sabato 19 agosto 2017

SAILING TO NOWHERE, Lost in time (2017)


Tornano a distanza di tre anni i romani Sailing to Nowhere, di cui avevamo già parlato per l’esordio To the unknown e che qui si presentano con una formazione parzialmente rinnovata (il tris di voci è affidato a Marco Palazzi, Helena Pieraccini e Clara Trucchi, le due chitarre ad Andrea Lanzillo ed Emiliano Tessitore, al basso troviamo Carlo Cruciani e alla batteria Giovanni Noè). Il power prog dei capitolini fa riferimento a realtà come Vision Divine, Eldritch e Sonata Arctica, con fraseggi melodici sempre presenti e una serie di importanti ospiti che innalzano il livello generale del lavoro. Forse non c’è stato il salto di qualità definitivo, anche perché il precedente disco si muoveva su livelli già discreti ma pezzi come Apocalypse, con Fabio Lione alla voce (Rhapsody, Angra, Vision Divine, Eternal Idol), che mi ha ricordato gli Athena del sottovalutato A new religion? o Start again, con il grandissimo Roberto Tiranti (cantante già di New Trolls e Labyrinth) e David Folchitto (Stormlord) alla batteria, valgono da sole il prezzo del biglietto, perché mostrano una band dalle ottime prospettive e con rodate capacità di songwriting. Trascinante, seppur più power, Suffering in silence, con le tastiere di Maestro Mistheria del Vivaldi Metal Project e il nuovo coinvolgimento del martellante Folchitto. Non sono da meno le contorsioni ritmiche di New life, in cui al basso vi è Dino Fiorenza, già ammirato all’opera con Steve Vai, Paul Gilbert e nel trio di Antonello Giliberto. Lost in time mostra i classici pro e contro del genere ma è indubbiamente un album vivace e spigliato, che sicuramente troverà il giusto riscontro tra gli amanti di certe sonorità epicheggianti. (Luigi Cattaneo)
 
Start again (Video)
 

domenica 13 agosto 2017

LAST MOVEMENT, Bloove (2017)


I Last Movement sono un quartetto romano (Antonio Di Mauro alla chitarra, Nuri Lupi alla voce, Misa Asci alla batteria e Carlo Venezia al basso) totalmente immerso nello shoegaze, con punte acide di psichedelia, space rock e strati noisy. Bloove è il primo full lenght del gruppo (dopo un 7” e un ep) e fa il punto della situazione dopo anni di prove e scrittura (quest’ultima affidata a Di Mauro), una costante per qualunque band emergente. Il platter è indirizzato in special modo per chi mastica il genere, soprattutto perché certi suoni così saturi alla lunga rischiano di stancare o di non colpire abbastanza chi ascolta, pregi e difetti che troviamo anche in questo debut. Di Mauro crea degli autentici muri carichi di riverbero (non aiutati da una produzione deficitaria), una costante che non permette grosse variazioni sul tema, seppure affiorano diversi spunti che forse potevano essere meglio sviluppati. Peccato perché si percepiscono stimoli che un lavoro ritmico più vario e dinamico avrebbe potuto esaltare, pur se è difficile avere certezze quando ci sono registrazioni così poco brillanti. Difatti una maggiore cura in studio dovrebbe aumentare l’incisività del gruppo e magari far emergere con più enfasi le pulsioni psych di cui si intuiscono le potenzialità, perché davvero una produzione di questo tipo non permette di far emergere con chiarezza l’intento e nemmeno la qualità dell’opera. Anche la voce di Lupi (già con i Vanity) non giova di questa situazione e rimane più bassa rispetto al resto degli strumenti (difficile capire se sia una scelta voluta o meno). I feedback ostinati di Di Mauro rimandano a Sonic Youth e Jesus and Mary Chain e sono convinto che il futuro possa portare a sviluppi importanti, perché comunque Bloove, pur con i problemi citati, è un disco interessante e con diverse idee curiose. (Luigi Cattaneo)
Qui di seguito il link per poter ascoltare o acquistare l'album
 
 

sabato 12 agosto 2017

FINISTER, Suburbs of mind (2015)


Giovanissimi ma già maturi, arrivano all’esordio i Finister (Elia Rinaldi voce e chitarra, Orlando Cialli tastiere, synth, piano e sax, Leonardo Brambilla al basso e Lorenzo Burgio alla batteria), con un disco, Suburbs of mind, qualitativamente alto e che mostra un piglio che oscilla tra psichedelia, wave e indie rock. Le iniziali pulsioni progressive (forse più evidenti nell’ep Nothing is real del 2012) si sono difatti arricchite di elementi differenti, un vero e proprio substrato composito che ha portato ad un risultato di forte impatto sonoro, che parte dai Doors e arriva ai contemporanei Muse. In queste dieci tracce emergono ossessioni, rabbia, inquietudini ma anche ottimismo, sensazioni che si manifestano con chiarezza in un bel debut album. I toscani sono stati abili nel creare un lavoro che riesce a fondere melodie catchy con il crossover tra generi, partendo forte con l’esplosiva verve di The morning star. Bite the snake, con il suo ritmo serrato, fraseggi settantiani e una coltre psichedelica è il singolo scelto per presentare il platter, prima della bella ballata The way (I used to know). A decadent story continua a mostrare il lato psych del gruppo, My howl aggiunge spore prog dettate anche dal violoncello di Lea Galasso, pur mantenendo ben salde radici psichedeliche, mentre Levity gioca maggiormente con significativi elementi elettronici. Oceans of thrills è uno dei momenti più interessanti e le presenze della Galasso e di Davide Dalpiaz al violino accentuano il lato emozionale della proposta, pur se non sono da meno The key e Here the sun, capaci di essere raffinate e prorompenti. Trascinante anche il finale di Everything goes back, buonissima conclusione di un disco equilibrato e pieno di felici intuizioni. (Luigi Cattaneo)
 
The way (Official Video)
 

giovedì 10 agosto 2017

IVANO FOSSATI, Not one word (2001)


L’ex Delirium Ivano Fossati nel 2001 decide di staccarsi momentaneamente dalla sua carriera di prolifico cantautore per dedicarsi ad un disco strumentale troppo poco citato negli anni. Il ligure decide di dare sfoggio di questa sua propensione, che solo in parte e in pochi episodi è stata soddisfatta in 30 anni di carriera e, in estrema libertà, firma uno dei lavori più curiosi della sua lunga attività. Not One Word si presenta così, spoglio di ogni parola, senza quei testi che hanno marchiato a fuoco dischi significativi come La Pianta del Tè, Discanto o Lindbergh-Lettere da sopra la pioggia. Fossati corona questo piccolo sogno dando vita ad un ensemble, il Double Life, con cui si dimentica per un attimo di essere uno dei cantautori di punta di casa nostra per appagare la sua sete di jazz e magari anche per sentirsi meno ingabbiato dai vincoli letterari della sua canzone. Abbandonare per un attimo la sua dimora sicura per toccare con mano territori a dire il vero non così distanti come si potrebbe pensare. Il piano di Fossati è quello da tutti conosciuto ma qui si amalgama con parti orchestrali, con il clarinetto di Gabriele Mirabassi e il violino di Ettore Pellegrino e crea suggestioni e visioni affascinanti. Si passa così da momenti narrativi, capaci di riempire gli occhi con immagini da pellicola in bianco e nero (Le Mot Imaginaire) ad altri dove il piano svisa in territori jazzati (la delicata title track). Non manca un classico come Besame Mucho, qui particolarmente poetica e con il violino ad accentuarne il tono drammatico, perfetto contraltare di Brazzhelia, un latin jazz brillante e festoso. Milos, scritta dal figlio Claudio (batteria), ha una melodia disincantata da soundtrack che rimanda al cinema di Pupi Avati, spesso legato al filo dei ricordi e ad una certa vena nostalgica, mood malinconico e sofferto che ritroviamo anche in Tango disincantato. Fossati emerge soprattutto in tre brani: Lampi, frangente jazz molto convincente, Roobenia, con un emozionante tema dominante di grande gusto e Theme for Trio, raffinata esposizione giocata sull’interplay tra piano e violoncello (suonato da Martina Marchiori). La chiusura di Raining at my door rimanda a Ludovico Einaudi e tratteggia scenari notturni e spirituali. Not One Word  è un album che si discosta da tutta la discografia di Fossati e ha il merito di far emergere con maggiore nitidezza una delle tante anime del cantautore genovese, che successivamente deciderà di tornare al cantautorato (già a partire da Lampo Viaggiatore del 2003). (Luigi Cattaneo)
 
