venerdì 22 febbraio 2019

IL SEGNO DEL COMANDO, L'incanto dello zero (2018)


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L’incanto dello zero è l’atteso ritorno di Il Segno del Comando, gruppo oramai storico del prog italiano, attivo da metà anni ’90 sotto la guida di Diego Banchero, bassista e compositore anche di Il Ballo delle Castagne ed Egida Aurea, tutti progetti interessantissimi sospinti dalle varie inclinazioni musicali del ligure, qui sostenute da Riccardo Morello (voce), Roberto Lucanato (chitarra), Davide Bruzzi (chitarra e tastiere), Beppi Menozzi (tastiere) e Fernando Cherchi (batteria). Per questo nuovo lavoro l’ispirazione del concept è dovuta a Lo zero incantatore, libro di Cristian Raimondi, che finisce di fatto per sostituire Gustav Meyrink, autore alla base dei due precedenti dischi. Addentrandomi nella narrazione dell’opera non ho potuto non rimanere nuovamente colpito dalla grande coesione tra parte testuale e scelta dei suoni, caratteristica topoi del progetto che ho ritrovato sin da Il calice dell’oblio, dark song perfetta per evocare le atmosfere dell’oscuro racconto. Pur con i tributi ai vari Goblin, Balletto di Bronzo e Biglietto per l’inferno, quello che si nota dalle produzioni della band è la personalità spiccata, un trademark che permette di avere un sound proprio, riconoscibile, che è giusto possa fare scuola e, perché no, divenire esempio e punto di riferimento per chi si avvicina al genere. La grande quercia è uno strumentale che vede la partecipazione di Marina Larcher, che già abbiamo avuto modo di apprezzare proprio negli Egida Aurea e nel Ballo delle Castagne, Sulla via della veglia ci cala in pieno nelle gotiche atmosfere dello sceneggiato da cui trae il nome il gruppo, tanto è forte l’aurea cinematografica imposta, mentre Al cospetto dell’inatteso, con Maethelyiah alla voce e Paul Nash alla chitarra (dagli storici The Danse Society), è l’ennesimo esempio di perfetto dark progressivo. Lo scontro, scritta dal grande Luca Scherani (tastierista, tra gli altri, di La Coscienza di Zeno), è un bel break strumentale che anticipa la malinconica ballata Nel labirinto spirituale, spazzata via dalla forza heavy prog di Le 4 A, che fa coppia con l’ispirata Il mio nome è menzogna, tra i vertici dell’album. In Metamorfosi tornano pulsioni darkwave grazie a Maethelyiah e Nash, prima del finale per basso solo di Aseità, che chiude l’ennesimo centro targato Black Widow Records. (Luigi Cattaneo)
Il mio nome è menzogna (Video)
 

 

domenica 17 febbraio 2019

HELL'S GUARDIAN, As Above So Below (2018)


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Arrivano da Brescia gli Hell’s Guardian, un quartetto formato da Cesare Damiolini (voce e chitarra), Freddie Formis (chitarra), Claudio Cor (basso) e Dylan Formis (batteria), che con As above so below tornano in pista dopo un ep e un primo full di qualche anno fa. Il loro death metal, melodico ed epico, è accostabile a realtà come Amorphis, Sabaton, Dark Tranquillity e Atlas Pain, e proprio da questi ultimi arriva Samuele Faulisi, che si è occupato delle belle orchestrazioni del disco, ottime per creare atmosfera e grandeur melodrammatico, in un ritorno discografico con parecchi spunti degni di nota. Un crossover di influenze che risultano ben mescolate tra loro e che contraddistinguono un sound carico di pathos e felici intuizioni melodiche, con le già citate orchestrazioni di Faulisi ago della bilancia tra furia del death e ragionate parti clean. Dopo una breve introduzione è Crystal door a spianare la strada al lavoro, brano in cui troviamo Fabrizio Romani degli Infinity alla chitarra e Mirella Isaincu al violino. Il violino caratterizza anche Jester smile, mentre My guide my hunger vede duettare le voci di Marco Pastorino (Temperance) e Adrienne Cowan (Seven Spires, Winds of Plague). Colpisce la presenza di Ark Nattlig Ulv degli Ulvedharr, che presta la sua vocalità maligna nella buonissima Colorful dreams, ma è tutta l’opera a convincere, complice anche una produzione attenta che esalta le dinamiche degli ottimi bresciani. (Luigi Cattaneo)
Lake of blood (Video)
 

sabato 16 febbraio 2019

INYAN, A bitter relief (2018)

