mercoledì 24 febbraio 2021

INDRA, Ceneri-Requiem per il Sogno Americano (2020)

 

Secondo disco per gli Indra, un concept che tratta il tema dell’emigrazione, un racconto dove l’emarginazione sociale diviene l’unico finale possibile. Ceneri – Requiem per il Sogno Americano è un’amara riflessione che Gianluca Vergalito (chitarra, sitar e basso), Antonio Armanetti (batteria e percussioni) e Mattia Strazzullo (piano, tastiere, synth e basso) evocano a colpi di prog, musica popolare, jazz, folk e sonorità balcaniche, una world music tout court che non disdegna l’utilizzo di strumenti tipici (Taranta Stomp). Il jazz etnico e multiculturale del trio è molto immaginifico (la corsa felice di Fenice, i sogni di La variante Ascari, ma anche la voglia di esplorare di Fuochi d’artificio), si contamina di suggestioni (la Bosnia di Erzezù narrata dalla Bukurosh Balkan Orkestra), con la voce narrante di Jesus Blanco III (autore anche dei testi che declama) perfetta per guidarci in territori oscuri, fatti di paure e vicoli bui (Cuore e Illusione). Il requiem del protagonista riflette la precarietà del contemporaneo (Il viandante), dove la speranza viene affossata da un ultimo gesto (Caronte), che porta ad un messaggio conclusivo (Manifesto) lacerante, ma che diviene anche fonte di vita per coloro che rimangono e continuano a credere in un domani migliore. (Luigi Cattaneo)

Fenice (Video)



martedì 23 febbraio 2021

ARTEMISIA, Anime inquiete (Live) (2019)

 


Primo disco dal vivo per gli Artemisia (Vito Flebus alla chitarra, Anna Ballarin alla voce, Ivano Bello al basso, Gabriele Gustin alla batteria, Elettra Medessi ai cori), band con all’attivo già cinque lavori (il quinto è di questi giorni) che qui presenta alcuni dei brani più significativi della propria discografia, puntando molto sul tipico impatto live del gruppo. Il non aver lavorato in post produzione ai pezzi acuisce la volontà degli Artemisia di presentare nella maniera più reale possibile il loro alternative rock venato di stoner, una scelta che finisce per caricare di heavy la struttura dei brani, caratteristica che nei dischi in studio rimane maggiormente sottotraccia. Corpi di pietra, Tavola antica o La preda sono fulgidi esempi dello spirito che anima questa raccolta live, riassunto di un percorso nell’underground nostrano senza intoppi e ottimo punto di partenza per quanti non conoscono questa interessante realtà del rock tricolore. (Luigi Cattaneo)


lunedì 22 febbraio 2021

OBSCURE OBSESSION, Obsessions and SolitudeS (2020)




Obsessions and SolitudeS è il primo lavoro degli Obscure Obsession, quintetto formato da Luca Steel (voce), Ido Evone (chitarra), Francesco Fornasiero (chitarra), Giuly Maso (basso) e Diego Bordin (batteria), che si cimenta in quattro brani caratterizzati da un heavy metal a tinte fosche che ricorda gli anni ’80 di Black Sabbath, Ronnie James Dio e Dark Lord. I trevisani firmano un’opera prima gradevole, dove non mancano spunti doom intriganti, a partire dall’aggressiva Maybe you could understand me, per poi proseguire con la greve Obsession e la più melodica Aurora. Chiude l’ep Fading away, che predilige nuovamente un approccio classicamente metal, buon finale di un primo passo interessante, in attesa di qualcosa di più sostanzioso. (Luigi Cattaneo)


sabato 20 febbraio 2021

L'IRA DEL BACCANO, Si non Sedes is - Live MMVII (2018)

 

Con enorme piacere mi trovo a parlare del primo disco dei L’ira del Baccano, un album del 2007 registrato live che la band aveva promozionato tramite il portale myspace. Si non Sedes is – Live MMVII è stato pubblicato nel 2018 in formato fisico grazie al supporto della sempre attenta Subsound Records, etichetta che è stata al fianco dei laziali anche per Terra 42 (2014) e Paradox hourglass (2017), release di cui abbiamo parlato ai tempi delle loro uscite. Il sound selvaggio e vigoroso che fuoriesce da questa ottima esecuzione dal vivo rimane legato allo stoner, al doom e alla psichedelia più irruenta, tratti distintivi di una band che ha sempre guardato con ammirazione a Black Sabbath, Hakwind, Ozric Tentacles e Grateful Dead. La stampa di questo lavoro è quindi occasione gradita per scoprire le origini del quartetto formato da Alessandro Santori (chitarra), Roberto “Malerba” (chitarra e synth), Alessandro Salvi (batteria) e Massimo Siravo (basso e synth), uno stupendo trip strumentale in cui perdersi completamente, lasciandosi trasportare dalle lunghe jam di un gruppo che mostra un’attitudine live indiscutibile. (Luigi Cattaneo) 

Full Album Video


 

lunedì 15 febbraio 2021

LUCID DREAM, The great dance of the spirit (2020)

 

Quarto disco per i Lucid Dream, band formata da Simone Terigi (chitarra), Karl Faraci (voce), Roberto Tiranti (basso e voce, noto per essere membro dei Labyrinth ma anche di Wonderworld e New Trolls), Paolo Tixi (batterista di Il Tempio delle Clessidre), Luca Scherani (tastierista per Hostsonaten, Periplo, La Coscienza di Zeno e Trama), oltre che da un trio d’archi composto da Andrea Cardinale (violino), Sara Calabria (viola) e Rachele Rebaudengo (violoncello), musicisti straordinari che hanno dato vita ad un altro album elegante e raffinato. Chi ama le sonorità in bilico tra prog rock e metal troverà qui atmosfere lontane ma calate nell’attualità, con la Liguria che si conferma ancora una volta terra tra le più importanti e fervide in ambito progressivo. Si parte ottimamente con il prog metal di Wall of fire, la struttura heavy viene confermata da Desert glass, che si arricchisce di un chorus piuttosto trascinante, mentre By my side è una ballata molto delicata. A dress of light e The war of the cosmos si muovono in bilico tra Threshold e Labyrinth, con parti robuste ma sempre ricche di espressiva melodia, mentre The realm of beyond è l’unico strumentale presente, davvero perfetto per mostrare quanta qualità hanno questi magistrali interpreti. Golden silence è un interessante crossover tra folk, prog e hard, suggestivo il finale di Wakan Tanka, chiusura di un lavoro curato nei minimi particolari e davvero di grande spessore. (Luigi Cattaneo)

A dress of light (Video)



sabato 13 febbraio 2021

THE C. ZEK BAND, Samsara (2020)

 



Nati nel 2015 dalle ceneri del trio blues Almost Blue, in cui militava il chitarrista e cantante Christian Zecchin (Big Street, Major 7, Chakra’s Band), i The C. Zek Band tornano dopo il già valido Set you free del 2017, disco di cui avevo parlato ai tempi dell’uscita. Rock blues e hard sono ancora la base di partenza di un progetto completato dai bravissimi Nicola Rossin (basso), Matteo Bertaiola (Hammond, Rhodes e synth), Enea Zecchin ( batteria) e Roberta Dalla Valle (voce solista), quintetto che ha affinato ancora di più il tiro, sorprendendomi non poco con il nuovo e freschissimo Samsara, un piccolo gioiello che farà la felicità di quanti amano The  Allman Brothers Band, Derek Trucks e The Black Crowes. Il lavoro è assolutamente maturo e meritevole di tanta attenzione, con momenti davvero toccanti (le due parti della title track e Stolen Soul in particolare), ma è tutto il complesso a reggere, legato da suadenti striature psichedeliche che rimandano all’immaginario iconico di fine ’60 inizio ’70, quando libertà e fantasia erano tra gli ingredienti principali di un momento storico irripetibile, elementi che animano anche la musica dei veneti, sospesa nel tempo ma ancora perfettamente attuale. (Luigi Cattaneo)


lunedì 8 febbraio 2021

CLAUDIO ROCCHI, La norma del cielo (Volo magico n°2) (1972)

