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domenica 14 dicembre 2025

MATTEO CIMINARI, Mentalcoredrillings (2025)

 


Ci eravamo già occupati di Matteo Ciminari (ex I’M ANITa) per la precedente uscita, Fried Hippocampus, e ho quindi accolto con curiosità, memore della riuscita di quel lavoro, il nuovo Mentalcoredrillings, che il compositore marchigiano, diviso tra chitarra e theremin, ha registrato insieme a Maurizio Moscatelli (sax, clarinetto, flauto dolce sopranino), Simone Maggio (piano, synth) e Mattia Borraccetti (contrabbasso) e Michele Sperandio (batteria). La costante voglia di esplorare di Matteo produce un altro episodio particolare, tra tempi dispari, sezioni stralunate sorprendenti, passaggi complessi e dissonanti, costruzioni ardite all’insegna di una sperimentazione mai eccessiva, perfetta per quanti amano Zappa, Eric Dolphy e John Zorn. Arrangiato con grande attenzione, l’album si presenta da subito pregno di accenni R.I.O., soprattutto nelle parti maggiormente free, che ben si amalgamano con gli sviluppi d’insieme ragionati del sestetto, formato da musicisti di grande esperienza e con delle intuizioni davvero godibili. L’iniziale Atom sluring zooid mostra subito un approccio avventuroso alla materia, con il suono tipico del theremin che incontra l’ottimo sax di Moscatelli, ma non sono da meno Shoesoup, forse ancora più ardita, e Fried ouroboroi, brano dall’accentuata aurea sperimentale. La complessa struttura di Dubledream e la veemenza di Zazzà (dove troviamo Luca Orselli alla batteria) ci conducono nella seconda parte dell’opera, dove spiccano Attitu-de-reduction, maggiormente atmosferica e ponderata e la lunga Tanghero (nuovamente con Orselli), sintesi delle caratteristiche del progetto portato avanti da Ciminari con autentica passione e spirito di ricerca. (Luigi Cattaneo)

venerdì 13 giugno 2025

ZOLDER ELLIPSIS, Il libro dei tropi (2024)

 


Secondo lavoro, ancora per la nostrana Lizard Records, per Zolder Ellipsis, visionario progetto di Tom Aldrich (tastiere, piano, organo), qui accompagnato da Sean Moran (chitarra), Chad Langford (basso), Ivo Bol (synth) e Pierre Aeternus (batteria). La band si muove in una linea di demarcazione che unisce progressive, R.I.O. e jazz, un crossover di suoni ricercati ed eleganti, che fanno di questo ritorno un album affascinante e da ascoltare con una certa meticolosità. L’aurea sperimentale di Il libro dei tropi (il troping è l’uso di una parola o di un’espressione modificata dal significato originale a un altro) incontra uno sviluppo compositivo che esalta la coralità della proposta, come si evince dai brani di punta Night crossing, Passed the storm e Undertow. Un disco capace di svariare tra le varie epoche del genere, corposo e suonato con maestria, forse meno “free” del precedente Entropy override (che trovate recensito su queste pagine) e più ragionato, ha il pregio di mostrare anime differenti anche all’interno della stessa composizione. Nota a parte per le collaborazioni con la scrittrice Eunsong Kim, i cui testi sono stati cantati da Esther Mugambi in Lydian riff e The purge. (Luigi Cattaneo)

domenica 2 marzo 2025

Valentina Scheldhofen Ciardelli-Anaïs Drago-Riccardo Angelo Strano, Shake your duty (2024)

 

Ispirato dall’arte irriverente di Frank Zappa, il trio formato da Valentina Scheldhofen Ciardelli (contrabbasso, voce), Anaïs Drago (violino, voce) e Riccardo Angelo Strano (voce) ha dato vita con Shake your duty (dedicato proprio al genio di Baltimora) ad un disco personale e provocatorio. Tra pezzi del musicista americano, composizioni originali e brani di musica classica, si sviluppa un album che si allontana con forza dal mondo accademico per presentare una propria visione dell’arte, che tende al superamento di certi confini imposti, tanto da poter incuriosire sicuramente gli aficionados di Zappa ma anche coloro che non disdegnano le aperture R.I.O. di un certo progressive. La partenza affidata a Ammore, brutto figlio de pottana di Alessandro Scarlatti (tra i più importanti compositori italiani tra il ‘600 e il ‘700), mostra il piglio cameristico del trio, Sofa N.2 di Zappa ha invece un’atmosfera vicina ai Lieder di Schubert, mentre la Ciardelli, con il suo arrangiamento, omaggia in Sinfonia for cello and continuo in F major il quarto movimento della sonata in Fa maggiore per violoncello e continuo di Pergolesi. Difficile lectu è un canone satirico di Mozart, Zappa torna in Planet of the baritone woman, dove splende il versatile lavoro del controtenore Strano, prima della conclusiva Pox on you for a fop, corale a 3 voci a cappella di Henry Purcell (compositore inglese di fine ‘600), finale che conferma il tono dissacrante di tutta l’opera. (Luigi Cattaneo)

