giovedì 23 maggio 2019

TWENTY FOUR HOURS, Close – Lamb – White – Walls (2018)


Da sempre inclini a unire più generi musicali, in un connubio affascinante tra psichedelia, progressive e pulsioni wave, i Twenty Four Hours, attivi dal lontanissimo 1982 (allora si chiamavano Onyx Marker), ancora ora, dopo quasi 40 anni, non smettono di sperimentare e di rischiare. Questa volta pensando in grande, con un doppio piuttosto ambizioso, Close – Lamb – White – Walls, che ovviamente richiama, anche nel sound, Joy Division, Genesis, Beatles e Pink Floyd, mostrando un eclettismo di fondo consistente e la voglia, nemmeno tanto velata, di essere una realtà molteplice nella forma e mutevole nell’anima. I pugliesi formati da Paolo Lippe (voce, tastiere, basso e chitarra), Antonio Paparelli (chitarra), Marco Lippe (batteria, anche della cult band Nirnaeth), Paolo Sorcinelli (basso) ed Elena Lippe (voce, già conosciuta per l’ottimo lavoro con i Feronia), firmano un sesto album che vede la partecipazione di personaggi come Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon, che con voce e violino marca in maniera straordinaria l’ambient suggestivo di Intertwined o Andrea Valfrè, delicato con il suo hammond in Urban Sinkhole e Supper’s Rotten (una suite chiaramente genesisiana). C’è anche un altro membro dei Tuxedomoon presente, Steven Brown, che con il suo sax caratterizza, in coppia con Elena, All the world needs is love, piccola gemma di oltre sette minuti. Non mancano affondi più duri e The Tale of Holy Frog (con un altra grande prova di Elena) insieme a 77 sono lì a dimostrarlo, mescolando in maniera saggia e pertinente le varie carte a disposizione. Gran bel ritorno per il quintetto, che con Close – Lamb – White – Walls firma un disco coraggioso e audace senza perdere di credibilità, rischio sempre dietro l’angolo quando si omaggiano artisti del calibro di quelli citati in questo album. (Luigi Cattaneo)

All the world needs is love (Video)



mercoledì 22 maggio 2019

MASSIMO CANFORA, Create your own show (2018)


Davvero un bel lavoro questo Create your own show di Massimo Canfora, chitarrista dalle grandi doti e dalla spiccata sensibilità, molto attento a cesellare un disco dove ogni nota sembra pensata per incastrarsi in un ingranaggio che non vede nulla fuori posto. Sarà anche perché il romano predilige un approccio cooperativo, che sottintende il non voler essere predominante, a favore di brani compatti, dove i tanti ospiti chiamati in causa danno il proprio contributo per la riuscita di un’opera che diviene corale. Quasi interamente strumentale, questo esordio è un distillato di progressive, rock e hard (con riferimenti al maestro Steve Vai), elementi che contraddistinguono brani come Crysis o Fake Papyrus, dove giocano un ruolo importante le tastiere di Francesco Finori. Davvero tanti i musicisti impegnati nell’album (impossibile citarli tutti), tra cui Marco Palazzi dei Sailing to Nowhere in Cr7 e la prima parte di Screamers (in cui vi è anche il bravissimo David Folchitto, batterista conosciuto per i suoi trascorsi con Stormlord, Prophilax e Fleshgod Apocalypse) o ancora Gianluca Catalani nella conclusiva Pay the ticket, batterista che abbiamo apprezzato nell’ultima fatica del Rovescio della Medaglia, Tribal domestic. Pur essendo un disco dove la chitarra è protagonista, Canfora sceglie saggiamente di non appesantire il sound con sfoggio di tecnica fine a sé stessa e mostra come si possa applicare con buonsenso il gusto per la scrittura con partiture elaborate ma che sappiano coinvolgere (Sun in the box, Transmission). Massimo difatti non è solo un ottimo musicista ma anche un compositore attento e tutto questo si sente in un disco che suggella un percorso artistico e di vita. (Luigi Cattaneo)

Transmission (Video)



martedì 21 maggio 2019

MICHAEL KRATZ, Live Your Life (2018)


Attivo già come batterista dei Kandis, Michael Kratz ha trovato il modo di farsi apprezzare anche fuori dalla Danimarca grazie alla capacità della nostrana Art of Melodic Music, sempre attenta quando si parla di talenti dell’AOR e dell’hard rock. L’esordio Live your life è intriso di Toto, Boston e umori West Coast e già l’iniziale We all live in this nation è un bel biglietto da visita, con Michael Landau protagonista alla chitarra e David Garfield alle tastiere. Kratz canta e si destreggia alla chitarra, accompagnato da Kasper Viinberg (batteria, basso e chitarra), mostrando di saper flirtare con più generi e la title track chiarisce il concetto. Steve Lukather dei Toto impreziosisce con la chitarra la delicata This town is lost without you, a cui contribuisce il bravo Garfield. Non contento, il danese, in What did I ..? e Never take us alive chiama un altro chitarrista di spessore, Dominic Brown (conosciuto soprattutto per il suo lavoro con i Duran Duran), prima del pop di Game of love (Over and Over) e delle ottime Lying e Paradise Lost, che confermano la grandezza di Michael nel creare melodie suggestive, che sanno colpire al cuore. Lo scenario non muta con le successive Shade e Bye Bye ed emerge tutto il background dell’autore, che firma a ripetizione brani che una volta sarebbero finiti nelle playlist radiofoniche senza tanti problemi. La malinconica Dying young e l’epico finale di In between (suggellato dalle tastiere e dall’hammond di Alessandro Del Vecchio), sono l’ideale conclusione di un lavoro che gli amanti dell’Aor non potranno che apprezzare. (Luigi Cattaneo)

This town is lost without you (Video)



mercoledì 15 maggio 2019

PROTOCOLLO C, Protocollo C (2018)


L'immagine può contenere: testo
Esordio ambizioso per i piemontesi Protocollo C (Marco Vona alla chitarra, Daniele Saglia alla batteria, Alessandro Aiello alle tastiere e Alessandro Dellarocca al basso), che scelgono la via del concept strumentale, una sorta di soundtrack della vita di un individuo, che parte dal periodo dell’adolescenza sino a domandarsi se l’intera esistenza non sia solo frutto di un sogno, passando per la crescita dettata dal dover scegliere e la presa di coscienza di avere dei rimpianti. La narrazione segue gli eventi immaginati come una colonna sonora a base di prog e psichedelia, il tutto rigorosamente vintage, con lo sguardo puntato sul finire dei ’60, andando a ricordare i remoti The Psycheground Group ma anche i più attuali Calibro 35 e The Winstons, soprattutto per certe sonorità d’antan. D’altronde Aiello, con i suoni caratterizzanti dell’Hammond, esalta certi concetti, trovando in Vona un contraltare che non disdegna passaggi più rock e una sezione ritmica precisa e attenta a non strafare. Parlare di prog psichedelico non è fuorviante e aiuta a capire in che direzione si muove l’album, ennesima dimostrazione di quanta attenzione pone la Lizard Records nella scelta delle band da inserire nel proprio catalogo. (Luigi Cattaneo)

