giovedì 6 dicembre 2018

ORPHAN SKIN DISEASES, Dreamy Reflections (2018)

Orphan Skin Diseases «Dreamy Reflections» | MetalWave.it Recensioni
Debutto per gli Orphan Skin Diseases, band formata nel 2015 da Massimiliano Becagli, batterista già in forza nei No Remorse e completata da Gabriele Di Caro (voce ex Sabotage e Outlaw), Juri Costantino (basso ex Creation) e David Bongianni (chitarrista passato dai Virya e dai Little CB). Lo stile è un crossover di metal, hard rock, alternative e grunge, tutte influenze che riescono a stare bene insieme, bilanciate da musicisti di esperienza e capaci di creare brani che coniugano potenza e melodia, in un crescendo di soluzioni catchy ben sviluppate e soprattutto non scontate. Dreamy reflections, uscito per LogiciLLogic Records, è la conferma di come sia vitale l’underground italico, sempre poco celebrato ma artefice di prove di spessore come questa, un racconto di settanta minuti che parte da subito fortissimo con la potente Into a sick mind, perfetta per aprire l’album e magari anche i live del quartetto. Punte progressive colorano la malinconica The storm e la suite conclusiva Just one more day, divisa in tre parti e tra i momenti più coinvolgenti dell’album, mentre puro e semplice hard rock è Awake. As a butterfly grub è un energico alternative rock, prima di Sorrow & Chain, vigorosa song di matrice heavy e di Waves, che presenta qualche notevole trama thrash metal, soprattutto nei riff strutturati da Bongianni e nelle ritmiche decise della coppia Costantino-Becagli, davvero pregevoli nel far comprendere come i toscani abbiano parecchie cartucce da sparare, per quello che è un esordio interessante e che meriterebbe di essere apprezzato senza essere relegato nel folto sottobosco delle piccole produzioni. (Luigi Cattaneo)
Official Album Trailer
 

sabato 1 dicembre 2018

CONCERTI DEL MESE, Dicembre 2018

Sabato 1
·Kaprekar's Constant al Giardino di Lugagnano (VR)
·Forza Elettro Motrice a Milano
·A.Tagliapietra + Saint Just a Afragola (NA)
·L’Ira del Baccano a Roma
·Dancing Knights a Roma
·Arca Progjet a Torino
·Rinunci a Satana? al Bloom di Mezzago (MB)

Martedì 4
·The Forty Days a Empoli (FI)
·Massimo Giuntoli a Milano

Giovedì 6
·Osanna + Annie Barbazza ad Afragola (NA)

Venerdì 7
·Osanna ad Albanella (SA)
·Gabriel Knights a Roma
·Barock Project a Roma

Sabato 8
·Napoli Centrale a Castelfranci (AV)
·Labirinto di Alice a Montebelluna (TV)

Mercoledì 12
·Ian Anderson a Bologna
·Massimo Giuntoli a Settimo Milanese (MI)
·The Winstons a Foligno (PG)

Giovedì 13
·Ian Anderson a Reggio Emilia
·The Winstons a Roma

Venerdì 14
·Lingalad a Sovere (BG)
·Of New Trolls a Napoli

Sabato 15
·Asia Minor a Milano
·Acqua Fragile a Lugagnano (VR)
·Sona et Labora a Popiglio (PT)
·Liberae Phonocratia a Milano
·Goblin + Balletto di Bronzo a Afragola (NA)
·Ozone Park a Cagliari

CLAUDIO FASOLI, Bodies (1990)


Tempo di ristampe per Claudio Fasoli, che grazie al lavoro dell’Azzurra Music riporta a galla un album del 1990, Bodies, registrato in quartetto con l’ausilio di Mick Goodrick alla chitarra, Palle Danielsson al contrabbasso e Tony Oxley alla batteria. Otto brani segnati da un accorato interplay tra il sax del leader e il sottovalutato chitarrista, sospinto dall’estro di Goodrick e dal tocco delicato ma deciso del suo compagno ritmico, musicisti d’oltreoceano che rimarcavano la volontà di Fasoli di allargare il raggio d’azione, sospinto anche dalla New Sound Planet, l’etichetta con cui incise quasi 30 anni fa il disco. Proprio la scelta di Goodrick appare determinante nella buona riuscita del prodotto e sono le parole stesse di Claudio a confermarlo. Sapevo che la scelta di invitare Tony avrebbe comportato uno sviluppo della musica in un senso assai diverso da quello che avevo in mente all’inizio. Ma, oltre a incuriosirmi molto, mi attraeva il suo modo spettacolare di essere imprevedibile … (dal libro Inner sounds, nell’orbita del jazz e della musica libera. Agenzia x, 2016).

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In effetti il batterista appare elemento originale e con elementi swing, capace di districarsi nella costruzione disciplinata di Bodies e ne sono esempio brani come Navel, sperimentale e minimale, con tanto di chitarra synth suonata ottimamente da Goodrick o l’iniziale Legs, armoniosa introduzione e tra le migliori del disco. Buonissimi gli spunti di Palle e di Mick in Belly, pezzo di valore all’interno di un quadro generale sempre di livello, confermato dalla creatività senza catene di Neck. Perché non c’è solo Fasoli a fare la voce grossa, ma un quartetto dinamico, costruito egregiamente e che rappresentava in quel momento una delle migliori prove espressive dell’ex Perigeo. (Luigi Cattaneo)
Legs (Video)
 


venerdì 30 novembre 2018

CARMELO CALTAGIRONE, The Iron Man (2014)


