione di suggestivi fondali video è a cura di Maurizio Sant LS Production Live, mentre la serata sarà presentata da Gianmaria Zanier, conduttore del programma radiofonico Prog & Dintorni.
 
Costo biglietto: ingresso dalle 19:00, euro 15 (con prima consumazione nel prezzo e live di tutte e tre le band). Dalle 21 il prezzo scende a 10 euro (senza consumazione e con i concerti solo di Syndone e Quanah Parker, qui in foto).
 
La prevendita dei biglietti è sul circuito TicketOne, oltre che al negozio Musicanova di San Donà di Piave (VE), il cui numero di telefono è 042153215
 
   (Nella foto la ballerina dello spettacolo dei Quanah Parker in uno scatto di Mauro Parenzan)



venerdì 1 marzo 2019

CONCERTI DEL MESE, Marzo 2019

Venerdì 1
·The Watch a Roma
·My Tin Apple a Firenze

Sabato 2
·Mr Punch a Lugagnano (VR)
·Fungus Family + P. Siani Nuova Idea a Genova
·Arti & Mestieri alla Casa di Alex di Milano
·The Watch + Sintesi del Viaggio di Es a Bologna
·Duke a Padova
·Watershape + Moto Armonico a Tregnago (VR)

Giovedì 7
·Syndone a Milano

Venerdì 8
·Balletto di Bronzo a Roma
·Il Rovescio della Medaglia a Catanzaro

Sabato 9
·Haken + Vola a Milano
·Roberto Cacciapaglia a Pesaro
·Massimo Giuntoli ad Arese (MI)
·Mad Fellaz + Electric Swan a Veruno (NO)
·PFM a Salsomaggiore Terme (PR)
·EL&P Project a Pavia
·Il Rovescio della Medaglia a Cinquefondi (RC)
·Reale Accademia di Musica a Roma

Domenica 10
·Laviàntica a Roma

Lunedì 11
·Roberto Cacciapaglia a Verona

Martedì 12
·PFM a Bologna

Giovedì 14
·PFM ad Ancona
·Massimo Giuntoli a Lecco

Venerdì 15
·PFM a Udine
·Get'em Out a Forlì


Sabato 16
·PFM a Schio (VI)
·Roberto Cacciapaglia ad Ascoli Piceno
·Melting Clock + Basta! a Genova
·Riverside a Roma
·Invisible Knife a Torino
·Le Orme a Spilimbergo (PN)
·Festival Prog a S. Donà di Piave (VE)
·Massimo Giuntoli ad Arese (MI)
·Confusional Quartet a Monastier (TV)
·Florence in Prog Fest a Calenzano (FI)
·Rinunci a Satana? a Valdengo (BI)
·FEM + Karmablue a Roma

Domenica 17
·Riverside a Segrate (MI)
·Ozone Park a San Sperate (SU)

Martedì 19
·PFM a Venezia
·Roberto Cacciapaglia a Milano

Mercoledì 20
·Oberon a Palermo

Giovedì 21
·PFM a Martina Franca (TA)
·Alan Stivell a Roma
·Le Orme a Velletri (Roma)

Venerdì 22
·Alan Stivell a Mestre (VE)
·Roberto Cacciapaglia a Breno (BS)
·Massimo Giuntoli a Cusano Milanino (MI)
·Rinunci a Satana? a Osnago (LC)
·My Tin Apple a Firenze

Sabato 23
·PFM a Legnano (MI)
·Alan Stivell a Morbegno (SO)
·Il Segno Del Comando a Roma
·Le Orme a Castrovillari (CS)
·Anyway a Torino
·Get'em Out a San Stino di Livenza (VE)
·Symposium Prog Fest a Calcio (BG)
·Indiana Supermarket a Roma
·Juri Camisasca a Perugia
·Lingalad a Genova
·Posto Blocco 19 a Parma

Domenica 24
·PFM a Cremona

Martedì 26
·PFM a Genova
·Roberto Cacciapaglia a Perugia

Mercoledì 27
·Roberto Cacciapaglia a Roma
·Antimatter a Roma
·Annie Barbazza a Piacenza

