venerdì 25 novembre 2022

PAOLO VOLPATO, Contro (2020)

 

Uscito nel 2020 per Lizard Records, Contro è l’esordio di Paolo Volpato, abile chitarrista che con questa sua opera prima ha messo insieme fusion, avant prog e jazz rock, un lavoro registrato in compagnia di Roberto Scala (synth), Adrian de Pascale (batteria), Luca Vedova (basso), Michele Gava (contrabbasso), Michele Uliana (clarinetto e sax) e Giacomo Li Volsi (piano), un parterre ricco e che ha costruito un album molto interessante. Prevalentemente strumentale come da tradizione del genere, il disco espone temi affascinanti e molto curati, con la chitarra di Volpato ovviamente protagonista ma ben calata in un contesto complessivo dove il lavoro collettivo pare più importante del singolo, aspetto non di poco conto e su cui verte questo debutto. Appare evidente l’influenza di Allan Holdsworth, soprattutto la sua carriera da solista, ma anche le esperienze con Gong e Soft Machine devono aver segnato lo sviluppo chitarristico di Volpato, un linguaggio che maneggia con grazia e una certa raffinatezza, accostabile anche ad alcuni funamboli di casa Moonjune Records come Tohpati, Mark Wingfield e Dusan Jevtovic. Nelle tensioni vede coinvolto Alessandro Seravalle (Garden Wall, Genoma, Officina Seravalle), che con la sua voce marchia il brano più sperimentale tra i presenti, in Preludio/Contro invece Volpato introduce il primo dei chitarristi ospiti sul lavoro, Frank Pilato, perfetto in questo episodio apripista. Marcello Contu firma un bel solo nell’ottima Ossigeno, mentre troviamo Alessandro Giglioli in GLV, altro momento strutturato sapientemente e decisamente godibile. In definitiva è lecito parlare di un valido esordio, chi ama queste sonorità rimarrà sicuramente soddisfatto dalle doti tecniche e di scrittura di Volpato. (Luigi Cattaneo)

Nelle tensioni (Video)



mercoledì 23 novembre 2022

Gasparotti at Villa Albrizzi Marini

La piccola chiesa all'interno di villa Albrizzi Marini è tutt'ora consacrata e all'interno ci viene svolta la funzione cristiana secondo il rito armeno. 

Il video contiene tre brani (Scorrevole, Pie Jesu Anabasis) intervallati da momenti improvvisativi e documenta parte del concerto per Buchla Music Easel.

Voce, metalli, liquidi, minerali e live electronics che Gabriele Gasparotti ha portato per l'Italia dallo scorso Maggio, in più di trenta date accompagnato dal violoncello di Benedetta Dazzi. Le riprese ed il montaggio sono ad opera del collettivo trevigiano Cordial Massacre.

Dopo essere stato a suonare in un cimitero e avere incontrato lo stato di profondissima quiete, ho capito che avrei dovuto realizzare un’intera serie di composizioni su questi luoghi. Penso la musica possa essere una forma di esicasmo che permette di immergersi nei livelli più sottili della realtà. Gabriele Gasparotti.

Gabriele Gasparotti at Villa Albrizzi Marini (Video)



TENEBRA, Moongazer (2022)

 

Nati a Bologna nel 2017, i Tenebra sono un quartetto formato da Claudio Troise (basso), Emilio Torregiani (chitarra, synth), Claudio Mesca Collina (batteria) e Silvia Feninno (voce, tamburello), che in questi 5 anni ha proposto un heavy doom settantiano di ottima fattura, a partire dall’autoprodotto Gen Nero, passando per l’ep What we do is sacred fino all’attuale Moongazer.  Graveyard, Witchcraft e Kadaver, ma anche i nostrani Messa e Di’aul, queste alcune delle band accostabili alla proposta degli emiliani, che guardano al genere sì citando anche gruppi seminali (Black Sabbath su tutti) ma con una discreta dose di personalità. Il lavoro è pregno d’atmosfera anni ‘70, con gli elementi occulti che ben si sposano con l’anima psichedelica ed heavy dei Tenebra, che hanno dalla loro tutto per piacere agli appassionati del genere, ossia idee, scrittura fluida e una voce davvero molto interessante, sostenuta da una band che appare sempre più rodata. Moon maiden vede l’influenza diretta invece degli Screaming Trees, indimenticabile gruppo del compianto Mark Lanegan, complice anche la presenza, tutt’altro che scontata, di Gary Lee Conner, chitarrista e fondatore proprio dell’act di Seattle. In Space child troviamo l’ipnotico sax di Giorgio Trombino, mentre il mellotron e la slide di Bruno Germano rendono molto evocativa Dark and distant sky, ma è nel suo complesso che Moongazer funziona in toto, mostrando un percorso di crescita non indifferente e la sensazione concreta che la band abbia un potenziale davvero importante per sviluppi futuri. (Luigi Cattaneo)

Full album 



sabato 19 novembre 2022

CORPO, III (2020)

 


Uscito nel 2020, III è l’ultimo lavoro dei Corpo, seguito di I e II, usciti in simultanea nel 2016 (ma registrati nel 1979) grazie all’interessamento della Lizard Records. I fratelli Calignano, Francesco alla chitarra e all’effettistica, Biagio al piano, ai synth, al basso e alla batteria (più una nutrita schiera di ospiti), tornano quindi con un disco tanto breve quanto interessante, prevalentemente strumentale e parecchio influenzato dai ’70, anni in cui i salentini assorbivano l’aria che si respirava in tutta Italia, seppure quella zona in quel periodo non ha lasciato molte tracce di sé in quest’ambito musicale. In poco più di 30 minuti si dipanano brani come Rue bourbon a New Orleans, Lecce o Il tempo è solo illusione, che mettono insieme jazz, sinfonismo, folk psichedelico ed elettronica, mostrando una discreta personalità e idee che si rapportano con il passare degli anni, senza rimanere del tutto ancorate ad una stagione storica ma molto lontana dall’attualità. Canterbury, jazz rock, echi kraut e stravaganze in odore di Picchio dal pozzo, un crogiuolo di sensazioni e umori molto descrittivi, che fanno di III un album molto più maturo rispetto ai precedenti, confermando quanto sia sempre attivo e foriero di novità il nostro underground. (Luigi Cattaneo)


BRAND NEW HEROES, Let it out (2022)

 

Primo album per i Brand New Heroes (in precedenza vi era stato l’omonimo ep), quintetto toscano che ci riporta indietro alla fine dei ’90, quando diverse band che si muovevano tra rock, alternative, emo e punk trovarono successo su scala mondiale, grazie ad un sound frizzante e trascinante. Non fa affatto eccezione questo Let it out, edito dalla sempre più interessante Overdub Recordings, etichetta che sta guardando al mondo del rock/metal italiano a 360 gradi e con risultati spesso molto validi. Melodie pop dal sapore malinconico, chorus cantabili, rock radiofonico e punk robusto si inseguono e si uniscono lungo le 10 trame di questo lavoro, che vede nella title track, in Eleanor e Glass for two alcuni dei momenti migliori della proposta. Per chi ha nostalgia del periodo in cui Blink 182, Offspring e Green Day andavano in heavy rotation su MTV e radio nazionali, i Brand New Heroes risulteranno perfetti e di sicuro interesse. (Luigi Cattaneo)

Shrill Whisper (Video)



venerdì 18 novembre 2022

MARK WINGFIELD & GARY HUSBAND, Tor & Vale (2020)

 

