mercoledì 13 novembre 2019

LEDA, Memorie dal futuro (2019)


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I Leda sono un quartetto formato da Serena Abrami (voce, synth e chitarra acustica), Enrico Vitali (chitarra elettrica, e-bow e voce), Mirko Fermani (basso) e Fabrizio Baioni (batteria), con la comune passione per l’alternative rock, la new wave e il cantautorato. Memorie dal futuro nasce proprio da questo background e ciò si evince sin dall’iniziale Ho continuato, ottimo esempio della poetica del gruppo. Le trame di Distanze prima e Pulviscolo poi appaiono venate di grunge, una tendenza che non dispiace affatto e che si sposa bene con le tematiche affrontate dalla band. Leggermente più immediata è Nuovi simboli, che però non perde affatto in carica e denuncia sociale, mentre Nembutal mostra anche qualche bella reminiscenza post. Tu esisti continua la ricerca di un fil rouge tra cantautorato colto e pulsioni rock, Assedio mostra invece la parte dura dei Leda e una certa carica live. La bravura della band sta anche in questa alternanza tra momenti aggressivi e altri decisamente pacati, come in Deriva, in cui fa la sua comparsa il violoncello di Giuseppe Franchellucci. La nostalgia si impadronisce di Icaro, mentre Solchi, con il suo incedere battagliero è l’anticamera del piccolo capolavoro narrativo Il sentiero, malinconica traccia cantata dalla Abrami in coppia con Marino Severini dei Gang e abbellita dalle note di Franchellucci, oltre che da un testo veramente commovente. I Leda con questo album firmano un lavoro solido e raffinato, confermando come l’underground italiano sia vivo e vegeto e sappia produrre band di assoluto talento. (Luigi Cattaneo)

Ho continuato (Official Video)



sabato 9 novembre 2019

THE WAY OF PURITY, The majesty of your becoming (2015)


Risale al 2015 The majesty of your becoming dei The Way of Purity, band che fino ad allora si muoveva in territori deathcore (ne sono esempio Crosscore ed Equate) e che con questo album tentò la carta di un rock elettronico dai connotati ora più dark ora più metal. Il nuovo ingresso della brava Kirayel alla voce spostava l’equilibrio verso un suono che finiva per ricordare Lacuna Coil e L’ame Immortelle, un crossover d’intenti che dimenticava l’estremismo sonoro precedente e il deragliante growl che caratterizzava la produzione del gruppo fino a quel momento. Accessibilità che finiva comunque per creare un lavoro piacevole, che si lasciava ascoltare per tutta la sua durata, con qualche sussulto più riuscito che riusciva ad innalzare la qualità media complessiva, come nel caso dell’immediata Tide o dell’iniziale Dare to be yourself, che metteva subito in chiaro la nuova direzione stilistica della band. L’alternative metal si impadronisce di episodi come la title track e Disfigured by karma, mentre Equate viene omaggiato con una nuova versione di Eleven, prima delle buone trame di From the nest to the grave e Noah. Il gruppo, che fa parte dell’Animal Liberation Front, sta tornando con il quarto album, Schwarz Oder Rot, ancora pubblicato per la Wormholedeath. (Luigi Cattaneo)

The roots of evil (Video)




DANIELE BRUSASCHETTO, Flying stag (2019)


Attivo da ben trent’anni, Daniele Brusaschetto ha iniziato la sua carriera alla fine degli anni ’80, suonando nel tempo in varie formazioni thrash e death metal, senza disdegnare di incrociare il suo cammino con band noise e industrial e di collaborare con Paolo Spaccamonti (da queste pagine parlammo di Torturatori, disco in coppia con Paul Beauchamp) e OvO. Nel caso di Flying stag (registrato insieme ad Alberto Marietta, batterista potente e dinamico) vengono fuori tutte queste influenze, con Daniele molto bravo nel dividersi tra chitarra e canto e rimarcare come alcuni gruppi (Voivod, Prong, Godflesh) siano stati importanti per la sua crescita artistica. Granitico e aggressivo per tutta la sua (breve) durata, l’album ha la forza per omaggiare il passato e contemporaneamente stare con i piedi piantati nel presente e ne sono esempio lungimirante episodi come Like when it’s raining outside o Otherwhere, perfette per illustrare le coordinate di un progetto fresco e credibile. (Luigi Cattaneo)

Flying stag (Full Album)



venerdì 8 novembre 2019

BLOOD THIRSTY DEMONS, ... in death we trust (2019)

Il metal underground vive di gruppi che dopo decenni di attività o molteplici incisioni ancora sostano in un sottobosco da cui spesso non riescono ad emergere, divenendo col tempo band di culto e magari di riscoperta con gli anni. I Blood Thirsty Demons (attivi dal 1997), one man band di Cristian Mustaine (membro anche degli Human Degrade), sono da annoverare probabilmente in questa categoria, per via di quel fascino arcano che produzioni di questo tipo hanno nel proprio DNA.
… in death we trust è puro horror metal, arcano e suggestivo, un viaggio nella morte, tra heavy ottantiano, doom e dark, un trip che evoca gli incubi dei Mercyful Fate e le visioni dei Death SS di Heavy Demons e Black Mass, forse l’influenza maggiore di questo lavoro. Ne è esempio l’iniziale I’m dead!!, che indirizza subito il disco verso i canoni accennati, con le seguenti My last minute e … In death we trust che risultano drammatiche e fortemente oscure. Message from the dead è invece più classicamente heavy, prima della misteriosa The only road e Cry on my tomb, un drappo nero calato sugli occhi di chi ascolta. Il buio avvolge anche Killed by the priest, seppure con un indole decisamente metal, nonchè la conclusiva … My soul to take, 14 minuti sulfurei, una cavalcata ossessiva che sigilla un graditissimo ritorno a tinte fosche. (Luigi Cattaneo) 








martedì 5 novembre 2019

SEVENTH GENOCIDE, Svnth (2018)


