sabato 14 settembre 2019

HOLY SHIRE, The legendary shepherds of the forest (2019)


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Fondati nel 2009 da Massimo Pianta, batterista innamorato del metal sinfonico ed epico di matrice fantasy, gli Holy Shire pubblicarono nel 2014 Midgard, disco con cui si fecero conoscere nell’ambiente underground italiano attraverso positive recensioni e una discreta attività live. Nel nuovo e più maturo The legendary shepherds of the forest la line up si completa con Erika Ferraris alla voce, Chiara Brusa al flauto, Andrea Faccini e Frank Campese alle chitarre e Piero Chiefa al basso. Dopo una breve introduzione è Tarots ad aprire l’album, con l’ospite Francesca Chi alla voce, per un pezzo che conduce con forza nel mondo fatato dei milanesi, tra parti operistiche, teatrali e drammatiche. Ottima Danse macabre, che vede la presenza alla voce di Masha Mysmane (degli Exilia) e Simona Aileen Pala (che ritroveremo spesso nel corso dell’opera), contributi essenziali che caratterizzano questa traccia a base di folk ed heavy. Stessa matrice anche per la title track, altro ragguardevole esempio della tavolozza espressiva in possesso del sestetto, mentre la brava Lisy Stefanoni (Shadygrove, Evenoire) caratterizza con la sua ugola Princess Aries. A metà album troviamo Ludwig, raffinata ed elegante, soprattutto nell’intreccio tra le voci e per un uso del flauto piuttosto efficace, prima dell’epicheggiante At the mountains of madness e della più aggressiva The gathering. Inferno accentua il lato dark della proposta (dove ritroviamo Francesca Chi), Ophelia (con la Stefanoni) è invece maggiormente carica di malinconia, con la conclusiva The lake a suggellare un lavoro dove troviamo Federico Maffei dei Folkstone alle tastiere in buona parte dei pezzi (si è occupato anche degli arrangiamenti orchestrali), un’influenza non da poco, come quelle dei Furor Gallico e degli Elvenking, band che echeggiano qua e là tra le pieghe di un come back suggestivo e sicuramente affascinante. (Luigi Cattaneo)

The legendary shepherds of the forest (Video)



GOOD MOANING, The Roost (2019)


A tre anni di distanza dall’ep Hello, parasites, tornano i Good Moaning (Edoardo Partipilo alla chitarra e alla voce, Lorenzo Gentile alla chitarra, Marco Menchise al basso e Davide Fumai alla batteria e alle tastiere), con un full lenght che prosegue quel discorso a base di alternative rock, folk e psichedelia. The roost vive di parti dilatate che si inseriscono all’interno di una forma canzone spesso sussurata, lieve, capace però di spiccare il volo con fraseggi più rock. Tra passaggi di matrice americana, atmosfere oniriche ed esplosioni corali, tipiche ma di effetto, i pugliesi firmano un lavoro che non disdegna incursioni nel dream pop, quello sognante e malinconico di Slow dive o Still corners. Il quartetto ha dalla sua una già discreta esperienza, che si traduce in brani fatti di anima, di sogni, di amarezze, elementi che riecheggiano con trasporto nella title track, in Curtain o in Scarecrow, brani ambivalenti che sono il tratto distintivo di una band in crescita e con ampi margini di crescita. (Luigi Cattaneo)

Suitcase (Video)



venerdì 13 settembre 2019

ifsounds, An Gorta Mor (2018)


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Avevamo parlato degli ifsounds per il precedente Reset, disco che ci aveva particolarmente colpito per quel suo girovagare tra i generi, partendo da una base psichedelica trait d’union tra le influenze. Il nuovo An Gorta Mor presenta una band rodata e consapevole (Runal alla voce, Fabio De Libertis al basso, Dario Lastella alla chitarra, alle tastiere e ai synth, Lino Mesina alla batteria e Claudio Lapenna alle tastiere e al piano), impegnata in un concept sulla fuga, nel caso specifico dalla fame e dalla paura, con la voglia di riscatto di un popolo, quello irlandese, che a metà 800 fuggiva dalla grande carestia, episodio storico poco conosciuto che il quintetto ha deciso di raccontare in un lavoro sofisticato ma sempre molto godibile. La psichedelia settantiana c’è sempre, corredata da atmosfere che rimandano alla stagione d’oro del progressive ma anche all’impeto del garage anni ’60, antitesi tra generi che trova forma nelle idee concettuali di una band che ha forse raggiunto la piena maturità. È difatti Mediterranean floor, con le sue spigolosità, ad aprire l’album, tra passaggi rock e delicati momenti, marchio di fabbrica della band molisana. Techno Guru mostra il lato “sperimentale” del gruppo, che poi piazza con Violet la ballata malinconica di turno, peraltro ben riuscita. Le tastiere e i synth di Lino Giugliano colorano Reptilarium, ospite che ritroviamo anche nella conclusiva suite, nonché title track del disco, insieme a Matteo Colombo (violino), Vincenzo Cervelli (voce), Alessandra Santovito (voce), Francesco Forgione (bhodràn) e Marco Grossi (voce), tutti validissimi nel dare il proprio contributo nel brano più rappresentativo dell’opera, a cavallo tra folk, prog, psichedelia, hard e irish sound. (Luigi Cattaneo)