 

Atteso alla prova del nove dopo le felici intuizioni di Volo magico n° 1, Claudio Rocchi con il seguente La norma del cielo, uscito sempre per la Ariston nel 1972, non riuscì del tutto a replicare quello splendido lavoro. In realtà i brani che lo compongono risalgono alle registrazioni effettuate per il disco precedente, musicisti impegnati nelle session compresi, che per volontà dell’autore sarebbe dovuto essere un doppio LP. Per altri motivi invece la Ariston divise l’album in 2 parti, con la seconda sotto intitolata Volo Magico n° 2, probabilmente per sfruttare la buona riuscita del disco dell’anno prima. Ci troviamo quindi di fronte a composizioni scartate e di poco valore? Assolutamente no ma il paragone con quanto si ascoltava nell’album precedente risulta un po’ ingeneroso. Perché La norma del cielo non ha le stupende trame che albergavano buona parte di Volo magico n° 1 e non porta con sé quell’alone di fascino e novità percepibili in precedenza, o almeno non possiede tali caratteristiche in maniera così massiccia da provocare sbalordimento e sorpresa. È pur vero però che rimane un lavoro interessante e che mostra, come ovvio che sia, diversi punti di contatto con quanto sviluppato da Rocchi solo un anno prima, in una linea di continuità sia musicale che testuale indiscutibile. È il caso dell’opener L’arancia è un frutto d’acqua, con la sua melodia semplice semplice che ti rimane sottopelle, caratteristica rocchiana, marchio di fabbrica del suo fare musica, qui accompagnato dal fine tocco di Eugenio Pezza (tastiere), in un racconto di folk obliquo tanto caro al cantastorie, che non si fa mancare un finale mantrico che denota il suo amore totale per l’India. Storia di tutti è forse il brano più riuscito o comunque quello che si poteva inserire con più facilità in Volo magico n° 1, complice il folk psichedelico minimale e dai tratti orientali che ben si sposa con un testo ispirato e mistico, a cui segue a ruota la title-track, piccolo gioiellino di trascendenza spirituale dal messaggio tanto genuino quanto d’impatto. Lascia Gesù è un brano sentito, manifesto del Rocchi pensiero, sostenuto dal basso di Eno Bruce e da Pezza bravo nell’intervenire per variare un tema un po’ troppo monocorde, così come ha poco mordente il folk progressivo strumentale di Tutti insieme. Probabilmente si manifesta in queste composizioni l’essenza di brani che con maggiore calma potevano essere rivisti e migliorati, come nel caso di Il bosco, traccia molto breve che pare essere incompleta, quasi come se fosse un abbozzo lasciato lì per essere poi ripreso. Il finale di Per la luna omaggia di nuovo l’India, a dire il vero con una psichedelia un po’ ingenua ma estremamente sincera, proprio come il personaggio Rocchi, sempre lontano dal materialismo e proteso costantemente alla ricerca di un proprio viaggio spirituale, interiore e non solo fisico. La norma del cielo ha al suo interno melodie piacevolissime ma che non sempre lasciano il segno, appare come un album di transizione, che pone ancor maggior attenzione sulle influenze orientali, imbevute nel tessuto folk in maniera semplice e diretta. Claudio farà molto meglio nel successivo Essenza del 1973, disco ancora oggi attuale e probabilmente sottovalutato. (Luigi Cattaneo)

L'arancia è un frutto d'acqua (Video)




venerdì 5 febbraio 2021

minDance, Cosmically Nothing (2020)

 



Nati all’interno di una “comune musicale”, i minDance hanno da sempre provato a non snaturare un’essenza fatta di psichedelia e progressive dagli influssi dark, sin da quando si muovevano sotto lo pseudonimo GMST. La formazione che arriva al debutto Cosmically nothing ha trovato una propria stabilità con l’ingresso di Peppe Aloisi (basso, voce e synth), che si è aggiunto a Tonino Marchitelli (voce e tastiere), Gianluca Vergalito (chitarra) e Massimo Cosimi (batteria), musicisti che hanno espresso con grande passione tutto il loro background, per un risultato finale che mette insieme psych rock di fine sessanta e rock settantiano. L’insolita Minkiadance apre il lavoro con una certa carica elettrica, Falls in love è una lunga traccia dal sapore psichedelico, in cui Marchitelli narra sostenuto dalla coesione di tutta la band, prima della bella coda strumentale che conduce a I don’t believe, breve frangente che riporta agli anni ’60. Bizzarra E chi megl’e mè, che mi ha ricordato alcune ballate degli Anathema, Don’t break me si fa più oscura, mentre Strange love attinge dalla psichedelia per caricarla di una preponderante verve r’n’r. Il finale ci riserva l’accattivante melodia di Sery e soprattutto la title track, 12 minuti in cui il quartetto condensa improvvisazione, elettronica, progressive e una generale voglia di osare, che fa di questo brano quello più appassionante tra i presenti. Esordio interessante e che traccia il solco per futuri scenari, l’impressione è che i minDance abbiano ancora parecchio da dire, soprattutto se affineranno maggiormente il tiro, magari partendo proprio dall’ottima title track finale. (Luigi Cattaneo)

 

giovedì 4 febbraio 2021

LOS TALKER, El dia de los muertos (2020)

 



Secondo ep per Mattia Foresi (testi e voce), alias Los Talker, qui ben coadiuvato da Marco Vitali degli Ibridoma, che si è occupato della produzione e degli arrangiamenti, oltre che delle parti di chitarra e basso presenti sul lavoro. L’incontro tra il rap di Foresi e l’attitudine hard di Vitali fa di El dia de los muertos un prodotto che a tratti ricorda Cypress Hill, E. Town Concrete e Tin Foil Phoenix, quindi un crossover che si inserisce nei binari che gli Stati Uniti hanno tracciato decenni fa, senza dimenticare di porre uno sguardo anche su quanto accaduto in Italia negli ultimi anni. Le trame più robuste risultano quelle maggiormente interessanti, con la doppietta iniziale di Troppo spesso e Mort Cinder (storico personaggio del fumetto argentino) davvero convincente, così come molto buona è la title track. Gradevoli le melodie fiatistiche di Dopo dicembre (con le voci di Elena Agostinelli e Sara Magnamassa), più legate al rap le restanti tracce, seppure bisogna sottolineare l’attenzione per gli arrangiamenti (elemento spesso discutibile nel genere) e una vocalità molto musicale, tanto che potremmo parlare di hip hop cantautorale, vista anche la cura testuale del disco. El dia de los muertos è un ep molto piacevole e ben scritto, che può dare il via a qualcosa di più definito per il futuro. (Luigi Cattaneo)


mercoledì 3 febbraio 2021

IKITAN, Twenty-Twenty (2020)

 

