lunedì 3 agosto 2020

GRAVE-T, Silent Water (2019)


Arrivano da Torino i Grave-T, quartetto formato da Marco Magnani (voce), Nick Diamon (chitarra e voce), Davide Paparella (batteria) e Alessandro Ferrari (basso e voce), artefici di un sound variegato e che cerca di mettere insieme più influenze in modo il più naturale possibile. Compito non semplice ma devo dire riuscito, perché si avverte la passione che il quartetto ha riposto in questo Silent water, esordio edito dalla Seahorse Records. Bloody fountain è la stoneriana partenza, Wonder è un melting pot coeso tra gli anni ’80 dell’hard & heavy e l’America dei ’90, mentre Two good sisters mette insieme la consueta carica bellicosa con ragionate e cupe aperture melodiche. I piemontesi sanno scrivere e Sick e la title track sono lì a dimostrarlo, tra parti alternative rock, crossover, grunge e di puro metal, tutte ben bilanciate per far funzionare il prodotto. Blue whale si fa più oscura, un mantra dai contorni stoner suggellato da un chorus immediato e che mi ha ricordato qualche episodio del Jeyy Cantrell solista. Human impact si lancia a folle velocità, tra mood hardcore e grunge, con Viper che prosegue in direzione di un metallo trasversale e pieno di ottimi spunti. Maiden, con il suo giro blues, è l’unico episodio che appare un po’ fuori contesto, per quanto sia sicuramente un momento gradevole, prima della conclusiva Era horizon, che torna a parlare un linguaggio più duro e aggressivo. Tra i Mastodon e i Soundgarden di fine anni ’80, i Grave-T hanno le capacità per portare avanti con cura un discorso personale e di grande interesse. (Luigi Cattaneo)

Silent water (Video)



MARBLE HOUSE, Embers (2018)


Nati nel 2015, i Marble House sono un quartetto bolognese formato da Giacomo Carrera (batteria), Matteo Malacarne (basso e voce), Daniele Postpischl (chitarra, tastiere e piano), Leonardo Tommasini (tastiere, piano e voce),a cui va aggiunta la presenza di Filippo Selvini alla chitarra, che lasciò la band dopo aver inciso le sue parti. Chiaramente ispirati dal progressive inglese dei ’70 ma anche del decennio successivo, esordiscono nel 2018 con questo eccellente Embers, edito dalla Lizard Records, con cui mettono in luce capacità compositive e un certo gusto per melodie umbratili e malinconiche. L’album si apre con To make ends meet, subito un lungo brano sospeso tra attimi onirici, hard prog e tenui momenti riflessivi. L’ottimo inizio confluisce nella seguente Reverie, strumentale che mette in mostra le doti tecniche dei ragazzi, prima della solidissima Riding in the fog e della visionaria The last 48 hours, una toccante ballata dai contorni drammatici. Il finale è una lunga suite di quasi 25 minuti divisa in quattro capitoli, Marble House, dove gli emiliani sintetizzano un background fatto di progressive, psichedelia e post rock, tra parti atmosferiche, Mellotron e organo, con rimandi vintage che ben si contestualizzano all’interno di una proposta che non sfigurerebbe affianco ai colossi K-Scope. Nel febbraio di quest’anno è uscito, in sola versione digitale, Underscore, entrambi acquistabili dalla loro pagina marblehouseband.bandcamp.com . (Luigi Cattaneo)

The last 48 hours (Video)


domenica 2 agosto 2020

PETRALANA, Fernet (2019)


Terzo album per i Petralana, quartetto formato da Tommaso Massimo (voce e chitarra acustica), Marco Gallenga (violino), Guido Melis (basso) e Richard Cocciarelli (batteria), che con Fernet mettono in musica un concept ambientato nella Seconda Guerra Mondiale, la storia di Pietro, un contadino delle Langhe e la sua fuga durante il conflitto. È il viaggio in una ruralità dove il Fernet era l’unico sollievo, all’interno di giornate fatte di lavoro ma anche di rapporti umani, la cui narrazione ha contorni che guardano al mondo di Fabrizio De Andrè e al cantautorato folk italiano, quello più raffinato ed elegante, complici anche la presenza di Piero Spitilli al contrabbasso e Taddeo Harbutt alla chitarra acustica e al dobro, duo presente in buona parte del disco. La grazia compositiva dei toscani trova forza nell’incipit narrativo della title track, nelle note di speranza di Soldati, arricchita dall’euphonium di Orlando Cialli, che ritroviamo alla tromba nella commovente Verso la sementeria. Il delicato pianoforte di Simone Graziano fa da cornice all’emozione di Il faro, brano con una punta di elettricità, dettata dalla chitarra di Elia Rinaldi. Ottimo l’interplay tra il clarinetto di Simone Morgantini e il pianoforte di Giordano Lovascio nella toccante Mira, che poi ritroviamo in Ho sognato di essere cavallo, altro momento decisamente riuscito. Elemento folk per eccellenza, la fisarmonica di Antonio Saulo fa la sua comparsa nella ritmata Transatlantica, mentre Sguardo di tuono si carica di angoscia, anche grazie alla chitarra elettrica di Giulio Vannuzzi. Complimenti ai Petralana, che sono riusciti a tradurre l’album sul palco insieme all’attore Pietro Traldi, unendo così musica, teatro e letteratura. (Luigi Cattaneo)

La strada ferrata (Video)



sabato 1 agosto 2020

CONCERTI DEL MESE, Agosto 2020

Sabato 1
·Massimo Giuntoli a Carugate (MI)

Giovedì 6
·Estro a Ostia Antica (Roma)

Sabato 8
·Annie Barbazza a Bobbio (PC)

Domenica 9
·RanestRane a Massa d'Albe (AQ)
·Lachesis a Palosco (BG)

Mercoledì 12
·Lino Capra Vaccina a Travo (PC)

Venerdì 14
·Banco del Mutuo Soccorso a Majano (UD)

Sabato 15
·Le Orme a Fano (PU)
·Annie Barbazza + Prowlers a Rivergaro (PC)

Lunedì 17
·Massimo Giuntoli a Riva del Garda (TN)

Venerdì 21
·Trasimeno Prog a Castiglione d/Lago (PG)
·Giorgio Piazza Band a Bobbio (PC)

Sabato 22
·Trasimeno Prog a Castiglione d/Lago (PG)

Domenica 23
·Banco a Castello dei Volsci (FR)

Lunedì 24
·Revelation + Squonk a Roma

giovedì 30 luglio 2020

MARKUS REUTER, Truce (2020)


