martedì 31 dicembre 2013

SARASTRO BLAKE, New Progmantics (2013)

Leggendo i musicisti coinvolti nel progetto Sarastro Blake si potrebbe pensare ad un side project dei Mogador. Non è così. Difatti l’idea che sta alla base di questo bel New Progmantics è opera di Paolo Pigni (basso, chitarra acustica e voce) che ha elaborato questo esordio insieme a membri di Mogador e Trewa, tra i quali spiccano Luca Briccola (chitarra, tastiere e flauto) e Mirko Soncini alla batteria. Pigni però ha pensato bene di non accontentarsi e tra le pieghe dell’album troviamo alcuni grandissimi esponenti del progressive mondiale che hanno impreziosito le già ottime tracce del disco, un po’ come è avvenuto per The Rome Progject di Vincenzo Ricca. Il platter è infarcito di atmosfere romantiche tipiche del prog settantiano e l’immaginario, proprio come accadeva in Absinthe Tales of Romantic Visions dei già citati Mogador, si riallaccia al mondo della letteratura e dell’arte (liriche tratte da scrittori e poeti inglesi e artwork che riprende un dipinto di Frederic Leighton). L’iniziale The Lady of Shalott apre al meglio il disco e colpisce la forza evocativa dell’intreccio flauto-chitarra acustica su cui si appoggiano le melodie del violino di Filippo Pedretti e le suadenti trame tastieristiche di Nick Magnus che profumano di sinfonico e tracciano un bel ponte sonoro tra Enid e Genesis. Ospite di riguardo anche in Scotland the Place, traccia dai toni tenui, levigati, in cui troviamo Dave Lawson dei mai dimenticati Greenslade al piano, bravissimo nel donare la giusta atmosfera al pezzo. Se Serena Bossi (già con i Trewa) convince appieno nella breve e folk Sonnet 116 (da Shakespeare), di tutt’altra pasta è Stanzas for Music, una piccola suite in tre parti dove troviamo Rick Wakeman (Yes) alle tastiere e David Paton (Alan Parsons Project, Camel) alla voce a duettare con Pigni. È forse il brano più ambizioso di New Progmantics e quello che meglio inquadra le diverse componenti del lavoro. C’è la giusta dose di sinfonismo, mai invadente o di maniera, c’è un utilizzo accorato del flauto da parte di Briccola, ci sono frangenti più energici ma mai vicini all’hard rock ed è presente una sezione, l’ultima, dove i Sarastro Blake si lanciano in un sostanzioso afflato strumentale di indubbio vigore. Amanda Lehman (già voce nella band di Steve Hackett) si espone nella folkeggiante e lieve My Heart’s in the Highlands, mentre è la volta di Richard Sinclair al basso e voce in Remember, episodio in cui riecheggia lo spirito canterburiano di chi ha militato in formazioni storiche come Caravan, Camel ed Hatfield and the North. Non è da meno Billy Sherwood (Yes, Chris Squire) alla chitarra e al synth in Flaming June, altra traccia molto lunga e articolata, sognante, infarcita di ottimi cori e vocalizzi da parte della Bossi e di belle parti tastieristiche di un brillante Briccola. Inutile dilungarsi sugli altri capitoli che compongono New Progmantics, un disco sentito, elegante e intenso. (Luigi Cattaneo)

New Progmantics (Album Preview)

            

lunedì 30 dicembre 2013

PROWLERS, Prowlerslive (2013)


I Prowlers possono essere annoverati tra i gruppi di culto del progressive italiano degli anni ’90, quando si proposero con tre album ancora oggi ben ricordati e che li aveva portati ad essere una delle realtà più interessanti di quel periodo di rinascita del movimento, insieme ad altri nomi di valore come Eris Pluvia o Leviathan (giusto per citarne un paio). Dopo un lungo stop, c’è stato il ritorno sulle scene con il bel Sogni in una goccia di cristallo del 2011 e ora questo Prowlerslive, un documento di quello che è il sound dei bergamaschi dal vivo. Probabilmente i Prowlers, come tante prog band degli ’80 e dei ’90, potevano avere maggiori risultati e consensi, ma gli ultimi anni stanno mettendo il luce la seconda giovinezza del gruppo. Questo live del 17 novembre 2012 al cineteatro Astra di Calcio, un paese della provincia di Bergamo, non ha sovra incisioni e sicuramente non ha neanche un suono nitidissimo ma a fronte di ciò, ritroviamo forza emotiva e una certa atmosfera (sempre presente nei lavori in studio) che cancella questi difetti, mettendo in luce soprattutto la capacità di scrivere grandi canzoni. Cosa non da poco direi. Viene privilegiato l’ultimo platter ma la scaletta proposta si tuffa anche su brani decisamente più lontani come Sweet metamorfosi, quasi 10 minuti di sorprendente magia. Sognante Guardando dentro te, piccolo capolavoro di lirismo e suggestione. Le linee guida del suono Prowlers dettate dalle tastiere di Alfio Costa (che si destreggia come al solito abilmente tra Hammond, pianoforte, minimoog e mellotron) si confermano raffinate e seducenti, la voce di Laura Mombrini ha sempre un timbro molto particolare, atipico ma affascinante. Meritano menzione anche la sezione ritmica formata da Roberto Bobo Aiolfi (basso) e Giovanni Giana Vezzoli (batteria) e Stefano Piazzi alla chitarra, per nulla comprimari di un sound sì tastieristico ma capace di lasciare spazio a incursioni in altri territori. Difatti non mancano riferimenti alla psichedelia e in parte all’hard rock, soprattutto nelle parti strumentali in cui si nota la grande valenza dei singoli e la compattezza d’insieme del gruppo, oltre che per quel clima che a volte rasenta il folk. Qualità e freschezza contraddistinguono la proposta dei Prowlers anche dopo quasi 20 anni dall’esordio. E questo live è lì a testimoniarlo con gusto ed efficacia. (Luigi Cattaneo) 
 
Libera Mente Sola (Video)
 
            

PROPHEXY, Improvviso (2013)

