sabato 24 giugno 2017

PAUL BEAUCHAMP & PAOLO SPACCAMONTI, Torturatori (2017)


L’incontro spregiudicato tra l’americano Paul Beauchamp (armonium elettrico e synth), rumorista assuefatto da elettronica molesta e un certo drone ambient enfatico e Paolo Spaccamonti (chitarra), sperimentatore di suoni e soluzioni cinematografiche ardite, ha portato alla nascita di Torturatori, un disco coraggioso e registrato in una singola session. Con loro in White side Gianmaria Aprile dei Luminance Ratio, impegnato alla chitarra nella prima parte del lavoro (la seconda è Black side), per quella che è a tutti gli effetti un’improvvisazione, il momento irripetibile di un incontro affascinante e singolare (un po’ come si sviluppava il discorso di produzioni avanguardistiche di oltre quarant’anni fa che rispondono al nome di Telaio Magnetico o N.A.D.M.A., espressioni volutamente provocatorie di un rumorismo quanto mai concreto), dove le due personalità si adoperano per creare qualcosa di misterioso ed eccentrico. I due lunghi pezzi si sviluppano grazie alla chitarra di Spaccamonti e le trame aspre e contrastanti di Beauchamp, un insieme che produce un platter con tratti disarmonici e talvolta al limite della cacofonia. Le visioni filmiche di Spaccamonti (uno che collabora con il Museo del cinema di Torino per la sonorizzazione di film muti e che ha realizzato colonne sonore per documentari e film) contrastano con l’approccio noise dello statunitense e vanno a formare un quadro dove psichedelia, manipolazioni di suoni e post rock si incontrano e sviluppano un disco fortemente sperimentale. Torturatori è un’esperienza disturbante, su cui diviene anche complicato esprimere un giudizio, di difficilissima assimilazione e consigliata solo a chi è davvero avvezzo a certe sonorità così concrete seppure figlie di un aleatorio istante di libertà creativa. (Luigi Cattaneo)
 
Torturatori (Teaser Album)
 

venerdì 23 giugno 2017

TIRESIA RAPTUS, Diaspora (2015)


È di due anni fa il come back dei Tiresia Raptus, che con questo Diaspora confermavano l’attitudine sperimentale della loro proposta, imbevuta di psichedelia, dark, doom e kraut rock. L’album, scritto quasi interamente da Nicola Rossi dei Doomraiser (impegnato alla voce, ai synth e alle tastiere) è davvero di buona fattura e farà la felicità di quanti amano le sonorità plumbee di Il Ballo delle Castagne (loro compagni di etichetta), Il Segno del Comando e dei mai dimenticati Malombra. Oltre a Rossi ci sono Carlo Gagliardi (basso, organo e tastiere), Nico Irace (organo), Francesco Campus (chitarra) e Giancarlo Lustri (batteria), bravissimi nel creare le giuste atmosfere per la riuscita complessiva del platter. Vintage ed esoterismo si fondono per sviluppare contesti narrativi affascinanti in cui la redenzione delle anime è il punto focale e i romani affrontano le varie tappe con un bel sovraccarico di tastiere dall’aurea settantiana. La lunga Do you know who you are? apre il disco con cadenze doom e space rock, fraseggi percussivi e la voce narrante di Irace, un brano intenso e malinconico. Vattienti, dopo una singolare introduzione, si sviluppa verso territori gotici con tanto di particolare tin whistle suonato da Rossi, a cui va aggiunto l’efficace suono dell’ebow di Willer Donadoni. La semi acustica e breve Angel anticipa Scheletro, un bel momento che si sviluppa con inquietanti synth e il sempre affascinante organo di Gagliardi, impegnato anche come voce narrante, a cui vanno aggiunte le note dello xilofono di Rossi e dell’ebow dell’ottimo Donadoni. Cupa e seducente è Emotions in black, con le caratteristiche campane tibetane di Rossi che ampliano lo spettro di influenze presenti, mentre Tutto dorme è costruita soprattutto attorno le tastiere e i synth di Gagliardi e dell’ospite Elisa Serra ma non decolla mai del tutto e non raggiunge un’adeguata tensione. Meglio il magnetismo di Fragili ossa e soprattutto la conclusiva title track, il momento più immediato del disco e splendido finale di un platter adatto in particolar modo a chi ha dimestichezza con sonorità ricche di synth, tastiere e parti di organo abbinate ad una scrittura darkeggiante e perennemente proiettata verso frangenti gotici. (Luigi Cattaneo)
 
Scheletro (Video)
 

venerdì 16 giugno 2017

KALISANTROPE, Brinicle (2017)

Brinicle è il primo full lenght dei Kalisantrope, arrivato dopo l’ep Anatomy of the world del 2014, un lavoro dove il trio già affrontava argomenti di una certa difficoltà narrandoli lungo cinque brani completamente strumentali. La formula non è cambiata e nemmeno i temi lugubri ispiratori delle composizioni, che denotano una maggiore varietà di atmosfere e contenuti, con un approccio che vuole avvicinarsi anche al jazz. Una crescita, pur non esponenziale, c’è stata, anche se la produzione non ha aiutato i ragazzi a donare il groove necessario a brani che risultano a volte leggermente monocordi. La continuità con il passato recente si avverte sin dall’iniziale Dawn on Hiroshima skies, che racconta ovviamente della bomba nucleare sganciata sulla città giapponese nel 1945 e della crudeltà di cui è capace l’uomo, un opening track decisamente prog che può risultare ideale anche per aprire le esecuzioni live. In Placebo effect il gruppo si sofferma sulle potenzialità della mente umana e lo fa con un tocco jazzy inedito e gradevole, in cui si avverte la voglia di inserire qualche elemento di novità e seppure il meccanismo è ancora da oliare la scelta è sicuramente apprezzabile. Canis majoris è una traccia misteriosa e che potremmo ascrivere al filone delle immaginarie soundtrack di ispirazione giallo-poliziesca, soprattutto per i suoni delle tastiere di Davide Freguglia e pure Notturno, come dice il titolo, è un momento più oscuro rispetto agli altri, una soffusa nenia malinconica e vagamente ambient con un discreto finale in crescendo. Morgendämmerung descrive invece l’alba attraverso le percussioni taiko del batterista Alex Carsetti, un passaggio sperimentale che però non decolla, lasciando il brano piuttosto in sordina. Cordyceps (un fungo parassita) si struttura su un riff al basso di Noemi Bolis, su cui si staglia l’attacco progressive di Freguglia, territorio in cui i milanesi paiono più a loro agio, mentre Seeking harmony è il primo singolo (se così si può chiamare) pubblicato e vede Davide impegnato in una linea di pianoforte che conduce ad una sezione improvvisata, per quello che è uno dei pezzi più riusciti e tipicamente prog. Bel finale con Genisteae, brano lungo e di ispirazione leopardiana con una variante elettronica (un sequencing) curiosa che rende la traccia interessante e fa pensare a come il suono del trio possa evolversi in futuro. La band dimostra di avere la volontà di diversificare la proposta e l’idea di avere un quarto membro (chitarra, flauto o sax?) credo possa giovare al sound e dare loro l’opportunità di esplorare e creare soluzioni più dinamiche e strutturate. Il trio d’altronde è molto giovane e ha tutto il tempo di crescere e di trovare la propria strada, passione e umiltà non mancano, doti che abbinate a indubbie capacità tecniche possono portare l’ensemble a raggiungere risultati efficaci già nei prossimi album. (Luigi Cattaneo)
 