Sofa N.2 (Video)



lunedì 3 febbraio 2025

CRY BABY, Under cover of night (2024)

 


Particolare lavoro targato Cry Baby, progetto che vede coinvolti Sabrina Meyer (voce, basso), Alberto Popolla (basso, chitarra, clarinetto) e Ferdinando Faraò (batteria), trio che sotto l’egida della Filibusta Records ha pubblicato nel 2024 Under cover of night. L’intricato lavoro ritmico sostiene per tutta la durata dell’album le evoluzioni vocali della Meyer, a tratti davvero fenomenale, un connubio che porta a intersecare visioni psichedeliche con movimenti folk, partiture in odore di R.I.O. che sposano tangenti jazz, il tutto legato insieme da una certa dose di azzardo, che conduce ad un caleidoscopio di suoni mai definitivo. Le eleganti suggestioni di cui è intriso il disco rimandano ad un immaginario brumoso, fosco, in cui l’utilizzo del doppio basso rileva la materia cupa di cui si ciba l’opera, che sa essere sperimentale ma non ripiegata su sé stessa, scevra di canoni stabiliti su cui adagiarsi, quanto più libera da steccati di sorta. La sperimentazione del terzetto non è mai autocelebrativa o criptica, è calata all’interno di brani scritti, dove vi è un messaggio di fondo che arriva all’ascoltatore e sa affascinare, come avviene sin dalle iniziali note di Run, ma non fanno difetto neppure brani come Catholic Architecture (di Robert Wyatt), Black is the color (un traditional della regione dei monti Appalachi) o Winter, ottimi episodi di un esordio intenso e coraggioso. (Luigi Cattaneo)


martedì 19 novembre 2024

QUARTET DIMINISHED, Deerand (2024)

 

Con lo sguardo sempre proiettato in territori “altri”, fiera di aver dato voce a gruppi che si muovono con orgoglio lungo traiettorie coraggiose, in quella che è una sorta di missione. Stiamo parlando della Moonjune Records di Leonardo Pavkovic, che questa volta ci conduce in Iran, alla scoperta del Quartet Diminished (Ehsan Sadigh chitarra, Mazyar Younesi piano acustico, Soheil Peghambari clarinetto, sax, Rouzbeh Fadavi batteria). Il progetto, nato nel 2013 grazie alla volontà di Sadigh, arriva al quarto capitolo discografico miscelando jazz rock, R.I.O., prog e avanguardia, un viaggio strumentale dove le molteplici possibilità espressive vengono acuite anche dalla presenza di Tony Levin (basso nell’ipnotica Mirrorside e Chapman Stick in Allegro per il Rè, composizione dal mood persiano) e Markus Reuter (Touch guitar, soundscapes), ospiti di lusso di un lavoro molto corposo. La suite iniziale, Deerand, divisa in 4 parti, basterebbe da sola per promuovere il disco, una lunga traccia di 25 minuti che mostra le varie anime di cui è composta la musica della band, mentre l’ultimo brano da citare è Tehran II, probabilmente il più sperimentale del lavoro. Disco affascinante e particolare, evoluzione del sound sin qui creato dal quartetto, che sa essere sia ostico che comunicativo, in un crescendo di soluzioni ispirate e ricercate. (Luigi Cattaneo)

Deerand Pt. II (Video)



mercoledì 18 settembre 2024

cHoclat FRoG, On detour to shortcut (2023)

 


Bellissima sorpresa dalla Germania questi cHoclat FRoG, duo formato da Rainer (voce, batteria, percussioni, tastiere, chitarra, elettronica) e Tim Ludwig (basso, chitarra, elettronica) progetto che unisce progressive, R.I.O. e spirito avant. La libertà esecutiva e la totale indipendenza con cui si muovono segna un secondo lavoro coraggioso e maturo, che cattura sin dai primi minuti di Spaceloop, perfetta opener di un disco per mood vicino a Thinking Plague, 5uu’s, Henry Cow, King Crimson e U Totem. Nomi che emergono dall’ascolto di brani come Pulp stalking, Pollock (in cui sono presenti due chitarristi esterni, Uwe Grunert e Dietmar Appel) o la title track, che abbinano groove e soluzioni ardite, motore di un album sperimentale ma coinvolgente, cosa non così scontata quando ci si muove su questi articolati territori. Rispetto a Snapshot (di cui parleremo prossimamente), On detour to shortcut risulta più solido e compiuto, un passo in avanti notevole per un’opera seconda davvero brillante. (Luigi Cattaneo)


lunedì 5 febbraio 2024

SONATA ISLAND KOMMANDOH, Quasar Burning Bright (2020)

