domenica 15 luglio 2018

HOGS, Fingerprints (2018)


Dopo il debutto del 2015 Hogs in fishnets, tornano gli Hogs (Simone Cei alla voce, Francesco Bottai alla chitarra, Luca Cantasano al basso e Pino Gulli alla batteria) con un album carico di rock che non disdegna solide influenze hard e funky, in cui il groove e la voglia di scuotere l’ascoltatore non viene mai meno. Una rock band settantiana nata nei ’90 come si definisce il quartetto? Può darsi, ma la cosa che più risalta è lo spirito r’n’r che colora le composizioni, immediate, dirette e brillanti. Intenzioni che si materializzano da subito in Man size, mirabile opening track che trova nella verve di Stinking like a dog e nella suadente melodia di Mr. Hide l’ideale proseguimento a base di rock. Un trittico iniziale che espone linee guida irrinunciabili a cui si presta anche la solarità coinvolgente di Australia summerland, prima della ballata Down to the river, che mi ha ricordato alcuni capitoli del grande Ben Harper e viene arricchita dalla presenza di Federico Pacini al piano e all’organo. Gradevole Another dawn, che sviluppa un breve intermezzo strumentale piuttosto interessante, mentre Man of the scores torna a battagliare con un sound potente e senza fronzoli in odore di Pearl Jam. Stessi umori che si respirano nella buonissima Can’t find my home, che sfuma nel rallentamento di Jewish vagabond, brani in cui troviamo oltre al già citato Pacini (in entrambi) anche Paolo Giorgi alla steel guitar (nel secondo). Pacini a tratti sembra il quinto elemento della band e dà il suo contributo pure in Don’t stop moving e nella conclusiva e ottima Just for one day, in cui appare un quartetto vocale femminile. Semplice all’ascolto ma non nei contenuti, Fingerprints con il suo connubio di energia e melodia risulta incisivo ed estremamente espressivo, un piccolo gioiellino di valoroso r’n’r impossibile da non consigliare agli amanti del genere. (Luigi Cattaneo)
 
Stinking like a dog (Official Video)
 

sabato 14 luglio 2018

OVERTURE, Overture (2018)


Esordio assoluto per gli Overture, band nata nel 2010 dalle ceneri dei Sons of the Rascals, disco composto da cinque lunghe composizioni e completamente autoprodotto dai sardi. Luigi Ventroni (voce), Fiorella Piras (flauto), Samuele Desogus (chitarra), Simone Meli (tastiere), Stefano Sanna (basso e contrabbasso) e Simone Desogus (batteria) danno vita ad un sound debitore di Jethro Tull, Genesis, Camel e P.F.M. ma con qualche venatura hard anche inaspettata. Certo il sinfonismo del sestetto fa pensare alla stagione progressiva dei settanta sia inglese che italiana e qualche suono più moderno non può che fare del bene al progetto, che risulta appetibile sia per il grande esperto che per il novello del genere. Il classicheggiante interplay tra il flauto e le tastiere è sorretto dal dinamismo della coppia ritmica e dal grande lavoro di Degosus alla chitarra, sul quale si erge un cantato evocativo come da tradizione. Lux et Ombra e Il mendicante sono puro prog rock italiano, raffinato, suonato ottimamente, ricco di spunti sinfonici e complesso al punto giusto. Da A deer in the river ci si sposta maggiormente nella terra d’Albione ma il mood malinconico di certi fraseggi rimanda anche ai Pain of Salvation e agli Opeth degli ultimi lavori, segno che il gruppo non si è fermato al 1979 come ascolti e influenze. Buonissime le conclusive Crop circles, che si dipana vorticosamente lungo 13 infuocati minuti ed Ephesia’s chime, finale che conferma la qualità complessiva e le tante idee che animano questo debutto. (Luigi Cattaneo)
 
Ephesia's chime (Video)
 

mercoledì 11 luglio 2018

AURORA LUNARE, Translunaggio (2018)


Partire dalla fine degli anni ’60 per arrivare ai giorni nostri in soli nove pezzi tributo ad un genere che oramai si aggira sui cinquant’anni di età. Questa la sfida e il divertimento dietro il nuovo capitolo targato Aurora Lunare (Mauro Pini alla voce e alle tastiere, Stefano Onorati al pianoforte, alle tastiere e alla chitarra, Luciano Tonetti al basso e alla chitarra acustica e Marco Santinelli alla batteria), un percorso che parte dalla lontanissima A whiter shade of pale dei Procol Harum, resa con grazia anche per la presenza di Alessandro Corvaglia alla voce (uno dei primi cantanti della band negli anni ’80 e successivamente grande protagonista con La maschera di cera) e Gianluca Milanese al flauto (i più attenti lo ricorderanno negli Aria Palea). Gamma, sigla dell’omonimo sceneggiato firmata da Enrico Simonetti, era già stata proposta da Fabio Zuffanti nel suo progetto L’ombra della sera, mentre qui è più fedele all’originale. Gradevoli le rese di Fino alla mia porta del Banco del Mutuo Soccorso, con Corvaglia nuovamente presente e Marco Severa al flauto e al sax e Hommage à Violette Nozières degli Area, dove troviamo Ares Tavolazzi, bassista originale del gruppo, Severa al flauto e Giuseppe Tonetti al baglamas, strumento somigliante al bouzouki. Riuscita Don’t kill the whale degli Yes di fine ’70, mentre il clima da soundtrack torna con Connexion dei Goblin, brano tratto da un film di Luigi Cozzi. L’atmosfera muta in Lorenzo di Phil Collins, dove il ritmo africano diviene irresistibile, prima delle belle versioni di The party dei Marillion e Trading my soul dei Flower Kings. La realizzazione di questo omaggio è stata perseguita con lo scopo di riunire cover uscite in tempi diversi su varie compilation, un piacevole diversivo in attesa di un nuovo album di inediti dopo la buonissima prova del 2013. (Luigi Cattaneo)
 
Translunaggio (Album Trailer)
 

domenica 8 luglio 2018

NEREIDE, Nereide (2018)


Nato come progetto solista di Roberto Spels (voce e chitarra), Nereide si trasforma in trio con l’ingresso di Cosimo Barbaro al basso e Giacomo Soletta alla batteria, riuscendo a mettere insieme post rock, heavy e progressive, un crossover di influenze a cui non manca anche una componente più aggressiva dettata dalla voce del leader. Viste le premesse questo ep d’esordio è piuttosto variegato (forse anche troppo in alcuni momenti) e immortala con i quattro pezzi presenti un gruppo desideroso di evocare immagini e sensazioni tramite un sound potente ma ragionato. Le doti tecniche sposano soluzioni articolate in odore di math, passaggi rarefatti tipici del post vengono abbinati ad un canto che estremizza il messaggio, interessante e accompagnato da una certa ricchezza di idee. L’iniziale Mindful è l’ottima presentazione del disco, con la chitarra di Spels in primo piano sostenuta da ritmiche quadrate e robuste. Le centrali The wave e Surmise risultano emozionali e viscerali, merito della loro struttura prog e di una certa impetuosità nel proporla. Di spessore anche la conclusiva Polars, in cui le pulsioni post metal e progressive trovano sfogo in una traccia completamente strumentale. Il primo passo dei Nereide è assolutamente gradevole e mette in luce uno dei tanti gruppi salentini dediti al rock metal, in una terra troppo spesso ricordata solo per la pizzica e la notte della taranta. (Luigi Cattaneo)
 
