Progressive Rock&Metal ma anche un'ampia panoramica su Jazz, Blues, Folk, Hard&Heavy, Psichedelia, Avanguardia, Alternative, Post Punk, Dark Rock.
Un blog sulle sfumature della Musica.
Uscito nel 2024, Paqueando,
del duo formato da Diego Amador (piano, voce) e Josè Marìa Bandera (chitarra flamenco),
omaggia la figura di Paco De Lucia, un tributo, da parte di due maestri della
materia, che ha portato alla nascita di un lavoro che abbraccia la tradizione
ma ne sposta l’asse, si muove leggiadro all’interno del latin jazz proponendo
temi e soluzioni ardite e avventurose. Dicotomie gestite con grande
consapevolezza da Amador e Bandera (nipote di Paco, con cui ha lavorato fin
dagli anni ’80), che fanno propria la lezione di De Lucia di unire stili
differenti, una fusione che ha sempre caratterizzato lo spirito del musicista
spagnolo, che ha nella sua carriera spesso travalicato i generi. Un disco
sincero, dove emerge la passione dei due, che combinano armonie e melodie in
maniera encomiabile, uno sguardo d’amore verso uno degli autori più importanti di
tutti i tempi quando si parla di flamenco e di world. (Luigi Cattaneo)
Con colpevole ritardo
oggi racconto Friends of mice, secondo capitolo targato Pulin and the
little mice, band formata da Antonio Capelli (violino, mandolino, banjo
clawhammer, voce), Marco Crea (chitarra, organetto, xaphoon, voce), Giorgio Profetto
(chitarra, bouzouki, ukulele, banjo 6 corde, whistle, marranzano, voce), Matteo
Profetto (armonica, ukulele, voce) e Marcello Scotto (bodhran, bones). Una distanza
considerevole tra l’esordio del 2014, Hard times come again no more, e l’ultimo
nato, un’autoproduzione affascinante, capace di fondere Americana, folk e traditional,
il tutto in una veste prevalentemente acustica che ben si sposa con la popular
music made in USA. Tantissimi gli ospiti presenti (quasi 30), da Veronica
Sbergia a Max De Bernardi, passando per Angelo Leadbelly Rossi e Luca
Bartolini, tutti bravissimi nel calarsi nelle atmosfere della band, che cita
passo dopo passo artisti come Jennie Robertson, Big Bill Broonzy o James Baker.
Disco poetico, raffinato ed elegante nel suo crossover tra folk, Giga irlandesi
e worksong, caratteristiche di un lavoro ricco di pathos e grande studio.
(Luigi Cattaneo)
Interessante debutto per
i Māyā, band anconetana formata da Michele Alessandrini (batteria, già con Lush
Rimbaud e Heat Fandango), Francesco Balducci (chitarra) e David Cavalloro
(basso, anche lui ex Lush Rimbaud), un trio nato dalla comune passione per
atmosfere filmiche e suoni globali, elementi che ritroviamo in questo Artificio
fantastico. Il crossover di influenze fa dell’album un racconto piuttosto
suggestivo ed evocativo, tra post, psichedelia, indie e world, il tutto
mescolato con cura da una band nuova ma esperta, in cui troviamo richiami tanto
agli americani Khruangbin che ai maestri Calexico. British Columbia apre
il disco subito in maniera esotica, seguito dal clima morbido di Calypso
Paulo, confermato da brani come Tristeza e Steaming hot. Il raffinato
groove di Cristina G., il dub di Rainforest drop e la briosa Māyā
Manifesto sono altri momenti ben sviluppati di un’opera prima fortemente
immaginifica. (Luigi Cattaneo)
Affascinante progetto di
riscoperta della nostra mitologia, raccontata attraverso suoni capaci di
evocare storie antiche e lontane nel tempo, narrate tramite una sessione di
improvvisazione che la band ha svolto al Ground Floor di Modena. Gli emiliani,
prodotti dalla Lizard Records, ci conducono in un viaggio che è ricerca e
visione, portandoci sino all’Oracolo di Delfi. Fabio Esposito (lira greca a
sette corde), Francesco Sotgiu (bendir), Francesco Peloso (basso fretless),
Elisa Sala (marimba, percussioni), Davide Cristiani (moog), Stefano Cavanna
(flauto traverso, doppi flauti), Katia Rindone (voce) e Aldo Brianzi (gran
cassa) danno vita ad un’esperienza che attraversa le epoche, tra raffinato ambient,