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The Iron Man è il primo lavoro del chitarrista Carmelo Caltagirone, registrato in piena autonomia nel 2014 e rimasterizzato oggi insieme ai due lavori successivi. Le ritmiche, ridotte all’osso, non aiutano le composizioni ad emergere come dovrebbero e l’attitudine sperimentale di questo esordio finisce per non convincere mai del tutto, seppure idee melodiche e spunti da cui partire siano anche presenti. L’autoproduzione fa il resto, soffocando in parte le intuizioni del giovane artista, che comunque quattro anni fa appariva ancora piuttosto acerbo nel songwriting e poco fluido nelle esecuzioni, con brani che, sì scorrono via piacevolmente, ma appaiono bisognosi di una maggiore cura per decollare davvero. Le cose migliori sono i riff del siciliano, che forse calati in un contesto di gruppo e con arrangiamenti ad hoc, elemento troppo trascurato in questa sede, potrebbero esaltarsi e non rimanere affossati dalle divagazioni di Carmelo, che, è bene dirlo, probabilmente non puntava molto sulla scrittura quanto più su una forma libera, un flusso dove al centro della scena c’è solo lui con la sua chitarra. (Luigi Cattaneo) 

The Iron Man (Video) 


 



  

venerdì 23 novembre 2018

LADY REAPER, Mise en abyme (2018)


Secondo album per i Lady Reaper (Simone Calderoni alla voce, Federico Arzeni alla chitarra, Stefano Coggiatti alla chitarra e alle tastiere, Gabriele Grippa al basso, alla chitarra e alle tastiere, Berardo Di Mattia alla batteria), figlio della loro passione per l’heavy classico, quello dei Black Sabbath e degli Iron Maiden, reso però con personalità ed una certa poliedricità, tanto che non è difficile scovare trame progressive tra le pieghe di Mise en abyme. La tanta carne al fuoco che invade l’album trova nella Valery Records l’etichetta ideale per esprimere con eclettismo la propria visione musicale, che partendo da un background hard finisce per sfumarsi in sezioni poliedriche, regalandoci momenti di pura tensione drammatica, profonda e tenebrosa. L’intro iniziale funge da apripista per The eternal carnival, dove la componente metal diviene predominante e lascia trasparire nel break centrale le doti tecniche in possesso dei romani. Abracadabra, breve e oscura, ci porta alla seguente Another me, pezzo coinvolgente e stilisticamente perfetto. Fragments si sviluppa come una malinconica ballata elettrica, sei minuti abbelliti anche dalla voce di Hekàtè dei W.H.I.P., prima di Buried in my dreams, brillante esempio di heavy dai contorni progressivi, irrobustito dalla presenza di Valerio Cascone, frontman dei bravissimi Ozaena. Stops the mops torna su territori più canonici, mentre Mr Nick : Diabolical Bets è la sintesi del percorso dei romani, una suite in tre parti con tanto di gran finale, crossover di metal, prog, teatralità e grandeur epico, in cui risuona forte la tromba di Davide Simoncini, altro ospite dell’album. Chiude il lavoro la potente Headless ride, vicina ad alcuni episodi dei Death SS e un outro strumentale dal sapore sinfonico che mi ha invece ricordato l’approccio alla materia dei seminali Savatage. Come back di ottimo livello, assolutamente consigliato a tutti i fan dell’heavy e anche ai progsters dalla mentalità più aperta. (Luigi Cattaneo)
Mr Nick : Diabolical Bets (Video)
 
 
 
 

giovedì 22 novembre 2018

PEAKS, Peaks (2017)

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Il primo lavoro in studio del progetto Peaks (Lorenzo Canella alla chitarra e ai synth, Cisko Foreen alla batteria, GG Rock ai synth) è un breve ep (poco meno di 15 minuti) che si sviluppa sull’interplay tra fraseggi acustici e le oblique melodie dettate dai sintetizzatori, un disco delicato e dalle forti atmosfere cinematografiche. Ovviamente la brevità del prodotto lascia solo trapelare gli sviluppi futuri del trio e non è dato sapere se questa uscita, legata ad una rivista pubblicata dalla loro etichetta, la Jetlow Recordings, sia in realtà una boutade momentanea o qualcosa di più concreto. Ciò che è certo è che GG (Parker Barrow, mente proprio della Jetlow e membro dei validi The Wankerss) lascia da parte il rock e si cimenta insieme ai suoi compagni di avventura in un breve e tenue racconto, fatto di chitarre arpeggiate e synth che strizzano l’occhio anche a Mogwai e Sigur Ròs, un piccolo e gradevole viaggio che meriterebbe un passo successivo, magari più corposo e strutturato. (Luigi Cattaneo)
The fall (Official Video)
 

ARMONITE, And the stars above (2018)

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Gli Armonite sono un duo formato da Jacopo Bigi (violino) e Paolo Fosso (piano, tastiere e composizione) e il nuovo And the stars above (seguito di The sun is new each day, disco che fu prodotto da Paul Reeve, già al lavoro con i Muse) vede la partecipazione di una serie di ospiti tra cui Colin Edwin (conosciuto per la sua militanza nei Porcupine Tree), Giacomo Lampugnani e Alberto Fiorani al basso, Corrado Bertonazzi, Emiliano Cava e l’olandese Jasper Barendregt alla batteria. La proposta, quasi interamente strumentale, vive sull’interplay tra i due factotum della band, una musica capace di suggerire immagini, filmica nel suo avanzare tra delicati momenti corali, frazioni classicheggianti e umori progressive, una scrittura che tradisce l’amore di Fosso per le soundtrack e che fa il paio con la distribuzione firmata dalla Cleopatra Records, etichetta di Los Angeles. Gli Armonite, partendo da questi presupposti, scandiscono la loro visione sonora districandosi in un melting pot interessante e soprattutto sempre a fuoco (basti ascoltare l’ottima District Red, con il violoncello di Marcello Rosa, la spumeggiante What’s the Rush o l’entusiasmante Blue Curacao), anche nei pochi momenti cantati, tra cui spiccano The march of the stars e Clouds collide, entrambe con la particolare voce di Maria Chiara Montagnari. Da segnalare anche due bonus track conclusive, la raffinata A playful day, scolpita magnificamente da un quartetto d’archi e l’elegante piano solo di The fire dancer. (Luigi Cattaneo)
Blue Curacao (Video)

mercoledì 21 novembre 2018

ALDI DALLO SPAZIO, Quasar (2018)