Incontro di anime, di intenti e di sogni quello tra Mark Wingfield (chitarra, soundscapes) e Gary Husband (acoustic piano), musicisti spesso impegnati in produzioni Moonjune Records di cui abbiamo parlato tante volte dalle pagine del blog in questi 10 anni di attività del sito. Chi conosce Wingfield sa cosa aspettarsi, un musicista che sfida sempre se stesso e spinge oltre le potenzialità dello strumento, trovando in Husband un partner perfetto per guardare con consapevolezza ad una ricerca ardita sull’improvvisazione, frutto di sessions piene di entusiasmo e di feeling. Registrato in Spagna, a La Casa Murada, Tor & Vale è formato da 5 evocative tracce composte da Wingfield e altre tre totalmente free, come la sontuosa title track di 16 minuti, vero manifesto di un album dove il duo ha dato libero sfogo creativo, senza badare a porsi steccati e paletti, esplorando in piena autonomia un approccio non convenzionale, come sovente è capitato ai due brillanti interpreti. Un percorso fatto di intuizioni, anche estemporanee e del tutto istintive, figlie tanto della fusion quanto della psichedelia, elementi che vanno a sviluppare un disco misterioso e ipnotico. (Luigi Cattaneo)

Tryfan (Video)



venerdì 11 novembre 2022

500 HORSE POWER, Cluster (2022)

 

Secondo disco per i Five Hundred Horse Power, band vicentina formata da 5 amici appassionati di heavy metal da sempre, che hanno riversato in Cluster tutto il loro amore per questo genere così ampio e variegato. Si passa così in meno di mezz’ora dalla gradevole ballata elettrica Burning memories, alla potente e aggressiva Absolute power, che non disdegna parabole thrash metal (con l’ottimo lavoro della coppia di chitarristi, Diego e Enrico), prima di Rage ’22, che ha un contorno moderno e d’impatto. Il crescendo drammatico di Sweet death vede protagonista la voce di Giordano, Fake as shit guarda invece a quanto succedeva nel crossover americano di fine ’90 inizio 2000, mentre Burn your soul e Look me and fuck me sono composizioni in cui emerge ancora di più la compattezza della sezione ritmica formata da Eppe alla batteria e Damiano al basso. La band si diverte a citare Death SS, Marilyn Manson, Judas Priest e Motorhead, un calderone magari non sempre del tutto a fuoco ma assolutamente genuino e godibile. (Luigi Cattaneo)

Teaser Album 



giovedì 10 novembre 2022

HUNKA MUNKA, Foreste interstellari (2021)

 

È sempre bello ritrovare personaggi che hanno contraddistinto la stagione d’oro del progressive italiano, anche dalle retrovie come Roberto Carlotto, in arte Hunka Munka, tastierista che nel 1972 pubblicò Dedicato a Giovanna G., album riscoperto negli anni dai tanti appassionati del genere. Il sapiente uso delle tastiere, di cui Carlotto era un grande esponente, colorava un disco dai forti accenti di pop orchestrale, accostabile agli Aphrodite’s Child di Demis Roussos e Vangelis, un lavoro molto ancorato alla decade di uscita ma che mantiene un proprio fascino anche a distanza di tempo. Dopo le collaborazioni con DiK Dik nei ’70 e Analogy dal 2011 al 2016, il musicista varesino torna ora con Foreste interstellari, uscito nel 2021 per Black Widow Records e registrato insieme a Joey Mauro (tastiere), Gianluca Quinto (chitarra), Andrea Arcangeli (basso), Andreas Eckert (basso), Marcantonio Quinto (batteria), Alice Castagnoli (voce) e Tony Minerba (voce), un’ottima line up per un come back davvero molto gradevole. Il progressive rock sinfonico incontra sì il pop come 50 anni fa (Amanti come noi, vicinissima ai Procol Harum) ma anche qualche soffio hard (Brucerai), sviluppa trame strumentali interessanti (I cancelli di Andromeda), rimanda a canoni consueti ma esemplari (Idee maledette) e motivi per synth (L’uomo dei trenini), facendo emerge una buona coesione d’insieme e la voglia di riprendere un discorso interrotto purtroppo troppi anni fa. (Luigi Cattaneo)

Foreste interstellari (Video)



mercoledì 9 novembre 2022

MELANIE MAU & MARTIN SCHNELLA, Invoke the ghosts (2022)

 


Secondo album per Melanie Mau (voce) e Martin Schnella (chitarra e voce), coadiuvati per questo Invoke the ghosts da Mathias Ruck (voce), Lars Lehmann (basso) e Simon Schröder (percussioni, bodhràn, batteria, voce). Poco conosciuti qui in Italia, il duo unisce spunti folk, strutture progressive e dettami hard, denotando una grossa capacità di scrittura, abbinata alla cura certosina di arrangiamenti perfetti, con le parti acustiche ben amalgamate nel contesto complessivo del racconto sviluppato. Storie e leggende evocate con una certa perizia tecnica, che non fa a pugni con il lato emozionale della proposta, ricca di pathos in diversi frangenti (Where’s my name e Of witches and a pure heart tra le mie prefertite). I riff di Schnella e le compatte ritmiche percussive sostengono le armonie vocali della Mau, che si muove agile sia quando la band costruisce trame prog, sia quando colora di folk celtico le composizioni, come nel caso di Soulmate, che si contraddistingue anche per un’ottima sezione strumentale e la presenza al violino di Steve Unruh (Unitopia, The Samurai of prog). Per acquistare o ascoltare il disco potete visitare la pagina https://melaniemaumartinschnella.bandcamp.com/album/invoke-the-ghosts (Luigi Cattaneo)

martedì 8 novembre 2022

HYNDACO, Starship Tubbies (2022)

 

Nati nel 2017, gli Hyndaco (Lorenzo Vitali alla voce, Francesco Lucchi alla chitarra, Andrea Ugolini ai synth e alle tastiere, Lorenzo Ricci al basso e Beppe Gravina alla batteria) partono dallo psych di fine ’60 per sviluppare un progetto infarcito di dream pop e indie. Il risultato è un sound multiforme e sfumato, che ritroviamo ora in Starship Tubbies, ep che si fa carico di rileggere certe atmosfere vintage con il contemporaneo alternative, a partire da Rosalipstick, singolo apripista del lavoro. Si prosegue con Atlantika e Lubber, variopinti momenti in cui si percepisce il bel lavoro d’insieme del gruppo di Cesena, tra synth sognanti, pulsante rock e fraseggi strumentali. La brillante title track e la conclusiva Foxtrot, con il suo crescendo epico, suggellano un disco tanto breve (nemmeno 20 minuti) quanto affascinante. (Luigi Cattaneo)

Starship Tubbies (Video)



sabato 5 novembre 2022

AGAPE, Mind pollution (2022)

 

Nati nel 2017 sui banchi di un liceo fiorentino, gli Agape sono un quintetto formato da Alice Taddei alla voce, Elia Giorgi e Gabriele Coppola alle chitarre, Alessia Lodde al basso e Filippo Di Martino alla batteria, che con questo Mind pollution (Red Cat Records) abbracciano l’hard di AC/DC e The Runaways, e più in generale lo sguardo sembra volgere agli anni ’70, pur non sottraendosi nel cercare qualche soluzione maggiormente accostabile all’alternative rock moderno. Nulla di nuovo sotto il sole, ma sentire i riff pesanti e grevi delle due chitarre, le atmosfere cupe e sature che si alternano con altre decisamente più positive, lascia trasparire tutta la passione dei toscani per il rock, riversata in 30 minuti che si lasciano ascoltare con una certa naturalezza, pur senza cercare la facile melodia e il chorus da canticchiare per forza. La rabbia e la giusta grinta non mancano agli Agape, basti ascoltare brani come Mind the gap o Gaia and Theia, dirette e senza particolari orpelli, pezzi simbolo di un lavoro gradevolissimo e che mostra un gruppo con tutte le carte in regola per sviluppare ulteriormente il proprio sound. (Luigi Cattaneo)