Nereide (Full ep Video)
 

sabato 7 luglio 2018

PARRIS HYDE, Undercover 1 (2018)


Attivo sulla scena da circa trent’anni, Parris Hyde (voce e composizione) torna con un progetto a suo nome con Paul Crow alla chitarra, Max Dean al basso e Karl Teskio alla batteria. L’heavy dell’ensemble, tra classico e attitudine horror, ha trovato sbocco nell’ep I killed my wife with a knife e poi nel 2016 nel full Mors Tua, Vita Mea, prima del nuovo ep Undercover 1, contenente quattro cover e un brano inedito. Un certo fascino teatrale e un mood complessivo accostabile al grande Alice Cooper risaltano anche in questa nuova pubblicazione, nata con l’idea di stemperare l’attesa per il prossimo album e nei pensieri del leader opportunità che potrebbe diventare ricorrente per presentare rifacimenti e nuovi pezzi. Living next door to Alice degli Smokie ha il merito di far riscoprire uno dei tanti gruppi britannici che ebbero una discreta popolarità nei ’70, un omaggio rispettoso e sentito. Bad romance di Lady Gaga viene riproposta in chiave hard rock, House of 1000 corpses di Rob Zombie rispetta le atmosfere a cui ci ha abituato il regista e musicista americano, mentre Lost reflection dei grandi Crimson Glory tributa Midnight, il vocalist che più di ogni altro pare aver influenzato Parris Hyde. No place to call home è un frizzante inedito tratto dalle session dell’album precedente, così come la conclusiva 2nd2no1 era già apparsa su Mors Tua, Vita Mea (qui riproposta nella versione audio video). Undercover 1 è un piacevole espediente in attesa di un come back più corposo. (Luigi Cattaneo)
 
House of 1000 corpses (Live)
 

venerdì 6 luglio 2018

DIONISYAN, Delirium and Madness-Concerto Grosso Opera N°2 in G Minor (2017)


Già mente dietro al progetto Leper Divine (un unico ep risalente al 2012), Tregor Russo (chitarra, basso, batteria e organo) è di nuovo protagonista con i Dionisyan, ensemble che fa dell'atmosfera barocca e del doom elementi essenziali di un sound epico e intriso di heavy metal, caratteristiche di questo Delirium and Madness – Concerto grosso Opera N°2 in G minor. Se qualcuno di voi sta pensando al Concerto grosso dei New Trolls è bene avvisarlo di essere completamente fuori strada, visto che qui oltre a non esserci delle trame così progressive non vi è nemmeno quel pathos che ha reso immortale il lavoro dei liguri, anzi, tutto appare piuttosto monocorde, un difetto che, vista la tanta carne al fuoco non mi aspettavo proprio. Oltre a Russo troviamo Federica Croce alla voce e Alessandro Basso al basso, più l’utilizzo di arpe, violini, viole, violoncelli, flauti e oboe ma il disco rimane privo di brani realmente convincenti o spunti particolarmente accattivanti, seppure qualche idea si palesa lungo quasi un'ora di platter. Le doti tecniche dei presenti sono innegabili ma da sole non bastano, in quanto tutto appare troppo tedioso e sono solo alcuni scampoli ad elevare il prodotto di tanto in tanto, che risulta essere piuttosto anonimo. L'incontro tra sinfonismo e doom finisce per evaporare senza lasciare tracce memorabili, un vero peccato vista la cultura musicale che si percepisce dietro certi fraseggi e che deve trovare risvolti più interessanti per il futuro. (Luigi Cattaneo)



 
Blood prophecy (Video)

 

martedì 3 luglio 2018

PARCO LAMBRO, Parco Lambro (2017)


I Parco Lambro sono un quintetto bolognese (Clarissa Durizzotto al sax, Mirko Cisilino al trombone e alle tastiere, Giuseppe Calcagno alla chitarra e al basso, Andrea Faidutti alla chitarra, al basso e alla voce e Alessandro Mansutti alla batteria) che già dal monicker omaggiano un determinato periodo storico in cui si svolgeva con successo il festival organizzato dalla rivista Re Nudo proprio nel parco milanese (l’ultima edizione risale al 1976). Questo primo e ottimo album si avvicina per stile e sound ad act come Soft Machine, Area, Perigeo e Pekka Pohjola e si contraddistingue per armonie jazz rock, ritmiche sostenute e trame elettroniche affascinanti, una musicalità meticcia e ricca di influenze che si muove con disinvoltura, facendo trasparire una certa devozione per quell’era lontana senza risultare eccessivamente passatisti o nostalgici, un po’ come i conterranei Accordo dei contrari. La Music Force mostra coraggio nel pubblicare un prodotto lontano dal gusto del grande pubblico ma che sono sicuro diventerà un piccolo cult tra gli amanti di certi suoni (un po’ come successo ultimamente ai bravissimi Mobius Strip), soprattutto perché questo debut è davvero tra gli album di jazz progressivo più interessanti che mi è capitato di ascoltare negli ultimi due anni. Complesso ma avvincente da subito, comunicativo, pervaso di un impronta jazz che si sposa con il carattere da jam band che finisce per dilatare e strutturare brani di grande impatto e forza, capaci di trasportarci come per magia in un tempo remoto e non banale. #5 è l’inizio pieno di fantasia, vintage e strutturato, colpisce con vigore ed eleganza, una forza unitaria tra le parti che mette in luce strutture compositive di pregio assoluto. Nord, divisa in due parti, è una notevole suite settantiana con echi free e passaggi aspri e pungenti, Not for you ha invece venature funky che si intrecciano con altre psichedeliche, composte e scritte con attenzione e cura, un crossover che intreccia strade complicate ma che gli emiliani destreggiano con grande lucidità. Notturno, come suggerisce il titolo, è maggiormente lieve ma il mood trepidante non svanisce e si conferma anche nella conclusiva Ibis, sontuosa suite che chiude un lavoro imperdibile per gli amanti di certe sonorità. (Luigi Cattaneo)
 
#5 (Video)
 

domenica 1 luglio 2018

HADEON, Sunrise (2018)