Maturità (Video)



martedì 14 maggio 2019

MARK WINGFIELD, Tales from the Dreaming City (2018)


Prolifico come pochi autori, Mark Wingfield si è da sempre contraddistinto per lavori sperimentali, liberi da schemi prestabiliti, sfruttando una creatività visionaria che lo ha portato ad essere uno dei nomi di punta della Moonjune Records. Anche nel caso di Tales from the Dreaming City il chitarrista si è affidato alla superba sezione ritmica composta da Yaron Stavi (basso fretless) e Asaf Sirkis (batteria), entrambi già presenti nei precedenti The Stone House e Proof of Light (mentre in Lighthouse vi era presente il solo Sirkis), perfetti per sostenere Wingfield, musicista che non accetta paletti alla sua ricerca sonora. Le trame dell’iniziale The fifth window sono da applausi e le ambizioni del progetto si palesano nella progressiva vena di I wonder how many miles I’ve fallen, ma è tutto il disco a certificare il coraggio dell’artista, avventuroso pioniere senza limiti. La valida The way to Hemingford grey vede la partecipazione del bravissimo Dominique Vantomme ai synth (recuperate il suo Vegir), mentre la voglia di esplorare prosegue con Sunlight Cafe e l’articolato finale di The Green-faced Timekeepers, dove il tastierista ci regala un altro bel momento ai sintetizzatori. Tales from the Dreaming City è l’ennesimo viaggio dove immaginazione e concretezza si incontrano, dove le innovazioni chitarristiche sposano la causa di un prog non convenzionale, in cui Wingfield si muove con destrezza e piglio da fuoriclasse, conscio delle tante possibilità espressive del suo strumento, su cui lavora con dedizione da anni. Ovviamente il trademark fusion emerge e si rinnova di pulsioni esterne, manifesto della sua poliedricità (tanto da essere apprezzato anche da Alex Skolnick dei Testament) e della sua voglia di allargare sempre di più orizzonti e confini. (Luigi Cattaneo)

The fifth window (Video)



lunedì 13 maggio 2019

FIST OF RAGE, Black Water (2018)


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Ci sono voluti otto anni per ritrovare i Fist of Rage, autori nel 2010 di Iterations to reality, disco pregno di hard & heavy settantiano, quello di Uriah Heep, Deep Purple e Whitesnake, nomi tutelari anche per questa seconda ottima prova. Black Water arriva dopo esperienze live di spalla a Eric Martin, Kee Marcello, L.A. Guns e Ian Paice e l’acquisizione in formazione di Alfredo Macuz alla batteria, completata da Piero Pattay (autore di tutti i brani) alla voce, Marco Onofri e Davide Alessandrini alle chitarre, Stefano Alessandrini alle tastiere e Saverio Gaglianese al basso. L’inizio è affidato sapientemente a Just for a while e subito si capisce che la band è rimasta ancorata a quella splendida classicità che così bene maneggia, fregandosene di mode passeggere o incursioni in territori altrui. Il background va rispettato e allora New beginning prosegue sulla scia precedente, mostrando come si possa guardare al passato calandosi perfettamente nella realtà attuale (basti l'esempio dei Black Country Communion). Sarà perché c’è sempre bisogno di certi suoni, in un’epoca martoriata da reality ingombranti e rapper che faticano a parlare un italiano comprensibile, ma ascoltare Between Love & Hate e la seguente title track è davvero un piacere per le orecchie. La capacità di saper scrivere brani immediati ma per nulla semplici è la costante di un disco che merita di essere conosciuto e apprezzato dai fan di queste sonorità, conferma della bontà del catalogo dell’Andromeda Relix, che riesce a spaziare tra generi sempre con grande gusto e qualità. (Luigi Cattaneo)

New beginning (Video)






giovedì 9 maggio 2019

MONJOIE, And in thy heart inurn me (2018)


La letteratura inglese del 700 e dell’800 è la linea guida del nuovo album targato Monjoie, And in thy heart inurn me, uscito nel 2018 sempre per Lizard Records, connubio già visto per il precedente Affetto e Attrazione (recuperatelo!). Lasciata da parte la lingua italiana, i liguri si abbandonano al fascino di William Blake, John Keats e William Wordsworth, prendendo in prestito le poesie di questi immortali autori per creare un’opera che unisce romanticismo e dark folk cantautorale. Il primo nome che mi è tornato alla memoria all’ascolto del disco è stato quello di Brendan Perry dei Dead Can Dance e del suo meraviglioso album solista Eye of the hunter del 1999. Le 15 tracce del lavoro nascono grazie alla collaborazione tra Alessandro Brocchi (voce) e Daniele Marini (tastierista degli OGM), ai quali si sono aggiunti componenti storici come Valter Rosa (chitarra e bouzouki), Davide Baglietto (low whistle, musette, ocarina, piano, organo) e Alessandro Mazzitelli (tastiere, synth, percussioni e basso), oltre che musicisti attivi in diversi campi musicali (Fabio Biale al violino, Giampiero Lo Bello al flicorno e alla tromba, Edmondo Romano al clarinetto, Lorenzo Baglietto al sax, Federico Fugassa al contrabbasso), tutti perfetti interpreti di un album molto atmosferico, che in alcuni passaggi ricorda anche il raffinato incanto di If on a winter’s night di Sting, soprattutto per l’intervento spesso preponderante di strumenti acustici e un’aurea arcaica di grande carica emotiva. I chiaroscuri malinconici e le splendide ballate, perfettamente arrangiate e orchestrate, raccontano di storie lontane, colme di grazia, confermando come i Monjoie siano uno dei gruppi più sottovalutati dell’intero catalogo Lizard. (Luigi Cattaneo)

Eternity/Auguries of innocence (Video)



mercoledì 8 maggio 2019

THE MOTHMAN CURSE, The Curse (2019)