An Gorta Mor (Full album)



sabato 7 settembre 2019

IKE, Construction site (2019)


Construction site è l’esordio multietnico di Ike, progetto di Isaac De Martin registrato con ben 16 musicisti di sette paesi differenti, uno sguardo curioso e trasversale, multiforme, che coniuga indie, elettronica e pop senza porsi limiti di sorta. Un cantiere aperto dunque, contaminato, sintesi degli umori altalenanti di Isaac, che si riflettono sin da Flughafen love, lieve e brillante esempio del mood Ike, gestito con sapienza dal particolare timbro dell’eccentrica Karla Stereochemistry. Auburn june è lo strumentale che segue, tra ritmiche elettroniche e parti fiatistiche, mentre Karla segna anche il passaggio di Plastikspoon, elegante sviluppo di un sound sempre molto corale. Das birke è un altro strumentale e mette in luce anche la bravura dei musicisti coinvolti, abbinata ad una scrittura davvero rifinita, un trip intrigante che risulta tra le cose migliori del lavoro. A ballad to Ms. Forest è invece cantata da Mabbasta Voodoo, col risultato di spostare il tiro verso il folk, prima di Balchik Garten, che per intensità non sfigurerebbe nel catalogo 4AD, e la sottile vena malinconica della sognante Seeds ‘n flowers. Alice Vivian è l’anima soul di Mother don’t cry, che poi muta nella dance finale di The journey into the welcome, chiusura di un disco che, pur con qualche calo creativo, risulta essere interessante e figlio del contemporaneo. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare l'intero album

lunedì 2 settembre 2019

CONCERTI DEL MESE, Settembre 2019

Lunedì 2
·Banco del Mutuo Soccorso a Verona

Martedì 3
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Mercoledì 4
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Giovedì 5
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Venerdi 6
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Sabato 7
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)
·Napoli Centrale a Serrara Fontana (NA)

Domenica 8
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Lunedì 9
·Soen a Milano

Venerdì 13
·Balletto di Bronzo a Roma
·Il Segno del Comando + Secret Tales a Milano


Sabato 14
·Napoli Centrale ad Altamura (BA)
·PFM ad Atripalda (AV)
·The Forty Days a Piombino (LI)


Giovedì 19
·Macchina Pneumatica a Milano

Sabato 21

·Holy Shire al Legend di Milano
·The Cage a Lugagnano (VR)
·Ray Wilson & Notturno Concertante a Roma
·Massimo Giuntoli a Villasanta (MB)
·Napoli Centrale ad Avellino
·Juri Camisasca a Milano

Domenica 22
·OAK a Nepi (VT)

Mercoledì 25
·Progressivamente Free Festival a Roma

Giovedì 26
·Progressivamente Free Festival a Roma

Venerdì 27
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Napoli Centrale a S. Angelo d'Ischia(NA)
·Lingalad a Bergamo

Sabato 28
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Get'em Out! a Trofarello (TO)
·PFM a Sondrio
·Vak + Universal Totem Orchestra a Milano
·OAK a Roma

Domenica 29
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Real Dream a Grosseto

domenica 1 settembre 2019

HOLLOWSCENE, Hollowscene (2018)


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Avevamo parlato degli Hollowscene quando ancora si chiamavano Banaau (band nata ad inizio anni ’90 come duo, Andrea Massimo alla chitarra e alla voce e Lino Cicala alle tastiere), in occasione di The burial, interessante ep del 2016. La firma con la storica Black Widow Records e una line up definitiva che vede, oltre Massimo e Cicala, Walter Kesten (chitarra e voce), Demetra Fogazza (flauto e voce), Andrea Zani (tastiere e voce), Tony Alemanno (basso e voce) e Matteo Paparazzo (batteria e voce), ha portato a questo debutto omonimo davvero di buonissima fattura. La prova corale, d’insieme, è alla base della sontuosa suite Broken coriolanus, divisa in cinque frangenti per poco più di 40 minuti sinfonici, ispirati ai Genesis e al progressive inglese ma anche ad un certo dark prog d’annata, trademark che va a creare qualcosa di estremamente affascinante e misterioso. Il primo step è la genesisiana Welcome to Rome, dove da subito troviamo una tavolozza di sfumature ben congegnate e qualche rimando ai mai troppo decantati Nektar, band che attraversò i settanta sfornando parecchi album da riscoprire. A brave fellow accentua il lato progressivo della proposta, tra tempi dispari, soluzioni elettriche e soavi melodie lontane nel tempo. Traitor continua a parlare il linguaggio del prog inglese, con sprazzi sinfonici e cambi di tempo improvvisi, mentre Slippery turns (atsumori) presenta un singolare recitato in giapponese ad opera di Takehiro Ueki, che risulta uno stimolante espediente per la funzionalità del pezzo. La suite si chiude con il grandeur, malinconico e maestoso, di Rage & Sorrow, tredici minuti in cui i milanesi decantano e sintetizzano decenni di ascolti progressivi, interiorizzati e dipanati con passione e soprattutto pathos. Ci sono altri due brani, The worm, che arriva direttamente dagli anni ’90 e che già mostrava la direzione stilistica futura e The moon is down, cover dei Gentle Giant e bel finale di un lavoro prezioso, da gustare e approfondire per cogliere appieno anche i tanti sviluppi testuali presenti in esso. (Luigi Cattaneo)