Seeking harmony (Video)
 

martedì 13 giugno 2017

ANCIENT VEIL, I am changing (2017)


Fresco di pubblicazione per la sempre attenta Lizard Records, I am changing è il nuovo e inaspettato album targato Ancient Veil, un gruppo spesso citato come spin-off degli Eris Pluvia, band fondata nel lontano 1985 da Alessandro Serri ed Edmondo Romano (Rings of earthly light del 1991 viene ancora considerato uno dei capisaldi del new prog italiano). Questo ottimo come back, ricco di folk e prog, riprende il discorso lasciato in sospeso prematuramente con il primo omonimo lavoro del 1995, mostrando come i liguri non abbiano perso smalto, con composizioni strumentali raffinate e testi evocativi perfettamente calati in una realtà narrata da un uso predominante di fiati e tastiere. Serri (voce, chitarra, basso, flauto, oboe, hammond e moog) e Romano (sax, clarinetto e flauto low whistle) sono però accompagnati dall’importante presenza di Fabio Serri (piano, moog e hammond), oltre che da una nutrita serie di ospiti (13 per l’esattezza) davvero notevoli. Le atmosfere sono intatte rispetto al passato, quando band come Ezra Winston, Fancyfluid o Foglie di Vetro destavano interesse negli appassionati di progressive orfani dei suoni settantiani e negli undici pezzi che compongono il platter è facile ritrovare quelle classiche visioni romantiche che tanto hanno segnato il periodo. Bright autumn dawn è l’alba strumentale, un crescendo emozionale di grande raffinatezza, seguita dall’intensa e drammatica If I only knew, capace davvero di riportarci indietro nel tempo. You will see me (intro) anticipa in maniera delicata la title track, un brano molto sentito sul tema del cambiamento, mentre Only when they’re broken vede la presenza di Mauro Montobbio (chitarra classica) dei Narrow Pass, sempre molto bravo e comunicativo. You will se me è un altro momento particolarmente soffuso, prima della piacevole Fading light e di The fly, pezzo esaltante e sapientemente articolato. Chime of the time riemerge dal primo demo degli Eris Pluvia targato 1990, You will se me (finale) allaccia i fili con le due meravigliose parti antecedenti e A mountain of dust chiude splendidamente un ritorno elegante e soave. (Luigi Cattaneo)
 
You will see me (Video)
 
 
 

lunedì 12 giugno 2017

MEIER-BUDJANA GROUP, Tour europeo


Annunciate le date le tour europeo della band di Nicolas Meier e Dewa Budjana, due chitarristi di cui abbiamo spesso parlato su queste pagine.

Ad accompagnarli tra Inghilterra, Olanda, Belgio, Svizzera e Germania troviamo le solide ritmiche della coppia formata da Jimmy Haslip al basso e Asaf Sirkis alla batteria, oltre che la presenza di Saat Syah al flauto.

www.mwiergroup.com
www.dewabudjana.com

venerdì 9 giugno 2017

DEAD & BREAKFAST, Rebirth (2017)


 
I Dead & Breakfast sono un trio proveniente da Lodi con un’insana attitudine punk pregna di immagini orrorifiche (il succulento artwork è lì a testimoniarlo) che oramai li contraddistingue da dieci anni. Una decade all’insegna dell’horror rock più scatenato e ideale punto di congiunzione tra i veterani Misfits, i Frankenstein Drag Queens From Planet 13 e i Murderdolls, senza dimenticare di citare la produzione di Rob Zombie. Il lavoro in studio e i molti live fatti nel corso del tempo non hanno scalfito l’impeto dei lombardi, che si riversa lungo sette pezzi (per una durata inferiore ai 30 minuti) che uniscono punk, rock e metal, una predisposizione naturale per strutture sonore che puntano tutto su impatto e potenza. Dopo diversi cambi di line up (formata ora da Pachu alla voce e al basso, Gigio alla chitarra e alla voce e Piffy alla batteria) Rebirth è un titolo esplicativo e che segna il passo verso un suono più heavy e un’inclinazione maggiormente accentuata per un’ironia dissacrante e intelligente, elementi da non sottovalutare per comprendere appieno l’album. La propensione per l’hard rock melodico permette di risultare catchy anche nei frangenti più veementi come l’ottima Devil inside o la grezza forza di Dead & Breakfast. La vocazione per incubi tradotti in musica coinvolge Nightmare, mentre Tarantula è nuovamente foriera di quella tendenza heavy rintracciabile in parte nel passato recente dei lodigiani. Timmy è la conferma di come la band riesca ad alternare in maniera fluttuante circostanze hard con altre volutamente grevi, pur mantenendo sempre alta tensione abbinata alla forma canzone. Esempio brillante Inch by inch, con il suo chorus memorabile e segno distintivo di un platter che si chiude con la vibrante title track. Le doti del trio sono innegabili, hanno groove e tiro live e chi ama certe sonorità troverà Rebirth l’antidoto perfetto per combattere le varie Despacito che aumentano solo la voglia di far terminare l’estate prima che sia iniziata … (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare e acquistare il disco
 

mercoledì 7 giugno 2017

habelard2, Il ritorno del gallo cedrone (2015)


Il ritorno del gallo cedrone (un indicatore del livello di inquinamento dell’ambiente), uscito nel 2015, segnava il ritorno del progetto habelard2 dopo Qwerty del 2013 e confermava l’interessante sviluppo della musica creata unicamente da Sergio Caleca, tastierista e compositore degli Ad Maiora. Anche in questo caso Caleca sceglie di non avvalersi di nessun collaboratore e si prodiga alle tastiere, alle chitarre (elettriche, acustiche e classiche) e al basso, oltre che dettare le ritmiche tramite sequencer (espediente già utilizzato nel debut). Il disco è in realtà il rifacimento del medesimo album prodotto nel 1990 in copia limitata e solo su musicassetta, motivo in più per procurarsi un lavoro con tanti spunti curiosi e suggestivi e sicuramente interessante per chi conosce il cammino del milanese. C’è da dire che l’autore mostrava già una certa capacità di songwriting più di vent’anni fa, con pezzi come Scacco matto, Luna-Dark (un richiamo anche ai Pink Floyd dei ’70) o Bishop, che sintetizzavano molto bene le idee progressive che hanno sempre accompagnato la carriera musicale di Sergio. Bellissime anche Sweet suite e Alina-Adren, vivaci e agili pur essendo cariche a livello strutturale, una dote che Caleca ha portato avanti anche nei brani targati Ad Maiora. Gli ultimi due pezzi, Acustico nr.2 e Al limite, sono altri esempi di come i vari Keith Emerson, Tony Banks o Claudio Simonetti abbiano avuto una certa ascendenza sulla formazione del tastierista. In realtà ci sono altre tre composizioni, Film (noir), vicina alla soundtrack di un giallo all’italiana e tratta dall’introvabile Diskusic del 1987, l’inedita e gradevole Torno subito e Il ritorno … Al limite … già presente nella raccolta 20 anni dopo del 1994. Vi è infine un’ultimissima e breve bonus track, Capercaille, un improvvisazione al piano che chiude un lavoro riuscito e che sarebbe bello poter ascoltare live insieme a Qwerty e al recente Maybe (il più riuscito dei tre), dischi che rischiano purtroppo di essere conosciuti solo da una ristrettissima cerchia di appassionati ma che probabilmente meriterebbero di essere apprezzati da una fetta più ampia di pubblico progressivo. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito il link per ascoltare e acquistare il disco

https://habelard2.bandcamp.com/album/il-ritorno-del-gallo-cedrone

sabato 3 giugno 2017

SINATRAS, Drowned (2017)