Sunrise è il primo disco degli Hadeon, band formata da Alessandro Floreani e Fabio Flumiani alle chitarre, Federico Driutti alla voce e alle tastiere, Gianluca Caroli al basso e Lorenzo Blasutti alla batteria (sostituito alla fine delle registrazioni da Emanuele Stefanutti). Le composizioni di Sunrise rientrano nel filone del prog metal melodico, suonato con maestria e devo dire anche con un certo gusto, seppure ovviamente non mancano le tipiche costruzioni articolate care a Dream Theater, Threshold e Haken. Il disco ha un tema ricorrente, quello della malattia e dei disturbi che colpiscono l’uomo moderno, drammi raccontati lungo sette pezzi potenti, dark, brillanti e che finiscono per convincere con il passare degli ascolti. L’ottimo gioco di incastri tra Floreani e Flumiani è la base sicura su cui si adagiano le partiture tastieristiche di Driutti e quelle ritmiche di Caroli e Blasutti, un lavoro di squadra encomiabile che pervade l’intera opera sin dall’iniziale Thoughts ‘n’ sparks, epicheggiante e aggressiva, è la quintessenza del loro concetto di progressive. Più vicina al prog rock Chaotic picture, prima della complicata I, divided, quasi nove minuti frenetici, spasmodici nel loro andamento. Molto piacevole la ballata Never thought, che si regge sull’interplay tra il lavoro quasi tribale di Blasutti ed essenziali pennellate di chitarra acustica, così come Lightline oscilla tra delicati fraseggi e sterzate verso territori heavy, brani in cui si percepisce come il quintetto sia legato anche ai settanta e al new prog del decennio seguente. Una buona dose di metal è presente anche in Hopeless dance, prima della conclusiva title track, il pezzo più lungo del platter e tra i maggiormente interessanti, con la partecipazione del grande Raffaello Indri alla chitarra (lo ricordiamo soprattutto per la sua militanza nei Garden Wall) e sintesi degli elementi che caratterizzano una proposta che può trovare più di un fan tra gli amanti del prog metal e conquistare anche i più aperti tra gli appassionati del filone anni ’70. (Luigi Cattaneo)
Sunrise (Video)
 

CONCERTI DEL MESE, Luglio 2018

Domenica 1
·Black Water's Prog Nights a Boffalora
·Napoli Centrale a Pescara
·Biglietto per l'Inferno a Lecco

Lunedì 2
·Of New Trolls a Serracapriola (FG)

Martedì 3
·Revelation a Roma

Mercoledì 4
·Steve Hackett a Roma
·GY!BE a Roma

Giovedì 5
·GY!BE a Segrate (MI)

Venerdì 6
·Steve Hackett a Mirano (VE)
·PFM a Roccella Ionica (RC)

Sabato 7
·Of New Trolls a Pavia
·Aerostation a Brignano Gera d'Adda (BG)
·Inter Nos a Latisana (UD)

Domenica 8
·Steve Hackett a Gardone Riviera (BS)
·Of New Trolls a Olevano Lomellina (PV)
·Il Sentiero di Taus a Gaggiano (MI)
·Sintonia Distorta a Lodi

Lunedì 9
·Mogwai a Sesto Al Reghena (PN)

Martedì 10
·Mogwai a Roma

Mercoledì 11
·Roger Waters a Lucca
·Mogwai a Pavia

Giovedì 12
·Frank Sinutre a Grosseto

Venerdì 13
·Frank Sinutre a Sansepolcro (AR)
·PFM a Paliano (FR)
·Mad Fellaz a Borso del Grappa (TV)

Sabato 14
·Roger Waters a Roma
·Steve Hackett a Pistoia
·PFM a Roma
·Aliante a Pisa


Martedì 17
·Ian Anderson a Molfetta (BA)
·Osanna + Sezione Frenante a Piacenza

Mercoledì 18
·Ian Anderson a Porto Recanati (MC)

Giovedì 19
·King Crimson a Pompei (NA)
·Ian Anderson a Roma
·PFM a Rimini

Venerdì 20
·Genesis Day a Nocera Umbra (PG)
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·King Crimson a Pompei (NA)
·Steve Rothery a Roma
·Sycamore Age a Fiumicello Villa Vic. (UD)
·Napoli Centrale a Roma

Sabato 21
·Genesis Day a Nocera Umbra (PG)
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·Ian Anderson a Cagliari
·PFM a Simaxis (OR)
·Napoli Centrale a Gaeta (LT)
·Procol Harum a Rimini

Domenica 22
·Genesis Day a Nocera Umbra (PG)
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·King Crimson a Roma
·Steve Rothery a Milano
·Malus Antler a Treviso
·Profusion + Rovescio Della Medaglia a S. Galgano (SI)

Lunedì 23
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·King Crimson a Roma
·Ian Anderson a Milano
·Of New Trolls a Calcinato (BS)

Martedì 24
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·Ian Anderson a Firenze
·Prowlers a Piacenza

Mercoledì 25
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·King Crimson a Lucca
·Claudio Simonetti's Goblin a Segrate (MI)
·Glincolti a Bassano del Grappa (VI)

Giovedì 26
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·Il Giardino Onirico a Nepi (VT)

Venerdì 27
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·King Crimson a Venezia
·Frank Sinutre a Sondrio
·Sona Et Labora a Santomato (PT)
·Kalisantrope a Varese
·Il Bacio della Medusa a Passignano (PG)

Sabato 28
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·King Crimson a Venezia
·Frank Sinutre a Toscolano Maderno (BS)
·Roberto Cacciapaglia a Gavorrano (GR)
·PFM a Campli (TE)
·Roberto Cacciapaglia a Firenze

Domenica 29
·Woodstock Village a Battaglia Terme (PD)
·Osanna a Cervia (RA)

Martedì 31
·Saint Just + Venegoni & Co. a Piacenza



Domenica 15
·PFM a Saint-Rhémy-en-Bosses (AO)

sabato 30 giugno 2018

ECHO ATOM, Redemption (2018)


Il progetto Echo Atom nasce nel 2016 grazie a Walter Santu (chitarra), Giuseppe Voltarella (basso) e Alessandro Fazio (batteria), un trio strumentale che ha da subito focalizzato il proprio interesse verso un suono emozionale e fatto di chiaroscuri che rimandano al filone post. Il genere viene però qui smussato da un’attitudine prog che è l’influenza comune del gruppo e trova posto tra i venti minuti di Redemption, ep pubblicato grazie alla Seahorse Recordings, sempre attenta verso l’underground nostrano. Il mood introspettivo dell’album fa pensare che anche la psichedelia abbia avuto un certo peso nella crescita artistica dei romani, bravi nel creare composizioni che puntano molto sul pathos invece di soffermarsi vanamente nella ricerca esasperata del colpo ad effetto o di qualche virtuosismo fuori contesto. La scelta colpisce da subito con Awakening, di cui bastano poche note per capire quale sia la direzione intrapresa dai capitolini ma non sono da meno Path e l’ottima title track, intrise di spirito post e background progressivo, un dualismo che spesso abbiamo ritrovato in tanti gruppi della scena. Forza e ricchezza espressiva si sposano in Dreamcatcher, prima del bel finale di Peaks, che conferma le buone idee in seno alla band e la vicinanza espressiva con act importanti come Explosion in the Sky e Caspian ma anche con realtà nostrane ancora troppo poco conosciute come The Singer in Dead e Slow Nerve. (Luigi Cattaneo)
 
Redemption (Video)
 

mercoledì 27 giugno 2018

NATHAN, Era (2018)