Welcome to Rome (Video)


STAMINA, Live in the city of power (2019)


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Dopo quattro album in studio arriva anche per gli Stamina la possibilità di pubblicare un disco dal vivo, Live in the city of power, cd + dvd registrato in Polonia ed edito dalla Rock Company, intriso di quel power prog che richiama nomi fondamentali come Symphony x, Angra, Royal Hunt e in parte gruppi nostrani come Vision Divine e Derdian. La partenza è affidata a Why?, scolpita da una discreta carica power, su cui si nota il bell’intreccio tra la sezione ritmica formata da Carmine Vivo (basso) e Federico Cozza (batteria) e le tastiere di Giovanni Sellitto, tipiche del genere ma molto azzeccate. Must be blind tiene alto il rodaggio elettrico, con l’ottima prova di Luca Sellitto (chitarra), mentre è Alessandro Granato (voce) a spadroneggiare in Higher. Il power prog tinge anche la riuscita verve di Love was never meant to be, prima della maestosa carica di One in a million e di Perseverance, più vicina al progressive. Holding on convince per il bel duello tra i due Sellitto, Breaking another string è tra i brani migliori del lavoro, tra prog metal e gustosi sinfonismi. Il finale è ad appannaggio di Eyes of the warrior, ben riuscita e giusto finale di un live che può essere senz’altro un bel biglietto da visita per iniziare ad apprezzare questa meritevole band. (Luigi Cattaneo)

Breaking another string (Video)



giovedì 29 agosto 2019

DAYSLIVED, Flectar (2019)


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Nati quasi dieci anni fa, i Dayslived tornano in pista con Flectar, da poco pubblicato per la sempre attenta Rockshots Records, firmando un lavoro ambizioso e piuttosto gradevole. Monik Fennelles (voce), Marco Allemandi (chitarra), Matteo Sabetta (tastiere), Thor Jorgen Æsir (basso) e Gaetano Pira (batteria), si muovono lungo coordinate prog metal, con la voce di Monik che finisce, chiaramente, per essere parecchio identificatrice, con alcune sonorità più dark che male non si sposano con il timbro della vocalist (Triora). Tra ballate malinconiche (My angel said), momenti heavy (Their violent game) e soluzioni di facile presa (Touching the clouds), si sviluppa un disco che trova nella lunga e conclusiva Mater Musica una sintesi delle ispirazioni del quintetto, piccola perla di un lavoro che può trovare più di un estimatore tra gli appassionati del genere. (Luigi Cattaneo)

Along your miles (Video)



martedì 27 agosto 2019

N.EX.U.S., N.Ex.U.S (2019)


N.Ex.U.S., acronimo di Neural Experimental Unit of Security, è un progetto nato dalle menti di Fausto Tessari (tastiere) e Christian Checchin (chitarra), a cui si sono aggiunti nel tempo Tommaso Galeazzo (voce), Stefano Zinato (basso) e Jacopo Matteucci (batteria), line up che dopo l’ep Duality of human nature ha subito dei cambiamenti con l’arrivo di Daniele Gallan al basso e Fabio Tomba alla batteria, subentrati per pubblicare l’omonimo full lenght (anche se le due sezioni ritmiche si dividono praticamente i brani presenti sul lavoro). Il disco è davvero molto valido, saltella da sonorità prog metal vicine a Threshold e Pain of Salvation alle melodie eteree dei Marillion, senza dimenticare di citare Rush e Queen, in un  gioco di rimandi che non stanca per niente e convince sin da subito. Alessandro Del Vecchio nel ruolo di produttore completa un quadro fatto di raffinatezze progressive e potenti assalti hard, ispirato per tutta la sua durata e capace di equilibrare complessità strutturale con una spiccata sensibilità comunicativa. Un pathos avvolgente che ritroviamo in episodi come The mercenary, Another shore (con Daniele Caschetto al violoncello) o Final Act: A new humanity, ponte tra il prog metal e l’Aor, con idee che si sviluppano con grazia e grande senso melodico. (Luigi Cattaneo)