umori folk e visioni etniche. Nova Delfi, dedicato a Saverio De Chiara,
straordinario ricercatore e divulgatore musicale, si avvale inoltre di una bella
confezione cartonata a tre ante, motivo in più per acquistare una copia dal
sito https://playades.bandcamp.com/album/nova-delfi
(Luigi Cattaneo)
Ci eravamo occupati dell’ep
d’esordio del 2023 dei Fiesta Alba (Octagon chitarra, Dos Caracas produzione,
synth, Fishman basso), ed è un piacere ritrovarli con Pyrotechnic babel,
primo full che riprende il discorso iniziato qualche anno fa e lo amplia di
soluzioni e ricerche. Una miscellanea sonora di math, world, elettronica, dub e
hip hop, un crossover dinamico ed estremamente curioso, arricchito dalla
partecipazione di un ampio numero di ospiti, che contribuiscono, e non poco,
alla riuscita del prodotto finale (da segnalare il lavoro di due batteristi, El
Mistico e Pyerroth, presenti in più della metà dei brani). Una babele di situazioni
egregiamente gestite, un rischio portato avanti da un trio misterioso, che fa
della voglia di guardare oltre la base da cui partire, elaborando le pulsioni
di Battles e I Hate my Village, ma potremmo citare anche Kae Tempest o il padre
dell’Afrobeat Fela Kuti. La natura multiforme del progetto e la capacità del
trio di far confluire tante idee all’interno di un flusso variegato aprono la
porta a brani come Technofeudalism (con Gianis Varoufakis), Waku Waku
(feat. Judicious Brosky) o Safoura (dove troviamo Pape Kanoute),
momenti diversi di un album che ha come denominatore comune la voglia di
esplorare e stupire. (Luigi Cattaneo)
Prodotto dalla sempre
attenta Dodicilune, Gli uomini poetici è il primo lavoro dei Les Trois
Lèzards, quartetto formato da Emmanuel Ferrari (fisarmonica, voce, già nei Les
Troublamours), Giovanni Chirico (sax, voce, in passato nella band di Giovanni
Falzone), Giorgio Distante (tuba, tromba, eufonio, voce) e Roberto Chiga
(tamburello, voce, grancassa, membro dal 2015 dell’Orchestra della Notte della
Taranta). L’onirico concept (comprate il disco per approfondire …) che fa da
sfondo a questo esordio si imbeve di musica popolare, folk, jazz e world, un’opera
briosa e ironica, che si muove tra scrittura e sviluppi free, tra valzer
stralunati e ritmiche ballabili dal sapore balcanico, il tutto suonato in
maniera perfetta da un ensemble coeso verso una forma d’arte che ingloba
pulsioni e ascendenze. Un album a tratti visionario, immaginifico come il paese
raccontato dal gruppo, che fonde tradizione e ricerca all’interno di trame
surreali e fantasiose. (Luigi Cattaneo)
Un'arpa tra le antenne del Monte Giogo e una chiamata spirituale dallo spazio: è The Callling, il nuovo singolo di Arthuan Rebis, uscito il 6 giugno 2024 e accompagnato da Shades of Yggdrasill.
The Calling, scritto da Alessandro Cucurnia, in arteArthuan Rebis, vede la partecipazione del percussionistaTimer Shinee dell’artista lituanoMr Jumbo.
La “Chiamata degli Dèi” è un invito a forgiare la mente compassionevole, e questi dèi sono soprattutto le potenzialità della mente dell’illuminazione, presenti in ogni essere, e rappresentate nel videoclip da uno Stupa buddhista in miniatura, che appare nella ex base Nato sulle alture del Monte Giogo in Lunigiana. In questo luogo, durante la Guerra Fredda, sono stati trasmessi i primi segnali di internet. Internet, che oggi diamo per scontato, nei secoli passati sarebbe stato inteso come “magia”, ma più di milleduecento anni fa in Tibet già si nascondevano i testi sacri non solo nei luoghi impervi, ma anche nei campi immateriali dell’etere/mente, sapendo che in futuro sarebbero stati riscoperti dai Terton, coloro karmicamente destinati. Adesso le antenne del Monte Giogo, creativamente bonificate, hanno inviato e ricevuto simbolicamente messaggi di contemplazione della natura ultima della mente, della “Mahamudra”, così detta dai tibetani; mente che spoglia da ogni barriera, manifesta spontaneamente solo qualità positive.
