lunedì 6 luglio 2020

EGON, Il cielo rosso è nostro (2016)


Nati nel 2015, gli Egon hanno sinora pubblicato tre lavori, di cui Il cielo rosso è nostro rappresenta l’esordio del 2016, con la band che, in formato trio, confezionava poco più di trenta minuti distillati di new wave e cantautorato. Marcello Meridda (batteria), Francesco Pintore (basso) e Marco Falchi (voce e chitarra), si muovono qui agili tra la malinconia dei Marlene Kuntz, la rabbia dei CSI e la psichedelia noisy di alcuni episodi targati Verdena, sfumature sottili che invadono da subito l’iniziale Dissolvenza, inquieta e dall’oscuro fascino post punk. Immobile è una nera perla elettrica, con Falchi che appare il cantore di una fine senza appello, doppiata dallo spoken diabolico di Onirico, psichedelica danza in cui le ritmiche diventano un mantra allucinato. La quiete di Dry si palesa improvvisa in tutta la sua suggestione, prima dell’ottima Il sogno, che rimanda a immagini piene di pathos davvero commoventi. L’intensa Stratificazione ricorda i Marlene più poetici, mentre la conclusiva The red sky is ours è un viaggio verso rosse aurore che annientano gli occhi, buonissimo finale dal sapore post. Per conoscere meglio la band potete visitare la loro pagina https://egonband.bandcamp.com/

Onirico (Video)



mercoledì 1 luglio 2020

CONCERTI DEL MESE, Luglio 2020

5
·Plurima Mundi a Fiumicino (RM)

8
·Liberae Phonocratia a Milano

11
·Porto Antico Progfest a Genova

LORENZ ZADRO & FRIENDS, Blues Chameleon (2020)


Ogni brano, ogni collaborazione, è la fotografia di un momento fatto di attese, evoluzioni e cambiamenti. Mi ha sempre affascinato l’arte di esprimere se stessi attraverso la musica. Con queste parole Lorenz Zadro della True Blues Band presenta Blues Chameleon, il cui titolo dice già tutto, perché il chitarrista parte da un backgroud blues per instillarlo di esperienze variabili, mai statiche, come il folk delle iniziali Who looks for something e My grandfather, cantate con sicurezza da Ciosi, che nella successiva Alabama Blues si cala completamente nelle atmosfere care a J.B. Lenoir (tutte le composizioni appaiono in The big sound di Ciosi, disco del 2018). Il tris seguente, formato da Crossroads, Liza’s eyes blues e Rollin’ and Tumblin’ vede dietro il microfono Eddie Wilson (pezzi presenti in Lost in Blues, pubblicato dalla coppia nel 2009), con il sound che si tinge di sfavillante rock blues e folk, senza dimenticare la lezione dell’eterno Robert Johnson.  Con Leo “Bud” Welch si vola in Mississippi per ascoltare Baby please don’t go e Me & My Lord, registrate live al Club Il Giardino di Lugagnano nel 2015, espressioni vicine a quanto fatto nei suoi album Sabougia Voices e I don’t prefer no Blues. È la volta di Manuel Tavoni con le energiche I’m talkin about the blues (dal suo Back to the essence del 2017) e You already know it, un ottimo inedito. Mora e Bronski (voce e chitarra acustica) hanno un ruolo centrale in ben 4 pezzi, dall’omaggio ai Motorhead di Ace of spades al meraviglioso cantautorato di Anarcos , passando per la ballata Appuntamento al buio e il tributo al Bo Diddley di Mannish Boy. Boz Scaggs viene invece omaggiato da Zadro insieme a Rowland Jones in I just go, perla folk estratta da TBB & Friends della True Blues Band del 2012, da cui viene presa anche Get up, get down con Sarasota Slim, viaggio nell’assolata Florida bluesy del cantante e chitarrista. The bridge lascia spazio al lavoro della band madre di Lorenz, prima del finale di Sessobarraamore di Simone Laurino, leggera conclusione di un lavoro davvero validissimo, sintesi di una carriera giovane ma con già parecchi spunti di notevole spessore. (Luigi Cattaneo)

Alabama Blues (Video)



lunedì 29 giugno 2020

UPANISHAD, Crossroad (2019)


Nati nel lontano 2000 come gruppo punk rock, gli Upanishad (Vanni Raul Bagaladi alla chitarra e alla voce, Mirko Bazzocchi al basso e Lapo Zini alla batteria) nel corso del tempo hanno sviluppato importanti e interessanti influenze crossover e progressive, che li ha portati a incidere, dopo un periodo di pausa, Crossroad, full targato Red Cat Records. Lo stile dei toscani si è tinto negli anni di psichedelia e di prog, un substrato maturo e con una propria complessità, particelle di alternative americano che si dipanano verso la magia degli A Perfect Circle e la laboriosa struttura decantata dai Tool. Bivi, salite e discese, anche emozionali, che hanno bisogno di attenzione da parte di chi ascolta, catapultato in un mondo fatto di hard, melodie immediate, impatto rock e allusioni progressive. Look at you è il raffinato inizio, potente e viscerale, This room si colora con le congas e il djembe di Lisandro Cancellieri, a cui va aggiunta la voce di Olivia Grace, per quello che è uno dei momenti più significativi del lavoro. La cura messa in campo dagli Upanishad emerge anche in brani come Parasite o Side effects, singolari esempi di come il trio porti avanti un discorso strutturato da elementi differenti ma che finisco per combaciare, dando vita a qualcosa di credibile e organico. Stupenda la trama strumentale di Spikes trap, mentre Clouds e The river mostrano con consapevolezza il lato psichedelico della proposta. La conclusiva No way out chiude ottimamente un lavoro che mostra dedizione e grandi capacità. (Luigi Cattaneo)

This room (Video)



sabato 27 giugno 2020

SINTONIA DISTORTA, A piedi nudi sull'Arcobaleno (2020)


Tornano dopo ben quattro anni e qualche nuovo innesto i Sintonia Distorta, band di Lodi formata da Simone Pesatori (voce anche del progetto Èmonis e dei Seventh Season), Claudio Marchiori (chitarra), Gianpiero Manenti (tastiere), Marco Miceli (flauto e sax), Fabio Tavazzi (basso) e Giovanni Zeffiro (batteria), a cui va aggiunta l’esperienza di Fabio Zuffanti nelle vesti di produttore artistico. L’inserimento magistrale dei fiati e un sound che rimarca imput hard ma guarda con maggiore compiutezza al progressive italiano, ha portato i lombardi alla creazione di un piccolo gioiellino, complice una cura per la scrittura davvero notevole, che marchia a fuoco un come back con tutte le caratteristiche del classico disco che può durare negli anni. I sei brani mostrano una fecondità di idee non indifferente, complice probabilmente una maturità del tutto raggiunta dopo anni di creazioni e ricerca di un suono proprio, con gli ospiti presenti che innalzano ancora di più l’alto livello raggiunto. Impossibile quindi non citare Roberto Tiranti e il suo duetto memorabile con Pesatori nell’iniziale Solo un sogno ( … dimmi che ti basta), il grande Luca Colombo alla chitarra nell’ottima e commovente title track e Paolo Viani, degli indimenticati Black Jester, alla chitarra nella notevole e progressiva La rivincita di Orfeo. Proprio i Black Jester e Loris Furlan della Lizard Records (etichetta della band) che scrisse il testo, vengono omaggiati nella conclusiva Madre Luna, rivisitazione di Mother Moon (presente in Diary of a blind angel del 1993), accompagnati da I Musici Cantori di Milano diretti da Mauro Penacca, non una cover ma un tributo, che diviene sincero omaggio anche alla figura dell’appena scomparso Alessio D’Este, vocalist storico dei trevigiani. (Luigi Cattaneo)

Solo un sogno ( ... dimmi che ti basta) (Video)



martedì 23 giugno 2020

SALMAGÜNDI, Rose Marries Braen - A Soup Opera (2019)