The mercenary (Video)



domenica 25 agosto 2019

ALESSANDRO ANGELONE, Stars_at_dawn (2019)


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Esordio assoluto per Alessandro Angelone, giovane chitarrista pescarese studente dell’Accademia Professione Musica, che attraverso la collaborazione con la Music Force sigla Stars­­­_at_dawn. Impostato tutto sulla chitarra di Angelone, mostra doti tecniche indiscusse e una già discreta capacità di scrittura (The key, Dream), che rimandano, con i dovuti paragoni, a maestri come Tommy Emmanuel o il nostrano Pino Forastiere. L’album è pieno di atmosfere soavi, lievi, che si lasciano ascoltare con piacere e lasciano trasparire come, con il dovuto lavoro, Angelone possa maturare e regalare altre sorprese ed evoluzioni. (Luigi Cattaneo)

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Love never felt so good (Video)



CLAUDIO ROCCHI, Volo Magico n°1 (1971)

Risultati immagini per volo magico n 1Se il primo disco aveva suscitato interesse e mostrato le doti di cantore solitario e a suo modo fuori dagli schemi, con il secondo Volo Magico n°1 Claudio Rocchi arriva a toccare uno dei punti massimi della sua carriera. Il suono, rispetto agli esordi, diviene più corposo, i brani si dilatano e le strutture beneficiano di musicisti di valore come Alberto Camerini e Ricky Belloni alle chitarre, Eugenio Pezza al piano, all’organo e al Mellotron e Donatella Bardi alla voce, a fronte invece delle soluzioni prettamente acustiche che avevano caratterizzato l’album precedente in cui aveva partecipato Mauro Pagani con il suo violino. Rocchi si muove in equilibrio tra la voglia di rimanere legato ad alcuni aspetti e atteggiamenti del recente passato (le tematiche, l’approccio alla melodia, la grande forza comunicativa) e la volontà di evolversi seguendo un percorso del tutto personale e, per i tempi, molto suggestivo, in qualche modo anticipatore di alcune realtà che probabilmente da lui hanno attinto, come Alan Sorrenti, almeno per quel che riguarda certe strutture compositive. L’elemento da subito percepibile e che differenzia e distanzia questo Volo Magico n°1con l’esordio, è l’aver allargato lo spettro sonoro in cui muoversi e l’utilizzo di un parco strumenti parecchio più ampio ne è la diretta conseguenza, oltre che presumibilmente l’unico modo per avvicinarsi ai pensieri che Rocchi stava maturando. Inoltre è verosimile l’idea che la crescita dell’artista e dell’uomo, la consapevolezza di poter dire e fare, la voglia di osare, abbiano portato il cantautore ad incidere un disco così riuscito. 

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Si può sostenere che nei quasi 20 minuti dell’iniziale title track, che occupa ben metà disco, l’autore sviscera tutte le componenti che hanno contraddistinto la sua musica. Psichedelia, folk, rock progressivo, l’oriente a cui guardava con interesse e curiosità, si mescolano in un calderone eccitante, ipnotico,figlio dei tempi. Poi puoi andare dove vuoi, poi puoi essere come vuoi, poi puoi stare con chi vuoi, poi puoi prendere o lasciare, poi puoi scegliere di dare ... Diventa frase manifesto di questa lunga composizione, passo semplice, lineare, ma capace di spiegare al meglio cosa animava lo spirito di Rocchi e di una generazione che voleva esprimere i propri ideali con forza. Anche la successiva La realtà non esiste diventa da subito un attestato credibile dell’espressività di un’artista, che riesce in maniera essenziale e grazie al fine tocco di Pezza  al pianoforte a catturare e a convincere in un sol colpo pubblico e critica. Giusto amore non raggiunge lo status di evergreen come i primi 2 brani ma si contraddistingue per un lavoro d’insieme ben riuscito, anche se forse avrebbe beneficiato in fluidità se fosse stata un po’ meno lunga (supera i 10 minuti), visto che tende ad essere in alcuni frangenti un po’ ripetitiva. Ho sempre apprezzato la conclusiva Tutto quello che ho da dire, malinconico viaggio interiore in cui la voce di Rocchi si fa accompagnare dal Mellotron di Pezza, che accentua ancor di più il carattere criptico ed introspettivo di questo finale. 
Un album simbolo del cantautorato progressivo, un lavoro che Rocchi stesso cercò in qualche modo di riproporre con il successivo La norma del cielo (un’altra analogia con Sorrenti), non riuscendo a replicarne del tutto la bellezza e le felici intuizioni. (Luigi Cattaneo)