Il video, dai tratti lievemente “lynchiani”, è stato realizzato dalla videomaker Maddalena Andreoli, ed è nato da un’idea di Timer Shine (Nicola Caleo) e di Arthuan, i quali hanno anche prodotto il brano assieme all’artista lituano Mr Jumbo. La musica comprende un cantato in inglese, avvolto da pads, percussioni elettroniche e metalliche, tamburi sciamanici, tablas, arpa celtica e nyckelharpa. Il sound unisce quindi stili arcaici e futuristici, una nuova wave, celtica e spirituale, che nel finale omaggia ritmicamente e armonicamente persino il Bowie di Little Wonder.
Shades of Yggdrasill è invece un brano più morbido e celtico, prosecuzione dei sentieri tracciati dall’arpista e cantanteAlan Stivell.
Nel mese di maggio 2024 è uscito un altro singolo di Arthuan Rebis ft. Timer Shine: Ethereon: una canzone epica dai tratti nordici, con tecniche canore gutturali simili a quelle della Mongolia, che anticipa la continuazione del romanzo fantasy e musicale di Arthuan Helughèa – Il Racconto di una Stella Foglia, pubblicato da Eterea Edizioni nel 2023.
Nei prossimi mesi, Arthuan e Timer Shine saranno in tour per l’Italia e l’Europa, sia con la formazione Arthuan Rebis Duo che con il gruppo neomedieval pagan folk In Vino Veritas. Le date sono disponibili nel sito dell’artista: www.arthuanrebis.com
Uscito sul finire del
2023, Telamon è il nuovo album di
Mauro Patti, prodotto dall’etichetta Dodicilune, un’opera ambiziosa in cui il
batterista di Agrigento si è avvalso di un nutrito parterre di straordinari
musicisti, tutti bravissimi nel supportare le tante intuizioni del siciliano.
Rispetto all’esordio del 2020 (Kerkent
Afro Project) Patti ha sviluppato trame jazz con interpreti maggiormente
legati alle sue idee, un lavoro d’insieme notevole, registrato live in studio,
denota un interplay di altissimo livello, fraseggi in odore di jazz rock,
vibranti pulsioni afro e uno sguardo alla world music. La storia di Agrigento
viene narrata attraverso personaggi storici e luoghi, una sorta di illuminato
concept pieno di grazia, variegato sin dall’apertura di Kalos, sontuosamente divisa in tre parti, sa essere immaginifica,
intensa e potente, con i temi esposti in maniera efficace da un ensemble
guidato con eleganza da Patti. Grande importanza riveste l’organico di sax
presente (ben 4), che dialoga costantemente con i ritmi spesso Afro imbastiti
dal leader, dove l’aspetto poliritmico si manifesta con vigore ed enfasi, basti
ascoltare brani come Demarèteion, in
cui viene omaggiato Coltrane, o Caravan(tribute to Giulio Capiozzo),
adattamento di uno standard di Duke Ellington e Juan Tizol, nella versione
arrangiata da Capiozzo, indimenticato batterista degli Area. Patti guarda alla
sua terra natia in Chiantu, con il
tema tratto da Ah sì, versate lacrime,
canto funebre del Venerdì Santo, ma gli stessi umori folk avvolgono la
doppietta Porta dei venti/Bibbirria, ispirata
da un quartiere di Agrigento culla di popolazioni arabe, è una discesa etnica
avvolgente e ricca di pathos. Ultima citazione per le due sezioni che
compongono Umbilicus, divise tra
musica afrocubana e jazz ballad d’autore. Telamon
è la conferma della bravura di Patti nel creare situazioni densissime di
riferimenti culturali, un caleidoscopio gestito con efficacia da un autore
curioso e di grandissimo talento compositivo. (Luigi Cattaneo)
A distanza di sette anni
dal sontuoso cofanetto La fisica delle
nuvole, Deadburger Factory propose nel 2020 La chiamata, seconda parte di un dittico iniziato proprio con il
precedente disco, l’altro lato dello specchio, secondo l’idea della band