Ep di altissimo livello per i Seventh Genocide (Rodolfo Ciuffo al basso e alla voce, Stefano Allegretti alla chitarra elettrica e acustica, Jacopo Gianmaria Pepe alla chitarra elettrica e Valerio Primo alla batteria), utilissimo soprattutto per coloro che non conoscono la band e che possono, in circa trenta minuti, capire l’indirizzo stilistico e la bravura dei romani. Il loro black metal, fortemente malinconico e imparentato con psichedelia e prog, può apparire ad un primo ascolto come un calderone di influenze poco legate tra loro, errore che solo un approccio distratto induce, poiché il quartetto ha invece la capacità di far coesistere dentro i brani più anime in modo fluido e creativo. Through woods and fire già chiarisce come il gruppo sappia maneggiare ambient, black e psichedelia, così come Clouds of desolation, oscuro e debordante esempio dell’arte dei Seventh Genocide (entrambi i pezzi erano presenti in demo di diversi anni fa). L’inedito Sleepless sposta l’asse verso un rituale progressivo nero pece, che prosegue con la conclusiva Martial eyes, in cui non mancano riferimenti all’heavy classico (anche questa arriva dal lontano passato della band). In attesa di un nuovo full (Towards Akina è del 2017), Svnth è un ep davvero pieno di idee e momenti suggestivi, ideale combinazione tra sulfuree melodie, bordate estreme e parti atmosferiche. (Luigi Cattaneo)

Sleepless (Video)



venerdì 1 novembre 2019

TRAMA, Oscure movenze (2018)


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A 20 anni da Prodromi di finzioni sovrapposte (allora uscito per la Mellow), tornano i Trama con Oscure movenze e con la formazione ora composta da Annalisa Accorsi (voce), Luca Scherani (tastierista molto presente nella scena prog italiana con La coscienza di Zeno, Hostsonaten e Periplo), Gabriele Guido Colombi (basso di La coscienza di Zeno e La dottrina degli opposti), Paolo Gaggero (batteria) e Lorenzo Loria (chitarra). Il progressive dei liguri è ancora sinfonico e questo album, uscito nel 2018 per Lizard, riannoda i fili con quel passato, guardando agli anni ’70 di Locanda delle fate, Banco del Mutuo Soccorso e Camel, senza dimenticare la lezione dei primi Marillion. Intro – oblio è l’overture del disco, ottimo nel presentare alcune caratteristiche del suono del quintetto, che poi prosegue con Anche se per poco, dove l’interplay tra Scherani e Loria è pressoché perfetto e delinea marcate melodie dal sapore vintage, sognanti e capaci di portare indietro nel tempo. Nota di merito però va data pure ad una sezione ritmica dal valore indiscutibile e alla voce della Accorsi, particolare e suggestiva, tratto distintivo dei Trama. Anche Il sottile equilibrio non si discosta da quanto ascoltato sinora, con Scherani maestro concertatore di un brano elegante e d’impatto. La title track ha qualche punta new prog, elemento che i Trama maneggiano ovviamente con padronanza, sfornando un altro episodio prezioso. Il viaggio è la suite finale (divisa in tre parti), summa del percorso sin qui intrapreso e sintesi di due decadi lontano dai riflettori ma vissute con passione e dedizione alla causa prog. (Luigi Cattaneo)

Il sottile equilibrio (Video)



CONCERTI DEL MESE, Novembre 2019

Venerdì 1
·Banco a Velletri (Roma)
·Galen Weston Band a Roma
·Acid Mothers Temple a Prato
·Claudio Simonetti's Goblin a Lodi
·Balletto di Bronzo a Bitonto (BA)
·Lino Capra Vaccina a Foligno (PG)

Sabato 2
·Galen Weston Band a S. Margherita L.(GE)
·Acid Mothers Temple a S.Vito Leguzzano (VI)
·Hora Prima a Bari
·The Winstons a Firenze

Domenica 3
·Massimo Giuntoli Hobo a Lainate (MI)
·Galen Weston Band a Torino
·Acid Mothers Temple a Torino
·Jethro Tull a Padova

Lunedì 4
·Jethro Tull a Milano

Martedì 5
·Jethro Tull a Firenze

Giovedì 7
·Jethro Tull a Roma
·Banco a Brescia
·Galen Weston Band a Napoli

Venerdì 8
·The Watch a Serravalle Sesia (VC)
·Banco a Milano
·Galen Weston Band a Lugagnano (VR)
·Nursery Rhymes a Vicenza
·Moonchild + Syndone a Piacenza

Sabato 9
·Finisterre + Höstsonaten a Genova
·Opeth a Milano
·The Watch a S. Giovanni Lupatoto (VR)
·Of New Trolls a Sulmona (AQ)
·Galen Weston Band a Bologna
·Lachesis a Cassano d'Adda

Domenica 10
·Patrizio Fariselli a Milano

Martedì 12
·PFM a Udine

Mercoledì 13
·De Lorians a Firenze
·PFM a Biella

Giovedì 14
·The Musical Box a Bologna
·Area OP + Arti&Mestieri a Moncalieri TO
·Claudio Simonetti's Goblin a Pistoia
·feat. Esserelà a Modena
·De Lorians a Roma
·The Winstons a Brescia

Venerdì 15
·PFM a Bergamo
·The Musical Box a Milano
·Claudio Simonetti's Goblin a Milano
·De Lorians a Faenza (RA)
·The Winstons a Verona

mercoledì 30 ottobre 2019

SARAH, Le coincidenze (2019)