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I The Mothman Curse sono un quartetto formato da RatBoy (voce e chitarra), Mr. M.J. (chitarra), Cold Face (batteria) e Lone Psycho (basso) e propongono un insieme di influenze che vanno dal thrash metal al death, passando per il crossover di band di inizio anni 2000 come Mudvayne, Slipknot, MachineMade God e Zao. Parliamo di come ci si sente fuori dal proprio corpo, di guerra, ansia, depressione e la paura della morte, temi alla base di The Curse, secondo disco della band, che spazia in più direzioni ma riesce a mantenersi omogeneo per tutta la sua durata, con l’aggressività mitigata da belle linee melodiche, filo conduttore di un lavoro che parte subito forte con Dead Men, biglietto da visita esemplificativo della potenza del gruppo. Riff battaglieri, vocalizzi che alternano brutalità e inaspettate aperture liriche, ritmiche serrate, aspetti che caratterizzano ottimi pezzi come Panik Attack e Only a number, che completano un trittico iniziale davvero gradevole. Mi ha meno colpito Shut your mouth, mentre Otherside of the mirror è una bella mazzata thrash, prima della piacevole I’m not hero e soprattutto di Memento Mori, in cui il cantato pulito di RatBoy delinea una traccia epica tra le meglio riuscite dell’album, che si arricchisce di un crescendo finale più violento. Vengeance torna a spingere decisa sull’acceleratore, un’estetica metal tout court che convince senza se e senza ma, così come le pulsioni ritmiche devastanti segnano No title, parossismo rabbioso, denso, che non accetta compromissioni. The exorcism è una delle tracce più brutali del disco e non nasconde l’amore per il thrash metal a cavallo tra ’80 e ’90, ponte con la title track finale che instilla elementi di doom psichedelico, caratteristica che potrebbe essere sviluppata anche maggiormente dal gruppo nel futuro, che con The curse matura una crescita in termini compositivi che può portare ad ulteriori interessanti risvolti. (Luigi Cattaneo)

Per acquistare o ascoltare l'album potete visitare la pagina https://masdrecords.bandcamp.com/album/the-curse 



mercoledì 1 maggio 2019

LA DOTTRINA DEGLI OPPOSTI, Arrivederci Sogni (2018)


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Un vero peccato che un lavoro come Arrivederci sogni sia passato del tutto inosservato (o quasi) all’interno della scena progressiva italiana ed è una sensazione ancora più straniante vista la presenza di personaggi come Andrea Lotti (pianoforte, tastiere, chitarra, mandolino e fisarmonica ex La Coscienza di Zeno), Francesco Ciapica (voce di Il Tempio delle Clessidre e autore di una prova magistrale), Paolo Tixi (bravissimo batterista di Il Tempio delle Clessidre e della band di Fabio Zuffanti) e Gabriele Guido Colombi (bassista sempre troppo poco nominato di La Coscienza di Zeno). Una sorta di mash-up tra due interessantissime realtà del prog nostrano degli ultimi anni, con Lotti capitano e leader maximo del progetto (autore di testi e musiche), coadiuvato non solo dai notevoli musicisti citati ma anche da alcuni strumentisti del Conservatorio di Cuneo, che hanno reso possibile un sontuoso lavoro in fase di arrangiamento, addobbando di classicità un album davvero di spessore. Andrea dimostra di essere uno scrittore di talento e le citazioni al progressive settantiano modellano i tratti di un disco molto raffinato, in cui i bozzetti strumentali sono accostabili in parte anche alla musica da camera. Ne è un esempio Dove Dio dipinge le nuvole, delicata e suggestiva, introduzione a Nero, grigio e tu, brano che ha qualcosa di fatato, sognante, lungo nove minuti di un’intensità rara. La breve Equilibrio anticipa Sulla via del ritorno, che conquista col suo mood tipicamente progressivo, fatto di sintetizzatori e ritmiche dispari. La riconquista della posizione eretta cita il Bando del Mutuo Soccorso con classe e maturità, prima di Quiete e soprattutto Fra le dita, altro meraviglioso momento d’insieme in cui rock progressivo e classica vanno a braccetto, consacrando Arrivederci sogni come uno degli episodi più emozionali dell’ultimo periodo. (Luigi Cattaneo)

Fra le dita (Video)



CONCERTI DEL MESE, Maggio 2019

Mercoledì 1
·Diablo Swing Orchestra al Revolver di S. Donà (VE)
·Syndone + ExtraReunion a Castiglione del Lago (PG)
·Frank Sinutre a Ome (BS)
·The Winstons a Taranto

Giovedì 2
·Steve Hackett a Torino
·PFM a Catania
·Diablo Swing Orchestra al Legend di Milano
·Alphataurus a Cinisello Balsamo (MI)

Venerdì 3
·Steve Hackett a Bergamo
·Diablo Swing Orchestra a Calenzano (FI)
·Opus Avantra w/Camisasca a Treviso
·Acqua Fragile a Casalmaggiore (CR)
·Malibran a Catania
·Frank Sinutre a Fiesso Umbertiano (RO)
·Of New Trolls a Taurisano (LE)
·Rovescio della Medaglia a Barberino Val d'Elsa (FI)

Sabato 4
·Blank Manuskript + Marygold a Lugagnano (VR)
·Diablo Swing Orchestra a Fabriano (AN)
·Segno Del Comando al The One di Cassano d'Adda (MI)

Domenica 5
·PFM a Milano

Lunedì 6
·PFM a Milano

Martedì 7
·PFM a Torino

Giovedì 9
·PFM a Napoli
·Mezz Gacano Kinderheim a Marghera (VE)

Venerdì 10
·Segno del Comando + Dark Quarterer a Genova
·Mezz Gacano Kinderheim a Zero Branco(TV)
·Real Dream a Rapallo (GE)

Sabato 11
·PFM a Roma
·Mezz Gacano K.+ Stormy Six a Milano
·Napoli Centrale a Roma
·Isola Rock a Isola Della Scala (VR)
·Nursery Cryme a Roma
·Get'em Out a Milano
·Campo Magnetico a Cirvoi (BL)
·Of New Trolls a Corridonia (MC)
·Anyway a Trofarello (TO)
·Monkey Diet a Ozzano Emilia (BO)

Domenica 12
·Arturo Stàlteri a Roma
·Of New Trolls a Isernia

·Isola Rock a Isola Della Scala (VR)

Lunedì 13
·PFM a Trieste
·Reale Accademia di Musica a Roma

Martedì 14
·PFM a Firenze


Giovedì 16
·PFM a Torino
·Arturo Stàlteri ad Alba (CN)

Venerdì 17
·FIM Festival a Milano
·PFM a Milano
·Napoli Centrale a Salerno
·Wilson Project ad Alessandria

Sabato 18
·Cantina Sociale + Alluminogeni al Giardino di Lugagnano (VR)
·Il Bacio Della Medusa a Roma
·Sezione Frenante a Campalto (VE)
·Arturo Stàlteri a Milano
·Il Babau & Maledetti Cretini a Segrate (MI)
·Juri Camisasca a Segrate (MI)

Domenica 19
·PFM a Milano
·"Music For The Oceans" a Bassano d/G. (VI)

Lunedì 20
·PFM a Milano

Martedì 21
·PFM a Varese

Mercoledì 22
·PFM ad Aprilia (LT)

Venerdì 24
·Prog & Frogs a Besate (MI)
·PFM a Sanremo (IM)
·Lino Capra Vaccina a Torino
·Dancing Knights a Roma