formata da Vittorio Nistri (tastiere, elettronica), Simone Tilli (voce e strumenti
vari), Alessandro Casini (chitarra), Carlo Sciannameo (basso). Più concreto e
meno aleatorio, questo ultimo album del gruppo si stacca dal passato senza
allontanarsene del tutto, mantenendo intatto lo spirito sovversivo, un’anarchia
contestualizzata dall’abbondante utilizzo di doppie batterie all’interno dello
stesso pezzo, un tripudio di tamburi che acuisce la forza d’urto di un prodotto
libero e provocatorio. Tantissimi quindi i batteristi presenti nell’opera, ma
gli ospiti si sprecano come da consuetudine, una famiglia allargata che finisce
per inglobare elementi world, folk, psichedelici e jazz, amalgamati all’interno
di brani come Tamburo sei pazzo (fondamentale
la presenza di Alfio Antico), Blu quasi
trasparente, Tryptich (omaggio a
Max Roach)e Manifesto cannibale. La
chiamata era la conferma del coraggio dei toscani, sempre particolari e
affascinanti, capaci di variare e sorprendere ad ogni uscita discografica. In attesa
di un nuovo capitolo (va segnalato il progetto Ossi della coppia Nistri-Tilli
del 2022) la riscoperta di certe perle del nostrano underground è d’obbligo.
(Luigi Cattaneo)
Membro dei Celobert Magic
dal 1979 al 1983, Jaume De Viala è un chitarrista dotato di talento e gusto,
impegnato attualmente in un progetto ambizioso insieme ad una serie di
musicisti davvero notevoli (tra cui Dusan Jevtovic alla chitarra, Xavi Reija
alla batteria, Vasil Hadzimanov al piano e alle tastiere e Judit Cucala alla
voce). Sonoritat de mil miralls è un lavoro del 2019 dove Jaume ha dato
nuova luce a vecchie tracce, preservandone l’essenza attraverso l’interplay
raffinato tra strumenti elettrici ed acustici. Progressive, world e fusion si
amalgamano in un eccitante ibrido giocato sulle molteplici percussioni
presenti, nonché sugli ottimi fiati di Pablo Selnik (flauto) e Roger Conesa
(sax e clarinetto), per un risultato complessivo che unisce King Crimson e
Weather Report con Tarannà, Maria Del Mar Bonet e Jaume Sisa in modo fresco e
brillante. Si nota una certa coesione pur prendendo ispirazione da generi
differenti, basti ascoltare momenti come Regal, Carretera al Brasil o
Ombres de lluna creixent, tra le cose migliori di un lavoro dal grande
fascino. (Luigi Cattaneo)
Terzo album per Giorgio
Pinardi sotto il monicker Me vs Myself, un disco dove il milanese continua la
sua ricerca sperimentale sull’uso della voce, unico strumento presente e
manipolato elettronicamente con sapienza per creare qualcosa di organico e
altamente suggestivo. La world music del progetto e le influenze etniche
mostrano la grande cultura di Pinardi, che stavolta guarda maggiormente all’Africa,
terra misteriosa e sempre affascinante, trattata con rispetto ma anche
curiosità in brani come Yielbongura o Rwty. Un viaggio tra le
tradizioni, non solo quelle del continente africano, che si uniscono alle
derive gospel, funk e blues che animano la proposta, un calderone congeniale
alla spiritualità libera di Giorgio, che si esprime con vigore tra le note di Sgriob
e Leys, tra gli episodi meglio riusciti di Aiòn. L’improvvisazione
di cui è intriso il materiale proposto porta la creatività dell’autore ai suoi
massimi, una ricerca fatta di scoperte e soluzioni inedite, variegate dinamiche
e brillanti conclusioni espressive, pur trovandoci dinnanzi ad un lavoro per
sola voce. Dopo Yggdrasill e Mitclàn è un piacere constatare come
Pinardi sia riuscito a crearel’ennesimo album di spessore per il suo progetto.