 


Uscito nel 2020, Quasar Burning Bright è l’ultimo lavoro ad oggi registrato dal progetto Sonata Island Kommandoh (evidente il riferimento a Mekanik Destruktiw Kommandoh dei Magma), interessantissimo ensemble fondato da Emilio Galante, flautista e compositore, nel lontano 1998. Sperimentali nell’approcciare territori differenti, dal jazz alla classica, passando per rock e musica da camera, il quintetto completato da Giovanni Venosta (tastiere, enorme compositore di soundtrack, spesso al lavoro con Silvio Soldini), Alberto N.A. Turra (chitarra), Stefano Grasso (batteria) e Stefano Greco (programmazione, elettronica), in questo disco esplora, come spesso ha fatto, mondi variegati, tirando una linea di raccordo tra avanguardia, R.I.O., free e progressive, convincendo anche grazie a ritmiche ricche di groove, elemento che rende l’aria decisamente più frizzante rispetto a tante uscite di questo tipo. Una proposta che si fa ascoltare con entusiasmo sin dalle prime note di Aphantasia QBB, quasi otto minuti abbaglianti, seguiti dalle ottime Susac Casus e Mod-D QBB 115 bpm, episodi che mostrano la grande capacità del quintetto di contaminare la propria arte. Dopo altri due brani di notevole fattura come Think atomic e Mod-5 QBB 125 bpm, leggermente più snelli rispetto a quanto sinora ascoltato, arriva la conclusiva It ain’t necessary so, delicato e raffinato omaggio alla poetica di Gershwin, nonché finale di un disco suggestivo e pieno di fantasia. (Luigi Cattaneo)

venerdì 23 giugno 2023

DEADBURGER FACTORY, La fisica delle nuvole (2013)

 


Uscito nel 2013 in un lussuoso cofanetto contenente un libretto, un miniposter e tre album, La fisica delle nuvole era il quinto lavoro dei Deadburger, uscito però sotto la denominazione Deadburger Factory, in quanto collettivo aperto. Chiudo oggi questa disamina con il disco che dà il titolo all’opera (gli altri due sono Puro Nylon e Microonde e vibropletti), un album che si sviluppa attorno ad una formazione allargata di ben otto elementi (Simone Tilli voce e tromba, Alessandro Casini chitarra acustica, Carlo Sciannameo basso fretless, Giulia Nuti viola, Irene Orrigo flauto, Pino Gulli batteria, Massimo Giannini percussioni, Vittorio Nistri tastiere e loop), una piccola orchestra psichedelica che non disdegna di aprirsi a collaborazioni esterne (Paolo Benvegnù, Enrico Gabrielli, Giulia Sarno, Marina Mulopulos). Tra psichedelia, R.I.O., prog e forma canzone, la band si muove eccelsa e senza timori, sviluppa sonorità differenti rispetto ai due capitoli presenti nel box (anche perché nato da uno spettacolo teatrale diretto da Silvia Bagnoli) e convince anche in questo caso, riuscendo ad abbinare ricerca stilistica e suggestione, avanguardia e melodia (Cose che si rompono, Deposito 434). Visioni poetiche che scandagliano l’anima (la superba title track ma anche Wormhole), sperimentazione mai fine e sé stessa, passaggi complessi e sempre finemente arrangiati fanno di questo lavoro un inno alla creatività, dote che abbonda nella musica dei Deadburger Factory. Cofanetto da recuperare e da ascoltare senza fretta, gustandosi le idee, ostinate e contrarie, di un ensemble affrancato da ogni vincolo, imprevedibile e libero. (Luigi Cattaneo)

lunedì 1 maggio 2023

MASCHE, Oxia Chaos (2022)

 


Nato 10 anni fa, l’ensemble Masche arriva nel 2022 a pubblicare il secondo lavoro, Oxia Chaos (dopo Kalvingrad del 2018), un disco ispirato a The Martian Chronicles di Ray Bradbury che vede la formazione canavese trovare una propria stabilità nelle figure di Valerio Zucca Paul (elettronica), Andrea Chiuni (basso, voce), Diego Rosso (batteria) e Alessandro Cartolari (sax). L’iniziale The watchers si apre con i versi declamati da Chiuni che si imbattono nel suo basso ripetuto e nel sax intrusivo di Cartolari, il tutto sviluppato attorno a suoni elettronici che rendono l’atmosfera oscura. Un caos organizzato dai connotati R.I.O., un lungo sviluppo che funziona e si mantiene fluido pur essendo decisamente stratificato. Le disturbanti evoluzioni di The fire baloons sanciscono una sostanziale coesione tra substrato elettronico e perifrasi jazz, un connubio che incarna lo spirito profondo del quartetto, che lancia uno sguardo ai classici dandone una naturale interpretazione. There will come soft rains è un altro episodio molto strutturato, un crossover di sfumature imbevute di visioni free, elettronica visionaria, scenari sci-fi psichedelici e avanguardia, 20 minuti che richiamano alla mente Van Der Graaf Generator e Anatrofobia, ma anche Autechre e Cabaret Voltaire. Il vortice sperimentale termina con un ulteriore sollecito alle nostre menti, Night meeting, perfetta conclusione dell’ennesima interessantissima opera targata ADN Records. (Luigi Cattaneo)