Gaia and Theia (Video)



venerdì 4 novembre 2022

YESTERDAY WILL BE GREAT, The weather is fantastic (2022)

 

Nati da un’idea di Simone Ricci (chitarrista già dei Kisses from Mars), gli Yesterday Will be Great raggiungono la line up definitiva con l’arrivo di Daniele Mambelli (batteria) e Giuseppe De Domenico (basso), new entry di questo album. Da sempre affascinati dal post rock di Mogwai e Sigur Ròs, arrivano con questo Weather is fantastic al primo full della carriera, un lavoro strumentale registrato con la supervisione di Nicola Manzan (Bologna Violenta, Ronin) dove la parte immaginifica risulta preponderante, una caratteristica che era già emersa nell’ep del 2019 Y e che trova una dimensione concreta nella compatta Points, oltre che nella successiva Overblues, suggestivo episodio che mostra le varie anime dei romagnoli. L’idea delle registrazioni in presa diretta ci è stata fornita da Manzan ed è stata illuminante: ci siamo liberati dell’eventuale freddezza in favore di una maggiore umanità. L’idea ci ha convinto a tal punto che abbiamo in seguito deciso di fare pochissima post-produzione dei brani, per lasciare lo “sporco” del suonato. Nascono così le atmosfere di Little blue flower e Trees/Giant, contraddistinte da melodie ipnotiche e oscuri fraseggi, prima di The diamond’s issue e The moon song, che chiudono il disco calcando la mano su strutture tipiche della wave, a cui la band abbina interessanti sviluppi psichedelici e showgaze, tutt’altro che secondari e da ben considerare per le future produzioni. (Luigi Cattaneo)

The diamond's issue (Video)



mercoledì 2 novembre 2022

FRANCESCO LURGO, Sleep together folded like origami (2022)

 

Esordio da solista per Francesco Lurgo (ex FLeUR), che con Sleep together folded like origami si cimenta in un album elettronico imparentato con il post e l’ambient, un disco fortemente immaginifico, tanto da far pensare ad una vera e propria soundtrack. Un’opera fatta di atmosfere sospese, oniriche, che nasce durante l’isolamento da lockdown rimanendone influenzato, ma in cui troviamo anche l’amore per gli Stars of the Lid di Adam Wiltzie e per Ben Frost (autore della colonna sonora di Dark). Il lavoro in solitaria ha portato Lurgo a creare senza condizionamenti, seguendo solo il suo libero flusso di idee, con lo sviluppo elettronico che incontra le chitarre e le tastiere da lui suonate, oltre che la viola di Erika Giansanti, elementi costituenti di un sound etereo e dai tratti minimal. Un approccio sintetico è inevitabile per lavorare ad un certo tipo di sonorità: nella mia testa ogni suono si associa sempre a colori e rappresentazioni visive che influenzano le successive scelte compositive e di sound design. Penso che la mia attività di musicista e il mio lavoro di montatore e film maker siano in sinergia. Con queste parole l’autore spiega in sintesi la genesi di un disco che oscilla tra delicate suggestioni e pulsioni distorte, aperture melodiche e timbriche sporche. (Luigi Cattaneo)

One moment after the shipwreck (Official Video)



martedì 1 novembre 2022

FANKAZ, In Hindsight (2021)

 

Quarto album per i Fankaz, band oramai sulla scena da diversi anni e alfieri di un suono che si muove con disinvoltura tra emocore, punk rock e hardcore. Anche In hindsight non fa eccezione, una colata sparatissima che abbina velocità e linee melodiche tipiche di certe band di fine ’90 inizio 2000, come Thrice, Dead Poetic e The Black Maria. La tecnica non manca ai ferraresi formati da Ricki (chitarra, voce), Mora (basso, voce), Pole (batteria) e Ambro (chitarra,voce), così come le idee, molto legate all’estetica del genere, un campo in cui il quartetto si muove con passione e professionalità. Manca probabilmente l’effetto sorpresa, quel qualcosa che ti fa emergere realmente rispetto ad altre band, ma ciò non toglie che pezzi come Solace o Scars siano assolutamente indicativi della qualità del gruppo. Nota finale per le ottime Modern days, con Alessandro Gavazzi dei Thousand Oaks, e Watch me fail, registrata in compagnia di Etienne Dionne dei Mute. (Luigi Cattaneo)

Modern days (Video)



domenica 30 ottobre 2022

NONNON, L'inganno di un mondo ideale (2019)

 

Uscito nel 2019, L’inganno di un mondo ideale segnava l’esordio dei Nonnon (in Invito a una decapitazione di Nabokov i nonnon sono piccole pietre, corpi orrendi che riflessi in giusti specchi mostrano bellezza e felicità), band formata da Domenico Peluchetti (voce, chitarra), Luigi Viani (voce, pianoforte, tastiera, fender rhodes), Dario Gubbiotti (tastiera, synth, fender rhodes), Paolo Ghirardelli (chitarra, basso), Alec Gardini (basso) e Roberto Pittet (batteria, percussioni, ukulele). Attivi dal 2006, i bresciani si presentano con un lavoro intriso di folk cantautorale, un piccolo gioiellino della scena indipendente italiana, che al netto del menefreghismo generale, riesce a sfornare lavori brillanti e meritevoli di una certa attenzione. Le storie narrate dal gruppo sanno emozionare anche attraverso un’attenzione testuale non indifferente, che sembra guardare alla scuola dei grandi cantautori italiani, racconti per immagini suggestive ed evocative, merito pure di arrangiamenti raffinati ed estremamente curati. Le melodie struggenti di Nina, il crudo realismo folk di Abdouka e il crescendo di Le buone maniere sono solo alcuni degli episodi di un disco ispirato e di grande valore artistico e sociale. (Luigi Cattaneo)

Nina (Official Video)



mercoledì 26 ottobre 2022

JANUS, Al maestrale (1978)

 

Caso raro di band nata all’interno dei movimenti politici di destra, gli Janus di Mario Ladich (oltre al batterista non si conoscono i nomi dei musicisti che hanno partecipato alla registrazione di Al maestrale) soffrirono parecchio per emergere nel panorama progressivo dei ’70, cosa che effettivamente non fecero mai, salvo poi essere riscoperti decenni dopo con la rivalutazione di quel periodo storico. Materia per completisti insomma, o per curiosi che vogliono capire se la colpa fu tutta dei giovani della sinistra italiana, che organizzavano festival e concerti, o se la qualità complessiva degli Janus era pochina. 



Noi come Janus eravamo un gruppo progressive rock, sia per i testi, sia per le musiche, sia per le grafiche. Unico nostro difetto, che ci portò a una completa emarginazione, era quello di essere chiaramente orientati politicamente a destra. Praticamente non c’era differenza d’ascolto tra noi e qualche altro gruppo non etichettato o etichettato a sinistra, ma la nostra appartenenza a una determinata area politica ci portò ad essere completamente emarginati nel mercato italiano, mentre invece in Giappone il disco uscì normalmente nei negozi (Fonte Mario Ladich a Eventi Pop. Anni ’70: quelli della contestazione. Rai 2 maggio 2004. Rock Map di Riccardo Storti, Aereostella 2009). 