La sempre feconda Moonjune Records ci regala l’ennesima perla di una discografia tra le più interessanti in ambito avant, Truce, album di Markus Reuter, chitarrista che ha preso parte negli anni a parecchi lavori dell’etichetta di New York. Il maestro tedesco con la sua Touch Guitar mostra ancora una volta come si possano unire innovazione e tradizione, aiutato da Fabio Trentini (Le Orme) al basso fretless e Asaf Sirkis alla batteria acustica, splendida sezione ritmica di questo live in studio (registrato in Spagna, a La Casa Murada). Il power trio si destreggia benissimo lungo gli impervi sentieri dell’iniziale title track, così come colpisce l’attitudine di Bogeyman, affascinanti esposizioni che uniscono melodie oblique, cariche elettriche, pulsioni avanguardistiche e sfuriate free. Il trio è abilissimo nell’avventurarsi lungo sentieri impervi (Be still my), estremi (Brazen heart), con quella capacità di guardare oltre, di superare le norme convenzionali che solo i grandi hanno (Power series). Swoonage, Gossamer things e Let me touch your Batman mostrano tutta la fantasia in possesso della band guidata da Reuter, che appare sempre convincente, anche nei momenti più avanguardistici, materia che d’altronde il chitarrista maneggia con grande dimestichezza, oltre che con la consapevolezza di essere uno dei maggiori esponenti in questo settore. Chi ha già apprezzato Lighthouse e The Stone House, che Markus registrò nel 2017 con Mark Wingfield, Asaf Sirkis e Yaron Stavi (quest’ultimo presente solo nel secondo citato), non può perdersi assolutamente questo album a suo nome. Di seguito il link utile per acquistare il disco https://markus-reuter-moonjune.bandcamp.com/album/truce (Luigi Cattaneo)

lunedì 27 luglio 2020

WHEELS OF FIRE, Begin Again (2019)


Uscito nel 2019, Begin Again è il terzo album firmato dai Wheels of Fire, hard rocker italiani che hanno raggiunto ormai piena consapevolezza dei propri mezzi dopo il successo delle precedenti uscite. Davide Barbieri (voce) e Stefano Zeni (chitarra) sono sempre presenti e con loro troviamo Federico De Biase (tastiere), Marcello Suzzani (basso) e Fabrizio Uccellini (batteria), quintetto capace di sfornare preziose melodie A.O.R. a supporto di brani tirati e dal forte impatto rock. Difatti si parte subito forte con l’energica Scratch that bitch, per poi proseguire con la briosa Left me up e l’ottima Tonight belongs to you, vicina al Bon Jovi degli anni ’80. Done for the day si apre con un riff molto hard e mantiene la giusta tensione per tutta la sua durata, prima della ballata di metà disco, l’ispirata For you, che mostra grandi doti di scrittura e una raffinatezza esecutiva di prim’ordine. Keep me close torna a spingere verso un hard rock radiofonico e pieno di buone vibrazioni, Heart of stone vibra potente e aggressiva, mentre You’ll never be lonely again torna a parlare il linguaggio dell’A.O.R. più diretto. Le tastiere di De Biase armonizzano alla perfezione le intuizioni di Another step in the dark, tra Poison e Danger Danger, Call my name è un’altra gradevole ballata, prima della conclusiva Can’t stand it. C’è spazio anche per una bonus track, Wheels of  fire, che chiude egregiamente un disco fondamentale per chi ama le sonorità di Room Experience, Firmo e Airbound. (Luigi Cattaneo)

For you (Video)



martedì 21 luglio 2020

THE WHIRLINGS, Earthshine (2019)


Attivi da più di dieci anni, i The Whirlings sono da sempre dediti ad un heavy stoner psichedelico e strumentale influenzato anche dal post rock. Dopo un primo ep omonimo e Beyond the eyelids del 2013, la band formata da Andrea Lolli (chitarra), Mattia Lolli (chitarra), Diego La Chioma (basso) e Giulio Corona (batteria), arriva ora al nuovo Earthshine, magnifico album che farà la felicità di quanti non possono stare senza This Will Destroy You, Godspeed You! Black Emperor e i nostrani L’ira del Baccano, anche loro prodotto della sempre curiosa Subsound Records. L’iniziale Vacuum in realtà è l’unico momento cantato, da Vera Clap, brava nell’inserirsi con naturalezza nelle sofisticate trame da soundtrack del quartetto, mentre Reverence e #6 rientrano nei ranghi di un’espressività fatta di suggestioni atmosferiche, crescendi emotivi, pathos, deflagrazioni post e momenti di pura ipnosi psichedelica. La conclusione ci riserva dapprima lo psych stoner dell’ottima Good for health, bad for education e infine Lost in whiteout, una magnifica cavalcata senza confini, un lungo trip libero e senza freni, immaginifico specchio di una jam band tutta da scoprire e sostenere. (Luigi Cattaneo)

Full Album



lunedì 20 luglio 2020

GASTONE, II (2019)


Dietro il singolare monicker Gastone si cela in realtà un duo formato da Leonardo Antinori (voce, batteria, cembalo, tastiere e chitarra) e Marco Bertuccioli (chitarra), nato quattro anni fa in quel di Gabicce e che con II arriva alla sua seconda uscita discografica dopo l’omonimo del 2017. I due, qui coadiuvati da Tommaso Tarsi (basso) e Edoardo Brandi (violino), tingono le sette tracce di questo nuovo lavoro di freschezza pop, sfumature cantautorali dal sapore autunnale e atmosfere agrodolci, venature di un ritorno tanto breve (30 minuti circa) quanto gradevole. Elementi che troviamo dall’iniziale dolenza di Letargo, singolo apripista che gioca sulla contrapposizione tra elementi ora più vellutati ora più frementi ed elettrici. Transatlantico si tinge maggiormente di pop, Cristalli è un altro interessante singolo scelto per lanciare l’album, tra fraseggi malinconici e ritmiche pulsanti, mentre Febbre è una ballata dai tratti nostalgici. Si prosegue con Invecchiando, delicata e intensa, prima di Condoglianze, in cui troviamo il piano elettrico di Alessandro Gobbi e della conclusiva Ombra, il brano più intenso dell’album e ottima chiusura di un come back piacevole e molto curato. (Luigi Cattaneo)

Cristalli (Video)



venerdì 17 luglio 2020

MATTEO MUNTONI, Radio Luxembourg (2020)


Bassista, chitarrista e pianista, Matteo Muntoni ha sviluppato negli anni progetti ed esperienze decisamente trasversali, dai seminari guidati da Ellade Bandini, Attilio Zanchi e Paolo Fresu alla laurea in basso e contrabbasso jazz, passando per i dischi targati Janas, Piccolo Ensemble Elettroacustico e Samurau e lo studio della musica elettronica presso il Conservatorio di Cagliari. Un profilo decisamente interessante e curioso, che ha dato vita al nuovo Radio Luxembourg, uscito a suo nome qualche mese fa e registrato insieme a Marco Ceredda (vibrafono e percussioni), Stefano Vacca (batteria ed elettronica) e Michele Sanna (chitarra). La dedica alla mitologica emittente radio, che trasmetteva da una nave ancorata in acque extraterritoriali, parte con On the moon, minimale apertura improntata ad un’elettronica che si sposa con il tocco lieve della chitarra acustica, per poi aprirsi sorniona e finire in sognanti territori di post psichedelico. L’ottimo inizio sfuma nella seguente The jellyfish dance, decisamente prog, con le tastiere di Andrea Sanna che donano ancora maggiore profondità al risultato complessivo. La title track avanza con una linea ritmica implacabile e ossessiva, su cui i vari elementi chiamati in causa contrappuntano la struttura volutamente ripetitiva e insistente, un complesso di elementi che deflaga in un finale aperto a contaminazioni progressive accentuate. The man and the journey riprende certi principi, contaminandoli di un indole jazz piena di pathos e ammaliante quiete, salvo poi esplodere in un trip elettrico potente e dal mood al limite dello stoner. La lunga Dust and guitars ci avvicina al finale non disdegnando linee psichedeliche affascinanti, mentre la conclusiva Werewolf cricket mette insieme spunti rock, prog e un pizzico di follia zappiana che non stona affatto. Senza vincoli di genere, Muntoni ha portato avanti un discorso organico e fedele alle sue idee, concretamente ispirato al suo ampio background, firmando un concept strumentale suggestivo e raffinato. (Luigi Cattaneo)



martedì 14 luglio 2020

NICOLA DENTI, Egosfera (2020)