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e acqua
Nati nel 2001 per volontà di Simone Cosentini (voce e chitarra), gli Inyan diventano ben presto un trio, con l’entrata dapprima di Mirko Bombelli (batteria) e poi di Federico Colombo (basso). L’assetto non viene più modificato e i legnanesi pubblicano un ep (All your time is wasted) che permette loro di suonare in giro per il nord Italia, prima di un altro ep (Inside the shell) e soprattutto di questo interessantissimo A bitter relief, primo full dopo esperienze estere (un piccolo tour tra Belgio e Olanda). Lo stoner è la casa sicura dei milanesi, che non disdegnano incursioni in territori più heavy, quello grezzo, sporco, sparato in faccia senza grandi compromessi, se non quello di avere un songwriting capace di coinvolgere con la bella alternanza di frangenti hard e altri decisamente melodici. Se l’opener Ain’t no place mette subito l’ascoltatore sui binari prediletti, la successiva Not afraid già mostra le influenze settantiane e sabbathiane della band, prima di Meltin’ Pot, dominata da un ripetuto riff stoneriano di Cosentini. Back to life appare più come un momento di passaggio, mentre Don’t even matter crea un bel ponte con gli anni ’90 ed è tra i brani migliori. L’ottima In this world anticipa The way you wished, il piccolo capolavoro della band, una lunga traccia intrisa di stoner, psichedelia e atmosfera. La conclusiva My Valentine torna su sentieri maggiormente heavy rock, mostrando quella consistenza di fondo che si evince dall’ascolto del lavoro. A bitter relief si pone vicino agli ultimi lavori di Holyphant e Meteor Chasma, segno che un certo tipo di suono, fiero e potente, trova ancora validi esponenti anche nell’underground italiano. (Luigi Cattaneo)
A bitter relief (Full Album)
 

mercoledì 13 febbraio 2019

The Watch & Sintesi del viaggio di Es, Il comunicato del concerto

 
Sabato 2 marzo, presso la Sala Centofiori (via Gorky 16 Bologna), si terrà il concerto di The Watch (che presenteranno repertorio dei Genesis dal 1970 al 1975) e Sintesi del viaggio di Es, band formata da ex componenti dei Sithonia, che presenteranno il loro primo album Il sole alle spalle (di cui abbiamo parlato proprio da queste pagine qualche mese fa).
 
Per maggiori informazioni potete visitare la pagina Facebook dell'evento https://www.facebook.com/events/513387939160679/

sabato 9 febbraio 2019

GIANLUCA D'ALESSIO, Sunrise Markets (2018)


Chitarrista dell’orchestra Rai, Gianluca D’Alessio ha collaborato con artisti come Simone Cristicchi, Michele Zarrillo e Claudio Baglioni (giusto per citarne qualcuno) e Sunset Markets è il suo esordio da solista. Ispirato alla vita londinese, dove il disco è stato concepito (con tanto di distribuzione Burning Shed), è la sintesi del pensiero di un professionista serio e preparato, che finalmente mette tutto il suo talento in un’opera propria. Il risultato è di altissimo livello, con 35 minuti quasi interamente strumentali dove troviamo come ospiti in alcuni brani anche il bassista John Giblin (Paul McCartney, Phil Collins, Peter Gabriel, Simple Minds) e il batterista Gavin Harrison (Porcupine Tree, King Crimson). Partenza sparata con The crow, power trio classico con D’Alessio davvero a proprio agio, mentre la già citata sezione ritmica ha modo di esprimersi nella stupenda Song 6, in cui troviamo anche Massimo Idà alle tastiere. La title track, di nuovo in trio, vede Fabio Fraschini sostituire Giblin ma il risultato è comunque eccezionale, mentre Cactus rallenta e si tinge di blues, mostrando le diverse possibilità di evoluzione della musica di Gianluca. Con Tutankhamon il chitarrista spinge di nuovo il piede sull’acceleratore, con tanto di solo di basso fusion ad opera di Patrizio Sacco e un chorus dal sapore prog di grande effetto. Veramente un brano magnifico. Roots è forse l’episodio più particolare, una delicata ballata sospinta dagli arpeggi di Gianluca e dalle percussioni soffuse di Daniele Leucci, ma è solo un passaggio, perché già Rockfeller Plaza sconfina in territori più marcatamente jazz rock, un ulteriore dimensione della musica contenuta in questo debutto. Drawing borders è l’unica traccia cantata (dal bravo Riccardo Rinaudo), un breve e isolato passaggio che anticipa la conclusiva e progressiva Red knight, altro buonissimo momento che mostra la grazia, la passione e la capacità di creare soluzioni strutturate ma sempre molto comunicative e intrise di pathos. (Luigi Cattaneo)
Tutankhamon (Video)