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Drowned è l’esordio dei Sinatras (dopo un ep del 2014), un lavoro pieno di death, metalcore e thrash, ottimamente suonato e vera manna per i fan di band seminali per il genere come Carcass e Pantera ma anche per chi è cresciuto con l’ondata americana di fine anni ’90 che vedeva in Hatebreed e primi Mudvayne colonne del nuovo crossover. I ragazzi hanno padronanza dei loro strumenti e pur traendo spunto dai gruppi del passato risultano ben piantati nel presente e assolutamente attuali. L’iniziale title track è chiarificatrice di ciò che ci attende, con l’immancabile e irrefrenabile doppia cassa che sostiene le scorribande del gruppo e un cantato estremamente violento e tipicamente in growl. Non che 24/7 sia da meno in quanto a potenza, anche se appare un’inaspettata vena melodica che coincide con delle aperture ai limiti del new metal. A poco a poco i Sinatras fanno emergere soluzioni più accattivanti come in Cockroach (pur se comunque permane una certa dose di thrash metal) e costruzioni strutturate che includono chorus pregevoli, parti death e pulsioni metalcore, elementi che si fondono in Something to hate. Il suono assume quindi delle variabili che trovano risconto in Flow e nella cover di You spin me round dei Dead or Alive, prima delle violente Los 43 e Miss Anthropy, pezzi sempre in bilico tra thrash e melodic death metal. Anche il finale si mantiene su livelli di energia non indifferenti, con la feroce Back in Frank, la slayeriana Blind fury (mai nome fu più adatto … ) e Spiral hell che chiude un debut che riesce saggiamente a far collimare furia distruttiva e fraseggi ampiamente melodici. (Luigi Cattaneo)
 
Drowned (Video)
 

venerdì 2 giugno 2017

I GIGANTI DELLA MONTAGNA, Io sono tre (2016)


Nuova uscita per l’etichetta Improvvisatore Volontario con l’album Io sono tre del trio I Giganti della Montagna (nome che rievoca un dramma di Pirandello), piccolo ensemble formato da Ferdinando D’Urso (sax), Federico Sconosciuto (violoncello) e Lorenzo Paesani (pianoforte). Il disco è una felice combinazione di musica improvvisata, risvolti cameristici e fraseggi più tipicamente jazz ed emergono in modo naturale le forti personalità dei coinvolti e il loro linguaggio differente ma che trova una sintesi che finisce per identificarli in maniera netta. Il titolo stesso, che riprende un certo Charles Mingus, è il biglietto da visita per l’ascoltatore, che si trova catapultato in un universo dai contorni free ma capace di accogliere pulsioni che sottolineano la natura filmica del progetto (già due album alle spalle, L’arsenale delle apparizioni del 2014 e Oi dialogoi dell’anno seguente), con brani che non accettano steccati e preferiscono unire generi. Ne sono esempi ABQ con il suo andamento cameristico e classico, che rispecchia un certo amore per strutture che sanno essere minimal ma avanguardistiche e AGHI E botTONI, un pezzo ricco di swing e con un interplay tra i tre davvero brillante. Fugato avrebbe forse meritato un eventuale sviluppo vista l’interessante trama proposta, mentre molto raffinata e jazzy è Il gigante addormentato. Anche La resa dei conti e L’inseguimento, pur essendo composizioni vivaci, sono molto brevi, a differenza di Litaglia o Melancholia, song vibranti, decisamente strutturate e capaci di essere ora più notturne, ora più luminose ma sempre fantasiose. L’ironica Siete SERIE? e il suadente jazz di Vovò completano un quadro non sempre di semplice lettura ma sicuramente particolare e stimolante e che probabilmente meriterebbe di essere conosciuto maggiormente, soprattutto dagli appassionati di quel jazz meno convenzionale e canonico a cui paiono ispirarsi i tre. (Luigi Cattaneo)
 
Vovò (Live)
 

giovedì 1 giugno 2017

CONCERTI DEL MESE, Giugno 2017

Giovedì 1
·So Does Your Mother a Marina di Camerota (SA)
·Embryo a Trento

Venerdì 2
·The Watch a Roma
·Monkey Diet a Botteghino di Zocca (BO)
·Eveline's Dust a Verbania

Sabato 3
·The Watch a Castiglione del Lago (PG)
·Ulver a Fontanellato (PR)
·PFM+Stereokimono a Imola (BO)

Domenica 4
·Monkey Diet a Bologna
·Jaeks a Parrana S. Martino (LI)

Lunedì 5
·UT New Trolls a Frisa (CH)

Giovedì 8
·Föllakzoid a Marina di Massa (MS)
·Blood Ceremony a Segrate (MI)

Venerdì 9
·Diamanda Galas a Collegno (TO)
·Sintonia Distorta+Psicosuono a Gressan (AO)
·Blood Ceremony a Roma
·Astrolabio a Noale (VE)
·Démodé a Udine

Sabato 10
·Phoenix Again a Milano
·UT New Trolls a Bergamo
·Föllakzoid a Milano
·Fabio Zuffanti ad Alessandria
·Trewa a Milano
·Eveline's Dust a Montecassiano (MC)
·Blood Ceremony a Bologna
·Sycamore Age a Carpegna (PU)

Domenica 11
·Föllakzoid a Guastalla (RE)

Martedì 13
·Föllakzoid a Marina di Ravenna (RA)

Mercoledì 14
·Loomings a Milano
·Radiohead a Firenze
·Föllakzoid a Roma

Giovedì 15
·Föllakzoid a Torino


Venerdì 16
·Radiohead a Monza
·Quarto Vuoto a Zero Branco (TV)
·Siena Root a Erba (CO)
·feat. Esserelà a Castel S. Pietro (BO)
·The Watch a Roma

Sabato 17
·Progs & Frogs Festival a Besate (MI)
·Fabio Zuffanti a Saronno (VA)
·The Watch + Astralia a Galzignano (PD)
·Anyway + 5 Friends a Settimo Torinese (TO)
·Ingranaggi Della Valle a Roma
·feat. Esserelà a Nonantola (MO)
·So Does Your Mother a Pistoia

Domenica 18
·Progs & Frogs Festival a Besate (MI)
·Prowlers a Romano di Lombardia (BG)
·Oberon a Palermo