L’idea dietro a Egosfera nasce nella testa di Nicola Denti, chitarrista fondatore dell’Accademia Musicale di Parma e membro della band Custodie Cautelari, più di dieci anni fa, un concept rigorosamente strumentale prodotto da John Cuniberti e promosso dall’ufficio stampa Sfera Cubica. L’immaginifica e suggestiva musica prodotta da Denti si riallaccia a maestri delle sei corde come Steve Vai, Joe Satriani e John Petrucci, nonché a gruppi come Liquid Tension Experiment e The Aristocrats, quindi la chitarra al centro della scena, con frangenti hard e intarsi prog rock ad alternarsi lungo poco più di 50 minuti davvero ispirati e curati da ogni punto di vista. Il lungo viaggio di Ekow verso Egosfera inizia con Day one e Distorted reality, in cui la formazione triangolare vede Federico Paulovich dei Destrage alla batteria dare peso e forza alle trame, oltre il basso di Anna Portalupi degli Hardline nella prima e quello di Fausto Tinello dei Wyvern nella seguente. In The project al basso c’è invece l’ottimo Lucio Piccoli, con la composizione che vede l’apporto interessante di Sbibu (Billy Cobham, Tony Oxley, Luca Donini) alla WaveDrum Oriental, un sintetizzatore di percussioni che dona un tocco curioso al tutto. Denti, oltre ad avere scelto collaboratori eccellenti, mostra di saper anche scrivere, e la prima parte si chiude con la doppietta formata dalla sentita When all seems lost, in cui un peso specifico acquisiscono le tastiere di Salvatore Bazzarelli (Custodie Cautelari) e il basso di Emiliano Bozzi (I Mercanti di Liquore), e Escape from Madness, che torna a parlare un linguaggio più heavy, con l’onnipresente Paulovich in grande forma. La seconda parte si apre con la singolare By the river, tutta giocata sulla chitarra di Denti e il lieve synth percussivo di Sbibu, prima di All good things, al cui pathos contribuisce il basso di Pier Bernardi (avevamo parlato del suo ultimo disco solista proprio da queste pagine), e Awakening, in cui troviamo il grandissimo Bryan Beller, bassista di The Aristocrats, Satriani, Vai e Steven Wilson, per quello che è uno dei pezzi più metal dell’intero lavoro. Ci avviciniamo al finale del viaggio con la solida Brain Charmer e i brillanti fraseggi della conclusiva The long journey, che confermano la bontà della proposta e la ricchezza compositiva di Denti. (Luigi Cattaneo)

Distorted reality (Official Video)

   

lunedì 13 luglio 2020

ROVESCIO DELLA MEDAGLIA, Microstorie (2011)


Era il 2011 quando tornava in pista il Rovescio della Medaglia, gruppo di Roma guidato dal chitarrista Enzo Vita, di cui si erano perse le tracce da Vitae pubblicato nel 1999. Vita, unico membro originario del gruppo, ha qui spostato le sue attenzioni dal rock progressivo a tinte hard verso un pop rock ricco di fiati e melodia. A questo indirizzo bisogna guardare parlando di Microstorie, un lavoro indubbiamente arrangiato e suonato bene da professionisti di indubbio spessore, a cui si aggiunge la presenza di un grande vocalist come Roberto Tiranti (Labyrinth, Mangala Vallis), a cui manca però il salto di qualità, tendendo ad essere in diversi brani piuttosto scontato. Ovviamente il problema non è la mancanza di un sound dichiaratamente progressive, quanto piuttosto il fatto che il disco sia altalenante tra pezzi riusciti e coinvolgenti ed altri che invece risultano davvero poco interessanti. Il risultato è un rock che sarebbe adattissimo per essere passato in radio e che a tratti ricorda la scrittura di Francesco Renga. Tra i pezzi migliori la coinvolgente title-track, Luca’s bar, che si propone come unico momento prog del lavoro e l’energica Grida, urli e strilli. Il disco si lascia ascoltare con piacere ma risulta dopo svariati ascolti un po’ anonimo, non ha la forza e la robustezza che ci si potrebbe aspettare da una line-up che prevede, oltre Vita e Tiranti, anche l’ex bassista del Banco del Mutuo Soccorso Gianni Colaiacomo, più una sezione fiati ed una d’archi. Microstorie fu un ritorno in chiave rock assemblato bene ma con poco mordente, ancora oggi a distanza di quasi un decennio il risultato complessivo, visti anche i tanti anni di assenza dalle scene, lascia un po’ di amaro in bocca. (Luigi Cattaneo)

Tapis Roulant (Video)



DRUNKEN CROCODILES, Out of Barrel (2019)


Out of Barrel è il primo full dei Drunken Crocodiles, band di Parma in pista dal 2013 che arriva a questo esordio grazie alla Too Loud Records e la WormHoleDeath. Il trio, formato da Elia Borelli (basso e voce), Ivan Marchettini (chitarra) e Emanuele Mollica (batteria), è artefice di un debordante stoner sludge che farà felici quanti si cibano di Bongzilla, Unida e High on Fire, influenze che traspaiono già dalle iniziali violenze sonore di Viktor e The Monk. Tutto è molto heavy e compatto, una solidità che emerge con prepotenza tra le note di Shortcut e Volstead act, che ospita Greg Saenz, batterista presente nella band di John Garcia. Si prosegue con il pathos di Mate, l’omaggio stradaiolo allo Stravecchio di B&S e la buia Hard awakening, prima della aggressiva energia di 1854 e Tricky quiet, più vicina agli immortali Kyuss. Un leggero velo psichedelico compare in Great unknown, mentre il finale è ad appannaggio della nebbiosa Elicona, decisamente atmosferica rispetto ai brani precedenti. Se avete apprezzato gli ultimi lavori di Sworn, Monolithic Elephant e Holyphant è obbligatorio dare una possibilità ai Drunken Crocodiles e fare vostro Out of Barrel. (Luigi Cattaneo)

Full Album Video



sabato 11 luglio 2020

BLACK MAMA, Where the wild things run (2019)