Nativa di Pescara, Sara D’Angelo studia musica sin da piccola, sviluppando una passione per il soul, il pop e il jazz che la porta a firmare con l’etichetta Music Force per la pubblicazione del suo esordio, lavoro nato in collaborazione con Beny Conte (chitarra e basso). Con lo pseudonimo di Sarah è di pochi mesi fa l’uscita di Le coincidenze, intriso di quelle sonorità che da sempre accompagnano la giovane abruzzese, divisa tra canto e pianoforte. Il breve debut (meno di trenta minuti) parte con l’elegante title track, per poi aprirsi ad un sound più pop e forse meno attraente con la seguente Il mio viaggio. Le parlo di te è un raffinato momento cantautorale, prima di Senza alibi, che mi ha ricordato qualche episodio di Norah Jones e Negli occhi dell’aquila, che si contraddistingue soprattutto per un bel crescendo finale. Peccato che Resisti e Sophia’s Mambo siano davvero troppo canoniche per emergere e finiscono per diventare a mio avviso i brani più deboli del disco. Delicata invece la chiusura affidata a L’esigenza, conclusione di un lavoro gradevole e che mostra un potenziale probabilmente non del tutto espresso, ma visto che si tratta del suo primo album il tempo per affinare la scrittura vi è tutto, viste anche le doti complessive in suo possesso e i tanti studi fatti per arrivare a questo importante passo. (Luigi Cattaneo)

Le parlo di te (Video)



martedì 29 ottobre 2019

UNA STAGIONE ALL'INFERNO, Il mostro di Firenze (2018)


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I più attenti (e incalliti) fan del progressive italiano ricorderanno Una stagione all’inferno per aver omaggiato, diversi anni fa, L’amaro caso della baronessa di Carini, sceneggiato Rai dei ’70, all’interno di una compilation targata Black Widow Records. Il tempo non è passato inutilmente e il gruppo formato da Fabio Nicolazzo (voce e chitarra), Laura Menighetti (voce e tastiere), Roberto Tiranti (basso e membro anche di Labyrinth, Wonderworld e La Storia dei New Trolls), Pier Gonnella (chitarrista dei Necrodeath ed ex Labyrinth), Marco Biggi (batterista già in forza nei Rondò Veneziano), Paolo Firpo (sax), Kim Schiffo (violoncello), Daniele Guerci (viola) e Laura Sillitti (violino), ha lavorato sodo per sfornare un lavoro a mio avviso maestoso. Il mostro di Firenze è un concept ispirato ovviamente ai tragici fatti di cronaca iniziati nel 1968 e che si sono protratti macabramente sino al 1985, omicidi che terrorizzarono l’Italia di allora e che ancora oggi sono tema di discussione. La vicenda negli anni ha sempre affascinato per l’alone di mistero che la circonda e il dark prog sinfonico della band, ponte tra Raccomandata Ricevuta Ritorno, Goblin, Malombra, Il Segno del Comando e L’ombra della sera, appare perfetto per descrivere avvenimenti plumbei e arcani. I liguri sono stati davvero bravissimi nel non perdersi in una vicenda intricata, improntata giocoforza su atmosfere oscure e cupe e su testi che suggeriscono immagini, rimandano a particolari della storia e avvenimenti anche con una certa dose di poetica, cosa per nulla semplice visto il cruento tema trattato. Per gli amanti del dark prog disco da avere senza nessun dubbio. (Luigi Cattaneo)



sabato 26 ottobre 2019

EX, I nostri fantasmi (2019)


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Gli Ex nascono a Verona nel lontano 1997 e da subito iniziano a proporsi con un suono crudo e senza fronzoli, lo stesso che dopo due decenni porta la band ad avere ancora voglia di presentarsi on the road. D’altronde la dimensione live, selvaggia ma anche scanzonata, pare la più adeguata per il quartetto, nonché caratteristica percepibile nel nuovo I nostri fantasmi, uscito qualche mese fa per Andromeda Relix. Lontano d ogni compromesso, gridano la propria indipendenza, ricordando non poco l’ultimo disco di un’altra band nostrana fiera e indomabile, i The Danger, con cui condividono l’attitudine, al lotta al perbenismo e l’utilizzo dell’italiano. Già il precedente Cemento Armato aveva dimostrato la freschezza di una band in pista da tempo, che non perde neanche con questo lavoro in potenza e groove, con la line up composta da Gabriele Agostinelli (basso e voce), Stefano Pisani (chitarre) e Roby Mancini (voce) arricchita dall’arrivo di Yari Borin (batteria e voce), da subito a suo agio con il resto della formazione. Tra bordate elettriche al limite del punk (Vieni a vedere), spassose storie narrate in chiave rock (La mia donna odia il rocchenroll), vibranti pulsioni hard (No panic, La sconfitta del 2000), riflessioni sul quotidiano (L’ambiguità) e malinconici racconti (Cicatrice), si sviluppa un lavoro credibile, spontaneo e decisamente energico. (Luigi Cattaneo)

Santi e delinquenti (Video)



mercoledì 23 ottobre 2019

IL BABAU E I MALEDETTI CRETINI, La verità sul caso di Mr. Valdemar (2019)