In attesa di un nuovo album di inediti dopo l’ultimo Alconauta del 2010, i bolognesi Prophexy pubblicano un live che comprende, oltre a pezzi già conosciuti, brani nuovi e un paio di cover con la partecipazione di Richard Sinclair. Ma andiamo con ordine. E partiamo con Tritone, che funge da apripista per collocare la band e snocciolare i vari aspetti di un sound che si tinge di fughe psichedeliche in direzione Ozric Tentacles e si basa su un groviglio di tempi dispari che sono uno dei marchi di fabbrica del gruppo. Le ritmiche di Alessandro Valle (basso e flauto) e Stefano Vaccari (batteria) fanno da base per gli intrecci tra Gabriele Martelli (chitarra) e Dider Benghi (tastiere), ma non manca un momento in cui spicca proprio il flauto di Valle. A tale corollario non potevano venir meno sprazzi più hard che tutto sommato non dispiacciono neanche un po’. C’è anche un bel cantato, espressivo e dinamico, quello di Luca Fattori, ora più potente, ora più vicino all’insegnamento di Demetrio Stratos (ma evitiamo paragoni…), come in Babba, puro eclettismo, un brano che alterna situazioni piuttosto elaborate e figlie della tradizione prog settantiana con altre più vicine all’heavy metal. Seguono due strumentali, La rotonda della memoria, dove il jazz rock italiano si tinge di umori latin e Stralci di quotidiano, in cui il caleidoscopio di sonorità dà vita ad un melange che non abbandona il jazz rock ma lo innerva di hard e psichedelia. Buona anche Paradigmi mentali, ennesima traccia di una certa forza e dalle trame intricate e complesse, così come Trickster, dove ritroviamo il flauto di Valle che incanta sugli sviluppi tracciati dalla chitarra di Martelli. Bella la prova corale di C’e vite sulla luna?, che rimanda all’epoca d’oro del progressive nostrano, mettendo in mostra anche capacità melodiche di tutto rispetto. Ultima citazione per le cover proposte. In chiusura difatti i Prophexy, con l’ausilio di Sinclair, rielaborano due classici dei Caravan, Dissociation e Golf Girl che rendono davvero piacevole l’epilogo. (Luigi Cattaneo) 

Paradigmi mentali (Live)

       

PHOENIX AGAIN, Teatro San Giovanni XXIII

Il teatro San Giovanni XXIII che già in passato ha ospitato gli Iq e il Co-Prog Day, nelle serate del 22 e 23 novembre ha aperto nuovamente le porte al progressive dando l’occasione di ascoltare due tributi, uno ai Pink Floyd, gli Anderson Council e uno ai Genesis era Peter Gabriel, i Dusk E-B@nd. Noi di ProgressivaMente abbiamo però seguito il live dei Phoenix Again che aprivano la serata proprio per questi ultimi. Una bella occasione per vedere all’opera un gruppo che suona prevalentemente nella provincia bresciana e che ha alle spalle più di 30 anni di musica. Difatti il primo nucleo della formazione risale addirittura agli anni ’80 e la pubblicazione di Alchimie nel 1981 sembrava il primo passo di una carriera che invece si è arenata fino al ritorno del 2011 con il bel ThreeFour. Dopo la morte del fondatore Claudio Lorandi la band si è ritrovata attorno alle figure storiche di Antonio Lorandi (basso), Sergio Lorandi (chitarra) e Silvano Silva (batteria) che ora vengono affiancati da due nuovi e promettenti musicisti, Marco Lorandi (chitarra) e Andrea Piccinelli (tastiere). L’occasione è quella giusta per ampliare il seguito e presentare anche due nuove tracce da Look Out, album di imminente pubblicazione. In un’oretta di concerto i Phoenix Again affascinano con una proposta tanto vintage quanto efficace, quasi esclusivamente strumentale che rimanda al periodo storico del progressive inglese. Agli amici scomparsi, Eppur si muore, Spring, Lindberg, Cianuro puro, sono piccole perle in cui ritrovare i suoni di Genesis, Camel e Pink Floyd. Ci si trova immersi in un calderone dominato dagli arpeggi acustici in odore di folk di Marco Lorandi, nelle voglie elettriche di uno straordinario Sergio Lorandi, nel raffinato sinfonismo dettato dai tappeti tastieristici di Piccinelli e nelle ritmiche sostenute (anche funky) della coppia Antonio Lorandi-Silva. Molto interessanti anche i brani inediti suonati nel finale, anche se Invisible Shame, l’unico momento cantato del live mi ha convinto un po’ meno rispetto ai loro standard strumentali. Dettagli comunque rispetto ad un esibizione emozionante e ben riuscita. Mi preme segnalare inoltre che sul loro sito www.phoenixagain.it potete scaricare (gratis) il notevole Live in Flero, un doppio album del 2012. (Luigi Cattaneo)

Lindberg (Live)

      

OLD ROCK CITY ORCHESTRA, Once Upon a Time (2012)

Già il nome del gruppo rievoca qualcosa di antico, di passato, di un tempo che si allontana sempre più. Il titolo dell’album, Once upon a time, non è da meno. E appena premi play l’idea che ti sei fatto non fa che essere pienamente confermata. E ne sei contento. Soprattutto se il climax che incontri è quello di un rock settantiano dai frangenti hard, blues e psichedelici quanto basta. Il gruppo di Orvieto, dopo un ep di qualche anno fa, giunge all’esordio con idee tanto semplici e immediate quanto chiare. Old Rock City Orchestra vede la brava Cinzia Catalucci alla voce e alle tastiere, Raffaele Spanetta (autore di musiche e liriche) alla chitarra, Giacomo Cocchiara al basso e Mike Capriolo alla batteria, un bel motore ritmico dietro le trame impostate dalla band. L’apertura è giustamente affidata a Stand up, tirato rock che supera appena i due minuti, giusto per farci capire cosa dobbiamo aspettarci. E difatti anche la seguente ma più corposa Another Flower è una scorribanda dai tratti robusti, almeno finchè  non appare il violino di Laurence Cocchiara che rende più tenue l’atmosfera e il brano viaggia deciso in direzione psych sino alla sua conclusione. Black hand in the Sky è un piccolo omaggio alla psichedelia californiana dei ‘60 (chi ha detto Jefferson Airplane?), mentre Ufo è un accattivante rock molto diretto. Si cambia registro con This is the last day, una bella ballata Led Zeppelin style che non disdegna anche momenti elettrici e strumentali sempre molto vintage. Ancora un brano d’impatto è la seguente Once upon a Time Rock ‘n’ Roll, un selvaggio e divertente blues attraversato da un determinante riff di Spanetta che contrasta con la successiva e più moderata I want to Keep on Dancing. Si discosta da quanto finora ascoltato Tonight with you, un episodio più vicino al folk e giocato sulla voce di Spanetta, che ruba per un attimo la scena alla Catalucci e il flauto di Chiara Dragoni. Un momento isolato ma che potrebbe anche risultare interessante per sviluppi futuri. Chiude il lavoro la ballad Swan of the lake che si distingue per un pregevole lavoro orchestrale con tanto di violino, viola e violoncello. Sia ben inteso che gli Old Rock City Orchestra non inventano davvero nulla, anzi si rifanno tranquillamente al passato, quindi chi cerca novità costanti starà ben alla larga dal programma. A chi invece ciò interessa relativamente e preferisce puntare su qualcosa di facilmente assimilabile ma comunque di qualità Once Upon a Time risulterà l’album ideale. (Luigi Cattaneo)