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venerdì 23 agosto 2019

GLINCOLTI, Terzo occhio/Ad occhi aperti (2019)


Tornano sul mercato Glincolti con Terzo occhio/Ad occhi aperti, 300 copie in vinile, con versioni live (tratte dall’album Ad occhi aperti) e qualche inedito, pubblicato dalla sempre attenta Go Down Records. Proprio il lato A è quello dedicato alla rappresentazione dal vivo, ripresa da un concerto del 2017 nel labirinto di Masone (Parma), con l’iniziale Nuvole che mostra da subito una band sempre più rodata, capace di dare il meglio di sé proprio su un palco. Sprigionato unisce psichedelia, jazz rock e progressive, Il medico calca la mano sull’eccentricità del progetto, mentre Marea, chiude con sicurezza la prima parte del lavoro. Il lato B presenta tre inediti, l’ottima Triporno con Sara B. dei bravi Messa, Ad occhi aperti e Insonnia, per un come back breve ma sicuramente interessante, capace di mostrare le solide trame strumentali del quintetto veneto formato da Roberts Colbertaldo (batteria), Andrea Zardo (basso), Alberto Piccolo (chitarra e slide), Alex Donazzan (chitarra) e Alessandro Brunetta (sax e tastiere). (Luigi Cattaneo)

Il medico (Video)



lunedì 19 agosto 2019

DEWA BUDJANA, Mahandini (2019)

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Ogni uscita di Dewa Budjana rappresenta una piccola sorpresa per gli appassionati che lo seguono da anni, soprattutto per le variabili di un suono che si evolve in base alla line up scelta, che muta album dopo album. Ovviamente parliamo sempre di fusion progressiva, qui “rivisitata” dalle mani d’oro di Jordan Rudess (tastiere) e Marco Minnemann (batteria) dei Dream Theater, da Mohini Dey al basso (Steve Vai, Guthrie Govan), da John Frusciante (Red Hot Chili Peppers) alla voce in Crowded (in cui suona anche la chitarra) e Zone, oltre che dal grande Mike Stern (chitarra in ILW) e Soimah Pancawati (voce in Hyang Giri). Il chitarrista indonesiano con Mahandini  sforna un nuovo grande capitolo della sua produzione, imbevuto di grandi melodie, parti mistiche, musica tradizionale e rock progressivo, un trademark che ha permesso a Budjana di avere una fanbase solida e internazionale. Dewa rinnova la sua capacità di muoversi dentro un sound capace di guardare al contemporaneo senza dimenticare le lezioni del passato, un jazz rock che non ha paura di contaminarsi in un crossover tra elementi differenti ma che finiscono per amalgamarsi nella poetica suggestiva del compositore. Anche in questo caso l’aver scelto con cura gli interpreti a cui affidare le parti ha portato ad un risultato molto buono, ennesima conferma del grande lavoro portato avanti negli anni da Budjana. (Luigi Cattaneo)

Queen Kanya (Video)



domenica 18 agosto 2019

THE VASTO, In darkness (2018)



Nati nel 2014 a Ferrara, i The Vasto (Pirs e Bolla voci e chitarre, Tom alla batteria e Vitto al basso) arrivano con In darkness al primo full lenght (seppure di breve durata) dopo tre ep autoprodotti. La partenza di Memorial 2083 già non lascia scampo, mostrando come l’hardcore del quartetto sia perfetto per tematiche forti, nel caso specifico la Dichiarazione d’indipendenza europea del terrorista Anders Breivik. La folle corsa prosegue con Flood, l’arrembante Fractures e la malinconia latente di Constellations, tra sparate alla Hatebreed, richiami a band colossali come Discharge e Converge e una certa cupezza vicina ai grandi Neurosis. Clean è un liberatorio grido di rinascita, Crocodile tears è invece più amara, caratteristica che ritroviamo spesso tra i solchi dell’album. Il buio finale è Scars, un misto di rabbia, ferocia e disillusione. Colonna sonora necessaria dei nostri giorni. (Luigi Cattaneo)

https://thevasto.bandcamp.com/ Qui il link per acquistare l'album



venerdì 16 agosto 2019

ALBERT MARSHALL, Speakeasy (2018)


Già chitarrista degli Altair (con cui ha inciso Descending: The devilish comedy nel 2017), Albert Marshall arriva con Speakeasy all’interessante debutto da solista, registrato insieme a Simon Dredo (basso) e Denzy Novello (batteria), confermando la sua predilezione per eroi delle sei corde come Steve Vai, Joe Satriani e Yngwie Malmsteen. I 30 minuti circa del disco partono fortissimo con Butler’s revenge, in cui emergono con prepotenza le caratteristiche del songwriting del veneto, mentre in Badlands ci sono vibrazioni prog, complice la presenza del grande Roberto Gualdi alla batteria (noto soprattutto per la sua militanza nella P.F.M. ma presente anche nella band di Roberto Vecchioni). Fallen Angels e Tristam Fireland sono gli unici due brani cantati, da Mark Boals, già membro di Ring of Fire, Royal Hunt e voce di diversi dischi di Malmsteen, con il sound che sposa con forza il neoclassico. Tecnica, velocità e melodia sono il mix perfetto delle rimanenti Re Marzapane, Dreamlover e Ramshackle blues. (Luigi Cattaneo)

