mercoledì 23 giugno 2021

MATA/MORALJETLAG, DGF (2020)

 

Mi ero occupato dei Mata nel 2019, ai tempi di Archipel{o}gos, disco che mi aveva fatto conoscere un ensemble dai contorni oscuri, alfieri di un’elettronica viscerale e disturbante. Il qui presente DGF è un ep che vede il trio collaborare con Moraljetlag (al secolo Manuel Kopf Coccia) durante il lockdown del 2020, un modo senz’altro intelligente per far fruttare al meglio il tempo a disposizione. Il quarto d’ora del lavoro risulta piuttosto ostico e cupo, una sorta di tagliente suite che si fa carico di nevrosi e tensioni figlie di questo periodo dove le certezze si sono sempre più affievolite. Le viscere pulsanti del quartetto nato per l’occasione sottolineano uno stato d’animo inquieto, accompagnando l’ascoltatore in un trip rumoristico nero pece, tra effetti distorti e un generale climax da soundtrack. L’uscita, essendo solo in digitale, è acquistabile al seguente indirizzo https://onlyfuckingnoise.bandcamp.com/album/dgf . (Luigi Cattaneo)

DGF (Video)



domenica 20 giugno 2021

ZEDR, Futuro nostalgico (2020)

 

Sotto lo pseudonimo Zedr si cela Luca Fivizzani, cantautore già sul mercato con l’ep Superstiti nel 2014. Il ritorno di Futuro nostalgico lo vede accompagnato da Giulio Peretti (chitarra, ukulele ma anche composizione), Tommaso Giuliani (batteria) e Samuele Cangi (in veste di produttore ma anche al basso, alle tastiere e alle percussioni), un’uscita promossa grazia alla sempre fertile Overdub Recordings. Il pop dai tratti psych di Zedr funziona, complice anche una durata limitata, 25 minuti circa, che risultano snelli e gradevoli, a partire dalle iniziali melodie di Il grande dittatore e Polvere, singolo ideale per il lancio promozionale del disco. Lo straniero è una provocatoria dedica a Milano, Teoria del disordine abbraccia echi folk, mentre Quello che non luccica si muove agile su uno straniante tappeto creato da Cangi. Le conclusive Nictofobia e Ogni parte di me si muovono sicure tra echi western e raffinato pop, lucidi esempi di come si possa essere fruibili senza scadere nel banale. In attesa di un lavoro più corposo il come back di Luca merita un sincero applauso per la dedizione e la cura con cui ha trattato la propria musica, cosa non scontata in un’epoca dove l’arte sembra essere sempre meno necessaria. (Luigi Cattaneo)

Quello che non luccica (Official Video)



sabato 19 giugno 2021

ANANDAMMIDE, Earthly paradise (2020)

 


È un vero piacere ritrovare Michele Moschini, che i più attenti ricorderanno per l’esperienza Floating State, band di Bari che si ispirava ai mostri sacri del prog inglese e che nel 2003 pubblicò l’interessantissimo Thirteen tolls at noon. Dopo ben 17 anni è proprio Michele ad informarmi di questo nuovo capitolo della sua vita musicale, gli Anandammide, gruppo dove Moschini, oltre a cantare, si divide tra chitarra, synth, organo, flauto, tin whistle, batteria e percussioni. Quasi una one man band verrebbe da pensare, se non che risultano fondamentali per la riuscita di Earthly paradise il violoncello di Adrien Legendre, il flauto di Audrey Moreau, il basso di Pascal Vernin e il violino di Stella Ramsden, tutti elementi che hanno dato grande corposità al folk progressivo che emerge dai solchi di questo notevole esordio. Una gemma dove rivivono gli anni ’70 di Mellow Candle, Harmonium e Caravan, ma anche lo spirito dei contemporanei Ancient Veil ed Eris Pluvia, tutti elementi che si spiegano subito dinnanzi a noi, tra un intro folk, una title track atmosferica e la perla Lady of the canyon, momenti che indirizzano l’album verso una qualità complessiva davvero alta. Si prosegue con Porsmork, altra suadente ballata medievaleggiante, prima della psichedelia di fine ’60 che segna Anandi e la canterburiana Electric troubadour, ennesimo passaggio molto significativo dell’opera. Anche Pilgrims of hope è da segnalare come brano elegante e raffinato, mentre con Satori in Paris (dove troviamo Yohav Oremiatzki alla space guitar) e Syd la band sembra guardare maggiormente alla psichedelia sessantiana. La conclusione è affidata a Iktsuarpok e soprattutto Colette the witch, immaginifico finale di un lavoro corale di grandissimo fascino, capace di portare per mano in luoghi da fiaba, remoti e pieni di arcaico fascino. (Luigi Cattaneo)

giovedì 17 giugno 2021

SOMMOSSA, Autentica (2019)

 


Risale al 2019 l’esordio dei Sommossa, trio trevisano formato da Diego Bizzaro (voce e chitarra), Paolo Martini (basso) e Marco Tirenna (batteria), che con Autentica ha voluto dar voce ad un’esigenza, quella di portare avanti dei valori che stiamo progressivamente perdendo. La riflessione come spinta per migliorare, attraverso un rock di matrice alternativa imparentato con Ritmo Tribale, Estra e Malfunk, che trova nella voce graffiante di Bizzaro (che mi ha ricordato in alcuni momenti, per timbrica, Ligabue) e nelle compatte ritmiche elementi su cui concepire tredici tracce poderose e dai contorni oscuri. La lunghezza un po' eccessiva dell’album è forse l’unica nota fuori posto, con la tensione drammatica che in alcuni momenti cala fisiologicamente, ma è solo un appunto all’interno di un quadro complessivo pregevole, con picchi come Se un Dio esistesse, Parto decisamente sfiancante o Un pettirosso da combattimento, pezzi ottimamente scritti e suonati. Le sonorità cupe di diversi passaggi toccano anche il grunge e la wave, caricando di pathos La danza del titubante e Assecondalo, altri frangenti in cui emerge la qualità dei veneti. In attesa di un ritorno, anche live vista la forza della proposta, un esordio solido e incisivo che può trovare più di un estimatore nel fitto underground nostrano. (Luigi Cattaneo)


lunedì 14 giugno 2021

GRAN TORINO, The delphic prophecy (2020)

 

Pubblicato da Musea Records sul finire del 2020, The delphic prophecy è il terzo lavoro dei Gran Torino, band composta da David Cremoni alla chitarra (Moongarden, Submarine Silence), Alessio Pieri alle tastiere (compositore di tutti i pezzi presenti), Gian Maria Roveda alla batteria e Fabrizio Visentini Visas al basso. La classe dei veronesi è intatta e rimarca un progressive con radici settantiane accentuate, raffinato e tecnicamente ineccepibile e chi conosce la storia della band sa che dentro la musica dei Gran Torino convivono decani come King Crimson e Kansas, il prog italiano di P.F.M. e Goblin, ma anche gruppi con riferimenti hard come Spock’s Beard e Dream Theater, influenze ancora presenti e virate color seppia, visti i diversi passaggi più oscuri presenti in questo nuovo lavoro. Il clima da soundtrack rispecchia la volontà del quartetto di narrare un viaggio immaginifico nella mitologia greca antica, con il suo fascino e i suoi misteri, intento che si manifesta già nell’attacco di Ondine, brano fantasioso ed evocativo, che confluisce nelle enigmatiche e cupe Faint dimness e The sibylline oracle. Si prosegue con l’elegante From lust to shame, prima della delicata A gentle soul e del dark prog After the Cure (che sembra quasi citare la band di Robert Smith). La notturna Faded elation anticipa una title track totalmente calata nel fascino dei ’70, mentre Ancient labyrinth appare vibrante e carica di suggestioni. La conclusiva Ethereal noise chiude un ottimo ritorno, per una band forse tenuta poco in considerazione dagli appassionati di progressive ma capace di sfornare sempre dischi di assoluta qualità. (Luigi Cattaneo)

Ancient labyrinth (Video) 


 

domenica 13 giugno 2021

Wendy?!, In uscita In the temple of feedback

I Wendy?! nascono nel 2008 intorno al chitarrista e cantante Lorenzo Canevacci, già chitarrista dei Bloody Riot, tra le più note Hardcore band italiane degli anni ’80.