Ep di debutto per gli Ikitan (Luca Nasciuti alla chitarra e agli effetti, Frik Et al basso e agli effetti e Enrico Meloni alla batteria), una lunga suite di 20 minuti e 20 secondi (Twenty-Twenty per l’appunto), uscito nel 2020. Psichedelia progressiva, stoner, heavy, post, elementi centrifugati con brio in questa sorta di jam scevra da schemi precostruiti, dove il background dei musicisti emerge libero e fluido. L’approccio appare molto legato all’improvvisazione, uno scorrere di idee e di situazioni che il trio maneggia con efficacia, costruendo scenari che mutano, che si sviluppano, in un intenso crescendo di tensione emotiva. Sezioni potenti e parti atmosferiche si inseguono per tutta la durata del brano, costituendo un amalgama suggestivo e di grande impatto. In attesa di un riscontro live, che potrebbe essere la direzione definitiva per la band, questa piccola opera prima rappresenta sicuramente un ottimo biglietto di presentazione. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)



martedì 2 febbraio 2021

ĀraṇyakAƔnoiantAḥkaraṇA (ĀAAA), ĀraṇyakAƔnoiantAḥkaraṇA (ĀAAA) (2020)


 

Esordio per i ĀraṇyakAƔnoiantAḥkaraṇA (ĀAAA), duo dal monicker impossibile e che cela la propria identità (0 e 1 si dividono scrittura ed esecuzione), andando a creare un alone di mistero che trova conferma in un disco sperimentale e avanguardistico. Il substrato elettronico si fonde con il drone, la cultura lontana della musica indiana viene sottolineata dall’uso corposo del sitar, lungo due suite esoteriche e decisamente oscure. Troviamo qualche assonanza con Musical Pumpkin Cottage di Steven Stapleton e David Tibet, la ricerca di Diamanda Galas e la magnificenza di alcune pagine dei Dead Can Dance, background che è però cornice di esperienze proprie, che fanno di questo debutto un percorso rituale, un viaggio visionario, cupo e misterioso. Un lavoro sicuramente singolare, arcano, soundtrack di tempi apocalittici, da ascoltare con la dovuta cura per poterne assaporare sensazioni ed emozioni. Un progetto artistico potente, visionario, nato da un’esigenza comunicativa, che si percepisce distintamente in No store of cows, pulsante inno di ipnotismo mediorientale e The margin spread,una marcia imponente, un profondo mantra con parti tribali, epitaffio di un disco personale e visionario. Di seguito il link per poter ascoltare e acquistare l'album https://familysounds.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)

lunedì 1 febbraio 2021

QUADRI PROGRESSIVI, Jimi Hendrix


L'artista milanese Lorena Trapani ha scelto come soggetto questa volta un mostro sacro, Jimi Hendrix, qui rappresentato in duplice versione!

Tecnica mista china (nera e colorata) e penne a sfera colorate.

Tutti i lavori di Lorena sono presenti nella sezioni Quadri del blog.

PLEONEXIA, Virtute e Canoscenza (2020)

 

Bel ritorno per i Pleonexia, band formata da Michele Da Pila (voce, chitarra e tastiere), Andrea Borlengo (basso), Lorenzo Luca (tastiere), Andrea Autiero (chitarra) e Davide Cardella (batteria). Il gruppo è attivo da quasi dieci anni e dopo Break all chains del 2014 è ora la volta di Virtute e Canoscenza, sempre intriso di heavy ottantiano, sinfonico, epic power e progressive, una miscela che regge per tutto il disco, uscito nel 2020 per Pure Underground Records. Un heavy metal a tutto tondo, che si snoda tra riff aggressivi, sezioni strumentali efficaci e ritmiche corpose, corollario di ottimi pezzi come Selfish Gene, la sontuosa Choices o Eternal return. I Pleonexia sono bravissimi nell’infondere nel tessuto hard forti iniezioni di melodia e strutture più tipicamente prog, uno stile che mette insieme Manilla Road e Dark Quarterer. Ottimo come back per i piemontesi, che mostrano di avere doti e qualità, capacità di scrittura e gusto, al servizio di brani strutturati ma al contempo immediati e fruibili. (Luigi Cattaneo)

The march of the dumbs (Video)



domenica 24 gennaio 2021

OFFICINA F.LLI SERAVALLE, Tajs! (2019)

 

Conosciuto soprattutto per essere il fondatore degli storici Garden Wall, Alessandro Seravalle ha sempre mostrato uno spirito trasversale e curioso, che lo ha portato nel corso del tempo a sperimentare senza porsi particolari freni interpretativi. Tajs! è un disco del 2019 nato in famiglia, dalla collaborazione con il fratello Gianpietro, duo che si è diviso equamente i compiti tra chitarre effettate, synth, elettronica allucinata, note di piano che affogano in disturbanti samples, suoni digitali e vibrazioni stranianti. Claudio Milano (NichelOdeon, InSonar) è l’interprete perfetto per la sperimentale Danzatori di nebbia, mentre l’ambient elettronico di Ausa mostra l’indole di un progetto pieno di sorprese, tra beat nevrotici e passaggi più atmosferici. Aritmetica dell’incurabile omaggia il filosofo e saggista Emil Cioran con un momento maggiormente sognante e dal sapore post, l’inquietante Vuoto politico sottolinea un discorso di Bettino Craxi al Parlamento Italiano nel 1992, prima di Saturno, che chiude in maniera disturbante la prima parte del lavoro. Nyc Subway late at night vira su un vibrante jazz rock, anche grazie al sax di Clarissa Durizzotto, che lascia poi il posto alla minacciosa angoscia di Bewusstsein als verhangnis. Ci avviciniamo alla conclusione con le oscure visioni di Insonnia, che evolvono nelle trame Orwelliane della techno Distopia e in quelle visionarie dell’ottima Decostruzione, in cui ritroviamo ancora l’elegante sax della Durizzotto.  Elettronica, avanguardia, jazz progressivo, psichedelia, tutto si fonde per dare vita ad un disco pieno di sensazioni, in cui i Seravalle hanno fuso nuovamente le loro personalità, confermando quanto di buono avevano espresso con il precedente Us frais cros fris fics secs. (Luigi Cattaneo)

Saturno (Video)



giovedì 21 gennaio 2021

ALTARE THOTEMICO, Selfie Ergo Sum (2020)

 

Tornano gli Altare Thotemico a distanza di sette anni da Sogno Errando, con la line up che ora vede Gianni Venturi (voce e testi) accompagnato da Marika Pontegavelli (piano, synth e voce), Agostino Raimo (chitarra), Giorgio Santisi (basso) e Filippo Lambertucci (batteria e percussioni), oltre che Emiliano Vernizzi al sax e Matteo Pontegavelli alla tromba, due special guest che con i loro fiati hanno donato ancora maggiore spessore al lavoro. Selfie Ergo Sum è probabilmente il disco più compiuto degli emiliani, intriso di poesia, riprende le radici settantiane che sempre hanno ispirato la band ma le imbeve di una sensibilità del tutto personale, fatta di sperimentazione e groove. Come diceva Goethe, costruire il futuro con elementi del passato, concetto che Venturi e soci applicano alla perfezione, complici anche i diversi progetti del leader, dai Tazebao ai Qohelet, passando per i suoi lavori in solitaria, esperienze che hanno finito per influenzare anche questo nuovo tassello Thotemico. Prog, ethnojazz, psichedelia, cantautorato, tutto si fonde per dare vita ad un album pieno, corposo, capace di evocare e di far riflettere, con tematiche forti (il cambiamento climatico, il razzismo, la fine dell’empatia) ma trattate con eleganza da Venturi, che insieme alla Pontegavelli dà vita a piccoli capolavori come Non in mio nome, Madre terra o Luce bianca. Per maggiori informazioni e per acquistare l'album potete visitare il sito www.altarethotemico.it (Luigi Cattaneo)