Swan of the lake (Official Video)

         

JAKSZYK, FRIPP & COLLINS, A Scarcity of Miracles (2011)

Non è un disco dei King Crimson. Non si tratta di un progetto solista di Robert Fripp. Ma allora di cosa bisogna parlare ascoltando A scarcity of Miracles? A King Crimson project è l’insolita dicitura posta sul disco che vede protagonisti oltre a Jakko Jakszyk alla chitarra, voce e tastiere, Mel Collins al sax e al flauto e Robert Fripp alla chitarra, una sezione ritmica capace di trasformare in oro tutto quello che tocca, ossia Gavin Harrisson alla batteria e Tony Levin al basso. Ovvio che con una line-up del genere vi siano dei rimandi ad alcuni album del Re Cremisi ma le sorprese rispetto al più recente passato non mancano di certo. Ci sono quindi in pieno le stigmate del suono King Crimson ma c’è anche una voglia di provare a dettare schemi differenti e a sviluppare sonorità e soluzioni che poi, magari, potrebbero tornare utili per la band madre. Già l’iniziale title track si dimostra evocativa, pregna di atmosfere rarefatte che potranno piacere sia ai vecchi fan dei King Crimson, sia ai più giovani che amano Steven Wilson e i suoi mille progetti. Fripp disegna scenari come solo lui sa fare da più di 40 anni, Collins irrompe con la sua naturale freschezza imponendosi subito come elemento aggiunto di grande spessore non solo tecnico ma anche cominicativo, Jakszyk si dimostra cantante dotato ed espressivo. The price we pay è il brano più diretto dell’intero album, piccola gemma che mostra la grande attenzione posta da Fripp nell’utilizzare trame fiatistiche delicate e di sicuro effetto senza dimenticare il suo amore per la ricerca. Secrets soffia leggera, come qualcosa di indefinito e di lieve nella prima parte, salvo poi essere scossa da una potente ritmica su cui si appoggia la mano solida di Fripp e quella più tenue di Collins. Una doppia anima, una personalità multipla e in continuo mutamento che non si lascia scoprire con facilità e che ti trasporta in territori mai prevedibili, proprio come la storia dei King Crimson insegna. This house è una spirale che ti avvolge ascolto dopo ascolto, densa di una malinconia autunnale, un mantra dove il termine progressive assume davvero i connotati di un mondo dove perdersi tra mille suoni e visioni, piccoli particolari che mai risultano lasciati al caso ma anzi utili alla riuscita della composizione. Altra perla è The other man, uno dei momenti più significativi del lavoro, in bilico tra visionaria psichedelia e progressive rock fortemente elettrico che conquista la scena a scapito dell’atmosfera che aveva contraddistinto sinora il disco. Chiude The light of day, brano affascinante nel suo incedere, impregnato di un alone di mistero che ti conquista, pur essendo, è bene dirlo, tutt’altro che facile da assimilare, anche per quei 9 minuti di durata che forse alla lunga non giovano del tutto alla composizione. Ma questo appare un dettaglio. La verità è che ci si trova davanti ad un album completo, ricco di idee, pieno zeppo di spunti riusciti e che pur essendo meno complesso di altri lavori targati King Crimson non risulta mai banale o scontato. In attesa di nuove notizie relative al gruppo che ha influenzato generazioni di musicisti rock e metal si può accettare con gioia questa ennesima prova maiuscola di Fripp e compagni. (Luigi Cattaneo)

A Scarcity of Miracles (Official Video)


domenica 29 dicembre 2013

UNREAL CITY, La Crudeltà di Aprile (2013)

Seconda uscita ufficiale per la Mirror Records di Fabio Zuffanti dopo l’album degli Oxhuitza di qualche mese fa. E seconda pubblicazione anche per gli Unreal City, un giovane gruppo di Parma che aveva già proposto un ep autoprodotto. Giovani ma non sprovveduti si potrebbe dire dopo aver ascoltato La Crudeltà di Aprile. Sì perché se pure i rimandi alla stagione d’oro del prog nostrano abbondano, e a volte anche in maniera filologica, la sensazione è di trovarsi dinnanzi ad un lavoro che abbia una propria anima, un proprio spirito e non sia semplice rielaborazione del passato. Emanuele Tarasconi (voce e tastiere di ogni tipo!), Francesca Zanetta (chitarra), Francesco Orefice (basso) e Federico Bedostri (batteria) attraverso suoni vintage e particolarmente cupi musicano l’alienazione della condizione umana attraverso sei lunghi episodi che tratteggiano le paure e le ansie dell’era attuale. Dell’innocenza perduta racconta il trauma della fanciullezza svanita attraverso le tastiere volutamente vintage del bravissimo Tarasconi, che si distingue nell’uso di organo, moog e mellotron come se gli anni ’70 di Museo Rosenbach e Balletto di Bronzo non fossero mai passati. C’è un classicismo e un epicità che rimandano soprattutto al suono di Vittorio Nocenzi e del Banco del Mutuo Soccorso, sia nelle parti solistiche che in quelle più prettamente di gruppo. Tarasconi inoltre ha un timbro di voce piuttosto particolare che convince piano piano, ascolto dopo ascolto. Questo brano d’apertura viene suggellato nel finale dal violino di Fabio Biale, ospite capace di donare ulteriore atmosfera alla composizione. In Atlantis è la corruzione della natura umana il centro portante e lo schema seguito rimane quello più classicamente sinfonico. Zanetta si esprime attraverso suoni meno psichedelici e maggiormente penetranti, mentre Tarasconi oscilla tra dark e jazz rock con il suo Hammond. Catabasi è il brano più maestoso e drammatico dell’opera, oltre che uno dei meglio riusciti, a partire dall’attacco liturgico dell’organo a cui si aggiunge un inquietante suono di campane, il mellotron che evidenzia ancor più nettamente l’accettazione della dannazione evocata nel testo e il violino di Biale pregno di un’aurea oscura. Dove la luce è più intensa tratta il tema della follia con i suoi deliri e lo fa ancora con suoni ripresi dalla tradizione nostrana, quelli della Premiata Forneria Marconi in questo caso. Un pezzo dinamico che ha sempre le tastiere ben presenti e che è stato scelto come singolo apripista del lavoro. In Ecate si fa riferimento ad una festività tedesca, una tradizione secondo la quale le streghe nella notte di Valpurga danzavano alla luna. Chiaramente l’atmosfera viene ben resa dal minaccioso suono del mellotron e da parti più sostenute e combattive di stampo heavy. La suite finale, Horror Vacui, è dedicata alla vera e orrenda natura umana, quella che conduce ad atti delittuosi. Qui c’è racchiuso tutto il senso dell’opera e degli Unreal City stessi. Trame strumentali, riff di matrice hard, sinfonismo, oscurità, cambi di tempo e un corollario magari già sentito ma ugualmente efficace. Gli Unreal City si tuffano in quell’attuale calderone sonoro dove ritroviamo Pandora, Tempio delle Clessidre, Coscienza di Zeno (giusto per citarne qualcuna) e lo fanno senza sfigurare, perché  La Crudeltà di Aprile è un brillante esordio che lascia ben sperare per un futuro ancor più roseo. (Luigi Cattaneo)