Nel 2012 esce il primo album “Eleven”, seguito da “Notebook” nel 2014 e “Idols & gods” nel 2017, entrambi per la Tide Records, albums con i quali i Wendy?! ottengono un ottimo riscontro di pubblico e critica nazionale ed internazionale.

In the temple of feedback

“Per parlare del nuovo lavoro dei Wendy?! “In the temple of feedback” vorrei partire da un flashback e tornare indietro ai tempi in cui, con un manipolo di altri adolescenti incazzati a causa della repressione che prendeva forza da motivazioni “Antiterroristiche”, abbiamo iniziato ad imbracciare gli strumenti per cercare di incanalare la nostra rabbia in maniera creativa. Erano gli anni degli scontri per le strade, gli anni del ministro dell’interno Cossiga e delle leggi speciali, e la nostra voglia di esprimersi in musica era legata al nostro desiderio di rivalsa e di rivolta. Sono passati 4 decenni, tutto sembra essere cambiato, il mondo non è più quello di un tempo; ma, se riportiamo tutto all’essenza, ai valori primari, tutto è rimasto uguale. Non siamo più adolescenti, certo, ma l’urgenza, la voglia di usare il rock n’ roll per comunicare le storture di questa società ed esprimere il nostro pensiero attraverso la musica è rimasta la stessa. Per il Lorenzo 58enne di oggi, i Wendy?! sono esattamente quello che furono i Bloody Riot per il Lorenzo adolescente: il mezzo per esprimere il proprio essere alternativo a un sistema che cerca di ingabbiarci, e comunicare i propri pensieri e i propri valori attraverso la musica che ha amato da sempre: il rock n’ roll, quello vero, sincero ed istintivo, senza nessuna concessione alle mode del momento o alle richieste del mercato. Esprimere al cento per cento quello che sento e cercare di realizzare un lavoro che rispecchi quello che cerco quando mi approccio ad un album da ascoltatore. Era così quando suonavo furioso hardcore punk, ed è così per queste nuove 10 tracce. Ai giorni nostri il mondo sembra essere cambiato, ma una nuova forma di repressione sta facendo crescere l’urgenza di tutti coloro che come noi usano la musica come forma d’espressione. Da più di un anno tutto il mondo della live music è stato imbavagliato ed è fermo, questa volta con motivazioni che non sono legate al terrorismo bensì (pseudo) sanitarie. La cosiddetta lotta al Covid 19 ha fermato i palchi e azzerato concerti, le esibizioni e chiuso tutti gli spazi prima esistenti. Non potevamo accettare passivamente tutto questo, l’impossibilità di salire su un palco per comunicare con tutti voi è una ferita molto difficile da cauterizzare. Abbiamo così deciso di utilizzare il tempo che non potevamo dedicare all’attività LIVE per scrivere ed arrangiare nuovi brani. E in seguito registrarli per pubblicare un nuovo album nonostante tutto quello che stava accadendo intorno. Quando abbiamo pubblicato “Idols and Gods”, il nostro ultimo lavoro nel 2017, pensavamo di aver realizzato “il disco” definitivo dei Wendy?!. Confortati anche dalle reazioni e dalle ottime recensioni credevamo di esserci superati, e che sarebbe stato difficile fare di meglio. “In the temple of feedback”, giorno dopo giorno, brano dopo brano, ci ha dimostrato che è sempre possibile progredire. Personalmente credo che sia un ulteriore passo avanti, sia nella scrittura dei brani e nell’esecuzione, sia nella produzione. Lo stile delle composizioni, nello stile dei Wendy?!, è molto vario, ma il sound è compatto ed omogeneo nel suo essere molto rock n’ roll e particolarmente bluesy come scrittura. La produzione, come in precedenza curata da David Petrosino e realizzata interamente nei nuovi studi della TIDE Records, esalta la compattezza della band. La nuova sezione ritmica, con Paola Croft al basso insieme al fedele Luca Calabrò, motore inesauribile dietro i tamburi, sempre più trascinante in studio e dal vivo, permette alle mie melodie e alle mie chitarre, coadiuvate dalla ritmica di Alessandro Ressa, di trovare una struttura energica e a tratti punkeggiante su cui appoggiarsi. Una sintesi a mio parere perfetta dei miei mondi e delle mie aspirazioni musicali. I testi spaziano dalle tematiche personali e più intime a quelle più sociali. Il brano più “politico” in questo senso è forse “T.N.M.A.” che sta per Tecnological New Middle Age. Preciso che il mio profetizzare l’arrivo di un nuovo medioevo (tecnologico) risale a prima dell’emergenza attuale, avendo scritto il brano un paio di anni fa. L’arrivo del Covid e di tutto quello che ne è conseguito non ha fatto altro che rafforzarmi nelle mie convinzioni.”

(Lorenzo Canevacci)

Track List:

01 - Intro

02 - TNMA

03 - The king of mud

04 - Rock these ancient ruins

05 - 27th dream

06 - Welcome to the temple

07 - Because of you

08 - Spider girl

09 - What did you get

10 - A song for Johnny

Musicians:

Lorenzo Canevacci: vocals, electric and acoustic guitars, harmonica

Alessandro Ressa: rhythm guitar, back vocals

Paola “Croft” Altobelli: bass, back vocals

Luca Calabrò: drums

Produced by David Petrosino

Recorded, mixed and mastered by

David Petrosino and Raimondo Mosci

at Tide Records' Studios

Cover design and artwork by Terrence Briscoe


sabato 12 giugno 2021

VIOLENT SILENCE, Twilight furies (2020)

 

Twilight furies è il quarto disco per i Violent Silence (edito da Open Mind Records), creatura di Johan Hedman (tastiere, batteria, percussioni e basso, già con i Sarcasm) qui accompagnato dalla voce di Erik Forsberg (apprezzato nei Blazon Stone), dal basso di Simon Svensson e dalle tastiere di Hannes Ljunghall. Il progressive rock degli svedesi non prevede la chitarra, elemento che riconduce a diverse band dei ’70 che davano alle tastiere un ruolo predominante, e si fa forte di brani strutturati e complessi, che manderanno in estasi quanti dal genere vogliono tecnica e strutture intricate. L’interplay tra Hedman e Svensson è la linea guida delle tracce, su cui erge la voce dal particolare timbro di Forsberg, che dopo un iniziale perplessità ho trovato consona alla proposta della band e soprattutto identitaria. Le lunghe Tectonic plates e Scorched earth pass hanno bisogno della giusta attenzione per essere colte, ma non sono da meno le caratterizzanti Lunar sunrise e Twilight furies, i quattro momenti che compongono la parte del leone di un lavoro che sviluppa temi e concetti senza sosta. L’approccio fantasioso di Hedman è la conferma della grande personalità dello svedese, già emersa nelle precedenti release, dote che mette a servizio di un disco ostico ma brillante, cupo ed estroverso, dove ogni singola parte è perfettamente incastonata nel complessivo, per un risultato affascinante e di grande spessore. (Luigi Cattaneo)

Album Trailer



mercoledì 9 giugno 2021

BJ JAZZ GAG, Somestring else! (2020)

 