Sabato 25
·Prog & Frogs a Besate (MI)
·Conqueror + Syndone al Giardino di Lugagnano (VR)
·The Winstons a Torino

Domenica 26
·Prog & Frogs a Besate (MI)
·PFM a Roma

Lunedì 27
·PFM a Bologna

Martedì 28
·Motorpsycho al Live di Trezzo s/Adda (MI)
·PFM a Senigallia (AN)

Mercoledì 29
·Motorpsycho a Bologna

Giovedì 30
·Motorpsycho ad Avellino
·PFM a Milano

Venerdì 31
·Motorpsycho a Ciampino (RM)
·PFM a Jesolo (VE)
·Kingcrow a Roma

domenica 28 aprile 2019

AI MARGINI DELLA CITTÁ, Looking Through, Looking For (2019)


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Ai Margini della Città è un progetto strumentale formato da Angelo Cantatore (chitarra), Francesco Curci (chitarra), Giuseppe De Santis (batteria), Pasquale Ricciotti (tastiere) e Aldo Strippoli (basso), dedito ad un post rock influenzato da mostri sacri come Mogwai e Sigur Ros. Il background del quintetto è quello, nel bene e nel male, e anche il nuovo ep, Looking Through, Looking for non si discosta da certe profonde radici, legate ad una musicalità che suggerisce immagini, scenari autunnali velati di malinconia, attraverso sussurranti note che toccano in profondità. I Mono vengono citati con il giusto rispetto già in Violet and yellow rhythms, brano che la band si porta dietro da qualche anno e che ora vede finalmente la luce, mentre Looking back chiama in causa una popolare filastrocca francese e ricorda qualcosa degli Explosion in the Sky, prima della conclusiva Disquiet, pezzo del 2015 rivisto per l’occasione e che conferma l’amore per God is an Astronaut e This Will Destroy You. Ep gradevole in attesa di un lavoro maggiormente corposo e definito. (Luigi Cattaneo)

Looking back (Video)

   

sabato 27 aprile 2019

CLOSER, Event Horizon (2018)


Attivi dal 2011, i Closer sono un quintetto formato da Simone Rossetto (voce), Andrea Bonomo (chitarra), Nicola Salvaro (chitarra), Manuele Stoppele (basso) e Danilo di Michele (batteria) ed Event horizon è il loro secondo disco dopo My last day del 2014. L’esperienza accumulata grazie ai live (anche in Inghilterra) e l’interesse della sempre attenta Andromeda Relix sono il biglietto da visita della band veronese, che si presenta in ottima forma già a partire dall’iniziale Here I am, per poi caricare in termini di lirismo con Illusion. I Creed con il loro grunge di fine ’90 e la successiva incarnazione negli Alter Bridge sembrano due tra i riferimenti più acclarati, ma non mancano spunti trash e incursioni nell’alternative metal a stelle e strisce, background che emerge nelle strutture di Battle within o Wait for me, che uniscono melodia e aggressività in maniera piuttosto fluida. Queste due anime vanno a braccetto per tutto il disco, mostrando un bel songwriting e idee in quantità, il tutto a sostegno di trame che meriterebbero una diffusione senz’altro maggiore, vista anche l’appetibilità della proposta. L’interplay tra le due chitarre crea una solida base, a cui contribuisce anche una sezione ritmica piuttosto compatta, su cui emerge la bella vocalità di Rossetto, sempre attento nel dare la giusta enfasi a brani come Beyond the clouds e Untouchable. Bel ritorno davvero per i Closer, che ci consegnano con Event horizon un disco robusto e denso di contenuti. (Luigi Cattaneo)

Wait for me (Video)



venerdì 26 aprile 2019

MASSIMILIANO ROLFF, Home Feeling (2018)


Grande conoscitore della tradizione jazz, il contrabbassista Massimiliano Rolff arriva con il brillante Home feeling al settimo disco, un percorso lungo che ha trovato in questo lavoro la perfetta coesione tra raffinatezza esecutiva e capacità di scrittura, un pregevole matrimonio dettato anche dalla tanta esperienza accumulata negli anni dall’artista. I riferimenti latin e afrocubani trovano nel colombiano Hector Martignon (piano), in Mario Principato (percussioni) e in Nicola Angelucci (batteria) dei bravissimi interpreti, abili nel costruire un sound vitale e coinvolgente (basti ascoltare brani come Beija flor di Nelson Cavaquino o Mi viaje), con riferimenti anche a Frank Grillo Machito (che incise pure con Charlie Parker) e Mario Bauzà. La spontaneità degli otto brani emerge soprattutto grazie ad un interplay magistrale tra le parti, con il leader ottimamente sorretto dalla spiccata sensibilità di Martignon e dalle ritmiche di Principato e Angelucci. La mia musica vuol essere punto di incontro tra cultura europea e latino-americana, spiega il ligure e da tale sintesi nascono perle come The wind strikes again, un po’ jazz cubano, un po’ Thelonious Monk o Melodia del rio, omaggio al maestro Ruben Gonzales e ottimo epitaffio di un album che non può non appassionare gli amanti di certe sonorità. (Luigi Cattaneo)

Mi viaje (Video)



lunedì 22 aprile 2019

SPACE TRAFFIC, Numbness (2018)


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Dream rock from Aosta Valley. L’affermazione, presa dalla loro pagina facebook, letta così, lascia trasparire alcune coordinate di Numbness, esordio degli Space Traffic, band formata da Fabio Baldassarri (chitarra), Marco Gugliotta (batteria) e Marco Pica (basso e voce). Jam a base di rock, prog, psichedelia, stoner e space sono l’architrave di questo esordio, che parte subito forte con la title track identificatrice del percorso del trio. U say u love me ha un retrogusto anni ’60 che rimanda ai Beatles, mentre Time machine viaggia su binari garage rock piuttosto gradevoli. Powder & Pride è una ballata che mi ha ricordato qualcosa dei Pearl Jam, Hails of love e Mirror game mostrano il gusto della band per melodie umbratili che sanno essere dirette ed emozionali. Blue moon mantiene quel mood malinconico sin qui assaporato e su cui i ragazzi hanno costruito buona parte del lavoro, Tear it down accelera per dare vita ad un pezzo sanguigno e verace, così come Fire from the depth, tirata e r’n’r. Il pezzo da novanta è però la conclusiva The dream, più di dieci minuti in cui gli aostani danno vita ad una sintesi delle loro influenze, liberandosi concretamente in una jam strutturata e che sa unire impatto e fascino vintage, moderno e retrò. Un ottima conclusione per un esordio di buon livello e che si lascia ascoltare con sincero piacere. (Luigi Cattaneo)



domenica 21 aprile 2019

KARFAGEN, Lost Symphony (2011)