Dove la luce è più intensa (Official Video)

  

sabato 28 dicembre 2013

CASTELLO DI ATLANTE & PANDORA Live at Casa di Alex (7/5/2011)

Pubblichiamo qui di seguito un vecchio reportage di un live del Castello di Atlante e dei Pandora del 2011.
Ancora una volta protagonista il rock progressivo alla Casa di Alex, ormai punto di riferimento a Milano per un certo tipo di musica, considerato che negli ultimi mesi sono stati davvero tanti i nomi di un certo peso che si sono susseguiti sul palco del piccolo ma confortevole locale. Difatti da qui sono passati in breve tempo Alex Carpani, gli svizzeri Dawn, il Tempio delle Clessidre, gli Yugen e stasera per la prima volta viene proposto un doppio concerto per la gioia di tutti coloro che sono accorsi, spettatori abitudinari e non delle serate progressive. In apertura i piemontesi Pandora che da poco hanno pubblicato il loro secondo album, Sempre e ovunque oltre il sogno, che approfittano dell’occasione per presentare due nuovi membri, il chitarrista Jerry Arcidiacono e il bassista Leonardo Gallizio. I Pandora sfruttano l’ora a disposizione mostrando una buona tecnica individuale a sostegno di brani molto lunghi e articolati, pregni di quel rock sinfonico tipicamente settantiano che viene riproposto senza troppe variazioni sul tema ma con grande fervore e passione. Su tutti spicca il drumming preciso e potente di Claudio Colombo che mostra il suo talento nella lunghissima suite finale dove si destreggia pure alle tastiere e al flauto, anche se forse una minore prolissità non farebbe male in sede compositiva. Molto bravi anche Corrado Grappeggia alle tastiere e voce solista della formazione e Beppe Colombo, anche lui disinvolto tastierista. L’attesa è ovviamente tutta per Il Castello di Atlante, nome storico del progressive nostrano e gruppo che incarna in pieno il modello sonoro di rock sinfonico a cui ci hanno abituato sin dal 1993, anno del loro esordio discografico, anche se la loro attività ha origine nel primo lustro degli anni ’70. Il sound non è cambiato e i vercellesi rimangono negli anni fedeli a certe sonorità vintage e new prog che da sempre li contraddistinguono e che ormai sono un loro marchio di fabbrica. In sede live il gruppo fa valere la propria esperienza e il risultato è un concerto coinvolgente e brillante, dove non viene privilegiato l’aspetto virtuosistico ma l’impatto d’insieme, vero punto di forza della band. Vengono proposti diversi estratti da Sono io il signore delle terre a nord, tra cui le bellissime La foresta dietro il mulimo di Johan, Estate e Il saggio, brani dove emerge quella sapiente capacità di miscelare elementi sinfonici e rock, cura per l’arrangiamento e per melodie facilmente assimilabili, senza disdegnare interventi solistici di indubbio gusto, soprattutto per mano del violinista Massimo Di Lauro e del tastierista Roberto Giordano, le due anime classiche della band. Ovviamente vengono eseguiti anche brani dal più recente Capitolo 7 Tra le antiche mura dove troviamo belle sezioni strumentali spesso dominate dal violino e dalle tastiere e un avvicendarsi continuo di soluzioni ora prossime al Banco del Mutuo Soccorso e alla P.F.M. ora agli IQ (anche se in parte minore). Sorprendono anche le parti vocali ad opera di Giordano, del chitarrista Aldo Bergamini e del batterista Paolo Ferrarotti che anche se non particolarmente dotati tecnicamente ben si amalgamano tra loro e risultano evocative e cosa molto importante piuttosto espressive. Dopo quasi 2 ore il gruppo saluta intonando Ancora suonare ancora insieme facendo cantare il pubblico restante in festa per l’ottimo show a cui ha assistito e per la suggestiva atmosfera che Il Castello di Atlante riesce a creare nei loro concerti. Non saranno originali e probabilmente mai lo saranno ma il loro essere radicati in una certa tradizione non diminuisce il loro valore e l’affetto dimostrato dagli astanti questa sera ne è l’esempio più lampante e forse per loro anche il più importante! (Luigi Cattaneo & Chiara Paglialunga)   

