giovedì 28 febbraio 2013

2DAYSPROG+1, VERUNO 2011, SERATA INIZIALE

Appuntamento fisso di fine estate, il festival dedicato alla musica progressiva quest’anno si è rinnovato ed ampliato, aggiungendo un giorno di live rispetto ai soliti 2 delle passate edizioni, segno del grande successo di pubblico e di una qualità sempre crescente della kermesse che ospita, elemento di grande importanza per ogni prog fan che si rispetti, anche un ricco spazio dedicato agli espositori in cui cercare dischi nuovi e rari, vinili, libri e stampe dei tanto amati art work progressivi. Questo il contorno molto appetitoso, ma il piatto forte rimangono i gruppi che come da tradizione del festival sono stati scelti per proporre realtà nuove e band che invece sono ormai leggenda della musica prog internazionale.  La serata d’apertura propone un trio da brivido. Tempio delle Clessidre, Arti e Mestieri, Goblin. Una vera manna insomma per gli amanti di certe sonorità. La partenza è con il botto perché Elisa Montaldo e compagni sfruttano a dovere l’oretta a loro disposizione con uno show dinamico ed equilibrato tra richiami al Museo Rosenbach, in cui militava il cantante Stefano “Lupo” Galifi, e brani tratti dal sorprendente esordio del 2010. I liguri dimostrano di avere un affiatamento sempre crescente che ha esaltato ed emozionato i tanti accorsi al concerto. Dopo un esibizione del genere è sempre difficile per la band successiva salire sul palco, ma non se il gruppo in questione si chiama Arti & Mestieri, ossia una delle più vivide espressioni del jazz rock settantiano e da sempre on the road e non solo in Italia (in Giappone, dove hanno anche registrato un live album, sono acclamatissimi). Se a ciò aggiungiamo che ad accompagnare i torinesi troviamo due vecchi volponi del rock come Mel Collins al sax e al flauto e David Cross al violino, entrambi già membri dei King Crimson, il gioco è fatto! Peccato per l’assenza del grande Gigi Venegoni ma la chitarra di Marco Roagna non lo ha fatto rimpiangere di certo. Difatti si è trattato di uno show dirompente, pieno di carica, dove diventa davvero difficile rimanere impassibili dinanzi alla tecnica di stampo jazz e alla forza propulsiva di Furio Chirico alla batteria e al tocco vellutato, sensibile e preciso del sempreverde Beppe Crovella alle prese con le sue tastiere vintage. Inoltre la band ha in formazione un cantante a tutti gli effetti, Iano Nicolò dei Cantina Sociale che aggiunge qualità ulteriore e spezza le dinamiche strumentali del gruppo consentendo loro di sviluppare il discorso musicale anche dentro contesti prevalentemente rock e meno jazzati, caratteristica che potrebbe tornare utile in vista del nuovo disco che dovrebbe uscire nel 2012. A chiudere la prima serata del festival ci hanno pensato i Goblin, non in formazione originale come era stato ventilato sul web in vari siti ma con Titta Tani alla batteria e Bruno Previtali al basso. La performance, che ovviamente passa in rassegna il meglio del loro repertorio, mostra come le composizioni non abbiano perso quell’alone di spettralità e di inquietudine che è sempre stata la grande forza dei romani amati alla follia da Dario Argento. Ma i Goblin attuali non puntano solo sull’atmosfera ma anche sull’impatto da heavy metal band, complice una sezione ritmica molto hard che avvicina il suono ad un’altra creatura orbitante nel mondo del tastierista Claudio Simonetti, quei Daemonia che hanno rivitalizzato e modernizzato la proposta globiniana. E se un piccolo appunto si può fare è proprio questo. Perché in alcuni momenti si sente un po’ troppo la differenza di “tocco” nei brani pensati per gente come Agostino Marangolo, Fabio Pignatelli e Walter Martino. La prestazione è comunque di alto livello con i tre membri storici, Simonetti e Maurizio Guarini alle tastiere e Massimo Morante alla chitarra, davvero in ottima forma e bravissimi nel ricreare le sonorità tanto care ai progster e agli amanti degli horror movie. Mi pare appropriato sottolineare come la qualità del festival sia di anno in anno più alta e, cosa più unica che rara, anche completamente gratuita. Visto il periodo direi che la scelta degli organizzatori di creare un festival ad ingresso libero non può che essere applaudita! (Luigi Cattaneo)

Arti & Mestieri Veruno Live
  
  


lunedì 25 febbraio 2013

CATAFALCHI DEL CYBER, Benediktus und Vobis quoque Catafalcus est (2011)