I BJ Jazz Gag sono un trio nato nel 2018 e composto da Biagio Marino alla chitarra, Luca Bernard al contrabbasso e Massimiliano Furia alla batteria, musicisti molto attivi nel panorama jazz italiano e della musica di ricerca. Questo Somestring else!, uscito per Fonterossa Records, vede la band esplorare quella linea di confine tra jazz, rock e improvvisazione, con Marino attento cesellatore di trame inusuali, all’interno di un songwriting che mette insieme costruzione certosina e impazzite variabili free. Una creazione libera ed estemporanea che agisce su strutture minuziose e su un’interplay effervescente, lungo 5 brani complessi e sfaccettati. Un flusso quello di Somestring else! che ci accompagna sin dall’iniziale Emblemata, dove l’aspetto sperimentale si lascia portar via da un groove trascinante, prima di Alghero, cinematografica e immaginifica, riesce a trasmettere i colori della città decantata. Qualche sequenza progressiva avvolge Fino all’ultimo respiro, l’omaggio di Abbia Masella alla cruenta storia della donna campana convince e nobilita la figura, mentre Native American Painting appare come l’episodio più legato alla free form tout court. Pur in trio la creazione di sovrastrutture appare congeniale al lavoro interpretativo dell’ensemble, che seduce con soluzioni intricate e una ricetta che sa essere stimolante e gravida di curiose soluzioni. Per chi ama il jazz borderline disco da non perdere. (Luigi Cattaneo)

Emblemata (Video)



domenica 6 giugno 2021

NERUMIA, Fatal delirium (2021)

 

Nuovo disco per i Nerumia, duo formato da Scual (voce, chitarra, basso e synth, già con Disaster, Unborned e Demorium) e Bornyhake (batteria), che i più attenti ricorderanno per il lontano Land of the black del 2002 e I don’t understand del 2018. Questa volta la band di Losanna non ha fatto passare molto tempo ed è tornata subito in studio per produrre questo Fatal delirium, lavoro in bilico tra black e death metal, marchio di fabbrica degli svizzeri. Si parte subito forte con Apocalyptic blast, oscuro black metal figlio dei ’90, così come la furia di Silent lies sembra guardare ad alcuni episodi dei seminali Venom, con Bornyhake grande motore ritmico del duo e la comparsata alla chitarra di Fab Abyss. Apprezzabile il lato death della title track, Un jour viendra sconta una prolissità un po' eccessiva, all’interno di un brano nero e furioso, mentre New era rimane borderline tra black e death, risultando però piuttosto anonima. Un bel riff circolare marchia a fuoco Rotten decades, che sembra strizzare l’occhio al suono svedese, Fallen in a dead pass è tra i momenti più convincenti, vicino ad alcune cose dei Dark Tranquillity, genere che gli svizzeri maneggiano con attenzione, complice anche il discreto solo di Abyss. Wings of smoking soul e Painful obscurity si muovono tra assalti estremi e spunti melodici, confermando la bontà di un progetto underground fatto di passione e sacrifici. (Luigi Cattaneo)

Fatl delirium (Full Album)



sabato 5 giugno 2021

STORMCROW, Face the giant (2019)

 

Face the giant, uscito nel 2019, è il secondo lavoro degli Stormcrow, quartetto formato da Zedar al basso (membro dei curiosi Koza Noztra), Goraath alla batteria, Vastis alla voce e Astaroth alla chitarra. La band è dedita ad un black metal oscuro e senza compromessi, 40 minuti d’assalto, brutali, tra riff distruttivi costanti e una sezione ritmica impeccabile. Il concept descrive il fascino e la crudeltà della montagna, con atmosfere nordiche che rimandano alla scuola svedese (Marduk, Dark Funeral) e uno sguardo complessivo sul black metal di inizio anni ’90. L’impeto old school del gruppo si sposa con la ricerca di cambi repentini di tempo e una produzione che esalta la malignità della proposta, tra sezioni di impressionante violenza e linee melodiche lievi ma efficaci, talvolta definite maggiormente rispetto agli standard del genere. L’oscura title track, l’inquietante Black mother, la variante death metal di Relentless o il nero gioiello Empty eyes sono piccole gemme per chi ancora è alla ricerca delle emozioni primigenie legate ad un sound ormai lontano nel tempo. (Luigi Cattaneo)

Face the giant (Video)



domenica 30 maggio 2021

THE WORM OUROBOROS, Endless way from you (2019)

 

Aspettavo il ritorno dei The Worm Ouroboros dal 2013, anno dell’uscita di Of things that never were, edito dall’italiana AltrOck/Fading, disco d’esordio che aveva calamitato l’attenzione degli appassionati di prog sinfonico. Nati nel 2006 in Bielorussia, Vladimir Sobolevsky (tastiere e chitarre) e Sergey Gvozdyukevich (flauto e basso) si sono da sempre ispirati al prog dei ’70 figlio di Genesis e Focus, un cordone ombelicale con quello storico periodo che ovviamente guarda anche all’Italia, patria di tante memorabili realtà. Legame che si fa ancora più stretto in considerazione del fatto che il nuovo Endless way from you viene pubblicato da un’altra etichetta italiana, la Lizard di Loris Furlan, sempre attento quando si tratta di proporre musica di grande spessore. E quella qui presente non fa difetto, perché il trio, completato dal grande drumming di Mikhail Kinchin, oscilla tra suggestive melodie, oscuri incanti sinfonici, arrangiamenti preziosi e spinte canterburiane di soave bellezza. La struttura prettamente strumentale dell’album mostra la capacità della band di creare bozzetti raffinati, capaci di far sognare ad occhi aperti, di trasportare in luoghi immaginifici, tra partiture romantiche e incisive evoluzioni elettriche. I 14 minuti di Cycles aprono l’album, una suite sontuosa, dove troviamo espresso tutto il background di questi magnifici musicisti, prima di Clouds to owings mills, che sembra omaggiare Le Orme, e Stone and Lydia, che chiude un trittico iniziale davvero ottimo. Quest of the kingfisher vede la presenza non secondaria dei timpani di Alexandra Gankova, scelta curiosa che fa il paio con il vibrafono in Muralidaran, confermata nella successiva Ascension, altro brano di grandissimo livello. La seconda suite è The reality you can’t stop dreaming, dove troviamo l’apporto di Vitaly Appow al fagotto, in un interplay fiatistico con il flauto di sicuro effetto. La varietà di stile, pur all’interno di sezioni puramente progressive, è una costante che ci accompagna anche nelle restanti The whistler shrill (arricchita dall’oboe di Aliona Sukliyan) e nella conclusiva Tràigh bheasdaire, delicato finale di un ritorno tanto atteso dal sottoscritto quanto appagante. (Luigi Cattaneo)

The reality you can't stop dreaming (Video)



sabato 29 maggio 2021

EGON, Leicht (2018)

 

Terzo disco per gli Egon, band formata da Marcello Meridda (batteria), Marco Falchi (voce e chitarra), Francesco Pintore (basso) e Davide Falchi (chitarra), che sinora non ha mai sbagliato un colpo e ha sempre regalato piccole perle wave intrise di cantautorato dark. Nella musica dei sardi troviamo i Marlene Kuntz, i Massimo Volume e i C.S.I., rielaborati con la propria visione, fatta di cura meticolosa per il particolare e una certa attenzione per la simbiosi tra aspetto testuale, di grande importanza, e quello strettamente sonoro. Il recitato dell’iniziale Quindici Gennaio cala l’ascoltatore nel clima complessivo del lavoro, che si apre del tutto con la carica propulsiva di Amnesia, per poi proseguire con Nove Aprile, un concentrato di rock elettrico e melodia. Nottambuli è uno dei singoli scelti dal quartetto, la tromba di Luca Uras amplifica la bellezza di Ventinove Novembre, mentre Sfera torna a parlare il linguaggio di un rock diretto e senza fronzoli. Anche i restanti brani mettono in mostra le qualità della band, che sa essere raffinata, emozionante ma anche aggressiva quando serve, ennesima conferma di come il genere in Italia sia vivo e goda di salute. (Luigi Cattaneo)