Torna la follia in musica, tornano i Salmagündi, quartetto formato da Franco Serrini (voce e synth), Enzo P. Zeder (basso e synth già conosciuto per i progetti Kotiomkin ed Egon Swharz), Francesco Pacifici (basso) e Mattia Maiorani (batteria), di cui già avevo decantato le lodi per l’esordio Life of brain. La schizofrenia del debutto non si è attenuata, e le nevrotiche pulsioni crossover forgiano un ritorno in cui pezzi come I ate you! o The big bother mostrano come si possa scrivere in modo originale senza scadere nell’incomunicabilità, tra sfuriate ritmiche, rallentamenti psichedelici, cadenzate invocazioni, tempi dispari e una serie micidiali di idee che potrebbero firmare almeno il doppio dei pezzi. Cheese fake è un altro tributo alla libertà di pensiero, una struttura lontana da forme mentis omologate che diviene straniante fascino emotivo. Cockayne si muove sinuosa e free tra recitativi, linee di basso ipnotiche e synth impazziti, per terminare in un caos noise e schizzato. Quando fare progressive significa fregarsene e seguire l’istinto, unire generi legandoli tra loro, cosa che accade anche nelle ottime Mrs Braen aka Tanta Voglia Delay e Mumbo Jumbo, in cui Serrini in alcuni momenti ricorda la varietà stilistica di Mike Patton e Serj Tankian. D’altronde il mondo di Patton, unito a quello policromo di Les Claypool e alle visioni geniali di Zappa, sembrano tra gli imput del progetto ma il tutto è riletto e aggiornato con una personalità che diviene puro e candido menefreghismo. Chiude lo stralunato viaggio Rose marries B (W-Omen), una sorta di lungo outro strumentale che si discosta da quanto ascoltato sinora, finale sospeso e dai contorni indefiniti, come sono quelli di una band assolutamente fuori da ogni schema e forse anche da ogni logica. (Luigi Cattaneo)

Mumbo Jumbo (Video)



sabato 20 giugno 2020

LUCA SELLITTO, The Voice Within (2019)


Abbiamo conosciuto le capacità di Luca Sellitto con gli Stamina, band power prog attiva dal 2007 di cui il chitarrista è leader e compositore e con cui ha registrato 4 album in studio e l’ottimo Live in the City of Power (recensito da queste pagine ai tempi dell’uscita). Per questo lavoro in solitaria Luca sceglie la via del tributo, dell’omaggio alla sua passione per il neoclassico, creando un piccolo gioiellino che potrà senz’altro fare la felicità di quanti sono cresciuti con la musica di Yngwie Malmsteen, Royal Hunt e Stratovarius. Nasce così The voice within, disco in cui Sellitto (che per l’occasione si è occupato anche delle parti di tastiera) viene coadiuvato da una sezione ritmica mastodontica, formata da Patrick Johansson alla batteria (ex Malmsteen; Impellitteri; Vinnie Moore) e Svante Henryson al basso e al violoncello (ex Malmsteen; Joey Tempest) e da una serie di cantanti di prim’ordine. La scoppiettante partenza di Second to none con Rob Lundgren (The Mentalist) ci riporta alla fine degli anni ’90, quando il power metal esplose sfornando dischi di altissimo livello, doppiata da un altrettanto valida Land of the vikings, cantata dal grande Goran Edman (ex Malmsteen; John Norum). Ètude è il primo strumentale dell’album, in cui Luca dà sfoggio di tutta la sua tecnica, What if? si gioca la carta Henrik Brockman alla voce (ex Royal Hunt; Evil Masquerade), per un pezzo più ragionato e meno aggressivo, mentre Shadows of love vede di nuovo Lundgren impegnato dietro il microfono, per dare vita all’ennesimo episodio molto convincente. Buonissima la strumentale The Champion’s code, Lundgren si ripropone nella vibrante Into the light, prima della conclusiva Tearful goodbye, malinconico strumentale che chiude un esordio ispirato, in cui Sellitto ha puntato molto su un songwriting attento e curato, senza strafare sul lato prettamente tecnico, elemento presente ma che finisce per non essere preponderante, scelta di gusto e decisamente azzeccata. (Luigi Cattaneo)

Land of the Vikings (Video)



giovedì 18 giugno 2020

MAGIA NERA, La Seconda Chance


La storia del progressive italiano ci ha spesso insegnato, che per quante band siano emerse tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, ci saranno sempre meteore che per motivi di varia natura, finiranno per essere ricordati come gruppi misteriosi, di cui si è sentito parlare negli anni, che hanno lasciato dietro di loro fantasie e aneddoti, ma nessun disco, salvo poi chiedere a gran voce, una seconda chance. Negli ultimi anni abbiamo assistito al debutto di Quanah Parker, Sigmund Freud, Struttura e Forma, Baro Prog – Jets, Il Cerchio D’oro o Posto Blocco 19, tutti esempi lungimiranti di ensemble che solo il tempo ha riportato a galla, dando loro una visibilità che ha reso possibile conoscere realtà valide e interessanti. Non fanno eccezione i Magia Nera di Bruno Cencetti, nati ufficialmente nel 1969 (ma vi è un preludio a nome Nuova Esperienza, monicker decisamente più beat) di cui si parlava dalle pagine dello storico Ciao 2001 nel lontanissimo 17 ottobre del 1972, in un articolo firmato da Massimo Scatizzi, che ne decantava lodi e qualità, oltre che raccomandare i discografici di capire i cinque ragazzi, impegnati in un hard rock duro e miscelato al blues. Ma allora cosa è successo al quintetto? Come mai la storia ha scritto per loro un tragitto che li ha portati solo nel 2018, dopo decenni di oblio, ad incidere l’ottimo L’ultima danza di Ophelia? La leggenda (vera o presunta) vuole che nel 1973, un incendio distrusse il loro furgone e tutte le registrazioni dei liguri, pronti a debuttare di lì a poco, spegnendo i sogni di gloria di amici cresciuti con Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, Cream, Uriah Heep e Jimi Hendrix. Tempi in cui i Magia Nera portano la loro musica (fatta essenzialmente di cover rivisitate) nei festival, condividendo il palco con i Latte e Miele e i Come le Foglie (era il 22 luglio del 1972 quando a Bottagna, in provincia di La Spezia, si svolgeva il Free Folk Festival), facendo vincere la passione contro le difficoltà quotidiane, fatte di rate degli strumenti da pagare, pause forzate e desideri infranti. Ma quell’alone di fascino, insito in racconti velati di culto, porta il produttore spezzino della Akarma Giorgio Mangora, curioso lettore proprio di Ciao 2001 e dell’opera Rock ribelli e avanguardia di Diego Sanlazzaro, a contattare Cencetti, chitarrista e leader dei liguri. La reunion con la formazione del 1972 (ad esclusione del tastierista Orazio Colotto, che si è trasferito in America ed è stato sostituito da Andrea Foce, troviamo Emilio Farro alla voce, Lello Accardo al basso e Pino Fontana alla batteria) porta alla pubblicazione di L’ultima danza di Ophelia, granitico hard prog che omaggia le influenze di una vita, seppure Bruno ci tiene a precisare che il disco è stato scritto tutto nel presente, pur avendo un forte sguardo verso i gloriosi ‘70. Elemento imprescindibile nella sontuosa Suite: dieci movimenti in cinque tracce, quasi venti minuti in cui emerge tutto il background di Cencetti e soci. Il dark prog ammalia la title track, prima dell’oscura e sabbathiana Il passo del lupo, mentre gli Uriah Heep di Very ‘Eavy … Very ‘Umble vengono citati in La strega del lago e nella cover Gipsy. Notevole e tirata anche La tredicesima luna, che mostra un songwriting sì vintage ma fresco e ispirato. 