In virtù del nome dato alla band, del titolo del disco d’esordio e di quello dato ai vari brani qui presenti sarebbe stato lecito aspettarsi un lavoro ironico e “giocoso”. Mai pensiero fu più sbagliato. Perché i Catafalchi del Cyber non scherzano affatto e confezionano un’opera che pur con qualche limite e caduta di tono si lascia piacevolmente ascoltare e prova a stupire l’ascoltatore. Il personaggio di spicco della band è indubbiamente Cristiano Roversi, tastierista dei Moongarden, dei Mangala Vallis e dei CCLR, ma hanno avuto il loro notevole peso nella riuscita di questo primo disco anche  Matteo Bertolini (chitarra) e Mirco Ravenoldi (voce e chitarra), oltre che Ersiker Anaman alla batteria. Ennesimo progetto quindi di un musicista curioso e sempre impegnato che è riuscito a mettere insieme il progressive vecchio stampo con una buona dose di rock moderno che si ritrova anche nei lavori a nome Moongarden. Sfida ma anche pungolo verso le nuove generazioni di progster? Sembra un po’ questa la voglia dei quattro Catafalchi…  
Apre l’album E adesso facciamo i soldi, che a dispetto del titolo alquanto bizzarro è brano molto lirico, con Roversi davvero bravo nei passaggi strumentali appassionanti e che fanno il paio con le azzeccate note che fuoriescono dalla chitarra di Ravenoldi. L’approccio è tipicamente progressive e denota una tecnica individuale di buon livello utilizzata più per emozionare che per stupire ad ogni costo con soli lunghi ed elaborati. Avvolgente soprattutto nella psichedelica e ampia parte strumentale è Benediktus che rivela quell’amore nei confronti dei King Crimson e dimostra abbondantemente come la band sia coesa e compatta. Dark deglutation ha il merito di far emergere con forza maggiore l’intenzione psichedelica del gruppo e lo sguardo avant-prog che lo caratterizza, mescolando art-rock con l’elettronica. Ne viene fuori da questo guazzabuglio di influenze qualcosa di oscuro e di poco definito che ha il merito di saper affascinare. Anche la voce ha queste caratteristiche. Perché se è vero che Ravenoldi non appare particolarmente dotato riesce nell’intento di attrarre e di conquistare poco per volta. Come se fosse la voce giusta per il progetto. Uno dei momenti più interessanti è Ocean, un brano che punta molto sull’atmosfera coinvolgente data da suoni dilatati che si sviluppano su dosi di prog moderno in stile Porcupine Tree. Dopo la breve Carabinieri il gruppo di Steven Wilson viene citato anche in Metanolo, che parte lenta, seduce, ti entra sottopelle per poi avvicinarsi più nitidamente al progressive in maniera coesa e disinvolta, mostrando la natura mutevole dei Catafalchi. Meno riuscita è l’altalena di suoni e umori che caratterizza Recinzioni, che alla lunga finisce per stancare più che meravigliare, mentre il finale è di ottimo livello con lo strumentale Ipercomunismo Postalieno III che vede grande protagonista Roversi, abile nel disegnare paesaggi che tanto sanno di antico, di vintage, ma con un occhio aperto sul nuovo corso del progressive. L'attitudine di tutto il lavoro non è così provocatoria come si potrebbe pensare a prima vista ma lascia una piacevole sensazione di aver ascoltato quasi un omaggio alternativo ad un genere che a volte si ricicla e si chiude a riccio. Forse l'obiettivo era proprio questo. Prendere il progressive e centrifugarlo per ottenerne qualcosa di nuovo e a fasi alterne il gioco riesce. Il risultato quindi è un disco interessante, certamente non avanguardistico ma che incuriosisce per il suo tentare una via differente al classico prog. Aspettiamo per vedere dove e come si muoveranno, per ora l'impressione è quella di un disco dai discreti spunti che potrebbero presto trovare maggiore compimento e continuità, aspetto che talvolta viene a mancare anche all'interno dello stesso brano. Credo che il progetto si possa rifinire e migliorare ulteriormente ponendo maggiore attenzione sui dettagli e perchè no, magari dando davvero un taglio più avanguardistico al tutto. (Luigi Cattaneo)

Dark Deglutation (Video)  

 
  

venerdì 22 febbraio 2013

L'ESTATE DI SAN MARTINO, Talsete di Marsantino (2012)