Butler's revenge (Video)



QUADRI PROGRESSIVI, Francesco Di Giacomo



Altro omaggio di Lorena Trapani alla storia del progressive, con un quadro effettuato con carboncino, matite colorate e crete. Tutte le opere di Lorena sono visitabili sul blog e sulla sua pagina instagram. 

giovedì 15 agosto 2019

LA STAZIONE DELLE FREQUENZE, Physis (2019)


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Pubblicato ad inizio anno, Physis è il debutto dei La Stazione delle Frequenze, band di Benevento formata da Alberto Cervone (voce), Angelantonio Donisi (chitarra), Pierfrancesco Corbo (chitarra), Andrea Tretola (tastiere), Luca Iorio (basso) e Andrea Passaro (batteria e clarinetto). A Siria è l’inizio esemplificativo del modo di scrivere della band, dove denuncia sociale e prog metal vanno a braccetto con grande coesione, prima di Ombre sul mare (in cui troviamo Marco Ialeggio al violino), che in realtà fa ancora meglio, continuando a citare i Dream Theater nei bei fraseggi tra tastiere e chitarre, con il cantato in italiano che finisce per porre i campani vicino a gruppi attuali come VIII Strada, Afasia ed Elisir D’Ambrosia. Racconto ha invece una gradevolissima vena folk, una sognante storia d’amore lontana nel tempo narrata con cura dal sestetto e che mi ha ricordato qualcosa dei Faveravola. Il sentiero del vento è l’ottima suite divisa in due parti e sette atti, in cui ovviamente la dote progressiva si accentua ancora di più, tra passaggi cantautorali, momenti alla P.F.M. (complice anche il flauto di Marcella Zullo) e aggressioni hard prog come i conterranei La Bottega del Tempo a Vapore. La conclusiva Nuovi orizzonti, pur risultando piacevole, è il brano meno coinvolgente ma non inficia un risultato davvero pregevole. (Luigi Cattaneo)

Racconto (Video)



martedì 13 agosto 2019

BULLFROG, High flyer (2018)


Gruppo storico dell’hard blues italiano, i Bullfrog sono attivi dal lontano 1993, quando Francesco Dalla Riva (basso e voce), Silvano Zago (chitarra) e Michele Dalla Riva (batteria) formano un power trio accomunati dalla passione per l’epopea settantiana. Il richiamo ai grandi nomi di un’epoca immortale, unita alla forza delle idee, sono la spinta per il quinto High flyer, uscito nel 2018 per l’americana Grooveyard Records. Si parte subito forte con Lola plays the blues, una dichiarazione d’intenti, tra Led Zeppelin e Grand Funk Railroad, ma è tutta la prima parte ad essere magistrale, con la potente Losing time, la vibrante carica di Hot Rod e le perle Beggars and losers e Dangerous trails, cavalcate tra Uriah Heep e Deep Purple. Non che il resto sia trascurabile, anzi, perché Johnny left the village e Dance through the fire confermano le caratteristiche del suono corposo dei veneti, prima di un altro grande trittico, Three roses, Out on the wide side e Blind leader, in cui emergono anche forti radici southern rock. Chiusura affidata alla delicata River of tears e suggello di un grande album. (Luigi Cattaneo)

Lola plays the blues



lunedì 12 agosto 2019

SIVERAL, The future is analog (2019)


                                             
I Siveral sono una band di Milano nata nel 2014 grazie ad Antonio Magrini (voce, chitarra, synth e autore dei brani), già membro di Sleep of Thetis e D’eryl. L’anno successivo nasce il primo ep, Mindtwo, dove già si intravedevano le coordinate del progetto, che oltre a Magrini vede la presenza di Lorenzo Pasquini (chitarra), Fernando De Luca (basso) e Giovanni Tani (batteria). Il primo full lenght, The future is analog, prosegue sulla scia di un alternative rock dagli umori prog e psichedelici, ora più aggressivo, ora più melodico, con la band che punta molto sull’impatto emozionale e malinconico di un sound attuale, che guarda a Muse, Dead Letter Circus e A Perfect Circle. L’ottima Awake è il biglietto da visita, potente e di facile presa, mentre con Dreamer la scrittura si fa più complessa, senza perdere però in raffinatezza ed estro. La vitalità di Pray conquista ascolto dopo ascolto in maniera netta, più notturna è Alvadret, tra i pezzi migliori dell’album, prima del crossover ragionato di El.ga e della title track, che unisce l’impatto del rock con suoni smaccatamente elettronici. L’impetuosa  Cali e la ballata My deceit, impreziosita da un bel lavoro alla tromba, mostrano le sfaccettature di un sound davvero interessante. Lite gravity si sposta su un rock venato di dark, di diversa fattura è la conclusiva Regentanz, decisamente dal suono più incombente. Grande esordio per i milanesi, davvero bravi nel sintetizzare con cura e passione tutti gli aspetti di una proposta capace di essere elaborata ma nel contempo ricca di pathos. (Luigi Cattaneo)