Le buone reazioni dopo l’uscita di questa opera prima portano i liguri a lavorare da subito su nuove idee, che si concretizzeranno con l’uscita, qualche mese fa, di Montecristo, concept album improntato sull’omonima opera di Alexandre Dumas del 1844. Proprio come per il precedente i Magia Nera creano una miscela esplosiva di hard, prog e dark, un impronta da rock opera che si sviluppa come un’unica suite suddivisa in quattro capitoli, macroaree dove la narrazione segue l’incedere della storia in maniera innegabilmente coinvolgente. Tra ritmiche dispari e potenti, una chitarra aggressiva e sempre ben presente, un Hammond inquieto (suonato dal nuovo arrivato Fabio D’Andrea, impegnato anche al basso, alla chitarra e alle percussioni) che sostiene la vocalità spinta di Farro, si dipana il racconto che vede Edmond Dantes protagonista di una trama fatta di prigionia, fuga e vendette. La tenacia di Cencetti e l’amore per la musica marchiano a fuoco il nuovo percorso dei Magia Nera, regalandoci l’ennesima sorpresa targata anni ’70, meritevole di apprezzamenti e di essere sostenuta da tutti gli amanti di certi suoni. (Luigi Cattaneo)



mercoledì 17 giugno 2020

KIWIBALBOA, Natale in Argentina (2019)


Secondo lavoro per i KiwiBalboa (dopo Tre buoni motivi del 2016), terzetto genovese formato da Tommaso Dogliotti (voce e chitarra), Stefano Previtera (voce e basso) e Amedeo Marci (batteria), che arriva al nuovo Natale in Argentina forti del contratto discografico con la sempre ottima Overdub Recordings e la produzione artistica di Davide Auteliano (impegnato anche alla 12 corde ebow), membro dei Ministri. L’indie rock del trio è fluido e comunicativo, vive di momenti legati al pop, riuscendo a colpire con melodie di semplice lettura sin dai primi ascolti, caratteristica che emerge con forza per via di un songwriting che si fa scevro di sovrastrutture e orpelli, preferendo essere diretto e immediato. L’appeal di pezzi come Magari no o Cavalieri Jedi funzionerebbero anche nelle radio nazionali, seppure si lasciano preferire Incendio e Ponte Garibaldi, che mettono insieme testi interessanti e pulsioni cantautorali. Tirata e aggressiva Livello di rischio, sfuma nella più moderata e piacevolissima Mille, per poi perdersi nelle trame della valida Straniero e nell’ottima Vento del Nord. Il finale è ad appannaggio dell’ipnotica title track, che chiude un disco riuscito e molto gradevole. (Luigi Cattaneo)

Natale in Argentina (Video)  



lunedì 15 giugno 2020

CONCERTI DEL MESE, Giugno 2020

 Martedì 23
·Liberae Phonocratia a Milano

Venerdì 26
·Arturo Stàlteri a Portomaggiore (FE)
·The Coastliners a Roma

domenica 14 giugno 2020

VANIGGIO, Solo un sogno (2019)


Ricca la biografia di Vaniggio, alias Ivan Griggio, svizzero in pista dal 1993 con i Versivari, band crossover ticinese che ha aperto live per Ligabue, Marillion ed Elio e le Storie Tese. Ivan ha esperienze consolidate e variegate, collabora con Gionata, cantautore dal taglio bizzarro, ma anche con i Matamachete prima, folle ensemble industrial metal, e con George Merk poi, per un album dalle tinte indie pop. Nel 2019 Griggio fa il grande passo, ossia un disco scritto interamente da lui, dove lo svizzero suona il basso e canta, accompagnato da Roberto Panzeri alla batteria, Cristiano Arcioni all’Hammond e al piano, Diego Belluschi alla chitarra elettrica e Roberto Invernizzi alla chitarra acustica. Viste le premesse e il background vario di Ivan, che album è Solo un sogno? È un lavoro intimo, anche se rock nel suono, dove l’autore sembra essersi concesso, racconta storie di vita quotidiane, amarezze e suggestioni, con testi che preferiscono essere diretti, evitando troppi giri di parole. La formula funziona, seppure è piuttosto consolidata, imbevuta di tirate ora più hard, ora vicine al pop rock, con una grande attenzione per la forma canzone, elemento che Vaniggio maneggia senza grosse difficoltà. A volte basta è l’inizio che racchiude un po’ tutte le caratteristiche del lavoro, con un chorus potente e tirato che echeggia come un macigno, sostenuto da ritmiche crossover e un bel riff di Belluschi. Amoreuncazzo ricorda Vasco Rossi, per un pezzo gradevole e che si lascia ascoltare, prima di Ogni vestito, grintosa ed energica, e Dai un nome alle cose, con l’Hammond del bravo Arcioni che diviene ancora più protagonista. La title track continua a muoversi in direzione di un rock radiofonico ben suonato e arrangiato, Mai come sembra esplode con impeto nel massiccio chorus, mentre Una carezza non vuol dire amore alleggerisce i toni ma non convince del tutto. Il finale ci consegna dapprima l’ironica Favole e soprattutto Stessi sbagli, robusta conclusione di un esordio che, pur non inventando nulla di nuovo, riserva buone trame e diversi pezzi di spessore. Ovviamente chi cerca strutture complesse e articolate, messaggi nascosti o testi poetici non li troverà di certo qui, Vaniggio punta molto sull’impatto e su un songwriting diretto e senza tanti fronzoli, seppure i musicisti chiamati in causa sono tutti di buonissimo livello, e hanno saputo creare un disco, che seppure con qualche calo, risulta piacevole nella sua interezza. (Luigi Cattaneo)

Stessi sbagli (Video)



sabato 13 giugno 2020

WARMHOUSE, 1984 (2020)


album 1984 - Warmhouse
Curiosa la storia dei Warmhouse, che inizia con l’acquisto di una vecchia Casio – Tone degli anni ’80, nel cui involucro viene ritrovato un quaderno ingiallito e colmo di versi d’amore, di prigionia, di rimorso, narrazioni inquiete datate 1984 e firmate da un certo Patrick R. Le pagine di quel ritrovamento diventano lo spunto compositivo per i pugliesi, che pubblicano ora un ep d’esordio robusto ed energico, omaggio alla new wave nata nella terra d’Albione e ancora oggi presente nella cultura di band come Arctic Monkeys, Strokes e Interpol. Un post punk che quindi si imparenta con l’indie rock e che vede Francesco Elios Coviello (voce e synth), Agostino Nestola (chitarra e synth), Davide Cimmarusti (batteria) e Pasquale Monti (basso), protagonisti di un sound corposo e vitale. Quello di 1984 è ovviamente un breve resoconto delle esperienze sin qui intraprese dal quartetto, un biglietto da visita in attesa di qualcosa di più sostanzioso e che possa evidenziare un ulteriore crescita nel gruppo, che pare avere tutte le doti per emergere, almeno nella folta scena alternative tricolore. La title track iniziale, dalla vena malinconica, espone subito le qualità della band, a suo agio tra ritmiche rock e pulsioni di inizio 2000. La carica di Molko Monday, con il suono dei synth a sottolineare l’intensità del racconto (con l’ospite Dario Tatoli), pare il pezzo più a fuoco dell’album, forte di un chorus davvero azzeccato. Marble (dove troviamo Luigi Lafiandra ai synth e Tatoli, che oltre ai synth, suona la chitarra con l’ebow) e Pearl Moon chiudono questo valido ep tra suggestioni post e inflessioni wave. (Luigi Cattaneo)




giovedì 11 giugno 2020

VAREGO, I, Prophetic (2019)