Amnesia (Video)



domenica 23 maggio 2021

OSCAR PRUDENTE, Infinite fortune (1974)

 

Episodio spesso poco considerato del cantautorato italiano settantiano, Infinite Fortune di Oscar Prudente del 1974, vedeva l’apporto tutt’altro che secondario della penna di Ivano Fossati post Delirium. Difatti il ligure, prima di addentrarsi in territori lontani dal prog con Goodbye Indiana del 1975, prestò la sua arte all’amico Prudente, con cui aveva già firmato in coppia Poco prima dell’aurora. Infinite Fortune per anni è stato dimenticato dai più, e solo la valorizzazione e la riscoperta di certe sonorità ha permesso di riportare a galla la figura di Prudente, autore intelligente e trasversale. Il filo logico che unisce le tracce fornisce un’idea di racconto piuttosto tipica di quegli anni e le idee di Prudente e Fossati (autore di testi e parti di flauto) sono ben accompagnate da una certa cura collettiva per i suoni da utilizzare (Otto Ore), con trovate melodiche ad ampio respiro (la title track). Il contesto narrato rispecchia problemi generazionali come il progresso, che finisce per alienare l’uomo, e la voglia di essere liberi da qualunque prigione, anche mentale. La narrazione si dipana tra brevi esperimenti, forma canzone ereditiera della lezione battistiana e ovviamente ballate folk in cui si percepisce la mano di Fossati. Tra ricordi del passato (La casa vecchia), esperienze figlie delle difficoltà sociali (Il Furgone della Banca del Commercio) e sogni ad occhi aperti (Io vado a Sud), Prudente ci conduce nei meandri di un’esistenza monotona e plumbea, che rispecchia l’andamento del concept. Dopo questo disco il sodalizio la carriera di Prudente si è svolta nell’underground, in seconda linea, mentre Fossati ha conquistato le più ampie platee, pur non dimenticando del tutto alcuni amori giovanili, riproposti con fare navigato in Not One Word del 2001 e Prog. Viaggio nel Rock Progressivo del 2011. (Luigi Cattaneo)

Infinite fortune (Video)



sabato 22 maggio 2021

MAURIZIO CURADI, Phonorama (2019)

 

Fra sperimentazione e tradizione si muove Maurizio Curadi, chitarrista autodidatta che con Phonorama è riuscito a dare voce alle sue visioni fatte di improvvisazione, forme strutturate, ambient, blues e psichedelia. Curadi cita alcuni suoi modelli come Steve Reich, Terry Riley, John Fahey e La Monte Young, quindi un approccio minimalista che diviene funzionale al suo essere compositore in totale indipendenza, tra esplorazione e ricerca di un proprio suono. Etichettare del tutto la musica proposta è però solo esercizio di stile e allora meglio lasciarsi cullare dalle improvvisazioni di Phonorama, dall’alone psichedelico che pervade la lunga Variazioni I-VI + Twig, dalla voglia dell’autore di cercare una sinestesia tra suono e visione. Un esordio curioso, pensato per chitarra, corde, oggetti ed echi, che non ha paura di osare, come in N.O.D., dove l’improvvisazione si basa su una tecnica per lap acustica, metalli e stereo eco, o Cicadas, un brano minimale composto per 12 corde e field recordings di cori di cicale. Le radici bluesy di Water well e la free form per corde allentate e oggetti di Hidalgo sono altri tasselli di un lavoro uscito nel 2019 per Area Pirata. (Luigi Cattaneo)

Cicadas (Video)



venerdì 21 maggio 2021

AB ORIGINE, Solid sound of silence (2017)

 

Mi sono da poco occupato dell’ultima fatica di Gianni Placido e dei suoi AB Origine, Eleusi, disco interessantissimo che mi spinge ora a fare un passo indietro nel tempo per scoprire questo Solid sound of silence, album del 2017 e quinto lavoro del gruppo. Oltre a Placido, grandissimo suonatore di didgeridoo, troviamo Gabriele Gubbelini (elettronica e synth), Stefania Megale (sax), Antonio Petitto (percussioni), Tommaso Dionisi Vinci (dobro), Francesco Gibaldi (canto armonico) e Fabio Fanuzzi (basso), eccezionali interpreti di un viaggio in cui convivono alla perfezione world, elettronica e psichedelia. L’iniziale Klesis mostra subito il singolare approccio del progetto, Mantralism, divisa in due parti, è puro incanto ancestrale, potente e primordiale. La visionaria Reminescence e l’elegante Life ci conducono allo stravolto blues di Blues for a black sun, prima di Der zeitgeber­_kronos edit e A beginner’s mind, sontuosa doppietta finale di un album pieno di spunti e buone vibrazioni. (Luigi Cattaneo)

Klesis (Video)



giovedì 20 maggio 2021

MATTEO CIMINARI, Fried Hippocampus (2020)

 

Bel lavoro per Matteo Ciminari (chitarra, theremin e tastiere), musicista che ricordo per l’esperienza I’m Anita e che qui torna in veste solista con questo Fried Hippocampus. Il background di Matteo a base di jazz, prog e sperimentazione sonora, dona al progetto un aspetto curioso, accostabile a produzioni attuali come quella di Simona Armenise e Mark Wingfield. Registrato a distanza tra Inghilterra e Italia (con il solo contrabbasso di Mattia Borraccetti presenza fissa), il disco guarda al passato stando nel contemporaneo, una colonna sonora immaginifica di grande fascino, capace di trasportare l’ascoltatore con grazia e varietà di soluzioni. Pizzammano ci conduce da subito verso soluzioni accostabili al R.I.O., complice l’ottimo Maurizio Moscatelli al sax e il solido drumming di Luca Orselli, un inizio vibrante e suggestivo. Accelera Spiced amygdala, segnata dall’ interplay che si viene a formare tra Ciminari e Moscatelli (stavolta al flauto), accompagnati con cura dalle note del piano di James Boston e dalle ritmiche di Michele Sperandio (che si alternerà alla batteria con Orselli lungo tutto il lavoro). Più morbida e carica di atmosfere jazzy Narni underground, soprattutto per i tenui interventi del sax, mentre un bel groove ritmico in El serpiente sostiene le evoluzioni chitarristiche del leader. How I feel today accentua il clima da soundtrack, Psalm è invece un brillante esempio di jazz variopinto, con Boston davvero abile nel porre, nota dopo nota, il suo marchio su uno dei brani migliori dell’album. La breve gemma R.I.O. di ForNiche, dove stavolta Moscatelli si destreggia al clarinetto, e Mr. Distraction, dimostrano la maturità compositiva di Ciminari, che chiude Fried Hippocampus con l’outro A woman, regalandoci poco più di 30 minuti davvero parecchio interessanti. (Luigi Cattaneo)

El serpiente (Video) 


 

domenica 16 maggio 2021

ORNITHOS, La trasfigurazione (2012)

 