L’Estate di San Martino è uno di quei gruppi vintage, votato al passato e con lo sguardo fiero rivolto ai grandi nomi di un’epoca irripetibile per la musica rock. Probabilmente chi cerca dal prog sperimentazione e sdoganamento da alcuni stereotipi rimarrà insensibile dinnanzi al terzo lavoro degli umbri. E magari li etichetterà come gruppo adatto ai noiosi nostalgici progressivi. Sì, perché i ragazzi perugini hanno radici negli anni ’70 ma solo con questo Talsete di Marsantino stanno ricevendo i giusti riscontri. Se ci si sofferma solo sulle note che vengono fuori dall’album non si può che rimanere affascinati dal racconto musicale portato avanti con efficacia e grande cura. Questo ispirato disco della band denota una raggiunta capacità di esprimersi secondo canoni totalmente progressivi ma non per questo banali o ripetitivi, anzi, è proprio la freschezza l’arma in più di questo platter. Un lavoro quasi interamente strumentale compatto e sicuro che si dipana tra momenti acustici ed elettrici di indubbia bellezza, scritto sotto forma di concept (con protagonista Talsete, un archivista impegnato nel catalogare tutto il sapere umano) e che rivendica attenzione per un preciso periodo in cui Genesis, Caravan e Banco del Mutuo Soccorso (giusto per citare alcuni punti di riferimento) facevano faville. Stefano Tofi alle tastiere e Riccardo Regi alla chitarra paiono le due anime guida del progetto che viene arricchito dalle trame sofisticate del sax e del flauto di Marco Pentiricci, che suonano eleganti e piene di quella profondità che solo i grandi musicisti possiedono (Archivista, L’estate di San Martino). Da segnalare la breve ma piacevole apparizione di Steve Hackett in Ely e Otto, in cui troviamo anche Francesco di Giacomo, incisivo come sempre e a suo agio anche in S.E.N.O., tra i pochi episodi cantati del lavoro ma per nulla forzati e davvero riusciti (soprattutto quest’ultimo appare come un piccolo capolavoro). Tra le bonus è impossibile non segnalare l’eccellente Pesce Vela, vecchio brano della band che viene ripreso e interpretato da Bernardo Lanzetti per cui il tempo sembra essersi fermato a quando calcava il palco con gli Acqua Fragile e la Premiata Forneria Marconi. Talsete di San Martino è un opera che convince e appassiona e pur se bisogna ammettere che non offre novità di rilievo all’interno del panorama si distingue perché suonato e soprattutto composto in maniera estremamente convincente. (Luigi Cattaneo)

Presentazione Talsete di Marsantino Teatro Pavone (Perugia)


        

mercoledì 20 febbraio 2013

CARNASCIALIA, Carnascialia (1979)