Arrivano dalla lontana Ucraina i Karfagen di Antony Kalugin (approdati qualche anno fa in Italia per un bel concerto in quel di Veruno), attivi dal 2006 e fieri portatori di un sound sinfonico e dai tratti vintage. La produttività della band non ha leso la capacità di comunicare e di creare brani che intrecciano stili differenti, in un connubio tecnicamente ineccepibile in cui gli arrangiamenti risultano eleganti e le aperture sinfoniche si sposano con altre più roboanti e rock. Lost symphony era un lavoro del 2011 e si toccava con mano la fluidità di esecuzione e la classe del gruppo, con Kalugin bravissimo nel creare con le sue tastiere sonorità ora più dinamiche ora più magniloquenti, su cui si adagiava Alexander Pavlov, autore di miraboli interventi sia con la chitarra elettrica che con quella acustica. In China Wizard emerge l’amore del leader per Pat Metheny, una delle influenze da lui più volte citate, che viene “sporcato” con le sue immancabili tastiere. Brano gradevole ma che pare più un esercizio di stile. Sylph continua a citare il chitarrista americano ma lo fa inserendo spunti più progressive e il risultato è maggiormente interessante. Le due tracce che animano realmente il disco sono però le due lunghissime suite che si trovano nel finale, Journey through the looking glass e Symphony of sound, che sfiorano entrambe i 20 minuti. C’è tutto il sound dei Karfagen, una sorta di enciclopedia di quello che è stato il progressive dagli anni ’70 ad ora. Kalugin è la guida di una tribù che guarda ai Camel e li annaffia di Flower Kings, spruzza jazz rock in piccole dosi, tempi dispari e assoli vorticosi. Si abbevera di suoni hard per centrifugarli e adagiarli vicino a quelli degli Happy the Man, salvo poi voltarsi a guardare cosa succedeva nella scena di Canterbury e che cosa pensavano gli Hatfield and the North. Non contenti decidono di andare a pescare in Olanda, in casa Focus, e di mostrare come il progressive rock strumentale possa a distanza di quarant’anni ancora incantare. Dall’Ucraina all’Inghilterra, passando per America ed Europa, i Karfagen fanno il pieno di influenze, per un album apprezzabilissimo soprattutto da chi ha ancora nel cuore tali sonorità. (Luigi Cattaneo)

Full Album Video



giovedì 18 aprile 2019

IL VOLO DI COLIN, Il sognatore sveglio (2018)


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Attivi dal 2012, Il Volo di Colin (Max Arigoni alla voce, Paolo Pallotto alla chitarra e alle tastiere, Alessandro Salis alla chitarra, Renato Segatori al basso, Bruno Sermonti alla batteria e Simone Mammucari alle tastiere) arriva all’agognato full dopo l’ep omonimo del 2015, un lasso di tempo che ha permesso ai romani di sviluppare un concept sulla vita di Henry, musicista che dopo il successo diviene un homeless. Sognatore sveglio si ispira ai ’70 ma all’interno di una forma canzone melodica e piuttosto orecchiabile, in cui convivono cantautorato, rock e progressive, con alcuni momenti che meriterebbero pure qualche passaggio in radio vista l’appetibilità della proposta (Boom!, Prova a prendermi). Un disco che quindi risulta credibile perché guarda al prog di Genesis e P.F.M. calandolo in uno scenario leggero, quasi pop, andando a ricordare anche quanto fatto ultimamente da band contemporanee come Operapia, Aelementi o Roccaforte. Le buone trame compositive trovano coesione negli intrecci di chitarra e tastiere, oltre che di un efficace sezione ritmica, tutti elementi che sorreggono la prova di Arigoni, sentito paroliere di un progetto senz’altro meritevole di elogi. (Luigi Cattaneo)

Henry (Video)



lunedì 15 aprile 2019

PATRIZIO FARISELLI AREA OPEN PROJECT, Il comunicato




PATRIZIO FARISELLI con AREA OPEN PROJECT

“100 GHOSTS” Live



Giovedì 18 Aprile 2019 – Blue Note Milano
Via Borsieri, 37 – inizio ore 21.00


Ingresso 25 euro in prevendita, 30 euro alla porta



Patrizio Fariselli ritorna con una nuova formazione live di altissimo livello, per presentare l'ultimo album "100 Ghosts", pubblicato da Warner Music nell'ottobre 2018 in contemporanea con la ristampa di "Area - 1978, gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano"
Attivi dal 1972, gli Area - International POPular Group sono stati uno dei gruppi più amati di sempre; capaci di mettere d'accordo amanti del jazz, fan del rock progressivo ed appassionati di sonorità etniche, musica pop e avanguardia colta. 
Lo spirito di ricerca di Patrizio Fariselli in Area Open Project è la diretta continuazione di quello del gruppo storico e di grandissimi musicisti come Demetrio StratosGiulio CapiozzoAres Tavolazzi e Paolo Tofani
Pianista e compositore, Patrizio Fariselli è l'unico membro degli Area ad aver partecipato a tutte le lineup della band.
Nel proporre "100 Ghosts" dal vivo, Fariselli si muove in mondi apparentemente distanti nello spazio e nel tempo: dalle suggestioni distopiche di "Der Golem", a melodie arcaiche dell'antica Grecia ("Danza Del Labirinto", "Lamento Di Tecmessa") o della Tracia ("Aria" e "Paidushka"), alle atmosfere orientali di "Iqbal", tratto dalla colonna sonora del film d’animazione “Iqbal, bambini senza paura”, di cui Fariselli è autore.
Nel disco, il jazz mantiene comunque un ruolo centrale, come dimostrano le sapienti interpretazioni di "Giant Steps" di John Coltrane, rinominata "Parafrasi", e di "Young & Fine" di Joe Zawinul
Il brano che dà il titolo all’album, "100 Ghosts", si riferisce a una leggenda giapponese, la marcia dei cento spettri, e mostra un carattere marcatamente rock, con un senso di urgenza e mobilitazione. Verrà proposto anche al pubblico giapponese il prossimo 18 maggio, a Tokyo; una serata importante in cui si celebrerà una fondamentale stagione della musica italiana, quella della Cramps di Gianni Sassi.
Tra i brani in programma, merita una menzione speciale "Song From Ugarit", un suggestivo arrangiamento della più antica melodia a noi pervenuta in forma scritta, vergata in caratteri cuneiformi su una tavoletta d’argilla 3500 anni fa, che verrà cantata in lingua originale da Claudia Tellini.
La sensuale voce della cantante, che ha un background jazz, rivela una rara versatilità e si trova perfettamente a suo agio in ruoli complessi come le composizioni di Fariselli, ma anche nel repertorio storico degli Area, che canta nelle stesse tonalità del grande Demetrio Stratos.
Il batterista Giovanni Giorgi, presente anche nei precedenti album di Fariselli "Lupi Sintetici e Strumenti a Gas" e "Notturni", è senza dubbio uno dei più prestigiosi jazzisti a livello europeo, e, insieme alla giovane e talentuosa bassista Caterina Crucitti, dà vita a una sezione ritmica dall’energia dirompente e di grande raffinatezza.
copertina 100 ghosts_post ok.jpgNel repertorio live si alternano brani dell'ultimo album “100 Ghosts”, classici degli Area e qualche sorpresa.
Con Area Open ProjectPatrizio Fariselli conduce il pubblico in un viaggio nello spazio e nel tempo, tra jazz e sonorità  world reinterpretati con lo stile sperimentale tipico della band, attraverso atmosfere affascinanti e coinvolgenti, dove l’esotismo incontra l’inaudito.