venerdì 27 dicembre 2013

GIORGIO "FICO" PIAZZA, Vi suono una Storia

Proponiamo qui di seguito una vecchia intervista a Giorgio "Fico" Piazza originariamente apparsa su Contrappunti, trimestrale del Centro Studi Progressive Italiano. (Luigi Cattaneo & Chiara Paglialunga)
Iniziamo dagli ultimi avvenimenti. Teatro verdi, Genova, Paolo Siani e una bella rimpatriata. Emozioni? Sensazioni?
Emozioni tante, poi un teatro è sempre un posto particolare dove suonare. Per fortuna dovevo fare solo un pezzo piuttosto semplice. Dopo il concerto è stato bello incontrare persone con foto dei Quelli che nemmeno io ho!
Quindi il pubblico ti ha accolto bene dopo tanti anni di assenza? Ma non ti è mai mancato il rapporto con i fans in questo lungo periodo?
Sicuramente sì. Ma l’accoglienza più bella mi era stata riservata qualche anno fa in occasione del trentacinquennale della P.F.M. al Rolling Stones di Milano quando hanno suonato anche Radius e Teo Teocoli. Lì il pubblico dei Quelli e della Premiata era rimasto davvero molto contento. Comunque no, il rapporto con i fans non mi è mancato e anche se è difficile crederlo io non ho più toccato lo strumento una volta uscito dalla Premiata. Sentivo di non dare più nulla al mio pubblico, non mi divertivo e non riuscivo più a comunicare con chi ci guardava ogni sera. Sono soddisfatto di dove sono arrivato.
Torniamo indietro agli anni ’60. Giorgio Piazza muove i suoi primi passi in alcune band di cui si sa ben poco, i Bags Grow con Demetrio Stratos e su internet circola anche un gruppo a nome The Whistlers con Roby Matano dei Campioni. Ci vuoi illuminare?
Con Roby Matano non mi pare proprio di aver inciso qualcosa a nome The Whistlers! Certo conosco Matano e i Campioni, anche perché Lucio Battisti è stato per un periodo il chitarrista di quella band e nel corso degli anni con lui ho avuto modo di lavorare e di stringere una bella amicizia. I Bags Grow invece hanno una storia che parte davvero da lontano. Io avevo un gruppo, i Kens, con Sergio Poggi alla batteria e Giorgio Giuliani e Beppe Cardile, due cantanti molto apprezzati. Suonavamo soprattutto nel club ufficiale dell’aereonautica militare di Linate fin quando Giuliani non ebbe un incidente e ci ritrovammo senza cantante e con dei contratti da rispettare. Mi giunse all’orecchio che alla casa dello studente di Milano c’era un ragazzo greco che suonava il piano e quindi decisi di andare a sentirlo. Mi fece ascoltare un brano di Jerry Lee Lewis e rimasi abbilito! Da lì partì la storia di Demetrio coi Kens, intorno al 1964-65.
Quindi i Bags Grow arrivano successivamente?
Una volta finita coi Kens ci ritrovammo io, Demetrio e Poggi con l’idea di continuare a suonare. Quello era il periodo in cui gruppi stranieri venivano in Italia perché sapevano di un certo fermento e per fare esperienza. Quindi noi ci eravamo dati il nome Bags Grow e ci fingevamo inglesi! Suonammo anche con Richie Blackmore al Santa Tecla di Milano.

Arriviamo ai Quelli. Il beat è esploso e Milano è fucina di tanti gruppi. Come sei entrato a far parte del gruppo?
Proprio al Tecla c’erano due gruppi base, uno erano i Flora Fauna e Cemento e l’altro erano i Black Devils che diverrano presto i Quelli. Fu in questo periodo che fui avvicinato dal gruppo e contemporaneamente Demetrio venne contattato dai Ribelli. Fu lì che le nostre strade si divisero.
Guardando alle lontane registrazioni dei Quelli si nota come oltre a brani molto semplici il gruppo guardava con attenzione anche ad alcune novità come Traffic, Aphrodite’s Child, Deep Purple, Nice. Pensi che questo abbia poi determinato in maniera decisiva il vostro approccio al progressive?
Assolutamente sì. Avevamo già una curiosità musicale che ci ha portato ad ulteriori sbocchi. Io personalmente già con i Bags Grow coverizzavo gli Who!
Avete avuto anche un ruolo importante come session men in studio per tanti artisti. Anche questo ha influito sul vostro modo di scrivere?
Le prime esperienze le abbiamo fatte quando eravamo ancora i Quelli e se la memoria non mi inganna già lavoravamo con i Camaleonti e io personalmente fui chiamato dai New Trolls per un effetto particolare di basso. C’era già qualcosa nell’aria che ci ha poi portato al progressive. Anche se il lavoro di session più che influenzarci a livello di scrittura ci migliorava tecnicamente in quanto dovevi essere estremamente preciso nel tuo lavoro sul disco di un altro artista.
In Italia iniziavano ad apparire alcuni gruppi influenzati dalla psichedelia e dalla musica inglese. Io ho sempre ritenuto importante il vostro cambiamento pre-P.F.M., ossia i Krel che guardavano a quel sound con più intraprendenza.
In effetti i Krel sono stati il momento di rottura per poter diventare Premiata Forneria Marconi. In quel periodo rifiutammo una grossa offerta economica della Ricordi per rimanere con loro. Lasciammo per formare i Krel e suonare ciò che più ci piaceva. A noi interessava solo quello. La prima avvisaglia fu Quattro pazzi ancora con i Quelli e poi iniziammo a sviluppare maggiormente la tecnica di base. Difatti il gruppo non ha mai avuto un cantante di ruolo, Lanzetti a parte, proprio per questo motivo.
Oltre ai Krel il passaggio verso sonorità più ricercate è stato dettato anche dal lavoro svolto su Amore e non amore di Battisti e La Buona Novella di De Andrè?
Sicuramente sono state due esperienze molto importanti perché entrambi ci hanno trasmesso emozioni molto particolari. La molla per un ulteriore ricerca, per andare avanti. Mi ha dato molto la collaborazione con Battisti mentre ho ricordi più vaghi di quella con De Andrè ma credo sia dettato solo dal fatto che con Lucio avevo legato di più. Battisti era un ragazzo “ruspante”, proprio come lo ero io.
Quando invece arrivò l’incontro con Mauro Pagani?
Mi pare ai tempi dei Krel e per merito di Marco Damiani, un amico comune di Brescia. Mauro suonava in un gruppo, la Forneria Marconi e da quest’incontro abbiamo poi iniziato a conoscere, proprio tramite la supervisione di Damiani gruppi come King Crimson e Gentle Giant. Damiani insisteva che dovevamo suonare i loro pezzi. Per un anno provammo in un locale di Brescia, il Paradise, feudo di alcune band come i Dalton. Pagani comunque portò nel gruppo delle nuove sonorità che sono state determinanti nel passaggio a P.F.M. come l’utilizzo del violino e del flauto. Inoltre, lasciami dire che Premoli è stato fondamentale nel costruire il suono della Premiata. Il pilastro del gruppo, un musicista vero che si occupava delle partiture come un direttore d’orchestra! Una preparazione musicale fuori dal comune insomma.
A questo punto cambia il modo di intendere l’opera musicale, non più una semplice raccolta di singoli ma un lavoro vero. E nel 1972 esordite con 2 album. Qual’era il modus operandi che vi ha portato a tali dischi?
Noi volevamo suonare qualcosa di diverso ed eravamo alla ricerca di nuove sonorità ma non mi pare di esserci chiusi in studio per mesi a provare! Erano cose spontanee cercando di fondere le novità inglesi con il nostro spirito italico.
Ci sono comunque differenze tra Storia di un minuto e Per un amico. Più istintivo ed emozionale il primo, curato nei minimi dettagli il secondo. Era già una scelta di prospettiva per il mercato estero?
Sì, era meno istintivo ed era più costruito anche se ci sono dentro delle cose riconducibili al primo lavoro. D’altronde Photos of Ghost è la versione inglese proprio di Per un amico.
All’epoca lavoravate con un arrangiatore e produttore forse poco nominato ma probabilmente importante per i risultati ottenuti, Claudio Fabi. È una chiave di lettura corretta?
Fabi era produttore e ha fatto anche l’arrangiatore per noi insieme a Premoli. Diciamo che aveva una grande preparazione musicale e rifiniva i brani più che arrangiarli, è stato importante nel cesellare alcuni pezzi. La classica ciliegina sulla torta insomma.