Not one word (Video)
 
      

sabato 5 agosto 2017

QUADRI PROGRESSIVI, Demetrio Stratos

Opera originale di Lorena Trapani. Un sentito e splendido ritratto di una delle voci più importanti della storia della musica, Demetrio Stratos.
Per visionare le opere di Lorena potete inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it  
 


giovedì 3 agosto 2017

OVERKHAOS, Beware of truth (2017)


Esordio ufficiale per i tarantini Overkhaos, una band che avevo visto qualche anno fa a Spongano, in una bella edizione del festival Spongstock e devo dire che pur avendone colto già allora le evidenti potenzialità non mi aspettavo da questo debut un tale sviluppo di suoni e idee e quindi sono rimasto piuttosto sorpreso nel constatare l’ottimo livello tecnico e compositivo raggiunto dal quintetto. I tarantini si sono adoperati per scrivere un concept che prende spunto dai tanti problemi sociali che affliggono la bella città pugliese, mostrando personalità e indubbie doti di songwriting. Beware of truth è un grande album di metal progressivo con forti richiami al thrash, con frangenti ora vicini agli Animals as leader, ora accostabili ai Testament degli ultimi dischi, ora paralleli agli Eidolon dei fratelli Glover. Mimmo D’Oronzo mostra di cavarsela sia nelle parti pulite che in quelle più aggressive, Davide Giancane e Giuliano Zarcone alle chitarre incrociano benissimo i loro strumenti, in parti che mi hanno ricordato proprio i Testament ma anche i Megadeth, mentre la coppia ritmica formata da Anna Digiovanni al basso e Andrea Mariani alla batteria sforna una prova fatta di potenza, precisione e pulizia. Prelude introduce strumentalmente Silent death, brano perfetto per condurre l’ascoltatore nelle atmosfere del disco. Solar starvation ribadisce con forza e determinazione la capacità di sostare nel trash metal dai tratti prog, per poi passare a Khaos Inc., brano con cui intelligentemente l’ensemble mostra di poter tirare il freno e creare songs più ragionate. Si torna a spingere con la pregevole The lie you need e il grandeur furente di Crubling, prima dell’interessante trama di White light. Die Catsaw! si compone di fraseggi thrash metal tecnici e melodici, Anna’s song vede addirittura coinvolto l’ex Dream Theater Derek Sherinian (ma non dimentichiamolo nei fantastici Black Country Communion, nei grandi Planet x e per una carriera solista di livello ragguardevole) alle tastiere, ospite che con la sua presenza riempie ancora di più il suono del gruppo, lasciandomi pensare che l’inserimento in organico di un tastierista a tempo pieno potrebbe giovare al sound complessivo (anche se già in questo platter i ragazzi sottolineano come orchestrazioni e arrangiamenti siano opera di D’Oronzo e di Luca Basile). Chiusura affidata a Deadline ed è un altro grandissimo momento, strutturato e corposo, non fa altro che confermare tutte le qualità della band, che con questa opera prima è riuscita a coniugare forza espressiva e raffinatezza, ardore heavy e pulsioni progressive. (Luigi Cattaneo)
 
Khaos Inc. (Video)
 

C.ZEK BAND, Set you free (2017)


The C. Zek Band: rock, funky, soul per menti libere! Con questa presentazione il quintetto (Christian Zecchin alla chitarra e alla voce, Roberta Dalla Valle alla voce, Nicola Rossin al basso, Matteo Bertaiola all’organo hammond, al rhodes e ai synth e Andrea Bertassello alla batteria) scandisce umori e influenze di una vita, passando dalla forza di Janis Joplin alle melodie senza tempo dei Beatles, dal folk del menestrello per eccellenza Bob Dylan al rock immortale dei Rolling Stones. Il gruppo nasce due anni fa sulle ceneri del trio blues Almost Blue, da un’idea di Zecchin, musicista ed insegnante con alle spalle esperienze con Big Street, Major7 e Chakra’s Band. Evitando approcci didattici alla materia e prediligendo fantasia e sentimento nasce Set you free, otto canzoni inedite più Gimme Shelter degli Stones in cui si palesa la bella prova della Dalla Valle, un po’ Etta James, un po’ Stevie Nicks e una sezione ritmica corposa, oltre che i bei tappeti creati dalla mano di Bertaiola e la creatività chitarristica di Zecchin. L’ensemble si muove quindi su un territorio vintage, mostrando un evidente attrazione per act storici del passato, quelli che hanno influenzato generazioni di musicisti e che anche qui trovano posto, all’interno di un r’n’r funkeggiante e zeppo di soul. I veronesi hanno davvero anima e passione e tutto ciò si sente dal vitale inizio di John Corn, davvero pieno di groove e dalla seguente I’m so happy, dove ogni particolare è al posto giusto. Tell me è uno dei brani più vivaci ed efficaci tra i presenti, mentre Kissed love è la classica ballata lievemente psichedelica posta saggiamente dopo tre pezzi sostenuti. La title track mostra il lato più blues del progetto, con chitarra e tastiere in bella mostra e anticipa il già citato rifacimento di Gimme shelter. Si va verso la conclusione con la spigliata Boring day, il brio contagioso di It doesn’t work like this e la lunga Drink with me, che finisce addirittura per avere delle reminiscenze quasi prog e psych (d’altronde è lo stesso Zecchin a citare Pink Floyd e Grateful Dead tra i suoi riferimenti). Set you free è un pregevole compendio del percorso sin qui svolto dal leader, gradevole e ben suonato dalla prima all’ultima nota, un vero tuffo al cuore per gli amanti di un certo tipo di rock blues. (Luigi Cattaneo)
 
John Corn (Official Video)
 

martedì 1 agosto 2017

CONCERTI DEL MESE, Agosto 2017

Martedì 1
·Junkfood a Torre Faro (ME)
·Glincolti a Treviso

Mercoledì 2
·Syncage a Jesolo (VE)
·Sezione Frenante a Mestre (VE)
·Malibran a Belpasso (CT)

Giovedì 3
·Delirium IPG a Bordighera (IM)
·Glincolti a fontanellato (PR)
·Le Orme a Lignano Sabbiadoro (UD)
·Junkfood a Palermo

Venerdì 4
·Mad Fellaz a Borso del Grappa (TV)
·FixForb a Genova
·Junkfood ad Alcamo (TP)

Sabato 5
·Biglietto per l'Inferno a Barzio (LC)
·Mito New Trolls a Pineto (TE)
·Supper's Ready a Mendola (TN)
·Le Orme a Forte dei Marmi (LU)
·Junkfood a Mazara del Vallo (TP)
·Möbius Strip a Isola del Liri (FR)

Domenica 6
·PFM a Roseto degli Abruzzi (TE)
·So Does Your Mother a Patti (ME)
·Dark Ages a Padova