Tornano finalmente i Black Mama, power trio veronese (il primo album, da recuperare assolutamente, è del 2013) formato da Andrea Marchioretti alla batteria, Nicolò Carozzi alla voce e alla chitarra e Paolo Stellini al basso, ancora una volta coesi nell’omaggiare il rock blues e band come Free, ZZ Top e The Allman Brothers Band, nonché leggende come l’enorme Rory Gallagher. Influenze che colorano il mondo dei Black Mama anche nel recente Where the wild things run, uscito sul finire dell’anno passato per Andromeda Relix, un distillato sanguigno che parte proprio dal rock blues per toccare punte southern, come Feelin’ allright e Tell my mama insegnano, tra riff tirati e vibranti cariche elettriche. La title track profuma di ’70, Come on, come on, come on ci porta con mano nell’immaginario sudista, mentre Hands full of nothing but the blues è un tributo alla musica del diavolo, un magnifico passaggio centrale in cui vengono rievocati B. B. King e Muddy Waters. I got a woman continua a parlare un linguaggio che ci riporta indietro nel tempo, quando i grandi festival di fine ’60 e inizio ’70 traghettavano i sogni dei più giovani. Una certa atmosfera permane anche nella sentita Red dressed devil, prima della debordante Shining rust e della conclusiva Icarus, grandissimo finale di un album che dal vivo, vero territorio di caccia del trio, può essere rappresentato davvero in maniera clamorosa. (Luigi Cattaneo)


venerdì 10 luglio 2020

LE ORME, La via della seta (2011)


Era il 2009 quando Aldo Tagliapietra, iconico vocalist di Le Orme, lasciò definitivamente la band per abbracciare una carriera solista che negli anni seguenti lo vedrà protagonista di album assolutamente di qualità. Il buon Michi Dei Rossi, batterista dalla ferrea ostinazione, non ha mai smesso per un attimo di portare avanti lo storico marchio, e con forza e coraggio assoldò per La via della seta Jimmy Spitaleri, dotato vocalist già attivo negli anni ’70 nei Metamorfosi, e Fabio Trentini al basso. Immancabile Michele Bon, bravissimo tastierista ormai punto di riferimento da decenni dei mestrini. In questo quadro ricco di novità e modifiche Le Orme pubblicarono, a discapito di chi screditò questa nuova incarnazione, un disco solido, ispirato, ammaliante. La Via della Seta è un concept dedicato all’esploratore veneziano Marco Polo, che con i suoi viaggi si spinse fino in Cina e il sound è quello che si trova nella trilogia iniziata nel 1996 (Il fiume, Elementi, L’infinito), che ebbe il merito di riportare alla luce la storica band. Quindi Dei Rossi e Bon scelgono di non apportare modifiche al tessuto sonoro e questo alla luce dei fatti risultò essere un bene. Perché stravolgere il suono di un recente passato più che buono? Inutile citare un momento in particolare, in quanto tutti i brani (alcuni molto brevi) si legano tra loro a formare un’unica suite di circa 40 minuti. L’impostazione è quella della citata trilogia: epicità, forte lirismo, alternanza di momenti sognanti ad altri articolati e roboanti.  Ne parlai a quel tempo con Dei Rossi. Qui di seguito l’intervista integrale apparsa in origine sul portale, ormai chiuso, www.unprogged.com

Le Orme Official Fan Club | “LA VIA DELLA SETA”

1) La Via della Seta è figlio dell’ultimo periodo, quello successivo all’uscita di Aldo Tagliapietra o la fase di scrittura era già iniziata prima della defezione?

La via della seta nasce dopo l’abbandono di Tagliapietra che ci ha lasciati increduli.

2) Il suono è quello degli ultimi album, la cosiddetta trilogia che vi ha notevolmente rilanciato. Questa è stata una scelta precisa per non snaturare il sound della band o il processo compositivo si è svolto in maniera del tutto naturale e senza fare grossi calcoli?

In maniera del tutto naturale: come si faceva negli anni settanta e come abbiamo sempre fatto, ci si riunisce, ognuno porta il suo materiale, si fondono le idee, si provano, si arrangiano e come per magia i brani prendono forma.
Ci sono voluti circa quatto mesi di lavoro tra pre produzione, registrazione e missaggi. L’album è stato registrato al Warm music studio di Treviso, Michele Bon ha curato i missaggi e il mastering e Riccardo Checchin la registrazione e l’editing.

3) Immagino che Michele Bon abbia avuto un ruolo importante nella realizzazione dell’opera, ma in studio come avete diviso il lavoro?

Sicuro!  Michele e il sottoscritto siamo gli autori di tutti i brani con due assieme a Trentini e uno con Gava. Per quanto riguarda Michele, ripeto, ha curato i missaggi e l’editing mentre il sottoscritto si è occupato della produzione artistica e dalla supervisione.
I testi sono di Maurizio Monti, abbiamo pensato a Maurizio prima di tutto perché é un grande autore e in seconda battuta perché conosceva bene la voce di Jimmy avendo scritto per lui i testi dell’album Uomo irregolare. I suoi versi evocativi hanno dato un ulteriore tocco di magia a La via della seta.

4) Come nasce l’idea di questo concept su Marco Polo e come si è sviluppato?

All'inizio c'era Marco Polo, una figura che mi ha sempre affascinato. In seguito, parlando anche con gli altri componenti della band, ho pensato fosse giusto allargare gli orizzonti della nostra storia. Così, collaborando con il critico musicale Guido Bellachioma, che ha curato la parte letteraria, la nostra Via della Seta ha preso forma. Da Marco Polo, quindi la repubblica e Venezia, a Xi’an e Roma, due imperi con la I maiuscola, passando per tutti i mondi possibili di ieri e di oggi. L'incontro dei popoli.

5) A mio modo di vedere La Via della Seta rappresenta una risposta a chi pensava che l’uscita di Tagliapietra avrebbe portato allo scioglimento del gruppo. Senti questo lavoro come una rivalsa personale?

Assolutamente no. Credo che Le Orme siano patrimonio artistico italiano e non solo, al di là delle formazioni che si sono alternate e che si alterneranno: con questa ottica è stato pensato il progetto di La via della seta.

6) Mi ha colpito la freschezza dell’album, dove si trova la voglia di portare avanti un percorso lungo ormai più di 40 anni?

Si potrebbe rispondere in molti modi, ognuno giusto perché comporrebbe le diverse anime di Le Orme. Servono la voglia e la capacità di rinnovarsi, calandosi nel tempo che si vive senza perdere la propria identità, culturale, artistica ed umana. In questo modo si preserva lo spirito del gruppo al di fuori dei componenti del momento. Ovviamente le capacità compositive non sono un optional, puoi impegnarti sino allo stremo delle forze ma se i brani che scrivi non sono espressione di vera creatività l'alchimia della formula non funziona. L'arrangiamento e il lavoro in studio sono importanti ma è fondamentale la qualità di base delle composizioni. Il segreto vero della nostra longevità deriva dall'affetto che riceviamo dai nostri fans e dalla critica.

7) Hai mai pensato che la realizzazione di questo disco potesse essere un rischio o la volontà di proseguire era più forte di tutto?

Conoscevo alla perfezione le doti della band, Michele e il sottoscritto hanno una trilogia alle spalle e il mio istinto mi diceva di andare avanti.

8) Inutile negare che negli ultimi mesi l’attenzione si è molto focalizzata sull’arrivo in formazione di Spitaleri, cantante dotato ma diverso da Tagliapietra. Io ho visto questa novità come la volontà di iniziare davvero un nuovo percorso. Si tratta di un impressione sbagliata?

Hai centrato il bersaglio.
L’idea era quella di formare una band che avesse la possibilità di eseguire tutto il repertorio del vecchio corso e che fosse in linea con la musica del nuovo corso, così abbiamo pensato di aggiungere il pianista Federico Gava e il chitarrista William Dotto, (la formazione rimasta dopo l’abbandono di Tagliapietra era: Dei Rossi, Bon e Trentini) mentre per il cantante si è pensato da subito a Jimmy Spitaleri, già con la storica band prog romana Metamorfosi, cantante dotato di una voce rock lirica e dinamica, all’opposto di Tagliapietra, per dare una svolta definitiva alla band.