Arriviamo all'impegnativo tour di Photos of Ghost.
Per me è stato tutto un gran bel sogno. Mi rendevo conto di essere nella tana del lupo ma non per essere sbranato! Fu sicuramente un successo, anche grazie agli Emerson Lake & Palmer perché non bisogna dimenticare che sempre di business si tratta. Hanno visto giusto e anche la stampa ci ha riconosciuto le nostre doti.
Finita la tournè vieni sostituito da Patrick Djivas degli Area. Come andarono le cose? Hai più sentito qualcuno della band?
Ci sono due fattori. Sicuramente io ero stanco, non mi divertivo più e loro avevano l’esigenza probabilmente di avere un bassista che non fosse di solo accompagnamento. Ma il distacco è stato totalmente tranquillo, quasi previsto. Il fatto che non volessi andare in America, non in quel momento, può aver inciso. Io non mi sentivo assolutamente pronto e non ero dell’idea di affrontare la tournèe americana e probabilmente fu una delle cause che portò al divorzio dalla Premiata. Forse in quegli anni sono stato troppo modesto. Comunque fino al 2005 non ho più sentito nessuno.
Finita l’avventura P.F.M., insieme ad altri grandi musicisti, tra cui Marcello Todaro del Banco e Nanni Civitenga della Raccomandata Ricevuta Ritorno, firmate a nome Crystals un lp di hard rock vicino ai Led Zeppelin che è stato pubblicato postumo solo nel 1992 dalla Mellow Records. Tu però non eri a conoscenza di questo…
Ho scoperto solo poche settimane fa della pubblicazione! Franco Mamone, il manager della Premiata, ebbe l’intuizione, non troppo riuscita, di creare una sorta di supergruppo per approfittare del momento. Doveva essere solo un progetto studio e quando a fine registrazione si iniziò a parlare di presentarlo live io mi opposi e non acconsentii l’uscita del lavoro. Però non ti so dire come mai il disco è uscito nel 1992!
Un’ultima domanda. Pensi di tornare in pista con un progetto o qualche collaborazione o è un’idea che non ti sfiora neppure?
Non ho suonato il basso per 35 anni, ora sto riprendendo seriamente a suonare i brani della Premiata. Sono 2-3 anni che incontro musicisti che mi chiedono di suonare con loro, ad esempio Franco Malgioglio che mi ha invitato qualche settimana fa ad una serata benefica con i Camaleonti, Gian Pieretti, membri dei Dik Dik. Poi Paolo Siani che conosco da tantissimi anni, dai tempi in cui lui suonava nell’Equipe 84 e io lavoravo in Ariston. Inoltre prossimamente dovrei suonare con i Beggars’s Farm, cover band dei Jethro Tull, grazie all’interessamento di Taulino e Athos Enrile. Ultimamente a dire il vero sto scrivendo qualcosa, se ci saranno i presupposti andrò avanti, altrimenti…

HAKEN, The Mountain (2013)

Ecco che finalmente il 2013 dà alla luce quello che potrebbe essere l'album progressive (e non solo) dell'anno. Questa band inglese, attiva dal 2007 e con due splendidi album alle spalle (Aquarium del 2010 e Visions del 2011) ha composto la sua terza e più ambiziosa opera dal titolo The Mountain, album ricco di influenze e di suoni amalgamati alla perfezione, dove su tutto spicca l'attenzione per il progressive rock degli anni d'oro, ma con un occhio ben saldo sui nuovi suoni (il cd è uscito per la Inside Out, nota casa discografica che opera soprattutto in ambito prog metal). I cosiddetti “puristi” forse avvertiranno già un senso di rifiuto, visto il loro notorio atteggiamento pregiudiziale verso le band che contaminano il loro sound con inflessioni provenienti dal metal o dal rock più possente, tuttavia mai come in questo caso si commetterebbe un fatale errore: di certo una rilevante componente hard fa parte dello stile degli Haken, ma se ascoltiamo attentamente le complesse partiture strumentali, le armonie vocali ed in generale i molteplici e vorticosi dialoghi tra gli strumenti, non possiamo non notare la pesante influenza di gruppi storici del progressive anni 70 (in particolar modo Gentle Giant, King Crimson e Yes). Una cosa è assodata: gli Haken non sono cloni dei Dream Theater ma riescono a percorrere una strada propria nell'inflazionato panorama del prog metal, proponendo forse l'album più equilibrato e più variegato della loro breve discografia. Ogni pezzo è una piccola gemma e appare gioco inutile sottolineare le incredibili doti tecniche dei singoli membri. Ma andiamo nel dettaglio: il cd si apre con The Path, intro caratterizzato da un atmosfera rarefatta di piano e archi dove svolazza leggera la voce solista di Ross Jennings, supportata da un'armonia quasi corale (peraltro la caratteristica più evidente di tutto il cd è l'enorme lavoro di arrangiamenti vocali e sovrapposizioni di più voci) che sfocia nel secondo pezzo Atlas Stone, un maestoso affresco di suoni che solo inizialmente portano alla memoria i grandi Symphony X. I cori micidiali, i tempi dispari e il piano fender nella parte centrale del brano ci fanno capire che questi superbi musicisti hanno ben digerito la lezione prog degli ultimi 35-40 anni e con la musica giocano come vogliono. Cockroach King, il mio pezzo preferito, è uno “sfacciato” omaggio ai Gentle Giant di Knot (nella loro esibizione a Veruno 2013 hanno dedicato il pezzo proprio a questi ultimi): la chitarra ad otto corde di Charlie Griffiths ( sempre ottimo sia in fase ritmica che solistica) dà il via alle danze, ma il pezzo in questione è un continuo trasformarsi e la prestazione tecnica dei musicisti è davvero impressionante. I dialoghi solistici tra Richard Henshall, che si destreggia col fare da virtuoso sia con le chitarre sia con le tastiere e Diego Tejelda alle tastiere sono da antologia. In Memoriam ricorda i Porcupine Tree di Deadwing, soprattutto per quanto riguarda le linee vocali, mentre Falling Back To Earth è forse il pezzo più potente del disco, dove emerge maggiormente il loro lato heavy, anche se si possono avvertire echi di Muse. Notevole la sezione ritmica formata da Raymond Hearne (batteria) e Thomas MacLean (basso) che funziona alla grande per tutto l’album. Senza citare altri brani, il disco dovrebbe essere un acquisto imprescindibile per ogni amante del progressive che si rispetti. Se poi detestate i suoni moderni e vi piacciono solo le band di 40 anni fa o i gruppi odierni che  suonano “regressive” probabilmente non amerete questa band. Peggio per voi allora!!! (Marco Causin)