Lunedì 7
·PFM a Castelnuovo Garfagnana (LU)
·Locanda delle Fate a Martirano L. (CZ)
·Le Orme a Cison di Valmarino (TV)
·Napoli Centrale a Mottola (TA)

Martedì 8
·Osanna a San Paolo Bel Sito (NA)
·Junkfood a Marina Gioiosa Ionica (RC)
·Distillerie di Malto+Le Orme a Ortona (CH)

Mercoledì 9
·Junkfood a Taranto

Giovedì 10
·So Does Your Mother a Palermo

Sabato 12
·La Casa dei Matti ad Albi (CZ)
·Napoli Centrale a Cagnano Varano (FG)
·Sophya Baccini's Aradia a Gaeta (LT)

Domenica 13
·Estro ad Anzio (Roma)
·GnuQuartet a Sulmona (AQ)

Lunedì 14
·Napoli Centrale a Taviano (LE)
·GnuQuartet a Roccaraso (AQ)

Martedì 15
·UT New Trolls a Staletti (CZ)
·Mito New Trolls a Cisterna di Latina (LT)


Giovedì 17
·Dusk e-B@nd a Rivabella (RN)
·C. Simonetti's Goblin a Francavilla (CH)

Venerdì 18
·New Trolls a Venosa (PZ)
·PFM a Rivisondoli (AQ)
·Junkfood a Eboli (SA)
·Napoli Centrale a Fontana Liri (FR)

Sabato 19
·GnuQuartet a Courmayeur (AO)
·Dark Ages a Isola della Scala (VE)
·UT New Trolls a Linguaglossa (CT)
·Rhythmus Ensemble ad Anzio (Roma)
·Roberto Cacciapaglia a Sorrento (NA)

Domenica 20
·Mito New Trolls a Introdacqua (AQ)

Lunedì 21
·GnuQuartet a Rimini
·Glincolti ad Asolo (TV)

Martedì 22
·J. Greaves & A. Barbazza a Vasto (CH)

Mercoledì 23
·FixForb a Fara Gera d'Adda (BG)
·Napoli Centrale a Rotondella (MT)

Giovedì 24
·Il Paradiso degli Orchi a Brescia
·The Squonk a Roccaforzata (TA)

Venerdì 25
·UT New Trolls a Villamagna (CH)
·Lachesis a Bergamo
·Patrizio Fariselli a Fabriano (AN)

Sabato 26
·UT New Trolls ad Ascoli Piceno
·Napoli Centrale a Campli (TE)
·Möbius Strip a Pescasseroli (AQ)

Domenica 27
·Mito New Trolls a Tufara (CB)
·Banco a Pertosa (SA)

Giovedì 31
·Matthew Parmenter a Roma
·Napoli Centrale a S. Benedetto d.T. (AP)

lunedì 31 luglio 2017

VUOTI A RENDERE, Supplicium (2017)


Terzo lavoro per i padovani Vuoti a Rendere, seppure molto breve con i suoi 17 minuti ma ad ora, anche se potrebbe sembrare strano, quello più interessante e compiuto! Difatti il trio (Filippo Lazzarin alla chitarra, alla voce e ai samples, Enrico Mingardo all’organo e al piano e Marco Sartorati alla batteria e alle percussioni), insieme a Marina Miola al violino e Luca Santoro al flauto, ha deciso di dare libero sfogo ai propri istinti creando due lunghe tracce praticamente strumentali, Cloroformio ed Effetto collaterale, che sono quanto di meglio prodotto dai ragazzi nel loro percorso. La band vira verso un progressive d’annata, vintage, quello imparentato col pop psichedelico che prediligeva l’utilizzo dell’organo sul finire dei ’60, richiamando due oscure realtà solo da poco riscoperte come Underground Set e Psycheground Group, unendo tali trame con un suono che sembra provenire direttamente da qualche dimenticata soundtrack da spy movie del periodo. In tal senso vanno letti gli omaggi a due storiche pellicole del genere western, Per un pugno di dollari e Il buono, il brutto e il cattivo, nonché a due maestri come Sergio Leone ed Ennio Morricone. Supplicium è un piccolo lampo ma può segnare sicuramente il passo verso qualcosa di più concreto e corposo, perché mai come questa volta il gruppo ha dimostrato di avere idee chiare e una giusta strada da sviluppare. (Luigi Cattaneo)
 
Risultati immagini per supplicium vuoti a rendere
 

domenica 30 luglio 2017

OTHER VIEW, When daylight is gone (2017)


Gli Other View sono una band power prog anglo italiana fondata nel 2003 e che dopo una serie di cambi di line up e di stile (dall’heavy al power sino all’attuale progressive metal) ha trovato la quadratura del cerchio con questo come back interessante e piuttosto ben riuscito. Della formazione originale è rimasto solo il vocalist Lon Hawk, qui insieme a Francesco Cammarata, Stefano Candi e Francesco Tuscano alle chitarre, Matteo Cidda alle tastiere, Antonio La Selva al basso e Giacomo Bizzarrini alla batteria. Dopo Going Nowhere del 2013 è ora la volta di When daylight is gone, un ode alla notte in tutte le sue forme in cui la band ha accentuato il lato prog della proposta, rendendola più sfumata e variegata. La ricerca di sonorità più cupe e oscure ha dato i suoi frutti, con parti strumentali serrate, cura per l’aspetto melodico e chorus aperti di facile lettura, elementi che troviamo sin dall’iniziale Vantage, un substrato powerprog su cui l’ensemble ha instillato le esperienze maturate in questi anni e che rendono il pezzo davvero brillante. Carnivore è forse la traccia più pesante e greve del disco, con dei bei riff, heavy e complessi al punto giusto, un progressive metal aggressivo e tirato che conferma la direzione su cui si muove il platter. Anche Dead non scherza affatto come carica hard, pur avendo spunti melodici raffinati e pregevoli, prima dell’ottima Lightyears, composizione in cui il classic metal si fonde con influenze moderne ed elettroniche. That burgundy book è un omaggio alla buona narrativa e si contraddistingue per alcuni passaggi davvero delicati ed ispirati, aspetto che ho trovato meno nella doppietta formata da The city of Amber e Moonchaser, piacevoli ma più legate agli esordi, anche se la seconda ha certamente delle marcate influenze progressive. Chiude l’album When the night comes, un pezzo ispirato, con un bel chorus aperto e una struttura fondata su cori e pianoforte. Buon ritorno per gli Other View, band in crescita e con margini di sviluppo evidenti, resi ancora più accentuati dalla loro voglia di allargare certi orizzonti sonori, una mossa assolutamente apprezzabile e che può portare ad un ulteriore progresso della loro proposta. (Luigi Cattaneo)
 
Carnivore (Video)
 

sabato 29 luglio 2017

VIANA, Viana (2017)