sabato 18 marzo 2023

SEDDOK, Geometrie Nere (2022)

 

Curioso concept strumentale ispirato alle opere del pittore veneziano Emilio Vedova quello proposto dai Seddok, progetto molto particolare messo in piedi da A.T. La Morte (basso), Marco Nepi (chitarra) e Enzo P. Zeder (synth, batteria), autori di un debutto eclettico e dagli oscuri contorni. L’inquietudine che emerge dal già significativo packaging della versione CD prende forma sin dalle prime note, sinistri rumori che ci immergono in un mondo fatto di doom, porzioni heavy, scariche elettroniche e frangenti rituali, un episodio dal sapore introduttivo che costituisce la mappa concettuale dell’album, che prosegue nella seconda lunga traccia un percorso fatto di suggestioni ombrose, progressive e Zeuhl. Il terzo atto parte carico di groove, una micidiale soundtrack dove si concentrano capacità creative e doti tecniche, un magma libero di fluire tra sospiri grevi e folate schizoidi. Il quarto movimento conferma l’impressione emersa già dalla scelta del monicker, che credo voglia omaggiare un lontano horror di Anton Giulio Majano, ossia innescare un ponte tra le atmosfere che riuscivano a creare compositori come Frizzi, Ferrio, Rizzati, Tommasi o Montanari, e il prog settantiano, senza dimenticare le esperienze pregresse di Zeder con Kotiomkin, Hogzilla e Salmagundi, band sempre sul confine tra stoner e psichedelia. La bonus track è una piccola perla, ossia la reinterpretazione di Nascita di una dittatura di Gianni Marchetti, sigla dell’omonima trasmissione del 1972 condotta da Sergio Zavoli, una versione marziale e soffocante, epitaffio di un lavoro tenebroso, cupo e affascinante. (Luigi Cattaneo)

0104 (Video)



sabato 14 gennaio 2023

DEADBURGER FACTORY, Puro Nylon (2013)

 


Uscito nel 2013 in un lussuoso cofanetto contenente un libretto, un miniposter e tre album, La fisica delle nuvole era il quinto lavoro dei Deadburger, uscito però sotto la denominazione Deadburger Factory, in quanto collettivo aperto. Siccome ci troviamo dinnanzi a tre dischi distinti, oggi mi occuperò del primo, Puro nylon (gli altri due sono Microonde e vibropletti e La fisica delle nuvole), poco più di 30 minuti dove elettronica, spoken e R.I.O. si fondono all’interno di partiture cameristiche, il tutto all’insegna del coraggio e di una certa dose di menefreghismo, aspetti che diventano crocevia di impulsi free abbinati a doti di scrittura piuttosto fini. Colonna sonora dello spettacolo Puro nylon (ma in origine libro di poesie di Tony Vivona), viene qui attribuita a Alessandro Casini (elettronica, chitarra, musica), Vittorio Nistri (elettronica, pianoforte, basso-synth, marimba, sintetizzatori, arrangiamento archi, musica) e Tony Vivona (testi, basso, contrabbasso, musica), ma vede la partecipazione della line up Deadburger al completo. Capacità tecniche al servizio di una realtà immaginifica oscura, in cui ci si perde sin dall’iniziale 1940/Madre, ma sono le varie incarnazioni della line up a marcare il passo in fatto di eleganza e raffinatezza, come nel caso di Oltre e In ogni dove, arricchite dal violino di Jamie Marie Lazzara, la tromba di Enzo Scalzi e la viola di Giulia Nuti. Erik Satie pare una guida spirituale non di poco conto, viste le variazioni che omaggiano il genio francese poste lungo il lavoro, episodi in cui il trio (allargato) mostra le diverse sfaccettature del progetto. Un’opera multiforme, breve quanto intensa, straordinaria nell’entrare sottopelle, personale avamposto avanguardistico realmente progressivo nella sostanza e nelle idee compositive. (Luigi Cattaneo)


mercoledì 15 giugno 2022

ZOLDER ELLIPSIS, Entropy Override (2022)

 