9) Spitaleri ha dato il suo contributo nella scrittura del concept?

Jimmy è arrivato a lavoro già fatto, si è impegnato moltissimo a sviscerare le melodie delle canzoni e soprattutto è riuscito a interpretare i brani nella maniera magico-evocativa che i bellissimi versi di Maurizio Monti descrivono.

10) C’è un motivo particolare che ti ha portato alla sua scelta?

Come ho già detto, cercavamo una voce che avesse liricità, dinamicità e che fosse rocciosa per quei brani più duri del vecchio repertorio come Cemento armato, Sguardo verso il cielo o Vedi Amsterdam, e che fosse in linea con il nuovo corso. Jimmy ha tutto questo, sa essere durissimo e subito dopo dolcissimo, sa dosare le dinamiche come si fa nel melodramma.

11) Come è stata accolta dai fan questa nuova line up?

Inizialmente i fan erano preoccupati della sostituzione della voce, non tutti comunque, ma dopo averci sentito nel tour dell’anno scorso e soprattutto in questo appena finito con il nuovo album hanno cambiato idea. La band si propone con un repertorio progressive che raramente (dicono) si sente in giro al giorno d’oggi e comunque i fans integralisti ci sono e ci saranno sempre. Ne perderemo qualcuno ma ne stiamo acquistando molti.

12) Ci sono state delle difficoltà da parte di Spitaleri nell’affrontare i brani storici della band?

Direi di no, Jimmy è Jimmy, con il suo inconfondibile stile ha saputo affrontare molto bene il vecchio repertorio dando un tocco di magia al nuovo.

13) Che riscontri ha avuto La Via della Seta?
Molto positivi, l’album piace al pubblico e alla critica, quando questo accade è un miracolo e dulcis in fundo il disco è entrato in classifica, vendendo 5000 copie nella prima settimana.


giovedì 9 luglio 2020

IL MURO DEL SUONO, Il muro del suono (2019)


L'immagine può contenere: il seguente testo "IL MURO DEL SUONO antonio Siniscalchi capio di luciano alesasio neadcnm"
Dietro il monicker Il Muro del Suono troviamo Luciano Margorani (già con i La1919 e Beauty is in the distance, qui impegnato alla chitarra e al basso), Antonio Siniscalchi (tastiere, ex Dedalogica) e Alessandro Di Caprio (batterista dei progster Ubi Maior), un trio dal background variegato che, sotto l’egida della sempre curiosa ADN, si è divertito a sperimentare in piena libertà creativa. Free form che ricorda alcuni episodi targati Moonjune Records, un ponte immaginario tra New York, Milano e Avellino, un esperimento fortemente improvvisato libero da schemi prestabiliti. In music it was different mostra subito l’approccio del trio alla composizione, con Siniscalchi e Margorani a dettare piccole melodie sulla base ritmica ripetitiva di Di Caprio, quasi un introduzione alla successiva Il sangue degli innocenti, avanguardia notturna e dai tratti spettrali. Più complessa la lunga Come un sole nascente, accostabile per intento a Lighthouse del trio Wingfield Reuter Sirkis, con cui condivide la voglia di andare oltre i generi, di creare episodi che siano volutamente arditi e di difficile assimilazione. Ciò non toglie che tutto ciò diviene estremamente affascinante, soprattutto se si ha una certa dimestichezza con queste sonorità, che continuano nella successiva Contronatura, in cui riecheggiano le intuizioni proprio di Beauty is in the distance (di cui abbiamo parlato da queste pagine) e dei Dedalogica dell’interessante omonimo del 2008. La chiusura è affidata al brano meglio riuscito, la pulsante In una terra straniera, eccentrica progressione  immaginifica dal vago sapore asiatico. Ovviamente in un lavoro del genere non sempre tutto può risultare fluido, ma la saggia decisione di non appesantire, anche in termini di lunghezza, l’opera, diviene un importante punto a favore, facendo risultare nel complesso questo esordio sì audace ma anche discretamente scorrevole. (Luigi Cattaneo)   



lunedì 6 luglio 2020

EGON, Il cielo rosso è nostro (2016)


Nati nel 2015, gli Egon hanno sinora pubblicato tre lavori, di cui Il cielo rosso è nostro rappresenta l’esordio del 2016, con la band che, in formato trio, confezionava poco più di trenta minuti distillati di new wave e cantautorato. Marcello Meridda (batteria), Francesco Pintore (basso) e Marco Falchi (voce e chitarra), si muovono qui agili tra la malinconia dei Marlene Kuntz, la rabbia dei CSI e la psichedelia noisy di alcuni episodi targati Verdena, sfumature sottili che invadono da subito l’iniziale Dissolvenza, inquieta e dall’oscuro fascino post punk. Immobile è una nera perla elettrica, con Falchi che appare il cantore di una fine senza appello, doppiata dallo spoken diabolico di Onirico, psichedelica danza in cui le ritmiche diventano un mantra allucinato. La quiete di Dry si palesa improvvisa in tutta la sua suggestione, prima dell’ottima Il sogno, che rimanda a immagini piene di pathos davvero commoventi. L’intensa Stratificazione ricorda i Marlene più poetici, mentre la conclusiva The red sky is ours è un viaggio verso rosse aurore che annientano gli occhi, buonissimo finale dal sapore post. Per conoscere meglio la band potete visitare la loro pagina https://egonband.bandcamp.com/

Onirico (Video)



mercoledì 1 luglio 2020

CONCERTI DEL MESE, Luglio 2020

5
·Plurima Mundi a Fiumicino (RM)

8
·Liberae Phonocratia a Milano

11
·Porto Antico Progfest a Genova
·I Viaggi di Madeleine a Torre Chianca (Lecce)

18
·Arturo Stalteri a Cervia

23
·Goblin Rebirth a Roma
·Sycamore Age ad Arezzo

25
·The Winstons a Pistoia
·Hora Prima a Foggia

LORENZ ZADRO & FRIENDS, Blues Chameleon (2020)