La nascita di questo breve progetto (che durò solo lo spazio di un disco) è dovuta a due ex componenti del Canzoniere del Lazio, Pasquale Minieri (voce, chitarra, basso) e Giorgio Vivaldi (flauto, percussioni) che coadiuvati da alcuni validissimi musicisti, tra cui Demetrio Stratos, Piero Brega (voce del Canzoniere del Lazio), Mauro Pagani, Carlo Siliotto (violino del Canzoniere del Lazio) e Danilo Rea (che diventerà poi un famoso pianista jazz) diedero vita a questo grande lavoro di folk influenzato dal progressive e in grado di virare verso una world-music che aveva caratterizzato anche il primo lavoro solista di Mauro Pagani che era stato pubblicato solamente l’anno precedente. Il disco affonda le proprie radici nelle idee e nei suoni già presenti nel Canzoniere del Lazio ma si sviluppa e si apre alle più disparate influenze, complici anche le molteplici personalità presenti nell’album. World-music, quindi, che abbraccia l’area mediterranea e il folk, la ricerca sulla musica popolare e il progressive come arte sperimentale libera dagli stereotipi che di frequente hanno ingabbiato i gruppi nostrani.
Apre l’album Canzone numero 1, vivace brano dall’atmosfera folk guidato dalla particolare voce di Piero Brega che nel finale diventa ancora più briosa e coinvolgente. Difficile non rimanere piacevolmente colpiti dalla comunicatività musicale e testuale di quello che è uno dei momenti maggiormente melodici  dell’intero lavoro. Fiocchi di neve e bruscolini vede impegnato Demetrio Stratos in uno spoken words dove, inutile dirlo, offre ancora una volta una prova delle sue straordinarie doti vocali (con tanto di flautofonia) e cosa non da poco lo fa in maniera divertita e senza prendersi troppo sul serio. Si tratta sicuramente di uno dei brani più sperimentali presenti nel disco grazie proprio alla presenza di Stratos che era nel pieno della sua ricerca sulle capacità vocali dell’uomo. Almeisan è un brano costruito attorno al suono delicato del piano, del sassofono e del violino, flusso sonoro strumentale che ci accompagna per 6 minuti circa, sino all’entrata in scena della delicata voce di Nunzia Tambura che ci conduce alla fine del brano in maniera assolutamente convincente. Kaitain presenta nuovamente la voce di Stratos, che qui si lega alla perfezione con un brano puntellato da un tappeto ritmico incessante e percussivo su cui si inerpicano trame sonore ardite ma ricche di fascino. Cruzeiro do Sul è un'altra traccia dal suono particolare e inusuale anche per il disco stesso, basata inizialmente su di una semplice frase corale ripetuta in loop su cui si stagliano poi il piano e il violino, prima dell’arrivo di Stratos che estremizza ulteriormente il brano, che risulterà essere complesso e di non facile ascolto ma capace di ammaliare l’ascoltatore più attento. Chiude Gamela, che parte subito alla grandissima con un eccellente lavoro percussivo su cui si poggia eccellente il violino di Pagani. Con l’entrata in scena di Brega ha inizio una vera e propria festa folk che ci riporta alle atmosfere del brano posto in apertura, chiudendo idealmente un discorso in cui però ci si è spinti oltre e si è toccato davvero vari mondi sonori.
Dopo la pubblicazione del disco il progetto Carnascialia si arenò immediatamente ma il gruppo riuscì a partecipare al concerto tributo del 14 giugno 1979 per la morte di Demetrio Stratos suonando Europa Minor un brano tratto proprio dall’esordio solista di Mauro Pagani. (Luigi Cattaneo)

Cruzeiro do Sul


lunedì 18 febbraio 2013

CALOMITO, Cane di Schiena (2011)

AltRock. Un nome una garanzia. Dopo Yugen e Accordo dei Contrari, bellissime realtà del panorama italiano, tornano in pista a distanza di ben 6 anni da Inaudito i genovesi Calomito con Cane di schiena, disco intenso e come sempre quando si parla dell’etichetta di Marcello Marinone, difficile da collocare. Perché qui, come in altre produzioni della label, ci si trova immersi in un universo che guarda al jazz rock, all’avant-prog e alla musica colta, con un risultato che non può che lasciare sorpresi. Ruolo di spicco paiono averlo Nando Magni al trombone e Filippo Cantarella al violino e alla viola che donano ricchezza espressiva al sound e si amalgamano alla perfezione con il contrabbasso jazz di Tommaso Rolando, il dinamismo alla batteria di Nicola Magri e le chitarre di Marco Ravera. Travolgente l’iniziale Bella Lee, perfetta per aprire l’album e catapultarci subito dentro quel fiume in piena che è il modus operandi dei genovesi. Cambi di tempo e di atmosfera imperversano ed esplodono lasciandoci da subito tramortiti per la classe che emerge, limpida, cristallina e che ci rimanda tanto ai King Crimson quanto all’intensità del jazz rock. Molto diverso è il trasporto di Parliamone, riflessiva e giocata sull’apporto essenziale di Magni, davvero molto espressivo, su cui la band si appoggia e in maniera alquanto variegata ma non casuale definisce un incontro simbolico tra il jazz e l’indie rock, anche se parlare di etichette in questo caso diventa mestiere complesso… Infraditi con le sue ritmiche indiavolate e i rimandi orientaleggianti sembra un omaggio agli Area, quindi jazz rock tinteggiato di aromi avant-prog presi in prestito dai compagni di scuderia Yugen. La difficoltà del brano ha la forza di mettere in luce anche le brillanti doti tecniche dei musicisti genovesi che si muovono con disinvoltura negli intricati labirinti ritmico melodici che costituiscono uno dei punti di forza del progetto. Non si discosta di molto la successiva Fungo, dove riecheggia, come se fosse un’unica traccia, la brillante vocazione free e sperimentale di Stratos e soci, condita da umori elettronici e contemporanei che mostrano come i Calomito determinano e caratterizzano il loro approccio con il progressive. A metà disco arriva la title track da cui è difficile rimanere impassibili… Violino e chitarra tratteggiano un motivo autunnale pieno di enfatica malinconia, in cui ritrovi uniti a braccetto bagliori orchestrali, jazz, e il sommo Frank Zappa atti ad evocare immagini sporcate dal post rock dei ’90 reso meno torbido e pesante in favore di sane dosi di melodie mai scontate. Antenna è forse il brano più vicino al progressive e nei suoi quasi 8 minuti di durata in cui Magni e Cantarella si dimostrano musicisti di altissimo livello, si dipana sovrapponendo i tipici tempi dispari del rock progressivo con la musica da camera e il jazz, elementi questi tre che sembrano essere le linee guida dell’intero lavoro. Il folk dell’ est Europa è un altro tassello al melting pot sonoro e infinito dei Calomito che si manifesta in Klez, a cui va aggiunto un richiamo evidente al rock e alla musica contemporanea colta, mostrando la capacità del gruppo di spaziare tra vari generi in maniera molto feconda e anche atipica per una band italiana. Ottima anche la conclusiva Max Dembo che in maniera sognante ci porta prima in luoghi lontani, in Sud America, attraverso un suono imparentato con il folclore musicale di certi paesi e poi evade verso un inaspettata soluzione prossima al free sperimentale degli Area (che appaiono come un bel punto di riferimento) ma anche al math rock dei romani Zu e all’avant rock più rumorista. Inutile cercare di classificare troppo il disco e il suono dei Calomito perché si spazia davvero in sonorità frutto di momenti e di attimi diversi tra loro. Si può e si deve provare a dare alcune coordinate. Per il resto nessuno può fidarsi più delle proprie sensazioni. Chi ha il coraggio e la voglia di imbarcarsi in ascolti prolungati e impegnativi avrà allora pane per i propri denti!!! (Luigi Cattaneo)