Selfie Ergo Sum (Video)



mercoledì 20 gennaio 2021

PANTHEØN BAND, Five lines (2020)

 


Esordio per la Pantheøn Band, gruppo formato da musicisti di grande esperienza, che calcano i palchi nostrani da decenni con vari progetti (Tommy Conti al basso, Massimo Canfora alla chitarra, di cui abbiamo parlato ai tempi dell’uscita di Create your own show, Mario Quagliozzi alla batteria, Marco Quagliozzi alle tastiere e Maurizio Cerantola alla voce, che i più attenti ricorderanno per essere stato il cantante degli Shout e per aver inciso diversi brani per le soundtrack dei film di Lucio Fulci, Claudio Fragasso e Bruno Mattei, tra cui l’immortale Living after death). Il quintetto è autore di un hard rock imparentato con l’AOR, solido e molto melodico, figlio diretto di Whitesnake, Warrant e Survivor. Five lines è quindi un concentrato di sonorità vintage, classico ma esaltante per la sua purezza, per la qualità di brani trascinanti, ruffiani al punto giusto e suonati ottimamente da una band che non nasconde gli stilemi da cui attinge ma li esalta con professionalità e doti di scrittura, fieri militanti di lunga data del rock tricolore. (Luigi Cattaneo)

On the way (Official Video)



sabato 16 gennaio 2021

LE PIETRE DEI GIGANTI, Abissi (2019)

 

L’Overdub Recordings negli anni ha esplorato con consapevolezza crescente l’alternative italiano, circuito sempre fervido di band che tentano di emergere dal fittissimo underground nostrano. Non fanno eccezione Le Pietre dei Giganti, quartetto formato da Lorenzo Marsili (voce e chitarra), Francesco Utel (chitarra e tastiere), Francesco Nucci (batteria e percussioni) e Niccolò Pizzamano (basso), che dopo l’ep Fanno Male del 2016 ha pubblicato nel 2019 Abissi. Un album corposo, ruvido, con ampio uso di distorsioni, uno stoner rock imparentato col noise e il grunge, che si fa carico di raccontare l’angoscia e il senso di annegamento dei giorni nostri, a partire da Vuoto, traccia iniziale che traccia il solco dell’inquietudine che anima i toscani. La lente dell’odio rallenta e mostra una costruzione sonora attenta e accorata, che si evince anche nell’ottima Greta, dove la matrice grunge si fa più forte, con qualche rimando anche agli Alice in Chains. DMA spinge di nuovo sull’acceleratore, la title track è un’oscura marcia, cupa e tenebrosa, mentre Canzone del sole si tinge di una sinistra carica noisy. Mattine grigie ricorda alcuni episodi targati Marlene Kuntz, prima di Stasi e della conclusiva Trieste (La casa vuota), altri frangenti molto interessanti di un disco pieno di idee e qualità. (Luigi Cattaneo)

Greta (Video)


    

martedì 12 gennaio 2021

ROSSOMETILE, Desdemona (2020)

 

Nati 25 anni fa per mano di Rosario Runes Reina (chitarra) e Gennaro Rino Balletta (batteria), i Rossometile continuano nel percorso che li vede unire heavy sinfonico, power metal e folk, elementi che nutrono anche il nuovo Desdemona, registrato insieme a Ilaria Hela Bernardini (voce) e Pasquale Murino (basso). Questo quinto album mostra una certa solidità di idee e scrittura, sempre più raffinata e rifinita, con strutture proprie di un certo grandeur orchestrale che trovano il contraltare medievale nell’utilizzo attento di strumenti come la ghironda e la cornamusa, senza dimenticare le piccole ma significative parti legate alla musica popolare, dettate dal suono particolare del tin whistle e da quello più conosciuto del bouzouki. La title track mette in mostra da subito i canoni epici del racconto, delicata e ben orchestrata è la seguente Oblivion, mentre vicina ai Rhapsody è Hela e il corvo. Sole che cammina è una tenue ballata piena di grazia e molto immaginifica, così come Storie d’amore e peste, che si muove sulla stessa scia folkeggiante e chiude egregiamente la prima parte dell’album. Rosaspina è tipicamente power, prima di XOX Arcana, tra i momenti più intensi del lavoro, e Whales of the baltic sea orchestra, strumentale davvero suggestivo. Boia misericordioso è una traccia che si tinge di intensa drammaticità, la splendida malinconia di Canzone del tramonto è il finale di un disco ricco di anima e pathos. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)


   

domenica 10 gennaio 2021

ARDITYON, Ardityon (2019)

 

Esordio assoluto per gli Ardityon, heavy metal band di Treviso formata da Albert Marshall (chitarra, ex Altair, di cui abbiamo parlato per il suo validissimo Speakeasy), Valeriano De Zordo (voce dei Firelips), Diego Bordin (basso dei Mind Crusher) e Denis Novello (batteria), che si presenta con un debutto potente e aggressivo, che non disdegna affatto melodie immediate e chorus di grande impatto. Il tema della Prima Guerra Mondiale è l’evento da cui partire, la tragedia delle  morti innocenti, la drammaticità di eventi a cui mai si è preparati e da cui la band in qualche modo prende il nome (gli Arditi erano corpi speciali volontari, reparti d’assalto fondamentali nel conflitto). La botta iniziale di Ardityon è il biglietto da visita ideale, ma anche Our music è una dichiarazione d’intenti, istantanea di un quartetto formato da ottimi strumentisti, che hanno curato egregiamente la costruzione di brani che conquistano ascolto dopo ascolto. Tradizione e modernità vanno a braccetto e colorano le trame di Archons attack e Guilty of homicide, composizioni che mostrano attitudine, ritmiche corpose e fraseggi chitarristici notevoli, a sostegno della voce pressoché perfetta per il genere di De Zordo. Bellissima Pain of the world, una semi ballad molto coinvolgente, prima del thrash metal di Ancient enemy e della trascinante Zombie Apocalypse, con echi di Iced Earth, Judas Priest, Accept e Primal Fear. Glory day e Daily Holocaust chiudono un lavoro godibilissimo, senza cadute di tono, perfetto per tutti gli amanti del genere. (Luigi Cattaneo) 

Album trailer


     

sabato 9 gennaio 2021

VIRTUAL TIME, Pictures (2019)

 

Progetto ambizioso quello dei vicentini Virtual Time (Alessandro Meneghini alla batteria, Luca Gazzola alla chitarra, Marco Pivato al basso e Filippo Lorenzo Mocellin alla voce), che in un periodo dove il digitale è sempre più presente nelle nostre vite, pubblicano un cofanetto di 5 cd (4 di inediti e uno registrato dal vivo), coraggioso compendio di un percorso artistico coronato dalla collaborazione con la Go Down Records. Quello in mio possesso è però un condensato, una selezione delle tracce più significative di questa pentalogia, scostante nel suono, che abbraccia alternative, rock e hard ma non nella qualità, davvero molto alta per tutto il disco. Le influenze di Led Zeppelin, Muse e Rival Sons sono ben amalgamate all’interno di brani come Charmed, High Class Woman o Nowhere land, ottimi brani di un lavoro che però non conosce cali e che mi ha convinto nella sua totalità. Ottimo punto di partenza per scoprire l’ennesima grande band del catalogo Go Down, sempre attenta a quanto succede sul territorio veneto e punto di riferimento dell’italico underground alternativo. (Luigi Cattaneo)  