Uscito nel 2019 per Argonauta Records, I, Prophetic è l’ultimo lavoro in studio dei Varego, band formata da Davide Marcenaro (basso e voce), Alberto Pozzo (chitarra), Gerolamo Lucisano (chitarra) e Simon Lepore (batteria), attiva da più di dieci anni e che arriva ora al terzo full dopo Tumultum e Epoch. Dopo una breve intro si parte subito fortissimo con The abstract corpse, aggressiva e potente sin dalle prime battute, vive su un incedere stoneriano rilevante e marcato. La title track sprizza sludge da tutti i pori, miscelandolo con vagiti psichedelici, chiamando in causa i grandi Melvins, prima di Of dust, che non disdegna passaggi grunge, e Silent giants, raffinata nel suo muoversi tra momenti suggestivi e picchi heavy. Ci avviciniamo alla conclusione dapprima con l’impeto stoner di When the wolves howl e poi con Duelist e Zodiac, pezzi che mettono insieme le varie influenze del quartetto ma sempre rielaborate secondo un ottica personale, che rende il prodotto finale davvero interessante ed elaborato. (Luigi Cattaneo)

Duelist (Video)



mercoledì 10 giugno 2020

KOZA NOZTRA, Sancta Delicta Atto II (2019)


Seconda parte di Santa Delicta per i Koza Noztra, band formata da L’onorevole (voce), L’annunciatrice (voce), Il diacono (chitarra), Recupero Crediti (chitarra), Calibro 9 (basso) e Il trafficante (batteria), pseudonimi bizzarri per un progetto pieno di metallico sarcasmo. La nera ironia invade la feroce La valle dei morti, puro heavy cantato in italiano, a cui si oppone la tenebrosa Illuminata/Magia Nera, dal mood doomy e con la presenza di Agghiastru (leader dei black metallers Inchiuvatu e autore di una personale carriera a proprio nome). Un bel riff hard sostiene la detonazione di Stato d’assedio, tra i pezzi migliori del lavoro, Tempo di crisi racconta invece in  maniera caustica la globalità della socialità attuale, con uno spirito heavy davvero potente. Anche Koza Noztra diviene grottescamente pungente, ispirata a Ka – Ching ! di Shania Twain, mentre Essi vivono conferma l’attenzione per testi da ascoltare con cura e una predisposizione verso il metal ottantiano. Il finale è ad appannaggio dell’ottima strumentale Requiem (In un battito di ciglia), cupa e tetra chiusura di un ritorno davvero molto interessante. (Luigi Cattaneo)

Requiem (Video)



sabato 6 giugno 2020

ORNE, The tree of life (2013)


Nati dai Reverend Bizarre, quotato gruppo della scena doom, gli Orne sono stati da subito alfieri di un ispirato dark prog infarcito di folk, con uno sguardo al passato che si traduce in dischi incisivi e pieni di fascino vintage. The tree of life del 2013 si apre con Angel eyes, prima perla del lavoro, prima di Temple of the worm, che mette bene in evidenza la capacità della band di creare scenari languidi, ricchi di un pathos fortemente malinconico, in cui è la chitarra di Kimi Karki a tratteggiare con cura tali atmosfere, soprattutto nelle parti più lente. Quando invece gli Orne si spingono su lidi progressive c’è la mano di Pirkka Leino, con il suo hammond, a guidare il gruppo e di questo ne è grande esempio il bellissimo finale strumentale. La seguente The return of the sorcerer mantiene intatto il carattere evocativo, quasi spirituale del complesso, con suoni oscuri e tematiche che seguono di pari passo lo spartito. A differenza di Temple of the worm qui la band si esprime attraverso una spettrale ballata, dove solo Karki rompe la linea guida della composizione con un solo ricco di tensione emotiva. Di ottima fattura anche Don’t look now, che oscilla tra momenti strumentali corali che denotano un amalgama raggiunta appieno e parti cantate con trasporto. Il momento migliore appare però il finale in cui gli Orne danno libero sfogo alla fantasia e si avventurano con l’immancabile hammond in territori prog molto settantiani. C’è un carattere fortemente acustico nei primi minuti di Beloved dead, almeno sino al riff all’unisono di chitarra e hammond, che apre la luce su un altro aspetto del gruppo che sin qui era emerso meno, ossia l’amore per sonorità hard, che coinvolgono anche il cantato di Sami Albert Hynninen, che si fa decisamente più aggressivo. Leggermente meno introspettiva è I was made upon waters, che ha al suo interno un po’ tutti i cromosomi musicali dei finlandesi e in particolare qui viene curato l’aspetto melodico, anche attraverso dei passaggi vicini al folk, oltre a quello corale che riesce ad esaltare ulteriormente le capacità di songwriting di Karki. Si sfuma nell’inquietudine di Sephira, omaggio al dark progressivo e all’hard rock, in cui il breve testo pronunciato con voce sporca da Hynninen lascia campo al sax di Lea Tommola ben supportato da una band davvero compatta. (Luigi Cattaneo)

Full Album Video



mercoledì 3 giugno 2020

TWELVE, Twelve (2020)


I Twelve sono una band colombiana che arriva, dopo un periodo di rodaggio, alla pubblicazione di un primo ep omonimo, crossover di stili e ponte tra rock elettronico, alternative e spore progressive, un suono che finisce per chiamare in causa Incubus, A Perfect Circle, Dredg e Hoobastank. Le note delicate della ballata She sings diventano manifesto della capacità dei sudamericani di scrivere deliziose melodie pop rock, Tonight ha un mood malinconico che seduce, mentre Sunny day riporta all’alternative rock statunitense di fine anni ’90. Come back home chiama in causa tutte le componenti sin qui citate, con quella elettronica che marchia a fuoco uno degli episodi più riusciti di questo debutto. Vanno però citate anche Never e This is the end, brani che rapiscono per quella capacità di comunicare emozioni, cosa non da poco quando si fa arte. I colombiani hanno indubbie doti, vediamo se il futuro rispetterà le premesse del lavoro sin qui svolto. (Luigi Cattaneo)


Tonight (Video)

LIBET, Il primo ritratto (2020)


Il primo ritratto è l’esordio dei Libet, duo di Torino composto da Marco Natale (chitarra, basso, pads) e Alan Spanu (voce, synth e pianoforte), che arrivano a questo breve debutto (25 minuti circa) con le idee piuttosto chiare e forti di un songwriting che mette insieme cantautorato, elettronica, piccole dosi di ambient mescolate a vagiti industrial. Una sperimentazione che si presenta da subito con la delicata Lei, crossover tra canzone d’autore ed elettronica, un inizio tenue davvero gradevole. Stasi è invece più ritmata, con la voce di Spanu che rimane sottotraccia, un sussurro lieve di grande effetto, prima dell’onirica La mia posa e dell’interessante Sospetto, dove un certo colto rumorismo accompagna i versi di Spanu. In Dashi l’elettronica diviene elemento centrale e sfuma in L’indirizzo sbagliato, altro episodio dove i Libet mettono insieme cantautorato e IDM. La breve strumentale Dall’indaco ci conduce alla conclusiva Anastasia, valido finale di un lavoro dove il duo è riuscito a mettere insieme beat e campionamenti, folk ed elettronica, con una certa freschezza e fluidità. In attesa di qualcosa di maggiormente corposo, l’opera prima dei Libet non può che suscitare interesse e curiosità. (Luigi Cattaneo)

lunedì 1 giugno 2020

L'ULTIMODEIMIEICANI, Ti voglio urlare (2020)


Uscito a fine 2019, Ti voglio urlare è il primo full dei L’ultimodeimieicani (dopo l’ep In moto senza casco), album istintivo, legato a racconti emotivi, storie di vita, di amori, paranoie e relazioni sociali, registrato a Genova sotto la supervisione del produttore Mattia Cominotto. Gelato, traccia tra le più riuscite, è uno dei singoli proposti, introspettivo e malinconico, vede la partecipazione del rapper Canca e di Olmo Martellacci degli Ex-Otago al sax, band accostabile per sound al quintetto formato da Lorenzo Olcese (voce e chitarra acustica), Rachid Bouchabla (batteria e percussioni), Beniamino Parodi (chitarra e basso), Stefano Pulcini (chitarra e basso), Pietro Bonuzzi (chitarra e synth). L’ottima Everest vibra grazie ad un attento uso dei synth, gradevole la ritmata Provincialismo, mentre 5 minuti di tristezza cosmica e Ciao sono puro indie pop-rock, leggero ma forte di una scrittura sicura e intelligente. Dolore appare notturna e inquieta, la title track mostra la capacità di raccontare in pochi minuti storie quotidiane, ma i ragazzi sanno essere anche pungenti e ironici, come in Pensione a vent’anni. Sirene racconta il rapporto conflittuale con la propria città di provenienza, con la chitarra che diviene protagonista di un suono spigoloso ed elettrico. Cosa vuoi cambiare si pone domande e incertezze, quelle di una generazione che si muove tra dubbi e ansie su un futuro tutto da scrivere. Esordio positivo, pieno di sincerità e voglia di comunicare, brioso ma che non scade mai nel facile pop da classifica. (Luigi Cattaneo)