PAOLA PELLEGRINI LEXROCK, Lady to Rock (2018)


Curioso soggetto Paola Pellegrini. Da un lato avvocato penalista, da un lato chitarrista e cantante a tutto rock, senza dimenticare di scrivere qualche libro, giusto nei ritagli di tempo. Insomma, artista poliedrica e donna professionalmente impegnata, con le due passioni che unite formano il progetto LexRock, crasi dei due mondi e primo full lenght curato dalla Red Cat Promotion, che proprio come lei ama l’hard rock e il metal. Paola scrive e suona, è una forza della natura, e il nuovo Lady to Rock è la naturale prosecuzione di Agape (2013) e Dreams come true (2015), quindi un rock venato di hard ma che sa tingersi di punk, soprattutto per attitudine, potente e melodico, senza orpelli fuorvianti. La Pellegrini gioca la carta del trio e si affida alla qualità di Franco Licausi al basso (esperienza ventennale nei Negrita e ora con Litfiba e Piero Pelù) e Simone Morettin alla batteria (dagli Elvenking), una garanzia ritmica che sostiene l’energica autrice lungo dieci tracce immediate e vitali, dove il vigore sembra essere il trait d’union dell’album. Lo spirito r’n’r non manca di certo alla band, che condensa in poco più di trenta minuti tutta la passione per certe sonorità, accostabili per mood alle The Runaways di fine ’70 e al percorso solista di Lita Ford e Joan Jett. (Luigi Cattaneo)

Lovely Man (Video)



sabato 13 aprile 2019

ARTURA, Drone (2018)


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Nuovo e interessantissimo progetto (quasi) interamente strumentale per Matteo Dainese aka Il Cane (batteria, drum machine, space echo, percussioni, voce, basso, chitarra e piano), in collaborazione con Tommaso Casasola (basso) e Cristiano Deison (che si occupato di contaminare con suoni e rumori l’opera). Drone è un disco particolare, contraddistinto dall’utilizzo dell’effetto Space Echo, con il quale sono stati processati tutti gli strumenti adoperati, una fusione tra digitale e analogico, strumenti e drum machine, un’elettronica viva, pensata, sporcata dal basso pulsante del bravo Casasola e dalle linee melodiche di Dainese. Ci sono gli anni ’70 negli Artura, c’è il sapore vivo delle soundtrack, quello che fa immaginare scenari e provare emozioni, ci sono il post e l’ambient, ma soprattutto la capacità di  lasciarsi ampie fette di libertà. Estranei è l’incipit da cui partire, con Mattia Romano alla chitarra a dare ancora più spessore ad una traccia già di per sé egregia, mentre in Fusa è il violino di Lucia Gasti ad impreziosire la profonda trama, che ritroviamo con grande piacere anche nell’ottima Ostica, in un interplay prezioso con Alessandro Toso alla chitarra. La tromba di Zeno Tami marchia invece Zeno, così come è curiosa la scelta dell’ukulele di Dede nella conclusiva Hostess, segno che il trio ha tante idee e nessuna voglia di avere confini prestabiliti. (Luigi Cattaneo)





domenica 7 aprile 2019

MALVENTO/THE MAGIK WAY, Ars Regalis (2018)


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Split sotto l’egida della Third I Rex per Malvento e The Magik Way, due band con una loro etica precisa, che qui si fonde per dare vita ad un lavoro collaborativo, dove le menti messe in campo si intrecciano dando vita ad un lavoro singolare e comunitario. Ma andiamo con ordine. I Malvento, in giro da vent’anni abbondanti, incarnano la quintessenza dell’oscurità, fatta di occulto e black metal, horror e ritualismi arcani, così come i The Magik Way (nati da una separazione nel 1996 dai gloriosi Mortuary Drape), esoterici e misteriosi, oscuri discendenti di un suono che unisce Death in June e Devil Doll. Ars Regalis nasce dalla volontà di unirsi, legati da un marchio nero e da un tema, il Mercurio Alchemico, entità vibrante ed enigmatica, che qui è l’idea per sperimentare una situazione tanto nuova quanto particolare. Un tenebroso esperimento che inizia con V.I.T.R.I.O.L., musiche dei The Magik Way, liriche di Roberta Rossignoli ma suonata dai Malvento, che mantengono la loro forte identità pur fondendosi con la scrittura della band con cui condivide il disco. Eterno, interamente scritta da loro, è più vicina al sound Malvento, black metal cantato in italiano, decadente e agghiacciante. Secondo natura è invece scritta e suonata dai The Magik Way (con testo della Rossignoli), mentre Babalon Iridescente è suonata da questi ultimi ma su musiche dei Malvento, sinistre nenie tra cantautorato, neofolk e dark ambient. Ars regalis è un profondo viaggio nell’infinito, a cavallo tra folgoranti incursioni estreme e suggestive visioni noir, in cui perdersi tra gelide cantine, l’ombra di cavalle nere, il pizzicante afrore di salnitro e l’umidità dei fossi. (Luigi Cattaneo)

Split Album Teaser 



venerdì 5 aprile 2019

S.A.D.O., Musiche per Signorine da Marito (2019)


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I S.A.D.O. (Società Anonima Decostruzionismi Organici) nascono come progetto parallelo degli Arcansiel di Paolo Baltaro (qualcuno li ricorderà per Normality of perversion del 1994 e Swimming in the sand del 2004), discostandosi nettamente dal new prog della band madre, per affrontare un percorso sperimentale che li ha portati all’attuale Musiche per signorine da marito, sesto lavoro folle che conferma la volontà del leader polistrumentista di operare fuori da qualsiasi logica commerciale (con lui Sandro Marinoni al sax e Andrea Becaro alla batteria). Il disco dura meno di otto minuti (con nove brani!) e viene proposto in duplice versione (italiana e inglese, come per Weather Underground, che vi consiglio di riscoprire), con l’intento provocatorio di sottolineare come l’ascoltatore medio non sia più abituato all’ascolto completo di un album, qui condensato all’interno di brani collage, che hanno l’obiettivo di mantenere intatto il senso dell’opera. In realtà pare più di trovarsi dinnanzi ad una variegata suite multiforme, un audio farmaco (a detta dell’autore) rivolto alla cura della narcolessia realizzato in forma sentenziale, ossia coercitiva a tre stadi, un modello semantico formato dalla triade Brano-Verità-Sentenza. L’ascoltatore, che gioca il ruolo del paziente, è sottoposto a ripetizioni frequenti di una serie di tracce composte da questi tre movimenti, un breve brano (dove dentro c’è di tutto e un po’), una ovvietà enunciata e una sentenza, che rappresenta il messaggio, in questo caso resistere agli stimoli del sonno narcolettico. Non ci avete capito nulla? Meglio. Dovete solo stare in ascolto di questa scheggia sonora a base di nonsense sperimentale, free jazz, R.I.O. e ricerca sonora, un puzzle che se ne infischia del mercato e che mostra la grande curiosità di Baltaro, mai domo nel suo svariare tra i generi più disparati. (Luigi Cattaneo)