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Fonodramma terzo e ideale conclusione della Trilogia del mistero e del terrore per Il Babau e i Maledetti Cretini, nuovo lavoro questa volta legato a La verità sul caso di Mr. Valdemar, dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe. Il plot sonoro del trio formato da Damiano Casanova (glockenspiel, tastiere e chitarra), Franz Casanova (voce e tastiere) e Andrea Dicò (batteria e percussioni) è immutato e rispetta quanto avevamo già ascoltato in La maschera della morte rossa e Il cuore rivelatore, confermando l’aspetto teatrale e drammatico di una narrazione sempre sapientemente gestita. La band ha sempre avuto il pregio di far calare l’ascoltatore nella storia, sia grazie al pathos trasmesso dalla voce di Franz, sia attraverso l’uso di poche ma funzionali note, che accrescono suspance e ansia in chi ascolta. La presentazione del mesmerismo e di Mr. Valdemar è l’inquieto incipit, ma i toni rimangono ovviamente foschi anche quando si entra nel vivo della scena, nel momento in cui gli ultimi attimi di vita sembrano scorrere inesorabili nel protagonista. La trance mesmerica e quella domanda ossessiva Mr. Valdemar, dormite sempre? Dormite sempre, Mr. Valdemar?, conducono In Articulo Mortis, dove la morte diviene orribile e agghiacciante, sopra ogni immaginazione. La voce di Valdemar, lontana e spaventosa, che risponde al quesito, il suo lungo crepuscolo, sono il culmine che porta al finale nero pece dell’ennesimo lavoro da ascoltare con dedizione e booklet alla mano (davvero sontuoso), per farsi trasportare nel plumbeo mondo dello scrittore americano. (Luigi Cattaneo)



martedì 22 ottobre 2019

THE PIANO ROOM, 2084 (2019)


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Torna Francesco Gazzara con il suo progetto The Piano Room e con un album, 2084, che spende spunto da 2084: The end of the world di Boualem Sansal, romanzo distopico come lo fu 1984 di George Orwell. Ispirato tra l’altro a 1984 di Antony Philips, Gazzara si muove in solitaria utilizzando pianoforte, Hammond, Moog, Mellotron e synth di vario tipo, oltre che una drum machine (la Roland CR78). Ci troviamo dinnanzi ad un’opera elettronica che guarda però sia al sinfonico che alle soundtrack, una componente immaginifica vivida, ricca di frangenti melodici e parti drammatiche, che riescono a proiettare in una storia lontana, evocativa e affascinante. Prologue 2084 è l’introduzione che unisce space e psichedelia e che cala perfettamente nello spirito del racconto, che si sviluppa successivamente nella title track divisa in due parti, una suite progressiva, filmica, influenzata dal kraut (Tangerine Dream, Ash Ra Tempel, Klaus Schulze) ma anche dalla classica e dal prog settantiano. Epilogue 2084 si muove sulla stessa falsariga sperimentale, proprio quella che contraddistingueva album come Galaxy my dear di J.B. Banfi e Automat dell’omonima band. Chiudono tre bonus, 2084 (entrambe le parti) e Epilogue 2084, in versione piano acustico. Per acquistare il disco visitate il sito www.thepianoroom.it (Luigi Cattaneo)

lunedì 21 ottobre 2019

MARCO CAUSIN, Intervista al chitarrista degli Elisir D'Ambrosia


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Non è possibile definirla un’intervista quella con Marco Causin, leader degli Elisir D’ambrosia, quanto più un amichevole chiacchierata tra amanti della musica, che si conoscono da 25 anni e che non perdono mai occasione per parlare di passioni comuni stabili nel tempo.

Quando e come nasce il progetto Elisir D’Ambrosia?
Il progetto Elisir D’Ambrosia nasce diversi anni fa, dopo un’esperienza con i Soul Mirror (band prog metal che non ha mai debuttato su disco n.d.r.), in cui militavano Paolo Ongaro, batterista ora con i Quanah Parker e Alessio Uliana, attuale tastierista proprio degli Elisir. Avevo scritto diversi pezzi per quel gruppo e dopo lo scioglimento ho proseguito l’attività di scrittura, finchè non mi è venuta voglia di condividere di nuovo il tutto con una band. Ho contattato subito Simone Sossai, batterista dei Lamanaif e da lì siamo partiti.

I brani presenti sull’omonimo esordio sono tutti scritti da te?
Sì, tranne il testo di Tenebra, scritto da Andrea Stevanato, cantante presente sul disco ma che ora è stato sostituito da Mattia Mariuzzo. I brani sono miei ma gli arrangiamenti sono collettivi e questo è sempre stato il filo conduttore della band, a prescindere dalla formazione.

Il vostro è un progressive dalle svariate influenze …
Sì, a noi il prog interessa più come concetto, pur essendo figlio della musica passata ascolto un po' di tutto. Però sai, io sono un chitarrista prevalentemente rock, Simone ha esperienze anche nella fusion, Alessio è un rocker ma ha studi rigorosi alle spalle, Mattia ama il cantautorato e l’indie (assieme a Uliana porta avanti il progetto Virginian). Insomma, non seguiamo un canone preciso, non siamo interessati ad avere solo tempi dispari o complessi, ci sono ma non è un obbligo. Suoniamo quello che più ci piace, senza particolari restrizioni. Prog per andare oltre la forma canzone, non come categoria o genere specifico.

Come è stato accolto l’album?
Coloro che l’hanno ascoltato l’hanno apprezzato. Le recensioni sono positive, alcune pure troppo essendo un’autoproduzione. Non parlerei di accoglienza però, l’hanno ascoltato in pochi e non lo abbiamo portato live perché siamo rimasti senza bassista subito dopo l’uscita del disco (le parti di basso sono di Riccardo Brun n.d.r.).

Immagino però che l’attività live sia per voi fondamentale …
L'immagine può contenere: 2 persone, persone che suonano strumenti musicali, persone sul palco e chitarraÈ importantissima, soprattutto per farsi conoscere. Qualche live c’è stato (con Alessandro Simeoni al basso n.d.r.) ma attualmente, con copie del disco in mano, ci troviamo bloccati da questa situazione frustrante.

So che avete anche degli inediti pronti
Sì, praticamente avremmo un disco quasi pronto! Alcuni non sono pezzi miei, un paio sono interamente di Alessio (Cabala e L’impatto, la corsa, l’errore, la pioggia con testo di Mattia), un altro, Cerchi concentrici, è una composizione di gruppo. Poi c’è Sylvester, un omaggio ai Death SS ed è stato scritto da me e Alessio. Abbiamo anche un brano da completare che invece omaggia gli Allman Brothers Band. Però ripeto, finchè non troviamo un bassista tutto diviene molto complicato.