Dietro il progetto Zolder Ellipsis troviamo l’americano Tom Aldrich (tastiere, piano e organo, già con i Four Bags), accompagnato in questo Entropy Override da Sean Moran (chitarra), Chad Langford (basso), Thèo Lanau (batteria) e Ivo Bol (elettronica). All’interno di questo stralunato album (uscito per la nostrana Lizard Records) troviamo la magia di Zappa, una vena jazz che tocca punte di R.I.O., il kraut settantiano e un certo sperimentalismo elettronico che non guasta. Frutto di un’intensa settimana di jam, in cui la band ha trovato da subito feeling, coesione e il necessario interplay, con Aldrich che ha dato ampio spazio compositivo agli ottimi interpreti riuniti sotto la sigla Zolder Ellipsis, scelta che ha portato ad una coralità fondamentale per la buona riuscita del prodotto, che vive di alcuni momenti davvero validi come Craig gets reanimated o The antidote game. Un’opera che mette insieme il già citato Zappa con gli Area, i Weather Report e gli Henry Cow, un viaggio sì nell’avanguardia ma aperto a pulsioni e commistioni, una dote che fa di Entropy override un lavoro immaginifico e comunicativo, all’interno di un percorso scevro da forme precostituite. (Luigi Cattaneo)

Craig gets reanimated (Video)


 

giovedì 20 maggio 2021

MATTEO CIMINARI, Fried Hippocampus (2020)

 

Bel lavoro per Matteo Ciminari (chitarra, theremin e tastiere), musicista che ricordo per l’esperienza I’m Anita e che qui torna in veste solista con questo Fried Hippocampus. Il background di Matteo a base di jazz, prog e sperimentazione sonora, dona al progetto un aspetto curioso, accostabile a produzioni attuali come quella di Simona Armenise e Mark Wingfield. Registrato a distanza tra Inghilterra e Italia (con il solo contrabbasso di Mattia Borraccetti presenza fissa), il disco guarda al passato stando nel contemporaneo, una colonna sonora immaginifica di grande fascino, capace di trasportare l’ascoltatore con grazia e varietà di soluzioni. Pizzammano ci conduce da subito verso soluzioni accostabili al R.I.O., complice l’ottimo Maurizio Moscatelli al sax e il solido drumming di Luca Orselli, un inizio vibrante e suggestivo. Accelera Spiced amygdala, segnata dall’ interplay che si viene a formare tra Ciminari e Moscatelli (stavolta al flauto), accompagnati con cura dalle note del piano di James Boston e dalle ritmiche di Michele Sperandio (che si alternerà alla batteria con Orselli lungo tutto il lavoro). Più morbida e carica di atmosfere jazzy Narni underground, soprattutto per i tenui interventi del sax, mentre un bel groove ritmico in El serpiente sostiene le evoluzioni chitarristiche del leader. How I feel today accentua il clima da soundtrack, Psalm è invece un brillante esempio di jazz variopinto, con Boston davvero abile nel porre, nota dopo nota, il suo marchio su uno dei brani migliori dell’album. La breve gemma R.I.O. di ForNiche, dove stavolta Moscatelli si destreggia al clarinetto, e Mr. Distraction, dimostrano la maturità compositiva di Ciminari, che chiude Fried Hippocampus con l’outro A woman, regalandoci poco più di 30 minuti davvero parecchio interessanti. (Luigi Cattaneo)

El serpiente (Video) 


 

giovedì 18 marzo 2021

MEZZ GACANO, OzocovonobovO MMXX (2020)

 


Mezz gacano è un progetto di Davide Mezzatesta, musicista versatile influenzato da John Zorn e Frank Zappa che con OzocovonobovO MMXX omaggia OzocovonobovO del 2009, rivisitandolo con una serie di special che hanno apportato il loro valido contributo lungo tutto il lavoro. Il suo R.I.O. sa essere sia sperimentale che ironico, figlio di Henry Cow e King Crimson, impreziosito dalla presenza della Self Standing Ovation Boskàuz Ensemble, sestetto tutt’altro che secondario nella riuscita di questa sorta di remake. La schizofrenia di Mezz Gacano diviene lampante in episodi come Mjasa Jest Mjasa, con Davide che duetta con Ruhi Nakoda alla chitarra, dando vita a un crossover tra progressive, jazz e rock, a cui si unisce il sontuoso sax di Gianni Gebbia e le intuizioni di Gianmartino Della Delizia alle tastiere e al piano. La lunga Pomoflower MMXX mostra un’attitudine più aggressiva, che si sposa con fraseggi crimsoniani, parti atmosferiche e ritmiche corpose, complice il valido lavoro di Melo Kiedis al basso e Nicko La Juta alla batteria, con tanto di surreale coda finale che evapora in The sunny son of Blütenstaub, maggiormente legata al R.I.O. e con gli efficaci contributi del sempre ottimo Dave Newhouse (sax, clarinetto, organo e piano) e di Tommaso Leddi (sax, trombone e batteria, conosciuto soprattutto per la sua militanza negli storici Stormy Six e per aver collaborato con gli Yugen). Mi preme citare anche Ghozo, dove troviamo il sax jazzato di Giorgio Trombino  e Sunny son of  Blütenstaub meez Ubao e i Bioboi, conclusione a cui partecipa anche Luciano Margorani (chitarra), che si unisce a Leddi (qui alla batteria) e Newhouse, diviso tra tastiere e clarinetto. Sesto disco ancora una volta particolare e curioso, ricco di sfaccettature e da ascoltare con la dovuta attenzione, una costante della discografia di Mezz Gacano, consigliato soprattutto a quanti dal progressive cercano soluzioni sperimentali e tratti avant. (Luigi Cattaneo)