ROVERART, Labyrinth (2018)

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Primo album per i Roverart, band piacentina che per questo esordio ha puntato molto su un lavoro d’equipe, in cui emergono le doti di Lorenzo Moretto, che con le sue tastiere e il consueto flauto progressivo ha donato melodie settantiane immortali, la chitarra dai frangenti hard di Dario Moretto (abile anche al mandolino), la vocalità aspra e drammatica di Marco Vincini e una coppia ritmica, formata da Denis Cassi al basso e Giuseppe De Guida alla batteria, che ha saputo dare il giusto risalto a composizioni strutturate e attente all’aspetto melodico. Peccato che la band e questo disco siano ad ora del tutto ignorati da critica e pubblico di settore, perché qui abbiamo idee e scrittura, sintesi dell’amore per il vecchio prog inglese, che si traduce nella forza espressiva della title track e di Landscape ma anche nelle atmosfere classicheggianti di Wizard’s wake. Un susseguirsi di passaggi raffinati e cariche rock che trova in Spinning round e Days of Yore, tra i Genesis, i Van Der Graaf Generator e Le Orme di Truck of fire, tra le cose migliori di Labyrinth, un debutto che non deve passare inosservato, soprattutto nella cerchia, ancora cospicua, di chi ama questo tipo di sonorità. (Luigi Cattaneo)
Spinning round (Video)
 

venerdì 8 febbraio 2019

QUADRI PROGRESSIVI, Fabrizio De Andrè


L'artista milanese Lorena Trapani ha omaggiato il grande Fabrizio De Andrè con un lavoro china e acrilico 35x25.
Tutti i lavori di Lorena li trovate su questo blog e li potete richiedere inviando una mail all'indirizzo progressivamenteblog@yahoo.it

martedì 5 febbraio 2019

STERBUS, Real Estate/Fake Inverno (2018)


Mi ero personalmente occupato del progetto Sterbus diversi anni fa, prima con Eva Anger e poi con Smash the sun alight, due ep che lasciavano trasparire doti ancora da affinare e che con il nuovo Real estate/Fake inverno sembrano giunte a piena maturazione. Emanuele Sterbini (voce, chitarra, basso e synth) non è più solo e fa coppia con la brava Dominique D’Avanzo (voce, clarinetto e flauto), in un doppio album che ospita ben 26 musicisti, un organico sontuoso che dona profondità a trame ispirate e piene di idee, concepite anche per esaltare la figura di Bob Leith, batterista dei Cardiacs presente in quasi tutta l’opera. Il nome tutelare è sempre quello d’altronde, i Cardiacs e l’elaborazione del crossover in musica, dove le stratificazioni e i tempi dispari del prog finiscono per esaltare brani melodiosi, tutti legati alla forma canzone, come Home planet gone, con il piano di Riccardo Piergiovanni che si sposa perfettamente con i flauti magici della D’Avanzo e di Andrea Salvi o Trapeze, in cui ai tasti bianchi e neri troviamo invece Noel Storey. Razor legs è un magnifico interplay tra i fiati di Claudio Cavallaro (clarinetto) e Carlo Schneider (sax alto), mentre l’organo, il piano e il mellotron di Piergiovanni in Stoner Kebab profumano tanto di progressive, seppure sempre nell’ottica alternative di Sterbus. Leith è praticamente il terzo elemento della band e presta la sua voce in Blackducks on parade, contornato dai fiati stavolta ad appannaggio di Dominique (clarinetto e flauto) e Sauro Berti (clarinetto basso), confermando la tendenza ad unire fraseggi rock con delicati passaggi acustici. La contrapposizione di elementi è la cifra stilista che sottolinea il modo di agire di Emanuele, nelle atmosfere, nei suoni scelti, nel porre il duo all’interno di un affollato panorama di strumentisti, che divengono il motore per sospingere le influenze del romano (non solo i Cardiacs ma anche Zappa, gli XTC e i King Crimson) verso soluzioni ardite ma pop nel senso nobile del termine. (Luigi Cattaneo)
Maybe Baby (Video)
 

lunedì 4 febbraio 2019

WARM SWEATERS FOR SUSAN, Warm Sweaters for Susan (2018)