Lo sguardo e la mente guardano ancora lì, ai gloriosi ’80 di act come Whitesnake, Def Leppard e primi Bon Jovi, influenze ben impresse in Stefano Viana e nell’entourage Street Symphonies, etichetta che ha spesso omaggiato un periodo splendido per l’AOR mondiale e l’hard rock melodico. Questo esordio arriva da lontano, parte addirittura dal 2009, quando Viana, impegnato alla chitarra, inizia un meticoloso lavoro in compagnia di Alessandro Del Vecchio (cantante tra gli altri di Edge of forever e Moonstone Project), Anna Portalupi (bassista per Ut, Handline e Tarja Turunen), Alessandro Mori (batterista dei Forgotten Tears) e Pasquale India (tastiere). A causa di vicissitudini personali l’album viene però pubblicato solo ora, con l’aggiunta di Francesco Marras, bravissimo chitarrista e fondatore degli Screaming Shadows. Viana ha lavorato con molta cura su un disco estremamente immediato, impregnato di pomp rock e AOR, generi che Stefano conosce alla perfezione e che qui finisce per esaltare, soprattutto per via di dettagli melodici che mostrano la grande professionalità di chi ha lavorato sul prodotto. Il sound è quindi ben radicato negli anni ’80, non si sposta di una virgola, mantenendo quella grammatica musicale così congeniale 30 anni fa e che ancora appassiona il novarese e la sua brigata. Questo debut è quindi un premio e una soddisfazione per un percorso lungo e tortuoso e si lascia apprezzare per tutta la sua durata, soprattutto per la capacità del chitarrista di creare brani catchy e con il consueto appeal richiesto dal genere, segno della profonda conoscenza della materia. Scorrono veloci pezzi classici come l’opening ideale Straight between our hearts, Follow the dawn o Bad signs, tutte dotate di chorus che si stampano subito in testa, un elemento su cui Viana ha probabilmente lavorato con una certa enfasi. I suoni ricalcano quelli dell’hard ottantiano (croce e delizia di questo stile), così come il songwriting è ovviamente canonico, stabile nel suo essere fedele a certi aspetti conservatori. Le buone doti tecniche dei sei coinvolti si lasciano apprezzare e appaiono evidenti e se in futuro Stefano riuscirà a stabilizzare la formazione e magari a portarla on stage è probabile che tutto il progetto avrà di che beneficiarne. Difatti, pur se le composizioni sono mediamente buone, è palese come le qualità di cui sono in possesso possono portare a risultati ancora maggiori, pur senza modificare certe sonorità che sono alla base della personalità di Stefano. (Luigi Cattaneo)
 
Bad signs (Video)
 

venerdì 28 luglio 2017

MӦBIUS STRIP, Möbius Strip (2017)


Arrivano da Sora i giovanissimi Möbius Strip, un sorprendente quartetto dedito ad un jazz rock notevolmente maturo, soprattutto in relazione all’età dei musicisti. In soli tre anni di vita la band ha dato vita ad un progetto radicato nel jazz, con influenze importanti come John Coltrane o Gerry Mulligan ma che ha lo spirito tipico di gruppi settantiani che rispondono al nome di Arti & Mestieri, Kaleidon e Baracca & Burattini. Lorenzo Cellupica (piano, organo e tastiere), Nico Fabrizi (sax e flauto), Eros Capoccitti (basso) e Davide Rufo (batteria) sono riusciti egregiamente ad unire le influenze di entrambi i generi grazie ad un sound sempre frizzante e scattante in cui appare palese l’ottima tecnica di base in loro possesso. I sei pezzi sono tutti molto dinamici e sapientemente costruiti, vigorosamente rock pur all’interno di strutture marcatamente jazz, caratteristiche presenti sin dall’iniziale e buonissima Bloo, in cui emerge l’estro di Fabrizi, il brio di Cellupica e l’esuberanza ritmica della coppia Capoccitti-Ruffo, un brano tanto canterburyano quanto legato all’italica e fiorente tradizione jazz rock (Perigeo, Bella Band). Cellupica è grande protagonista anche nella seguente e fantasiosa Deja Vu, dove comunque risulta fondamentale anche il lavoro di Fabrizi, con gli intarsi ritmici che permettono ai due solisti escursioni vibranti e ricche di verve. First impressions ha la voglia di unire l’hard bop dei cinquanta con sfumature che rimandano a Nucleus ed Egg, mentre Call it a day è una breve ballata in cui troviamo solo Cellupica e Capoccitti. Si torna a spingere nell’ottima Andalusia, in direzione Spagna, con influenze iberiche vibranti e intense che colorano una composizione vivace e vitale. Il finale di Möbius Strip non fa altro che confermare il talento dei sorani, eredi di quella tradizione di jazz rock progressivo che ancora così tanti estimatori ha sia in Italia che all’estero. (Luigi Cattaneo)
 
Bloo (Video)
 

sabato 22 luglio 2017

MOGADOR, Chaptersend (2017)


Quarto disco in studio per gli ottimi Mogador, band capitanata da Luca Briccola (chitarra, flauto e basso) e Richard Allen (batteria e voce), insieme a Samuele Dotti (tastiere), Salvatore Battello (basso) e Marco Terzaghi (voce). Chaptersend è un lavoro particolare, in quanto la prima parte nasce ex novo con pezzi inediti, mentre la seconda va a riprendere episodi del disco d’esordio, rivisti con la sensibilità attuale del gruppo. Una scelta che probabilmente andrà ad incuriosire soprattutto chi non segue la band dagli inizi e che magari vuole scoprire un act che sinora ha ricevuto meno feedback di quanto a mio avviso ne meritasse. Difatti i lavori sinora pubblicati, tutti di buon livello, rimangono nella cerchia degli appassionati più attenti (per intenderci, non quelli ancora a caccia dell’ennesima ristampa dei Genesis o degli Yes ma quelli sempre con l’orecchio teso verso le piccole novità dell’underground) ed è un vero peccato perché i comaschi di buone idee ne hanno parecchie. L’iniziale Summer sun ha tutte le caratteristiche del sound Mogador, con tracciati hard prog a cui si aggiungono delicate sezioni classicheggianti, qui disegnate con cura dall’inventivo violino di Ida Di Vita. Briccola d’altronde non disdegna riff heavy e le tastiere di Dotti, dal piglio settantiano, completano un quadro iniziale estremamente interessante. Non dissimile, sia per stile che per l’alta qualità, The escapologist, con la sezione ritmica decisamente compatta e Terzaghi che conferma di essere voce sicura e precisa. Un momento cadenzato è la buona Deep blue steps, abbellita dagli interventi flautistici di Elisa Salvaterra e dal piano di Dotti, mentre Still alone torna in ambiti maggiormente progressivi con una certa autorevolezza. Nella piacevolissima Josephine’s regrets troviamo un altro gradito ospite, Jon Davison, voce degli attuali Yes, uno dei pezzi più suggestivi del platter, prima della grandeur prog di Gentleman John, dieci minuti in cui si avverte l’urgenza da parte del gruppo di costruire qualcosa di qualitativamente alto, in cui fondere melodia, classicità e rock romantico nella migliore tradizione italica. La ballata Tell me smiling child è apripista per la conclusiva Fundamental Elements Suite, vera sintesi del percorso sin qui intrapreso dal complesso, pregna di soluzioni fiabesche, epiche, con spunti hard prog raffinati vicini agli Shadow Gallery, trame sinfoniche e parti strumentali molto valide. I Mogador confermano di essere anello di congiunzione tra quei gruppi di matrice heavy come i già citati Shadow Gallery ma anche Opeth e Dream Theater e quelli storici del prog inglese che rispondono al nome di Yes, Gentle Giant e Genesis, un connubio di certo non originale ma ancora carico di suggestioni. (Luigi Cattaneo)
 
Gentleman John (Video)
 

mercoledì 19 luglio 2017

BRIDGEND, Rebis (2017)