Fungo (Video)





sabato 16 febbraio 2013

PURE REASON REVOLUTION, The Dark Third (2007)

Primo disco da studio per questa grande band inglese che dopo un Ep d'esordio, Cautionary Tales for the Brave del 2005 , si presenta con un doppio cd dal suono maturo ed evocativo come pochi. The Dark Third è il classico esempio di come si possa trarre ispirazione dalle grandi band del passato prossimo e recente (Pink Floyd e Porcupine Tree su tutte) ma al tempo stesso risultare freschi ed innovativi.
La caratteristica fondamentale che contraddistingue il suono peculiare della band è l'uso particolare delle voci, sia in fase solistica sia nei cori: Chloe Alper (voce e basso), Jon Curtney (voce, chitarra, tastiere, programmazione e compositore principale) e Jamie Willcox (chitarra e voce) si alternano in continuazione creando una trama di controcanti che rendono le composizioni molto ariose senza mai essere stucchevoli o pompose. In particolare la  voce femminile di Chloe Alper è estremamente piacevole e raffinata, soprattutto quando armonizza con le altre voci solistiche.
Le parti strumentali sono dominate dalle tastiere che spesso ricordano Richard Barbieri dei Porcupine Tree e dal sound "psichedelico" delle chitarre: queste due protagoniste non vengono mai utilizzate per lunghi assoli o per parti ultra tecniche, ma svolgono un ruolo chiave nel delineare l'atmosfera e l'oniricità dei brani, caratteristica peculiare della musica dei Pure Reason Revolution.
Inoltre la band fa un uso moderato ed intelligente dell'elettronica a sostegno dei tappeti creati dalle tastiere, elemento che verrà utilizzato in modo molto più massiccio nel successivo album Amor Vincit Omnia del 2009. La sezione ritmica è minimale ma precisa e rende giustizia all'economia strumentale della band, la quale non ha l'obbiettivo di stupire con eccessive parti virtuosistiche, ma preferisce concentrarsi sulla costruzione di melodie affascinanti ed evocative che conquistano l'attenzione dell'ascoltatore. Altro elemento che fa la differenza è James Dobson (violino, tastiere, basso e voce) che con il suo violino, usato in modo molto ponderato, è il valore aggiunto a questa formazione (lo si può sentire nel break centrale di Goshen's remains, seconda traccia del disco e pezzo di rara bellezza).
L’album è quindi un'opera magna, priva di punti deboli o cali di tensione. Difficile citare il pezzo più rappresentativo visto l'altissimo livello delle composizioni, tuttavia credo che The Bright Ambassador of Morning in tutti i suoi undici minuti di durata, possa facilmente far comprendere il suono complessivo dell'album: splendide armonie vocali che s'innalzano su un pad elettronico ed introducono la solida sezione ritmica che si arrampica su un bellissimo riff di chitarra il quale accompagna in un crescendo il magnifico arabesco vocale creato dalla band. Nimos and Tambos è il pezzo più movimentato del disco per via di un riff incalzante di chitarra distorta che vede il suo contraltare nella splendida voce di Clhoe Alper, brava nell'ammorbidire la ruvidezza del suono. Voice in the winter/In the realms of the divine è divisa in due parti: si apre con un semplice fraseggio di slide guitar che accompagna le voci per poi sfociare in una sezione d'archi sorretta da un riff molto più incisivo di chitarra, ma è sempre la doppia voce solistica, con i suoi piano ed i suoi forte che caratterizza l'escursione dinamica del pezzo. He tried to show them magic è la seconda suite dell'album, con tutti i suoi 13 minuti di magniloquenza dove vengono ripresi alcuni temi delle precedenti composizioni (vedi The bright ambassador of morning). 
Non servono altre parole per descrivere le composizioni contenute nel secondo cd, visto che qualitativamente parlando, sono allo stesso livello di quelle appena descritte.
In conclusione credo vivamente di poter affermare che The Dark Third sia un album assolutamente splendido che acquisisce maggiore interesse ogni qual volta venga ascoltato, visto le sue molte sfaccettature. Inoltre, se non siete ossessivamente alla ricerca di una band che si cimenta in virtuosismi estremi, ma siete interessati  alla melodia e alle composizioni più rarefatte, questo è un disco che fa assolutamente per voi.
Consigliato a tutti gli amanti della buona musica, non solo agli amanti del progressive rock (non a caso in questa recensione non ho mai nominato questa parola) e in particolare a coloro che vogliono scoprire musica nuova ed emozionante. (Marco Causin)