DHEITI, il comunicato stampa di Rebirth

Dopo un’anteprima in esclusiva su RockON esce Rebirth, EP d’esordio di Dheiti, pseudonimo dietro cui si cela la cantante, pianista e autrice Gemma Conforti.

«Canto da quando ho memoria. La musica è sempre stata al centro del mio mondo, grazie anche all’influenza e al sostegno della mia famiglia: una famiglia di buongustai musicali (non a caso mio fratello è diventato un ottimo flautista). Ho studiato pianoforte, canto lirico e jazz e frequentato una quantità esagerata di generi musicali, militando in band rock, pop, progressive, blues e funky. Credo però che la mia anima sia soprattutto legata al soul e alla musica nera: il blues e il jazz sono i linguaggi in cui mi sento più a mio agio e, per fortuna, penso di possedere una timbrica che vi si adatta bene».

Composto da 4 tracce (“Loser”, “Feel”, “A Long Walk” e “Bud in Bloom”), Rebirth si contraddistingue per una certa ecletticità stilistica attraverso cui l’artista intende presentare le diverse sfumature del suo universo musicale sintetizzandole ed inglobandole in una proposta coerente che funzioni quasi da biglietto da visita.

Si tratta, per l’appunto, di un lavoro che sottintende un tentativo di autoespressione a 360 gradi in grado di suggestionare anziché spiazzare l’ascoltatore lasciandogli presagire future (e inaspettate) trame di sviluppo.


«Non sono mai riuscita ad incasellarmi. Mi sembrerebbe di tradire la mia natura. Mi sento eclettica e un po’ imprevedibile (non solo per gli altri, anche per me stessa). In “Rebirth” ho tentato di dare libero sfogo a questa mia essenza multiforme. Si è trattato di una necessità: ho sempre fatto l’interprete, ma quando ho intrapreso il progetto dell’EP, sentivo che era arrivato il tempo di uscire fuori con la mia musica, di esprimermi totalmente, non solo con il canto».

L’ascolto di Rebirth garantisce, dunque, un breve quanto intenso viaggio sotto il segno dell’imprevedibilità, la quale, tuttavia, non fa trasparire alcuna confusione identitaria bensì riesce nell’impresa di comunicare una personalità musicale colorata e complessa, vero obiettivo dichiarato dall’artista.

«Perché un EP? Ci sono diverse ragioni: quella più pratica è che non vivevo un momento così sereno da potermi gettare a capofitto in un percorso lungo ed estenuante come la produzione di un album; il motivo principale è però un altro: volevo che il mio primo lavoro da solista fosse una sorta di biglietto da visita. Ritengo di aver proposto quattro brani in grado di sintetizzare vari lati del mio carattere artistico: da quello più delicato e intimista a quello più potente e carico di pathos. Insomma, dalla dolcezza alla grinta, dall’introversione all’estroversione... E poi, diciamoci la verità, per giudicare un artista, per capire se rientra o no nei nostri gusti, generalmente non ascoltiamo più di tre-quattro brani, spesso anche di meno. In un certo senso ho voluto facilitare il processo all’ascoltatore, presentandogli una mia personale selezione».

Scritto interamente da Dheiti (eccetto “A Long Walk”, cover di Jill Scott riletta in chiave funk rock), Rebirth è stato arrangiato da Sergio Bertolino e Domenico Anastasio, registrato al Bam Factory Studio di Sapri (SA), mixato da Sergio Bertolino e Giovanni Caruso e masterizzato da Salvatore Addeo agli Aemme Recording Studios di Lecco (LC).

martedì 2 aprile 2019

TEVERTS/EL ROJO, Southern Crossroads (2019)


Split album per i Teverts e gli El Rojo, due band stoner della Karma Conspiracy Records che rivendicano la socialità della musica e del rock, la condivisione di note e sudore. Ma facciamo un passo indietro. Partiamo dai beneventani Teverts, ossia Phil Liar alla chitarra e alla voce, Mario al basso e Angela alla batteria, trio che ha già prodotto due dischi a base di fuzz e stoner rock e ha calcato palcoscenici europei, arrivando a dividere il palco con Karma to Burn, L’ira del Baccano e Doomraiser, band con cui hanno in comune attitudine e spirito. I calabresi El Rojo sono invece un quintetto, Evo Borruso alla voce, Fabrizio Miceli  e Fabrizio Vuerre alle chitarre, Pasquale Carapella al basso e Antonio Rimolo alla batteria e rimangono nell’orbita stoner, come si evince dall’autoproduzione dell’anno passato 16 inches radial. Southern Crossroads è formato da due pezzi, uno a band, entrambi di ottima fattura, resoconto del loro amore per psichedelia hard, stoner e distorsioni, dove il paesaggio desertico, sociale e paesaggistico, che fu anche dei grandi Kyuss, emerge con forza e spirito. In attesa dei loro nuovi lavori, Southern Crossroads è senza dubbio un breve quanto succoso antipasto. (Luigi Cattaneo)

Southern Crossroads (Video)



lunedì 1 aprile 2019

BASTIAN, Grimorio (2018)