Bridgend è il nome del progetto post rock di Andrea Zacchia (chitarre e synth), completato da Gabriele Petrillo (basso) e Daniele Naticchioni (batteria), trio che ha inglobato influenze prog e psichedeliche piuttosto consistenti. Rebis è un concept con tre voci narranti in cui i dialoghi, a volte un po’ ridondanti, esprimono riflessioni sull’esistenza e sui dubbi che ci accompagnano, una ricerca di risposte concrete che causano anche una certa paura verso l’ignoto e l’inesplorato. I tre atti del racconto narrano del viaggio di Rajas verso l’isola di Rebis, con trame musicali che non disdegnano il piglio prog dei Marillion e la psichedelia sognante dei Pink Floyd, una storia in cui il protagonista sarà accompagnato dal mentore Sattva e dall’amico Tamas, personaggi ai quali chiederà aiuto per sciogliere i legami che lo trattengono a Ys (e qui la mente corre al mitico disco del 1972 del Balletto di Bronzo). Oltre a tali riferimenti Zacchia ha instillato nel disco tratti tipici di band seminali come i Mogwai e i Caspian di Waking season, andando ad utilizzare macchine analogiche e microfoni ambientali per donare ampio respiro alle composizioni (espediente curioso e interessante). Il platter è quindi un susseguirsi di elementi emozionali che mirano a descrivere i pensieri di Rajas, con lievi spunti elettronici che completano un quadro in cui progressive e post rock ambientale vanno a braccetto. Il viaggio come sinonimo di scoperta (in questo sono comunque esemplificativi i testi di Lorenzo Polonio recitati da Roberto Bonfantini, Lodovico Zago e Gioele Barone, tutti impegnati in attività teatrali), come momento in cui trovare sé stessi e porsi quesiti, il tutto con una musicalità che riesce a sottolineare ad hoc i vari momenti del percorso. I ragazzi sono riusciti a sviluppare con cura idee già mature, che a volte si perdono un po’ perché soffocate dall’aspetto narrativo, sovente preponderante, ma i concetti espressi sono sicuramente avvincenti e mettono in mostra qualità che possono essere sviluppate per alimentare un tragitto versatile e proficuo. (Luigi Cattaneo)
 
Zain (Video)
 

lunedì 10 luglio 2017

STEFANO GIANNOTTI & SALVO LAZZARA, La vostra ansia di orizzonte (2017)


Accoppiata molto particolare e stimolante questa formata da Stefano Giannotti (polistrumentista leader dell’ensemble Oteme) e Salvo Lazzara (conosciuto per i suoi trascorsi nei Germinale, importante band dei ‘90 e ora autore del progetto Pensiero Nomade). Giannotti qui si divide tra voce, violino, ukulele, banjo, armonica, piano ed elettronica, mentre Lazzara si cimenta alla chitarra, alla chiviola, al basso e al didjeridoo, accompagnati nel percorso da Luca Pietropaoli alla tromba, Marco Fagioli al trombone e Lucia Pera alla voce. Chi conosce i due musicisti sa che la proposta non può che essere ostica e anticonvenzionale, un tracciato in cui troviamo musica da camera, il Battiato sperimentale del primo periodo, atmosferici passaggi alla Eno, vagiti avanguardistici e tocchi di classica contemporanea. I due hanno la giusta esperienza per cimentarsi con una musica così piena di umori, in cui la ricerca diviene elemento focalizzante e finisce per radicalizzare i concetti di La vostra ansia di orizzonte. L’alba di una rosa è un introduzione per chitarra acustica e va ad anticipare Onde di terra, un recitativo di Giannotti accompagnato da un percussivismo di fondo a cui si associano pericolosamente violino e armonica, il tutto amalgamato dalla presenza della Sinfonia Music School di Lucca (dove insegna lo stesso Giannotti). La strumentale Rosalba rievoca il mood settantiano, quando certi sperimentalismi echeggiavano nei dischi tipici del periodo e in questo caso Giannotti al piano si muove con una base ritmica minimal che finisce per profumare di provocatrice avanguardia. L’unico brano realmente cantato, anche se in modo molto personale, è Celeste laguna (dalla Pera), a cui viene abbinata una pungente dose di elettronica. Buonissima la title track in spoken words, così come è di sicuro interesse L’aria d’oro, variopinta traccia segnata dall’ottimo lavoro di Lazzara. Le due parti di Dune d’acqua vanno a formare una composizione gestita oculatamente con ukulele e chiviola (chitarra freetless ibridata con violoncello e viola), prima della conclusiva suite Ma tu dov’eri?, venti minuti forse eccessivi in cui trovano spazio R.I.O., cellule ritmiche ethno, nonsense, rumorismi e fiati jazz (che vanno a segnare i momenti migliori). L’album è sicuramente interessante ma mi sento di consigliarlo solo a chi già mastica certe sonorità, perché il rischio di non capirlo o di rimanere freddi dinnanzi a certe trovate sonore è sicuramente dietro l’angolo … (Luigi Cattaneo)
 
Dune d'acqua (Video)
 

sabato 8 luglio 2017

UNIMOTHER 27, Fiore spietato (2017)


Torna Piero Ranalli, già bassista degli ottimi Areknames, con il suo progetto solista, gli Unimother 27 e lo fa con un lavoro fieramente settantiano, intriso di space e psichedelia figlia di Hawkwind e Ozric Tentacles. Ranalli qui si destreggia molto bene tra basso, chitarra e synth, accompagnato da Mr. Fist alla batteria (ma forse si tratta di una drum machine ben calibrata), per un risultato strumentale efficace e coinvolgente. Fiore spietato è un disco che meriterebbe di essere rappresentato anche live, dove potrebbe addirittura trovare risvolti inediti, forte di costruzioni armonicamente interessanti e una naturale predisposizione per elementi dai contorni sfumati. Il crossover su cui si costruisce l’album è una forte base psych intrisa di progressive e spore elettroniche, un trip formato da cinque lunghi brani (il più corto dura quasi otto minuti) in cui Ranalli si diverte a mettere in riga tutto il background musicale che lo contraddistingue e che già era emerso con i precedenti platter. L’aurea da jam band si esplica in pezzi senza difetti come Hierophantes, una trascinante elucubrazione psichedelica e progressiva che riporta al periodo fecondo di fine ’60 inizio ’70. Le strutture space rock e kraut vengono dettate dai fantasiosi fraseggi tra synth e chitarra, un mondo in cui emergono anche certi sperimentalismi crimsoniani (There is no trip for cats). Ranalli conosce la materia, alterna sapientemente passaggi più fragorosi al limite dell’hard con altri maggiormente atmosferici e sperimentali (la poco fluida Something about the clouds). Restano da citare The wheels of memory con i suoi memorabili assalti psichedelici e la title track finale che fonde elementi prog con i consueti rimandi ad un mondo lontano ma ancora di grande fascino per molti, come dimostra questo disco curioso e trasversale, che può essere un buon punto di partenza per scoprire la carriera di un musicista ancora troppo relegato nelle retrovie del genere. (Luigi Cattaneo)
 
There is no trip for cats (Video)
 

giovedì 6 luglio 2017

WENDY?!, Idols & Gods (2017)


I Wendy?! nascono nel 2008 grazie alla passione di Lorenzo Canevacci (voce e chitarra), già conosciuto per la sua militanza durante gli anni ’80 con l’hardcore band Bloody Riot. Dopo due album in crescendo (Eleven del 2012 e Notebook del 2014) è ora la volta di Idols & Gods, il disco più maturo sinora pubblicato e pieno di energia live, caratteristica che da sempre ha contraddistinto il sound del quartetto (oltre a Canevacci troviamo Alessandro Ressa alla chitarra e alle tastiere, Fabio Valerio al basso, Luca Calabrò alla batteria e la partecipazione speciale di David Petrosino dei Sailor Free alle tastiere in quattro brani). Energia a fiumi, riff di matrice hard, attitudine punk, mood wave e fraseggi classic rock si alternano e delineano nove pezzi immediati ma non banali. Per quanto riguarda i testi, se il precedente risultava essere una raccolta di istantanee, questo come back è più introspettivo, già dall’iniziale The gold rush, traccia d’apertura di stampo alternative rock ma che già mostra la volontà di non fermarsi solo su un ambito. La title track ha dei vagiti new wave, mentre Hate for free si sposta su un versante che rimanda ai Velvet Underground, prima di Attitude, una composizione che mi ha ricordato anche qualcosa dei Pearl Jam. Fear in the western world omaggia gli Ultravox, No values esalta il lato classic rock della band, mentre il tono da ballata irrompe in Drunken prayer. Feed the doubt riporta tutto su binari più rock e lo stesso discorso vale per l’ottima conclusione di 63 SG. Questo come back è sicuramente la conferma del potenziale del gruppo e mette in fila una serie di killer song in cui i romani si divertono a citare i Rolling Stones e il rock anni 90, i Devo e il post punk più irruento, risultando essenziali e convincenti per buona parte del platter. (Luigi Cattaneo)
 