Quali sono i progetti futuri?
In questo momento siamo fermi, stiamo incontrando molte difficoltà e le persone contattate o non erano realmente interessate o non riuscivano a suonare i pezzi. Purtroppo ho perso un po' di entusiasmo … vedremo in futuro!

sabato 19 ottobre 2019

PAXORA, Apocalisse (1975) - Intervista a Giuseppe Di Stefano



Pubblichiamo la recensione del rarissimo Apocalisse dei Paxora e la successiva intervista al loro bassista, da poco scomparso, Giuseppe Di Stefano. Entrambe furono pubblicate su Contrappunti, trimestrale del Centro Studi Progressive Italiano nel giugno 2010. 




I Paxora, come tanti gruppi progressive dei ’70, sono stati autori di un unico disco, anzi di una suite di 30 minuti circa, che per di più non è mai stata pubblicata da nessuna casa discografica. Un prodotto quindi che mi è arrivato grazie alla caparbietà di Giuseppe Di Stefano, bassista della band, che ha conservato per più di 30 anni questa registrazione amatoriale, dapprima in cassetta e poi in cd. Non si poteva non dare spazio a cotanta passione!
Si parte con Intro (faro), straniante e brevissima composizione che ci conduce alla successiva Intro (groove), che fa leva sul suono incessante del basso di Di Stefano, sulla chitarra effettata di Massimo Torboli e sulla batteria in lontananza di Massimo Minichiello, per quello che rimane un episodio free all’interno del disco stesso, una sorta di introduzione parte seconda leggermente più lunga ed articolata.
Intro 3 (pink) è il primo vero brano del disco, un momento di chiara impronta psichedelica, che soprattutto nei suoni di chitarra ricorda i Pink Floyd. Il pezzo prende vita nel momento in cui subentra la sezione ritmica a sostenere l’azione del bravo Gianguido Bruno, che si amalgama molto bene con l’altro chitarrista. Nei suoi oltre 5 minuti il brano si avventura, nella seconda parte, in lidi più vicini al progressive strumentale che alla psichedelia.
Riff è un brano dal retrogusto jazz molto piacevole ed è una sorta di introduzione alla successiva composizione. Peccato perché il brano ha in sé un’idea melodica davvero valida che poteva essere sviluppata in maniera adeguata, invece risulta solo un momento di collegamento. Pretema-tema è un brano di valore che parte in maniera soffusa, per poi esplodere improvvisamente con la partecipazione di tutta la band che mostra di avere una certa compattezza. Anche qui però si ha la sensazione che si potesse articolare maggiormente la composizione, che invece si esaurisce troppo frettolosamente.
Ritornello (colori vari), dal vago sapore jazz, mette in mostra le qualità di Bruno, che esegue un solo di grande intensità, accompagnato egregiamente dalla sezione ritmica. Si tratta di uno dei momenti più fluidi di tutta la suite, in cui si sviluppano idee e sonorità davvero interessanti. Se tutti i brani avessero avuti questa intensità ci saremmo trovati di fronte ad un lavoro molto valido …
La successiva Break-minisoli vede la batteria di Minichiello dialogare delicatamente con il piano e il basso, ma il brano è molto breve e non aggiunge granchè dal punto di vista della composizione. Evitabile Lamentazione, ossia voci sovrapposte fino alle urla finali.
Segue 118 intro, indiavolato prog strumentale in cui ancora una volta il gruppo dà sfoggio delle sue qualità tecniche e della sua passione anche per il jazz. Risulta essere il brano migliore e forse anche il più complesso musicalmente.
Lento-ostinato-end rappresenta un ottima chiusura per la suite, con il suo lento incedere di basso e batteria, su cui interviene ancora una volta il bravo Bruno che fa decollare del tutto il brano.
L’impressione che si ha anche dopo svariati ascolti è che la band avesse un potenziale maggiore rispetto a quello che poi emerge realmente su disco. Tutta la suite oscilla tra momenti davvero interessanti e apprezzabili, sia a livello tecnico che di composizione, ad altri dove la band pare voglia avvicinarsi ad una forma di sperimentazione che però rischia di diventare fine a sé stessa. Inoltre ci sono delle parti della suite che hanno al loro interno delle ottime idee ma che non vengono poi sviluppate adeguatamente. Il gruppo appare martoriato da una registrazione che per ovvi motivi non era professionale e quindi è difficile distinguere al suo interno il suono del piano di Riccardo Scandiani. Peccato perché errori di gioventù a parte quando il gruppo si esprime come sa (suonando quindi) ne vengono fuori delle belle.



Intervista Giuseppe Di Stefano

 di Luigi Cattaneo e Marco Causin

Giuseppe Di Stefano inizia ad appassionarsi al basso elettrico come oggetto di liuteria e di trasduzione elettroacustica e ai suoi sistemi di amplificazione fin da giovane. Come strumentista ha acquisito un’esperienza che gli ha permesso negli anni di collaborare, nei più disparati generi musicali, con un gran numero di musicisti. Avendo iniziato sin da bambino a suonare il basso ha toccato vari generi, dal beat al prog, dal blues al jazz passando per la fusion. Da qui lo spunto per una chiacchierata con chi ha partecipato alla stagione d’oro del rock progressivo militando in una piccola band del ferrarese, i Paxora.