Giovedì 28
·PFM a Firenze
·Jethro Tull a Torino
·Arcturus a Roma

Venerdì 29
·PFM ad Avezzano (AQ)
·Jethro Tull a Brescia
·Roberto Cacciapaglia a Torino
·Struttura E Forma a Milano
·Massimo Giuntoli a Reggio Emilia
·Arcturus a S. Donà di Piave (VE)
·Lachesis a Palazzago (BG)
·EL&P Project a Vedano Olona (VA)
·Mezz Gacano a Palermo
·Osanna a Cardito (NA)

Sabato 30
·Semiramis a Lugagnano (VR)
·PFM ad Avezzano (AQ)
·Phoenix Again a Milano
·Jethro Tull a Bologna
·Le Orme a Taglio di Po (RO)
·Arcturus a Paderno Dugnano (MI)
·Silver Key a Milano

·Festival Power Prog al Legend di Milano 

mercoledì 27 febbraio 2019

AKROTERION, Decay of Civilization (2018)

Nessuna descrizione della foto disponibile.
Avevo lasciato gli Akroterion come progetto di BP Gjallar, una one man band che aveva pubblicato nel 2016 Commander of wild spirits, un album registrato in solitaria intriso di decadenza e parti che oscillavano tra black metal e neofolk. Decay of civilation è invece registrato in trio (BP Gjallar alla voce, alla chitarra, al basso e ai synth, H.Skrat alla voce e Francisco Verano alla batteria) e oltre al Black Metal di matrice nordica (Satyricon, Mayhem) troviamo una partitura con elementi thrash slayeriani e persino punk hardcore. Initiatory death è la mazzata iniziale, una cupa bordata black che riporta ai primi ’90, quelli di A Blaze in the Northern Sky dei Darkthrone o In the Nightside eclipse degli Emperor, senza dimenticare la lezione epica dei Bathory. Blood libel si muove in una direzione leggermente differente, con una parte cantata clean che si amalgama con il contesto estremo della trama e, più in generale, una certa attenzione per melodie piuttosto azzeccate. Red dawn under a chemical sky torna a parlare il linguaggio più puro del black metal, mentre Soul corruption tradisce l’amore per il doom di Paul Chain e Candlemass. Brains tratteggia scenari r’n’r punk e si distanzia parecchio da quanto proposto sinora, ricordando persino i Motorhead del sommo Lemmy, oltre che qualche episodio degli Impaled Nazarene, che con gli Akroterion condividono alcune caratteristiche. La title track torna trionfalmente su territori black, prima del gioiellino The gift of lady death, che con il suo incedere dark e folk rammenta per mood i genovesi Ianva, un lato nascosto del gruppo che potrebbe, perché no, essere sviluppato maggiormente in un prossimo futuro. L’edizione limitata in 150 copie (ancora sotto l’egida dell’Andromeda Relix) obbliga l’acquisto immediato agli amanti di certe sonorità. (Luigi Cattaneo)
Album Teaser
 

OLD ROCK CITY ORCHESTRA, The Magic Park of Dark Roses (2018)

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Arrivano al terzo disco gli Old Rock City Orchestra, trio formato da Cinzia Catalucci (voce, tastiere e percussioni), Raffaele Spanetta (chitarra, basso, voce e tastiere) e Michele Capriolo (batteria), dedito ad un rock progressivo tinto di dark, mai troppo ostico all’ascolto e attento ad una forma canzone, sì strutturata, ma molto comunicativa. The magic park of dark roses è veramente un grande ritorno per gli umbri, in continua crescita e sempre più consapevoli dei loro mezzi, che sospingono un percorso tanto vintage quanto affascinante. Già l’iniziale title track mette in chiaro qual è la direzione del power trio, con quel lato oscuro che ben si sposa con una costruzione generale tipica del prog. Abraxas evoca umori di una stagione remota, The fall è la dark song perfetta, a cui contribuisce, e non poco, il violino di Laurence Cocchiara. Violino che ritroviamo anche nella successiva Visions, contrappuntato dal flauto di Chiara Dragoni, un interplay esemplare che ci conduce alla parte centrale dell’opera, con A night in the forest e The coachman cantate da Spanetta e rappresentative del potenziale del gruppo di Orvieto. A spell of heart and soul entwined accentua il lato sinfonico, Thinkin’ ‘bout Fantasy e Soul Blues pongono l’accento su un riuscito crossover tra hard rock, progressive e blues, mentre la conclusiva Golden dawn è una magnifica sezione strumentale che certifica la forza delle idee di questo mirabile come back. (Luigi Cattaneo)
Album Teaser
 

sabato 23 febbraio 2019

RAINBOW BRIDGE, Lama (2018)