Ci eravamo già occupati dei Nathan per il precedente Nebulosa, esordio che aveva portato la band a smarcarsi con efficacia dal ruolo di cover band di Genesis, Pink Floyd e Supertramp, influenze comunque importanti e che sussistono anche nel nuovo Era. Il percorso dei savonesi continua all’insegna della tradizione progressiva, fatta di un songwriting che accosta rock, qualche venatura più dura, partiture classiche e fughe strumentali, elementi da sempre presenti quando si parla di un certo genere. Piergiorgio Abba (tastiere), Bruno Lugaro (voce), Fabio Sanfilippo (batteria), Mario Brunzu (basso) e Daniele Ferro (chitarra) non fanno nulla per nascondere le affinità con Museo Rosenbach e P.F.M. e alla luce della qualità complessiva la scelta non può che fare felici gli amanti di certe sonorità vintage, che rimarranno ammaliati da alcuni passaggi davvero azzeccati e dal notevole interplay che si è venuto a creare tra i membri, soprattutto tra Abba e Ferro, un legame che è spina dorsale della formazione ligure (da segnalare la presenza ai cori anche di Monica Giovannini e Jannette Vagnola). Non più un concept ma tematiche importanti e che fanno riflettere, coadiuvate da testi intelligenti che vanno analizzati per essere compresi, ben più terreni e meno allegorici rispetto a quanto proposto nel precedente e valido lavoro. È il caso della meravigliosa Figli di cane, legata al tema del maltrattamento dei nostri amici a quattro zampe, davvero commovente nell’aspetto testual-musicale. Bellissima anche la seguente Invisibile (con la partecipazione di Manuel Rosso al violino), una doppietta iniziale perfetta per calare l’ascoltatore nelle sonorità del disco, che prosegue con il mood solenne di Le vie dei canti e la melodia sinuosa di L’ultimo giro, tra i pezzi maggiormente legati alla tradizione del prog italiano. L’ombra del falco ribalta il concetto a favore di una spinta più inquieta che non dispiace, mentre Indaco e Maschere sono un ponte con la memoria storica dei settanta, quello di Alphataurus e Genesis. Chiude il platter Esistono ore perfette, pezzo da cui è stato tratto anche un video promozionale e che si ispira alla leggendaria figura di Caino, bel finale di un album che difficilmente potrà deludere gli ascoltatori abituali di progressive rock. (Luigi Cattaneo)
 
Figli di cane (Video)
 

sabato 23 giugno 2018

NEMESIS INFERI, A Bad Mess (2018)


Nati come band di black metal sinfonico (era il lontano 1997), l’evoluzione dei Nemesis Inferi (G.M. Gain alla voce e alla chitarra, Fazz alla chitarra, Daniel al basso e Andreas alla batteria) trova consacrazione definitiva con il nuovo A bad mess, disco votato ad un hard & heavy potente e diretto, fatto di riff robusti, brani immediati e una continuità espressiva che ha permesso ai bergamaschi di smarcarsi con personalità dal percorso iniziale. L’album (prodotto da Jaime Gomez Arellano, già al lavoro con gente come Paradise Lost, Ghost, Cathedral e Solstafir) ha la dote di coinvolgere quasi da subito per quella sua combinazione vincente di irruenza e musicalità, che si sviluppa all’interno di una forma canzone imbastita di groove e forza. Gli otto pezzi non presentano particolari cali qualitativi, sin dall’iniziale partenza a razzo di Never on your mouth, un primo passo in cui la band si mostra in grande forma e con le idee ben chiare sull’indirizzo del progetto. L’hard rock, energico e dinamico, trova il giusto sfogo in Breaking, così come le successive Hate my name e Rising (in cui Daniel passa anche al microfono) mostrano impatto e tiro, confermando l’attitudine che oramai pervade il sound dei bergamaschi. Si tinge di dark Anything anymore, catchy quanto basta per essere scelta come singolo del lavoro, mentre la title track ritorna su territori prestabiliti, non facendo mancare anche qualche spunto in odore di thrash metal. I sette minuti di Crawling in the dust, in cui appare in veste di ospite il cantautore Riky Anelli alla voce, mettono in mostra le abilità tecniche dei lombardi e favoriscono un crescendo emotivo finora tenuto sottopelle, prima della chiusura affidata a Vertigo, aggressiva ma ragionata è degno epitaffio di un platter che smarca definitivamente il quartetto dagli esordi estremi. (Luigi Cattaneo)
 
Anything anymore (Video)
 

domenica 17 giugno 2018

ARTI & MESTIERI, Live in Japan - The best of italian rock (2017)

Live in Japan
 
Live in Japan – The best of italian rock è la registrazione completa del concerto dal vivo che gli Arti & Mestieri hanno tenuto nel luglio di tre anni fa presso il teatro Club Città di Kawasaki, uno speciale cofanetto cartaceo di otto facciate con quattro tasche, doppio disco, Dvd e un booklet di sedici pagine che suggella un opera monumentale. Per l’importante evento il gruppo si presentò al pieno delle possibilità, con Furio Chiricho alla batteria, Gigi Venegoni e Marco Roagna alle chitarre, Beppe Crovella alle tastiere, Arturo Vitale al sax, Lautaro Acosta al violino, Roberto Puggioni al basso, Piero Mortara impegnato alla fisarmonica, alle tastiere e al pianoforte, Iano Nicolò alla voce e in veste di ospite speciale Mel Collins (King Crimson) al sax e al flauto. La scelta di non ripetere i brani dell’album anche del Dvd è a mio parere vincente, con la prima parte caratterizzata dall’esecuzione integrale di Tilt (immagini per un orecchio) più alcune chicche come 2000, tratta da un sottovalutato Murales, Visions of Japan, composizione deliziosa per piano solo e Il figlio del barbiere dal più recente Il grande Belzoni, in una particolare versione acustica che esalta ancora di più le doti vocali del bravo Nicolò. La seconda parte è invece dedicata quasi esclusivamente alla riproposizione di Giro di valzer per domani ma anche qui vi sono diverse sorprese, tra cui la cover riuscitissima di Starless (da Red dei King Crimson), una suite acustica ancora da Murales che ha la stessa attitudine del nuovo Canvas di Venegoni e Gravità 9.81 cantata da Lino Vairetti (i suoi Osanna condivisero quell’esperienza giapponese con i torinesi). E il Dvd? Dopo tanta grazia il formato video presenta invece l’esecuzione quasi integrale dell’ultimo e ottimo Universi paralleli (manca solo Nato), una decisione che ho apprezzato particolarmente sia perché rende il prodotto più vario, sia per la qualità di un platter fresco e coinvolgente, che ha certificato, qualora ci fosse ancora il bisogno, come il gruppo non sia fermo agli anni ’70 ma continui a scrivere musica eccelsa. Live in Japan è il disco dal vivo definitivo degli Arti & Mestieri, occasione imperdibile sia per gli affezionati del jazz rock dei piemontesi, sia per chi non conosce la loro straordinaria storia. (Luigi Cattaneo)

sabato 16 giugno 2018

AIKIRA, Light cut (2018)