Lunedì 19
·J. Hackett e M. Lo Muscio a Pienza (SI)

Martedì 20
·J. Hackett & M. Lo Muscio a Orvieto (TR)

Mercoledì 21
·Crippled Black Phoenix a Segrate (MI)
·feat. Esserelà a Ledro (TN)

Giovedì 22
·Ian Anderson a Pescara
·feat. Esserelà a Torino

Venerdì 23
·Ian Anderson a Roma
·Invisible Knife a Genova
·So Does Your Mother a Roma
·Court a Laveno-Mombello (VA)
·feat. Esserelà a Pinerolo (TO)

Sabato 24
·Unreal City a Laveno-Mombello (VA)
·M.Giuntoli "Vox Populi" a Cinisello (MI)
·Ian Anderson a Sogliano s/Rubicone (FC)
·New Trolls a Cervesina (PV)
·The Progressive Show a Milano
·OpusAvantra + feat.Esserelà a Cento (FE)

Lunedì 26
·Ian Anderson a Brescia

Martedì 27
·Lingalad a Villa Di Serio (BG)

Mercoledì 28
·Queensryche + Methodica a Bologna
·Deelay a Roma

Giovedì 29
·Queensryche + Methodica a Fontaneto (NO)

Venerdì 30
·PFM a Terralba (OR)

mercoledì 31 maggio 2017

MONKEY RANCH, Alone (2017)


Nati nel 2012 come gruppo punk rock, i Monkey Ranch formano la line up attuale l’anno seguente (Iacopo Ferrari voce e chitarra, Francesco Ceccarelli alla chitarra, Jacopo Geri al basso e Iacopo Sichi alla batteria), con un deciso cambio di sound verso sonorità più cupe e ispirate al grunge anni ’90. Dopo due demo arriva oggi Alone, un disco maturo e vicino proprio alla scena della Seattle che fu, un lavoro che emana proprio quel senso di dolore che certificava il periodo e che ancora oggi mostra il proprio lato greve. La band, con un nome assonante a quello dei Monkeywrench di Clean as a broke-dick dog del 1992, band di Mark Arm e Steve Turner (entrambi Mudhoney e Green River), mostra però di avere al suo interno anche elementi più spensierati, che si concretizzano in episodi garage al punto giusto, oltre che con una spruzzata di ironia che tende ad allontanare la rabbia di fondo. I testi inoltre sono molto sarcastici e portano ad una visione asociale e desolante che conduce ad un’esistenza vana e vuota. Ovviamente chi si sente ancora orfano di Alice in Chains e Mad Season non potrà non trovare Alone come un disco in cui perdersi completamente, come avveniva con i suoni di quel preciso momento storico tutto made in USA. L’inizio di Butcher è fulminante. Un attacco Audioslave style ma con rimandi evidenti ai ’90, così come Without chains mette in fila il grunge di April’s Motel Room e dei veterani Pearl Jam. Meno fantasioso il garage rock di Danny boy, mentre Freedom cita gli Stone Temple Pilots di Scott Weiland e i sottovalutati Brad di Stone Gossard. La prima parte del disco si chiude con l’ottima Freedom, una traccia per mood vicina agli Alice in Chains e con una discreta coda strumentale vagamente psych. Si riparte poi con l’alternative simil Blind Melon di Unhappy stories, prima di essere travolti dall’attitudine punk di Picture of you, una sorta di Spin the black circle del 2017. Gradevole la ballata folk Dance of the witch, che finisce per avvicinarli nuovamente ai Blind Melon di Shannon Wright, ma la potenza trascinante del grunge riemerge con impeto in Remember me. Il finale è affidato alla lunga traccia psichedelica This one, che mostra un lato desertico e acido molto interessante. Buonissimo debut per il gruppo di Pistoia, attenti per tutto il platter a donare groove e dinamismo a composizioni immediate e di grande impatto, che omaggiano ma non scimmiottano uno degli ultimi momenti in cui il rock divenne colonna sonora di una generazione. (Luigi Cattaneo)
 
This one (Video)
 

martedì 30 maggio 2017

NO MAN EYES, Cosmogony (2016)


I No Man Eyes nascono nel 2011 da ex membri dei Graveyard Ghost, band che pubblicò nel 2007 Omega, un disco a cavallo tra classico heavy metal e power teutonico. Dopo solo due anni i liguri debuttarono con Hollow man, ricevendo una certa attenzione soprattutto dalla stampa del Nord Europa, riuscendo ad aprire i set di band come Mastercastle, Trick or Treat, Wonderworld e Nerve. Il sound del nuovo Cosmogony si arricchisce di fraseggi thrash metal, con reminiscenze power prog e hard in cui tutti hanno un ruolo essenziale, dalle ritmiche potenti della coppia formata da Alessandro Asborno (basso) e Michele Pintus (batteria), ai riff e ai solo di Andrew Spane (chitarra), sino ad arrivare alla voce di Fabio Carnotti, autore di clean vocals che stemperano le sfuriate dei suoi compagni. L’heavy degli esordi si è quindi contaminato con altre pulsioni, che emergono chiaramente in un disco con pochi cali, suonato con perizia, di notevole impatto e cura per il songwriting. Un crossover abilmente controllato da quattro musicisti che oramai hanno una certa esperienza e che lo dimostrano già dall’iniziale Dreamsland (preceduta dall’intro Lord), uno dei pezzi più pesanti dell’intero lavoro e di evidente matrice thrash. Decisamente più abbordabile ma non meno riuscita Huracan, prima del power prog oscuro di Bound to doom e di Spiders, melodica ma aggressiva dall’inizio alla fine. Molto violenta Blossom of creation, episodio forse minore dell’album, mentre le successive All the fears e How come sono decisamente ottime, condensando anima, comunicatività e passione in due composizioni ben congegnate. Anche The death you need in realtà è un momento piuttosto significativo, roboante e vigoroso, così come la title track strumentale dal sapore heavy neoclassico mette in luce le doti tecniche del gruppo. Chiude la veloce ed energica Children of war, espressione del background metal che rimane trademark del quartetto. Gruppo in netta crescita e da tenere assolutamente d’occhio e conferma di come Genova continui ad essere fucina di tante band talentuose e che meriterebbero maggiori fortune. (Luigi Cattaneo)
 
Bound to doom (Video)
 

sabato 27 maggio 2017

ANÈMA, After the sea (2017)