Goshen's Remains (Video)




venerdì 15 febbraio 2013

SYNDONE, La Bella è la Bestia (2012)

Dopo Melapesante del 2010 che aveva riportato i Syndone agli onori della cronaca dopo un oblio durato ben 17 anni, i torinesi sono stati capaci di tornare molto presto in pista con il nuovissimo La bella è la bestia, un lavoro su cui pare la band stia puntando tantissimo. E a giudicare già da come si presentano il curatissimo artwork e il libretto in italiano e inglese le intenzioni appaiono piuttosto serie. Inoltre il trio formato da Nik Comoglio, Francesco Pinetti e Riccardo Ruggeri si fa accompagnare nel corso del racconto da Ray Thomas dei Moody Blues, un quartetto di straordinari violoncellisti, dal Golaman Brass Quartet, da una coppia di sassofonisti (alto e baritono) e dalla Turin Filarmonic Orchestra diretta da Luciano Condina. Un bel parterre per attualizzare e modificare il messaggio originariamente contenuto nella famosissima fiaba. Come viene spiegato nel libretto interno il concept guarda alle azioni dei personaggi coinvolti con gli occhi dell’uomo contemporaneo, compresi sensi di colpa, invidie e vendette. Il racconto è un flusso in cui si alternano le voci dei vari protagonisti, sempre interpretati dal bravo Riccardo Ruggeri, già a partire dall’iniziale Introitus in cui le tastiere vintage di Comoglio riportano indietro nel tempo. Il fiele e il limite ha sprazzi sinfonici dettati dagli archi e una certa vena teatrale in cui si cala perfettamente Ruggeri che nella successiva Rosa recisa interpreta il ruolo della bestia in maniera sofferta alternandolo con quello del padre di Belle in un connubio che avvicina il brano alla Rock Opera. Più tirata è Complice carnefice che ha al suo interno anche degli ottimi passaggi strumentali oltre che quelle convincenti atmosfere teatrali che si ritrovano a dire il vero lungo tutta la narrazione. Tu non sei qui è una ballata piuttosto semplice e delicata mentre Orribile mia forma dimostra ulteriormente la capacità camaleontica di Ruggeri e la grande qualità di Pinetti al vibrafono e dell’onnipresente Comoglio. Inoltre per completezza è interessante notare come la parte di flauto solo sia stata tratta dal Concerto per Flauto e Orchestra di Carl Nielsen: cadenza finale dell’Allegro. C’è nuovamente aria di Rock Opera nella adrenalinica Mercanti di gioia, così come piuttosto oscura e affascinante è Bestia! anche per via di un fine lavoro di Comoglio all’organo. Diverso il clima di Ora respira, dove se nella prima parte viene lasciato spazio ad un aurea di amarezza da parte dei protagonisti della storia, nella seconda la trama si fa strumentale e pregna di spunti che proseguiranno nell’orchestrale La ruota della fortuna. I Syndone sono tornati con quello che è forse il loro disco più maturo o perlomeno quello maggiormente ambizioso (suonarlo live non deve essere una passeggiata), ricco di sonorità che rimandano alla Rock Opera ma anche in parte al teatro e al Musical. Sarebbe bello ora avere la possibilità di vedere una rappresentazione dal vivo come fece qualche anno fa la Premiata Forneria Marconi in occasione di Dracula  (2005). (Luigi Cattaneo)