Il progetto Aikira nasce dalla volontà di Fango (chitarra) e Kote (batteria) di allargare lo spettro sonoro dei Vibratacore, band hardcore di cui il chitarrista è ancora oggi il leader, attraverso jam strumentali che oltre alla parte aggressiva risultassero emozionali e oniricamente libere. Con l’ingresso di Andrea Alesi (chitarra) e Remo Filippini (basso) la formazione pubblica un disco omonimo che li porta ad una ricca attività live, prima del doppio cambio di bassista, con Giuseppe Pirozzi che registra tutte le tracce di Light cut, per poi essere sostituito durante la lavorazione di quest’ultimo da Lorenzo Di Cesare. Un iter travagliato che non ha influenzato la qualità del prodotto, un post rock strumentale vibrante che non disdegna incursioni nella psichedelia, fieramente potente e con un impatto che tradisce un background heavy. Light cut è un come back ispirato dall’inizio alla fine, spontaneo, capace di diluire in maniera fluida il post rock, il metal e l’hardcore, sin dalla trama iniziale di Etera, bellissima nella sua alternanza tra i riff selvaggi di Fango e improvvise decelerazioni atmosferiche. Più pesante Yonaguni, decisamente imparentata col metal, mentre Vantablack si ispessisce di una coltre darkwave che sfuma nella seguente Voyager, meno oscura ma ancora greve e suggestiva. Drive mostra un approccio evanescente e dilatato al post rock, così come Something escapes è un bel trip a cui partecipa attivamente la voce narrante di Emanuela Valiante, quanto mai azzeccata nel contribuire alla giusta resa sonora del pezzo. Alan non muta i concetti sin qui espressi, fatti di passione, sentimento, pathos e una certa dose di vigoria, un’intensità che non si affievolisce lungo i cinquanta minuti di un platter robusto e pieno di anima. Da segnalare anche la presenza di Davide Grotta (che si è occupato anche della registrazione del disco presso l’ST Studio di Tortoreto) al pianoforte e al theremin in Element 3327 ed Element 06, due brevi passaggi posti rispettivamente a metà e fine album. (Luigi Cattaneo)
 
Etera (Video)
 

mercoledì 13 giugno 2018

PHOENIX NEBULA, The awakening (2018)

Risultati immagini per phoenix nebula band

Nati nel gennaio 2015 grazie a Jacopo Gennaro (chitarra e voce), Manuela Condò (voce) e Lorenzo Alosi (basso), a cui ben presto si aggiunsero Riccardo Piergiovanni (tastiere) e Simone Pistolesi (batteria), i Phoenix Nebula pubblicano dopo tre anni di lavoro The awakening, un concentrato di progressive metal con decise parti death dettate dal cantato in growl di Gennaro. I cinque pezzi dell’album rappresentano l’incontro tra le varie influenze heavy in seno alla band, tra cui mi pare di scorgere riferimenti ai Dream Theater ma lungo i 37 minuti del platter alcune trovate atmosferiche lasciano pensare che anche i Goblin e la psichedelia abbiano avuto il loro peso, senza dimenticare gli Opeth, tra i migliori esponenti di un certo progressive death metal. L’utilizzo della doppia voce risulta congeniale al risultato finale e mi ha ricordato in parte quanto fatto dai Misteyes sul loro Creeping time, mentre nelle parti gotiche l’immaginario si è spinto sino al lontano Fallen beauty degli Inner Shrine, il tutto però in una decisa ottica progressiva. Le ottime idee e le indubbie doti tecniche e compositive sono in parte inficiate da una produzione che doveva esaltare maggiormente le dinamiche, le finezze esecutive e la potenza insita nell’ensemble, aspetto su cui il gruppo deve lavorare per migliorare ulteriormente un percorso iniziale interessante e già messo a fuoco da un debut ben costruito e ricco di pregevoli spunti. (Luigi Cattaneo)
 
The abyss (Video)
 

martedì 12 giugno 2018

SINTESI DEL VIAGGIO DI ES, Il sole alle spalle (2017)


Un monicker cosi particolare, Sintesi del viaggio di Es, mi aveva fatto pensare ad un ensemble sinfonico, vintage, settantiano in tutto e per tutto. È così solo in parte, perché i bolognesi (Nicola Alberghini alla batteria, Marco Giovannini alla voce, Eleonora Montenegro al flauto e al tin whistle, Sauro Musi alla chitarra, Maurizio Pezzoli alle tastiere e Valerio Roda al basso) si riallacciano al discorso prog dei Sithonia (indispensabili per il genere alla fine degli ’80 inizio ’90 Lungo il sentiero di pietra e Spettacolo annullato, entrambi editi da Mellow Records), di cui ritroviamo qui tre membri e quello folk cantautorale dei Meseglise (con cui condividono la voce espressiva di Giovannini e di cui ci siamo occupati ai tempi dell’uscita di L’assenza). Il sole alle spalle (Lizard Records) unisce sentori acustici, passaggi sinfonici come vuole la tradizione, cura per l’aspetto testuale e arrangiamenti raffinati, il tutto tenendo ben a mente di essere affabili tramite l’utilizzo di una forma canzone elegante e venata di malinconia. Il progressive del gruppo si avvicina a quello dei New Trolls nei passaggi più melodici e predilige un approccio diretto alla materia sin dall’iniziale Segnali, pezzo che chiarisce da subito qual è la direzione sonora del disco. La canzone d’autore sposa il prog in Sabbia (tra le mani), mentre si ricama un posto di rilievo la Montenegro in Altra idea, con il flauto che ha sempre qualcosa di magico e lontano. Una fine ricerca sui suoni accompagna Ritornano stanotte ma è con L’altra parte buia che abbiamo uno dei momenti migliori, quintessenza del pensiero musicale degli emiliani, così pregna di umori e situazioni coinvolgenti. Maggiormente rock Il patto non scritto ma ugualmente convincente, un attimo di aggressività che vede il suo contraltare nella delicata L’illusione, segnata dall’interplay aggraziato tra Musi e la Montenegro. Il finale è appannaggio della title track, bellissima suite in cinque movimenti che è estrema sintesi del background dei musicisti, che si dipanano tra fraseggi lievi, sferzate più dure e un crescendo narrativo da brivido, suggello di un disco che entra lentamente sottopelle ma rivela con l’ascolto una forza comunicativa di grande impatto e pathos. (Luigi Cattaneo)
 
Album Trailer
 

lunedì 11 giugno 2018

DSEASE, Rotten Dreams (2017)


Nati come tribute band dei Rammstein (si chiamavano Kardiod), i Dsease (Alberto Niccoli alla voce e al basso, Fabio Balducci alla chitarra, Massimiliano Pretolesi ai synth e Gabriele Lasi alla batteria) propongono una gradevole combinazione di elementi differenti tra loro, tra cui grunge, elettrodark ed heavy metal. L’esordio Rotten dreams si dipana lungo otto tracce caratterizzate da riff distorti, ritmiche compatte e l’uso sinistro dei synth, elementi che fanno emergere il loro amore per il grunge di Seattle ma anche per l’industrial, allontanandosi dal terreno consolatorio delle cover, anche per lo stile impresso al progetto. La breve durata del platter (poco più di trenta minuti) fa pensare più ad un ep che ad un vero full ma ho apprezzato la scelta di non inserire filler nel disco, che risulta sempre fresco e immediato. Selfist darky tender è l’inizio esemplificativo del nuovo percorso dei riminesi, cupo ma nello stesso tempo piuttosto catchy, così come la seguente Baby believes, che unisce decadenza e aggressività rock. Ottimo l’utilizzo dell’elettronica su With no relief, che mantiene alta la tensione sin qui maturata, mentre di grande presa è Freak (out of my head), tra i brani migliori del lavoro. Se Updated partner è forse il momento meno interessante, la successiva Smile over you torna sui precedenti binari per qualità e groove. Il finale è riservato alla oscura Wicked sun e al grunge di No one will hurt you, a suggello di un album segnato dalla forza delle idee e dalla capacità del quartetto di metterle in atto. (Luigi Cattaneo)
 