Cosa vuoi cambiare (Video)



sabato 30 maggio 2020

MICHELE PIANO, NÏnde (2020)


Esordio assoluto per Michele Piano, pianista e compositore appassionato di musica classica (con tanto di diploma al conservatorio) ed elettronica, oltre che esperto di sintetizzatori analogici, background che emerge prepotentemente in questo NÏnde, insieme ad un’aurea da soundtrack piuttosto evidente (altro retaggio culturale del foggiano). Quella di Michele è ambient elettronica vicina a mostri sacri come Brian Eno, Philip Glass e Steve Reich, frutto di piccole e sincere melodie che nascono da poche note, perfette per toccare l’anima e per accompagnare stati umorali umbratili. L’aspetto minimal delle composizioni è rievocato dall’equilibrio tra frangenti pianistici, sintetizzatori analogici e loop, con accordi di 3-4 note che divengono sintesi del percorso musicale dell’autore. NÏnde è un mondo disabitato e vuoto e all’essere umano non è permesso accedervi, forse perché già reso inabitabile in passato da qualcuno. Le parole di Michele spiegano la genesi del lavoro, che trovano espressione nella title track divisa in due parti e in Fuci Copi (entrambe registrate con Francesco Tamburrano alla chitarra), ma l’immagine di un luogo desolato e malinconico emerge anche nelle meraviglie sonore di Mitta e nella bonus track Oro 12 + Palmegane reca, mentre una greve spruzzata elettronica invade Vileno. Per ascoltare e acquistare l’album potete visitare la pagina https://michelepiano.bandcamp.com/releases (Luigi Cattaneo)

giovedì 28 maggio 2020

THE NON-FUNCTIONAL SAINTS, 2 (2020)


I The Non – Functional Saints sono un duo elettronico formato da Phil Minns e Nick Lewis, ex studenti dell’Alton College uniti dalla passione per la classica contemporanea di Martin Read e per i suoni di Boards of Canada, Mira Calix e Autechre. Dopo il primo ep 17, il duo si ripresenta ora con 2, disco pubblicato dalla milanese Luminol Records, che mette insieme ambient, elettronica e dark, senza dimenticare un pizzico di drone e di post che rende il tutto ancora più interessante. L’omaggio a 2001:Odissea nello spazio si colloca all’interno di un clima da soundtrack, che ritroviamo in diversi momenti del lavoro, una colonna sonora immaginaria raffinata e dal sapore ricercato, con l’utilizzo di campioni reali manipolati dagli inglesi, soprattutto strumenti a corda, lavorati con il loro spirito e una creatività libera e anarchica. La suite risulta vasta e articolata, multiforme nel suo avanzare tra sperimentazione, ritmiche ossessive, industrial, melodie appena accennate e sfuriate IDM, un melting pot elettronico assolutamente consigliato agli appassionati del genere. (Luigi Cattaneo)

2 (Radio Edit Video)



mercoledì 27 maggio 2020

ANTIFONA, Live in Garage (2020)



Il folto panorama underground italiano, sempre vivo e pieno di spunti interessanti, oggi ci consegna l’esordio degli Antifona, trio formato da Massimo Mariano (tastiere), Massimo Ritorto (basso) e Emanuele Bosco (batteria), che riprende la tradizione della Torino jazz rock, quella delle fusioni, dei locali come lo Swing Club e di gruppi che rispondono al nome di Arti e Mestieri, Combo Jazz, Dedalus, Beia come Aba, Gialma 3 ed Esagono. Sulla scia di certe storiche formazioni settantiane si muovono gli Antifona, che con questo Live in Garage, uscito da pochi mesi, urlano la propria voglia di creare assecondando gusti e passioni di una vita, senza avere limiti imposti o prefissati. L’iniziale Com’è Josè? è sintomatica delle pulsioni insite nei piemontesi, con un vibrante jazz rock che riporta alla mente proprio il passato glorioso di certi ensemble loro concittadini. Dalle 5 alle 6 vede Mariano protagonista con le sue tastiere, ben sorretto da una sezione ritmica davvero efficace, prima di Nuvola rossa, che con un velo di malinconia, chiude la prima parte del disco. La batteria di Bosco apre Balòn, ottimo episodio dalle atmosfere jazzate, che fa il paio con D’assolo, a cui pare legato sia come mood, sia come scrittura. Chiude la lunga Stratos, quasi otto minuti variegati e suggestivo finale di un esordio tanto vintage quanto straordinariamente affascinante. (Luigi Cattaneo)

Dalle 5 alle 6 (Video)



sabato 23 maggio 2020

IZ, Il destro onironauta (2019)


Tornano gli Iz di Paolo Jus (basso), band di cui avevamo parlato ai tempi dell’uscita di Today’s Egg, un ottimo prodotto che purtroppo passò quasi inosservato, se non nella ristretta cerchia degli appassionati. Jus, eclettico compositore del gruppo, è ben accompagnato da Denis Ronchese (Hammond, Fender Rhodes e tastiere), Aurelio Tarallo (chitarra), Pietro Ius (batteria), Alice Gaspardo (trombone), Rob Daz (tromba) e Giorgio Giacobbi (sax), oltre che da due special guests, Isabella Ventoruzzi  e Marco Quas, che si dividono le parti di flauto. L’ensemble allargato rimanda agli Snarky Puppy ma anche all’Artchipel Orchestra di Ferdinando Faraò, quindi un concentrato fantasioso di jazz, fusion, funky, rock e progressive, in cui vengono centrifugate anche le influenze di Pat Metheny e Weather Report. Gli Iz hanno però una loro forte personalità, sorretta da una scrittura di altissimo livello, dove il particolare e la cura per l’arrangiamento sono elementi posti in primo piano, che finiscono per fare la differenza anche nel nuovo Il destro onironauta, lavoro in odore di concept diviso in due parti (Fase non-Rem e Fase Rem). La grande tecnica strumentale dei friulani è sempre sostenuta da idee e fraseggi coinvolgenti, come nel caso della raffinata Arren o dell’elegante Lapoo, come non sono da meno le melodie delicate di La sacralità del niente e Prestatempo, una ballata sintomatica di come la band utilizzi alla perfezione la sezione fiati in organico. Stupenda anche The story of two kisses, frutto di un grande lavoro d’insieme, con ritmiche solide e i fiati ancora protagonisti. Brano che fa il paio con Timeless motion, orchestrale e fiatistica, mette in evidenza l’eccellente interplay tra Ronchese (bravissimo nell’armonizzare con le sue tastiere) e Tarallo, interpreti davvero notevoli del loro strumento. L’insolita e claudicante The drunk walking e la variopinta Geesy two non fanno altro che confermare il talento dei sette e la validità del progetto Iz. Chiusura affidata al band leader, che colora di note Yandalù. Rinnovo l’invito fatto qualche anno fa, a questo indirizzo, https://izband.bandcamp.com/album/il-desto-onironauta, è possibile acquistare l’ultimo album e tutta la discografia (vi è anche Lebannen, un ep del 2015) di un gruppo davvero meritevole di attenzione. (Luigi Cattaneo)

martedì 19 maggio 2020

CARMELO CALTAGIRONE, Cosa loro, please (2016)