Atlas Stone (Video)


WYATT, ATZMON, STEPHEN, For the Ghosts Within (2010)

E’ probabilmente un oggetto per puristi la collaborazione tra l’ex Soft Machine Robert Wyatt, il sassofonista e compositore israeliano Gilad Atzmon (il quale era già presente nel cast di Cuckooland), e la violinista e compositrice inglese Ros Stephen, partnership che ha portato a For The Ghosts Within, opera pubblicata dalla Domino nel 2010. Già solo l’incipit di Laura, celebre standard jazz che anticipa la cifra stilistica del disco, fa però correre un brivido lungo la schiena per la luminosa bellezza del cantato di Wyatt e lo splendido intrecciarsi di archi e sassofono. E’ una rilettura di un grande classico, dove i tre mettono in primo piano la materia jazz fondendola con la concezione Wyattiana di pop, con gli splendidi arrangiamenti di Ros Stephen che donano alla grana sonora un retrogusto cameristico che però quasi mai conferisce all’ascolto un’idea di austerità, ma piuttosto di calda e avvolgente ‘vicinanza’ all’ascoltatore, un’impressione che personalmente mi ricorda molto da vicino le atmosfere che si respiravano in Shleep, album del 1997 che è anche uno dei miei preferiti della discografia di Wyatt. E proprio da quell’album è presa la poetica e brillante rilettura di Maryan, uno dei brani più memorabili di quel disco. Non è l’unico ripescaggio: For The Ghosts Within accosta riletture di tradizionali standard jazz a reinterpretazioni di vecchi brani ripescati dalla propria discografia, oltre che presentare una manciata di inediti. Questi ultimi, fatta eccezione per lo strampalato rap di Where are they now?, unico passo falso del lavoro o quantomeno incomprensibile in un’opera del genere, sono delle gemme di rara bellezza: Lullaby for Irena, scritta a quattro mani da Ros Stephen e dalla moglie di Wyatt, Alfreda Benge, presenta il punto più alto raggiunto dagli arrangiamenti di archi all’interno dell’album, e ancora di più la title track, con in primo piano il sassofono e il flauto di Atzmon nonché la voce di Tali Atzmonis a donare al brano un accento magico, vagamente orientaleggiante, senza tempo. E se la cover degli Chic At last I am free non va molto oltre ciò che era stato detto nella rilettura che Wyatt ne aveva già fatto in Nothing can stop us, raccolta di cover del 1982, il genio canterburiano conferisce un fascino magico e fanciullesco alla rilettura dello standard Lush Life e stravolge quella Round Midnight, scritta da Thelonius Monk, con un delicato e profondo interplay tra sax, archi e accordion. In chiusura, una poetica What a wonderful world si arricchisce di significati grazie alla voce di Wyatt, e commuove inducendo a pensare che quel testo, con quelle parole venate di ottimismo, sia cantato proprio da un uomo che più volte ha visto il baratro da vicino. (Paolo Cattaneo)

Laura (Video)


mercoledì 25 dicembre 2013

ALTARE THOTEMICO, Sogno Errando (2013)


Dopo l’interessante debut del 2009 mi ero chiesto che fine avesse fatto la band dei fratelli Venturi (Gianni voce, Valerio basso). Finito l’ascolto del nuovo Sogno Errando ho capito come mai son passati ben 4 anni dall’esordio omonimo. Questo ritorno ha un che di sorprendente, nel bene e nel male, ma sicuramente non può lasciare indifferenti. Gli Altare Thotemico sono come un fiume in piena. Passano, colpiscono e fuggono, lasciandosi dietro detriti che attecchiscono. Detriti che si riallacciano al jazz ben più di quanto faceva il precedente disco e che rilasciano tensione ed elettricità ad alto voltaggio. Qui parlare di progressive è forse un po’ riduttivo o comunque fuorviante. Perché la proposta dei bolognesi appare andare a toccare altri mondi sonori e non solo quello del prog. Difatti se l’esordio si legava al periodo migliore del jazz rock settantiano, qui gli Altare sembrano spingersi verso lidi più prepotentemente avanguardistici e sperimentali, lontano da schemi precostruiti, che rendono l’ascolto, è giusto sottolinearlo, tutt’altro che semplice. Il percorso prevede brani piuttosto lunghi e colmi di idee, a volte anche troppo, tanto che viene da pensare che una minor prolissità avrebbe finito per giovare all’intera opera. Un lavoro che vive attraverso la voce strumento di Gianni Venturi, che passa da momenti recitativi e teatrali ad altri più irruenti e spigolosi, declamando versi con decisione e forza interpretativa. Certo gli Area paiono ancora essere il modello musicale e anche vocale a cui rivolgersi ma il buon risultato di Sogno Errando conferma eccome quanto di valido era già emerso dal primo album. Le trame che sviluppano Emiliano Vernizzi al sax, Gabriele Toscani al violino, Leonardo Caligiuri al piano e la sezione ritmica formata da Max Govoni (batteria) e Valerio Venturi mostrano una band coesa e dalle grandi capacità tecniche che vengono liberate per dar forma ad episodi strumentali di notevole livello. Gli inserimenti di Vernizzi e Toscani risultano così determinanti per mutare e ampliare lo spettro sonoro del gruppo, dando maggiori possibilità di muoversi verso quei sentieri free a cui paiono avvicinarsi in più di un occasione i bolognesi. Un album quindi diverso dal predecessore, che ha probabilmente perso un po’ in immediatezza e che appare sregolato, volto a distruggere il concetto di forma canzone, a tratti eccessivo ma libero, sfrenato e provocatorio. (Luigi Cattaneo)

Broken Heart (Video)

 

DARK AGES, Teumman (2011/2013)