Album Teaser
 

sabato 9 giugno 2018

MARYGOLD, One Light Year (2017)


Nati nel lontano 1994 come cover band dei Marillion era Fish (influenza ancora presente), i Marygold arrivarono al debutto nel 2005 con The Guns of Marygold, disco ben accolto dalla critica di settore. Dopo un lungo periodo lontano dalle scene, la creazione di nuovi pezzi e la supervisione di Fabio Serra nei suoi Opal Arts Studios ha portato alla pubblicazione del recente One Light Year, un ottimo come back che riporta in auge un nome, come tanti, dimenticato nel tempo (anche se vi è traccia sull’opera Rock Progressivo Italiano 1980-2013 di Massimo Salari di recente uscita). Il loro new prog d’annata risente di tutte le influenze di fine ’80 inizio ’90 ma Guido Cavalleri (voce e flauto), Massimo Basaglia (chitarra), Stefano Bigarelli (tastiere), Marco Pasquetto (batteria) e Alberto Molesini (basso) sono stati davvero egregi nel creare un platter sofisticato, elegante e malinconicamente sognante, capace di trasportare indietro nel tempo, in quei giorni in cui il movimento traeva imput proprio da album come Script for a Jester’s tear e Misplaced childhood. Il disco si mostra maturo e ciò si evince da sette composizioni corpose e affascinanti, elaborazione di un songwriting curato e di doti esecutive di rilievo. Ants in the sand apre in maniera assolutamente classica il lavoro, un concentrato di new prog che farà la felicità di quanti ancora rimpiangono quel periodo, episodio in cui compare anche la brava Irene Tamassia, abile nel duettare con Cavalleri. Anche 15 years non si discosta da certe pulsioni, mentre Spherax H20 mette in luce tutte le qualità del quintetto, sintesi ideale di un percorso lungo e con meno soddisfazioni di quante potevano essere, situazione comune a tanti gruppi meritevoli di maggiore supporto. Travel notes on Bretagne conferma l’attitudine romantica del prodotto e riesce a mantenersi su livelli alti anche dopo un rilevante trittico iniziale, a cui segue il bel passaggio strumentale di Without stalagmite, strutturato e dinamico. Ci avviciniamo alla conclusione dapprima con Pain, ancora vicina ai vari Iq e Twelfth Night e poi con Lord of time, altro pezzo che racchiude le varie anime e sfaccettature di un ensemble che fa del suo essere vintage un vezzo, che non cerca novità per compiacere ma sa dove andare a colpire con classe per emozionare i prog fans più nostalgici. (Luigi Cattaneo)
 
Lord of time (Video)
 

sabato 2 giugno 2018

LORØ, Hidden Twin (2017)


Nati nel 2013, i Lorø sono un trio math noise con inserti elettronici e parti heavy, un crossover tra generi che gli ha permesso di esordire con un lavoro omonimo nel 2015 e di suonare con act come Ornaments, Fuzz Orchestra e Satan is my brother. Hidden twin è la nuova opera dei veneti (Riccardo Zulato alla chitarra e alla voce, Mattia Bonafini ai synth e Alessandro Bonini alla batteria), un concentrato di ferocia brutalità a cui la band ha abbinato dosi industrial che appesantiscono il suono e lo rendono ancora più greve e plumbeo. Sette brani violenti, dai contorni sludge e persino black metal, soprattutto nella voce di Zulato, maligna e carica di effetti, tenuta volutamente coperta dalla furia degli strumenti ma capace comunque di emergere dagli abissi. Certe destrutturazioni sonore mostrano un ensemble che non ha avuto paura di spostare il tiro, puntando molto sull’impatto ma anche su ambientazioni decisamente sinistre, allargando gli orizzonti già emersi nel debut. L’iniziale Low raw unisce metal e industrial con una violenza spaventosa ma non è da meno Choke, tra i brani più pesanti dell’album, complice anche la prova straniante di Zurlato. Emergono con preponderanza i synth spettrali in Last gone, mentre è decisamente sludgy e carica di elettricità la veemente Deaf’s hymn. La doppietta strumentale di Point & Comma e la title track sono forse l’apice del disco, con Bonafini grande protagonista e parti acustiche sorprendenti ma calibrate, un incrocio tra una soundtrack gobliniana e la furia di Servant e Grime. Chiude Inerxia, drive me as only you can do, che unisce atmosfera e aggressività in un turbinio di emozioni e cruda malvagità, due aspetti che la band ha elaborato in maniera fluida e viscerale. (Luigi Cattaneo)
 
Hidden Twin (Full album)
 

venerdì 1 giugno 2018

MICHAEL TREW, Waiting in the wings (2017)


Debutto solista per Michael Trew, songwriter di Seattle curioso e versatile che abbiamo già imparato a conoscere ed apprezzare per il suo lavoro con gli Autumn Electric, band con cui ha inciso ben cinque dischi. Waiting in the wings sposta il tiro dal progressive del gruppo madre ad un folk rock intenso e melodico, fatto di passaggi ora più solari ora più inquieti, che vedono Michael (voce, chitarra, organo, piano, basso e percussioni) accompagnato da John Allday (synth, piano e organo), Julie Baldridge (violino), Mike Murphy (basso e glockenspiel), Kory Christian Ochsner (batteria e percussioni), Lauren Trew (clarinetto, flauto e voce) e Dave Webb (chitarra), una schiera di ottimi musicisti che rendono gli arrangiamenti uno dei punti di forza del platter. Anche con gli Autumn Electric era emersa questa attenzione da parte dell’autore, compositore che riesce a creare ispirati bozzetti folk e lunghe gemme prog con la stessa facilità, scegliendo la prima veste per queste nuove tracce da lui create. Ovviamente il tocco progressivo rimane e si percepisce anche qui, facendo incontrare John Denver e Sufjan Stevens con i Moody Blues, andando a privilegiare l’utilizzo accorto di strumenti come il piano, il violino e il clarinetto. La voce di Trew rispecchia l’andamento soave dell’album ed emerge come perfetto cantastorie di un racconto dolce e armonioso, anche quando si fa leggermente più rock (I’m your television) o prog (i sei minuti di Vassagonia). Trew ha la capacità di donare all’intero lavoro un senso di calore, un pathos profondo, spirituale, fatto di semplicità ma nello stesso tempo di strutture di spessore, dove tutto rimanda a scenari suggestivi, poetici, meravigliosi nell’invocare quel senso di rimpianto malinconico che spesso è il quid dello storytelling. Waiting in the wings è la conferma della bontà delle intenzioni dell’americano, capace di convincere nella duplice veste di folk singer e di amante del rock progressivo. Per acquistare l’album potete visitare la pagina bandcamp dell’artista https://michaeltrew.bandcamp.com/releases (Luigi Cattaneo)

CONCERTI DEL MESE, Giugno 2018


Venerdì 1
·FIM - Fiera Internazionale della Musica a Milano
·Dancing Knights a Roma
·RanestRane a Milano
·Roccaforte a Brivio (LC)
·Reale Accademia di Musica a Roma