High Class Woman (Video)



mercoledì 6 gennaio 2021

GIULIO ALDINUCCI & MATTEO UGGERI, Bureau (2020)

 



Matteo Uggeri (field recordings e drones) degli Sparkle in Grey e Giulio Aldinucci (field recordings e beats), sono gli autori di Bureau, un esordio oscuro, fatto di ambient ed elettronica, suoni, rumori, piccole vibrazioni, pulsioni industriali. Il duo si muove lungo coordinate di non facile lettura, con un sound minimale che descrive senza stereotipi (Fire dome), ipnotizza (Inceneritore), diviene soundtrack di un viaggio del tutto personale (Ghiaccio). Ovviamente un lavoro del genere rischia di essere ermetico ai più, dark nel suo incedere straniante e inquieto (Zoo), a cavallo tra enigmatico sperimentalismo, glitch, ambient e noise. La partnership con la storica ADN certifica l’assoluta vena avanguardistica dei due, in una sorta di suite di 40 minuti che sviluppa il tema dell’alienazione della vita lavorativa attraverso field recordings catturati esternamente, loopati e rimodellati in beat, ritmiche, melodie arcane ed elementi drone. La lucida follia del disco non risparmia Dead flag beat e Chinese new year, mentre il finale di Inside the Bureau si avvale dei campionamenti di chitarra acustica di My dear killer e di quelli di batteria di Mattia Costa. Disco affascinante ma estremamente criptico. (Luigi Cattaneo)

sabato 2 gennaio 2021

MESMERISING, The clutters storyteller (2020)

 

Terzo disco per Davide Moscato, cantante e compositore che sotto lo pseudonimo di Mesmerising firma con The clutters storyteller un lavoro ricco di spunti melodici, dove la forma canzone viene esaltata da una band straordinaria formata da Fabio Zuffanti al basso, Martin Grice al sax e al flauto, Giovanni Pastorino alle tastiere, Simone Amodeo alla chitarra e Paolo Tixi alla batteria. Ballate malinconiche e strutture progressive si inseguono, cucendo influenze di fine ’60 inizio ’70 con altre più attuali, legate da un songwriting che riesce ad amalgamare con intelligenza le varie sfumature del progetto. Feel … my dream introduzione e incipit di un racconto che parte in maniera tenue e delicata, un’atmosfera che mi ha ricordato alcuni episodi dei Dream Theater di Metropolis Pt.2, soprattutto per il carattere immaginifico della traccia. In Ballad of a creepy night Grice dei Delirium punteggia con estro un brano di grande presa, mentre Slave of your shell ha un approccio A.O.R. ma un testo dal taglio filosofico che mostra la grande attenzione che Davide ha posto sul versante tematico del disco. Underground mette in luce il lavoro d’insieme della band, The vortex si avvicina all’horror con una scrittura che unisce prog e opera rock, prima di False reality, ballata soave e splendidamente arrangiata. La breve e fantasy In a different dimension si lega a The man who’s sleeping, altro momento dove emerge tutto il talento di Moscato e dei musicisti a sua disposizione. Chiusura affidata a The last time you called my name, struggente e progressiva conclusione di un album raffinato ed elegante. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)



venerdì 1 gennaio 2021

VODA, Parallaxis (2020)

 

Iniziamo benissimo questo 2021 parlando del nuovo lavoro dei polacchi Voda, power trio formato da Radek Kopeć (chitarra, voce e pianoforte), Mikolaj Spendel (basso e contrabbasso) e Lukasz Piekarniak (batteria), che qualche mese fa ha dato alle stampe questo sontuoso Parallaxis. Si tratta di un doppio album live (con DVD) registrato a Cracovia la scorsa estate, sunto di una carriera a dire il vero che sin qui conta solo due produzioni, Onerare del 2015 e Amphibia del 2019, ma vista la bontà dell’esibizione dal vivo del terzetto viene facile pensare a nomi storici come Taste, Jimi Hendrix o i più attuali (cronologicamente parlando) Gov’t Mule, che hanno fatto dei live il vero motore della carriera. D’altronde i polacchi guardano proprio al rock blues più sanguigno, citando, magari inconsapevolmente, anche i seminali Groundhogs, oltre che ai Bakerloo di Clem Clempson, band storica e con visioni progressive ante litteram. Memorabili le versioni di Tame the time e S.O.S., ma non sono da meno nemmeno le monumentali Turnin’ around e Modern D-Grayed, che mostrano come questi arrangiamenti pensati per l’occasione si siano rivelati scelta del tutto azzeccata. Per maggiori informazioni e per acquistare i loro dischi potete visitare il sito https://vodatriopl.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)

Modern D-Grayed (Video)


   

martedì 29 dicembre 2020

FRANCESCO PERISSI XO, Rossana (2020)

 

Nuovo e particolare concept album diviso in cinque fasi sull’elaborazione del lutto per Francesco Perissi XO (ex Qube), che con Rossana mostra tutto il suo background fatto di avanguardia, elettronica, dark e IDM, con lo sguardo che si posa su nomi come Autechre, Moderat e Bernard Parmegiani. Beauty è l’inizio atmosferico dell’album, una sorta di lunga introduzione vicina ad alcune pagine dei VNV Nation, anticipatrice del beat di Wordless, con il cantato di Francesco che viene subissato da suoni e rumori, effetti e distorsioni, emozionale chiusa del primo capitolo dedicato alla negazione.  Broken segna l’avvicinarsi della rabbia, il sound si fa ossessivo, pulsante, con una coda malsana in odore di Nine Inch Nails, che prosegue anche in Fxxk, uno dei pezzi più interessanti e completi del disco. La fase del patteggiamento si sviluppa dapprima con Cancer e poi in Venus, una sorta di suite elaborata tra ripetitivi espedienti elettronici e cura per la forma canzone, seppure rivisitata con una certa dose di personalità. La voce di Perissi ci conduce al momento della depressione per la perdita, una resa che diviene esplicita nelle suggestioni di Shine e Cherish, colonne sonore di un dolore che diviene tangibile, vivido, filmico. Si arriva al momento dell’accettazione con la magnetica Twins e con la conclusiva Soul, delicato epitaffio di un terzo disco intenso e profondo. (Luigi Cattaneo)

Venus (Video)



lunedì 28 dicembre 2020

KARMABLUE, Nè apparenze nè comete (2018)

 