C’è stata un’epoca in cui parecchie band italiane dedite all’heavy metal, in tutte le sue forme, da quelle più classiche a quelle più estreme, hanno dato vita a lavori validissimi ma conosciuti da pochi, ossia quei tanto bistrattati anni ’80, che comunque oltre all’immaginario glam e consumistico, hanno donato parecchia musica di particolare interesse. Senza citare mostri sacri internazionali fermiamoci nella nostra penisola. I più attenti sanno che, finita l’era d’oro del progressive nostrano, con band storiche come Banco del Mutuo Soccorso o New Trolls che si riciclavano in tentativi non sempre riusciti di avvicinarsi alla forma canzone più tradizionale, iniziò un periodo dove anche l’Italia cercava di dire la propria in ambito hard rock. Tante band, poche che sono riuscite realmente a restare a galla, tante che vivono ancora di quella piccola ma intensa luce del culto che, non solo le salva dall’oblio ma le proietta in qualche modo nella dimensione del mito. Tra queste ci sono i Dark Ages, che pur non avendo avuto la consacrazione (anche se il termine forse è eccessivo) di Adramelch, Dark Quarterer o Asgard hanno mantenuto in qualche affezionato il ricordo di anni ormai lontani. Sì, perché i veronesi arrivano proprio da quegli anni ’80 e il membro fondatore e chitarrista Simone Calciolari è ancora lì, a distanza di 20 anni da Saturnalia, lavoro targato 1991 (con tutt’altra line up). Come tanti gruppi, arrivare alla seconda prova quando si va avanti per passione e dedizione e non per mero guadagno, è sempre difficile. E difatti ci sono volute due decadi per ritrovare stabilità di formazione e ispirazione per provare a proporre un lungo concept, Teumman, con la prima parte pubblicata nel 2011 e la seconda nel 2013.


                Teumman, A Rock Opera


Teumman è un concept album che attinge dalla tradizione della Rock Opera con la storia che si svolge in Mesopotamia e il racconto nasce da un’idea del cantante Davide Cagnata (già con gli Obscura). Il protagonista, caduto in battaglia, si ritrova nel regno dei morti e decide di fare un patto con il Signore dell’oscurità per tornare sulla terra, con la musica che segue le gesta del personaggio tra elementi più epici e drammatici in odore di Blind Guardian e Savatage ed elementi maggiormente progressivi, merito soprattutto delle tastiere dal suono vintage e affascinante di Angela Busato che colora i brani con orchestrazioni classiche di buonissima fattura. Le 2 parti hanno connotati differenti, pur se è chiaro che ci sono punti in comune e sarebbe strano il contrario. Ma se è vero che la prima ha dei momenti più tirati e accomunabili alla sfera hard, la seconda è progressive metal nella sua quasi totalità e mostra una band coesa e vitale come non mai, lasciandosi alla lunga preferire per intensità e suggestione. Addentriamoci ora nei brani. Nella Part One i Dark Ages scelgono di unire i vari pezzi con delle parti strumentali, brevi e prevalentemente sinfoniche, un po’ come si era ascoltato in Nightfall in Middle Earth dei già citati Blind Guardian ed Epica dei Kamelot. Le iniziali trame di Battlefield ed Hell (impreziosita dal flauto di Andrea Stefanoni) tracciano la via, la strada lungo cui si muove la prima parte. Riff portanti di stampo heavy, potenza e velocità tipica di un certo power, tecnica e capacità melodica. E poi la voce di Cagnata, spigolosa,poderosa, aspra, lontana dal cantato pulito del prog metal e più paragonabile a quella di Hansi Kursch. Appare però adattissimo alla storia narrata, come se si fosse calato dentro le viscere del racconto, ne fosse posseduto e lo esprimesse con forza, pulsione, seguendo la linea tracciata dalla musica che sprigiona la band. Ottima anche Arrival Including Omen, con delle belle parti strumentali e cambi di tempo degni di nota e un mood che mi ha ricordato i Virgin Steele e Drop of Rain, decisamente più romantica e vicina al prog rock dei ’70, che si caratterizza per le atmosfere create dalle tastiere della Busato e un bellissimo solo di Calciolari. E se Oath ha il classico “tiro” power metal e risulta il pezzo più vicino a certi stilemi (il pensiero corre anche ai nostrani Domine), gli ultimi colpi di Scared e Regret completano una prova ambiziosa, strutturata ma non eccessiva, in cui la tecnica dei singoli (giusto citare anche la sezione ritmica della coppia Marco Gennari al basso e Carlo Busato alla batteria) viene fuori bene ma sempre a servizio della canzone. Lo stesso si può dire anche per la seconda parte del concept che vede l'ingresso in formazione di Massimiliano Perboni al posto di Gennari e pur mostrando un’attitudine decisamente più prog, con brani lunghi e maggiormente stratificati, mantiene intatta quella leggerezza di fondo che assolutamente non guasta sul rendimento finale. Anzi, Teumman Part II risulta opera profonda e ancora più riuscita della prima, segno di una crescita costante e figlia probabilmente di un ritorno live che ha compattato ulteriormente i musicisti del progetto. Un album che mostra pochi cali e che appare ulteriormente rifinito e curato nei particolari. Continuano ad esserci i riferimenti del precedente disco ma aumentano quelli legati al progressive, anche per via dell’uso determinante delle tastiere di una bravissima Busato e a sezioni strumentali che forgiano l’anima di parecchi episodi. Niente di nuovo sicuramente ma suonato con grazia e idee di un certo livello insomma. La drammaticità della narrazione è nuovamente il leitmotiv di buona parte del lavoro, sottolineata dalla voce di Cagnata, che si conferma come perfetta per questo tipo di svolgimento, piena di carisma ed emotività. Court, Sea of Pain, Solution sono alcuni dei brani meglio riusciti del lotto e appaiono da subito vicini all’estetica prog più di quanto lo fossero quelli del predecessore, inglobando influenze dei ’70, anche italiani. Difatti sono percepibili echi del Rovescio della Medaglia nelle parti hard e atmosfere gobliniane dettate in special modo dalle tastiere vintage e dai tappeti pieni di orchestrazioni che rimandano alla stagione del progressive rock settantiano. Una citazione a parte merita la conclusiva Moral, 12 minuti che rappresentano l’apice creativo dei Dark Ages e in cui possiamo ritrovare lungo il cammino tutte le citazioni proposte in 100 minuti di musica, dall’heavy metal, al classic rock, passando per il progressive, in uno sviluppo continuo di idee e soluzioni. Teumman si pone come racconto epico e maestoso, un viaggio lungo e articolato, molto ambizioso e talvolta non sempre a fuoco ma figlio di passione e coraggio. Un unione di generi che risulta coinvolgente e ispirata e che fa di questo concept un lavoro sincero e appassionante. (Luigi Cattaneo)

Sea of pain (VIdeo)