Sabato 2
·Prog & Frogs alla Cascina Caremma di Besate (MI)
·FIM - Fiera Internazionale della Musica a Milano
·RanestRane a Roma
·Anyway a Torino
·Juri Camisasca a Milano
·Of New Trolls ad Arezzo

Domenica 3
·Prog & Frogs alla Cascina Caremma di Besate (MI)
·FIM - Fiera Internazionale della Musica a Milano
·Anekdoten a Roma
·ELP Project a Sabbioneta (MN)
·O.A.K. a Roma

Mercoledì 6
·Frank Sinutre a Venezia

Giovedì 7
·Liquid Shades a Ferrara

Venerdì 8
·Biglietto Per L'Inferno a Lecco
·Frank Sinutre a Parma
·Seven Impale + Feat.Esserelà a Lugagnano (VR)
·Neal Morse a Bresso (MI)
·Banco Del Mutuo Soccorso a Roma
·Lachesis a Bergamo
·Arturo Stàlteri a Sissa Trecasali (PR)
·Phoenix Again a Brescia
·Sintonia Distorta a Lodi
·Saint Just a Treviso
·Malus Antler a Bassano del Grappa (VI)

Sabato 9
·Røsenkreütz + Marygold a Lugagnano (VR)
·Seven Impale + Zaal a Milano
·Trewa a Milano
·Of New Trolls a Isola Della Scala (VR)
·Beggar's Farm a Livorno Ferraris (VC)
·Prog Metal Night a Roma

Domenica 10
·Massimo Giuntoli a Cinisello Balsamo (MI)

Giovedì 14
·Roberto Cacciapaglia a Cosenza

Venerdì 15
·Unreal City + Bacio Della Medusa a Milano
·feat. Esserelà a Nonantola (MO)
·The Forty Days a Livorno
·Astrolabio + Il Segno del Comando a Pastrengo (VR)
·Massimo Giuntoli a Carugate (MI)


Sabato 16
·Pain Of Salvation + Kingcrow a Roma
·Of New Trolls a S. Secondo Parmense (PR)
·Frank Sinutre a Villafranca Padovana(PD)
·Napoli Centrale a Chiasso (Svizzera)
·Get'em Out a Pavia
·"La Banda suona il Rock" a Roma
·Roccaforte a Brivio (LC)

Domenica 17
·Pain Of Salvation a Segrate (MI)
·Downlouders a Vergiate (VA)
·Prowlers a Romano di Lombardia (BG)
·Bacio Della Medusa a Monte del Lago (PG)

Lunedì 18
·Tributo a Claudio Rocchi a Milano
·Juri Camisasca a Zoagli (GE)

Mercoledì 20
·Ossi Duri feat. Elio a Fontanellato (PR)

Giovedì 21
·Stratosfestival a Brugherio (MB)
·PFM a Grugliasco (TO)
·Monkey Diet a Bologna

Venerdì 22
·Stratosfestival a Brugherio (MB)
·Frank Sinutre a Lonigo (VR)
·Dusk e-B@nd a Bellaria (FC)
·feat. Esserelà a Bologna
·The Winstons a Mondolfo (PU)

Sabato 23
·Stratosfestival a Brugherio (MB)
·PFM a Vascon (TV)
·Lachesis a Barzana (BG)
·Esatta Pressione dell'Olio a Pisa

Domenica 24
·Sons of Apollo a Milano
·ProgItalianFest a S.Lazzaro di Savena (BO)
·PFM a Magliano de' Marsi (AQ)

Lunedì 25
·Steven Wilson a Verona
·Napoli Centrale a Foiano Val Fortore (BN)

Martedì 26
·Steven Wilson a Nichelino (TO)

Mercoledì 27
·Cantina Sociale ad Asti
·Monkey Diet a Bologna

Giovedì 28
·Artchipel Orchestra a Portonovo (AN)
·Rêverie a Milano
·Napoli Centrale a Vallo di Lucania (SA)

Venerdì 29
·Liquid Shades a Ostellato (FE)

Sabato 30
·Black Water's Prog Nights a Boffalora (MI)
·PFM a Rimini
·Il Bacio Della Medusa a Perugia
·Delirium IPG a Genova
·Il Segno Del Comando a Scandicci (FI)
·The Winstons a Cassano Spinola (AL)

mercoledì 30 maggio 2018

PAOLO CARRARO BAND, Newborn (2018)


Ep strumentale per il chitarrista Paolo Carraro e la sua band (Federico Saggin al basso, Federico Kim Marino alla batteria e Daniele Asnicar alla chitarra), che con questo Newborn sigla un lavoro tanto breve quanto intenso, lontano da virtuosismi noiosi o privi di reale interesse per l’ascoltatore, tra i pericoli maggiori e più concreti quando ci si approccia ad un certo tipo di produzione. L’amore per il prog viene contaminato con atmosfere bluesy, strutture fusion, palpiti rock e pulsioni hard, unendo la cura per l’afflato melodico con quella per i tempi dispari, un connubio in cui ritroviamo i Rush ma anche Hendrix e che libera strutture sì intricate ma sempre decifrabili. La fluida Introduction 1257 è la sontuosa partenza del disco, un brano perfetto per aprire il lavoro, per la sua immediatezza e per il pathos che emana. La seguente Exeptions mira ad unire territori maggiormente progressivi con l’arte hendrixiana, mentre Prog ‘n’ roll è una fulminante mescolanza dei due generi così distanti tra loro, episodio che ho adorato sin dal primo ascolto per la sua verve trascinante e avvincente. Ottimo il groove che colora Blue Jay River e molto valido è anche il finale di Beck in town, un hard blues ideale per suggellare un ritorno (dopo You’d better run del 2013) decisamente piacevole, suonato egregiamente e che segna un nuovo punto di partenza per Paolo Carraro. (Luigi Cattaneo)
 
Official Teaser
 

sabato 26 maggio 2018

SILVIO RICCI, Hard Rock Emotions (2017)

L'immagine può contenere: testo
 
 

Hard Rock Emotions è il secondo libro di Silvio Ricci dopo l’oramai introvabile Hard Rock Story del 1986 ed è un’opera che narra di un certo tipo di suono partendo dagli anni ’60 per arrivare a toccare la scena contemporanea. L’autore, esperto ed appassionato, esprime le sue emozioni nel raccontare i dischi e gli artisti di una vita, le scoperte, i viaggi per la musica, un “romanzo elettrico” come viene definito dallo scrittore. Si parte dall’hard e dall’heavy per toccare le svariate correnti che si sono mescolate col genere nel corso dei decenni, con tutte le sue trasformazioni e la crescita costante di un pubblico solido, viscerale e fiero. Ricci descrive i gruppi, le correnti, con l’idea che ci si trova di fronte non solo ad uno stile ma alla colonna sonora della vita. Un libro come atto d’amore dunque, perché Silvio ha vissuto appieno gli anni in cui non vi era internet a far trovare tutto pronto ma bisognava vivere emotivamente per cercare e trovare ciò che incuriosiva, un periodo in cui la ricerca aveva a volte un valore ancora più alto del risultato finale. Il libro è acquistabile sulle maggiori piattaforme o contattando direttamente Ricci sulla sua pagina facebook. (Luigi Cattaneo)
 