Ep d’esordio per i Warm Sweaters for Susan (Mimmo Gemmano alla voce e alla chitarra, Luca D’Andria alla chitarra, Gianluca Maggio al basso e Gabriele Caramagno alla batteria), 25 minuti a base di indie rock con echi wave, che seppure con qualche caduta di tono e una produzione rivedibile, lasciano intravedere buone idee e un discreto potenziale, che vanno però sviluppati maggiormente per incidere sul serio. C’è da dire che i pezzi scorrono via gradevolmente, ricordando la lezione del post punk inglese ma anche la leggerezza di inizio anni 2000 targata The Strokes e The Libertines, periodo in cui quella scena rock sfornava band in sequenza, che si distinguevano spesso per suoni che flirtavano con il garage e la dark wave ottantiana. Un revival che forse ha finito per influenzare anche i tarantini, perché già l’iniziale That’s the way my passion strirs crea atmosfere conosciute e che rimandano alle varie correnti alternative del rock. Anche Gravity, con il suo incedere darkeggiante, convince nell’arco di sette minuti piuttosto tirati, mentre Teach me to walk soffre parecchio di una registrazione al limite del lo-fi e di una costruzione generale alquanto debole. Meglio The quick brown fox jumps over the lazy dog, che ricorda qualcosa degli U2 degli anni ’80, prima di Satellites, finale leggerino e che conferma l’impressione di trovarci dinnanzi ad un’opera prima che avrebbe beneficiato di produzione e arrangiamenti maggiormente curati. Quartetto comunque da tenere d’occhio e con ampi margini di crescita. (Luigi Cattaneo)
Gravity (Video)
 

venerdì 1 febbraio 2019

EARTHSET, L'uomo meccanico

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Gli Earthset presentano la sonorizzazione del film muto “L’Uomo Meccanico”.

La sonorizzazione è nata all’interno del Progetto Soundtracks 2018, finanziato dal Centro Musica di Modena e col partenariato della Regione Emilia Romagna e del Museo del Cinema di Torino. Direttori artistici del progetto sono stati Corrado Nuccini (Giardini di Mirò) e Stefano Boni (Direttore del museo del Cinema di Torino).
Scopo del progetto era selezionare sei artisti o gruppi musicali attivi in regione che fossero interessati ad approfondire un percorso volto ad apprendere e sviluppare l’incontro tra musica ed immagine, con specifico riferimento ai film muti dei primi del ‘900.
La direzione artistica del progetto alla fine del corso ha assegnato alla band bolognese Earthset (compagine alternative rock composta da Luigi Varanese, Costantino Mazzoccoli, Emanuele Orsini ed Ezio Romano) ed al ravennate Luca Maria Baldinilacomposizione di una sonorizzazione per il film “L’Uomo Meccanico”. Il lavoro si è svolto sotto la direzione edil tutoraggio di Nicola Manzan (Bologna Violenta) e Tiziano Bianchi.

IL FILM
"L'Uomo Meccanico" è un film muto prodotto dalla Milano Film nel 1921. Autore e interprete della pellicola è il francese André Deed (noto in Italia come Cretinetti). Il film era parte di una trilogia che lo stesso Deed intendeva realizzare, ma il progetto fu interrotto bruscamente dal fallimento della Milano Film e l'unico film realizzato di questo progetto fu proprio "L'Uomo Meccanico".
Poiché si è perso il film "Il Mostro di Frankenstein" del 1914, "L'uomo Meccanico" è il primo film di fantascienza/horror prodotto in Italia ad oggi disponibile, seppur in versione mutilata.
La pellicola, infatti, era andata perduta e solo negli anni '90 la Cineteca di Bologna è riuscita a restaurare l'ultima bobina rimasta al mondo rinvenuta nella Cinemateca Brasileira di San Paolo.
“L’Uomo Meccanico” è per questo poco conosciuto, sebbene rappresenti una tappa molto importante del cinema italiano. Si tratta, della prima pellicola italiana ed una delle prime al mondo ad affrontare il tema dell'automa ed a mostrare la scena dello scontro tra un mostro meccanico buono ed uno cattivo, anticipando di gran lunga temi sviluppati dalla fantascienza posteriore (nonchè un certo immaginario mecha-giapponese).