giovedì 24 dicembre 2020

OTEME, Un saluto alle nuvole (2020)

 


Il nuovo album del progetto Oteme nasce da lontano, ha radici nel 2012, quando Stefano Giannotti, mente dell’ensemble, gira un documentario sull’Hospice di San Cataldo, un ultimo porto per i malati terminali. Alcuni stralci delle interviste fatte per l’occasione a infermieri, OSS, dottori e famigliari dei pazienti diventano spunto per Un saluto alle nuvole, dieci brani che continuano il percorso degli Oteme, ancora una volta in bilico tra musica da camera, R.I.O., avanguardia e canzone d’autore. La doppietta iniziale di Chiudere quella porta/E c’è qualcuno introduce al mondo narrato da Giannotti, fatto di esistenze a volte marginali, di consapevolezza della fine, raccontate con delicatezza tra momenti folk e tenui interventi fiatistici (Irene Benedetti e Valeria Marzocchi al flauto, Lorenzo Del Pecchia e Elia Bianucci al clarinetto). Un ricordo bello spinge maggiormente verso l’avant, con Emanuela Lari perfetta interprete delle suggestioni del pezzo ( leggeri ma azzeccati gli interventi di Antonio Caggiano al vibrafono), prima della particolarissima Dieci giorni, che si contraddistingue per l’ottimo lavoro ritmico della coppia formata da Vittorio Fioramonti (contrabbasso) e Riccardo Ienna (batteria) e della strumentale Gli angeli di San Cataldo (Bolero quarto), che si contraddistingue per la partecipazione al violino di Blaine L. Reininger dei Tuxedomoon. La vena sperimentale e colta degli Oteme prosegue con Quando la sera, brano dove le varie voci utilizzate creano un momento di pura magia, e Turni, lunghissima composizione che definisce al meglio il sound della band. Anche Una mamma disperata e Per i giorni a venire si muovono tra grandi intuizioni liriche e aperture strumentali notevoli, mentre la title track finale è un lieve attimo contemplativo di un lavoro malinconico ma necessario. L’opera ha vinto il bando Della morte e del morire indetto dall’Associazione Culturale Dello Scompiglio di Vorno. Per acquistare il disco (operazione consigliata vista l’importanza e la bellezza del booklet annesso) potete visitare il sito http://stefanogiannotti.com/it/ o http://oteme.com/it/ (Luigi Cattaneo)



martedì 1 dicembre 2020

ARCAMIRI, Quel che non dici (2020)

 

Uscito nell’ottobre del 2019, Quel che non dici degli ArcaMiri viene ora stampato con una bonus track finale, secondo lavoro dopo l’ep Contatto del 2018. Totalmente autoprodotto, l’album è un coraggioso concentrato di progressive, R.I.O. e avant prog, una spirale sapientemente costruita e di non facilissima lettura ma che sa conquistare ascolto dopo ascolto. Il quartetto formato da Simona Minniti (voce e synth), Ivan Ricciardi (pianoforte e synth), Peppe Capodieci (basso) e Vincenzo Arisco (batteria e percussioni) ha un’innata voglia di esplorare soluzioni, di realizzare strutture corpose e intricate su cui vibrare brevi fraseggi melodici, come un taglio sulla tela di fontaniana memoria, fenditure concettuali che si esprimono attraverso i testi poetici e la vocalità operistica della brillante cantante. I siracusani arrivano a questo secondo appuntamento discografico forti di una propria personalità, frutto di un approccio free alla materia, ossia senza vincoli, un lavoro di squadra che ha portato a composizioni libere ma sapientemente edificate. Ed è quello che fanno i siciliani all’interno di 7 brani dove non mancano sorprese, come il trittico formato dalla title track, da Inquietudo e Ballata (di una vecchia puttana), che mette insieme tutte le influenze della band, accuratamente dosate per formare una sorta di suite marcatamente progressiva, un trip che non disdegna scenari dark e postille avanguardistiche. Piove e Dentro una goccia sono l’anello di congiunzione tra gli spunti classici dei contemporanei Quanah Parker (seppur con una lunga storia alle spalle) e i settantiani Opus Avantra di Donella Del Monaco e Alfredo Tisocco. Non da meno L’adesso e la bonus Migrazioni, che mostra un gruppo ispirato e davvero molto interessante. (Luigi Cattaneo)