Idols & Gods (Video)
 

sabato 1 luglio 2017

DISEQUAZIONE, Progressiva Desolazione Urbana (2016)


I Disequazione affondano le loro radici progressive nei primi anni ’80, momento storico del new prog in cui iniziavano ad affiorare act come Twelfth Night e Marillion. Geograficamente ci troviamo a Trieste, terra di confine che non ha molto partecipato alla costruzione della storica scena prog italica (possiamo citare il cantautore Gianni D’Eliso con Il mare del 1976 e i Revolver, anche se questi ultimi erano parecchio più vicini alla new wave, mentre in tempi più recenti sono emersi i bravi Proteo). Qui avviene l’incontro tra Giorgio Radi (basso) e Vinicio Marcelli (chitarra), musicisti affascinati dal progressive britannico e da tutto ciò che aveva riguardato quel tipo di suono nel decennio precedente, prima del rapido decadimento del movimento. L’arrivo di Dario Degrassi (tastiere) risulta importante per i primi passaggi live, momenti che cementificano il rapporto con gli appassionati del genere, che non aspettavano altro che un rinascimento di certe sonorità. Bisogna però attendere il 2016 per l’esordio ufficiale del gruppo (con i nuovi Fiodor Cicogna alla batteria e Luca Sparagna al canto), Progressiva Desolazione Urbana, album in cui i triestini scelgono di mantenere le stesse atmosfere degli esordi, sia per le timbriche che nella scelta della strumentazione. Cinque brani classici, tra cui una lunga e sontuosa suite strumentale, che rimandano inevitabilmente a band immortali come Le Orme e Banco del Mutuo Soccorso, con l’iniziale Inutile bel biglietto da visita per aprire il platter. Sulla stessa falsariga Il vaso di Pandora, con i consueti tempi dispari e le tastiere di Degrassi ottimo collante dell’interplay del quintetto. Più leggera ma comunque riuscita È giorno ormai (unica intorno ai 4 minuti), prima di Nel giardino del piccolo Gik, che conferma una certa cura per l’aspetto melodico e per l’arrangiamento. La chiusura è affidata alla già citata title track divisa in tre parti, ed è il momento più riuscito e a tratti esaltante del lavoro, vera sintesi di una band deliziosamente vintage e imbevuta di progressive, con Radi (bravo anche nella composizione) e Cicogna vero motore ritmico di una ventina di minuti scarsi in cui il crescendo, anche emotivo, è palpabile. Bravi i Disequazione, che dopo oltre trent’anni ancora propongono il loro prog rock con la giusta e immutata passione di sempre. (Luigi Cattaneo)
 
Teaser Album
 

CONCERTI DEL MESE, Luglio 2017

Sabato 1
·New Trolls a Mendrisio (Svizzera)
·feat. Esserelà a Ivrea (TO)
·Tributo Alle Orme a Sabbioneta (MN)

Domenica 2
·So Does Your Mother a Formello (Roma)
·Arturo Stàlteri a Roma
·The Lamb & B. Lanzetti a Sabbioneta (MN)
·Malus Antler a Breganze (VI)
·Antilabé a Talmassons (UD)

Martedì 4
·Steve Hackett a Vigevano (PV)

Mercoledì 5
·Steve Hackett a Lignano Sabbiadoro (UD)

Giovedì 6
·Reverie a Milano

Venerdì 7
·Steve Hackett a Pescara
·Estro a Roma
·Kraftwerk a Perugia
·Arturo Stàlteri a Fasano (BR)
·The Winstons a Milano
·Panther & c.+Real Dream a Montemoro (GE)

Sabato 8
·Steve Hackett a Sogliano al Rubicone (FC)
·Sintonia Distorta a Lodi
·Mad Fellaz a Mussolente (VI)
·Avalon Legend a Cherasco (CN)

Domenica 9
·God Is An Astronaut a Segrate (MI)
·Saint Just a Spilimbergo (PN)

Lunedì 10
·God Is An Astronaut a Roma
·Fairport Convention a Spilimbergo (PN)

Martedì 11
·Ray Wilson a Spilimbergo (PN)

Mercoledì 12
·Archive a Roma
·Vincent & Daniel Cavanagh a Roma

Giovedì 13
·UT New Trolls+Delta a Ternate (VA)
·Oregon a Corropoli (TE)

Venerdì 14
·Porto Antico Prog Fest a Genova
·Dusk e-B@nd a Poggio Berni (RN)
·Acoustic Strawbs a Bobbio (PC)
·Diraxy a Milano
·Enten Hitti a Cotignola (RA)
·Oregon a Piombino (LI)

Sabato 15
·Porto Antico Prog Fest a Genova
·UT New Trolls a Savona


Domenica 16
·Steve Winwood a Gardone Riviera (BS)
·Philip Glass a Roma
·Roger Hodgson a Locate Triulzi (MI)
·Arturo Stàlteri a Pratovecchio-Stia (AR)
·Le Orme a Tolfa (Roma)
·Möbius Strip a Balsorano Vecchio (AQ)
·InChanto Trio a Montalcino (SI)

Lunedì 17
·Einstürzende Neubauten a Roma
·PFM a Varallo Sesia (VC)
·Yes fest. ARW a Roma
·Oregon a Roma
·Acoustic Strawbs a Isola del Liri (FR)
·Il Giardino Onirico a Civita C.na (VT)
·Napoli Centrale a Roma
·GnuQuartet a Rossiglione (GE)

Martedì 18
·Einstürzende Neubauten a Collegno (TO)
·Oregon a Empoli (FI)

Mercoledì 19
·Yes feat. ARW a Schio (VI)
·Oregon a Stresa (VB)
·Claudio Simonetti's Goblin a Roma

Venerdì 21
·Locanda Delle Fate a Lu Monferrato (AL)
·Le Orme a Villamagna (CH)
·Sophya Baccini's Aradia a Cardito (NA)

·Prog Metal Night al Legend di Milano

Sabato 22
·Napoli Centrale a Palestrina (Roma)
·Yes feat. ARW ad Arbatax (NU)
·Oregon a Rovigo
·Möbius Strip a Isola Del Liri (FR)
·Cyrax a Milano
·GnuQuartet a Camogli (GE)
·Syncage a Roana (VI)
·Le Orme a Roma

Domenica 23
·The Cage a Piacenza
·Ypnos a Cento (FE)
·GnuQuartet a Borgio Verezzi (SV)
·A Rainy Day In Bergen a Baronissi (SA)

Lunedì 24
·C. Simonetti's Goblin a Roma
·Air a Ostia Antica (RM)
·Napoli Centrale a Ischia (NA)

Mercoledì 26
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·Neverland a Roma
·GnuQuartet a Treviso

Giovedì 27
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Venerdì 28
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·Phoenix Again a Sulzano (BS)
·Sintonia Distorta a Lodi
·FixForb a Maracalagonis (CA)
·Nosound a Roma
·Claudio Simonetti's Goblin a Fiuggi (FR)
·Zu a Osio Sopra

Sabato 29
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·Arcturus a Genova
·Napoli Centrale a Treviso
·PFM a Lodè (NU)
·Genesis Day a Nocera Umbra
·Mito New Trolls a Minusio (Svizzera)
·GnuQuartet a Savona
·Malibran a Nicolosi (CT)
·Claudio Simonetti's Goblin a Matera
·L'Ira Del Baccano a Foglianise (BN)
·FixForb a Capoterra (CA)