LA SONORIZZAZIONE
La sonorizzazione musicale del progetto è affidata alla scrittura tra il noise rumoristico ed il post rock degli Earthset.
Se gli strumenti utilizzati, infatti, inscrivono il progetto in un filone comunque riconducibile al rock, gli inserti armonici dodecafonici, esatonali e dissonanti, la massiccia presenza di effetti rumoristici, l’incedere di loops ipnotici, la dilatazione temporale di atmosfere contaminano il campo e ricordano certe forme di ricerca sonora della musica classica contemporanea.
Non si tratta di un caso, ma della scelta ponderata della band, che per questo progetto ha voluto approfondire lo studio delle avanguardie storiche dei primi del '900 (in particolare la scuola di Vienna, Stravinskij e Debussy) e della più recente produzione classica contemporanea internazionale e nazionale (tra i vari riferimenti, Missy Mazzoli e Luca Francesconi).
Una delle frasi musicali che ricorre lungo tutta la sonorizzazione è proprio una successione di dodici suoni-fonemi (dodecafonia) che in una tabella di corrispondenze tra note e lettere, secondo una tecnica elaborata da Alban Berg, corrisponde al binomio UOMO MACCHINA.

IL TOUR
Il tour della sonorizzazione impegnerà la band bolognese per tutta la prima metà del 2019.
In
alcune date segnalate sarà presente anche Luca Maria Baldini. In questo caso, la sonorizzazione vedrà il dialogo tra la parte elettronica (suonata da Baldini) e la parte riservata all'Uomo Meccanico (suonata dagli Earthset).
Ai loops ed ai ritmi su cui Baldini tesse da sua rete di atmosfere e desing sonoro, si contrappone la scrittura tra il noise rumoristico ed il post rock degli Earthset, creando un intreccio unico e disorientante.


CONCERTI DEL MESE, Febbraio 2019

Venerdì 1
·Uriah Heep a Lagundo (BZ)
·Carl Palmer a Ranica (BG)
·Disequazione a Trieste

Sabato 2
·Carl Palmer a Biasca (Cantone Ticino)
·Uriah Heep a Cesena
·Massimo Giuntoli a La Spezia
·Le Orme a Genova
·Alviti & Papotto a Roma
·Rinunci a Satana? ad Arcore (MB)

Domenica 3
·Uriah Heep a Trezzo s/Adda (MI)
·Legends of Prog Rock a Padova
·Mad Fellaz a Romano d'Ezzelino (VI)

Lunedì 4
·Roberto Cacciapaglia a Ivrea (TO)

Martedì 5
·Legends of Prog Rock a Forlì
·Roberto Cacciapaglia a Biella

Mercoledì 6
·Legends of Prog Rock a Roma


Giovedì 7
·Kiko Loureiro al Legend di Milano

Venerdì 8
·Balletto di Bronzo a Torino
·Carl Palmer a Melfi (PZ)

Sabato 9
·Balletto di Bronzo alla casa di Alex di Milano
·Estro a Roma
·Real Dream a Genova
·Carl Palmer a Mola di Bari (BA)

Martedì 12
·Lingalad ad Alzano Lombardo (BG)
·Carl Palmer a Bologna

Mercoledì 13
·Steven Wilson a Bologna

Giovedì 14
·Steven Wilson a Bergamo
·Roberto Cacciapaglia a Bologna

Venerdì 15
·Estro a Orvieto (TR)
·The Forty Days a Genova
·O.R.k. a Ravenna
·Juri Camisasca a Bologna


Sabato 16
·O.R.k. a Lugagnano (VR)
·Estro a Firenze
·Get'em Out a Desio (MB)
·Sintesi del Viaggio di Es a Zero Branco (TV)