Ci eravamo già occupati di Carmelo Caltagirone parlando del suo esordio, Iron Man del 2014, disco acerbo che appariva come un punto di partenza su cui lavorare per arrivare a qualcosa di più definito. Cosa loro, please è il terzo album del chitarrista, che si lega a quel debutto perché riprende da quello alcuni brani che non avevano trovato posto allora, confermando alcuni problemi già emersi in precedenza. Uscito nel 2016, mostrava qualche miglioria, ma non sufficiente per far apprezzare del tutto i 25 minuti dell’opera, intrisa di hard & heavy chitarristico e ritmiche secche e ripetitive. Pezzi come Skate Rock o Prank hanno idee valide al loro interno, ma andrebbero sostenute da arrangiamenti più curati per emergere maggiormente, mentre altri passaggi, Snob break ad esempio, sembrano dei riempitivi e null’altro. Probabilmente la sua voglia di improvvisare su una base ritmica è forte, ma Caltagirone farebbe bene a fermarsi e lavorare su quello che suona e registra, per magari costruirci sopra qualcosa di più organico, anche perché emergono qua e là momenti su cui cesellare composizioni più strutturate (Winter ma anche You), da rifinire magari con una band. La sua attitudine è questa, ma diventa difficile pensare ad un pubblico, anche esiguo, che possa interessarsi a dischi del genere. Piccolo passo avanti sì ma non ancora adeguato per soddisfare appieno. (Luigi Cattaneo)

Prank (Video)



lunedì 18 maggio 2020

GIANT THE VINE, Music for empty places (2019)


Nati nel 2014 dall’incontro tra Fabio Vrenna (chitarra e tastiere), Fulvio Solari (chitarra) e Daniele Riotti (batteria), con l’intento di omaggiare il grande progressive rock settantiano, già a partire dalla scelta del nome del gruppo, crasi tra i Gentle Giant e One for the vine dei Genesis  (da Wind & Wuthering del 1976). Le trame, esclusivamente strumentali del trio, si arricchiscono del basso di Marco Fabricci e del piano suonato da Chico Schoen e Ilaria Vrenna, che fanno di questo Music for empty places un album che punta forte sull’impatto emotivo, tra il post dei Mogwai, le sospensioni dei King Crimson e la visione prog dei Porcupine Tree, tra parti soffuse e momenti più tirati, che tradiscono amore anche verso l’hard. La band ha qualcosa di spirituale, di profondo, che smuove intimamente, probabilmente per via di tratti malinconici che caratterizzano perle come Lost people o Ahimsa. Pur non trattandosi di un concept c’è un tema comune, un filo invisibile che unisce le composizioni, ossia i vuoti lasciate dalle persone quando abbandonano un luogo ma le tracce della loro presenza permangono, un racconto in musica che trafigge nelle note di Gregorius e The Rose. Il disco, uscito nel 2019 per Lizard Records, è la conferma della bontà del rooster dell’etichetta veneta e di come il nostrano underground abbia al suo interno davvero tante band degne di nota. (Luigi Cattaneo)

Lost people (Video)



mercoledì 13 maggio 2020

ANNO MUNDI, Rock in a danger zone (2018)



Disco uscito a fine 2018 e solo in vinile (300 copie numerate), Rock in a danger zone dei romani Anno Mundi, vede la formazione del chitarrista Alessio Secondini Morelli (su queste pagine parlammo del suo ultimo lavoro solista) e di Gianluca Livi (batteria) rinnovata con l’ingresso in pianta stabile di Mattia Liberati (tastiere) e Flavio Gonnellini (basso), entrambi della prog band Ingranaggi della Valle, oltre che di Federico Giuntoli (voce) dei Martiria. Il risultato è hard rock settantiano senza fronzoli, tra atmosfere giustamente vintage e uno sguardo alle grandi band di quella decade d’oro per l’hard & heavy. Dopo una breve intro con tanto di mandola suonata da Massimiliano Fabrizi, si parte in quarta con Blackfoot, un southern hard rock che omaggia la band di Rickey Medlocke, piuttosto conosciuta tra i ’70 e gli ’80. Megas Alexandros, con i suoi quasi otto minuti mette insieme epic e prog, Searching the faith guarda invece ai Black Sabbath, mentre Pendin trial è un altro lungo brano dal sapore classicheggiante. La breve cover di Fanfare dei Kiss (con Emiliano Laglia al basso) anticipa la conclusiva Live medley (ancora presente Laglia), risalente ad una registrazione dal vivo al RoMetal festival del 2014, in cui gli Anno Mundi presentano quattro brani del loro esordio Cloister graveyard in the snow del 2011, un ottimo espediente per assaggiare anche il passato della band. Nel frattempo il gruppo ha continuato a lavorare e nel 2019 ha pubblicato, per Black Widow Records, Land of legends. (Luigi Cattaneo)

Full Album Video



domenica 10 maggio 2020

NIGHTGLOW, Rage of a Bleeding Society (2019)



Nati più di vent’anni fa, i Nightglow (Daniele Abate alla voce, Andrea Moretti alla chitarra, Mauro Nicoli al basso e Marco Romani alla batteria) arrivano al terzo disco dopo We rise e Orpheus, riabbracciando l’Atomic Stuff, etichetta che li aveva supportati nella pubblicazione del primo lavoro. Rage of a bleeding society, uscito nel 2019, è un concentrato di new metal, crossover e thrash, senza dimenticare spunti più classicamente heavy. Le pulsioni thrash di Alive trovano il proprio contraltare nella drammatica ballata Gone, vicina ad alcune cose degli Stone Sour, mentre Mofo Social Club rimanda a quanto succedeva oltreoceano tra fine ’90 e inizio 2000, quando band come Mushroom Head e American Head Charge trovavano una loro fetta di pubblico. The last one invece è più vicina ai Disturbed, Feed my demon oscilla tra thrash e crossover, mostrando come anche l’influenza dei Machine Head sia ben presente. Daenerys continua ad omaggiare l’alternative a stelle e strisce e, seppure ci troviamo dinnanzi ad un prodotto derivativo, il quartetto è davvero capace di creare momenti intensi e ben strutturati. Più personale Erzsèbet, otto minuti in cui i Nightglow si destreggiano tra parti strumentali, momenti cadenzati e riff massicci, con Moretti davvero bravo nel caricarsi tutto il lavoro chitarristico, assolo compreso. X è l’ennesima bordata carica di elettricità, Circus of the damned parla di nuovo il linguaggio del thrash metal moderno, prima di Fuck@looza, che sarebbe stata perfetta per gli Ozzfest di una ventina di anni fa, quando Ozzy condivideva il palco con Godsmack, Slaven On Dope e Apartment 26. Completano il quadro la micidiale On your own e la potente Overlord, conferme di un ritorno convincente e brillante. (Luigi Cattaneo)

Circus of the damned (Video)



giovedì 7 maggio 2020

OCTOBER EQUUS, Saturnal (2011)