Tornano i Rainbow Bridge, trio di Barletta di cui avevamo già parlato in occasione del precedente Dirty Sunday, un ottimo album strumentale, molto hendrixiano e registrato in un’unita take, che avevo amato sin dal primo ascolto. Giuseppe JimiRay Piazzolla (chitarra e voce), Fabio Chiarazzo (basso) e Paolo Ormas (batteria), con il nuovo Lama inseriscono una parte cantata che non sposta molto le coordinate del gruppo, sempre impegnato a portare avanti con dedizione un rock blues che non ha paura di tingersi di psichedelia e desert rock, ma che a volte sembra un po’ frenare l’irruenza spontanea che avevo trovato nell’album precedente, complice anche una maggiore strutturazione in sede di scrittura, o almeno questa è l’impressione che emerge. L’alone vintage della proposta è sempre ben presente, giustamente direi, perché i ragazzi sanno come ricreare certe atmosfere con passione e sentimento e pezzi come Day after day, che si sviscera per ben otto interessantissimi minuti o l’hard blues di Words, sono lì a dimostrarlo. Hendrix c’è sempre, così come ci sono i Cream, sporcati dalle distorsioni allucinate di Piazzolla (la validissima title track), così come The storm is over, che prosegue nel discorso intrapreso dalla band e ci catapulta a certe atmosfere che il tempo non ha ancora scalfito del tutto, quelle di Woodstock e Isola di Wight. Ma i Rainbow Bridge sono essenzialmente una jam band e lo dimostrano con la conclusiva No more I’ll be back, un viaggio di dodici minuti pieni di fuoco, una colata di elettricità che colpisce sin dalle prime note e che finisce per sigillare in bellezza questo come back del trio pugliese. Da segnalare che sulla loro pagina https://therainbowbridge.bandcamp.com è possibile acquistare e ascoltare tutta la loro discografia (operazione consigliatissima), oltre che un alternate take di Words e l’inedita Are u exp jam, una jam che incrocia Hendrix e i Beatles con la solita efficacia. (Luigi Cattaneo)

venerdì 22 febbraio 2019

IL SEGNO DEL COMANDO, L'incanto dello zero (2018)


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L’incanto dello zero è l’atteso ritorno di Il Segno del Comando, gruppo oramai storico del prog italiano, attivo da metà anni ’90 sotto la guida di Diego Banchero, bassista e compositore anche di Il Ballo delle Castagne ed Egida Aurea, tutti progetti interessantissimi sospinti dalle varie inclinazioni musicali del ligure, qui sostenute da Riccardo Morello (voce), Roberto Lucanato (chitarra), Davide Bruzzi (chitarra e tastiere), Beppi Menozzi (tastiere) e Fernando Cherchi (batteria). Per questo nuovo lavoro l’ispirazione del concept è dovuta a Lo zero incantatore, libro di Cristian Raimondi, che finisce di fatto per sostituire Gustav Meyrink, autore alla base dei due precedenti dischi. Addentrandomi nella narrazione dell’opera non ho potuto non rimanere nuovamente colpito dalla grande coesione tra parte testuale e scelta dei suoni, caratteristica topoi del progetto che ho ritrovato sin da Il calice dell’oblio, dark song perfetta per evocare le atmosfere dell’oscuro racconto. Pur con i tributi ai vari Goblin, Balletto di Bronzo e Biglietto per l’inferno, quello che si nota dalle produzioni della band è la personalità spiccata, un trademark che permette di avere un sound proprio, riconoscibile, che è giusto possa fare scuola e, perché no, divenire esempio e punto di riferimento per chi si avvicina al genere. La grande quercia è uno strumentale che vede la partecipazione di Marina Larcher, che già abbiamo avuto modo di apprezzare proprio negli Egida Aurea e nel Ballo delle Castagne, Sulla via della veglia ci cala in pieno nelle gotiche atmosfere dello sceneggiato da cui trae il nome il gruppo, tanto è forte l’aurea cinematografica imposta, mentre Al cospetto dell’inatteso, con Maethelyiah alla voce e Paul Nash alla chitarra (dagli storici The Danse Society), è l’ennesimo esempio di perfetto dark progressivo. Lo scontro, scritta dal grande Luca Scherani (tastierista, tra gli altri, di La Coscienza di Zeno), è un bel break strumentale che anticipa la malinconica ballata Nel labirinto spirituale, spazzata via dalla forza heavy prog di Le 4 A, che fa coppia con l’ispirata Il mio nome è menzogna, tra i vertici dell’album. In Metamorfosi tornano pulsioni darkwave grazie a Maethelyiah e Nash, prima del finale per basso solo di Aseità, che chiude l’ennesimo centro targato Black Widow Records. (Luigi Cattaneo)
Il mio nome è menzogna (Video)
 