Nati negli anni ‘90 a Roma, i Karmablue giungono al terzo disco dopo Erratico estatico del 2002, che univa rock e influenze etniche, e Acquadanze del 2006, che invece approfondiva la vena psichedelica della band. Dopo un periodo di pausa la voglia di fare musica porta il gruppo formato ora da Vera Perkins (voce), Giacomo Caruso (chitarra), Flavio Marini (chitarra), Simone Colaiacomo (basso e tastiere) e Paolo Marini (batteria) a registrare Né apparenze né comete, più progressivo e legato ai ’70 e distribuito dalla Lizard Records. Tante le idee che troviamo in questo gradevole disco del 2018, pieno di raffinati momenti e intrecci melodici molto curati, a partire da Guerra degli dei e Né apparenze né comete, che si distingue per un approccio decisamente prog e psichedelico, che sfuma nella seguente Sogni, chiusura un trittico iniziale fatto di atmosfere, cambi di tempo e un’apprezzabile attenzione per gli arrangiamenti. La band è compatta e coesa, lavora d’insieme, come nel caso dell’ottima Karma Blue e di Cristalli Parte III, che mostra un piglio dai tratti hard e che non dispiace affatto. Anche Solaris non disdegna parti fortemente elettriche, Astrimio ribadisce come Vera sia assolutamente fondamentale per lo sviluppo di certe sonorità, insieme al lavoro certosino delle due chitarre, prima di Mag-A-Lur, emozionale nel suo incedere al limite del post rock. Particolare la conclusiva Acrobati, che alterna momenti sognanti e space ad altri più aggressivi, con tanto di recitato francese che fa tanto Ange. Interessante e gradevolissimo ritorno questo dei Karmablue, accostabile a band come Verganti e Magnolia, con un piglio rock forse più marcato, che sfiora l’heavy e che rende la proposta corposa e interessante. (Luigi Cattaneo)

Sogni (Video)



domenica 27 dicembre 2020

BRIDGEND, Rajas (2020)

 

Tornano i Bridgend e con loro Rajas (che dà anche il titolo a questo nuovo capitolo dei bolognesi), protagonista del precedente Rebis di cui avevamo parlato ai tempi della sua uscita. Andrea Zacchia (chitarra) ha modificato parecchio la line up, non più un trio ma un quartetto completato da Leonardo Rivola (tastiere), Matteo Esposito (basso e fretless) e Massimo Bambi (batteria) e anche in parte il sound, meno legato al post e più al progressive rock strumentale. Scelta azzeccata che fa di questo Rajas un prequel che conferma la capacità narrativa immaginifica della band, ma anche un’accresciuta scrittura complessiva, ancora più convincente rispetto al già valido debutto. Adulta nox apre l’album, mettendo subito in mostra una formazione collaudata, con Zacchia e Rivola a duettare ottimamente (il songwriting è affidato ad entrambi e ciò probabilmente ha beneficiato al progetto), così come non è da meno la nuova sezione ritmica, che si mette in mostra nella seguente Appena un respiro, altro momento tra i più significativi del racconto. Il lato A si conclude con la suite La quiete generale, tra prog d’annata e una spruzzata di modernità, quasi 10 minuti che scivolano nella seconda suite del disco, La fatica del singolo, altra traccia notevole che forma una parte centrale che farà la felicità dei fan di P.F.M., Le Orme, Genesis e dei contemporanei Accordo dei Contrari. Ci avviciniamo alla fine prima con Nocturnale, episodio tra i più strutturati del lavoro e poi con la conclusiva La luce ci divide, piccola gemma di psichedelia progressiva che sancisce la crescita di un gruppo da tenere in grandissima considerazione. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)



giovedì 24 dicembre 2020

OTEME, Un saluto alle nuvole (2020)

 


Il nuovo album del progetto Oteme nasce da lontano, ha radici nel 2012, quando Stefano Giannotti, mente dell’ensemble, gira un documentario sull’Hospice di San Cataldo, un ultimo porto per i malati terminali. Alcuni stralci delle interviste fatte per l’occasione a infermieri, OSS, dottori e famigliari dei pazienti diventano spunto per Un saluto alle nuvole, dieci brani che continuano il percorso degli Oteme, ancora una volta in bilico tra musica da camera, R.I.O., avanguardia e canzone d’autore. La doppietta iniziale di Chiudere quella porta/E c’è qualcuno introduce al mondo narrato da Giannotti, fatto di esistenze a volte marginali, di consapevolezza della fine, raccontate con delicatezza tra momenti folk e tenui interventi fiatistici (Irene Benedetti e Valeria Marzocchi al flauto, Lorenzo Del Pecchia e Elia Bianucci al clarinetto). Un ricordo bello spinge maggiormente verso l’avant, con Emanuela Lari perfetta interprete delle suggestioni del pezzo ( leggeri ma azzeccati gli interventi di Antonio Caggiano al vibrafono), prima della particolarissima Dieci giorni, che si contraddistingue per l’ottimo lavoro ritmico della coppia formata da Vittorio Fioramonti (contrabbasso) e Riccardo Ienna (batteria) e della strumentale Gli angeli di San Cataldo (Bolero quarto), che si contraddistingue per la partecipazione al violino di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon. La vena sperimentale e colta degli Oteme prosegue con Quando la sera, brano dove le varie voci utilizzate creano un momento di pura magia, e Turni, lunghissima composizione che definisce al meglio il sound della band. Anche Una mamma disperata e Per i giorni a venire si muovono tra grandi intuizioni liriche e aperture strumentali notevoli, mentre la title track finale è un lieve attimo contemplativo di un lavoro malinconico ma necessario. L’opera ha vinto il bando Della morte e del morire indetto dall’Associazione Culturale Dello Scompiglio di Vorno. Per acquistare il disco (operazione consigliata vista l’importanza e la bellezza del booklet annesso) potete visitare il sito http://stefanogiannotti.com/it/ o http://oteme.com/it/ (Luigi Cattaneo)



martedì 22 dicembre 2020

VIC PETRELLA, Sperimentalist (2020)

 

Breve ep d’esordio per Vic Petrella, autore in bilico tra post elettronico e psichedelia, che con Sperimentalist sigla un debutto curioso ma riuscito. La malinconica apertura di Red zone, legata alla pandemia e alle restrizioni di questi mesi, colpisce da subito per impatto e azzeccate melodie, con tanto di voce di Giuseppe Conte a profetizzare un futuro in cui torneremo ad abbracciarci. Under the stars si fa leggermente più cupa, Historia Magista Vitae punge con ritmiche elettro ben calibrate, mentre la conclusiva Nature conferma l’attitudine del foggiano nell’unire elementi diversi, tra cui partiture sinfoniche apprezzabili. Probabilmente non così sperimentale come il titolo suggerisce, ma Petrella ha sviluppato una propria ricerca personale, introspettiva e interessante, tra parti recitate e altre cantate, alternanza che funziona e che fa di questo primo episodio un gradevole antipasto prima di qualcosa di più sostanzioso. (Luigi Cattaneo)

Red Zone (Video)



domenica 20 dicembre 2020

ANDREA SALINI, Roses (2020)

 

A distanza di tre anni da Lampo Gamma torna Andrea Salini, con un altro breve lavoro (30 minuti circa) dedicato all’universo femminile. Roses vede oltre a Salini, impegnato alla voce e alla chitarra, la partecipazione di Simone Gianlorenzi (chitarra, lap steel, dobro, mandolino e basso) e John Macaluso (micidiale batterista che negli anni abbiamo trovato al servizio di Yngwie Malmsteen, Ark, Labyrinth e Symphony X, giusto per citare qualche band). Il rock di Andrea guarda in più direzioni, ha la capacità di sviluppare le molteplici influenze all’interno di un percorso organico, che punta sull’impatto e sulla forma canzone, complici anche i bravissimi musicisti che hanno collaborato all’opera. Into the storm ricorda nell’attacco iniziale gli Audioslave, per poi scivolare in un blues rock molto interessante, mentre Irina nel suo incedere punkeggiante si avvicina a qualche episodio dei Green Day di American Idiot. Rock ‘n’ roll dreamer guarda invece al country folk, impreziosita dal delicato piano di Silvia Leonetti e dal fine lavoro di Gianlorenzi alla slide, Verum Rosa è una breve poesia narrata da Mariangela Gritta Grainer, momento spirituale spazzato via dalla title track in odore di rock americano. Starfighter è un valido brano strumentale, melodico e ispirato, Take you back è accostabile al Ben Harper degli esordi, con fraseggi reggae lievi e misurati a cui hanno contribuito il basso di Pino Saracini e le percussioni di Carlo Di Francesco, prima della catchy Love song e della conclusiva strumentale The name of the rose, dove ritroviamo il piano della Leonetti, protagonista di un finale che suggella un album variegato ma ottimamente calibrato. (Luigi Cattaneo)