Terzo lavoro discografico, dopo l’esordio omonimo del 2006 e Charybdis del 2008, per gli spagnoli October Equus, che con Saturnal confermavano quanto di buono avevano espresso in precedenza, forti di un incedere sonoro ricco di sfaccettature e di giochi stilistici piuttosto complessi. Nessun compromesso quindi per quella che in patria è ritenuta la band di punta del movimento R.I.O. e avant-prog. Nei primi tre brani la band mette subito tanta carne al fuoco: il clima oscuro e crepuscolare evidenzia affinità con diversi lavori dei King Crimson, con le soluzioni adottate dagli spagnoli che risultano ad alto tasso di difficoltà, in un connubio molto azzeccato tra la chitarra di Angel Ontalva (autore di ottimi spunti solistici), il doppio sassofono suonato dalla coppia Fran Mangas e Alfonso Munoz e il violoncello di Pablo Ortega. L’ascolto si fa difficile e l’attenzione da porre con il passare dei minuti diventa elevata, ma ciò che emerge è la capacità della band di saper affascinare l’ascoltatore, proprio in virtù di situazioni complicate ma ammalianti. Si arriva a metà lavoro e si ha la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un gruppo pieno di idee, che a volte si spinge fin troppo in direzione di quell’avanguardia progressive che in taluni casi risulta attenta al particolare e alla minuziosa rifinitura, ma si dimentica della comunicabilità del prodotto. Il risultato, comunque apprezzabile, a volte si perde tra mille finezze che sfavoriscono l’insieme. Croce e delizia di un genere, che se trova cento estimatori, trova altrettanti detrattori. Si arriva così a Sutices ecuaciones vivientes, molto articolata, il cui tortuoso incedere e i molteplici cambi di tempo sono alleggeriti dal solo di Ontalva, utilizzato come un chorus (se questo è il termine più giusto per un disco degli October Equus). Le conclusive Abre los ojos e Ultimo refugio non fanno altro che confermare i giudizi espressi sin ora, soprattutto quest’ultima, malinconica ma vibrante, di umore inquieto, con tutta la band partecipe e capace di creare anche momenti meno astrusi ma non per questo di minor valore. Non una band per tutti. Questo può essere il giudizio finale una volta giunti al termine del lavoro. Perché l’album ha bisogno di svariati ascolti per essere pienamente immaganizzato e apprezzato. Tolte alcune pecche, a volte comuni ai gruppi che pensano e sviluppano la materia progressiva dentro certi canoni, non si può non rimanere quantomeno affascinati da quanto propongono gli spagnoli. Ascolto quindi obbligatorio per gli amanti dell’avant prog settantiano stile Henry Cow, oltre che dei contemporanei Yugen. (Luigi Cattaneo)

Una mirada furtiva en la noche saturnal (Video)



mercoledì 6 maggio 2020

NAIROBI, Nairobi (2020)



Nairobi, trio strumentale formato da Leonardo Gatto (basso dei We were OnOff), Giorgio Scarano (chitarra dell’Ice Pick Experimental Trio) e Andrea Siddu (batteria, presente già con Plasma Expander, Trees of Mint e Damo Suzuki Network), debutta con un lavoro di breve durata (25 minuti circa) intriso di math, post e noise, con riferimenti ai padri Shellac che emergono qua e là tra le trame di questa opera prima. Il suono complessivo, spigoloso e secco, è sempre coeso e robusto, non conosce cedimenti e avanza come un’unica suite, tra ritmiche fitte, riff densi e la voglia di non avere troppi confini stilistici, possibilità che trova nella Wallace Records un degno alleato. L’aver aperto i live di personaggi come Giorgio Canali & Rossofuoco, ma anche aver condiviso il palco con Mombu e Soviet Soviet, ha accresciuto nel trio la consapevolezza della strada da seguire, espressa ottimamente in questo valido debutto. In attesa di un secondo capitolo, magari più sostanzioso in termini di minutaggio, non possiamo che constatare l’efficacia di una proposta stilisticamente interessante e con diversi intriganti spunti. Di seguito il link per acquistare e ascoltare il disco https://nairobiofficial.bandcamp.com/releases (Luigi Cattaneo)


lunedì 4 maggio 2020

LE PORTE NON APERTE, Le Porte non Aperte (2013)


Ispirato al manifesto degli imprevedibili, un movimento filo anarchico di intellettuali toscani degli anni ’60-70, Golem dei Le Porte Non Aperte racconta il sogno di un uomo che, re della propria esistenza, si trova a perdere il controllo del suo Io, costretto davanti ad una serie di scelte per lui già costruite, che lo portano a mettere in dubbio la sua logica e le ragioni della sua natura. Un concept, questo del 2013, che proponeva le tipiche sonorità del progressive rock d’antan in maniera naturale e per nulla forzata, sin dai primi vagiti dell’album. Re del niente e La città delle terrazze strizzano l’occhio a Balletto di Bronzo e Banco del Mutuo Soccorso, si fanno apprezzare i suoni delle tastiere (soprattutto l’organo) di Filippo Mattioli, le incursioni di Marco Brenzini al flauto e le ritmiche hard di Jacopo Fallai. Molto particolare la voce di Sandro Parrinello, personale, espressiva, mi ha ricordato in alcuni frangenti le vocalità che tanto andavano nella new wave fiorentina degli anni ’80. A ciò aggiungiamo una certa vena hard rock che trasale, affiora con forza e rende il tutto coinvolgente, come nel caso di Binario 8, per poi perdersi nei meandri del blues psichedelico strumentale di Il vicolo dei miracoli. Il contrasto tra l’anima progressive e quella wave affiora anche in Rigattiere dei sogni infranti, dove ci sono dei passaggi strumentali davvero notevoli, soprattutto negli intrecci tra flauto e organo. Anche Oceano - Nel canto della sirena e Animale del deserto pt.1 - La rivolta della tartaruga Elsie confermano lo spirito prog dei toscani. Nella prima si sente anche qualche eco del Battiato sperimentale (quello della trilogia Fetus, Pollution, Sulle corde di Aries), mentre nella seconda si avvicinano ai contemporanei Bacio della Medusa e ai redivivi Spettri. Potete trovare questo loro unico lavoro al seguente indirizzo https://leportenonaperte.bandcamp.com/

domenica 3 maggio 2020

MURPLE, Io sono Murple (1974)


I Murple sono un gruppo romano nato nel 1971 grazie alla volontà del bassista Mario Garbarino e del batterista Duilio Sorrenti, ai quali si aggiunsero successivamente il tastierista Pier Carlo Zanco e Pino Santamaria, nelle vesti di chitarrista e cantante. Dopo due anni di attività concertistica vengono messi sotto contratto dalla Fare Records, che è una sottoetichetta della casa discografica tedesca Basf. Particolare questo da non sottovalutare, in quanto i Murple erano una delle poche band italiane di quest’etichetta, che non si preoccupò minimamente di effettuare una dovuta promozione al gruppo. Così come molte altre band del periodo difatti i Murple, senza un’adeguata attività promozionale, non raccolsero mai i frutti del loro lavoro che, pur non essendo un capolavoro, meritava perlomeno una maggiore attenzione nel momento della sua uscita. 
Io sono Murple è formato da due suite divise in 6 movimenti ciascuna che raccontano della vita di un pinguino, Murple per l’appunto, che decide di abbandonare il suo habitat naturale per vivere libero con l’uomo. La prima suite è caratterizzata da ampi spazi strumentali di ottima fattura, che mostrano la qualità tecnica dei musicisti, che pur non creando nulla di innovativo risultano essere decisamente convincenti. Diverse le atmosfere che pervadono la suite, ben cristallizzate da passaggi ora dal sapore hard ora soffusi e suggestivi, che ci conducono ad un finale in pieno stile progressivo con Santamaria abile nel duettare con le tastiere di Zanco, entrambi ben sostenuti dalle accelerazioni di Sorrenti. Il pianoforte di Zanco e le sue reminiscenze classiche guidano l’inizio della seconda suite, dove si inserisce il canto di Santamaria, che però convince molto di più nelle vesti di chitarrista, in quanto in alcuni passaggi la sua voce risulta essere troppo piatta e monocorde. Sono proprio i momenti in cui si dà spazio alla voce di Santamaria quelli ad entusiasmare meno; difatti quando la band decide di accelerare ascoltiamo le parti migliori del disco, con cambi di tempo, impulsi rock e trame romantiche, soluzioni strumentali non molto originali ma suonate decisamente bene e con il piglio di chi, pur non inventando nulla di nuovo, trova soluzioni molto piacevoli e ben eseguite. Quindi un lavoro che deriva dai grandi gruppi progressivi, sia della scena inglese che italiana, un disco sicuramente che non presenta novità di fondo ma che può risultare gradevole per chi ama certe sonorità (e per i completisti della materia).
Visto lo scarso successo di critica e pubblico, i Murple dapprima collaborarono con Gianfranca Montedoro (ex Living Music) per l’album Donna Circo e poi per ben sette anni fecero parte della band di Mal. Solo nel 2008 Sorrenti, Zanco e Garbarino con la sigla Murple sono riusciti a pubblicare un nuovo lavoro, Quadri di un esposizione. (Luigi Cattaneo)