Giuseppe iniziamo con qualche tuo ricordo legato ai Paxora, la band di cui hai fatto parte a metà anni ‘70
Come Paxora iniziammo a suonare insieme nel 1974 e l’anno dopo registrammo il disco. Io avevo conosciuto qualche anno prima Ricky Scandiani, che poi sarebbe diventato il tastierista dei Paxora, avevamo 17-18 anni. Ad inizio ‘75 iniziammo a suonare in giro, cose piccole, tipo concerti nelle scuole ed eseguivamo brani di nostra composizione che purtroppo sono andati persi. Me ne ricordo uno a Milano in cui suonò anche Lucio Daddi che poi sarebbe diventato chitarrista per Bennato e Clapton. In realtà con Scandiani iniziai a suonare nel 1972 negli IVA, ma non riuscimmo a registrare nulla.

Chi erano i musicisti del gruppo?
Oltre al sottoscritto al basso e a Riccardo Scandiani al piano c’erano Gianguido Bruno e Massimo Torboli alle chitarre e Massimo Minichiello alla batteria.

Riuscivate a promuovere il gruppo dal vivo?
Dopo aver composto dei brani riuscimmo a suonare soprattutto nella zona vicino Ferrara e la risposta del pubblico era davvero ottima. In un concerto allo stadio di Comacchio c’erano migliaia di persone e ricordo che a gestire il service c’era la Davoli, che era una delle ditte più importanti in Italia. Alla fine del concerto uno dei responsabili della Davoli ci propose di lavorare con loro in un eventuale tournèe. Proprio grazie alle nostre esibizioni live siamo entrati in contatto con Roberto Roda, che ci chiese di comporre una colonna sonora di accompagnamento per una sua mostra di diapositive fotografiche. In una settimana Bruno e Torboli riuscirono a portare a termine ciò che poi avrebbe preso il nome di Apocalisse. Io scrissi solo i 2 intro iniziali. Difatti la suite fu opera dei due chitarristi. Anche perché il gruppo ruotava attorno al suono di Bruno. Tra l’altro ricordo che mi era capitato di assistere un giorno alla mostra al Palazzo Diamanti di Ferrara e di essere rimasto sorpreso da come il pubblico si soffermasse a discutere sulla nostra musica. Credo che questo non abbia mai fatto molto piacere a Roda!

Come avete registrato il disco?
Lavorammo a Ferrara nella sala Estense, un piccolo teatro, sotto la supervisione di Wolfango Morelli nelle vesti di produttore. Registrammo tutto in presa diretta, con due microfoni e senza mixer. Anche per questo i due chitarristi e il batterista si sentono molto di più nella registrazione.

Era quindi un disco autoprodotto?
Assolutamente sì. Avevamo una bobina da cui poi facemmo alcune cassette. Una di queste è stata in mio possesso per circa 20 anni. La suite non venne pubblicata e quando qualche anno fa è stato messo in produzione il cd recorder ho trasferito la musica in digitale. Tutto qui.

L’avventura Paxora durò poco però…
Sì, nel 1975, dopo la registrazione di Apocalisse, il gruppo si sciolse. Il progressive iniziava a non interessare più e gli appassionati iniziarono a dirigersi verso la musica cantautorale che era molto forte in Italia. Inoltre c’era la questione della politica. Noi non avevamo mai preso posizioni in tal senso e quindi automaticamente iniziarono a pensare ai Paxora come ad un gruppo di destra. Ci sentivamo spaesati. Ricordo a tal proposito un episodio singolare che risale al nostro ultimo concerto tenuto nello stesso teatro dove avevamo registrato il disco. Ci aveva invitato a questa serata un movimento anarchico ma quando arrivammo invece di farci suonare si presero in “prestito” i nostri strumenti! Solo dopo questo “prestito” ci hanno permesso di suonare, coprendoci però di fischi ancor prima dell’esibizione …

Mi pare di capire che solo qualche mese prima il pubblico apprezzava le vostre performance…
Sì, solo 6 mesi prima avevamo avuto la possibilità di registrare il lavoro e di riceve apprezzamenti da più parti. Era mutato tutto davvero molto in fretta. Tu pensa che solo qualche mese prima l’Arci di Ferrara aveva proposto noi come gruppo spalla per una tournèe con Banco e P.F.M. che poi non è mai andata in porto!

Ma erano presenti dei locali a Ferrara e dintorni che supportavano l’attività live delle band?
No, non c’era molto. Difatti erano quasi tutti spazi autogestiti. Suonammo in un concerto organizzato dall’Avis di Ferrara, in uno della Democrazia Proletaria e in serate all’aperto. Se non avevi un manager o una casa discografica alle spalle le difficoltà erano enormi.

Dopo i Paxora i membri della band hanno continuato la loro attività musicale?
Io ho poi suonato intorno al 1978 nei Rodigium Jazz quartet e abbiamo anche fatto da spalla ai Napoli Centrale allo stadio Battaglini di Rovigo. Ho poi negli anni ’90 scritto composizioni per basso prima di tornare a suonare con vari gruppi della zona. Ricky Scandiani nel 1982 ha pubblicato una rock opera, Roadissea, so che si era avvalso in studio della collaborazione di Ares Tavolazzi. So che ha poi suonato con Lucio Dalla, Andrè De La Roche, J. Monque (armonicista di New Orleans n.d.r.). Inoltre è dal 2006 che insegna pianoforte ad indirizzo rock, pop e blues alla Scuola di Musica Moderna di Ferrara. Anche Massimo Torboli e Gianguido Bruno hanno continuato a suonare e con il Trio Jazz Acustico hanno vinto nel 2005 il premio del pubblico al Palermo Film Festival per la colonna sonora (davvero valida n.d.r.) del film Il bistrot dei cineasti indipendenti per la regia di Rita Andreetti. Massimo Minichiello so che ogni tanto suona ancora ma non con continuità.