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Nati nel 2015, gli Aldi (Awesome Lysergic Dream Innovation) dallo Spazio, sono un quintetto formato da Dario Federici (voce e tastiere), Davide Mosca (chitarra), Simone Sgarzi (chitarra), Marco Braschi (basso) e Lorenzo Guardigli (batteria). Un monicker così particolare offre da subito l’idea di trovarci al cospetto di un progetto che guarda alla psichedelia e Quasar effettivamente non tradisce le attese, irrorando però la materia con forti punte progressive, in un connubio riuscito tra Pink Floyd e vecchio progressive. Non si fatica a essere coinvolti dalla passione che emerge dai cinque brani di questa autoproduzione, tutti ricchi di spunti interessanti e ottime trovate, tanto che si finisce per rammaricarsi di una produzione che poteva esaltare maggiormente le dinamiche create dai ravennati. La partenza di Long time lover chiarisce subito la direzione dell’album, con un attacco che ricorda la freschezza della P.F.M. e si sviluppa in territori marcatamente rock, con un chorus immediato che si stampa in testa con facilità. Davvero un buonissimo inizio, introduzione alla prima suite che incontriamo, The distance, che si divide tra temi al limite del kraut, dark prog, e psichedelia, un crogiuolo di emozioni e liricità davvero notevoli per una band all’esordio. Little Piggy Will è un affresco di fine anni ’60, Santana (a freedom song) mi ha ricordato il mood dei grandi Iron Butterfly, mentre la conclusiva suite Epiphany, tra echi space rock, svisate folk, psichedelia e marcati accenni al prog settantiano, chiude un disco intenso e meritevole di attenzione da parte del pubblico più devoto a certe sonorità. (Luigi Cattaneo)
  

venerdì 16 novembre 2018

IL SENTIERO DI TAUS, Macrocosmosi (2018)


Come back per Il Sentiero di Taus, progetto conosciuto dagli amanti del progressive rock per La grande perla del 2013 e che dopo cinque anni di attesa arriva alla pubblicazione del nuovo e ambizioso Macrocosmosi, edito da Lizard Records sotto la supervisione di Fabio Zuffanti. Prog che guarda ai settanta, col tema religioso che rimanda ai lavori di Rovescio della Medaglia, Latte e Miele, J.E.T., ma anche ai Genfuoco di Dentro l’invisibile, con incursioni in territori hard che sottolineano i momenti più concitati di questo concept sulla genesi del macrocosmo, un racconto sulla metamorfosi dell’uomo a divinità e i segreti della setta curda mesopotamica Yazidi. Gennaro Lucio Zinzi (voce, chitarra, flauto e tastiere), Tiziano Taccini (chitarra), Jesus (basso) e Claudio Buonfiglio (batteria), dividono il disco come un’opera rock, con tutto quello che ne consegue a livello di scrittura e impulsi. Il tema mistico-religioso non facilità la scorrevolezza del prodotto ma un discreto dinamismo e alcuni ottimi momenti (Era moderna, Al Jilwah) innalzano la qualità media, conquistando ascolto dopo ascolto, tra brevi distorsioni, ritmiche dispari e vellutati passaggi flautistici. L’aspetto melodrammatico viene incanalato in un contesto tipicamente vintage, dai suoni al cantato, con l’eccezione di alcuni fraseggi più vicini al metal, aspetto interessante, seppur non di certo nuovo, che amplia la zona di movimento del quartetto. La cura per l’aspetto testuale del racconto (aspetto complesso per l’argomento affrontato) mostra la voglia di non fallire dei lombardi, a cui va aggiunta l’attenzione per l’aspetto melodico della narrazione, un romanticismo progressivo contraltare di alcuni momenti più hard, trademark di un disco evocativo, passaggio importante per ulteriori sviluppi futuri su cui continuare a lavorare con costanza e impegno per crescere ulteriormente. (Luigi Cattaneo)
Era moderna (Video)
 

giovedì 15 novembre 2018

DESOUNDER, Desounder (2018)


Nati cinque anni fa come Rider’s Bone da un’idea di Martino Pighi (batteria) ed Eleonora Nory Mantovani (voce), la formazione, dopo i consueti cambi di line up, si stabilizza con l’arrivo di Nicolò La Torre (chitarra) e Matteo Valle (batteria), un quartetto che trova il proprio punto di forza nell’impatto live e che con il monicker Desounder affronta la prima prova in studio (dopo aver firmato per la veronese Andromeda Relix). Rock contemporaneo capace anche di guardare ai classici, senza fronzoli ma con qualità tecnica, melodico e aperto all’inserimento di pulsioni blues e black, come suggeriscono i concerti di spalla a Mike Terrana, all’indimenticato Rudy Rotta, a JC Cinel e agli stralunati The Mentalettes. L’iniziale Man from the moon è perfetta per introdurci nell’universo del quartetto, con il suo andamento serrato e la voce della Mantovani in primo piano. Dear John presenta una raffinata sezione fiati, che aggiunge groove alla proposta, Pain torna su territori maggiormente rock, mostrando aggressività e una giusta dose di irruenza, complice anche la partecipazione di Alessandro Zara della prog band Il Rumore Bianco, ospite che ritroviamo anche in I take my time, una ballata elettrica che mette in mostra anche un’altra veste della compagine veneta. Prisoner è un altro momento vibrante e dal cuore rock, mentre un introduzione blues apre le porte di King of nothing, che poi si sviluppa tra riff hard e un chorus accattivante. The void of absence accentua il lato drammatico della proposta, con Zara e la Mantovani autori di una prova convincente e molto sentita, che punta sull’aspetto emotivo di una delle tracce più riuscite dell’intero lavoro. Save our souls mostra l’innata capacità della band di creare soluzioni che abbinano con efficacia impatto e grandi aperture melodiche, un trademark che accompagna per intero questo esordio e che non fa difetto nemmeno nella conclusiva You fall again, epitaffio di un disco coinvolgente e pieno di sana passione. (Luigi Cattaneo)
Official Album Teaser
 