 

domenica 17 febbraio 2019

HELL'S GUARDIAN, As Above So Below (2018)


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Arrivano da Brescia gli Hell’s Guardian, un quartetto formato da Cesare Damiolini (voce e chitarra), Freddie Formis (chitarra), Claudio Cor (basso) e Dylan Formis (batteria), che con As above so below tornano in pista dopo un ep e un primo full di qualche anno fa. Il loro death metal, melodico ed epico, è accostabile a realtà come Amorphis, Sabaton, Dark Tranquillity e Atlas Pain, e proprio da questi ultimi arriva Samuele Faulisi, che si è occupato delle belle orchestrazioni del disco, ottime per creare atmosfera e grandeur melodrammatico, in un ritorno discografico con parecchi spunti degni di nota. Un crossover di influenze che risultano ben mescolate tra loro e che contraddistinguono un sound carico di pathos e felici intuizioni melodiche, con le già citate orchestrazioni di Faulisi ago della bilancia tra furia del death e ragionate parti clean. Dopo una breve introduzione è Crystal door a spianare la strada al lavoro, brano in cui troviamo Fabrizio Romani degli Infinity alla chitarra e Mirella Isaincu al violino. Il violino caratterizza anche Jester smile, mentre My guide my hunger vede duettare le voci di Marco Pastorino (Temperance) e Adrienne Cowan (Seven Spires, Winds of Plague). Colpisce la presenza di Ark Nattlig Ulv degli Ulvedharr, che presta la sua vocalità maligna nella buonissima Colorful dreams, ma è tutta l’opera a convincere, complice anche una produzione attenta che esalta le dinamiche degli ottimi bresciani. (Luigi Cattaneo)
Lake of blood (Video)
 

sabato 16 febbraio 2019

INYAN, A bitter relief (2018)

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e acqua
Nati nel 2001 per volontà di Simone Cosentini (voce e chitarra), gli Inyan diventano ben presto un trio, con l’entrata dapprima di Mirko Bombelli (batteria) e poi di Federico Colombo (basso). L’assetto non viene più modificato e i legnanesi pubblicano un ep (All your time is wasted) che permette loro di suonare in giro per il nord Italia, prima di un altro ep (Inside the shell) e soprattutto di questo interessantissimo A bitter relief, primo full dopo esperienze estere (un piccolo tour tra Belgio e Olanda). Lo stoner è la casa sicura dei milanesi, che non disdegnano incursioni in territori più heavy, quello grezzo, sporco, sparato in faccia senza grandi compromessi, se non quello di avere un songwriting capace di coinvolgere con la bella alternanza di frangenti hard e altri decisamente melodici. Se l’opener Ain’t no place mette subito l’ascoltatore sui binari prediletti, la successiva Not afraid già mostra le influenze settantiane e sabbathiane della band, prima di Meltin’ Pot, dominata da un ripetuto riff stoneriano di Cosentini. Back to life appare più come un momento di passaggio, mentre Don’t even matter crea un bel ponte con gli anni ’90 ed è tra i brani migliori. L’ottima In this world anticipa The way you wished, il piccolo capolavoro della band, una lunga traccia intrisa di stoner, psichedelia e atmosfera. La conclusiva My Valentine torna su sentieri maggiormente heavy rock, mostrando quella consistenza di fondo che si evince dall’ascolto del lavoro. A bitter relief si pone vicino agli ultimi lavori di Holyphant e Meteor Chasma, segno che un certo tipo di suono, fiero e potente, trova ancora validi esponenti anche nell’underground italiano. (Luigi Cattaneo)
A bitter relief (Full Album)
 

mercoledì 13 febbraio 2019

The Watch & Sintesi del viaggio di Es, Il comunicato del concerto

 
Sabato 2 marzo, presso la Sala Centofiori (via Gorky 16 Bologna), si terrà il concerto di The Watch (che presenteranno repertorio dei Genesis dal 1970 al 1975) e Sintesi del viaggio di Es, band formata da ex componenti dei Sithonia, che presenteranno il loro primo album Il sole alle spalle (di cui abbiamo parlato proprio da queste pagine qualche mese fa).
 