Roses (Video)


     

sabato 19 dicembre 2020

RAINBOW BRIDGE, Unlock (2020)

 

Tornano i Rainbow Bridge, meraviglioso trio formato da Giuseppe Piazzolla (chitarra), Paolo Ormas (batteria) e Fabio Chiarazzo (basso) che abbiamo avuto modo di conoscere con Dirty Sunday del 2017 e Lama dell’anno successivo, due lavori che, ispirati dal genio di Jimi Hendrix, mettevano insieme rock blues, psichedelia e desert rock. La band torna a guardare a quanto fatto nel primo disco, con una registrazione effettuata il 16 giugno 2020 senza overdubs, una scelta che esalta il lato più istintivo dei pugliesi e che personalmente apprezzo maggiormente. Per la prima volta dopo anni ci siamo dovuti fermare. Durante il lockdown abbiamo pensato che quando tutto fosse finito la prima cosa che avremmo fatto sarebbe stata tornare in studio. Unlock è il risultato di queste jam piene di speranza e rinnovata energia. L’irruenza spontanea che emergeva meno in Lama trova qui nuova vita e forma, con citazioni del classico stile rock blues settantiano, quello di Hendrix ma anche dei Taste di Rory Gallagher in Marvin Berry e Marley, mentre l’hard, la psichedelia e la solita punta di stoner trovano modo di emergere nelle lunghe Speero the hero e The girl that I would meet this summer. La tirata chiusura di Jack sound conclude magnificamente questo terzo capitolo dei Rainbow Bridge, che visto il periodo di classifiche può tranquillamente rientrare nel novero dei dischi più interessanti dell’anno. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)



domenica 13 dicembre 2020

ALECO, L'ultima generazione felice (2020)

 

Alessandro Carletti Orsini, volto della Music Force (etichetta discografica ma anche studio di produzione musicale), scende in campo personalmente e con lo pseudonimo di Aleco da vita a L’ultima generazione felice, disco in bilico tra facile pop e gustose divagazioni cantautorali. L’alter ego Sabina è la protagonista delle dieci storie narrate, che vanno a formare un racconto che, pur tra alti e bassi, mostra la passione di Alessandro e lascia trasparire come probabilmente si possa fare di più. Molto gradevole la title track iniziale, che profuma di anni ’80 e vede la partecipazione di Sofia Dessì alla voce, Arrivo per cena vira su un cantautorato che ricorda alcuni episodi di Francesco De Gregori rivisto in chiave maggiormente pop, vestito che sembra quello più interessante per il progetto, mentre Quel pizzico è un delicato momento arrangiato ottimamente da Andy Micarelli (che ha suonato tutti gli strumenti presenti sull’album e ha scritto i brani insieme ad Aleco). Ma che bella l’estate cambia decisamente pelle, un brano pop poco convincente che ospita Chiara Falasca, che con il suo rap non risolleva le sorti del pezzo. Anche Almost jazz è molto leggera ma il lavoro di Micarelli è apprezzabile, prima della breve Alessandro smettila, che non aggiunge molto a quanto detto sinora, e di E così nacque Roma, che invece è una piccola sorpresa, in bilico tra Antonello Venditti, Aldo Donati e Lando Fiorini. Tutti i tuoi sbagli è un’indovinata dedica alla figlia (con piccola citazione di Battiato), Tutto finisce così è un piccolo frangente che introduce alla conclusiva Una panchina di montagna, bel finale con tanto di grandeur sinfonico in coda, a suggellare forse la composizione più compiuta di un disco altalenante, dove Alessandro sembra non volersi prendere troppo sul serio, quando invece credo che abbia le carte in regola per farlo, all’interno di un percorso di pop cantautorale che pare prediligere e che sono curioso di capire come si possa sviluppare in futuro. (Luigi Cattaneo)

Intervista di presentazione (Video)


 

sabato 12 dicembre 2020

FRANK GET, False flag (2019)

 

Attivo da circa quarant’anni nel panorama rock blues nazionale, Frank Get arriva a questo quindicesimo disco con la ferrea volontà di analizzare alcune verità storiche del suo territorio di nascita (Trieste), complice anche la pubblicazione del libro Ti racconto la mia terra. Storie curiose musicate con grande classe da un trio davvero rodato (oltre al leader impegnato alla voce, alla chitarra, al banjo, al mandolino, al piano e all’Hammond, troviamo Marco Mattietti alla batteria e Tea Tidić al basso), attento nel creare una coesione pressoché perfetta tra testi e melodie, esaltazione profonda di personaggi vissuti nel triestino e nelle zone limitrofe. La rivolta operaia di San Giacomo del 1920 viene raccontata con carica rock in The great reception, verve che si colora di zampilli bluesy in Johnny’s bunch e di grande folk in Freedom republic (abbellita dall’uso di viola e violino). Il blues fa capolino in Anton the brewer, prima della ballata agrodolce di Marbourg hills (dove è presente il violoncello di Elisa Frausin), che narra delle vicende dei nonni di Frank, emigrati, non senza difficoltà, dalla Slovenia. Puro rock blues nell’intrigante What’s the patriot, mentre in Trip to the moon (con il bravissimo Anthony Basso alla chitarra) riecheggia il Mark Knopfler dei suoi tanti dischi in solitaria, così come incanta l’intensa Last day of summer. La slide e il violoncello colorano Joy, la conclusiva bonus Climbin ‘up this mountain è il finale corale con una serie di grandi ospiti, buonissimo epitaffio di un lavoro fantasioso e di notevole livello. (Luigi Cattaneo)

Climbin ‘up this mountain (Video)



venerdì 11 dicembre 2020

MOTHER ISLAND, Motel Rooms (2020)

Terzo disco per i Mother Island, quintetto formato da Anita Formilan alla voce, Nicolò De Franceschi e Nicola Tamiozzo alle chitarre, Giacomo Totti al basso e Jody Berton alla batteria e parecchio influenzato dalla psichedelia anni ’60 con influssi west coast. Omaggio e rivisitazione delle surreali visioni dei Jefferson Airplane colorano questo Motel rooms, testato in un tour americano prima di entrare in studio di registrazione (ma d’altronde avevano già diviso il palco con Mark Lanegan, The Pretty Things e Kula Shaker). Con la California ancora ben presente, la band ha composto un lavoro fresco e molto gradevole, a partire dal singolo And we’re shining. I vicentini iniettano nel loro sound pillole di Beatles nella doppietta iniziale Till the morning comes / Eyes of shadow, mentre tracce di Doors echeggiano in Summer glow. La stagione psichedelica viene tributata anche in We all seem to fall to pieces alone, Demons e Song for a healer mostrano tutta la consapevolezza del songwriting raggiunto, prima del r’n’r di Santa Cruz e della trascinante Dead rat, molto filmica. Il brano conclusivo, Lustful lovers, è la summa di un percorso sempre più maturo e cosciente. (Luigi Cattaneo)