The future is analog (Live)



mercoledì 7 agosto 2019

BE A BEAR, Climb your time (2018)


Filippo Zironi, ossia Be a Bear, è il primo artista italiano ad utilizzare l’iPhone per produrre interamente la propria musica, un modo di concepire che probabilmente farà storcere il naso a molti ma, visto il progresso tecnologico sempre più elevato, non una totale eresia. La novità comporta un’attitudine sperimentale che comunque offre imput piuttosto comunicativi, un elettro pop che invade anche il nuovo Climb you time, uscito nel 2018 per La Fame Dischi e che conferma l’amore per band come Daft Punk, MGMT e Godblesscomputers. Le sonorità anni ’80 e alcune ritmiche da dancefloor sono il trademark del lavoro, con la ritmata Give me // change me ad aprire le danze, seguita dall’ottima About links, pezzo perfetto per i club. Say goodbye profuma di synth pop ottantiano e sulla stessa scia si muove Yes electronic, che però si fa più ballabile. Impetuosa Stranger love, mentre gli MGMT vengono chiamati in causa in Me & the Grizzly, che presenta un bel chorus suonato. Martin doesn’t agree è un brillante pop elettronico, prima della conclusiva Mr. Dust, strumentale molto riuscito e valido finale di un lavoro curioso e particolare. (Luigi Cattaneo)

Say goodbye (Video)



lunedì 5 agosto 2019

KOM, Grazie Vasco (2018)



Primo disco di inediti per i Kom (ad eccezione di Vivere una favola, tratta da C’è chi dice no di Vasco Rossi del 1987), una delle tante tribute band del rocker emiliano presenti sul territorio italiano, che con Grazie Vasco tentano la strada dell’autonoma composizione. Diciamo innanzitutto che Mirco Salerni (voce), Emiliano Sabatini e Agostino Balice (alle chitarre), Mario Colasante (basso), Fabrizio Lauriente (tastiere) e Davide Rovinelli (batteria) hanno doti di songwriting, nonchè tecniche, che si apprezzano in special modo quando il gruppo si smarca un po’ dal corollario rossiano. Ne sono esempio specifico Mentre dormi e Festa, due pezzi di grande rock italiano, carichi di bollente elettricità e molto coinvolgenti. Meno riuscito l’omaggio della title track (con Claudio Golinelli, bassista di Vasco, come ospite) e Scateniamoci, che risentono molto dell’attività da cover band, retaggio ben presente anche nelle due ballate, Il tuo profumo nell’aria e Sto pensando che, comunque molto gradevoli e ben scritte. L’ep è indubbiamente piacevole, si muove un tra alti e bassi ma mostra spunti interessanti, soprattutto per un futuro che deve essere per forza di cose maggiormente corposo. (Luigi Cattaneo)



domenica 4 agosto 2019

SHY OF A SPARK, Escape (2018)


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Gli Shy of a Spark è una band di alternative rock formata da Cristina Di Gregorio alla voce, Alessandro Ambrosini alla chitarra, Fabrizio De Gregorio alla batteria e Daniel Panara al basso, quest’ultimo membro fondatore influenzato tanto dal crossover dei Red Hot Chili Peppers quanto dal r’n’r degli Arctic Monkeys. Background che emerge in questo Escape, insieme a incursioni nell’hard e nel grunge, già nell’iniziale Off the record, proseguendo con The gardener of eden e Broken, trittico diretto e senza fronzoli, che mette in luce la voglia dei pescaresi di muoversi dentro brani che in 3-4 minuti dicano tutto. Ritmiche compatte e la bella voce di Cristina marcano pezzi come False pretence, Kripton e Do not argue, divise tra ballate elettriche e cavalcate rock, sempre con un marcato groove a rendere l’insieme molto appetibile. Completano il quadro alcuni brani presentati live, Broken in versione acustica e la cover di Can’t help falling in love, resa celebre da Elvis Presley ad inizio ’60 e celebrata negli anni da artisti come Pearl Jam, Pretenders e Blackmore’s Night. (Luigi Cattaneo)

The gardener of eden (Video)



venerdì 2 agosto 2019

ODISSEALEA COLLECTIVE, Reactions (2019)