Domenica 30
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·Nosound a Serravalle Pistoiese (PT)
·FixForb a Cagliari
·Ossi Duri a Venaus (TO)

Lunedì 31
·Napoli Centrale a Carpi (MO)
·PFM a S. Galgano (SI)

sabato 24 giugno 2017

PAUL BEAUCHAMP & PAOLO SPACCAMONTI, Torturatori (2017)


L’incontro spregiudicato tra l’americano Paul Beauchamp (armonium elettrico e synth), rumorista assuefatto da elettronica molesta e un certo drone ambient enfatico e Paolo Spaccamonti (chitarra), sperimentatore di suoni e soluzioni cinematografiche ardite, ha portato alla nascita di Torturatori, un disco coraggioso e registrato in una singola session. Con loro in White side Gianmaria Aprile dei Luminance Ratio, impegnato alla chitarra nella prima parte del lavoro (la seconda è Black side), per quella che è a tutti gli effetti un’improvvisazione, il momento irripetibile di un incontro affascinante e singolare (un po’ come si sviluppava il discorso di produzioni avanguardistiche di oltre quarant’anni fa che rispondono al nome di Telaio Magnetico o N.A.D.M.A., espressioni volutamente provocatorie di un rumorismo quanto mai concreto), dove le due personalità si adoperano per creare qualcosa di misterioso ed eccentrico. I due lunghi pezzi si sviluppano grazie alla chitarra di Spaccamonti e le trame aspre e contrastanti di Beauchamp, un insieme che produce un platter con tratti disarmonici e talvolta al limite della cacofonia. Le visioni filmiche di Spaccamonti (uno che collabora con il Museo del cinema di Torino per la sonorizzazione di film muti e che ha realizzato colonne sonore per documentari e film) contrastano con l’approccio noise dello statunitense e vanno a formare un quadro dove psichedelia, manipolazioni di suoni e post rock si incontrano e sviluppano un disco fortemente sperimentale. Torturatori è un’esperienza disturbante, su cui diviene anche complicato esprimere un giudizio, di difficilissima assimilazione e consigliata solo a chi è davvero avvezzo a certe sonorità così concrete seppure figlie di un aleatorio istante di libertà creativa. (Luigi Cattaneo)
 
Torturatori (Teaser Album)
 

venerdì 23 giugno 2017

TIRESIA RAPTUS, Diaspora (2015)


È di due anni fa il come back dei Tiresia Raptus, che con questo Diaspora confermavano l’attitudine sperimentale della loro proposta, imbevuta di psichedelia, dark, doom e kraut rock. L’album, scritto quasi interamente da Nicola Rossi dei Doomraiser (impegnato alla voce, ai synth e alle tastiere) è davvero di buona fattura e farà la felicità di quanti amano le sonorità plumbee di Il Ballo delle Castagne (loro compagni di etichetta), Il Segno del Comando e dei mai dimenticati Malombra. Oltre a Rossi ci sono Carlo Gagliardi (basso, organo e tastiere), Nico Irace (organo), Francesco Campus (chitarra) e Giancarlo Lustri (batteria), bravissimi nel creare le giuste atmosfere per la riuscita complessiva del platter. Vintage ed esoterismo si fondono per sviluppare contesti narrativi affascinanti in cui la redenzione delle anime è il punto focale e i romani affrontano le varie tappe con un bel sovraccarico di tastiere dall’aurea settantiana. La lunga Do you know who you are? apre il disco con cadenze doom e space rock, fraseggi percussivi e la voce narrante di Irace, un brano intenso e malinconico. Vattienti, dopo una singolare introduzione, si sviluppa verso territori gotici con tanto di particolare tin whistle suonato da Rossi, a cui va aggiunto l’efficace suono dell’ebow di Willer Donadoni. La semi acustica e breve Angel anticipa Scheletro, un bel momento che si sviluppa con inquietanti synth e il sempre affascinante organo di Gagliardi, impegnato anche come voce narrante, a cui vanno aggiunte le note dello xilofono di Rossi e dell’ebow dell’ottimo Donadoni. Cupa e seducente è Emotions in black, con le caratteristiche campane tibetane di Rossi che ampliano lo spettro di influenze presenti, mentre Tutto dorme è costruita soprattutto attorno le tastiere e i synth di Gagliardi e dell’ospite Elisa Serra ma non decolla mai del tutto e non raggiunge un’adeguata tensione. Meglio il magnetismo di Fragili ossa e soprattutto la conclusiva title track, il momento più immediato del disco e splendido finale di un platter adatto in particolar modo a chi ha dimestichezza con sonorità ricche di synth, tastiere e parti di organo abbinate ad una scrittura darkeggiante e perennemente proiettata verso frangenti gotici. (Luigi Cattaneo)
 
Scheletro (Video)
 

venerdì 16 giugno 2017

KALISANTROPE, Brinicle (2017)

Brinicle è il primo full lenght dei Kalisantrope, arrivato dopo l’ep Anatomy of the world del 2014, un lavoro dove il trio già affrontava argomenti di una certa difficoltà narrandoli lungo cinque brani completamente strumentali. La formula non è cambiata e nemmeno i temi lugubri ispiratori delle composizioni, che denotano una maggiore varietà di atmosfere e contenuti, con un approccio che vuole avvicinarsi anche al jazz. Una crescita, pur non esponenziale, c’è stata, anche se la produzione non ha aiutato i ragazzi a donare il groove necessario a brani che risultano a volte leggermente monocordi. La continuità con il passato recente si avverte sin dall’iniziale Dawn on Hiroshima skies, che racconta ovviamente della bomba nucleare sganciata sulla città giapponese nel 1945 e della crudeltà di cui è capace l’uomo, un opening track decisamente prog che può risultare ideale anche per aprire le esecuzioni live. In Placebo effect il gruppo si sofferma sulle potenzialità della mente umana e lo fa con un tocco jazzy inedito e gradevole, in cui si avverte la voglia di inserire qualche elemento di novità e seppure il meccanismo è ancora da oliare la scelta è sicuramente apprezzabile. Canis majoris è una traccia misteriosa e che potremmo ascrivere al filone delle immaginarie soundtrack di ispirazione giallo-poliziesca, soprattutto per i suoni delle tastiere di Davide Freguglia e pure Notturno, come dice il titolo, è un momento più oscuro rispetto agli altri, una soffusa nenia malinconica e vagamente ambient con un discreto finale in crescendo. Morgendämmerung descrive invece l’alba attraverso le percussioni taiko del batterista Alex Carsetti, un passaggio sperimentale che però non decolla, lasciando il brano piuttosto in sordina. Cordyceps (un fungo parassita) si struttura su un riff al basso di Noemi Bolis, su cui si staglia l’attacco progressive di Freguglia, territorio in cui i milanesi paiono più a loro agio, mentre Seeking harmony è il primo singolo (se così si può chiamare) pubblicato e vede Davide impegnato in una linea di pianoforte che conduce ad una sezione improvvisata, per quello che è uno dei pezzi più riusciti e tipicamente prog. Bel finale con Genisteae, brano lungo e di ispirazione leopardiana con una variante elettronica (un sequencing) curiosa che rende la traccia interessante e fa pensare a come il suono del trio possa evolversi in futuro. La band dimostra di avere la volontà di diversificare la proposta e l’idea di avere un quarto membro (chitarra, flauto o sax?) credo possa giovare al sound e dare loro l’opportunità di esplorare e creare soluzioni più dinamiche e strutturate. Il trio d’altronde è molto giovane e ha tutto il tempo di crescere e di trovare la propria strada, passione e umiltà non mancano, doti che abbinate a indubbie capacità tecniche possono portare l’ensemble a raggiungere risultati efficaci già nei prossimi album. (Luigi Cattaneo)
 