Domenica 17
·Memorial per Marcello Vento a Roma
·Arturo Stàlteri a Pontassieve (FI)

Giovedì 21
·Pineapple Thief + Eveline's Dust a Firenze
·O.R.k. a Bari

Venerdì 22
·Pineapple Thief + O.R.K. a Roma
·Estro ad Assisi (PG)
·Aldo Tagliapietra a Provaglio d'Iseo (BS)

Sabato 23
·Pineapple Thief + O.R.K. a Milano
·Basta + Segno del Comando a Terranuova B. (AR)

Domenica 24
·Massimo Giuntoli a Milano


·Ranestrane + R. Romano Land a Roma
·Indiana Supermarket a Roma

martedì 29 gennaio 2019

WICKED MACHINE, Chapter II (2017)

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Tornano dopo un’assenza di ben sei anni i Wicked Machine, quartetto formato da Alberto “Drago” Ragozza alla voce (già con i Love Machine), Steve Zambelli alla chitarra, Manuel Gatti al basso e alle tastiere e Simone Oldofredi alla batteria, che avevamo lasciato nel 2011 con un primo lavoro intriso di hard & heavy, caratteristica principale anche del nuovo Chapter II, uscito un paio di anni fa e totalmente autoprodotto. Oltre alla classicità di Iron Maiden, Dio e Judas Priest, i ragazzi infarciscono l’album di frangenti epic alla Armored Saint, pulsioni settantiane che chiamano in causa i Nazareth e un tocco prog vicino ad alcune cose dei Queensryche. La durezza insita nei pezzi è mitigata da una costante ricerca melodica, basti ascoltare l’opener Working class hero, immediata e di grande impatto. Ma la band riesce a guardare anche in altre direzioni, come nell’oscura Volador, dal riff portante al limite del doom o nella suite di 14 minuti The flight of Horus, dove emergono spunti prog ben calibrati e decisamente riusciti, una sintesi delle diverse anime del gruppo e atto principale di questo come back. Mi preme citare anche la riuscita cover di Wild boys dei Duran Duran e la conclusiva Dark hell, tenebroso finale di un lavoro convincente e che conferma la bontà della scena metal italiana, troppo spesso bistrattata e poco considerata. (Luigi Cattaneo)
Volador (Video)



 

 
 

sabato 26 gennaio 2019

SLAP GURU, Diagrams of pagan life (2018)


Secondo album per gli Slap Guru, band italo-spagnola di stanza a Madrid e formata da Valerio Willy Goattin alla chitarra e alla voce (leader anche dell’ottimo progetto Galaverna), Alberto Martin Valmorisco alla chitarra, al sitar e alla baglama, Javi Labeaga Burgos al basso e Jose Medina Portero alla batteria. Diagrams of pagan life ha il pregio di mescolare con sicurezza psichedelia e hard, blues, stoner e progressive, proprio come si faceva più di quarant’anni fa, in un’epoca sospesa nel tempo e carica di fascino, visti i tanti gruppi che ancora guardano con rispetto e omaggio verso quella stagione dorata. Blue Cheer, Cream, Hendrix con la sua Band of Gypsys, tutti insieme vengono citati, assorbiti e messi sul piatto con freschezza e dinamismo, fregandosene del tempo che passa, delle mode, di Dio e di tutti noi, perché qui c’è passione, sudore, amore per qualcosa che permane solo per pochi. Ma va bene lo stesso, perché il misticismo vintage di Goattin e compagni scalda l’anima, riporta a fasti passati ma ancora attuali, anzi, ancora più attuali in un momento storico dove bisogna ripartire, se possibile, proprio dall’underground, da sottoterra, dal basso. Inutile citare brani in questo caso, mettete sul piatto, sul lettore, in cuffia, dove vi pare, Diagrams of pagan life e ascoltatelo immaginando decadi lontane dove gli unici colori disponibili sono il bianco e il nero. (Luigi Cattaneo)
Di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album

KATIUSHA, Diverticoli (2018)