Rosa Recisa (Video)


mercoledì 13 febbraio 2013

BLUE DAWN, Blue Dawn (2011)

Band al debutto discografico grazie all’interessamento della sempre attenta e prolifica Black Widow, i Blue Dawn sono un quartetto genovese piuttosto devoto alle sonorità tanto in voga durante gli anni ’70. I punti di riferimento appaiono davvero evidenti e non viene affatto nascosto il loro amore per alcuni nomi tutelari dell’hard rock, in particolare Black Sabbath e Led Zeppelin. Si potrebbe citare anche un approccio progressivo alla materia ma il tutto rimane piuttosto velato e forse più nelle intenzioni del gruppo che nelle idee poi effettivamente riversate nel lavoro. Il gruppo punta molto sulla voce particolare di Monica Santo a cui si affiancano Paolo Cruschelli alla chitarra, Enrico Lanciaprima al basso e Andrea Di Martino alla batteria. Indubbiamente d’impatto è l’opener The hell I am che esalta il lato più aggressivo della band in una scorribanda sonora vintage in bilico tra Black Sabbath ed heavy metal, soprattutto per la notevole potenza espressa nell’arco di tutto il brano. Più cadenzata è Inner Wounds, dove compare per la prima volta la voce maschile di Lanciaprima che duetta con la Santo ma il risultato non è molto soddisfacente perchè nessuno dei due convince appieno. Il primo risulta piuttosto piatto nella sua interpretazione e la seconda difetta in espressività oltre a risultare poco ficcante, anche se la sua performance, è bene dirlo, sarà altalenante per tutto il lavoro e non solo in questo frangente. Un riff semplice e d’effetto scolpisce Hypnotized by fire che rimane ben impressa sin dalle battute iniziali. Qui i genovesi dimostrano di avere delle buone capacità melodiche e strumentali e pur non inventando nulla di originale si lasciano ascoltare con piacere. Shattered illusion è forse il brano più interessante presente in questo debut per la furia hard con cui si presenta ma anche per le trame dark che avvolgono l’ascoltatore. Potente, lirica, si sviluppa attorno ad una malinconia affascinante che ci mostra quello che potrebbe essere il modello sonoro più consono attorno a cui lavorare in futuro. In my room si avvicina ai Lacuna Coil di In a Reverie e Unleashed Memories, quindi heavy dark dal riff secco e pronunciato sovente doppiato da Di Martino su cui può mostrare le sue capacità Cruschelli, ottimo non solo nelle ritmiche vicine a Tony Iommi ma abile nel destreggiarsi anche in assoli fluidi e convincenti. Il finale abbassa la qualità media del disco, dapprima con la scialba e banale Dead Zone che si aggiudica la palma di brano meno riuscito, colpa di una scrittura che qui si fa eccessivamente monotona e poi con That pain, dove Lanciaprima torna a duettare con scarsi risultati insieme alla vocalist. Peccato perché proprio in questo brano ci sono dei validi momenti strumentali che avrebbero dovuto donare freschezza e qualità alla composizione che viene invece quasi affossata dalla scelta del doppio cantante. Si chiude con un brano dal sapore vagamente progressive, almeno nelle intenzioni del gruppo, Deconstructing people, unico ad articolarsi fino a raggiungere gli 8 minuti di durata. Intenzioni però parzialmente deluse perché l'ottimo muro sonoro costruito nella prima parte del pezzo viene meno nella seconda, quando subentrano sax e accordion (mai presenti sinora) che se sicuramente risultano una gradevole intrusione andavano utilizzati con maggiore coraggio e non per firmare una coda strumentale slegata dal contesto e anche eccessivamente lunga. L’album mostra chiari segni di come la band forse abbia solo bisogno di tempo per amalgamarsi al meglio e poter creare in maniera meno discontinua, vero grande difetto di questo esordio. Inoltre credo sia più logico concentrarsi sul migliorare adeguatamente le parti vocali, sia quella femminile ma soprattutto quella maschile che rischia di compromettere il brano quando utilizzata. Assolutamente valide le parti strumentali che possono essere il punto di partenza per la ricerca di una coesione di gruppo che anche l’attività live può determinare a creare. (Luigi Cattaneo)