An Adro è la gradevole introduzione di folk celtico giocata sull’interplay tra piano e flauto, mentre Al maestrale mostra una spinta più hard, dominata dal ruolo della chitarra, seppure permangono parti di flauto a sostegno di una voce a dir poco aspra e mai del tutto convincente. Trotto è una breve traccia strumentale per flauto e percussioni, che confluisce in Il ritorno del cavaliere nero, distorta e greve, prima di Il fuoco e la spada, che posta a metà del disco mostra l’intenzione di Ladich di confrontarsi anche con qualcosa di maggiormente strutturato, seppure il risultato non è eccelso. La brevissima Neapolis anticipa Manifestazione non autorizzata, che si muove sul confine con il punk, e King of the fairies, un piacevole strumentale che nelle intenzioni compositive cerca di avvicinarsi a band enormi come Balletto di Bronzo e Biglietto per l’inferno. Tempo di vittoria è l’inno che chiude il lavoro, purtroppo inficiato da una registrazione davvero poco professionale, aspetto che emerge sovente tra le trame del disco. In conclusione si può affermare che l’idea di fondere hard, progressive e folk nel 1978 era già prassi e gli Janus non emersero da quella scena probabilmente anche per questo (e non solo per motivi ideologici, che a dirla tutta sembrano decisamente meno significativi di quanto affermi Ladich). L’essere arrivati in ritardo rispetto alla grande esplosione del genere non diede la notorietà pure ad altre realtà dell’epoca, basti pensare alla Locande delle Fate e al loro bellissimo e decisamente più meritevole Forse le lucciole non si amano più del 1977. 



La prima stampa dell’album, uscita in mille copie, è praticamente introvabile, anche perché buona parte bruciarono nell’incendio di una libreria dove si trovavano, e negli anni è stato ristampato alcune volte su formati diversi (Mc, Cd, Lp), di cui l’ultima in vinile nel 2012 da Extremocidente e Rupe Tarpea. Quest’ultima ha addirittura pubblicato un tributo agli Janus (comprensivo di due inediti del 1981) e un ep 33 giri, Lo nero metallo nostro, che presenta tre brani suonati live al Campo Hobbit del 1977 (manifestazioni del MSI di cui si tennero 4 edizioni tra il 77 e il 1981). (Luigi Cattaneo)



MEMENTO WALTZ, Antithesis of time (2010)

 

Ci sono e ci sono state realtà italiane che hanno raccolto molto meno di quanto effettivamente meritassero, e i Memento Waltz sono una di queste. Tendenzialmente le recensioni che appaiono sul blog guardano all’attualità ma sporadicamente lo sguardo volge al passato, recente o remoto che sia, per riscoprire album o rivalutare band dimenticate negli anni. Ci ha pensato la Jolly Roger Records nel 2015 a presentare ad un pubblico un po' più ampio i sardi, andando a ristampare Antithesis of time del 2010 e Division by Zero del 2013. Il gruppo formato da Gabriele Maciocco (batteria), Marco Piu (voce), Livio Poier (chitarra) e Giuseppe Deiana (basso), esordì ufficialmente con un ep, Overcoming del 2004, per poi pubblicare questo Antithesis of time, che diede loro l’opportunità di suonare con Symphony X, Redemption e Mekong Delta al Prog Power Europe del 2011. Progressive, psichedelia, variazioni jazz, metal, il tutto combinato in un misterioso calderone dai toni oscuri, dove incontriamo gli Abstrakt Algebra di Leif Edling, gli Spiral Architect e i mai troppo tributati Watchtower, fondamentali per lo sviluppo del genere (il loro primo disco, Energetic disassembly, è del lontano 1985). La classe del quartetto non è legata solo al virtuosismo, quanto alla capacità di creare strutture intricate e affascinanti, un susseguirsi di immagini che si solidificano attraverso tempi dispari, pause e sospensioni. Una band di cui si sono perse le tracce ma che avrebbe dovuto conquistare davvero maggiori riconoscimenti. (Luigi Cattaneo)

Through the spiral rise (Video)



venerdì 21 ottobre 2022

MARK YSAYE, Back to Avalon (2021)

 

Mark Ysaye è il primo artista internazionale a firmare con la nostrana Vrec, label da sempre attentissima a quanto succede sul territorio nazionale, ed è una novità non banale, vista la caratura del personaggio, membro degli storici Machiavel, prog band del Belgio il cui esordio risale al 1976. Back to Avalon si allontana dalle sonorità del gruppo madre e guarda al folk e al rock classico, senza dimenticare genuine reminiscenze bluesy, ben amalgamate da una formazione completata da Marcus Weymare (Alain Pire Experience, Fish on Friday) alla batteria, Christophe Pons alla chitarra (anche lui nei Machiavel) e Loris Tils al basso. La voce di Mark si erge a protagonista di un lavoro dinamico e suggestivo, che passa dalla trascinante What I deserve alla cover degli Eagles di Bitter creek, per poi toccare vette di eleganza in Sing for everything e Back to Avalon, impreziosite dal piano di Hervè Borbè. Completa l’album un episodio che risale al 1982, Song for A, uno strumentale in linea con i gusti e i suoni del periodo. (Luigi Cattaneo)

Back to Avalon (Video)



SIYLIT, Disinformation paradox (2021)

Secondo full per i Siylit (al suo interno membri di Arthemis e di Sickbed, due ottime realtà del nostro underground), che firmano con questo Disinformation Paradox (uscito nel 2021 per Volcano Records) un disco che unisce thrash, crossover e core, tra Machine Head, Sepultura, Pantera e Korn. Un calderone potente e ricco di groove, arricchito da un suono praticamente perfetto, molto curato e professionale, figlio anche del lavoro svolto ai Rogue Studios di Londra. L’impianto generale è assolutamente intrigante, con i riff serrati dei chitarristi Matteo Ballottari e Andrea Franzoni e le ritmiche solide del duo formato da Matteo Galbier al basso e Paolo Perazzani alla batteria, che sostengono la prova di Christian Ambrosi, vocalist capace di passare da momenti di furia ad altri maggiormente ponderati. L’alternanza di fraseggi brutali e oscuri, con altri decisamente melodici, risulta efficace, elementi che si snodano in brani cardine dell’album come Who’s to blame, Hold back time, Right here, right now e la title track, che trattano anche temi tutt’altro che banali. Disinformation paradox conferma la capacità dei veneti di costruire trame convincenti e di tenere alta la tensione per tutto il disco, cosa non da poco visto il genere proposto. (Luigi Cattaneo)

Prophets of hate (Video)



sabato 15 ottobre 2022

NOISE IN MYSELF, Noise in Myself (2022)

 

È sempre piacevole imbattersi in un gruppo giovane e pieno di passione, in questo caso addirittura giovanissimo (diversi membri sono minorenni!) come gli italo-svizzeri Noise in Myself, quintetto formato da Martina Pedrotti (voce e flauto traverso), Enea Maina (chitarra), Leon Sürder (chitarra), Gabriele Palmeri (basso) e Damiano Palmeri (batteria). Hard & Heavy, progressive e alternative rock si intersecano lodevolmente, con uno sguardo a nomi storici come Iron Maiden, Tool ed Alice in Chains, in un insieme d’intenti magari non sempre a fuoco ma decisamente curioso. La band dimostra già di avere idee strutturate e di sostenere con forza la Pedrotti, che cattura con il suo timbro particolare e la contrapposizione tra parlato e cantato, che finisce per acuire il senso di straniamento dei brani più oscuri. Si sviluppano così le atmosfere grevi ed essenzialmente grungy di Spirit of my hand, il crossover di Rise to the occasion dipinge invece un’inquietudine di fondo palpabile, mentre epica e dark è The crying of humanity. Debutto assolutamente interessante e gruppo da tenere d’occhio con attenzione. (Luigi Cattaneo)