Dall’incontro tra Dario Gianni (basso e tastiere), Lorenzo Gianni (chitarra e tastiere), Baco Di Silenzio (voce) e Salvo Crucitti (batteria) nascono gli Anèma, un quartetto che alla chiara matrice prog ha aggiunto pulsioni hard rock e parecchia melodia. La band di Siracusa esplora gli anni ’70 di P.F.M. e Genesis, non disdegna di guardare agli ’80 dei Marillion e del new prog ma non dimentica la lezione heavy di Fates Warning e Dream Theater, tutti elementi che ritroviamo in After the sea, sintesi delle esperienze sin qui vissute e caratterizzato da un approccio mai troppo complesso nella scrittura. Il concept fa prevalere il lavoro d’equipe del gruppo, che pur avendo padronanza dei propri strumenti non si lascia andare a vacui esercizi di stile e punta forte su impatto e dinamismo. L’alternanza di new prog e hard produce un disco a cavallo soprattutto tra i decenni ‘80/’90, con i siciliani impegnati in particolar modo a creare soluzioni facilmente leggibili attraverso strutture che prediligono la forma canzone. Certo qualche passaggio a vuoto c’è, cosa peraltro anche comprensibile in un esordio, ma le doti compositive non mancano ed emergono nella title track e in She, due brani su cui gli Anèma hanno fatto davvero un buon lavoro. Interessante anche lo sviluppo di Free forever, mentre ho trovato piuttosto anonima Some fires, forse il momento meno riuscito del platter. Ottimo il prog metal di Let the sky in the mainland, che anticipa la gradevole Song for nothing, traccia abbellita dalla presenza di Bruno Ceretto al sax, un espediente ben riuscito e che potrebbe essere ulteriormente sviluppato in futuro. Il finale è nuovamente heavy con la tirata This place need revolution, perfetta per i set live della band. Questo debut si lascia ascoltare dall’inizio alla fine in modo assolutamente piacevole, convince per buona parte della sua durata e viene purtroppo inficiato da una produzione non all’altezza che finisce per appiattire il suono. Un peccato ovviamente risolvibile e che non compromette il giudizio positivo sull’opera prima dei siracusani. (Luigi Cattaneo)
 
She (Official Video)
 

mercoledì 24 maggio 2017

LORENZO VENZA, Liquid sky (2017)


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Esordio solista per Lorenzo Venza, chitarrista senese giovane ma già di grande e comprovata esperienza e attivo con svariate formazioni, tra cui il Trio Malè (jazz), i Beyond Abstract (jazz rock strumentale), gli LSD (trio strumentale) e gli Utopia (band prog metal con due dischi alle spalle, Ice and Knives e Mood changes), oltre che impegnato nel comporre musiche per spettacoli teatrali e reading. Un’artista così curioso e trasversale non poteva non cimentarsi in una prova a proprio nome (suonando anche alle tastiere), ottimamente sostenuto da una solida coppia ritmica formata da Alessandro Patti al basso e Valerio Lucantoni alla batteria, a cui vanno aggiunte le chitarre di Umberto Fiorentino (Lingomania, New Sound Planet, Mina, Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli) nella travolgente The door and the river e Brett Garsed (T.J. Kelmerich, Planet x, John Fahrman, Nelson, Derek Sherinian) nella brillante title track. Liquid sky è pura fusion progressiva e mostra un chitarrista capace di spaziare su più fronti, sempre tenendo ben presente la grande cura che va posta per l’aspetto melodico, senza lasciar parlare solo la notevole tecnica di cui è in possesso. Difatti Venza ha la volontà di essere viscerale e lirico, aspetti che alla fine risulteranno determinanti per la riuscita del platter, che ha un suono potente e ricco, fatto di fraseggi articolati e fulgide sospensioni, doti che lo hanno portato a costruire brani che non sono pensati per mostrare solo quanto si è bravi ma per arrivare a chi ascolta con passionalità e fluidità. Lorenzo è riuscito nell’intento di comporre un debut strumentale articolato tra jazz rock (Return to forever), progressive (The Aristocrats) e spirito fusion (Scott Henderson, Pat Metheny), mostrando sensibilità e grande professionalità nell’elaborare con efficacia un complesso crossover tra generi. (Luigi Cattaneo)
 
Seven words (Official Video)
 

sabato 20 maggio 2017

DARK AGES, A closer look (2017)


Fondati nel lontano 1982 da Simone Calciolari (unico membro della formazione originale ancora presente), i Dark Ages nel corso degli anni hanno vissuto stagioni alterne condite da lunghi stop. Difatti dopo il debut Saturnalia del 1991 si sono dovuti attendere ben vent’anni per la pubblicazione della prima parte di Teumman, completata poi nel 2013. I due dischi, di cui abbiamo ampiamente parlato su queste pagine, diedero loro l’opportunità di avere una discreta attività concertistica e di essere apprezzati non solo dai fan del metal ma anche da chi è più vicino al sound classico del progressive. Un concept che con l’aiuto di una compagnia teatrale e di alcuni attori/cantanti divenne addirittura una Rock Opera, un progetto ambizioso ed impegnativo che andava a certificare la bontà del loro operato. Dopo alcuni cambi di line up (quella attuale è formata da Simone Calciolari alla chitarra, Gaetano Celotti al basso, Roberto Roverselli alla voce, Carlo Busato alla batteria e Angela Busato alle tastiere), l’ensemble arriva oggi a pubblicare A closer look, un album dove le tematiche fantasy sono state sostituite da pensieri attuali e che riguardano la quotidianità, uno aguardo più attento su ciò che nella società moderna è divenuto normale pur non essendolo affatto. Un cambiamento già evocato dalla splendida foto di copertina fatta a Castelluccio di Norcia e opera di Elisa Catozzi, pur se poi le caratteristiche peculiari del sound non sono così dissimili dal passato più recente, con un accento maggiore sulle fasi progressive, che qui divengono un elemento centrale. La sontuosa title track iniziale ha una partenza strumentale raffinata, con Angela indubbiamente importante per raggiungere l’ideale climax su cui si inserisce Roverselli. Nel corso di quasi otto minuti i veronesi si destreggiano tra cambi di tempo e parti rocciose, con le tastiere sempre attente nello smussare le spigolosità insite nel sound, un elemento che permette al gruppo di avere un approccio alla materia che non disdegna tratti sinfonici. Ottimamente strutturata anche Till the last man stands, uno dei pezzi più coinvolgenti tra i presenti e apripista per le note suadenti di Yours, altro brano piuttosto articolato in cui possiamo scorgere umori sia dei Fates Warning che dei primi Dream Theater. La lunga At the edge of darkness raccoglie le stesse pulsioni, una sorta di compendio delle esperienze maturate, tra passaggi heavy prog vagamente Queensryche, sospensioni atmosferiche e un crescendo corale ben orchestrato. Dopo tanta grazia un lieve calo con la comunque piacevole ballata elettrica Against the tides, la composizione che più si discosta dalle altre e che vede partecipare le voci di Claudio Brembati (cantante degli Anticlockwise, freschi del nuovo Raise your head), Ilaria L’Abbate e Tiziano Taffuri (utilizzati nello spettacolo tratto da Teumman), oltre che il sax di Enrico Bentivoglio e con The anthem, un hard rock diretto e con pochi fronzoli. La conclusiva Fading through the sky (in cui compare anche una parte recitata da Paul Crespel), chiude invece epicamente un ritorno che non vuole brillare per originalità ma che ricerca costantemente pathos e feeling, confermando i Dark Ages come una band capace di comunicare qualcosa, caratteristica che da sempre accompagna il quintetto veneto. (Luigi Cattaneo)
 
A closer look (Video)
 

martedì 16 maggio 2017

PLURIMA MUNDI, Percorsi (2017)