domenica 11 novembre 2018

LAVIÁNTICA, The experience (2018)

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The experience è il secondo album dei Laviàntica, band romana nata sul finire degli ’80 come Alterego, sulla scia di gruppi come Marillion, Twelfth Night, Ezra Winston e Leviathan. Dopo Clessidra del 2013 (di cui avevamo parlato su queste pagine) ha deciso di dare una svolta al proprio sound, ora interamente strumentale, sinfonico e suonato con bravura da Daniele Sorrenti (flauto, minimoog e vibrafono, già con gli storici Semiramis), Luciano Stendardi (piano e tastiere), Paolo Musolino (tastiere e chitarra acustica), Marco Palma (chitarra), Paolo Perilli (basso) e Marco Rovinelli (batteria). Il concept racconta in musica l’esperienza di Galbat, un essere immaginario proveniente da uno spazio immateriale, che decide di esplorare il nostro mondo fisico, a lui ignoto (l’intera storia è descritta con efficacia nel booklet). Ovviamente narrare senza l’ausilio testuale prevede la grande capacità di saper comunicare, di trasportare in un mondo immaginifico dove le note suggeriscono emozioni, un filo narrativo non semplice da gestire che rende la prova del sestetto ancora più meritevole di sostegno. I primi due pezzi sono la sintesi dei nuovi Laviàntica, The journey e Breathing flower riassumono in venti minuti complessivi sfumature settantiane, delicati interventi flautistici e raffinate tastiere, tra Camel, prog classicheggiante e romanticismo, strutture tenui pur nella loro complessità, a cui si aggiungono le note di Fabrizia Pandimiglio al violoncello nella seconda composizione. Closer si assesta su buoni livelli, tra parti lievi e robuste intrusioni dei sintetizzatori, a cui fa eco Artificial thought, pezzi che confermano le doti di scrittura e le migliorie sostanziali rispetto al recente passato. La soave e impalpabile The wait introduce Traveler, ottima conclusione di un come back che mostra il salto di qualità avvenuto in questi cinque anni dai capitolini. (Luigi Cattaneo).
 
The Journey (Video)
 

mercoledì 7 novembre 2018

SIRJOE PROJECT, Letze Baum (2018)


Dietro il monicker SirJoe Project si cela Sergio Casamassima, noto per la sua lunga  militanza nei bravissimi Presence, con cui ha realizzato svariati lavori sin dalla fine degli anni ’80 (l’ultimo in ordine temporale è Master and following del 2017). Letze Baum è il suo primo da solista, registrato in piena autonomia e con l’aiuto dei soli Alessandro Granato per quel che riguarda le parti vocali e Mario Mutti per i testi, nasce da un concetto ambientalista spesso attribuito ad un capo indiano, ossia come l’avidità del genere umano stia portando alla distruzione del pianeta e dell’uomo stesso. Il progressive rimane l’approdo sicuro di Massimo, che instilla parti elettroniche (una delle sue passioni), bordate heavy, passaggi delicati e lievi tocchi di natura etnica, dettati soprattutto dall’utilizzo di voci campionate, che donano alla struttura, in alcuni punti, una straniante aurea world. La curiosità di Casamassima è basilare per la riuscita di un album che non dimentica il dark prog del gruppo di origine, accostabile per intensità e tratti inquieti, lungo 70 minuti che conquistano anche per aspetti melodici curati che rendono il complesso godibile, avvincono all’interno di un percorso strutturato e con ampi sviluppi. Il napoletano mostra tutte le sue doti in brani fantasiosi come Deadly waltz, I need time o la lunga strumentale Anyway (forse la perla del disco) ma è l’opera nella sua interezza a convincere e a ripresentare Casamassima ancora una volta su ottimi livelli di scrittura ed estro compositivo. (Luigi Cattaneo)
Album Trailer (Video)
 

giovedì 1 novembre 2018

ITALIAN POST ROCK MOVEMENT FEST

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Tutti gli appassionati di Post-rock sono invitati a Trieste il 16 e 17 novembre per vedere live, sul palco del Loft di Trieste, i The Chasing Monster che presenteranno il debut Tales, i Löve, progetto solista di Micaela Carlotta Amore, gli interessanti EUF, il duo Aria Motifs, i Winter Dust freschi del nuovissimo Sense by erosion, i suggestivi Il Giardino degli Specchi di Oltremare, i Red Light Skyscraper di cui ci siamo occupati proprio da queste pagine per il buonissimo Still the echo e gli ottimi Quiet is the new Loud

Inizio concerti: ore 21:00, entrata gratuita

Nella playlist "Italian Post-rock" (
https://spoti.fi/2Jawya3 ) troverai i lavori delle band che parteciperanno al festival

MARIA ELENA CRISTIANO, Me and the Devil (2018)

 