Rise to the occasion (Video)



giovedì 13 ottobre 2022

GARY HUSBAND & MARKUS REUTER, Music of our times (2020)

 

Uscito nel 2020, Music of our times, è un lavoro del duo formato da Gary Husband (pianoforte) e Markus Reuter (Live eletronics e Touch guitars), due tra i musicisti più curiosi ed eclettici degli ultimi anni, spesso sostenuti dalla Moonjune Records, etichetta che chi segue il blog sa essere foriera di novità e intraprendenza. Avanguardia e improvvisazione vanno a braccetto e danno vita ad uno sperimentale viaggio ambient, affascinante e fitto di intuizioni, a tratti notevolissimo (Illuminated heart e Across the Azure Blue su tutte), spesso ricco di struggente creatività (Music of our times) e lontanissimo da qualunque forma di music business. Ideato da Leonardo Pavkovic (factotum dell’etichetta) a causa di un tour asiatico rimandato (causa covid) dei due musicisti con gli Stick Men di Tony Levin, l’album venne registrato a Tokyo in piena libertà, un fluire di idee a loro modo uniche, con Reuter perfetto nell’appoggiare con classe e garbo le note eleganti del Fazioli di Husband (Colour of sorrow ne è esempio lampante). L’interplay che emerge è lungimirante, un risultato persino più roseo di quanto ci si potesse attendere viste le premesse, un piccolo gioiello, etereo e delicato, ennesimo disco di valore di interpreti che sono garanzia di qualità e spessore. (Luigi Cattaneo)

Across the Azure Blue (Video)


 

mercoledì 12 ottobre 2022

rOMA, 1982 (2021)

 


Attivo da circa vent’anni, Vincenzo Romano, in arte rOMA (voce e chitarra), ha esordito nel 2017 con Solo posti in piedi in paradiso, un album che mostrava il carattere del progetto, intriso di alternative e indie. Non cambiano le coordinate con questo 1982, dove la musica di Romano guarda ai Rossofuoco di Giorgio Canali, ad alcune soluzioni in odore di Marta sui Tubi e al rock cantautorale di Omar Pedrini, influenze che emergono nei 30 minuti scarsi del disco, tirato e viscerale per quasi tutta la sua durata, con derive punk wave tutt’altro che disprezzabili. La formazione in trio (completata da Nicola Toro alla batteria e Damiano Corrado al basso) ha impresso strutture immediate ma solide, che si adagiano su testi interessanti e sentiti, una miscela che produce ottimi momenti come Spine, Zanzare o la melodica Splendere, tra i migliori episodi di un ritorno brillante e godibile. (Luigi Cattaneo).


domenica 9 ottobre 2022

ERNEST LO, Io so essere macchina (2021)

 

Uscito nel 2021, Io so essere macchina è il primo lavoro di Ernest Lo, pseudonimo di Remo Santilli, artista abruzzese che ha infarcito questo suo esordio di ironia e sarcasmo, elementi che gli sono serviti anche per analizzare la società contemporanea. Potremmo parlare di pop demenziale ma con spunti tutt’altro che farseschi, che si muove sì all’interno della forma canzone pur senza rimanerne schiacciato, con la capacità di guardare sia all’elettronica (il groove di Numeri e l’oscura Errore 404, che vede la partecipazione di Micromega), sia al folk (la sbilenca Talpe ubriache e la gradevole I gatti del borgo), senza dimenticare di essere bonariamente costruito per accattivare (Ssialaè ma anche la ruffiana Ti piace?). Un debutto piacevole, forse non ancora del tutto a fuoco in alcuni passaggi ma sicuramente curioso ed eclettico. (Luigi Cattaneo)

Errore 404 (Video)



martedì 4 ottobre 2022

NEX FERETRUM, Hymns to the black cathedral (2022)

 


Misteriosa e oscura formazione black metal italo-finlandese (con membri di Funeral Oration, Aegrus e … And Oceans) quella dei Nex Feretrum, che debutta senza compromessi con Hymns to the black cathedral, 30 minuti ferali e che non lasciano tregua all’ascoltatore. Un inno oscuro e impenetrabile, schizzato, forgiato dentro riff impazziti e ritmiche velocissime, estremo ma plasmato da attente parti malsanamente melodiche, che rendono l’atmosfera ancora più funesta. Impious bringer of plague, Triumphant light of Lucifer o The cursed soul of night sono episodi che non lasciano spazio all’interpretazione, e chi ha apprezzato in ambito italiano gli ultimi lavori di Stormcrow e XII Arcana non deve lasciarsi sfuggire questa piccola perla nera del nostro underground. (Luigi Cattaneo)

mercoledì 28 settembre 2022

LVTVM, Irrational Numbers (2022)

 

Fresco di stampa il nuovo lavoro targato LVTVM (fango in latino), un ep che segue Adam, disco di cui avevamo parlato ben 7 anni fa e che conferma l’attitudine post metal di un sound tanto pesante quanto oscuro e psichedelico, creato ancora da due bassi, quelli di Carlo Bellucci e Isacco Bellini, dalla solidissima batteria di Alessandro Marchionni e dai sinistri synth gestiti da Matteo Borselli. Irrational numbers è un album tirato e perennemente teso e dalle parole della band emergono tutte le difficoltà di gestire un gruppo in questi anni di pandemia e lockdown. La composizione di Irrational Numbers è stata complicata dalla pandemia e dalle oggettive difficoltà di poterci incontrare e suonare, ha reso la gestazione di questo disco particolarmente lunga e difficoltosa ma ci ha permesso di produrre un’opera meno viscerale ma maggiormente analitica e complessa rispetto al precedente Adam. 



Un percorso di crescita ma anche di continuità con il passato, seppure ci troviamo dinnanzi ad un ep di 25 minuti circa e non ad un full come ci si poteva aspettare dopo tutto questo tempo, che non è passato invano e ci ripresenta una formazione in evoluzione, che non si accontenta ma appare costantemente alla ricerca di mondi da esplorare. (Luigi Cattaneo)




lunedì 26 settembre 2022

THE LOYAL CHEATERS, Long run ... all dead (2022)

 

È sempre un piacere per me ascoltare band come i The Loyal Cheaters (Lena McFrison voce e chitarra, Max Colliva chitarra, Tommy Manni basso e Richie Raggini batteria), gruppo che si è formato solo due anni fa, ispirato da AC/DC, Hanoi Rocks, Cheap Trick (di cui coverizzano Surrender) e Slade, quindi un hard rock/glam energico, diretto e vitale, elementi che ritroviamo nel debutto Long run … all dead.  Il disco è ovviamente molto scorrevole, mostra il giusto vigore r’n’r abbinato a melodie azzeccate, quelle che si impongono in brani come No Saturday nites, Drama queen o Me myself and I, dove si palesano anche doti di scrittura innegabili. Esordio brillante e consigliato soprattutto a chi ancora cerca dal rock suoni veri e crudi, senza compromessi e sovrastrutture altisonanti. (Luigi Cattaneo)

Me myself and I (Video)



sabato 24 settembre 2022

THE ROOTWORKERS, Attack, Blues, Release (2022)

 