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I Katiusha sono una band nata a Genova nel 2013 e con Diverticoli si presentano con una miscela di indie e alternative rock, tirato e dalle interessanti liriche in italiano, che si segnalano per temi sociali e una certa comunicabilità, mirata a esprimere il loro vissuto interiore, fatto di gesti quotidiani e malesseri giornalieri. Dopo un demo del 2016, Gyada Bazurro (voce), Giorgio Barroccu (chitarra), Alessandro Biagiotti (batteria) e Antonio De Fusco (basso) danno ora alle stampe questo ep di quattro pezzi, poco più di quindici minuti ad alto voltaggio rock e con qualche alone wave (Penelope), che si snodano all’interno di una forma canzone curata e sicuramente gradevole, con rimandi anche a Skunk Anansie e Guano Apes. In attesa di una prova più corposa il quartetto conferma l’attitudine della OverDub di promuovere band di valore dell’underground nostrano. (Luigi Cattaneo)
Dove finisce lei (Video)
 

venerdì 25 gennaio 2019

TELEGRAPH TEHRAN, Marea (2018)


Svolta stilistica per i Telegraph Tehran (Marco Faggion alla voce e ai synth, Andrea Buccio alla voce e al basso, Casper Adamov alla batteria e Francesco Cardinali alla chitarra), che abbandonano il rock degli esordi (Spettri da scacciare del 2017) a favore di un ep, Marea, intriso di synth pop con echi funk, formato da tre soli brani e primo passo di un nuovo percorso artistico. Dalla fine del 2017 è cresciuto molto il nostro interesse per la scena synth pop/chillwave. Tutti noi veniamo da situazioni diverse che hanno come elemento comune il funk e i suoni degli anni ’80 e ’90. Iniziare questo percorso a gennaio non è stato semplice all’inizio, ma allo stesso tempo molto stimolante. Sono le parole della band a rendere chiaro il senso di un lavoro gradevole, che si lascia ascoltare con piacere, grazie a sonorità catchy e pezzi piuttosto immediati, che tradiscono il loro amore per MGMT e Washed Out. (Luigi Cattaneo)
Marea (Full ep)
 

mercoledì 23 gennaio 2019

OPERA OSCURA, Disincanto (2018)


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Esordio per i romani Opera Oscura, band guidata da Alessandro Evangelisti (pianoforte e tastiere già con gli OverWakingLife) e Alfredo Gargaro (chitarrista che abbiamo imparato ad apprezzare per la sua militanza negli Estrema Dura e negli Exiled on Earth, band di cui abbiamo parlato proprio da queste pagine), che con Disincanto hanno dato vita ad un lavoro a base di prog, heavy e dark. Accompagnati dalle voci di Francesca Palamidessi e Serena Stanzani, dalla chitarra classica di Andrea Magliocchetti, dal basso di Francesco Grammatico che si alterna con quello di Leonardo Giuntini e dalla batteria di Umberto Maria Lupo, il duo predilige un approccio compositivo fatto di suggestioni (La metamorfosi dei sogni), di storie narrate (A picco sul mare), di immagini che scorrono davanti agli occhi (Dopo la guerra). Anche le sezioni strumentali sono improntate sulla dicotomia tra spunti classici e fraseggi hard (Pioggia nel deserto), ma quello che permane maggiormente è un lirismo volutamente italico, aiutato da testi interessanti e che sanno descrivere senza risultare invadenti, lasciando l’ascoltatore regista principale delle visioni emerse. Dark prog, sinfonismi, dolci melodie, elementi che contraddistinguono i trenta teatrali minuti di Disincanto, in cui la drammaticità dei piccoli racconti espressi funge da collante per mantenere unitarietà di contenuto e di percorso. L’accoppiata Andromeda Relix/Lizard non fallisce nemmeno questa volta e sforna l’ennesimo lavoro di classe e qualità. (Luigi Cattaneo)
Album Trailer
  

MARCO PACASSONI GROUP, Frank & Ruth (2018)