 
L'immagine può contenere: 2 personeMe and the Devil trae spunto dalla leggenda che aleggia attorno alla figura di uno dei padri del blues, Robert Johnson, divenuto improvvisamente celebre nella prima metà degli anni Trenta. Il grande chitarrista amava raccontare ai suoi colleghi musicisti di aver ottenuto il dono di suonare così mirabilmente la sua fedele sei corde, grazie a un patto stretto con il Maligno. Il romanzo si ispira a questa macabra storia, per porre un interrogativo diverso: se non fosse l’uomo a proporre al Diavolo la sua anima in cambio di fama, successo e denaro, ma fosse Satana a invaghirsi dell’anima di un mortale, cosa accadrebbe?  La trama si svolge fra il Mississippi della fine degli anni ‘30 e le assolate spiagge della California della metà degli anni ‘80. I protagonisti sono quattro musicisti rock di Van Nuys, sobborgo industriale di Los Angeles, alle prese con la difficile e tortuosa ricerca del successo, con il fantasma di Robert Johnson e con Satana in carne e corna. Il carismatico leader della band, un italo americano dalle belle speranze infrante, coinvolgerà, suo malgrado, i suoi compagni di avventure, sbornie e divertimento, in una giostra infernale dove lecito e illecito, bene e male, sesso e amore, si confonderanno in un turbinio di soldi, successo, fama e vizio. La vita dei quattro cavalieri del rock, divenuti improvvisamente idoli dello show business, sarà distrutta e ricostruita dall’oscuro signore che manovra le menti, i pensieri e i cuori dei membri della band …

Maria Elena Cristiano nasce a Roma, dove ancora risiede. Laureata in Medicina, è direttrice di un'agenzia di servizi letterari, il Babylon Café. Ha all'attivo due romanzi: L'isola delle bambole (Europa Edizioni, febbraio 2016) e Immortali (Kimerik, gennaio 2012).

Di seguito il link per acquistare Me and the Devil https://www.amazon.it/Devil-Odissea-Digital-Maria-Cristiano-ebook/dp/B073C9SKSM/ref=tmm_kin_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr&fbclid=IwAR0v9XqgSJrgaohZwvTkoWS5Yy5HheCuKGpqEdvIv-BYB55OF7NwWz3zmJI

CONCERTI DEL MESE, Novembre 2018

Venerdì 2
·Napoli Centrale a Brescia
·Il Segno Del Comando a Genova

Sabato 3
·Pavlov's Dog al Giardino di Lugagnano (VR)
·Napoli Centrale a Milano
·Marygold a Pastrengo (VR)
·Wandering Vagrant a Subbiano (AR)


Domenica 4
·La Zuccheria ore 17 a Lainate (MI)

Sabato 10
·Coscienza Di Zeno alla Casa di Alex di Milano
·La Bottega del Tempo a Vapore ad Acerra (NA)


 Venerdì 16
·Osanna a Milano

Sabato 17
·Osanna al Giardino di Lugagnano (VR)

·Riccardo Zappa a Romano d'Ezzelino (VI)
·Andromeda Relix Fest a Pastrengo (VR)




Domenica 18
·Sonata Island Quartet alle 17 a Lainate (MI)

Venerdì 23
·Le Orme + The Trip a Torino

Sabato 24
·Between The Buried And Me + Tesseract a Parma
·The Coastliners a Lido di Ostia (Roma)
·Kingcrow a Roma
·The Forty Days a Zero Branco (TV)
·Prog61 ad Asciano Pisano (PI)

Domenica 25
·Syndone a Torino

·Gus G al Legend di Milano

Venerdì 30
·North Sea Radio Orchestra a Piacenza

mercoledì 31 ottobre 2018

ARCA PROGJET, Arca Progjet (2018)


Debutto assoluto per i piemontesi Arca Progjet, nati da un’idea di Alex Jorio (batteria e tastiere, membro degli Elektradrive) e Greg Verdun (basso, chitarra, tastiere), si completano con l’ingresso in formazione di Sergio Toya (voce), Carlo Maccaferri (chitarre) e Filippo Dagasso (tastiere). Il disco, uscito sotto l’egida della Jolly Roger Records, è un melting pot di prog, hard e A.O.R., una sintesi del percorso partito nei lontani anni ’80, quando gli Elektradrive pubblicavano album importantissimi per la scena rock italiana, con uno sguardo al progressive storico e ad alcuni album della P.F.M., in particolare Serendipity del 2000, con il quale condivide alcune scelte stilistiche. Le parole di Alex spiegano il senso di questo suo personale ritorno … Dopo anni bellissimi di musica condivisa insieme a Greg è giunto il momento di regalarci questo album. Il nostro percorso musicale è molto simile ed è sempre stato guidato dalla volontà e dalla presunzione giovanile di realizzare la nostra musica, sin dagli esordi ai tempi del liceo. Un paio di brani contenuti sono frutto di quegli anni e grazie al riascolto delle vecchie cassette abbiamo avuto modo di ricostruirli riarrangiandoli, senza però alterare il sapore compositivo originale. Risalgono al 1993 le mie prime idee sul logo e sul nome ARCA che mi tormentava e la convinzione che, prima o poi, l’avrei utilizzato. Come l’Arca di Noè capace di traghettare uomini e specie animali alla ricerca di un approdo dove ricominciare, la nostra Arcanave ricerca un nuovo pianeta solcando gli spazi con il suo cargo di musica. Ed infatti il brano Arca è stato il propulsore per tutto il progjetto. E’ stato facile coinvolgere Greg a contribuire con le sue composizioni, posso dire che era fisiologicamente pronto come del resto anche io! Il lavoro risulta sin da subito piuttosto interessante, con l’opener Arca (dedicata alla memoria di John Wetton) ancor più luminosa grazie all’intervento di Arturo Vitale degli Arti & Mestieri al sax soprano, ma la resa melodica e molto fruibile di questo esordio pervade gran parte delle tracce e momenti come Metà Morfosi, Delta Randevouz o Requiend, sono lì a dimostrarlo. Il progressive lo si riscontra soprattutto nell’ottima Sulla verticale e nella strumentale Un.Inverso, in cui appare anche la magica chitarra di Gigi Venegoni. Da segnalare infine gli interventi di Matteo Morelli al flauto nella buonissima Battito d’ali e di Mauro Pagani al violino nella gradevole Cielo Nero, importante contorno di un esordio piacevole e dal discreto bilanciamento tra le varie influenze che animano il progetto. (Luigi Cattaneo)
Arca (Official Video)
   

lunedì 29 ottobre 2018

SIMONE SESSA, See the Zen key (2017)