Ogni brano, ogni collaborazione, è la fotografia di un momento fatto di attese, evoluzioni e cambiamenti. Mi ha sempre affascinato l’arte di esprimere se stessi attraverso la musica. Con queste parole Lorenz Zadro della True Blues Band presenta Blues Chameleon, il cui titolo dice già tutto, perché il chitarrista parte da un backgroud blues per instillarlo di esperienze variabili, mai statiche, come il folk delle iniziali Who looks for something e My grandfather, cantate con sicurezza da Ciosi, che nella successiva Alabama Blues si cala completamente nelle atmosfere care a J.B. Lenoir (tutte le composizioni appaiono in The big sound di Ciosi, disco del 2018). Il tris seguente, formato da Crossroads, Liza’s eyes blues e Rollin’ and Tumblin’ vede dietro il microfono Eddie Wilson (pezzi presenti in Lost in Blues, pubblicato dalla coppia nel 2009), con il sound che si tinge di sfavillante rock blues e folk, senza dimenticare la lezione dell’eterno Robert Johnson.  Con Leo “Bud” Welch si vola in Mississippi per ascoltare Baby please don’t go e Me & My Lord, registrate live al Club Il Giardino di Lugagnano nel 2015, espressioni vicine a quanto fatto nei suoi album Sabougia Voices e I don’t prefer no Blues. È la volta di Manuel Tavoni con le energiche I’m talkin about the blues (dal suo Back to the essence del 2017) e You already know it, un ottimo inedito. Mora e Bronski (voce e chitarra acustica) hanno un ruolo centrale in ben 4 pezzi, dall’omaggio ai Motorhead di Ace of spades al meraviglioso cantautorato di Anarcos , passando per la ballata Appuntamento al buio e il tributo al Bo Diddley di Mannish Boy. Boz Scaggs viene invece omaggiato da Zadro insieme a Rowland Jones in I just go, perla folk estratta da TBB & Friends della True Blues Band del 2012, da cui viene presa anche Get up, get down con Sarasota Slim, viaggio nell’assolata Florida bluesy del cantante e chitarrista. The bridge lascia spazio al lavoro della band madre di Lorenz, prima del finale di Sessobarraamore di Simone Laurino, leggera conclusione di un lavoro davvero validissimo, sintesi di una carriera giovane ma con già parecchi spunti di notevole spessore. (Luigi Cattaneo)

Alabama Blues (Video)



lunedì 29 giugno 2020

UPANISHAD, Crossroad (2019)


Nati nel lontano 2000 come gruppo punk rock, gli Upanishad (Vanni Raul Bagaladi alla chitarra e alla voce, Mirko Bazzocchi al basso e Lapo Zini alla batteria) nel corso del tempo hanno sviluppato importanti e interessanti influenze crossover e progressive, che li ha portati a incidere, dopo un periodo di pausa, Crossroad, full targato Red Cat Records. Lo stile dei toscani si è tinto negli anni di psichedelia e di prog, un substrato maturo e con una propria complessità, particelle di alternative americano che si dipanano verso la magia degli A Perfect Circle e la laboriosa struttura decantata dai Tool. Bivi, salite e discese, anche emozionali, che hanno bisogno di attenzione da parte di chi ascolta, catapultato in un mondo fatto di hard, melodie immediate, impatto rock e allusioni progressive. Look at you è il raffinato inizio, potente e viscerale, This room si colora con le congas e il djembe di Lisandro Cancellieri, a cui va aggiunta la voce di Olivia Grace, per quello che è uno dei momenti più significativi del lavoro. La cura messa in campo dagli Upanishad emerge anche in brani come Parasite o Side effects, singolari esempi di come il trio porti avanti un discorso strutturato da elementi differenti ma che finisco per combaciare, dando vita a qualcosa di credibile e organico. Stupenda la trama strumentale di Spikes trap, mentre Clouds e The river mostrano con consapevolezza il lato psichedelico della proposta. La conclusiva No way out chiude ottimamente un lavoro che mostra dedizione e grandi capacità. (Luigi Cattaneo)

This room (Video)



sabato 27 giugno 2020

SINTONIA DISTORTA, A piedi nudi sull'Arcobaleno (2020)


Tornano dopo ben quattro anni e qualche nuovo innesto i Sintonia Distorta, band di Lodi formata da Simone Pesatori (voce anche del progetto Èmonis e dei Seventh Season), Claudio Marchiori (chitarra), Gianpiero Manenti (tastiere), Marco Miceli (flauto e sax), Fabio Tavazzi (basso) e Giovanni Zeffiro (batteria), a cui va aggiunta l’esperienza di Fabio Zuffanti nelle vesti di produttore artistico. L’inserimento magistrale dei fiati e un sound che rimarca imput hard ma guarda con maggiore compiutezza al progressive italiano, ha portato i lombardi alla creazione di un piccolo gioiellino, complice una cura per la scrittura davvero notevole, che marchia a fuoco un come back con tutte le caratteristiche del classico disco che può durare negli anni. I sei brani mostrano una fecondità di idee non indifferente, complice probabilmente una maturità del tutto raggiunta dopo anni di creazioni e ricerca di un suono proprio, con gli ospiti presenti che innalzano ancora di più l’alto livello raggiunto. Impossibile quindi non citare Roberto Tiranti e il suo duetto memorabile con Pesatori nell’iniziale Solo un sogno ( … dimmi che ti basta), il grande Luca Colombo alla chitarra nell’ottima e commovente title track e Paolo Viani, degli indimenticati Black Jester, alla chitarra nella notevole e progressiva La rivincita di Orfeo. Proprio i Black Jester e Loris Furlan della Lizard Records (etichetta della band) che scrisse il testo, vengono omaggiati nella conclusiva Madre Luna, rivisitazione di Mother Moon (presente in Diary of a blind angel del 1993), accompagnati da I Musici Cantori di Milano diretti da Mauro Penacca, non una cover ma un tributo, che diviene sincero omaggio anche alla figura dell’appena scomparso Alessio D’Este, vocalist storico dei trevigiani. (Luigi Cattaneo)

Solo un sogno ( ... dimmi che ti basta) (Video)



martedì 23 giugno 2020

SALMAGÜNDI, Rose Marries Braen - A Soup Opera (2019)


Torna la follia in musica, tornano i Salmagündi, quartetto formato da Franco Serrini (voce e synth), Enzo P. Zeder (basso e synth già conosciuto per i progetti Kotiomkin ed Egon Swharz), Francesco Pacifici (basso) e Mattia Maiorani (batteria), di cui già avevo decantato le lodi per l’esordio Life of brain. La schizofrenia del debutto non si è attenuata, e le nevrotiche pulsioni crossover forgiano un ritorno in cui pezzi come I ate you! o The big bother mostrano come si possa scrivere in modo originale senza scadere nell’incomunicabilità, tra sfuriate ritmiche, rallentamenti psichedelici, cadenzate invocazioni, tempi dispari e una serie micidiali di idee che potrebbero firmare almeno il doppio dei pezzi. Cheese fake è un altro tributo alla libertà di pensiero, una struttura lontana da forme mentis omologate che diviene straniante fascino emotivo. Cockayne si muove sinuosa e free tra recitativi, linee di basso ipnotiche e synth impazziti, per terminare in un caos noise e schizzato. Quando fare progressive significa fregarsene e seguire l’istinto, unire generi legandoli tra loro, cosa che accade anche nelle ottime Mrs Braen aka Tanta Voglia Delay e Mumbo Jumbo, in cui Serrini in alcuni momenti ricorda la varietà stilistica di Mike Patton e Serj Tankian. D’altronde il mondo di Patton, unito a quello policromo di Les Claypool e alle visioni geniali di Zappa, sembrano tra gli imput del progetto ma il tutto è riletto e aggiornato con una personalità che diviene puro e candido menefreghismo. Chiude lo stralunato viaggio Rose marries B (W-Omen), una sorta di lungo outro strumentale che si discosta da quanto ascoltato sinora, finale sospeso e dai contorni indefiniti, come sono quelli di una band assolutamente fuori da ogni schema e forse anche da ogni logica. (Luigi Cattaneo)

Mumbo Jumbo (Video)



sabato 20 giugno 2020

LUCA SELLITTO, The Voice Within (2019)