Nati nel 2019, i The Rootworkers (Enrico Palazzesi voce e chitarra, Lorenzo Cespi basso, Enrico Bordoni batteria e piano elettrico, Andrea Ballante chitarra) guardano al rock blues in maniera spontanea e diretta, e senza troppi fronzoli firmano un ep di debutto pieno di buone vibrazioni. Attack, Blues, Release è un concentrato di anni ’70, tra ritmiche swing e boogie, duelli di chitarra memorabili e un piano elettrico che si affaccia sinuoso tra le pieghe di un album che batte forte sin dall’iniziale Work all day, prima delle travolgenti Lonesome boy e To leave nobody. Nota a parte per Dirty ceiling, che ospita l’armonica di Enrico Ballante, per quello che è un brano vicino alla nostrana Treves Blues Band. Dopo aver incoronato ultimamente i lavori di Rainbow Bridge, Mountain’s Foot e Rusty Groove, è un piacere scoprire un’altra giovane realtà blues del panorama italiano, un sottobosco underground che fatica ad emergere ma che è vivo e in grande forma. (Luigi Cattaneo)

Dirty ceiling (Video)



giovedì 22 settembre 2022

CLOV, Every love story is a death story (2022)

 

Terzo disco per Piero Prudenzano e il suo progetto Clov, che con Every love story is a death story si cala all’interno di un concept sull’evoluzione dei sentimenti e il senso di perdita causato dalla fine di una relazione. Interamente registrato in casa, il disco si caratterizza per un evidente approccio lo-fi, con chitarre che sanno essere ora distorte, ora più pulite e synth che fanno da tappeto alle evoluzioni pop e folk di un racconto che diviene progressivamente claustrofobico e oscuro. La voce di Ramona Ruggeri apre The sound of our first meeting, momento idilliaco che prosegue con We have everything/nothing, che vede la presenza di Marianna Calabrese (voce) e di Luciano Pirulli (batteria). Un inizio corposo che prosegue con Cats (stavolta alla batteria c’è Jacopo Fiore) e Short story about love, ben interpretata ancora dalla Calabrese. Appare evidente come Prudenzano abbia scelto la via della collaborazione per creare un percorso dove l’unità dell’insieme finisce per fare la differenza, perché ogni ospite ha apportato un contributo significativo seppur sotto la guida di Piero, curioso generatore di suoni sin dall’esordio del 2009. Ne sono ulteriore esempio il sax di Chiara Archetti, che fa bella mostra in All through the house e i violini di Silvia Natali e Justin Viorel in Short story about dead, mentre The sound of our last meeting è il finale che celebra l’inevitabile dolore del distacco. (Luigi Cattaneo)

Short story about dead (Video)




mercoledì 21 settembre 2022

BOSCHIVO, Bardo dell'autodistruzione (2019)

 


Questo disco è la sublimazione di una vita intera, l’addio ad un passato pieno di ossessioni e tormenti, un addio senza rancore, anzi, colmo di gratitudine per le lezioni impartite. È un processo di purificazione alchemica, dalla notte buia dell’anima al suicidio rituale, dalla morte ad una rinascita luminosa sotto una nuova, grandissima consapevolezza. Ma prima di ogni altra cosa, questo disco è una coraggiosa presa di posizione sulla realtà, un totem eretto con fierezza tra le lapidi di un mondo che sta soffocando sotto i suoi stessi miasmi sepolcrali, esalati dalle illusioni dogmatiche della logica e della razionalità, un totem che reca una breve incisione: “La magia esiste”. E non in senso metaforico.

Con queste parole Boschivo presenta Bardo dell’autodistruzione, un lavoro uscito nel 2019 dal taglio sperimentale che si apre con Pozzoscuro, introduzione che rimarca l’atmosfera esoterica che permea l’intera opera. Le venature neofolk sono evidenti e si dipanano in quasi tutto il percorso, che si fa oscuro nella decadente La danza perversa delle falene e nella cupa Quando la morte verrà. Menzione a parte per la title track di 18 minuti, un viaggio drone e ritual che fonde buia psichedelia e ambient, epitaffio di un album arcano e tenebroso. (Luigi Cattaneo)

sabato 17 settembre 2022

GRUPPO AUTONOMO SUONATORI, Omnia Sunt Communia (2021)

 

Nati nel lontano 1997 da un’idea di Claudio Barone (voce, basso e mandolino), il Gruppo Autonomo Suonatori (G.A.S.) arriva solo ora ad esordire, tramite la storica Black Widow Records, con Omia Sunt Communia, album in cui, oltre al leader, troviamo Andrea Imparato (sax e flauto), Simone Galleni (chitarra e basso), Valter Bono (batteria), Thomas Cozzani (synth) e Andrea Foce (piano e flauto). L’inizio strumentale di Alice spring ci introduce in maniera elegante nel mondo sonoro e anche un po' nostalgico della band, che non disdegna trame jazz rock. Le due parti di La regina sono sviluppate attraverso strutture e atmosfere tipicamente settantiane, ricamate su un tessuto che abbina melodie aggraziate e cura per gli arrangiamenti, mentre le sezioni che vanno a formare Preludio creano un unico brano fortemente evocativo. Il sacco di Bisanzio e la suite Beatrice sono momenti ben costruiti, dove le parti strumentali sono sapientemente miscelate a tematiche storiche e letterarie, legate insieme con gusto e alchimia. La capacità di rifinire con estro e attenzione le suggestioni di cui è permeato Omnia sunt communia trovano libero sfogo nella strumentale Il richiamo della sirena e nella conclusiva title track, che suggella un esordio che ci riporta a band leggendarie come P.F.M., Le Orme, Museo Rosenbach e Osage Tribe. (Luigi Cattaneo)

Il sacco di Bisanzio (Video)



venerdì 16 settembre 2022

BEHIND THE SUN, Obsidian Rogues (2021)

 


A tratti sorprendente questo Obsidian Rogues dei Behind the Sun, oscuro duo tedesco formato da Robert Mallett (basso, gong, voce) e Nico Wèry (chitarre, tubular bells, synth, voce), che ha fatto dell’essenzialità il motore di un progetto che si muove solido tra psichedelia, dark, neo folk e ambient. A trance of orbs, colorata dalle tubular bells di Nico, apre il disco, una traccia introduttiva esemplificativa del lavoro, che poi si sviluppa ulteriormente con le seguenti Lost storms e Ruine, in cui compaiono anche suoni elettronici, adeguatamente adagiati su un tappeto acustico affascinante, creato dalle note di Mallett e dagli arpeggi di Wèry. L’assenza di sovrastrutture e di arrangiamenti complessi non frena la creatività dei tedeschi, che chiudono la prima parte del disco con l’aggraziato folk di Wrong turn. Delicatissima anche Outside the mirror, che sconta forse un’eccessiva prolissità, la strumentale The shadow of a day si sviluppa mite e con tenui fraseggi, blueseggiante è invece la lunga e interessante The morrow, unica traccia in cui compare la batteria (suonata da Wèary e da Thilo). La conclusiva Asylum vede il solo Nico destreggiarsi alla chitarra, finale suggestivo di un album oscuro ma con una flebile luce all’interno, proprio come quella fiammella che campeggia in bella mostra al centro dell’artwork. (Luigi Cattaneo)   


sabato 10 settembre 2022

RAINBOW BRIDGE, Live at La Cittadella degli artisti (2022)

 