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Laureato al Conservatorio di Salerno, Simone Sessa, ha sviluppato un suo peculiare stile anche grazie all’importante esperienza con il Crossroads Improring, un collettivo dedito alla sperimentazione e all’improvvisazione, un radicalismo che è udibile anche in questo See the Zen key, edito da Lizard, etichetta sempre attenta nel cercare musicisti curiosi e fuori dai classici schemi. Simone tenta di superare gli steccati tradizionali, armato della sua chitarra elettrica e di effetti e loops connessi, componendo otto brani che profumano di soundtrack, motivo per cui non ci troviamo dinnanzi ad un lavoro di facile lettura. Il suo amore per il cinema si evince anche dalle dediche ai registi che più lo hanno formato e influenzato, raccontate tramite una sei corde che sviluppa il suo suono attraverso una serie di pedali efficacemente utilizzati dal campano e loops che si accavallano, si intrecciano, guardando alla drone music, all’ambient psichedelico e al minimalismo sperimentale. L’album oscilla tra momenti che accentuano l’utilizzo di suoni ripetuti, brevi variazioni armoniche e marcatamente prolissi (l’iniziale Mulholland empire o la straniante Escape from Michael Myers) ad altri più dinamici e strutturati (Brazil), sempre all’insegna di uno spirito avanguardistico poco incline a compromessi, un prendere o lasciare che rischia l’incomunicabilità e che destina See the Zen key  ad essere un prodotto fruibile solo per chi ha già dimestichezza con il genere proposto. (Luigi Cattaneo)

domenica 28 ottobre 2018

CENTO SCIMMIE, Fragile (2018)


Attivi dal 2013, i padovani Cento Scimmie arrivano con Fragile al disco d’esordio, album energico e vigoroso dalle forti tinte alternative rock, anche anni ’90. I riff di chitarra di Alessio Ometto e Antonello Carrossa, su cui si strutturano le composizioni, denotano un songwriting intelligente e attento, ma a colpire sono pure le ritmiche della coppia formata da Mirko Visentini (batteria) e Massimiliano Bilato (basso) e la voce del bravo Andrea Coppo, tra i protagonisti di questo Fragile.  Le distorsioni di Cosmetico aprono il lavoro, perfetta opener in cui le sostenute ritmiche offrono la spalla ai riff di chitarra e ad un cantato profondo e convincente, ma anche la successiva trama di Schiena risulta carica di enfasi ed emozionalità ai limiti del post. Più immediato il singolo Cane, che presenta pulsioni funk, mentre Verme è decisamente darkeggiante e flirta con l’heavy, soprattutto per una verve complessiva granitica e piena di mascolina forza. Ipergiganti gialle si distingue per tratti quasi psichedelici e progressivi, ma gli otto pezzi risultano tutti possenti e di grande impatto e probabilmente non sfigurerebbero affatto nemmeno nelle radio di settore. Pezzi prosegue in questa alternanza tra attimi di furore e altri pacati e melodici, prima di Basta che funzioni, altro frangente dinamico e dalla giusta ruvidità e Labbra, titolo conclusivo di un lavoro estremamente interessante e che rilancia ancora una volta la figura della Overdub Recordings all’interno del panorama underground italiano. (Luigi Cattaneo)
Schiena (Video)
 

sabato 27 ottobre 2018

RED LIGHT SKYSCRAPER, Still the echo (2017)


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Nati a Siena nel 2013 con l’idea di proporre un post rock fresco e sperimentale, i Red Light Skyscraper, dopo Fourteen Months del 2016, in cui raccoglievano i loro primi quattro singoli, arrivano alla pubblicazione di Still the echo l’anno seguente, trenta buonissimi minuti che si lasciano apprezzare e scorrono via con grande fluidità. Il sound dei toscani (Carlo Parillo alla chitarra, alla voce e alle tastiere, Jacopo Palumbo alla chitarra, Leonardo Bindi al basso e Matteo Vispo alla batteria) ha tutti i requisiti del post strumentale, viscerale e passionale, quello di band come Explosion in the sky, Mogwai o i nostrani Il giardino degli specchi. Registrato in presa diretta, il disco oscilla tra le tipiche sfuriate elettriche e passaggi lievi, atmosferici, come da consuetudine del genere, croce e delizia dei sostenitori e di chi non apprezza particolarmente queste produzioni. Certe pulsioni sono già evidenti nell’iniziale Don London, trama apripista di un lavoro che vive di grandi momenti, come Yugen, trip decadente e dark di grande effetto. L’inquietudine di fondo coinvolge chi ascolta, una sospensione di percezioni che si traduce in istanti di commozione, tradotti tramite la stupenda Sleep on it, la livida Luke e la conclusiva Wander, che definiscono un esordio brillante e che ha l’assoluta capacità di resistere nel tempo. (Luigi Cattaneo)
Don London (Video)

lunedì 22 ottobre 2018

DAYLIGHT SILENCE, Threshold of time (2018)