(Luigi Cattaneo)
Ci siamo occupati diverse
volte da queste pagine del progetto AB Origine di Gianni Placido (didjeridoo,
sansula) e questa volta la nostra attenzione si è posata su un disco del 2014, La
via di uscita, una suite divisa in otto capitoli in cui il leader si fa
accompagnare da un ensemble allargato di grandissima qualità. Etnica e world si
intersecano come da tradizione, e oltre l’aspetto prettamente sonoro è da considerare
l’enorme lavoro che Placido ha svolto sul libro allegato, foto e poesie haiku
che completano l’intrigante quadro proposto. Le partiture strumentali si
arricchiscono grazie ai fiati di Giuseppe Dal Bianco (flauto hulusi, dizi e
traverso, gong, corno shofar), diventano suggestive per merito del delicato
tocco di Domenico Canzoniero (pianoforte) e delle note espressive di Otto Carl
Wagner (sax), ma non mancano nemmeno sparuti echi orientali, imposti con classe
da Ayub Noor Muhammad (tabla, tamburi a cornice). Tanti altri i musicisti
coinvolti, perfetti nel creare atmosfere eleganti e immaginifiche, ma anche
stranianti ed evocative, figlie dell’immensa cultura di Placido per la materia,
interpretata da sempre con pathos e anima. (Luigi Cattaneo)
Uscito nel 2021, In
between è il risultato dell’incontro tra Carlo H. Natoli (chitarra e
mandola tenore, elettronica, voce) e Dario De Filippo (percussioni), insieme
sotto il monicker Bir Tawil (è
un'area lungo il confine tra Egitto e Sudan, che non è reclamata da nessuno dei
due paesi, in cui vivono meno di mille persone), un ensemble allargato (sono
della partita Cesare Basile, Hafid Bidari, Julie Mèlina Macaire-Ettabaȃ e
Baptiste Bouquin) che guarda all’Africa e alla Sicilia, tra percussioni,
strumenti a corda elettrificati, elettronica, campionamenti, desert rock, folk,
blues e world music. La migrazione come risorsa e il racconto di miscrostorie
quotidiane forgiano un lavoro di ricerca, in cui la componente etnica si
interseca con la cultura europea, una fusione che dà vita ad un percorso di
contaminazione avvincente e dal forte impatto culturale. Basile si muove agile
tra ‘ngoni (strumento a corde africano), synth e organo nell’ottima My heart
as a crown, Bidari presta la sua voce e si dedica al guembri (strumento a
corde pizzicate) nell’ipnotica Season of men, perfetta Macaire-Ettabaȃ
nella bellissima Southern wind, mentre il clarinetto di Bouquin
tratteggia la particolare Lu libbru de li ‘nfami, chiusura di un disco
entusiasmante in ogni sua componente. (Luigi Cattaneo)
Terzo disco per Arthuan
Rebis, pseudonimo dietro cui si cela Alessandro Arturo Cucurnia, già all’attivo
con gli In Vino Veritas e i The Magic Door. Sacred
woods è un viaggio alla ricerca di suoni e connessioni con la natura, tra
folk, cantautorato e studio di tradizioni popolari, partendo da quella celtica
per arrivare a quella iberica, passando per India e Cina. Ovviamente per
avventurarsi in un percorso del genere serve una cultura smodata di quello che
si sta trattando e Alessandro, mentore e studioso di questo affascinante
progetto, ha deciso di farsi accompagnare da una serie di ospiti che con la
loro personalità hanno donato ancora maggiore spessore al prodotto finale. Troviamo
così la voce narrante di Paolo Tofani (Area) e i synth di Gabriele Gasparotti (di
cui abbiamo più volte parlato da queste pagine) nella misteriosa Albero sacro, il bodhràn di Nicola Caleo
gioca con il santoor (uno strumento iraniano a corde percosse) di Vincenzo
Zitello (Alice, Ivano Fossati, Teresa De Sio, giusto per citare qualche sua
collaborazione) e la voce di Mia Guldhammer in Kernunnos, una ballata tradizionale danese, prima dell’ipnotica Runar, dove oltre a Caleo e Gasparotti
abbiamo Zitello impegnato stavolta alla fujara, un particolare strumento
slovacco. La coppia formata da Tofani e Gasparotti esegue Elbereth, che posa uno sguardo sul magico mondo di Tolkien, mentre Come foglie sospese si distingue per la
delicata arpa (sempre di Zitello) che accompagna il canto di Cucurnia. Ancora il
bodràn (ma stavolta di Glen Velez) nella splendida Danzatrice del cielo, la rilettura di Diana dei seminali Comus, impreziosita dalle tablas di Federico
Senesi, è il perfetto epitaffio di un disco prezioso, un lavoro enorme che ha
il merito di incuriosire e dettare suggestioni dalla prima all’ultima nota.