Dopo una serie di dischi davvero ottimi ( https://therainbowbridge.bandcamp.com/music ), i Rainbow Bridge (Giuseppe JimiRay Piazzolla alla chitarra e alla voce, Fabio Chiarazzo al basso e Paolo Ormas alla batteria) festeggiano questi 16 anni di carriera pubblicando Live at La Cittadella degli artisti, un resoconto di una serata svoltasi a Molfetta il 29 gennaio 2022. Chi conosce la band sa cosa deve aspettarsi dal trio, un concentrato adrenalinico di rock blues, psichedelia e desert, che inneggia tanto ad Hendrix quanto a Rory Gallagher e Stevie Ray Vaughan, ancora più esplosivo nella dimensione dal vivo, che pare essere quella dove la band si trova maggiormente a suo agio. L’iniziale The storm is over ci catapulta nell’atmosfera settantiana della loro musica, prima della distorta Lama, che profuma dei Cream più aggressivi, e di Words, purissimo diamante rock blues. Echi dei mai abbastanza celebrati Taste fanno capolino in Marley, scoppiettante la versione di I’m just a man, mentre Dirty Sunday è la solita jam impazzita che celebra la stagione di fine ’60 con gusto e innata passione. No more I’ll be back è una colata lavica di 12 minuti, la conclusiva accoppiata Rainbow Bridge/Dusty, unite insieme in un vortice di desert rock, blues hendrixiano e hard, è l’ideale celebrazione finale di una serata memorabile di un gruppo che meriterebbe sicuramente riconoscimenti maggiori. (Luigi Cattaneo)

Full album



mercoledì 7 settembre 2022

SOUL LEAKAGE, Syzygy (2022)

 

Nati nel 2020 per volontà di Francesco Lenzi (chitarra e mandolino) e Davide Lucioli (synth e basso), i Soul Leakage si completano con l’arrivo di Jacopo Bucciantini (batteria e percussioni), ed è con questa formazione che arrivano ora a pubblicare per Radici Music Records Syzygy. La title track iniziale ci cala nel mondo intimo dei Soul Leakage, un avvio da soundtrack che tradisce velati rimandi space e che fa il paio con Mars blows, attimi di profondità mistica in cui perdersi e assaporare una musica che ha radici e connessioni recondite, quasi ancestrali. D’altronde non mancano riferimenti psych, che emergono pure nelle successive Soap bubble, breve e delicata, e Sunday demise, più strutturata e capace di unire ambient, jazz e prog. L’elemento psichedelico risalta l’ottima Noah’s dream, tra i pezzi più riusciti dell’album, e la lunga Buddha’s temple, 10 minuti spirituali e mistici, mentre Sweet angel ha una natura immaginifica e filmica. La conclusiva Disclosure non fa altro che sigillare un esordio pieno di grazia e idee. (Luigi Cattaneo)

Disclosure (Video)



domenica 4 settembre 2022

STERBUS, Let your garden sleep in (2021)

 

Sono lontani i tempi in cui Sterbus (alias Emanuele Sterbini), si divertiva a pubblicare dischi come Eva Anger e Smash the sun alight, schegge impazzite in cui l’autore metteva insieme le più disparate influenze, dall’alternative al prog, passando per il folk, la psichedelia e il grunge, infischiandosene bellamente di etichette e stereotipi. Dopo il ricco doppio del 2018, Real estate/Fake inverno, decisamente più proggy ma con tutte le caratteristiche crossover del progetto, ecco ora una nuova incarnazione di Sterbus, Let your garden sleep in, imbevuto di power pop, folk e indie rock, dove oltre ad Emanuele (voce, chitarra, basso e synth), troviamo nuovamente Dominique D’Avanzo (voce, clarinetto e flauto), coadiuvati da Riccardo Piergiovanni (piano, synth, organo e clavicembalo), Francesco Grammatico (violoncello, tromba, trombone e organo), Brenda Gagarina (shaker, tamburello, gong e campanaccio) e Pablo Tarli (batteria), a cui vanno aggiunti una serie di ospiti che hanno reso ricchissimo il prodotto. Difatti, le strutture sono mascherate per risultare più semplici rispetto al passato, con brani maggiormente pop ma che si dimostrano da subito molto rifiniti nell’arrangiamento e curati nel dettaglio. Ogni virgola è lì perché ci deve stare e i 40 minuti scarsi del lavoro non fanno altro che portare in dote l’esperienza accumulata negli anni da Sterbini, che continua il suo percorso libero da convenzioni e schemi precostruiti. (Luigi Cattaneo)

Murmurations (2021)



giovedì 1 settembre 2022

NOT MOVING, Live in the Eighties (2021)

 


Uscito originariamente nel 2005 (ma in un cofanetto CD/DVD), Live in the Eighties dei seminali Not Moving è un documento importantissimo che onora la sfrenata band italiana, sempre sulla linea di confine tra garage, new wave e post punk. I brani, tutti registrati tra il 1985 e il 1988 in Italia e Germania, hanno un suono sporco e conforme all’attitudine del gruppo, sia quando si tratta di pezzi originali, sia quando vengono omaggiati Rolling Stones, Elvis, The Doors e Willie Dixon. La vocalità sempre affascinante di Lilith, la chitarra sfrontata di Dome La Muerte, le ritmiche punk di Tony Bacciocchi (batteria) e Dany Dellagiovanna (basso), mitigate dalle tastiere di Mariella Severine Rocchetta, sono elementi di un puzzle inquieto e cupo, scarno ma dai tratti mistici, una sorta di rito collettivo dove esplodono Suicide temple e No friend of mine. La scelta di mantenere solo 13 tracce rende questa nuova edizione ancora più schizzata e vitale, e la produzione, volutamente grezza e maleducata, non fa altro che accentuare le caratteristiche della band, che si esprime al top nel rock senza compromessi di I know your feelings e nella darkeggiante Sweet Beat Angel, ma non sono da meno la potente Lookin' for a vision e il post punk di Spider, momenti elettrizzanti di un tributo all’arte di uno dei gruppi da riscoprire dei nostri anni ’80. (Luigi Cattaneo)


lunedì 29 agosto 2022

DRIFTIN' LINE, Born as slaves We die free (2021)

 



È sempre un piacere scoprire nuove realtà del panorama underground nostrano, talmente ricco e fitto di band che diventa davvero complesso rimanere aggiornato sulle novità del sottobosco, come il debutto dei Driftin' Line, progetto nato nel lontano nel 2006 dalla mente del tastierista Valerio Città ma che ha trovato la definitiva quadratura nel 2015, quando la band ha iniziato ha lavorare al materiale di questo Born as slaves We die free, un concept sulla guerra pubblicato nel 2021 dall’Underground Symphony. Quando si parla di prog metal viene naturale pensare ai Dream Theater, e in effetti le prime note dell’intro In solitude e della successiva strumentale A glimmer of freedom sembrano guardare in quella direzione, con la tecnica dei sette musicisti che sorregge strutture melodiche e suggestive. Delicatezza e propensione hard ammantano One more soul, mentre The old river sembra guardare ai Pain of Salvation di inizio carriera, prima di The son of Juambali e Blind madness, brani ricchi di pathos e sentimento. La seconda parte del lavoro si apre con A prayer, che parte in maniera molto tenue e lieve, per poi avere un crescendo emotivo notevole, che confluisce in Never again e in A promise, altre sezioni del racconto davvero ottime, sia come impatto che come scrittura. La chiusura è affidata alla suite Getaway, che non fa altro che confermare la qualità complessiva di questo esordio, opera prima di un gruppo che ha tutte le carte in regola per imporsi nell’affollato panorama prog metal italiano. (Luigi Cattaneo)


mercoledì 24 agosto 2022

SIMPLE LIES, Millennial Zombies (2022)

 