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Una presentazione distopica accompagna i Daylight Silence, una sorta di racconto fantasy ma anche sociale, in cui i protagonisti, cinque mercenari, decidono di suonare insieme facendo vibrare lo spazio. Ovviamente diviene difficile capire solo da questo che tipo di sound aspettarsi ma l’iniziale The power of speech è sintomatica del percorso della band, capace di unire melodia e pulsioni heavy, con lo sguardo verso i Rainbow e gli Iron Maiden, forse tra le influenze più nitide del quintetto, che non dimentica di omaggiare anche un certo progressive, più nelle intenzioni e in alcune trovate, a dire il vero, che nella forma. Sciolti i dubbi, ritroviamo la stessa calorosa verve nella sentita Dreaming of freedom, un momento estatico, che sottolinea i sogni espressi nell’episodio. I quaranta minuti circa del disco risultano fluidi e scorrevoli, con il gruppo, che pur avendo buone doti tecniche, preferisce puntare su impatto e cura per la scrittura, trovando nel carattere malinconico di certe impostazioni un vero punto di forza (ricordandomi per mood alcune cose dei Vanden Plas). Gradevole Falling to the ground, mentre Someone I know conferma l’attitudine vintage della band, che guarda con rispetto all’hard & heavy primigenio. Sleep è una piacevole ballata, la title track invece conclude con piglio ottantiano un disco fatto di potenza e indubbie doti comunicative. (Luigi Cattaneo)
Threshold of time (Video)
 

venerdì 19 ottobre 2018

BOGAZZI/GASPAROTTI, Extrema Ratio (2018)


 
Duo sperimentale quello formato da Nicola Bogazzi e Gabriele Gasparotti, che con Extrema Ratio tentano la difficile carta di unire elettronica, concrete musique alla Michel Plourde, minimalismo memore della lezione di Philip Glass e avanguardia (anche di natura prog). Lo spunto nasce dalla lettura della sceneggiatura di Maldoror – Il dio selvaggio (o malvagio, vista la correzione fatta a margine dal regista), film di Alberto Cavallone mai visto da nessuno perché bloccato da gravi problemi di censura e che si perse in seguito al fallimento dell’allora casa di produzione della pellicola misteriosa. La copia, ricevuta per merito di Davide Pulici, fondatore e caporedattore di Nocturno, fa il paio con il ritrovamento delle partiture della colonna sonora originale (ad opera di Rosario Maria Montesanti, anche aiuto regista).
 
Ovviamente il clima che si respira è quello della soundtrack, con i due bravissimi nel narrare senza aver visto nulla, un modus operandi in cui la suggestione diviene elemento lirico centrale di un contesto chiaramente ombroso, velato, che si perde nella leggenda. La strumentazione analogica dei due finisce per fare la differenza e l’interplay tra i synth, le chitarre (preparate ed acustiche) e gli elementi ritmici e percussivi, assume contorni inaspettati e sinuosi, immaginifici nel trasporre in note un racconto plumbeo e visionario.
Complimenti ai toscani, che insieme a Pulici, compiono un lavoro di ricerca notevole e danno lustro ad una delle tante opere nascoste e dimenticate, o come il caso di Maldoror, avvolte da un grande e affascinante enigma. In appendice il link del trailer Maldoror – Il mistero, documentario con le musiche di Bogazzi e Gasparotti che si trova nel dvd Spell, Dolce Mattatoio dello stesso Cavallone. (Luigi Cattaneo)  

mercoledì 17 ottobre 2018

RINUNCI A SATANA?, Blerum Blerum (2018)

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Secondo album per i Rinunci a Satana?, duo composto da Damiano Casanova (chitarra, tastiera e synth) e Marco Mazzoldi (batteria), che con Blerum Blerum firmano un lavoro corposo e pieno di ottimi spunti. La partenza è affidata alla roboante carica heavy di Valhalla rising, fulminante ascesa negli inferi del rock, il cui riff diviene perno centrale di una traccia volutamente hard, ideale per invitare l’ascoltatore a proseguire nel viaggio ferale. Meravigliosa e con forti accenti settantiani La veneranda fabbrica del doom, un incrocio pericoloso tra stoner, doom (per l’appunto) e progressive, che non manca di citare i maestri Black Sabbath, ma l’intensità non cala nemmeno con le due sezioni di Blerum, una suite che racconta il mondo della band, diviso tra una chitarra tanto heavy quanto rock blues nei passaggi slide, sospensioni psichedeliche e progressive italiano, chiudendo ottimamente una prima parte davvero avvincente. La seconda si apre con Salice mago, che propone il dualismo tra momenti aggressivi e altri più suadenti, sempre con lo sguardo del sommo Hendrix a vigilare, metaforico traghettatore di noi povere anime verso Niente di nuovo sul fronte occidentale?, altro frangente che abbina prog, psichedelia acida e hard rock sabbathiano, risultando ancora una volta credibile e, perché no, attuale. La visione vintage del duo, difatti, non impedisce di creare trame che convincono ancora nel 2018 e l’attitudine prog di La serata del Gourmet, con i synth di Casanova a dialogare con le ritmiche di Mazzoldi e una voglia di suonare in piena libertà artistica sono lì a dimostrarlo. Chi sta scavando? è un gradevole brano (inedito) di Il Babau e i Maledetti Cretini (altro interessantissimo progetto in cui milita Damiano), prima del breve finale di Dr. Tomas Ragtime Blues, con Mazzoldi protagonista alla chitarra acustica. Nota di merito per l’artwork ad opera di Luca Martinotti di Solomacello, che completa un disco affascinante e suggestivo. (Luigi Cattaneo)
Valhalla Rising (Video)

sabato 13 ottobre 2018

BLUE CASH, When she will come (2018)