Gli Ornithos sono un intrigante spin-off di una delle realtà più interessanti del panorama italico, il Bacio della Medusa, da cui provengono Diego Petrini, Eva Morelli e Federico Caprai. La Trasfigurazione è il visionario concept di debutto di questa band perugina, in cui ritroviamo suoni e situazioni che spesso sono percepibili nella band madre. Quindi non si fatica a trovare un contatto pressoché evidente con i nomi storici del prog italiano, grazie a sonorità settantiane che vengono ben filtrate da un’attitudine oscura, che emerge soprattutto in passaggi carichi di pathos come La persistenza della memoria e Nuvole e luce. C’è qualcosa di remoto nella musica degli Ornithos, probabilmente per via di quelle atmosfere che ci calano in realtà passate che profumano di Orme e Delirium nelle parti più leggere, di Banco del Mutuo Soccorso e Balletto di Bronzo in quelle più sostenute, senza però cadere nel retorico, merito di una consapevolezza totale delle proprie qualità. Perché qui non mancano elementi che tentano di scombinare almeno un po’ le carte in tavola, e allora ci si imbatte in passaggi intrisi di psichedelia, che lasciano il posto a robuste virate hard, senza dimenticare di tanto in tanto il jazz rock, soprattutto nei brani strumentali, che si lasciano preferire a quelli cantati (comunque molto gradevoli). Organo, flauto, sax e il duo chitarristico formato da Antonello De Cesare e Simone Morelli vengono messi al centro di trascinanti episodi come Somatizzando l’altare di fuoco, L’arrivo dell’orco, Ritorno al … e La notte. Probabilmente non avere un cantante come Simone Cecchini ha portato loro a concentrarsi maggiormente sulle trame sonore, con risultati davvero soddisfacenti in direzione di un progressive energico e vigoroso. Un disco ispirato che ad ora è episodio isolato, in attesa che la creatura Ornithos torni dal lungo letargo in cui è piombata. (Luigi Cattaneo)

mercoledì 12 maggio 2021

ETERNAL DELYRIA, Paradox of the mechanical angel (2020)

 

Secondo disco per i death metallers Eternal Delyria (Lutz alla voce, Clod alle tastiere e alla voce, Alex alla batteria, Thim e Nyx alle chitarre), che hanno pubblicato questo Paradox of the mechanical angel nell’aprile dello scorso anno. “Ad inizio del lavoro di scrittura abbiamo deciso che il termine prigionia, in tutte le sue sfaccettature, potesse essere un ottimo filo conduttore da seguire, e così abbiamo fatto. All’interno di ogni testo ne viene descritta una forma diversa, ed ognuna di queste espressa sotto molteplici punti di vista”. Anche l’artwork riprende i concetti appena espressi dalla band: “Decidemmo di rappresentare la prigionia in un concetto filosofico semplice ed attuale, ossia l’essere umano, estremamente insoddisfatto, crea tecnologia per elevare se stesso e sentirsi libero, senza però rendersi conto che, invece, lo sta rendendo prigioniero”. Il death metal del gruppo, infarcito di grandeur orchestrale e modernità, risulta atmosferico e oscuro, violento e cupo, andando a ricordare act italiani come Genus Ordinis Dei, Fleshgod Apocalypse, Ashcorn e Misteyes. Ritmiche possenti, riff di chitarra mastodontici e sinfonismi tastieristici tipici di un certo black metal accompagnano il growl di Lutz, lungo dieci pezzi ben scritti e ottimamente costruiti, a partire da From skin to rust, un death calibrato con cura dagli svizzeri, in bilico tra aggressività e melodia, forti di doti tecniche che emergono anche nelle successive Burning bridges e Beyond the veil, gotiche e dark, con le tastiere protagoniste delle accorte trame create. Il trittico finale, formato da Freely Enchained (uno dei singoli scelti per il lancio del disco), la potente The awakening e la drammatica Until death, è il suggello di un lavoro autoprodotto che mostra un quintetto consapevole dei propri mezzi e con ulteriori margini di crescita. (Luigi Cattaneo)

Paradox of the mechanical angel (Full Album)


  

domenica 9 maggio 2021

STEFANO BAROTTI, Il grande temporale (2020)

 

Uscito ad ottobre scorso, Il grande temporale è il quarto lavoro firmato da Stefano Barotti, cantautore sempre molto attento alla costruzione dei suoi dischi e qui accompagnato da una serie di ospiti come Fabrizio Sisti, Jono Manson, John Egenes, James Haggerty e Max De Bernardi (ma la lista dei presenti è molto lunga e la trovate acquistando l’album). Il mood vintage, dal vago sapore progressivo, rimanda al percorso di artisti come Stefano Testa o Oscar Prudente, complice un’atmosfera complessiva pacata ma incisiva, con testi ispirati e che hanno la forza di raccontare, di tramandare storie come sanno fare i grandi artisti. Le canzoni, sostiene Barotti, respirano in modo diverso, come se la mia musica fosse stata investita da un autentico “cambiamento climatico”. Quasi un rito di passaggio, come il grande carnevale citato nella title track. La mia intenzione nella canzone non è cambiata molto, sono sempre io. Ma ho decisamente rinnovato il mio “guardaroba musicale”, cucendo addosso ai brani vestiti inediti. Ne sono esempi l’ottima title track, la brillante Painter loser, la malinconia per un passato lontano di Spatola e spugna o la beatlesiana Tra il cielo e il prato, pezzi che possono ricordare anche i contemporanei Mattia Donna e Michele Gazich. Le trame drammatiche di Aleppo lasciano spazio alla citazione di Piero Ciampi in Stanotte ho fatto un sogno e all’omaggio ironico al decano Tom Waits in Mi ha telefonato Tom Waits, mentre Quando racconterò predilige un approccio sospeso tipico del miglior Nick Drake. Jannacci viene citato, anche musicalmente, in Enzo, prima della struggente Marta e della conclusiva Tutto nuovo, delicata traccia dedicata al figlio e gradevole epitaffio di un disco che mostra il talento di un autore raffinato e dal nitido talento. (Luigi Cattaneo)

Quando racconterò (Video)



giovedì 6 maggio 2021

LOGOS, Sadako e le mille gru di carta (2020)

 

Tornano dopo ben sei anni i Logos, che avevamo lasciato con l’ottimo L’enigma della vita nel 2014. Il nuovo Sadako e le mille gru di carta è stato pubblicato nel 2020 tramite Andromeda Relix, e pone l’attenzione sul tema drammatico della guerra, andando a ripescare un episodio del 1945, quando durante la II Guerra Mondiale Hiroshima viene distrutta dalla ferocia di un esplosione atomica senza senso. Sadako, che all’epoca aveva due anni, sopravvive, ma ad 11 anni gli viene diagnosticata una grave forma di leucemia, conseguenza delle radiazioni. Durante il ricovero ospedaliero le viene raccontata un’antica leggenda, secondo la quale, chi fosse riuscito a creare mille gru di carta con la tecnica degli origami avrebbe visto un proprio desiderio esaudirsi. In quei mesi la bambina realizza 644 gru, fino al giorno della sua morte, che la trasforma in simbolo di pace, con tanto di statue celebrative a Hiroshima e Seattle, dove ogni anno centinaia di persone piegano gru per lei. Impossibile quindi slegarsi nell’analisi da un concept del genere, tanta è la forza drammatica di una storia così coinvolgente, eccezionalmente strutturata da Luca Zerman (voce e tastiere), Fabio Gaspari (voce, basso, chitarra e mandolino), Claudio Antolini (pianoforte e synth) e Alessandro Perbellini (batteria). Origami in sol introduce al primo movimento, Paesaggi di insonnia, in cui troviamo il sax di Federico Zoccatelli, che colora un episodio con tratti vicini ai Van Der Graaf Generator più comunicativi. Tutti gli elementi tipici del prog sinfonico li ritroviamo in Un lieto inquietarsi, mentre Il sarto, che vede la partecipazione di Elisa Montaldo (Il Tempio delle Clessidre) alla voce, è più vicina alla forma canzone di Ormiana memoria. Zaini di elio e la sontuosa title track conclusiva di 21 minuti sono i restanti episodi di un lavoro da ascoltare obbligatoriamente booklet alla mano, impreziosito dalle foto dei quadri di Marica Fasoli (www.marica fasoli.com/opere), che ha creato una serie di opere legate alle gru di carta e ai 5 elementi. (Luigi Cattaneo)