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Frank & Ruth è l’omaggio, da poco uscito, di Marco Pacassoni e del suo gruppo (Alberto Lombardi alla chitarra, Lorenzo De Angeli al basso, Enzo Bocciero al piano e alle tastiere e Gregory Hutchinson alla batteria) per Frank Zappa e Ruth Underwood, vibrafonista dei The Mothers of Invention, nonché suonatrice di marimba, mai più apparsa sulla scena musicale dopo la dipartita dalla band del musicista di Baltimora. Pacassoni, impegnato pure lui al vibrafono e alla marimba, ha un curriculum di tutto rispetto, avendo lavorato a fianco di nomi come Gary Burton, Michel Camilo e Horacio Hernandez e il nuovo album è il suo quarto da solista. L’iniziale Blessed relief è perfetta per calarsi nel mood del disco e mette subito in luce le caratteristiche guida dell’intero tributo. For Ruth è la sentita dedica di Pacassoni alla fantasia della Underwood, mentre la sempre bravissima Petra Magoni è l’ospite vocale su Planet of the baritone women. Sleep, Pink and Black (the napkins suite), con i suoi nove minuti di durata, finisce per avere un retrogusto progressivo, prima dell’accoppiata formata da The black page e Echidna’s arf, che si legano egregiamente bene tra loro. Anche The idiot bastard son e Peaches en regalia, classici zappiani, vivono di verve e impatto, mentre il finale è appannaggio di Stolen moments, stupenda bonus di un lavoro che va oltre il concetto di atto d’amore per Zappa e la Ruth e che per la sua trasversalità potrebbe incuriosire non solo i fan del geniale compositore americano. (Luigi Cattaneo)
Blessed relief (Video)
 
 
 
 
 
 

lunedì 21 gennaio 2019

CHARUN, Mundus Cereris (2018)

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Dopo il debut Stige del 2016, tornano gli Charun, quartetto formato da Nicola Olla alla chitarra, Valerio Marras alla chitarra, Simo Lo Nardo al basso e Daniele Moi alla batteria, che con il nuovo Mundus Cereris prosegue nel discorso a base di post rock e metal. L’oscuro incedere strumentale del disco ben si sposa con i richiami al rito propiziatorio che permetteva di mettere in contatto il mondo dei vivi con quello dei defunti (da cui deriva il titolo dell’opera stessa), una tradizione antica che ha le sue radici nel santuario di Cerere, un tempio della Roma antica. L’iniziale Malacoda mette subito in risalto alcune caratteristiche dei sardi, con riff aggressivi e ampie distorsioni chitarristiche, un crescendo tipico del genere ma decisamente riuscito. Mae si districa tra post e psichedelia, mentre Laran conferma il songwriting narrativo e descrittivo che contraddistingue la proposta, tra picchi emotivi, ruvidezze heavy e grande intensità lirica. Il pathos che contorna i brani viene esaltato dalla presenza del pianista Stefano Guzzetti in Nethuns, ma anche le conclusive trame di Menvra e Vanth, che vibrano di un alone tetro e malinconico, confermano la bontà di un progetto brillante e ancora troppo poco conosciuto. (Luigi Cattaneo)
Vanth (Video)
 

venerdì 11 gennaio 2019

URBAN STEAM, Under concrete (2018)

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Nati nel 2012, gli Urban Steam non hanno mai cambiato formazione (cosa più unica che rara) e hanno sempre avuto l’obiettivo di scrivere brani senza pensare troppo ad un genere specifico, un’esigenza comunicativa improntata alla scrittura e alla voglia di mettersi in gioco suonando e divertendosi. Under concrete è quindi un esordio che incorpora le tante passioni dei membri della band (Paolo Delle Donne alla voce, Federico Raimondi alla chitarra, Fabrizio Sclano al basso e Diego Bertocci alla batteria), muovendosi tra progressive (quello dei Rush, dei Cosmosquad e dei Porcupine Tree) e hard & heavy (Black Sabbath, Whitesnake, Dio), caratteristiche che troviamo già nell’energia dell’iniziale Storm. Anche They live non scherza in quanto a carica e vivacità, mostrando anche il lato alternative rock del quartetto, mentre Soul è una gradevole e malinconica ballata. A metà disco gli Urban Steam piazzano dapprima la buonissima title track in odore di progressive e poi Cross the line, che torna su territori più cadenzati ma brilla per enfasi interpretativa e songwriting. Citylights conferma l’indole del gruppo di scrivere brani sempre molto attenti al vestito melodico, Wake up alterna parti vigorose con studiati rallentamenti, in un saliscendi congeniale alla riuscita del pezzo. Years conclude in maniera coinvolgente un album riuscito e che potrebbe trovare terreno fertile anche nella scena hard & heavy italiana, da sempre foriera di band meritevoli di maggiori attenzioni. (Luigi Cattaneo)
Under concrete (Video)