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OdisseAlea nasce dalla voglia di creare di Piertomas Dell’Erba (sax tenore, synth e piano) e Leonardo De Rose (basso), sperimentatori consapevoli che si muovono liberi nel territorio dell’improvvisazione ma anche della scrittura, quella svincolata da soluzioni compositive che si muovono dentro un unico steccato. Strade multiple, aperte, contaminate, in cui esplorare visioni temerarie, che, dopo Transition del 2018, trovano conferma in questo Reactions, registrato in quartetto, con Matteo Patelli (chitarra) e Carlo Montuoro (batteria e percussioni). Il disco è diviso in 4 suite, con la prima, Dark Overture, divisa in tre sezioni (Reaction n. 1-2-3), oscure, grevi, un viaggio iniziatico lontano da schemi precostruiti, in cui la band dialoga incessantemente per condurre l’ascoltatore in un luogo non definito. Pure memories è in 4 parti (Reaction n. 4-5-6-7), oniriche, uniscono la psichedelica con il jazz, il progressive con il free, riuscendo a mettere insieme prospettive che rifuggono logori inquadramenti mentali. L’alone cosmico tocca anche i 4 movimenti di The circle of dreams (Reaction n.8-9-10-11), in cui il trip sperimentale del collettivo sprigiona un’attitudine atta a distruggere gli stereotipi. Sensual essence è l’ultimo atto (Reaction n.12-13-14-15), summa conclusiva di un percorso solido, pur nel suo senso aleatorio, estremo nella forma ma decisamente interessante nel contenuto. Il finale, in realtà, è una Reaction n.16, singola, Endless Vigor, che non fa altro che confermare la direzione di questi 80 minuti tra Maad, jazz targato ECM e act contemporanei come Chaos o I Giganti della Montagna, completamento di una narrazione fitta, densa, bilanciata tra le varie sfaccettature di un progetto coraggioso e coerente. (Luigi Cattaneo)

Album Trailer



SILVER P., Silver P. (2018)


Dietro il progetto Silver P. si cela Roberto Colombini (in arte Pugnale), chitarrista di estrazione heavy che per questo esordio omonimo si è fatto accompagnare da Alex Jarusso (voce), Alessandro Cola (basso) e Antonio Inserillo (batteria). Le otto tracce del disco (più un intro) risentono dell’influenza di band come Iron Maiden, Judas Priest e Saxon, con riff potenti e brani tirati che si aggirano mediamente intorno ai 4 minuti, un percorso di devozione che accomuna la band a quello di valorose e coraggiose realtà tricolori attuali, come Stormwolf (anche loro usciti per Red Cat Records) o Lurking Fear. Brani come la devastante Fields of war e la lanciatissima I8 richiamano il metal classico, quello ottantiano, diretto e senza tanti fronzoli, suonato con anima e cuore da un quartetto che ha riversato in poco più di trenta minuti passione e dedizione per un genere immortale. (Luigi Cattaneo)

The net (Official Video)



giovedì 1 agosto 2019

IMMELMANN, The Turn (2018)



Gli Immelmann (Emanuele Ferraro alla voce, Francesco Vigone e Alberto Di Carlo alle chitarre, Francesco Meneghini al basso e Mattia Gamba alla batteria) nascono nel 2014 con l’intento di creare un suono vibrante ed energico ma allo stesso tempo cupo e malinconico, le cui radici affondano nel metal quanto nel post grunge, senza disdegnare pesanti incursioni nello stoner psichedelico, un magma vorticoso, oscuro e volutamente introspettivo, che fa di questo The turn un piccolo gioiellino della scena alternativa italiana. Dive è l’inizio del viaggio, un melting pot di aggressività e melodia davvero sorprendente, prima dell’ottima Guaranteed, che mostra spiragli psichedelici di grande effetto e di Greedia, altro brano che mette in luce le varie anime della band e la capacità di farle coesistere attraverso una scrittura consapevole, in cui le sovrastrutture non fanno perdere la grande comunicabilità di fondo presente. Anche Sleep è una bella bordata, rispettosa del trademark che contraddistingue i vicentini, che mostrano personalità e voglia di non concedersi a facili soluzioni, condensando all’interno dell’opera davvero tantissime idee. È il caso pure di A song of misery e della conclusiva Be, altri due ottimi esempi di un lavoro esemplare, maestoso nel suo andamento granitico, convincente, senza se e senza ma, dalla prima all’ultima nota. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito il link per acquistare e ascoltare l'album 

https://immelmann.bandcamp.com/releases

QUADRI PROGRESSIVI, Suddance





Lorena Trapani, da anni collaboratrice del blog, stavolta si è divertita ad omaggiare Suddance degli Osanna, attraverso l'utilizzo dell'acrilico su vinile nero. Tutti i lavori di Lorena sono visitabili sul sito, sulla sua pagina instagram o inviando una mail al blog.