Abbiamo conosciuto le capacità di Luca Sellitto con gli Stamina, band power prog attiva dal 2007 di cui il chitarrista è leader e compositore e con cui ha registrato 4 album in studio e l’ottimo Live in the City of Power (recensito da queste pagine ai tempi dell’uscita). Per questo lavoro in solitaria Luca sceglie la via del tributo, dell’omaggio alla sua passione per il neoclassico, creando un piccolo gioiellino che potrà senz’altro fare la felicità di quanti sono cresciuti con la musica di Yngwie Malmsteen, Royal Hunt e Stratovarius. Nasce così The voice within, disco in cui Sellitto (che per l’occasione si è occupato anche delle parti di tastiera) viene coadiuvato da una sezione ritmica mastodontica, formata da Patrick Johansson alla batteria (ex Malmsteen; Impellitteri; Vinnie Moore) e Svante Henryson al basso e al violoncello (ex Malmsteen; Joey Tempest) e da una serie di cantanti di prim’ordine. La scoppiettante partenza di Second to none con Rob Lundgren (The Mentalist) ci riporta alla fine degli anni ’90, quando il power metal esplose sfornando dischi di altissimo livello, doppiata da un altrettanto valida Land of the vikings, cantata dal grande Goran Edman (ex Malmsteen; John Norum). Ètude è il primo strumentale dell’album, in cui Luca dà sfoggio di tutta la sua tecnica, What if? si gioca la carta Henrik Brockman alla voce (ex Royal Hunt; Evil Masquerade), per un pezzo più ragionato e meno aggressivo, mentre Shadows of love vede di nuovo Lundgren impegnato dietro il microfono, per dare vita all’ennesimo episodio molto convincente. Buonissima la strumentale The Champion’s code, Lundgren si ripropone nella vibrante Into the light, prima della conclusiva Tearful goodbye, malinconico strumentale che chiude un esordio ispirato, in cui Sellitto ha puntato molto su un songwriting attento e curato, senza strafare sul lato prettamente tecnico, elemento presente ma che finisce per non essere preponderante, scelta di gusto e decisamente azzeccata. (Luigi Cattaneo)

Land of the Vikings (Video)



giovedì 18 giugno 2020

MAGIA NERA, La Seconda Chance


La storia del progressive italiano ci ha spesso insegnato, che per quante band siano emerse tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, ci saranno sempre meteore che per motivi di varia natura, finiranno per essere ricordati come gruppi misteriosi, di cui si è sentito parlare negli anni, che hanno lasciato dietro di loro fantasie e aneddoti, ma nessun disco, salvo poi chiedere a gran voce, una seconda chance. Negli ultimi anni abbiamo assistito al debutto di Quanah Parker, Sigmund Freud, Struttura e Forma, Baro Prog – Jets, Il Cerchio D’oro o Posto Blocco 19, tutti esempi lungimiranti di ensemble che solo il tempo ha riportato a galla, dando loro una visibilità che ha reso possibile conoscere realtà valide e interessanti. Non fanno eccezione i Magia Nera di Bruno Cencetti, nati ufficialmente nel 1969 (ma vi è un preludio a nome Nuova Esperienza, monicker decisamente più beat) di cui si parlava dalle pagine dello storico Ciao 2001 nel lontanissimo 17 ottobre del 1972, in un articolo firmato da Massimo Scatizzi, che ne decantava lodi e qualità, oltre che raccomandare i discografici di capire i cinque ragazzi, impegnati in un hard rock duro e miscelato al blues. Ma allora cosa è successo al quintetto? Come mai la storia ha scritto per loro un tragitto che li ha portati solo nel 2018, dopo decenni di oblio, ad incidere l’ottimo L’ultima danza di Ophelia? La leggenda (vera o presunta) vuole che nel 1973, un incendio distrusse il loro furgone e tutte le registrazioni dei liguri, pronti a debuttare di lì a poco, spegnendo i sogni di gloria di amici cresciuti con Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, Cream, Uriah Heep e Jimi Hendrix. Tempi in cui i Magia Nera portano la loro musica (fatta essenzialmente di cover rivisitate) nei festival, condividendo il palco con i Latte e Miele e i Come le Foglie (era il 22 luglio del 1972 quando a Bottagna, in provincia di La Spezia, si svolgeva il Free Folk Festival), facendo vincere la passione contro le difficoltà quotidiane, fatte di rate degli strumenti da pagare, pause forzate e desideri infranti. Ma quell’alone di fascino, insito in racconti velati di culto, porta il produttore spezzino della Akarma Giorgio Mangora, curioso lettore proprio di Ciao 2001 e dell’opera Rock ribelli e avanguardia di Diego Sanlazzaro, a contattare Cencetti, chitarrista e leader dei liguri. La reunion con la formazione del 1972 (ad esclusione del tastierista Orazio Colotto, che si è trasferito in America ed è stato sostituito da Andrea Foce, troviamo Emilio Farro alla voce, Lello Accardo al basso e Pino Fontana alla batteria) porta alla pubblicazione di L’ultima danza di Ophelia, granitico hard prog che omaggia le influenze di una vita, seppure Bruno ci tiene a precisare che il disco è stato scritto tutto nel presente, pur avendo un forte sguardo verso i gloriosi ‘70. Elemento imprescindibile nella sontuosa Suite: dieci movimenti in cinque tracce, quasi venti minuti in cui emerge tutto il background di Cencetti e soci. Il dark prog ammalia la title track, prima dell’oscura e sabbathiana Il passo del lupo, mentre gli Uriah Heep di Very ‘Eavy … Very ‘Umble vengono citati in La strega del lago e nella cover Gipsy. Notevole e tirata anche La tredicesima luna, che mostra un songwriting sì vintage ma fresco e ispirato. 


Le buone reazioni dopo l’uscita di questa opera prima portano i liguri a lavorare da subito su nuove idee, che si concretizzeranno con l’uscita, qualche mese fa, di Montecristo, concept album improntato sull’omonima opera di Alexandre Dumas del 1844. Proprio come per il precedente i Magia Nera creano una miscela esplosiva di hard, prog e dark, un impronta da rock opera che si sviluppa come un’unica suite suddivisa in quattro capitoli, macroaree dove la narrazione segue l’incedere della storia in maniera innegabilmente coinvolgente. Tra ritmiche dispari e potenti, una chitarra aggressiva e sempre ben presente, un Hammond inquieto (suonato dal nuovo arrivato Fabio D’Andrea, impegnato anche al basso, alla chitarra e alle percussioni) che sostiene la vocalità spinta di Farro, si dipana il racconto che vede Edmond Dantes protagonista di una trama fatta di prigionia, fuga e vendette. La tenacia di Cencetti e l’amore per la musica marchiano a fuoco il nuovo percorso dei Magia Nera, regalandoci l’ennesima sorpresa targata anni ’70, meritevole di apprezzamenti e di essere sostenuta da tutti gli amanti di certi suoni. (Luigi Cattaneo)



mercoledì 17 giugno 2020

KIWIBALBOA, Natale in Argentina (2019)