 
 

WI ID, The rhythm of sunset (2017)


 
Risultati immagini per wi id the rhythm of sunset 
Giungono da Sant’Andrea di Conza (Avellino) i WI ID, monicker dietro cui si celano Pietro Di Guglielmo al basso, Gianmarco Falivena alla chitarra, Francesco Iannicelli alla voce, Daniele Mazzeo alla batteria e Michele Schiavone alla tastiera. Gli otto pezzi che compongono The rhythm of sunset mostrano un ensemble che ha fatto tesoro degli anni di cover e di live, incanalando il proprio sound in un rock che contiene sfumature che passano dall’hard al prog, puntando molto sulla forma canzone, quindi nessuna concessione a suite di sorta o brani eccessivamente lunghi. Le composizioni risultano tutte di buon livello, con alcune sopra le altre, come nel caso della ballata Voiceless, che nel finale si trasforma in uno strumentale psichedelico di grande atmosfera e della misteriosa Herald, forse il pezzo più progressivo tra i presenti. Vibrante Melanchonic irony, il primo brano scritto dagli avellinesi ma molto buona è anche Ivan Il’ic, pezzo dinamico e con dei validi intarsi strumentali. La vena rock emerge nella piacevolissima On her skin e in Habit, forse il pezzo più tirato del disco, così come la malinconia si impossessa di I’m raining. La title track conclude degnamente un lavoro in cui il quintetto ha messo in mostra doti di scrittura ma anche tecniche, con folate strumentali sempre molto emozionanti, che forse potevano essere persino di più vista la qualità espressa, un punto di partenza non indifferente su cui lavorare per migliorare ulteriormente in futuro. (Luigi Cattaneo)
 
Herald (Video)
 

giovedì 24 maggio 2018

NIL NIL, Nil Nil (2017)

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Ep d’esordio per i Nil Nil, band padovana che ho da poco scoperto durante un contest (il Power to the Music tenutosi a Dolo) e che mi ha da subito fatto una buona impressione. Incuriosito dal loro suono, legato alla dark wave e al post punk, sono entrato in possesso di questo lavoro da loro definito demo, termine che però non fa onore alla qualità del suddetto e a tutte le felici intuizioni contenute in esso. Ennio Pinato (voce e synth), Gabriele Rocco (chitarra), Paolo Lunardon (basso) ed Emanuele Moronco (batteria) producono cinque brani che sono il condensato di una vita di ascolti, a partire dall’iniziale The dwarfs of the garden, legata in maniera indissolubile a quei primi anni ’80 spartiacque di un certo tipo di plumbee sonorità. Clamorosa Even Paul is dead, trascinante e diretta, vicina ad alcune cose dei monumentali Bauhaus viene attraversata da un bel gioco ritmico e dai synth che esaltano la costruzione e donano ulteriore atmosfera. Molto interessante anche lo sviluppo alla Joy Division di Run rabbit … run!, mentre più legate al post punk e al r’n’r ma ancora gradevoli le restanti Whose side are you on?, che mi ha ricordato gli Stooges dell’icona Iggy Pop e Little man, con un finale irriverente che pare citare i Sex Pistols di God save the queen. Un ottimo inizio per i veneti, non c’è che dire, in attesa di un primo full più sostanzioso. (Luigi Cattaneo)
L'immagine può contenere: 1 persona, barba e testo
 

mercoledì 23 maggio 2018

OPERAPIA, Operapia (2017)


Nati nel 2011, gli Operapia, come tante altre giovani band, iniziano il loro percorso dedicandosi a cover rock proponendosi nei locali dediti alla musica live della loro terra d’origine, la Sardegna. Il luogo, nel corso dei decenni, non è mai stato troppo sensibile al fascino di certa musica, basti pensare che anche negli anni ’70 non emersero molti gruppi locali (oltre agli ottimi Cadmo e ai Salis poco altro). Danilo Magni (voce), Angelo Filinesi (chitarre, basso, tastiere e batteria), Francesco Brocca (tastiere) e Gigi Calvia (batteria), coadiuvati da Pierpaolo Zonca (basso), Piergiulio Manzi (basso) e Stefano Palazzolo (batteria), decidono ben presto di dedicarsi alla scrittura di inediti dal sapore progressivo, giungendo sul finire del 2017 alla pubblicazione del primo omonimo ep. Il prog dei sardi si tinge lungo questi trenta minuti circa di hard rock ma anche di passaggi molto ragionati e si contraddistingue per la ricerca di un connubio tra melodie sognanti, fraseggi ricchi di pathos, riff aggressivi e momenti elaborati. Lo sguardo dell’ensemble è rivolto alla stagione d’oro del prog ma riesce a canalizzarsi anche in un contesto più attuale, un po’ quello che hanno fatto act contemporanei come Fem, Magnolia e If Sounds. L’uso intelligente delle tastiere frutta una base sinfonica su cui si muovono con sicurezza tutti gli elementi della formazione, bravi nello sviluppare composizioni che riescono ad essere immediate pur nella loro complessità strutturale. Un esordio fresco e dinamico che segna un primo passo gradevole da cui partire per sviluppare ulteriori idee e intuizioni. (Luigi Cattaneo)
 
Operapia Full ep (Video)
 

martedì 22 maggio 2018

CLAUDIO FASOLI, Haiku Time (2017)

Risultati immagini per claudio fasoli haiku time
 
Torna a breve distanza da Inner sounds (disco e libro che consiglio caldamente) Claudio Fasoli, sassofonista degli storici Perigeo qui in compagnia del Samadhi Quintet (oltre a Fasoli troviamo Michael Gassman alla tromba e al filicorno, Michelangelo Decorato al piano, Andrea Lamacchia al contrabbasso e Marco Zanoli alla batteria). Haiku time nasce dall’idea di sviluppare i codici espressivi degli Haiku, i poemi giapponesi di sole 27 suoni (sillabe) e la musica del platter ha lo stesso intento, ossia emozionare nel minore spazio sonoro possibile, con temi, titoli e interventi solistici contenuti. L’album è un concentrato di minuzie, di raffinatezze contenutistiche che raccontano, in cui ogni elemento è parte di un grandioso ingranaggio, complesso e variegato ma capace anche di saper comunicare. Fasoli dimostra ancora quella curiosità che lo spinse più di quarant’anni fa ad affermarsi come uno dei musicisti di maggior spicco della scena italiana, un decano che non si è mai fermato nel limbo dell’autocompiacimento, trovando di volta in volta stimoli e musicisti con cui sviluppare le sue idee. Il veneto continua nel suo percorso in cui convivono jazz e umori da camera, pulsioni che si cristallizzano per mano di interpreti sicuri, bravi nell’assecondare i concetti dell’elaborato fasoliniano, con Gassman monumentale nel creare un interplay fiatistico di alto livello (le bellissime Wet e Try), Decorato finissimo esecutore di suadenti tappeti e la sezione ritmica dotata di intensità ed energia. Claudio non solo non si accontenta ma pubblica uno dei capitoli più interessanti degli ultimi anni di carriera, segno che ci troviamo dinnanzi ad un’artista ancora desideroso di esprimere ciò in cui crede con ineffabile bellezza. (Luigi Cattaneo)