Quel che non dici (Video)



giovedì 7 maggio 2020

OCTOBER EQUUS, Saturnal (2011)


Terzo lavoro discografico, dopo l’esordio omonimo del 2006 e Charybdis del 2008, per gli spagnoli October Equus, che con Saturnal confermavano quanto di buono avevano espresso in precedenza, forti di un incedere sonoro ricco di sfaccettature e di giochi stilistici piuttosto complessi. Nessun compromesso quindi per quella che in patria è ritenuta la band di punta del movimento R.I.O. e avant-prog. Nei primi tre brani la band mette subito tanta carne al fuoco: il clima oscuro e crepuscolare evidenzia affinità con diversi lavori dei King Crimson, con le soluzioni adottate dagli spagnoli che risultano ad alto tasso di difficoltà, in un connubio molto azzeccato tra la chitarra di Angel Ontalva (autore di ottimi spunti solistici), il doppio sassofono suonato dalla coppia Fran Mangas e Alfonso Munoz e il violoncello di Pablo Ortega. L’ascolto si fa difficile e l’attenzione da porre con il passare dei minuti diventa elevata, ma ciò che emerge è la capacità della band di saper affascinare l’ascoltatore, proprio in virtù di situazioni complicate ma ammalianti. Si arriva a metà lavoro e si ha la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un gruppo pieno di idee, che a volte si spinge fin troppo in direzione di quell’avanguardia progressive che in taluni casi risulta attenta al particolare e alla minuziosa rifinitura, ma si dimentica della comunicabilità del prodotto. Il risultato, comunque apprezzabile, a volte si perde tra mille finezze che sfavoriscono l’insieme. Croce e delizia di un genere, che se trova cento estimatori, trova altrettanti detrattori. Si arriva così a Sutices ecuaciones vivientes, molto articolata, il cui tortuoso incedere e i molteplici cambi di tempo sono alleggeriti dal solo di Ontalva, utilizzato come un chorus (se questo è il termine più giusto per un disco degli October Equus). Le conclusive Abre los ojos e Ultimo refugio non fanno altro che confermare i giudizi espressi sin ora, soprattutto quest’ultima, malinconica ma vibrante, di umore inquieto, con tutta la band partecipe e capace di creare anche momenti meno astrusi ma non per questo di minor valore. Non una band per tutti. Questo può essere il giudizio finale una volta giunti al termine del lavoro. Perché l’album ha bisogno di svariati ascolti per essere pienamente immaganizzato e apprezzato. Tolte alcune pecche, a volte comuni ai gruppi che pensano e sviluppano la materia progressiva dentro certi canoni, non si può non rimanere quantomeno affascinati da quanto propongono gli spagnoli. Ascolto quindi obbligatorio per gli amanti dell’avant prog settantiano stile Henry Cow, oltre che dei contemporanei Yugen. (Luigi Cattaneo)

Una mirada furtiva en la noche saturnal (Video)



venerdì 5 aprile 2019

S.A.D.O., Musiche per Signorine da Marito (2019)


Risultati immagini per sado musiche per signorine
I S.A.D.O. (Società Anonima Decostruzionismi Organici) nascono come progetto parallelo degli Arcansiel di Paolo Baltaro (qualcuno li ricorderà per Normality of perversion del 1994 e Swimming in the sand del 2004), discostandosi nettamente dal new prog della band madre, per affrontare un percorso sperimentale che li ha portati all’attuale Musiche per signorine da marito, sesto lavoro folle che conferma la volontà del leader polistrumentista di operare fuori da qualsiasi logica commerciale (con lui Sandro Marinoni al sax e Andrea Becaro alla batteria). Il disco dura meno di otto minuti (con nove brani!) e viene proposto in duplice versione (italiana e inglese, come per Weather Underground, che vi consiglio di riscoprire), con l’intento provocatorio di sottolineare come l’ascoltatore medio non sia più abituato all’ascolto completo di un album, qui condensato all’interno di brani collage, che hanno l’obiettivo di mantenere intatto il senso dell’opera. In realtà pare più di trovarsi dinnanzi ad una variegata suite multiforme, un audio farmaco (a detta dell’autore) rivolto alla cura della narcolessia realizzato in forma sentenziale, ossia coercitiva a tre stadi, un modello semantico formato dalla triade Brano-Verità-Sentenza. L’ascoltatore, che gioca il ruolo del paziente, è sottoposto a ripetizioni frequenti di una serie di tracce composte da questi tre movimenti, un breve brano (dove dentro c’è di tutto e un po’), una ovvietà enunciata e una sentenza, che rappresenta il messaggio, in questo caso resistere agli stimoli del sonno narcolettico. Non ci avete capito nulla? Meglio. Dovete solo stare in ascolto di questa scheggia sonora a base di nonsense sperimentale, free jazz, R.I.O. e ricerca sonora, un puzzle che se ne infischia del mercato e che mostra la grande curiosità di Baltaro, mai domo nel suo svariare tra i generi più disparati. (Luigi Cattaneo)