Secondo lavoro per i KiwiBalboa (dopo Tre buoni motivi del 2016), terzetto genovese formato da Tommaso Dogliotti (voce e chitarra), Stefano Previtera (voce e basso) e Amedeo Marci (batteria), che arriva al nuovo Natale in Argentina forti del contratto discografico con la sempre ottima Overdub Recordings e la produzione artistica di Davide Auteliano (impegnato anche alla 12 corde ebow), membro dei Ministri. L’indie rock del trio è fluido e comunicativo, vive di momenti legati al pop, riuscendo a colpire con melodie di semplice lettura sin dai primi ascolti, caratteristica che emerge con forza per via di un songwriting che si fa scevro di sovrastrutture e orpelli, preferendo essere diretto e immediato. L’appeal di pezzi come Magari no o Cavalieri Jedi funzionerebbero anche nelle radio nazionali, seppure si lasciano preferire Incendio e Ponte Garibaldi, che mettono insieme testi interessanti e pulsioni cantautorali. Tirata e aggressiva Livello di rischio, sfuma nella più moderata e piacevolissima Mille, per poi perdersi nelle trame della valida Straniero e nell’ottima Vento del Nord. Il finale è ad appannaggio dell’ipnotica title track, che chiude un disco riuscito e molto gradevole. (Luigi Cattaneo)

Natale in Argentina (Video)  



lunedì 15 giugno 2020

CONCERTI DEL MESE, Giugno 2020

 Martedì 23
·Liberae Phonocratia a Milano

Venerdì 26
·Arturo Stàlteri a Portomaggiore (FE)
·The Coastliners a Roma

domenica 14 giugno 2020

VANIGGIO, Solo un sogno (2019)


Ricca la biografia di Vaniggio, alias Ivan Griggio, svizzero in pista dal 1993 con i Versivari, band crossover ticinese che ha aperto live per Ligabue, Marillion ed Elio e le Storie Tese. Ivan ha esperienze consolidate e variegate, collabora con Gionata, cantautore dal taglio bizzarro, ma anche con i Matamachete prima, folle ensemble industrial metal, e con George Merk poi, per un album dalle tinte indie pop. Nel 2019 Griggio fa il grande passo, ossia un disco scritto interamente da lui, dove lo svizzero suona il basso e canta, accompagnato da Roberto Panzeri alla batteria, Cristiano Arcioni all’Hammond e al piano, Diego Belluschi alla chitarra elettrica e Roberto Invernizzi alla chitarra acustica. Viste le premesse e il background vario di Ivan, che album è Solo un sogno? È un lavoro intimo, anche se rock nel suono, dove l’autore sembra essersi concesso, racconta storie di vita quotidiane, amarezze e suggestioni, con testi che preferiscono essere diretti, evitando troppi giri di parole. La formula funziona, seppure è piuttosto consolidata, imbevuta di tirate ora più hard, ora vicine al pop rock, con una grande attenzione per la forma canzone, elemento che Vaniggio maneggia senza grosse difficoltà. A volte basta è l’inizio che racchiude un po’ tutte le caratteristiche del lavoro, con un chorus potente e tirato che echeggia come un macigno, sostenuto da ritmiche crossover e un bel riff di Belluschi. Amoreuncazzo ricorda Vasco Rossi, per un pezzo gradevole e che si lascia ascoltare, prima di Ogni vestito, grintosa ed energica, e Dai un nome alle cose, con l’Hammond del bravo Arcioni che diviene ancora più protagonista. La title track continua a muoversi in direzione di un rock radiofonico ben suonato e arrangiato, Mai come sembra esplode con impeto nel massiccio chorus, mentre Una carezza non vuol dire amore alleggerisce i toni ma non convince del tutto. Il finale ci consegna dapprima l’ironica Favole e soprattutto Stessi sbagli, robusta conclusione di un esordio che, pur non inventando nulla di nuovo, riserva buone trame e diversi pezzi di spessore. Ovviamente chi cerca strutture complesse e articolate, messaggi nascosti o testi poetici non li troverà di certo qui, Vaniggio punta molto sull’impatto e su un songwriting diretto e senza tanti fronzoli, seppure i musicisti chiamati in causa sono tutti di buonissimo livello, e hanno saputo creare un disco, che seppure con qualche calo, risulta piacevole nella sua interezza. (Luigi Cattaneo)

Stessi sbagli (Video)



sabato 13 giugno 2020

WARMHOUSE, 1984 (2020)


album 1984 - Warmhouse
Curiosa la storia dei Warmhouse, che inizia con l’acquisto di una vecchia Casio – Tone degli anni ’80, nel cui involucro viene ritrovato un quaderno ingiallito e colmo di versi d’amore, di prigionia, di rimorso, narrazioni inquiete datate 1984 e firmate da un certo Patrick R. Le pagine di quel ritrovamento diventano lo spunto compositivo per i pugliesi, che pubblicano ora un ep d’esordio robusto ed energico, omaggio alla new wave nata nella terra d’Albione e ancora oggi presente nella cultura di band come Arctic Monkeys, Strokes e Interpol. Un post punk che quindi si imparenta con l’indie rock e che vede Francesco Elios Coviello (voce e synth), Agostino Nestola (chitarra e synth), Davide Cimmarusti (batteria) e Pasquale Monti (basso), protagonisti di un sound corposo e vitale. Quello di 1984 è ovviamente un breve resoconto delle esperienze sin qui intraprese dal quartetto, un biglietto da visita in attesa di qualcosa di più sostanzioso e che possa evidenziare un ulteriore crescita nel gruppo, che pare avere tutte le doti per emergere, almeno nella folta scena alternative tricolore. La title track iniziale, dalla vena malinconica, espone subito le qualità della band, a suo agio tra ritmiche rock e pulsioni di inizio 2000. La carica di Molko Monday, con il suono dei synth a sottolineare l’intensità del racconto (con l’ospite Dario Tatoli), pare il pezzo più a fuoco dell’album, forte di un chorus davvero azzeccato. Marble (dove troviamo Luigi Lafiandra ai synth e Tatoli, che oltre ai synth, suona la chitarra con l’ebow) e Pearl Moon chiudono questo valido ep tra suggestioni post e inflessioni wave. (Luigi Cattaneo)




giovedì 11 giugno 2020

VAREGO, I, Prophetic (2019)


Uscito nel 2019 per Argonauta Records, I, Prophetic è l’ultimo lavoro in studio dei Varego, band formata da Davide Marcenaro (basso e voce), Alberto Pozzo (chitarra), Gerolamo Lucisano (chitarra) e Simon Lepore (batteria), attiva da più di dieci anni e che arriva ora al terzo full dopo Tumultum e Epoch. Dopo una breve intro si parte subito fortissimo con The abstract corpse, aggressiva e potente sin dalle prime battute, vive su un incedere stoneriano rilevante e marcato. La title track sprizza sludge da tutti i pori, miscelandolo con vagiti psichedelici, chiamando in causa i grandi Melvins, prima di Of dust, che non disdegna passaggi grunge, e Silent giants, raffinata nel suo muoversi tra momenti suggestivi e picchi heavy. Ci avviciniamo alla conclusione dapprima con l’impeto stoner di When the wolves howl e poi con Duelist e Zodiac, pezzi che mettono insieme le varie influenze del quartetto ma sempre rielaborate secondo un ottica personale, che rende il prodotto finale davvero interessante ed elaborato. (Luigi Cattaneo)

Duelist (Video)