Seeking harmony (Video)
 

martedì 13 giugno 2017

ANCIENT VEIL, I am changing (2017)


Fresco di pubblicazione per la sempre attenta Lizard Records, I am changing è il nuovo e inaspettato album targato Ancient Veil, un gruppo spesso citato come spin-off degli Eris Pluvia, band fondata nel lontano 1985 da Alessandro Serri ed Edmondo Romano (Rings of earthly light del 1991 viene ancora considerato uno dei capisaldi del new prog italiano). Questo ottimo come back, ricco di folk e prog, riprende il discorso lasciato in sospeso prematuramente con il primo omonimo lavoro del 1995, mostrando come i liguri non abbiano perso smalto, con composizioni strumentali raffinate e testi evocativi perfettamente calati in una realtà narrata da un uso predominante di fiati e tastiere. Serri (voce, chitarra, basso, flauto, oboe, hammond e moog) e Romano (sax, clarinetto e flauto low whistle) sono però accompagnati dall’importante presenza di Fabio Serri (piano, moog e hammond), oltre che da una nutrita serie di ospiti (13 per l’esattezza) davvero notevoli. Le atmosfere sono intatte rispetto al passato, quando band come Ezra Winston, Fancyfluid o Foglie di Vetro destavano interesse negli appassionati di progressive orfani dei suoni settantiani e negli undici pezzi che compongono il platter è facile ritrovare quelle classiche visioni romantiche che tanto hanno segnato il periodo. Bright autumn dawn è l’alba strumentale, un crescendo emozionale di grande raffinatezza, seguita dall’intensa e drammatica If I only knew, capace davvero di riportarci indietro nel tempo. You will see me (intro) anticipa in maniera delicata la title track, un brano molto sentito sul tema del cambiamento, mentre Only when they’re broken vede la presenza di Mauro Montobbio (chitarra classica) dei Narrow Pass, sempre molto bravo e comunicativo. You will se me è un altro momento particolarmente soffuso, prima della piacevole Fading light e di The fly, pezzo esaltante e sapientemente articolato. Chime of the time riemerge dal primo demo degli Eris Pluvia targato 1990, You will se me (finale) allaccia i fili con le due meravigliose parti antecedenti e A mountain of dust chiude splendidamente un ritorno elegante e soave. (Luigi Cattaneo)
 
You will see me (Video)
 
 
 

lunedì 12 giugno 2017

MEIER-BUDJANA GROUP, Tour europeo


Annunciate le date le tour europeo della band di Nicolas Meier e Dewa Budjana, due chitarristi di cui abbiamo spesso parlato su queste pagine.

Ad accompagnarli tra Inghilterra, Olanda, Belgio, Svizzera e Germania troviamo le solide ritmiche della coppia formata da Jimmy Haslip al basso e Asaf Sirkis alla batteria, oltre che la presenza di Saat Syah al flauto.

www.mwiergroup.com
www.dewabudjana.com

venerdì 9 giugno 2017

DEAD & BREAKFAST, Rebirth (2017)


 
I Dead & Breakfast sono un trio proveniente da Lodi con un’insana attitudine punk pregna di immagini orrorifiche (il succulento artwork è lì a testimoniarlo) che oramai li contraddistingue da dieci anni. Una decade all’insegna dell’horror rock più scatenato e ideale punto di congiunzione tra i veterani Misfits, i Frankenstein Drag Queens From Planet 13 e i Murderdolls, senza dimenticare di citare la produzione di Rob Zombie. Il lavoro in studio e i molti live fatti nel corso del tempo non hanno scalfito l’impeto dei lombardi, che si riversa lungo sette pezzi (per una durata inferiore ai 30 minuti) che uniscono punk, rock e metal, una predisposizione naturale per strutture sonore che puntano tutto su impatto e potenza. Dopo diversi cambi di line up (formata ora da Pachu alla voce e al basso, Gigio alla chitarra e alla voce e Piffy alla batteria) Rebirth è un titolo esplicativo e che segna il passo verso un suono più heavy e un’inclinazione maggiormente accentuata per un’ironia dissacrante e intelligente, elementi da non sottovalutare per comprendere appieno l’album. La propensione per l’hard rock melodico permette di risultare catchy anche nei frangenti più veementi come l’ottima Devil inside o la grezza forza di Dead & Breakfast. La vocazione per incubi tradotti in musica coinvolge Nightmare, mentre Tarantula è nuovamente foriera di quella tendenza heavy rintracciabile in parte nel passato recente dei lodigiani. Timmy è la conferma di come la band riesca ad alternare in maniera fluttuante circostanze hard con altre volutamente grevi, pur mantenendo sempre alta tensione abbinata alla forma canzone. Esempio brillante Inch by inch, con il suo chorus memorabile e segno distintivo di un platter che si chiude con la vibrante title track. Le doti del trio sono innegabili, hanno groove e tiro live e chi ama certe sonorità troverà Rebirth l’antidoto perfetto per combattere le varie Despacito che aumentano solo la voglia di far terminare l’estate prima che sia iniziata … (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare e acquistare il disco
 

mercoledì 7 giugno 2017

habelard2, Il ritorno del gallo cedrone (2015)


Il ritorno del gallo cedrone (un indicatore del livello di inquinamento dell’ambiente), uscito nel 2015, segnava il ritorno del progetto habelard2 dopo Qwerty del 2013 e confermava l’interessante sviluppo della musica creata unicamente da Sergio Caleca, tastierista e compositore degli Ad Maiora. Anche in questo caso Caleca sceglie di non avvalersi di nessun collaboratore e si prodiga alle tastiere, alle chitarre (elettriche, acustiche e classiche) e al basso, oltre che dettare le ritmiche tramite sequencer (espediente già utilizzato nel debut). Il disco è in realtà il rifacimento del medesimo album prodotto nel 1990 in copia limitata e solo su musicassetta, motivo in più per procurarsi un lavoro con tanti spunti curiosi e suggestivi e sicuramente interessante per chi conosce il cammino del milanese. C’è da dire che l’autore mostrava già una certa capacità di songwriting più di vent’anni fa, con pezzi come Scacco matto, Luna-Dark (un richiamo anche ai Pink Floyd dei ’70) o Bishop, che sintetizzavano molto bene le idee progressive che hanno sempre accompagnato la carriera musicale di Sergio. Bellissime anche Sweet suite e Alina-Adren, vivaci e agili pur essendo cariche a livello strutturale, una dote che Caleca ha portato avanti anche nei brani targati Ad Maiora. Gli ultimi due pezzi, Acustico nr.2 e Al limite, sono altri esempi di come i vari Keith Emerson, Tony Banks o Claudio Simonetti abbiano avuto una certa ascendenza sulla formazione del tastierista. In realtà ci sono altre tre composizioni, Film (noir), vicina alla soundtrack di un giallo all’italiana e tratta dall’introvabile Diskusic del 1987, l’inedita e gradevole Torno subito e Il ritorno … Al limite … già presente nella raccolta 20 anni dopo del 1994. Vi è infine un’ultimissima e breve bonus track, Capercaille, un improvvisazione al piano che chiude un lavoro riuscito e che sarebbe bello poter ascoltare live insieme a Qwerty e al recente Maybe (il più riuscito dei tre), dischi che rischiano purtroppo di essere conosciuti solo da una ristrettissima cerchia di appassionati ma che probabilmente meriterebbero di essere apprezzati da una fetta più ampia di pubblico progressivo. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito il link per ascoltare e acquistare il disco

https://habelard2.bandcamp.com/album/il-ritorno-del-gallo-cedrone