So che tu hai una vera e propria passione per gli strumenti, a prescindere dal basso…
Ho iniziato sin da piccolo, a 11 anni e senza aiuti, anche perché non avevo musicisti in famiglia. Un estate a Recoaro Terme c’era un orchestra che la mattina suonava per 2 ore e io andavo a sentirli sempre, li ho seguiti per due mesi! Mi sedevo in prima fila e guardavo il bassista, lo studiavo. Praticamente ho imparato così! Il basso mi interessa come generatore di suono, sono ossessionato dal suono e dalla sua ricerca ed è per questo che ho così tanti bassi.  

Che percezione avevi di quel periodo che stavate vivendo da musicisti?
Io vivevo il prog non solo come musica ma come vera e propria ideologia culturale! Erano momenti creativi e magici, anche se il termine è abusato. Non eravamo consapevoli che quello che stavamo vivendo sarebbe diventato un momento storico per la musica italiana. Si pensava che il giorno dopo sarebbe stato meglio del precedente musicalmente parlando e che noi giovani potevamo migliorare la società proprio con la musica. Invece ad un certo punto tutto si è fermato e le cose vecchie sono diventate oggetto di culto. Ma c’era un fermento culturale davvero notevole in generale.

Ti ricordi di qualche band della vostra zona particolarmente valida?
Devo dire che musicisti validi in quel periodo ne ho visti … Però più che nel ferrarese mi ricordo di un gruppo veneto, gli Eneide (autori di un unico disco, Uomini umili popoli liberi n.d.r.). Conoscevo Gianluigi Cavaliere che era il cantante del gruppo. So che dopo gli Eneide ha lavorato con Maurizio Arcieri, ha fatto il fonico per anni e ha costruito un suo studio in un casolare! Da Rovigo, la zona dove noi Paxora avevamo la “base” operativa non mi pare siano usciti dei gruppi. C’erano i Centro Atomico Camate, un gruppo molto politicizzato che si rifaceva agli Stormy Six.


 Come hai vissuto la decadenza del genere nella seconda metà dei ’70?
Molti hanno iniziato a sfruttare la tecnologia degli anni ’80 per fare musica in solitudine. Questa per me è stata una delle grandi differenze rispetto alla decade precedente. Il digitale, i sequencer, le basi, permettevano al musicista di suonare da solo, quasi non ci fosse più bisogno di un gruppo. Già a metà anni ’70 proporre prog non era facile, figurati dopo! Pensa anche a molti grandi gruppi del nostro prog che tipo di sonorità hanno dovuto adottare negli anni ’80.

Tu hai dei progetti nuovi attualmente?
Suono in un gruppo di cover rock-blues e in due band di rock progressivo, gli Elisir D’ambrosia e i Quanah Parker.

Come vedi il futuro del genere?
Io credo che per la sua capacità di avere situazioni armoniche e melodiche molto sofisticate si può parlare tranquillamente di musica colta. Come il jazz 30-40 anni fa non veniva considerato molto dai Conservatori così avverrà per il progressive. Penso che tra qualche anno il prog entrerà di diritto nei programmi musicali dei Conservatori italiani, cosa che credo già accada in altri paesi europei.

C’è qualche band nuova che ti ha particolarmente colpito?
Personalmente ascolto molto il jazz e la fusion e la scena attuale non la seguo particolarmente, però mi hanno colpito positivamente i Randone, davvero un ottima band!

X-PLICIT, Like a Snake (2019)


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Gli X-Plicit prendono forma nel 2016 dalle menti di Simone Zuccarini (voce), Andrea Lanza (chitarra), Sa Talarico (basso) e Giorgio Annoni (batteria), musicisti della provincia di Varese innamorati dell’Hard Rock e già presenti in band come Longobardeath, Aeternal Seprium, Skill in Veins e Generation on Dope. Le influenze hard & heavy si evincono subito dal dinamismo di Hell is open, perfetta opener di un disco che si è presentato da subito piuttosto compatto. E infatti anche la seguente The great show non scherza affatto, con Lanza impegnato a tirare fuori dal suo strumento riff solidi e massicci e una sezione ritmica che sorregge le sue scorribande, soprattutto nel solo centrale. Ben costruita You don’t have to be afraid, con un chorus molto riuscito e dai tratti anche radiofonici, mentre torna a picchiare duro Shake up your life, che mi ha ricordato qualcosa dei Buckcherry, prima della trascinante carica di Deep of my soul e I Am original, che rimanda alla strafottenza dei Motley Crue. Le melodie briose di Free e la delicata ballata Angel ci conducono verso un finale all’insegna del fiero street rock di Don’t close this bar tonight e della title track di chiusura, che sigilla un lavoro riuscito nella sua totalità. (Luigi Cattaneo)

Shake up your life (Official Video)



venerdì 18 ottobre 2019

VISION QUEST, Vision Quest (2018)


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I Vision Quest sono un trio formato da Guido Ponzi (voce), Marco Bartoli (tastiere e basso) e Emiliano Belletti (chitarra), a cui dobbiamo aggiungere Helder Stefanini (Raw Power, Animali Rari ma anche session di spicco) alla batteria, segnalato come guest ma presente come unico batterista all’interno del disco. Inoltre questo omonimo esordio vede figurare parecchi ospiti, tutti piuttosto bravi nel donare quel qualcosa in più ad un lavoro riuscito e che profuma di Survivor, Kansas e Boston. Ne sono esempio lampante Avathar e Lost in time, in cui troviamo il sax di Mirko Pratissoli (Natural Quintet), bravo nel creare le giuste atmosfere con il suoi soli, ma anche Ilaria Cavalca (Aurora Ensemble) con le sue delicate note pianistiche nella prima e la chitarra di Luke Barbieri (Holywood) nella seconda. Barbieri è figura importante, insieme ad un altro chitarrista, Alfredo Pergreffi, anche in Eternal love, che presenta qualche attitudine progressiva e la bella voce di Silvia Saccani (Angelize), nonché nella riuscita All these years. Il piano di Ilaria torna prepotente in The eve of the battle, creando un sognante interplay con la chitarra acustica di Stefano Riccò. Ultima citazione per Johathan Gasparini (membro degli storici Rats e della band di Marco Ligabue), lead guitar e autore di validi momenti solistici nelle ottime Master of hopes e Dragons of Tomorrow. An epic journey into melodic rock è la dicitura posta sul disco, impossibile non essere d’accordo ascoltando questa Rock Opera corale distribuita dalla Rockshots Records, etichetta che continua a confermare la bontà del suo operato per l’italico underground. (Luigi Cattaneo)