Un lieto inquietarsi (Video)






mercoledì 5 maggio 2021

RUSTY GROOVE, Dips (2020)

 

Nati nel 2015 a Cuneo, il power trio dei Rusty Groove va a rimpolpare la schiera di band rock blues che anche l’Italia vanta, nomi come Black Mama, Bullfrog o Wildking, che non riescono ad emergere e rimangono purtroppo apprezzati da una stretta cerchia di appassionati. La classica formazione triangolare (Igor Marongiu alla chitarra, Livio Gertosio alla batteria e Maurizio Giroldo al basso e alla voce) ha un ovvio approccio sanguigno alla materia, rispettando alcuni canoni del genere, che vogliono una giusta dose di aggressività mediata da melodie fruibili, il tutto all’insegna di un’energia contagiosa e vibrante. ZZ Top, Deep Purple, Led Zeppelin, questi i riferimenti che più saltano all’occhio, ma si possono citare anche i contemporanei Popa Chubby ed Eric Sardinas con i suoi Big Motor, un concentrato di elettricità che trova nei dieci brani presenti una valvola di sfogo contro questo periodo strano e doloroso. Non mancano frangenti riflessivi, aspetto che la formazione maneggia con grazia e cura, mostrando la capacità di scrivere e arrangiare anche nel momento in cui si sposta da coordinate più rock, come dimostrano Snow in a desert e At the wrong time. Le cover di Just got paid degli ZZ Top e Going down di Don Nix sono rilettura e omaggio intelligente, e completano un lavoro di ottima fattura, dove entusiasmo e consapevolezza si muovono sullo stesso binario, quello di un rock blues robusto ed estremamente gradevole. (Luigi Cattaneo)

Animal soul (Video)



domenica 2 maggio 2021

STEFANELLI, No Coffee (2021)

 


No coffee è l’ep d’esordio di Luca Stefanelli, un breve lavoro dove il napoletano si divide tra voce, basso, synth e batteria, coadiuvato nella coproduzione da Massimo Vita dei Blindur. Il disco pone il cantautore campano all’interno del circuito indie italiano, sempre più saturo di artisti che cercano di emergere tra mille difficoltà. Elettronica e canzone d’autore trovano coesione in pezzi Lo-Fi come Dentro di me (con il contributo del synth di Marco Balestrieri) o Rondò, una ballata venata di pop, mentre Controcorrente viene abbellita dal violino di Carla Grimaldi, che conferma l’attitudine quieta della scrittura di Luca. Na na na, con i suoni vintage del synth, e La rota, che invece mi ha ricordato alcune trame del primo Niccolò Fabi, concludono un primo passo gradevole e curioso. (Luigi Cattaneo)

sabato 1 maggio 2021

FALENA, Una seconda strana sensazione (2019)

 

Terzo disco per i Falena, quintetto formato da Emiliano Sellati (voce), Alessandro Fusacchia (chitarra), Marco Peschi (synth, tastiere e flauto traverso), Andrea Trinca (basso) e Rossano Acciari (batteria), e attivo nel circuito prog italiano dal 2003. Una seconda strana sensazione, uscito nel 2019 per Lizard Records, è un concept introspettivo che cita band settantiane come Raccomandata Ricevuta Ritorno, Le Orme e De De Lind, ideale per chi ancora oggi rimane incantato dai suoni vintage di act contemporanei come Ubi Maior e La Maschera di Cera. Le atmosfere oscure e oniriche seguono il percorso del protagonista, il signor F, un antieroe dalla complessa personalità, che finisce per richiamare alla mente l’Edgar Jones di Mr. E. Jones della Nuova Idea. Tra fughe strumentali, ritmiche dispari, omaggi al prog di 50 anni fa e passaggi sognanti, si sviluppa un racconto tutto da scoprire, booklet alla mano e cuffie nelle orecchie. I fraseggi cupi della narrazione sono sapientemente maneggiati dai laziali, che non appesantiscono mai troppo le strutture portanti di episodi come Un mite inverno o Il peso della misura, emblematici della capacità della band di creare melodie sopraffine e un’interplay costante tra le tastiere e la chitarra. Ottime anche Passaggio e Sete, che non disdegna qualche apertura hard prog interessante, ma è nel complesso che l’album risulta efficace, confermando il generale stato di salute dell’attuale panorama prog nostrano. (Luigi Cattaneo)

Una seconda strana sensazione (Official Video)



mercoledì 28 aprile 2021

THE FENCE, Everyday (2019)

 

Primo album (dopo due ep) per i The Fence, quintetto formato da Alessandro De Palma (voce), Matteo De Biasi (chitarra), Claudio Falcaro (basso), Federico Favaro (batteria) e Alessandro Tagliapietra (synth, piano e organo). Everyday è figlio di un certo pop rock, quello di Keane e Coldplay, ma si fa più articolato per via di influenze che rimandano a Muse e Queen, il tutto rivestito da un alone di malinconia che sovente serpeggia nelle trame create dai veneti. Doti tecniche e di scrittura sono la base di un progetto già discretamente solido, con diversi spunti freschi e radiofonici, brani che davvero potrebbero piacere ad un pubblico più mainstream se le radio nazionali avessero più curiosità e meno interessi economici. Le composizioni si sviluppano attorno a melodie apprezzabili, all’interno di strutture complessive non così scontate, vedi l’ottantiana verve di Haunted by ghosts o la successiva title track. Molto valida anche Aereoplane, così come avvincente è Delirium, prima della carica di Everlasting love, ruffiana al punto giusto per conquistare al primo ascolto. L’elegante chiusura di At night everything changes è l’ideale conclusione di un disco foriero di buone vibrazioni e piuttosto coinvolgente, primo passo di un percorso che può regalare un ulteriore crescita futura. (Luigi Cattaneo)

Haunted by ghosts (Official Video)



domenica 25 aprile 2021

ADAMAS+IBRIDOMA, Route 77 Acoustic Split Album (2017)

 

Interessante split album acustico nato durante un tour in Grecia per Adamas e Ibridoma, due realtà del metal tricolore che nel 2017 hanno unito le forze per questo piacevole Route 77 (riferimento alla strada che unisce l’Umbria alle Marche). I primi quattro brani sono ad appannaggio degli Adamas, con l’ottimo inedito Tears I never cried e Morphine su tutte (tratta dall’esordio Heavy Thoughts), brani pieni di pathos e malinconia. La seconda parte vede gli Ibridoma calarsi nell’acustico prediligendo la lingua italiana, con Nebbia e Natalia brillanti esempi del lavoro svolto per la riuscita di questo split. Chiude il disco Eyes of a stranger, che vede le due formazioni unirsi e suggellare un’amicizia in musica con risultati davvero piacevoli. (Luigi Cattaneo)


giovedì 22 aprile 2021

CURT CANNABIS, Saved my life (2020)

 


Esordio per Curt Cannabis, cantante, autore e produttore, che nel 2019 ha deciso di dare vita al progetto insieme a Brian Dinger (chitarra e tastiere), Brian Bundy (basso) e Matt Call (batteria). Saved my life è l’ep d’esordio di questo quartetto punk rock, forte di un’attitudine live e di una certa vivacità complessiva, complice anche la durata ridotta dell’opera, che si lascia ascoltare con brio. La struttura piuttosto semplice dei brani favorisce il tipico impatto punk, abbinato però a melodie pop rock discretamente radiofoniche, un ascolto quindi facilmente fruibile ai più. Ne sono prova l’iniziale The face, piccolo manifesto del sound della band, ma anche la vibrante Pushing paper bridges e la gradevole melodia di Falling sensation. Divertente A story, classicamente pop punk My own, prima di So you say e Make me laugh, piacevoli episodi conclusivi di un disco che può trovare più di un estimatore nei fan di Green Day, Millencolin e Blink 182. (Luigi Cattaneo)


martedì 20 aprile 2021

WILDKING, Back Home (2020)