Nati nel 2004 sotto la direzione artistica di Massimiliano Monopoli, violinista e docente al Conservatorio di Taranto, da subito i Plurima Mundi si sono contraddistinti per un progressive rock settantiano fresco e coinvolgente. Come vuole la tradizione la musica della band prevede una miscela di elementi che vengono amalgamati da elaborati contrappunti classicheggianti dettati non solo dall’elaborato del leader ma anche dal fine lavoro pianistico di Lorenzo Semeraro, bravo nel donare cromatismi significativi per la riuscita del platter. Le atmosfere sono quelle care ad act come Banco del Mutuo Soccorso o Castello di Atlante e dopo l’ep Atto I del 2009 il nuovo Percorsi conferma una band con ottime doti di scrittura accompagnate da un livello tecnico piuttosto alto. Il sestetto per l’occasione si ripresenta in formazione rinnovata (oltre ai già citati Monopoli e Semeraro troviamo Massimo Bozza al basso, Grazia Maremonti alla voce, Silvio Silvestre alla chitarra e Gianmarco Franchini alla batteria) e propone il suo progressive variegato e melodico lungo quattro brani (più una single version di L. … Tu per sempre) brillanti, pieni di pathos (in questo risulta determinante la voce della Maremonti) e che non potranno non appassionare chi ama certe sonorità. L’inizio è affidato al pregevole strumentale Eurasia, una sorta di grandiosa overture di dieci minuti e che mette in luce quasi tutte le caratteristiche principali dei tarantini, per quello che poi risulterà essere il momento più significativo dell’album. All’appello però manca ancora la Maremonti, che troviamo nella successiva e passionale verve di E mi vedrai … Per te, dove è ben presente il raffinato interplay tra Monopoli e Semeraro. L. … Tu per sempre conferma la capacità del gruppo di creare frangenti strumentali di grande gusto e dinamismo, con parti rocciose ma sempre elegantemente arrangiate. L’ultima traccia, Male interiore (la mia età), è un altro momento decisamente stratificato, in cui troviamo passaggi classici, ritmiche progressive e l’intensa interpretazione della cantante. Il disco è molto piacevole e segna un passo avanti nella carriera del gruppo, con la speranza di non dover attendere altri otto anni per sentir parlare nuovamente di loro. (Luigi Cattaneo)
 
L. ... Tu per sempre (Single Version)
 

domenica 14 maggio 2017

MASSIMO GIUNTOLI, Piano Poetry (live @ Agorà 13/5/2017)


L’Agora è una biblioteca di nuova costruzione creata ad Arese e che si inserisce all’interno di un percorso culturale che vuole dare un senso ulteriore ad un luogo solitamente molto silenzioso. Anche con queste premesse si può capire l’idea di lasciare un pianoforte a disposizione dell’utenza o di ospitare, come in questo caso, un personaggio curioso e trasversale come Massimo Giuntoli, non solo pianista ma anche compositore e protagonista di svariati progetti più o meno progressivi come Hobo (dove suona l’harmonium in coppia con Eloisa Manera al violino), Pie Glue! (con Clara Zucchetti al vibrafono, alle percussioni, alle tastiere e alla voce), Harpsy Duet (qui in doppio clavicembalo con Esther Fluckiger) e U-Gene (trova spazio la chitarra di Silvia Cignoli). Piano Poetry ha l’intenzione invece di musicare e cantare testi di celebri poeti e quindi si susseguono in maniera fluida e armoniosa i versi dell’immortale Emily Dickinson, le suggestioni di Walt Whitman che divengono spazio per passaggi canterburyani o le bravi escursioni nei versi di Gertrude Stein. Il tratto ironico non manca e si evince quando Massimo musica un testo tratto da un libro didattico utile per imparare l’inglese o le istruzioni poste su una confezione di spolverini per la casa ma anche nella scelta di alcuni autori come Norman Mailer e Robert Creeley. L’interpretazione di Giuntoli risente chiaramente del suo amore per il progressive, per il jazz rock e il R.I.O. e anche in tal senso vanno letti gli omaggi ai King Crimson e a Robert Wyatt, ma sono elementi che troviamo anche nei poemi di Diane Di Prima e Danielle Marie Hurren, poetessa di soli 27 che Massimo ha voluto inserire nello spettacolo. Non mancano due scritti del pianista, il work in progress di No witness around e la più strutturata Anyway, che conferma le sue passioni per un certo tipo di ricerca settantiana accomunabile anche al John Greaves di Piacenza. Un plauso va fatto a lui e a chi si spende per certe manifestazioni, che danno l’opportunità di conoscere, anche a chi non è del tutto avvezzo a sonorità del genere, artisti come Massimo, sinceri e fantasiosi. (Luigi Cattaneo)
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giovedì 11 maggio 2017

AFASIA, Nelle vesti del mio ego (2016)


Ospiti del prestigioso FIM che si terrà tra qualche settimana (26/27/28 maggio presso Lariofiere di Erba), gli Afasia (Marco Civilla alla voce, Francesco Lori alla chitarra, Giuseppe Poveromo alle tastiere, Damiano Lanciano al basso e Fabio Riccucci alla batteria) debuttano con l’ambiziosa opera Nelle vesti del mio ego, un lavoro complesso che ha visto i laziali piuttosto impegnati sia dal punto di vista strutturale che testuale. Il concept non è di facile lettura, elemento tipico di diversi gruppi che operavano nei ’70, ed è un crogiuolo di elementi che vanno a formare un racconto che vive di situazioni differenti, dove la duttilità diviene elemento essenziale per lo svolgimento della narrazione. Tra passaggi suggestivi, affondi heavy e tenui fraseggi, si sviluppa la storia di un ragazzo vittima di un disturbo mentale e costretto a passare l’esistenza in un sanatorio, con il disagio psicofisico crescente e il tema dell’abbandono e dell’emarginazione che in qualche modo connette anche l’uomo moderno. Argomento trattato dalla band con un certo carico di suggestione e che riesce nell’intento di apparire attuale ma nel contempo vintage, un percorso non molto lontano da quello di gruppi contemporanei come VIII Strada e La Bottega del Tempo a Vapore, anch’essi nostalgici di Banco del Mutuo Soccorso e P.F.M. ma attenti allo sviluppo hard del genere (Dream Theater, Vanden Plas). Eterogeneità che viene applicata comunque a schemi conosciuti e le molteplici sensazioni che emergono seguono l’intricata trama, con l’ensemble che si diverte ad utilizzare una vasta gamma di soluzioni creative, talvolta più epiche e intense, altre volte decisamente proiettate sul versante metal prog. I sei brani presenti sono mediamente lunghi, con la sontuosa title track suddivisa in due parti ad aprire e chiudere il platter. In mezzo la buona ballata La grazia di Andromeda, l’ottima e vibrante Grida dall’ade, la gradevole Perseo e soprattutto la suite di 20 minuti La valle delle ruote meccaniche, non sempre fluida lungo il percorso ma estremamente ricca e variegata e vera sintesi dello stile del gruppo. Chiaro che le tante sovrastrutture dei pezzi non permettono un ascolto di circostanza (cosa tra l’altro evitabile anche per dischi meno carichi di elementi) ma gli Afasia hanno sicuramente qualcosa da dire e lo dicono con sicurezza e determinazione. (Luigi Cattaneo)
 