(Luigi Cattaneo)
L’Adrabesa Quartet
guidato da Vasko Atanasovski (sax e flauto) è un collettivo dal forte sapore
etnico e folk, anche per la disparata provenienza dei musicisti coinvolti,
eccezionali nell’ammantare di spirito world le intricate trame jazz di questo Phoenix,
disco uscito nel 2020 per la meritoria Moonjune Records. Difatti, oltre al
leader e al figlio Ariel (special guest al violoncello), di nazionalità
slovena, troviamo l’italiano Simone Zanchini alla fisarmonica, il francese
Michel Godard alla tuba e Bodek Janke alla batteria, nato in Polonia ma
cresciuto in Germania. Insomma un melting pot di culture che ci consegna un
lavoro pieno di anima, seppure i virtuosismi e i tempi dispari imperlano brani
come Green Nymph o Liberation, tra i migliori esempi di un disco
davvero notevole. Registrato in Slovenia sul finire del 2019, l’album è un
viaggio che parte dai Balcani e arriva in Europa, un trip multietnico che
diviene tangibile nel grandeur di Concerto epico e nelle intuizioni di Thornica,
splendidi momenti di un lavoro affascinante e profondo. (Luigi Cattaneo)
Uscito insieme a Stories
e Live in un unico ed elegante cofanetto, Magnificent è l’ultimo
disco in studio registrato dal World Group capitanato da Nicolas Meier,
chitarrista di cui abbiamo spesso parlato da queste pagine e di cui mi sono
personalmente affezionato album dopo album, per via della sua sensibilità
compositiva e di un’eleganza strutturale che lo contraddistingue da sempre. Insieme
a Nicolas troviamo Kevin Glasgow (basso), Richard Jones (violino) e Demi Garcia
Sabat (percussioni), quartetto che si muove agile tra influenze etniche, jazz e
rock, con l’iniziale Mesudiye (uno dei distretti della provincia di
Ordu, in Turchia) particolarmente evocativa e sospinta dall’interplay tra il
leader e Jones, che si appoggiano su una base ritmica affascinante. Bellissima
anche Semur’s bridge, intensa e tenue, mentre più vivace è Hip,
con tanto di ottimo solo da parte di Meier. La cultura del chitarrista è
profonda, ed emerge chiara in Stories from the garden, altro momento
pieno di grazia, in cui vi è un solido lavoro di squadra, che fa la fortuna
anche delle seguenti Sous le ciel de Fribourg e Villa Olivio, che
hanno la capacità di trasportarti altrove in maniera del tutto naturale, con
una semplicità disarmante pur all’interno di un contesto virtuosistico
percepibile in ogni singola nota. Le conclusive The pond e Under an
olive tree confermano la natura immaginifica della musica di Meier, che
forse con Magnificent ha raggiunto il suo apice di scrittura e
sentimento. (Luigi Cattaneo)
Artista di lungo corso
(ha esordito negli anni ’80), Davide Riccio, in arte DeaR, torna a breve
distanza da New roaring twenties/Human decision required, con un lavoro
edito da Music Force. Out of Africa è un album molto lungo, 19 brani per
80 minuti circa di musica, una creatività altalenante ma genuina, che guarda al
continente del titolo come punto di partenza, salvo poi sviare in territori a
volte bluesy, a volte elettronici. Probabilmente il disco avrebbe giovato di
una minore prolissità, perché le idee emergono senz’altro ma a volte vengono
soffocate da uno sviluppo complessivo che tende ad essere eccessivo. Vi sono
difatti intuizioni interessanti e una generale voglia di esplorare senza
paletti, caratteristica che pare contraddistinguere da sempre l’animo di
Riccio, che sembra guardare ad artisti trasversali come David Bowie, Brian Eno
e David Byrne. Imperfetto ma affascinante, il progetto DeaR non si smentisce e
prosegue lungo la sua strada, che rimane personale e lontana da qualunque moda
del momento. (Luigi Cattaneo)
Registrato addirittura tra
il 2016 e il 2019, Giant steppes è l’ultimo lavoro di Dennis Rea (conosciuto
soprattutto per essere il leader dei Moraine), che continua ad esplorare in
modo del tutto personale la world music, imbevendola di jazz e sperimentazione.