Evil laughter (Video) 



mercoledì 16 ottobre 2019

CLOUDCASTER, Evocare (2019)


I CloudCaster si formano nel 2017 dalle menti di Gianluca Musu (batteria e synth) e Giulia Artioli (chitarra, voce e tastiere), presto raggiunti da Valentina Palumbo (voce) e Riccardo Tani (basso). Evocare è il loro primo album e visto il poco tempo trascorso dalla loro nascita il risultato è davvero interessante, un articolato percorso  a cavallo tra progressive, psichedelia ed elettronica. Through the door mostra subito le inclinazioni elettroniche del quartetto, unite a parti atmosferiche molto calde, che si ripetono nell’ottima Slippin’ from a dream, che mette insieme i Massive Attack e una vena psichedelica molto suggestiva. Più prog Consciousness, divisa tra parti robuste, note crepuscolari e uno spoken word tratto da Il divo di Paolo Sorrentino, che finisce per avvicinare il pezzo ai fonodramma di Il Babau e i Maledetti Cretini, dimostrando come il quartetto abbia in proprio possesso parecchie cartucce da sparare. Anche Flight equation risulta molto progressiva, con momenti aggressivi ma comunque molto evocativi, vero marchio di fabbrica di questo esordio. Le conclusive Travel e Just like the rain non fanno altro che confermare la bontà dell’album, in quanto appassionanti, introspettive e ricche di pathos. Evocare è un disco che si muove spesso su chiaroscuri tendenti alla malinconia, in un riuscitissimo compendio di influenze che valorizzano il fine lavoro di cesello di una band giovane ma che sa già come emozionare e coinvolgere l’ascoltatore. (Luigi Cattaneo)

Travel (Official Video)



martedì 15 ottobre 2019

OTTONE PESANTE, Apocalips (2018)


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Apocalips è il secondo album in studio degli Ottone Pesante, particolarissimo trio composto da Francesco Bucci (trombone), Paolo Raineri (tromba) e Beppe Mondini (batteria), che ha dato vita ad un progetto assolutamente originale e curioso. I fiati sembrano davvero annunciare l’arrivo dell’apocalisse, sostenuti da una prestazione mostruosa di Mondini, batterista che unisce furia e precisione. L’inferno viene evocato a suon di black metal, prog, jazz metal e doom, un crossover fatto di potenza, fraseggi complessi e puro nichilismo e non deve spaventare la combinazione poco convenzionale tra strumenti, perché tutto è fluido e clamorosamente ossessivo. Quando sperimentare non significa cercare di stupire a tutti i costi vengono fuori prodotti come questo, dove la voglia di andare oltre steccati di genere non è fine a sé stessa e porta, dopo l’esordio Brassphemy set in stone, ad un risultato a tratti memorabile. La carica live degli Ottone Pesante è presente anche nel lavoro e stupisce come il suono dei fiati risulti così aggressivo, facendo le veci delle assenti chitarre, senza mai dimenticare quel tocco melodico che rende i brani carichi di un’atmosfera drammatica e inquieta. Da subito si colgono gli stilemi del trio, con una Shining bronze purified in the crucible da brividi, doppiata dalla debordante Lamb with seven horns and seven eyes, metallo ai limiti dell’estremo buono per tutte le stagioni. Il black metal nordico si affaccia straordinariamente in Bleeding moon, prima della perentoria carica distruttiva di Angels of the earth e dell’inquietante The fifth trumpet, in cui troviamo alla voce Travis Ryan dei Cattle Decapitation. Si prosegue con altri due brani riuscitissimi, Locusts’ army e Seven Scourges, ancora una volta molto convincenti. Pezzi che ci conducono verso l’ipnotico finale di Tweleve layers of stones e soprattutto Doom mood, lunghissima traccia nero pece e funebre chiusura di un ritorno regale. (Luigi Cattaneo)

Apocalips (Full album)



mercoledì 9 ottobre 2019

MONOLITH GROWS!, Black and Supersonic (2018)


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Uscito nel 2018, Black and Supersonic è il secondo lavoro dei Monolith Grows!, quartetto che unisce l’amore per la Seattle dei Soundgarden con il suono desertico e stoneriano di Kyuss e compagnia affine. Uno sguardo al passato da parte di Andrea Marzoli (voce e chitarra), Riccardo Cocetti (batteria), Massimiliano Codeluppi (chitarra) e Enrico Busi (basso e synth) che sa ancora essere attuale pur pescando lontano nel tempo, sia quando il suono diviene più potente, sia quando i modenesi piazzano la trovata melodica vincente. D’altronde pezzi come You’re gone o Satan Monday Bureau sono proprio questo, un insieme di influenze che rendono il percorso pieno di interessanti sviluppi, frutto di un background che guarda a certi canoni americani che hanno fatto la storia del rock. La creativa Empire of dirt, le trame accattivanti di So fresh! e il songwriting sicuro di Above the doubts, mettono in luce un ritorno coinvolgente e che ha le carte in regola per conquistare chi ha nostalgia di un certo periodo storico. (Luigi Cattaneo)

Black and Supersonic (Full album)