Nelle vesti del mio ego (Album Trailer)
 

martedì 9 maggio 2017

EVILGROOVE, Cosmosis (2016)


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Attivi da quasi due decenni (ma sotto un altro monicker), arrivano al tanto agognato debut gli Evilgroove (Luca Frazzoni alla voce, Daniele Medici alla chitarra, Matteo Frazzoni al basso e Christian Rovatti alla batteria). Cosmosis ha un’innata indole Made in USA, una carica stoner riconducibile ai Black Label Society del grande Zakk Wilde, ai sempre poco citati Corrosion of Conformity ma anche agli Spiritual Beggars e agli storici e desertici Kyuss. Omaggi e riferimenti accompagnati da una certa istintualità, che produce riff durissimi e pezzi animati da uno spleen di abbagliante energia. Il groove è davvero pazzesco e le composizioni (a parte un piccolo calo nel finale) sono molto trascinanti, con suoni pieni, saturi e che vibrano all’interno di un equilibrio compositivo tra l’attitudine heavy, passaggi melodici e derive sabbathiane, un mood oscuro e diretto capace di esprimere dosi di potenza riconducibili anche ai Down di Nola. Le influenze d’oltreoceano si manifestano come uno stoner sludge rock monolitico, con riff ossessivi e ipnotici (Turn your head), strutture ritmiche enormi e un wall of sound che investe l’ascoltatore (Physalia). Tra un sabba nero e sporco (Vodoo down), riff esplosivi (Kick the can) e dettami inquieti (Locusta), gli Evilgroove confezionano un album di grande impatto, autorevole e trascinante. Da ascoltare a volumi assordanti. (Luigi Cattaneo)
 
Space Totem (Video)
 
 
 
 
 
 

QUADRI PROGRESSIVI, Nuda

Torna dopo un periodo d'assenza la rubrica Quadri Progressivi e lo fa rendendo tributo ad uno degli artwork più rappresentativi dell'intero periodo progressivo, ossia Nuda dei Garybaldi, esordio del 1972 dei liguri. Lorena Trapani stavolta ha sperimentato con la tecnica dell'acquerello con vino rosso (30x20), un lavoro pregiato che ha richiesto diversi tentativi prima di giungere a compimento e che rende giusto omaggio alla memoria di Bambi Fossati e a quella del suo creatore Guido Crepax.


sabato 6 maggio 2017

CANTINASOCIALE, Caosfera (2017)


Mancavano dal 2009 i CantinaSociale, dal valido Cum Lux che vedeva ancora nelle vesti di cantante Iano Nicolò, conosciuto soprattutto per la sua militanza negli Arti&Mestieri. Per questo come back gli astigiani hanno deciso di dare libero sfogo ad una creatività tutta strumentale, una verve espressiva catturata nel nuovo Caosfera, lungo sette tracce ispirate, che non dimenticano la lezione dei mostri sacri del progressive ma contemporaneamente cercano di non avere addosso un’etichetta a volte limitante. Chiaramente le stigmate del prog italico dei ’70 ci sono e il gruppo ha lo spirito di quel periodo stampato nel proprio DNA (anche perché alcuni elementi della formazione derivano proprio da quel decennio così caratterizzante). La band continua quindi la ricerca di un sound che possa rispolverare una stagione indimenticabile senza farla diventare ossessione (in questo mi hanno ricordato gli ottimi Phoenix Again), una componente fondamentale di una musica immaginifica che diviene colonna sonora di un ipotetico racconto filmico (e difatti la travolgente Temporali nascosti è il sonoro dell’omonimo cortometraggio muto del regista Livio Musso). Un approccio che mi ha riportato alla mente anche il buonissimo Stati di immaginazione della P.F.M. , soprattutto per la volontà di essere comunicativi senza abbandonare sovrastrutture e intrecci articolati, con il gruppo che a mio avviso ha toccato l’apice della sua carriera, forti anche di una certa coesione d’intenti che li ha portati ad adeguata maturazione. Oltre a Rosalba Gentile (piano e tastiere), Elio Sesia (chitarra), Marina Gentile (chitarra), Massimiliano Monteleone (percussioni) e Lucas Onesti (basso) in Caosfera troviamo anche Filippo Piccinetti al basso nell’intrigante title track, Christian Saggese (Isildurs Bane, Ares Tavolazzi, Richard Barbieri, Tony Levin) alla chitarra classica nella delicata malinconia di Verso sera e Davide Calabrese alla batteria. Il disco è il risultato del lungo periodo intercorso tra l’attualità e il lavoro precedente e mostra una compatezza di fondo ineccepibile, che si inesplica in brani spesso caratterizzati da solenni crescendi. Uno schema quasi post che infonde energia e vigore a strutture brillanti e ben studiate, in cui gli astigiani hanno calibrato momenti emozionali di sicuro impatto (Graffiti) attraverso una musicalità che vive sì di virtuosismi ma privilegia il pathos e la ricerca di un feeling che possa coinvolgere davvero chi ascolta. Le composizioni più lunghe vivono di atmosfere rarefatte che si trasformano in pulsioni rock illuminanti (Dune), con un interplay tra le parti equilibrato, in cui colpisce il lavoro delle due chitarre e le armonizzazioni sinfoniche di Rosalba Gentile. Una voglia di libertà compositiva che si traduce in soluzioni disparate (un po’ come hanno spesso fatto i Finisterre o i Giardini di Mirò), dove si finisce per perdere certe convenzioni pur muovendosi all’interno di un genere vecchio quasi cinquant’anni. Forse è proprio questa la forza dei piemontesi, essere riusciti ad omaggiare la stagione d’oro del progressive italiano con coerenza pur rimanendo ancorati all’idea di poterla raccontare come un gruppo del 2017, con confini dilatati e la volontà di poter essere apprezzati anche da chi non è del tutto avvezzo al genere. (Luigi Cattaneo)
 
Caosfera (Album Trailer)
 

venerdì 5 maggio 2017

RUXT, Behind the masquerade (2017)