L’Asia centrale, in special modo, era stata raccontata in Views from
Chicheng precipice del 2010, un disco già di per sé molto ambizioso,
proprio come questo nuovo capitolo, un viaggio etnico che vede Rea (chitarra,
mellotron, kalimba) accompagnato da una serie di grandissimi musicisti, un
crossover di jazz progressivo, kraut e world che omaggia territori misteriosi
come la regione di Xinjiang, Altai, Tuva e la Siberia. Le esperienze personali
del chitarrista e la passione per certi suoni contraddistinguono un album dove
le possibilità espressive di terre lontane si fondono con il background del
compositore, autore straordinario che negli anni ha collaborato con realtà molto
differenti tra loro. Una curiosità che emerge prepotente tra le trame di Live
at Gaochang, che guarda agli uiguri e alla loro cultura, e Altai by and
by, suggestivo traditional russo, così come di grande impatto sono Wind
of the world’s nest, che prende spunto da una composizione tuva, e la
conclusiva The fellowship of Tsering, ispirata da due tracce di Jampa
Tsering, una cantautore tibetano molto apprezzato da Rea, brani simbolo di un’opera
tanto complessa quanto affascinante. (Luigi Cattaneo)
Uscito insieme a Stories
e Magnificent in un bel cofanetto triplo, Live è la
testimonianza dal vivo del Nicolas Meier World Group, registrata nel febbraio
2020 dal chitarrista insieme a Kevin Glasgow al basso, Richard Jones al violino
e Demi Garcia Sabat alla batteria, formazione già conosciuta per il valido
lavoro svolto su Peaceful. Un viaggio nei suoni del Mediterraneo che si
ripete anche in quest’occasione, con Nicolas ispiratissimo cantore di
tradizioni lontane, narrate con naturalezza e fascino, un jazz world acustico e
raffinato che trova sbocco nella dimensione calorosa del momento estemporaneo. La
statura tecnica del quartetto è enorme, le trame sono melodiche, complesse e
dinamiche, si percepisce anche un certo divertimento nel suonare brani come Adiguzel
e Caravan of Anatolia, tra i momenti più eleganti dell’ennesima
grande prova dell’inglese. (Luigi Cattaneo)
Uscito ad inizio 2020, Rainbow
over Kolonaki segna il ritorno dei Talinka, quartetto formato da Yaron
Stavi (contrabbasso), Jenny Bliss Bennet (viola, violino e voce), Tali Atzmon
(voce e ukulele) e Gilad Atzmon (sax, chitarra, clarinetto e fisarmonica), a
cui vanno aggiunti Ross Stanley al piano e Billy Pod alle percussioni e alla
batteria). World e jazz si inseguono lungo dieci tracce evocative e brillanti,
dove il pathos si respira sin dalle iniziali note della title track, a cui fanno
seguito la cinematografica If I should lose you e il traditional She
moved through the fair. La scelta di guardare al passato è supportata dalla
forte personalità dei musicisti, eccellenti nell’omaggiare il Frank Sinatra di I’m
a fool to want you, ma anche di guardare alla tradizione del folk inglese in
Greensleeves e Scarborough fair. Anche le trame inedite di Perdita
e Time runs out spostano i confini da cui attingere, una profondità
di vedute che trova conferma in When Apollo smiles e nella conclusiva I’ll
be seeing you, immaginifico finale di un disco sofisticato e raffinato.
(Luigi Cattaneo)