Quarto album per i Grimorio, gruppo guidato saldamente da Sebastiano Conti (chitarra) ed ennesima conferma della sua passione per l’heavy dark di matrice Black Sabbath, quando Ozzy Osbourne e Tony Iommi furoreggiavano con dischi storici come l’omonimo o Master of Reality. Si respira quindi aria di anni ’70, si viaggia in fitti boschi dove il mistero è dietro l’angolo, si sente il suono di neri rituali, antiche magie, sospinte da tracce potenti e strutturate, in cui Conti è accompagnato da James Lomenzo al basso (già con Megadeth, Black Label Society, White Lion e la band di Ozzy), Federico Paulovich alla batteria (dai bravissimi Destrage) e Nicklas Sonne alla voce (Defecto, Theory). I Sabbath si sentono subito nella cadenzata e oscura opener Pale figure, importante per stabilire le coordinate di un lavoro comunque non scontato, che prosegue con la tirata Sly ghost, puro hard & heavy settantiano in cui brilla Sonne. The trip estremizza il concetto di southern rock, mentre Infinite love mostra come la band si sappia destreggiare benissimo anche all’interno di una ballata elegante e con qualche punta di sana psichedelia, con la partecipazione di Larsen Premoli alle tastiere. It’s just a lie torna a picchiare duro e lo fa egregiamente bene, facendo il paio con la trascinante Southern tradition. The time has come è marchiata a fuoco dai riff di Conti, Epiphany’s Voodoo è invece l’unico strumentale presente e vede l’importante collaborazione con Salvo Mazzotta alle tastiere e Peppe Taccone alle congas. La misteriosa Black wood torna sui consoni terreni cari ai Bastian, prima della conclusiva Fallen gods, otto minuti che ben sintetizzano le caratteristiche sin qui emerse e che chiude un ritorno sostanzioso e granitico. (Luigi Cattaneo)

It's just a lie (Video)

  

CONCERTI DEL MESE, Aprile 2019

Lunedì 1
·Jethro Tull a Trieste

Martedì 2
·PFM a Brindisi

Mercoledì 3
·PFM a Corato (BA)
·Napoli Centrale a Milano

Giovedì 4
·PFM a Pescara
·Soen a Milano
·5 Friends a Milano

Venerdì 5
·Soen a Ciampino (Roma)
·Soul Redemption a Lugagnano (VR)
·Le Orme a Casalmaggiore (CR)

Sabato 6
·PFM a Sassari
·Soen a Fabriano (AN)
·Le Orme a Crema (CR)
·Prog61 a Livorno
·RAM + Opus Avantra a Romano d'Ezzelino (VI)
·Mad Fellaz ad Abbadia Pisani (PD)
·Of New Trolls a Romanengo (CR)

Lunedì 8
·PFM ad Assisi (PG)
·Lenny Zakatek & Skeye ad Assago (MI)

Martedì 9
·PFM a Roma

Mercoledì 10
·PFM a Torino

Giovedì 11
·Silver Key & Diraxy a Milano

Venerdì 12
·Neal Morse Band a Trezzo sull'Adda (MI)
·PFM a San Benedetto del Tronto (AP)
·Eveline's Dust a Genova
·Get'em Out a Pavia

Sabato 13
·PFM a Brescia
·Eveline's Dust a Milano
·Estro a Verona
·Lingalad a Milano
·Le Orme a Vercelli
·Of New Trolls ad Avezzano (AQ)
·Aerostation a Reggio Emilia

Domenica 14
·Estro a Verona
·Eveline’s Dust a Pisa

Lunedì 15
·PFM a Trento


Martedì 16
·PFM a Trento

Mercoledì 17
·Eveline's Dust a Roma

Giovedì 18
·PFM a Schio (VI)
·"La Bottega del Prog" a Varazze (SV)
·The Cage a Parma
·Patrizio Fariselli al Blue Note di Milano
·Frank Sinutre a Bolzano

Venerdì 19
·Corde Oblique a Roma
·Lachesis a Carvico (BG)
·Ozone Park a Sassari

Sabato 20
·Il Segno Del Comando a Mantova
·Cantina Sociale a Cherasco (CN)
·Forza Elettro Motrice a Limbiate (MB)

Domenica 21
·Campo Magnetico a Visone (BL)

Lunedì 22
·Glincolti a Zero Branco (TV)

Martedì 23
·Napoli Centrale a Surbo (LE)
·Revelation a Roma

Mercoledì 24
·Nuova Idea + Dark Ages al Giardino di Lugagnano (VR)
·Napoli Centrale a Conversano (BA)

Giovedì 25
·PFM a Cesena
·Napoli Centrale a Conversano (BA)
·Banco a Castelfranco Emilia (MO)

Sabato 27
·Rovescio della Medaglia al Giardino di Lugagnano (VR)
·Get'em Out + Panther & c. a Genova
·Roberto Cacciapaglia a Pisa
·Alan Parsons al Live di Trezzo sull'Adda (MI)
·Juri Camisasca a Romano di Lombardia (BG)
·Lachesis a Palazzolo s/Oglio (BS)
·A Lifelong Journey a Pavia

Lunedì 29
·Steve Hackett a Roma

Martedì 30
·Steve Hackett a Bologna
·Moongarden + Silver Key al Giardino di Lugagnano (VR)


venerdì 29 marzo 2019

KOTIOMKIN, Lo Albicocco al curaro - Decameron 666 (2018)


È un amore viscerale quello che mi porto dietro da qualche anno per i Kotiomkin di Enzo P. Zeder, da quando li scoprii nel 2016 con Squartami tutta – Black Emanuelle goes to hell (trovate la recensione qui sul blog), seguito di Maciste nell’inferno dei morti viventi – Peplum Holocaust del 2014. L’infatuazione comune per le soundtrack e il cinema di genere mi lega probabilmente al progetto, che oggi si rinnova, perché Davide Di Biagio, che con la sua chitarra aveva saturato l’aria di preziosi riff nel precedente lavoro, non è purtroppo più della squadra e gli abruzzesi sono rimasti in due, il buon Zeder per l’appunto, impegnato al basso e ai synth e Gianni Narcisi alla batteria, con il suono che ha chiaramente perso qualcosa in termini di potenza stoneriana, guadagnandone in quanto ad atmosfera gotica, complice l’uso degli analogici sintetizzatori e il cinematografico tema trattato. Lo Albicocco al curaro – Decameron 666 è la colonna sonora immaginaria di un racconto, quello di Buffalmacco e Fra’ Tazio che si risvegliano nel dantesco girone dei lussuriosi, dove una suora poco educata che si è impiccata per la vergogna nel chiostro del convento, sembra unire le anime dei due peccaminosi compari. Tra antichi riti, lussuriose violenze ed empi accadimenti, si consuma questa storia dedicata al maestro Lucio Fulci, omaggiato in Fatal Commestio, che tra pulsioni funky e cadenze doom si chiude con una splendida citazione tratta da L’aldilà – E tu vivrai nel terrore del regista romano. È bona la fregna! Magna, magna, magna! Ci viene così ordinato in Sexy Averno e chi siamo noi per disobbedire al godereccio duo? E allora, tra distorsioni promiscue e il sax dell’ospite Sergio Pomante (incontrato ultimamente nell’ottimo Asperger di Caterina Palazzi Sudoku Killer), si dipana l’ennesimo grande episodio. Gli altri tre brani non mutano il destino del disco, che tra stoner, doom, progressive e atmosfere filmiche, chiude con l’esemplare Satanasso “Protettore” delle donne un ritorno personale e suggestivo. Qui di seguito il link per trovare tutti i dischi della band, un click è d'obbligo https://kotiomkin.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)