Nati solo nel 2016, i Ruxt sono una band formata da musicisti di comprovata esperienza (Matt Bernardi dei Purplesnake alla voce, Stefano Galleano e Andrea Raffaele alle chitarre, Steve Vawamas degli Athlantis e dei Mastercastle al basso e Alessio Spallarossa dei Sadist alla batteria) che hanno deciso di unire le loro forze per creare un esordio energico e debitore dell’hard & heavy. Behind the masquerade è un concentrato di Deep Purple, Whitesnake e Ronnie James Dio e non manca negli arrangiamenti qualche riferimento al progressive, dettato probabilmente anche dall’abilità tecnica del quintetto (a cui bisogna affiancare alcuni ospiti di spessore come Pier Gonnella ed Emiliano Manuguerra alle chitarre oltre che Dave Garbarino e Damiano Tacchini alle tastiere, elementi importanti nell’economia del platter). I genovesi pur muovendosi nell’hard rock classicheggiante hanno ben presente quanto sia importante essere melodici oltre che diretti, riuscendo nell’intento di sfornare un debut davvero molto valido e che mostra tutto il background di cui dispone l’ensemble. Feeling e pathos che rispecchiano l’amore per un certo tipo di rock, a cui va aggiunta una certa compattezza di fondo e una cura compositiva che solo chi ben conosce la materia possiede. Il trittico iniziale regala delle perle di hard melodico, con Scare my demons ad aprire il lavoro in maniera potente ed epica, con la coppia ritmica giustamente in prima linea. Segue Soul keeper, uno dei pezzi meglio riusciti del disco e l’entusiasmante Spirit road, con un chorus quanto mai azzeccato e catchy. Cala il ritmo con Forever be, che non perde però in magniloquenza e grazia, prima di due momenti più heavy come Where eagles fly e Lead your destiny, dove si affacciano anche le influenze di band seminali come Saxon e Iron Maiden. Tanta foga lascia poi spazio alla breve e gradevole ballata A new tomorrow, seguita dalla più che discreta Daisy e da Life, unico brano piuttosto anonimo del disco. Sul finale però i Ruxt piazzano l’heavy massiccio di Between the lies e Madness of man e l’ottima power ballad Forgive me, molto sentita e coinvolgente. Chiude l’album l’omaggio ai Deep Purple di Fortune of soldier tratto da Stormbringer del 1974. (Luigi Cattaneo)
 
Soul keeper (Video)
 

lunedì 1 maggio 2017

CONCERTI DEL MESE, Maggio 2017

Lunedì 1
·Biglietto per l'Inferno a Lecco

Martedì 2
·Rick Wakeman a Torino
·Revelation a Roma

Mercoledì 3
·PFM a Firenze
·Pat Metheny a S. Benedetto d.T. (AP)
·Dream Theater a Roma
·Rick Wakeman a Milano
·Fabio Zuffanti a Genova

Giovedì 4
·Il Tempio delle Clessidre a Genova

Venerdì 5
·Il Tempio delle Clessidre a Lugagnano (VR)
·Periphery a Milano
·Dream Theater a Firenze
·Rick Wakeman a Roma
·Fabio Zuffanti a Savona
·RanestRane al teatro Guanella di Milano
·Ossi Duri feat. Elio a Collegno (TO)
·12 Foot Ninja+Uneven Structure a Firenze
·La Batteria a Roma

Sabato 6
·Il Tempio delle Clessidre a Milano
·The Cage+Real Dream a Cicagna (GE)
·Periphery a Bologna
·Osanna a Lugagnano (VR)
·Dream Theater a Lignano Sabbiadoro (UD)
·Prog61 ad Asciano Pisano (PI)
Taproban a Roma

Domenica 7
·Dream Theater a Torino
·Il Tempio delle Clessidre a Pistoia
·Lachesis a Ranica (BG)

Lunedì 8
·Le Orme a Ortona (CH)

Mercoledì 10
·Il Tempio delle Clessidre + Ingranaggi Della Valle a Roma

Venerdì 12
·Flower Flesh + Fungus Family a Genova
·Lingalad a Solaro (MI)
·Deus Ex Machina a Balerna (Svizzera)
·Finisterre + Ancient Veil a Genova

Sabato 13
·Locanda Delle Fate a Lugagnano (VR)
·Aldo Tagliapietra a Schio (VI)
·Fabio Zuffanti a Torino
·FixForb a Porcari (LU)

Domenica 14
·FixForb a Roma
·Silver Key a Milano

Sabato 20
·Garybaldi alla Casa di Alex di Milano
·Saint Just+Logos al Giardino di Lugagnano (VR)
·Arturo Stàlteri a Torino
·Faust a S. Vito Leguzzano (VI)
·Sycamore Age a Milano
·M.Giuntoli 'Piano Poetry' a Legnano (MI)
·Gabriel Knights a Roma
·Epping Forest a Roma

Domenica 21
·Fungus Family a Genova
·LBDV + Il Giardino Onirico a Roma
·Reverie a Cologno Monzese (MI)
·Valerio De Vittorio a Milano
·Monkey Diet a Bologna

Giovedì 25
·A. Tavolazzi Nadir Quartet a Cittanova (RC)
·Mito New Trolls a Bergamo
·Perspectives Of A Circle a Roma

Venerdì 26
·FIM a Erba (CO)
·Perfect Pair+Monnalisa a Lugagnano (VR)
·Faust & Malchut Orchestra a Catanzaro
·Mogador a Bregnano (CO)
·Savoldelli/Brunod/Li Calzi a Fasano (BR)
·Eveline's Dust a Scandicci (FI)
·Francesco Gazzara a Roma

Sabato 27
·FIM a Erba (CO)
·Aldo Tagliapietra a Lugagnano (VR)
·Malaavia a Bergamo
·M. Giuntoli a Paderno Dugnano (MI)
·The Winstons a Segrate (MI)

Domenica 28
·FIM a Erba (CO)

Martedì 30
·PFM a Sessa Aurunca (CE)

Mercoledì 31
·Lingalad a Chiuduno (BG)

sabato 29 aprile 2017

FUNGUS, The face of evil (2013)

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Oggi facciamo un salto indietro di qualche anno, esattamente il 2013, quando i liguri Fungus (Dorian Deminstrel voce e chitarra acustica, Alejandro J Blissett alla chitarra e al theremin, Zerothehero al basso e al flauto, Claudio Ferreri alle tastiere e Caio alla batteria) pubblicavano quella che attualmente rimane l’ultima prova in studio, The face of evil, realizzato per la Blood Rock Records. Il disco, pur essendo piuttosto derivativo, risulta fresco e accattivante e dosa con sapienza una miscela in cui convivono psichedelia, rock e progressive, un suono che trasporta l’ascoltatore in un decennio, il 65-75, che tanto ha dato alla musica sperimentale. L’album è un crogiuolo di idee, con una qualità media costante e qualche picco davvero interessante (come la lunga The sun o la dinamica Better than Jesus) in cui emerge soprattutto un lavoro d’equipe finalizzato alla riuscita del singolo pezzo. Lo sviluppo del platter rievoca i primi passi dell’era psichedelica di Beatles, Love e Doors, la visionarietà dei Pink Floyd degli albori, l’enfasi dei Genesis, il folk dei Jethro Tull e la grazia di Canterbury, influenze inserite in un songwriting di una certa valenza. Ma le fonti di ispirazione più o meno avvertibili sono ben incanalate in un discorso stilisticamente variegato, strutturato e intelligente, sicuramente appassionante per tutti coloro che ancora rimpiangono gli anni ’70. Un trademark che quindi comprende più stili, perché i Fungus paiono davvero convinti di potersi muovere cogliendo il meglio da un certo passato, forti di curiosità e cultura. Rispetto alle uscite precedenti mi pare che la band abbia accentuato lo spazio per le tastiere, costruendo brani forse più legati al progressive, in cui l’utilizzo del theremin dona una insana dose di particolarità al tutto. Esempio primario è l’inquieta Share your suicide III che acquisisce un sapore space non indifferente e che in un certo senso amplia maggiormente i canoni in cui muoversi. In attesa di nuove notizie dal gruppo (entrato da poco in studio) The face of evil è un espediente pregiato con cui attendere il prossimo episodio. (Luigi Cattaneo)
 
Share your suicide III (Video)