lunedì 1 ottobre 2018

OTEME, Il corpo nel sogno (2018)


Terzo capitolo per il progetto di Stefano Giannotti (da segnalare anche il buonissimo La vostra ansia di orizzonte con Salvo Lazzara dell’anno scorso), da sempre attento nell’unire avant prog, musica da camera, R.I.O., elettronica e classica, elementi che riscontriamo anche nel recente Il corpo nel sogno. L’idea di allargare il concetto di forma canzone conduce l’ascoltatore in un luogo lontano, una sorta di teatro immaginario (Stefano scrive radiodrammi per emittenti tedesche) in cui si muovono personaggi e storie, pur senza un filo conduttore preciso, se non quello di metafore allucinate e rappresentazioni sfocate, il tutto sottolineato da una cura maniacale per suoni e arrangiamenti. Il disco d’altronde riprende il discorso già iniziato in precedenza, con il maestro Giannotti cerimoniere di un ensemble ricchissimo, foriero di imput e creatività che porta ad un interplay tra le parti davvero maturo (basti ascoltare Orfeo e Moira o Blu marrone). Oteme continua a sperimentare citando la maniacalità di John Cage, l’ambient elegante di Brian Eno, il jazz anticonformista di Canterbury e la classica contemporanea, con brani che si dipanano tra parti recitate, duetti vocali e fraseggi strumentali. L’utilizzo dei fiati è ancora centrale, enfatizza il tessuto onirico di una narrazione differente, coraggiosa, fragorosa nella sua capacità di comunicare, di dare strepiti lasciando l’ascoltatore ad occhi chiusi, rapito dalle visioni dipinte dal gruppo. La delicatezza di certe soluzioni non nasconde quell’alone psichedelico che emana con costanza la band e che si manifesta in pezzi come Rubidor#1, Sono invisibile e Prato fiorito, conferma di un ensemble curioso e che non si pone limiti di genere. (Luigi Cattaneo)
Orfeo e Moira (Official Video)
 

sabato 8 ottobre 2016

MAMMA NON PIANGERE, N. 3 (2016)


Tutto nasce nel lontano 1974 con la creazione della storica cooperativa musicale l’Orchestra, di cui facevano parte gruppi progressive associati al movimento Rock In Opposition come i più quotati Stormy Six ma anche band rimaste poco conosciute come i Quarto Stato, i Tecun Uman o il Gruppo Folk Internazionale di un certo Moni Ovadia. Proprio tramite la cooperativa emerge in quei lontani anni un ensemble, i Mamma non piangere, che già dal bislacco nome fa intendere quanto particolare possa essere la proposta. Irriverenza e ironia sono elementi che non hanno abbandonato la band (Laura Agostinelli alla voce, Maurizio Del Monaco al sax, Ferdinando Faraò alla batteria, Lorenzo Leddi alla chitarra, al mandolino, al banjo, alle tastiere, alla fisarmonica, al mandocello e alla voce, Roberto Meroni al clarinetto, al sax e alla voce, Luca Perreca al violoncello e alla voce e Walter Prati al basso), con i consueti riferimenti zappiani e testi nonsense che accentuano ancora di più tali aspetti. I primi due album (Musica bestiame e benessere e Sempre avanti a testa alta) risalgono rispettivamente al 1979 e al 1980 ma non ebbero la diffusione adeguata e il gruppo finì ben presto per essere ricordo degli appassionati più incalliti. Il nuovo N.3 esce per la coraggiosa AltrOck di Marcello Marinone e mostra dei musicisti di grande livello divertirsi e divertire, un entusiasmo contagioso e irrefrenabile verso una demenzialità apparente e che potremmo definire “colta”. L’ombra lunga di Zappa è ancora lì e funziona benissimo, non solo musicalmente, confermando l’estro compositivo e probabilmente ampliando una certa consapevolezza rispetto agli anni degli esordi. Libero da schemi precostruiti, pieno di spunti e trovate, fantasioso e festoso, il come back dei Mamma non piangere diventa sostanzialmente imperdibile per gli amanti di un certo modo di intendere il progressive. (Luigi Cattaneo)

Valvole (Video)