Full Album



sabato 2 maggio 2020

GOLDEN HEIR SUN, Holy the abyss (2020)



Golden Heir Sun è la one man band di Matteo Baldi, chitarrista dei Wows, band post metal veronese, che qui viene accantonata per un progetto contaminato, anarchico nel suo sviluppo creativo, emanazione di una personalità che aveva già avuto modo di emergere nei 14 minuti del precedente The deepest, brano del luglio 2019. Holy the abyss non si smarca da quella pubblicazione ma la raffina, espande il discorso e conduce l’ascoltatore in un buco nero a base di post, dark, ambient e drone, una ventina di minuti che diviene suite oscura e inquietante nel suo incedere, dove ogni nota appare pensata e rifinita al dettaglio. Atmosfere tenebrose e foschi passaggi dal taglio minimale sono il corollario emotivo di un lavoro riuscito e assolutamente brillante, altro step importante verso qualcosa di ancora più corposo. (Luigi Cattaneo)


Holy the abyss (Video)

venerdì 1 maggio 2020

MONDAY SHOCK, Rude Awakenings (2020)



Rude awakenings è l’ep d’esordio dei Monday Shock, tre brani più un intro di godibile hard glam ottantiano, frutto del songwriting di Oscar Burato, co-fondatore della Street Symphonies e della Logic Ill Logic Records, con cui collabora per oltre dieci anni prima di intraprendere nuove strade professionali. Per realizzare il progetto vengono chiamati Enrico Dabellani alla chitarra, Nicola Iazzi al basso (Embryo, Firmo, Hardline) e Alessandro Marchi alla voce, oltre che Fabiano Bolzoni alla batteria e Alessandro Broggi alle tastiere (membro degli Airbound). Blind è l’anthem energico che indica la strada su cui si muovono i Monday Shock, la vivace verve di Your side ci conduce al finale di Spirit of life, un’ottima ballata elettrica in stile anni ’80. In attesa di una pubblicazione più corposa, Rude awakenings è senz’altro un lavoro che lascia trasparire le buone potenzialità del progetto, primo passo interessante e molto gradevole. (Luigi Cattaneo)  

Blind (Video)



mercoledì 29 aprile 2020

ENIO NICOLINI AND THE OTRON, Cyberstorm (2019)




Enio Nicolini si cimenta in questa sua nuova avventura dopo le importanti esperienze con The Black, Unreal Terror, Akron e Sloe Gin, gruppi che sin dagli anni ’80 hanno portato l’abruzzese ha esplorare le varie coordinate del metal, senza dimenticare incursioni nel doom e nel dark prog. L’anno passato è uscito per Buil2kill/Nadir questo Cyberstorm, sotto la sigla Enio Nicolini and The Otron, che vede il leader, impegnato al basso, accompagnato da una formazione di tutto rispetto composta da Ben Spinazzola alla voce, Sergio Ciccoli (Scala Mercalli) alla batteria e Former Lee Warner all’elettronica. L’assenza di una chitarra non è una novità nella carriera di Nicolini, che qui predilige sonorità heavy calate in un contesto moderno, con i testi, di ispirazione sci-fi, che diventano un collante fondamentale per la buona riuscita del lavoro, che pare quasi un compendio del background artistico del bassista. Le varie anime musicali del curioso musicista lasciano traccia nelle trame sofisticate di Iss Armada, che vede la partecipazione di Tiziana Radis dei Secret Tales, così come nell’oscura Anthios e nella martellante Nanoids in my head. Voivod, Rammstein, Killing Joke, Blaze Bayley, sembrano alcune delle influenze dietro pezzi come Night of the hunt o Timeless love, ma Nicolini ha una tale personalità che il tutto viene centrifugato in maniera originale e consapevole. Ovviamente il basso è elemento preponderante e caratterizzante del suono, sostenuto dall’impeccabile prova di Ciccoli, un duo che segna a fuoco l’iniziale title track, ma anche le aggressive pulsioni di Ramses W 45 e Planet X. Nicolini continua il suo percorso creativo dopo Heavy sharing, importante preludio dell’attuale Cyberstorm e dimostrazione di come Enio non abbia nessuna intenzione di guardare solo al suo passato, ma preferisca divertirsi nel creare situazioni sempre nuove e personali. (Luigi Cattaneo)



  





domenica 26 aprile 2020

NORTH OF SOUTH, New Latitudes (2018)



Sotto il monicker North of South si cela Chechu Gomez, musicista spagnolo che si è occupato di scrivere e registrare per intero questo New Latitudes, album che abbraccia il progressive metal senza rimanere soffocato da esasperati tecnicismi, complice una certa attenzione compositiva per la forma canzone, imbevuta di melodie di facile lettura. Non un difetto, soprattutto perché Gomez (impegnato alla chitarra, al basso, alle tastiere e alla voce) ha un valido songwriting, che ben si bilancia tra momenti più vivaci (Nobody Knows) e altri maggiormente raffinati (la strumentale Cristal waters). L’utilizzo della drum machine in alcuni passaggi non dona la giusta fluidità al prodotto, così come la voce, che deve acquisire maggiori sfumature per innalzare la qualità complessiva di pezzi comunque validi come The human equation e Time will tell. Le idee sicuramente ci sono e pure discretamente sviluppate, in un crossover stilistico che abbraccia anche elementi latini e spagnoleggianti, segno della volontà dello spagnolo di includere più atmosfere all’interno dei suoi pezzi, leitmotiv interessante e che potrebbe essere preso maggiormente in considerazione in futuro. (Luigi Cattaneo)

The Human Equation (Video)



venerdì 24 aprile 2020

COSIMO BIANCIARDI & INTIMA PSICOTENSIONE, I.P.T. (2019)



Cosimo Bianciardi inizia nel lontano 1992 ad occuparsi di musica, dapprima con gli Idra, e poi con i Kaostributo e i Le Mòn. Tra ep, live e qualche problema personale, la carriera di Bianciardi arriva fino ai giorni nostri, quando insieme agli Intima PsicoTensione pubblica per Red Cat I.P.T., un lavoro dove il toscano ha messo tutto sé stesso, ha affrontato i propri demoni, declinandoli  sotto forma di un rock cantautorale curato e rifinito, con alcuni elementi jazz e prog che potrebbero essere maggiormente sviluppati in un prossimo futuro. L’album è davvero molto interessante, sia nelle trame jazzate di Carnefice, che negli sviluppi introspettivi di Tutti i miei demoni e Bersaglio, con Cosimo (voce e chitarra), ben supportato da Fabrizio Orrigo (pianoforte, tastiere e chitarra), Leondardo Carbone (basso) e Umberto Bartolini (batteria). I testi si amalgamano perfettamente al tessuto sonoro, basti ascoltare La grande ipnosi (in cui troviamo Giulia Nuti alla viola e al violino) o Deserta (che mi ha ricordato i Litfiba di inizio anni ’90), racconti in cui vengono analizzate situazioni emotive, amori sbilanciati e sentimenti sofferti. Mi sento un meccanismo complicato e la delicata Il candore vengono nuovamente arricchite negli arrangiamenti dalla viola della bravissima Giulia Nuti, mentre in L’uomo obliquo fa la sua parte Massimo Fantoni alla chitarra overdrive, effetto che si sposa perfettamente con lo sviluppo della traccia. Esordio raffinato ed equilibrato, un ottimo punto di partenza per scenari prossimi che lasciano aperte più strade da seguire, con la complicità di un’etichetta sempre molto attenta ai talenti di casa nostra. (Luigi Cattaneo)

Il candore (Video)