Per maggiori informazioni potete visitare la pagina Facebook dell'evento https://www.facebook.com/events/513387939160679/

sabato 9 febbraio 2019

GIANLUCA D'ALESSIO, Sunrise Markets (2018)


Chitarrista dell’orchestra Rai, Gianluca D’Alessio ha collaborato con artisti come Simone Cristicchi, Michele Zarrillo e Claudio Baglioni (giusto per citarne qualcuno) e Sunset Markets è il suo esordio da solista. Ispirato alla vita londinese, dove il disco è stato concepito (con tanto di distribuzione Burning Shed), è la sintesi del pensiero di un professionista serio e preparato, che finalmente mette tutto il suo talento in un’opera propria. Il risultato è di altissimo livello, con 35 minuti quasi interamente strumentali dove troviamo come ospiti in alcuni brani anche il bassista John Giblin (Paul McCartney, Phil Collins, Peter Gabriel, Simple Minds) e il batterista Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson). Partenza sparata con The crow, power trio classico con D’Alessio davvero a proprio agio, mentre la già citata sezione ritmica ha modo di esprimersi nella stupenda Song 6, in cui troviamo anche Massimo Idà alle tastiere. La title track, di nuovo in trio, vede Fabio Fraschini sostituire Giblin ma il risultato è comunque eccezionale, mentre Cactus rallenta e si tinge di blues, mostrando le diverse possibilità di evoluzione della musica di Gianluca. Con Tutankhamon il chitarrista spinge di nuovo il piede sull’acceleratore, con tanto di solo di basso fusion ad opera di Patrizio Sacco e un chorus dal sapore prog di grande effetto. Veramente un brano magnifico. Roots è forse l’episodio più particolare, una delicata ballata sospinta dagli arpeggi di Gianluca e dalle percussioni soffuse di Daniele Leucci, ma è solo un passaggio, perché già Rockfeller Plaza sconfina in territori più marcatamente jazz rock, un ulteriore dimensione della musica contenuta in questo debutto. Drawing borders è l’unica traccia cantata (dal bravo Riccardo Rinaudo), un breve e isolato passaggio che anticipa la conclusiva e progressiva Red knight, altro buonissimo momento che mostra la grazia, la passione e la capacità di creare soluzioni strutturate ma sempre molto comunicative e intrise di pathos. (Luigi Cattaneo)
Tutankhamon (Video)

ROVERART, Labyrinth (2018)

Risultati immagini per roverart – labyrinth (2018)
 
Primo album per i Roverart, band piacentina che per questo esordio ha puntato molto su un lavoro d’equipe, in cui emergono le doti di Lorenzo Moretto, che con le sue tastiere e il consueto flauto progressivo ha donato melodie settantiane immortali, la chitarra dai frangenti hard di Dario Moretto (abile anche al mandolino), la vocalità aspra e drammatica di Marco Vincini e una coppia ritmica, formata da Denis Cassi al basso e Giuseppe De Guida alla batteria, che ha saputo dare il giusto risalto a composizioni strutturate e attente all’aspetto melodico. Peccato che la band e questo disco siano ad ora del tutto ignorati da critica e pubblico di settore, perché qui abbiamo idee e scrittura, sintesi dell’amore per il vecchio prog inglese, che si traduce nella forza espressiva della title track e di Landscape ma anche nelle atmosfere classicheggianti di Wizard’s wake. Un susseguirsi di passaggi raffinati e cariche rock che trova in Spinning round e Days of Yore, tra i Genesis, i Van Der Graaf Generator e Le Orme di Truck of fire, tra le cose migliori di Labyrinth, un debutto che non deve passare inosservato, soprattutto nella cerchia, ancora cospicua, di chi ama questo tipo di sonorità. (Luigi Cattaneo)
Spinning round (Video)