Terzo album per i Simple Lies, hard rock band bolognese nata nel 2006, che torna con questo Millennial Zombies dopo aver accumulato esperienza live insieme ad act come Skid Row, Wednesday 13, Nashville Pussy e Girlschool, tutte formazioni con cui il quintetto ha in comune attitudine e spirito. Difatti il disco è una miscela esplosiva di riff heavy e melodie classiche, a partire dalle iniziali The end e 567 hate!, una doppietta battagliera e potente, che incanala da subito questo ritorno fatto di ritmiche spesse e chitarre aggressive. Altro esempio è Mr. Leg day, che si apre su un chorus di facile presa, ma non sono da meno Weird uncle e Prince of darkness, che ricorda anche alcuni episodi dell’Ozzy solista. Posta a metà lavoro troviamo la robusta e tagliente title track, un treno in corsa che si ferma nelle melodie decisamente più eteree di On a stage together, per poi ripartire a folle velocità con The cage e Flat brain society, entrambe song cariche di positiva elettricità. Il finale è ad appannaggio prima di Ravencock, e poi di Here lies her ghost, che chiudono ottimamente un album dove emergono passione e grande intesa tra le parti, punto di forza di uno dei dischi più convincenti tra quelli usciti per Sneakout Records in questo 2022. (Luigi Cattaneo)


sabato 20 agosto 2022

QVINTESSENCE, Qvintessence (2022)

 


Nati nel 2018 a Bologna, i Qvintessence sono un quartetto formato da Giacomo Calabria (batteria), Luca Nicolasi (basso), Omar Macchione (chitarra) e Francesco Grandi (voce), che arriva con l’omonimo disco al debutto ufficiale (anticipato da un paio di singoli). Grunge novantiano e alternative, proposto con gusto e passione, sono la base di un lavoro corposo e adrenalinico, con una vena melodica sempre ben presente e fortemente caratterizzante, sia quando ammicca ai Soundgarden, sia quando guarda ai maggiormente mainstream Audioslave. Ne vengono fuori brani come Ghosts, Focus on the crash o Bandog, sinceri, spontanei e diretti come dovrebbe essere il rock, con uno sguardo che si posa sul passato storico del genere per riproporlo nel presente, perché quando la musica ha un’anima, come nel caso degli emiliani, risulta immortale e senza tempo. (Luigi Cattaneo)

Ghosts (Official Video)



giovedì 18 agosto 2022

IBRIDOMA, Norimberga 2.0 (2022)

 

Sesto disco per gli Ibridoma, ormai una realtà ventennale del panorama metal nostrano, che con il nuovo Norimberga 2.0 (edito da Punishment 18 Records) mostra di aver raggiunto la piena maturità compositiva e di meritare probabilmente una maggiore attenzione da parte degli appassionati del genere. Hard & heavy melodico e potente, suonato con spirito, passione e tecnica, ma soprattutto pathos, aspetto che emerge prepotente in brani come Ti ho visto andare via, Where are you tonight e Coming home. Non mancano i classici episodi targati Ibridoma, con i riff dei chitarristi Marco Vitali e Lorenzo Castignani che suggellano Raise your head e l’aggressiva title track, dove il lavoro ritmico della coppia formata da Alessandro Morroni (batteria) e Leonardo Ciccarelli (basso), insieme alla voce di Christian Bartolacci, completano un quadro complessivo in cui il lavoro d’insieme diviene punto focale di un disco che non fa altro che confermare la bravura di un quintetto sempre più consapevole delle proprie capacità. (Luigi Cattaneo)

Ti ho visto andare via (Official Video)



martedì 16 agosto 2022

ARTHUAN REBIS, Sacred woods (2021)

 

Terzo disco per Arthuan Rebis, pseudonimo dietro cui si cela Alessandro Arturo Cucurnia, già all’attivo con gli In Vino Veritas e i The Magic Door. Sacred woods è un viaggio alla ricerca di suoni e connessioni con la natura, tra folk, cantautorato e studio di tradizioni popolari, partendo da quella celtica per arrivare a quella iberica, passando per India e Cina. Ovviamente per avventurarsi in un percorso del genere serve una cultura smodata di quello che si sta trattando e Alessandro, mentore e studioso di questo affascinante progetto, ha deciso di farsi accompagnare da una serie di ospiti che con la loro personalità hanno donato ancora maggiore spessore al prodotto finale. Troviamo così la voce narrante di Paolo Tofani (Area) e i synth di Gabriele Gasparotti (di cui abbiamo più volte parlato da queste pagine) nella misteriosa Albero sacro, il bodhràn di Nicola Caleo gioca con il santoor (uno strumento iraniano a corde percosse) di Vincenzo Zitello (Alice, Ivano Fossati, Teresa De Sio, giusto per citare qualche sua collaborazione) e la voce di Mia Guldhammer in Kernunnos, una ballata tradizionale danese, prima dell’ipnotica Runar, dove oltre a Caleo e Gasparotti abbiamo Zitello impegnato stavolta alla fujara, un particolare strumento slovacco. La coppia formata da Tofani e Gasparotti esegue Elbereth, che posa uno sguardo sul magico mondo di Tolkien, mentre Come foglie sospese si distingue per la delicata arpa (sempre di Zitello) che accompagna il canto di Cucurnia. Ancora il bodràn (ma stavolta di Glen Velez) nella splendida Danzatrice del cielo, la rilettura di Diana dei seminali Comus, impreziosita dalle tablas di Federico Senesi, è il perfetto epitaffio di un disco prezioso, un lavoro enorme che ha il merito di incuriosire e dettare suggestioni dalla prima all’ultima nota. (Luigi Cattaneo)

Elbereth (Official Video)



mercoledì 10 agosto 2022

THE MILLS, Useless (2022)

 

Secondo disco per i The Mills (Morris voce e chitarra, Lorenzo Valè alla chitarra, Augusto Dalle Aste al basso e Piero Pederzolli alla batteria), indie rock band che avevamo già avuto modo di apprezzare con il gradevole Cerise. Il nuovo Useless continua quel discorso, un rock verace che guarda tanto all’Inghilterra quanto agli Stati Uniti, per un risultato complessivo più maturo rispetto all’esordio del 2020. Un lavoro immediato e compatto, fluido nella resa di pezzi come A liar in the sun, Celine o la title track, momenti di un album uscito per l’etichetta Dischi Soviet Studio. La forma del live sembra essere quella più consona alla musica del quartetto, e lo si comprende perfettamente dall’accoppiata iniziale formata da Berlin e I feel fine, intrise di rock anni ’90 e più in generale di un alone post punk elettrizzante, spirito perfetto per raccontare i malandati tempi che stiamo vivendo. (Luigi Cattaneo)

Berlin (Video)



VASKO ATANASOVSKI ADRABESA QUARTET, Phoenix (2020)

 


L’Adrabesa Quartet guidato da Vasko Atanasovski (sax e flauto) è un collettivo dal forte sapore etnico e folk, anche per la disparata provenienza dei musicisti coinvolti, eccezionali nell’ammantare di spirito world le intricate trame jazz di questo Phoenix, disco uscito nel 2020 per la meritoria Moonjune Records. Difatti, oltre al leader e al figlio Ariel (special guest al violoncello), di nazionalità slovena, troviamo l’italiano Simone Zanchini alla fisarmonica, il francese Michel Godard alla tuba e Bodek Janke alla batteria, nato in Polonia ma cresciuto in Germania. Insomma un melting pot di culture che ci consegna un lavoro pieno di anima, seppure i virtuosismi e i tempi dispari imperlano brani come Green Nymph o Liberation, tra i migliori esempi di un disco davvero notevole. Registrato in Slovenia sul finire del 2019, l’album è un viaggio che parte dai Balcani e arriva in Europa, un trip multietnico che diviene tangibile nel grandeur di Concerto epico e nelle intuizioni di Thornica, splendidi momenti di un lavoro affascinante e profondo. (Luigi Cattaneo)