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I Blue Cash sono un quartetto acustico formato da Andrea Faidutti (chitarra e voce già con i Vertical Invaders), Alan Malusà Magno (chitarra e voce in passato con i Kosovni Odpadki), Marzio Tomada (contrabbasso di ascendenza jazz e voce) e Alessandro Mansutti (batterista con una certa esperienza nel circuito jazz friuliano) con un occhio di riguardo per le radici della musica americana, il blues e il country rock. Chiaro che i riferimenti a Johnny Cash non sono pochi e vengono metabolizzati con energia, forza ed ironia, con sottili linee d’intersezione tra i Rolling Stones degli esordi, i Beatles, Elvis Presley ed ovviamente il Man in black per eccellenza. Una certa spensieratezza di fondo non preclude la riuscita di pezzi come The end o Junkie man, simboliche del percorso che costituisce When she will come, che conosce dipartite psichedeliche sorprendenti (King of nothing e l’ottima strumentale Maledetti cash) e che in generale si lascia ascoltare con estrema piacevolezza. Entusiasmanti e coinvolgenti come la tradizione country vuole, i Blue Cash sanno prendere spunto dai diversi generi del roots a stelle e strisce, facendoli loro con spirito e grande divertimento. (Luigi Cattaneo)
When she will come (Video)
 

giovedì 11 ottobre 2018

PACINO, Fallen America (2018)

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Esordio assoluto per i Pacino, band veneta formata da Mattia Briggi (voce già con gli X-Ray Life), Douglas D’este (batterista dei Moofloni), Francesco Bozzato (chitarra) e Bruno Zocca (bass synth all’opera con Criminal Tango e l’ex Orme Aldo Tagliapietra), forti di un sound che sposa grunge e  rock di matrice americana. Poco più di trenta minuti che partono forte con la potente title track, energica e oscura, proietta subito l’ascoltatore in quell’epoca dorata del grunge di Seattle, una sensazione che non svanisce nemmeno con la seguente Lately, altra traccia convincente e tirata. Lifestyle è il classico brano che resta impresso in un istante e non sfigurerebbe nelle radio di settore ma il vero pezzo forte è Desert trip, atmosferica e intrigante, colpisce appieno per pathos e mood. Out of the cage, singolo dell’album, esalta l’utilizzo dell’elettronica da parte del quartetto, mentre il volume si impenna con Iknusa, altro momento robusto ed energico e The Misanthrope, immediato viaggio nell’alternative rock. Under my feet chiude egregiamente l’ennesimo interessante prodotto distribuito dall’Atomic Stuff e dalla Snakeout Records. (Luigi Cattaneo)
Official Album Teaser
 

sabato 6 ottobre 2018

LED BY VAJRA, ΨΥXH (2017)


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Nati dalle ceneri dei Thirsting For Revenge, i casertani Led By Vajra (Atena Fedele e Mariano Esposito alle voci, Walter Orlando e Gabriele Quaranta alle chitarre, Luca Muneretto al basso e Marco Cantiello alla batteria), alfieri di un metalcore tecnico e dai contorni prog, esordiscono con ΨΥXH per la Sliptrick Records, un disco che riesce ad unire la tipica brutalità del genere con chorus ficcanti e passaggi melodici ad effetto. I campani difatti spezzano il monopolio core con stacchi ora acustici, ora in odore di fusion, ora latineggianti, mostrando di avere il coraggio di piazzare variazioni sul tema, in una corrente che si è cristallizzata e forse arenata davvero in breve tempo. Il sestetto ha la capacità di sintetizzare in poco più di trenta minuti anni di palchi e sudore, attingendo a piene mani da quanto fatto da band come Trivium o August Burns Red, in un vortice sonoro dove lo scontro tra la voce aggressiva di Esposito e quella pulita di Atena trova in White dress, Inborn invaders e Chains il trittico iniziale che funge da spinta per lanciare l’album. La qualità non cala con The awakening, mentre Golden palace e Shards of crystal skin, pur non raggiungendo la maestria dei brani precedenti, si assestano su buoni livelli. Oh sorry è il colpo di coda prima del finale di Dependancy, il brano che mi ha meno coinvolto ma che non inficia un esordio che consiglio a tutti gli amanti di Born of Osiris, Bullet for my Valentine e As I Lay Dying. (Luigi Cattaneo) 
White dress (Official Video)

 

venerdì 5 ottobre 2018

PAOLO BALLARDINI, Acoustic Journey (2018)

Chitarrista per importanti musical come Mamma miaSaturday Night Fever, Jersey Boy e dell'opera rock Excalibur (sia nel disco che nel tour europeo del 2016) e membro dell'orchestra Rai per trasmissioni come I migliori anni e Star Academy (che gli hanno dato l'opportunità di suonare con Renato Zero, Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Ron e Claudio Baglioni, tra gli altri), Paolo Ballardini, musicista ligure di talento, ci propone con Acoustic Journey un lavoro dove il suo strumento, acustico e classico, si erge a protagonista omaggiando composizioni entrate oramai nell'immaginario collettivo. La sensibilità del tocco di Paolo emerge con forza ed esplora, cuore in mano, la ricchezza e il potenziale di uno strumento che emana feeling e calore, approcciandosi a degli evergreen rispettoso del valore di una melodia. Così Ballardini celebra De Andrè in compagnia del maestro Beppe Gambetta, ci conduce con grazia a riscoprire un autore come Bruno Martino e rinfresca il sempre attuale Battisti, senza dimenticare la grandezza dei Beatles e il songwriting maestoso di Elton John. Pop, Latin e Swing si amalgamano perfettamente, in un viaggio tra continenti, alla scoperta di un musicista di grande livello e di un album parecchio gradevole. (Luigi Cattaneo)
 
Acoustic Journey (Album Trailer)