And we're shining (Video)




mercoledì 9 dicembre 2020

ALESSANDRO SPARACIA, Endless (2019)

 

Terzo disco per Alessandro Sparacia, polistrumentista che con il nuovo Endless si divide tra chitarra, piano, tastiere, basso e voce, one man band solitario che si è prodigato in un concept sull’amore con uno sguardo sull’universo dei Dream Theater ma anche su quello neoclassico di Yngwie Malmsteen. Lo strumentale introduttivo, Vibration, ci conduce in maniera evocativa nelle vicende del racconto (il ricco booklet ben spiega l’iter narrativo), che si dipana nell’emozionale e progressiva Passion, tra i pezzi migliori del disco. Di notevole intensità anche Madness, che unisce fraseggi atmosferici e parti più tirate, in cui la chitarra si eleva a grande protagonista. Rage è uno dei brani più heavy prog dell’album (con tanto di citazione di Bhrams), Courage mostra una certa cura melodica nei soli (Petrucci docet), prima della title track, che avrebbe probabilmente giovato di una voce più piena. La delicata Tender embrace è l’outro che chiude un lavoro che può incuriosire non solo i chitarristi, proprio perché Sparacia è stato ben attento nell’incastonare i passaggi virtuosi e hard all’interno di strutture immediate e dotate di pathos. (Luigi Cattaneo)

Rage (Video)



sabato 5 dicembre 2020

HOGZILLA, Hogzilla (2020)

 


Destino strano quello degli Hogzilla, ma comune a tante band che si ritrovano a scrivere, ad avere idee, magari anche ad incidere dischi che non vedranno mai la luce. La storia, soprattutto del progressive italiano, presenta diversi gruppi che hanno pubblicato lavori, anche di valore, decenni dopo la registrazione o la composizione dei brani (basti pensare ai Sigmund Freud, ai Sezione Frenante o ai Corpo). Nel caso del gruppo formato da Mario Marinucci alla voce, Vittorio Leone alla chitarra, Enzo P. Zeder alla batteria, Mirko Iobbi al basso, ci troviamo dinnanzi però ad un quartetto di matrice stoner, che nel 2013 registrò a Parma questo esordio inedito, pubblicato ora dalla Zeder dischi di Enzo (www.zeder.it), che da queste pagine conosciamo per i suoi progetti con Salmagündi, Kotiomkin ed Egon Swharz (dove invece suona il basso). Il debutto degli Hogzilla è un concentrato di stoner, sludge e bizzarra psichedelia dai lievi contorni progressivi, un viaggio distorto che rimanda agli Eyehategod, ai Melvins e ai Bongzilla, un flusso massiccio e imperioso che nei momenti più melodici ricorda anche il piglio dei Crowbar. La partenza di Assembled alive! mostra da subito la solidità delle ritmiche, i riff taglienti di Leone e la voce profonda e cavernosa di Marinucci, quadro d’insieme che si riflette anche nell’aggressiva carica heavy di Cold sinner e nella tensione compatta e opprimente di Through the closed doors, con i Black Sabbath sullo sfondo. L’assalto del trittico iniziale non si stempera nemmeno in Threshold of discomfort, che tra grezza furia e arpeggi doomy ci porta con le sue malsane atmosfere allo strumentale Touch the apricot e a The warden, brano tra i più interessanti del disco per quel suo alternare passaggi sospesi ad altri tipicamente stoneriani. Anche Alone laughing man vive su questa dicotomia, Ooze si riallaccia con prepotenza allo stoner sludge più robusto ed epico, mentre il finale di Annihilator of hopes è l’annichilente vagito conclusivo, che nella versione cd riserva due bonus, la potente Calamity e la particolare Blues for the outstanding hogs, che mostra come davvero la band avesse parecchie cartucce a disposizione. Fortunatamente potete recuperare questo oscuro gioellino acquistandolo su https://hogzilla.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)


martedì 1 dicembre 2020

ARCAMIRI, Quel che non dici (2020)

 

Uscito nell’ottobre del 2019, Quel che non dici degli ArcaMiri viene ora stampato con una bonus track finale, secondo lavoro dopo l’ep Contatto del 2018. Totalmente autoprodotto, l’album è un coraggioso concentrato di progressive, R.I.O. e avant prog, una spirale sapientemente costruita e di non facilissima lettura ma che sa conquistare ascolto dopo ascolto. Il quartetto formato da Simona Minniti (voce e synth), Ivan Ricciardi (pianoforte e synth), Peppe Capodieci (basso) e Vincenzo Arisco (batteria e percussioni) ha un’innata voglia di esplorare soluzioni, di realizzare strutture corpose e intricate su cui vibrare brevi fraseggi melodici, come un taglio sulla tela di fontaniana memoria, fenditure concettuali che si esprimono attraverso i testi poetici e la vocalità operistica della brillante cantante. I siracusani arrivano a questo secondo appuntamento discografico forti di una propria personalità, frutto di un approccio free alla materia, ossia senza vincoli, un lavoro di squadra che ha portato a composizioni libere ma sapientemente edificate. Ed è quello che fanno i siciliani all’interno di 7 brani dove non mancano sorprese, come il trittico formato dalla title track, da Inquietudo e Ballata (di una vecchia puttana), che mette insieme tutte le influenze della band, accuratamente dosate per formare una sorta di suite marcatamente progressiva, un trip che non disdegna scenari dark e postille avanguardistiche. Piove e Dentro una goccia sono l’anello di congiunzione tra gli spunti classici dei contemporanei Quanah Parker (seppur con una lunga storia alle spalle) e i settantiani Opus Avantra di Donella Del Monaco e Alfredo Tisocco. Non da meno L’adesso e la bonus Migrazioni, che mostra un gruppo ispirato e davvero molto interessante. (Luigi Cattaneo)

Quel che non dici (Video)



lunedì 30 novembre 2020

FARO, Luminance (2020)

Nati nel 2007 e con all’attivo un album (Gemini del 2011), tornano dopo un periodo piuttosto lungo i Faro, duo formato da Angelo Troiano (chitarra, basso, tastiere ed elettronica) e Rocco De Simone (voce e tastiere), coadiuvati da Fabrizio Basco (chitarra). Il trio arriva a questo Luminance anche grazie all’interesse dell’Andromeda Relix, etichetta sempre attenta agli sviluppi dell’underground nostrano, mostrando come il tempo abbia reso il progetto più maturo e definito. Poco più di trenta minuti in cui il prog metal abbraccia parti dilatate, con uno sguardo agli sviluppi che ha avuto il genere negli ultimi 15-20 anni, un ponte tra i Rush, le atmosfere degli Anathema e la modernità dei Pineapple Thief. Pure mette subito in mostra i tratti malinconici del disco, pur non disdegnando affatto attimi di grande vigore, oscurità che lambisce anche Fragments e la seguente December, trittico davvero interessante e riuscito. Fascino che non si perde nemmeno in Lukas, e si accentua nel dark di Tears, mentre Down è il pezzo più progressivo del disco e mette insieme le varie influenze che da sempre animano gli abruzzesi. Il finale ci riserva le aggraziate melodie di Autumn e il dark prog della title track, buon epitaffio di un ritorno estremamente intelligente. (Luigi Cattaneo)

December (Video)