 

Secondo disco per i Wildking, brianzoli ma con il cuore ben piantato nella tradizione made in USA, quella di Jimi Hendrix e ZZ Top, ma anche dei contemporanei Popa Chubby ed Eric Sardinas con i suoi Big Motor. Con queste premesse ovviamente non possiamo non trovarci dinnanzi ad un rock blues con ascendenze sudiste, elementi presenti nei due ottimi singoli che hanno anticipato il lavoro, la dirompente Long way back to home e la potente cavalcata di Circus. Rena Brambilla (chitarra), Andrea Brambilla (basso e voce) e Silvio Figini (batteria) puntano molto sull’impatto, che sfiora l’hard in più circostanze, prediligendo riff poderosi e ritmiche solide, che portano a brani incisivi e diretti (basti ascoltare Make it right o l’accattivante Roll the dice). La band ha immagazzinato la lezione dei mostri sacri a cui si ispira, li omaggia senza scimmiottarli, rende gloria a suoni che hanno fatto la storia del rock, il tutto riletto con cuore e pathos. Il decennale progetto ha un’anima, e forse proprio ora si è concretizzato del tutto, perché Back home è davvero un disco compatto e ispirato, verace, senza trucchi e senza inganni, convincente proprio per questa dote naturale di suonare vero e credibile. (Luigi Cattaneo)

Long way back to home (Video)



domenica 18 aprile 2021

ABOUT:BLANK, Anthology of a cave (2019)

 

Secondo album per gli About:Blank, quintetto formato da Marco Venturelli (voce), Alessandro Ambrosio (chitarra), Francesco Mazziotti (chitarra), Enrico Scorzoni (basso) e Raul Zannoni (batteria), che con Anthology of a cave firma un album maturo e davvero molto interessante. I bolognesi concepiscono un’opera che richiama alla mente i lavori di Steven Wilson, Pain of Salvation, A Perfect Circle e Tool, con la parte elettrica che ben si sposa con frangenti acustici, ed esempio ne sono brani come Giants, che ci mostra una band rodata e con ottime capacità di songwriting, e la lunga Orpheo, memorabile traccia di quasi 8 minuti. Ro-Both presenta una prima trama più vicina al crossover, peraltro accuratamente maneggiata dalla band, Autoimmune disease si carica di malinconia, mentre Mirror mountain non fa altro che confermare quanto gli emiliani siano attenti a trovare i giusti accorgimenti melodici all’interno di strutture complesse e articolate. The cave è un altro momento molto intricato ma al contempo suggestivo, che fa il paio con Unnecessary, una doppietta che mostra tutta la qualità d’insieme del collettivo, un lavoro di squadra che è punto di forza e collante di tutto il lavoro. Disco che si chiude con l’atipica One more, un brano crossover tout court, quasi una bonus track per quanto si allontani dalle atmosfere sin qui create ma comunque gradevole epitaffio di un album intelligente e appassionante. (Luigi Cattaneo)

Giants (Official Video)



venerdì 16 aprile 2021

LIGHTPOLE, Daylight (2020)

 

Secondo lavoro per i Lightpole, di cui avevamo parlato ai tempi di Dusk, uscito nel 2018 per Overdub, e che qui si ripropongono in maniera del tutto autoprodotta con il nuovo Daylight. Eug Iommi (voce e programming), Claudio Marc (chitarra, programming, synth e soundscapes), Davide Tox (moog, tastiere, piano e synth) e Dominguez Marcos (batteria, percussioni e pads elettronici) confermano quanto di buono era emerso con il debutto, a corredo di una produzione che esalta la matrice elettronica di un sound a cavallo tra psichedelia e dark. La cura per il dettaglio e la finezza compositiva del quartetto fanno di pezzi come Lunar Horse Ride o First step to the Sun dei piccoli gioiellini, dove tutti gli elementi del ricco background si bilanciano in maniera ottimale. La matrice inglese del sound è preponderante e colora le ottime Shoot down e Damned conjunctions (arricchita dall’uso del Rhodes di Iommi), ma è nel complesso che Daylight risulta interessante ed estremamente gradevole, lasciando trasparire come la band abbia ancora parecchie cartucce da sparare. (Luigi Cattaneo)

Great wheel (Official Video)




mercoledì 14 aprile 2021

LAIKA NELLO SPAZIO, Dalla provincia (2019)

 

Arriva da Rho (Milano) questo trio formato da Vittorio Capella (basso e voce), Simone Bellomo (basso) e Marco Carloni (batteria), autore di un sound solido e compatto, che pesca a piene mani dal post punk, dal noise e dall’alternative rock. Dalla provincia è un debutto convincente, uscito per Overdub nel 2019, capace di mostrare un’attitudine sincera e la convinzione di una scrittura consistente e decisa, con soluzione spesso cupe e oscure, profonde nel suo avanzare lungo dieci brani dove le pulsioni ritmiche sono protagoniste indiscusse della struttura complessiva, nel solco di una tradizione che sembra rifarsi ai primi Marlene Kuntz e ai Massimo Volume, percorso seguito anche dai contemporanei Egon e PNGazers. I due singoli scelti per il lancio del disco, Il cielo sopra Rho e La scala di grigi, sono esemplificativi dello stile della band, aggressivo e ricco di distorsioni, senza particolari sovrastrutture e per questo immediato e diretto. Il disagio che si percepisce chiaramente dalla fusione tra musica e testi, tra fughe impossibili e crepe sociali, obbliga a più di una riflessione, a partire da un monicker che inchioda ad un evento discutibile. Laika finiamo per essere anche noi ascoltatori, imprigionati in un quotidiano sempre meno umano, con un’esile speranza che fiancheggia sovente elettriche bordate noisy, in un disco fatto di energia e cuore, forza e pathos. (Luigi Cattaneo)

La scala di grigi (Video)



martedì 13 aprile 2021

TOMMASO VARISCO, All the seasons of the day (reissue 2021)

 


Ancora in piena pandemia e in attesa di riprendere l'attività live, Tommaso Varisco ha pubblicato una reissue, solo digitale, di alcuni brani non arrangiati ma scritti nel periodo di All the seasons of the day, più alcune outtakes che non sono entrate nell'album ufficiale

I brani in questione ci vengono presentati dall'artista stesso

Lake (intro e coda): durante le registrazioni del pezzo c'era questo giro di basso interessante ma che andava a riempire troppo, quindi lo abbiamo tolto ma riproposto qui. Per quanto riguarda la coda si è optato per un solo con diamonica nel disco, mentre in questa reissue si recupera il solo originario con chitarra elettrica.

Afternoon: è il brano a cui tengo di più. Questa versione non a clic con acustica e voce registrate assieme mi piaceva talmente tanto che volevo riregistrare batteria, basso ed elettrica sopra questa; abbiamo poi deciso per una versione "più professionale". 

I still cannot understand: come con Afternoon chitarra + voce registrate assieme, in questo caso la versione era troppo lunga e veniva dopo Coffee (12 min), quindi abbiamo tenuto quella del disco (con voce registrata dopo). 

Hey d (ukulele version): questo è proprio un divertissement. L'ukulele non era previsto nell'album, invece si comincia proprio con lui, quindi gli abbiamo reso "omaggio" con questa versione dove la fa da padrone.

Molte canzoni erano state escluse, ho quindi organizzato una nuova session a disco ultimato dove ho registrato e recuperato i pezzi che potete sentire nella reissue. Fra queste segnalo Blind to see, che è il primo brano che ho scritto in assoluto e I see, che meritava di essere arrangiata e inserita nel lavoro, che è il resoconto di un sogno con alcuni estratti da Il piccolo principe.

Di seguito diversi link dove ascoltare o acquistare questa gustosa versione di All the seasons of the day. (Luigi Cattaneo)



domenica 11 aprile 2021

JUGGERNAUT, Neuroteque (2019)

 


Terzo disco per i romani Juggernaut, che confermano quanto di buono avevano espresso con il precedente Trama, meraviglioso esempio di psichedelia progressiva abbinata a iniezioni di post metal e sludge. Anche l’ultimo Neuroteque, uscito nel 2019 sempre per Subsound Records, dimostra come il quartetto formato da Andrea Carletti (chitarra, sitar, samples), Roberto Cippitelli (basso, glockenspiel e synth), Matteo D’Amicis (batteria) e Luigi Farina (chitarra e synth), sia una delle migliori realtà del genere in Italia, forti di una creatività e di una fantasia che li ha portati a creare un percorso dove eclettismo e armonia vanno a braccetto. Le composizioni si muovono lungo coordinate psichedeliche che lasciano trasparire l’amore per i Pink Floyd, imbevute però di forti pulsioni oscure figlie del metal, inquiete e nervose, hanno il pregio di trasportare in lande cupe, dove ci si perde tra synth spettrali, ritmiche dispari e vortici elettrici stoneriani. L’attitudine moderna ricorda band contemporanee come L’ira del Baccano, Malclango e The Whirlings, un sound immaginifico, ponte tra le varie anime della band ed ennesima dimostrazione di come la Subsound sia una garanzia dell’italico underground. Per acquistare l’album potete visitare la pagina https://juggernautrome.bandcamp.com/album/neuroteque (Luigi Cattaneo)  

venerdì 9 aprile 2021

GOLD MASS, Space (single 2021)

GOLD MASS annuncia la pubblicazione di un nuovo lavoro entro l’estate, un EP di 4 pezzi, interamente prodotti dall’artista. Il primo singolo Safe, è stato pubblicato lo scorso novembre, ed è seguito da un secondo singolo, Space, in pubblicazione il 2 aprile. Per questo nuovo lavoro l’artista si spinge ulteriormente verso un terreno ostinatamente elettronico, andando a ricercare un suono sempre più minimale e scuro rispetto all’album di debutto Transitions, prodotto da Paul Savage (Mogwai). In questo nuovo EP viene dato ancora più risalto alla voce, che letteralmente sostiene il resto della composizione, che risulta quindi appesa alla linea vocale. Le pause, il silenzio, così presenti in questo nuovo lavoro, offrono all’ascoltatore un’occasione per visualizzare grandi spazi e per pensare e riflettere, lasciandosi trasportare da un immaginario suggestivo e inquieto. 


Space è una canzone di contemplazione, contemplazione dello spazio, dell'immensità, del tempo, della vita e della nostra morte. L'universo è composto per il 4% da materia comune, di cui noi stessi siamo fatti (elettroni, protoni, neutroni e neutrini), per il 23 % da materia oscura e per il restante 73% da energia oscura, di cui non sappiamo assolutamente niente se non che esiste. L’universo ha da sempre affascinato il genere umano, che ha osservato e studiato la volta celeste fin da quando siamo apparsi sulla terra. L'universo letteralmente ci ridimensiona. E la sua contemplazione ci porta a pensare che tante delle cose su cui basiamo la nostra esistenza sono inconsistenti. La storia del genere umano è stata soprattutto un susseguirsi di lotte per il potere e per l'accumulo di ricchezze, anche a discapito degli altri. Gli astri sono testimoni silenziosi di questo spettacolo che il genere umano mette in scena da millenni. Ma in fondo gli umani sono mossi da sempre da un unico vero bisogno originario, che è quello di essere riconosciuti, visti, amati e protetti. Perché viviamo una vita di cui non possiamo capire il senso, e a differenza degli altri animali, noi ne siamo perfettamente consapevoli e questo non può che spaventarci. (Luigi Cattaneo)

Space (Official Video)



martedì 6 aprile 2021

KAOUENN, Mirages (2021)

 


Kaouenn è l’alter ego di Nicola Amici, già chitarrista e sassofonista di Butcher Mind Collapse, Lebowski e Jesus Franco & The Drogas, nonché bassista di Daudane e Tommy Lorente et La Cavaliere. In piena autonomia Nicola (qui diviso tra chitarra, basso, synth, organo, xaphoon, sax, voce, samples e programming) ha già firmato un esordio nel 2016 e il nuovo Mirages conferma le intuizioni elettroniche, ambient e psichedeliche del marchigiano, una sperimentazione che i muovo nel solco tracciato da act come C’mon Tigre, The Lay Llamas e Peaking Lights. Psychic nomad mostra da subito tutto il potenziale immaginifico della musica di Nicola, una personale soundtrack che prosegue con l’interessante sviluppo creativo di Immaterial jungle e con la lunga Reachin’ the stars, il brano dove emerge meglio nitido il variopinto background dell’autore di Jesi. Mirage noir conferma l’attitudine per atmosfere suggestive, aiutato dalla chitarra del sempre curioso Above The Tree, Indina conferma la ricerca su un suono personale e riconoscibile, mentre Flood of light è un altro momento molto creativo. La conclusiva K2, con Sara Ardizzoni alla chitarra, è uno dei frangenti più intensi del lavoro, che presenta anche una valida bonus per la versione in vinile, Into a ring of fire. Per acquistare l'album potete visitare la pagina https://kaouenn.bandcamp.com/album/mirages (Luigi Cattaneo)

domenica 4 aprile 2021

DEAFCON5, Feel (2020)

 

Terzo disco per i Deafcon5, realtà tedesca poco conosciuta in Italia ma che meriterebbe una certa attenzione da parte degli appassionati di progressive, viste anche le influenze di band molto apprezzate come Rush, Queensryche, Eldritch e Threshold. Feel è un concept sulle intuizioni degli psicologi Carroll Izard e Paul Ekman, otto tracce che mettono insieme prog metal, melodie settantiane e fraseggi malinconici, con la chitarra di Dennis Altmann (impegnato anche al basso) che si muove tra riff fragorosi e soli di spessore, supportato dalle tastiere del bravissimo Frank Feyerabend e da una sezione ritmica corposa e fluida (Heiko Heizmann al basso e alle tastiere e Sebastian Moschuring alla batteria). Completa il quadro la buona prova di Michael Gerstle, voce capace di evocare sin dall’iniziale Uprising, dove spicca il lavoro raffinato d’insieme della band, che non disdegna affatto momenti individuali di ottima fattura. Straight between the eyes punta molto su un impatto hard epicheggiante, Ruthless conferma l’attitudine heavy dei tedeschi, mentre My unwanted bride chiude la prima parte del disco in maniera sontuosa, dieci minuti dove il quintetto sviluppa una partitura complessa e dinamica. Surprise torna su binari maggiormente prog metal, in maniera brillante e decisa, Dawn è introspettiva e delicata, prima dell’accattivante White house madness, arricchita dalla presenza di Imke Rehder alla tromba. Chiude l’album la progressiva The journey, lunga traccia in bilico tra suggestioni oscure, potenza metal e rifiniture classicheggianti, conclusione di un ritorno dove ha messo mano anche Simone Mularoni dei DGM, che ha prodotto e masterizzato l’opera. (Luigi Cattaneo)

Album Trailer