Shattered Illusions (Official Video)

   

domenica 10 febbraio 2013

BALLO DELLE CASTAGNE, Kalachakra (2011)

Dopo l’omonimo album di debutto del 2010 torna il Ballo delle Castagne e lo fa con un lavoro che si muove lungo i binari tracciati già nel precedente lavoro. La band milanese si muove sempre in bilico tra psichedelia, dark prog dai forti riferimenti agli anni ’70 e new wave e ciò produce sonorità interessanti ma che hanno ancora bisogno di essere collaudate a dovere per funzionare completamente. L’inizio è affidato a Passioni diaboliche (anche primo singolo), il brano più immediato dell’intero lavoro. Indubbiamente è l’opener giusta per aprire l’album: il cantato di Vinz Aquarian ben si amalgama con la voce di Carolina Cecchinati degli Egida Aurea e la tensione si stempera al meglio nella seconda metà della composizione quando, guidata dal suono dell’organo di Marco Garegnani, la song ci riporta con la mente agli anni ’70, complice anche il finale ben orchestrato. Davvero un ottimo inizio. Peccato che la successiva Tutte le anime saranno pesate non mantiene il groove che si era venuto subito a creare. Il basso pulsante di Diego Banchero si mescola con suoni di stampo elettronico e la voce sempre più sinistra e teatrale viene sostenuta da una cupa melodia che attraversa per intero il pezzo, fino all’intermezzo chitarristico di Garegnani, che seppure interessante, non risolleva del tutto le sorti del brano. Sotto la spinta del basso di Banchero si presenta anche I giorni della memoria terrena, ottima ballata, malinconica, suggestiva e dai tratti gotici, lascia trapelare un certo amore verso la new wave (vengono in mente Joy Division e Diaframma), complice anche il lavoro ritmico di Banchero e di Jo Jo alla batteria. Il brano riesce ad essere sinistro ma nello stesso tempo ha un carattere fortemente melodico che lo rende particolarmente incisivo. A metà lavoro viene posta l’energica title track, molto vicina per sonorità al clima degli seventies, soprattutto nella parte iniziale. La tastiera e la chitarra si intrecciano e ci riportano direttamente al periodo aureo del progressive italiano, mentre il cantato di Vinz viene sorretto prima e poi sovrastato dal suono del sitar che trasforma il brano in un autentico mantra psichedelico. Il sitar diventa inevitabilmente protagonista della composizione, incastonandosi perfettamente all’interno dello spettro sonoro del gruppo, almeno sino al finale, quanto l’immancabile organo scuote e sostiene l’intera band. La successiva La terra trema è la traccia migliore dell’opera, un grande brano di progressive psichedelico di quasi 7 minuti. Il cantato si fa più intenso e vibrante, il suono dell’organo (davvero ben utilizzato) combatte con l’aggressiva chitarra di Garegnani, mentre Banchero e Jo Jo sorreggono ottimamente l’intera struttura compositiva. Il break strumentale posto a metà del brano e il validissimo apporto del violino suonato dall’ospite Marco Cavaciuti nel finale completano egregiamente il quadro. Da qui in poi però iniziano le note semidolenti che non ti aspetti. Perché se fin qui il disco non aveva avuto grossi cali di tensione e la scrittura era apparsa brillante e gradevole, le ultime tre tracce si rivelano poco ispirate. Capire il perché non è facile. La fase discendente inizia con La foresta dei suicidi, 6 minuti in cui il gruppo propone uno strumentale molto atmosferico (anche troppo) dai contorni Kraut che risulta tedioso (forse anche per l’eccessiva durata) ed evanescente. I sintetizzatori disegnano soluzioni già sentite e ciò che probabilmente vorrebbe essere oscuro diventa privo di una reale forza. Difatti ci si aspetta un colpo d’ali, una sferzata da un momento all’altro che però inesorabilmente non arriva. Si ha l’impressione di una sperimentazione fine a sé stessa come avveniva talvolta per i corrieri cosmici o per Franco Battiato di inizio anni ’70. Leggermente meglio Omega che ha un inizio da inquietante spoken words, ricordando il mai dimenticato Antonius Rex, salvo poi avventurarsi in territori più attinenti al progressive nel finale con l’organo ancora in primo piano a tratteggiare una danza psichedelica, anche se il brano non riesce realmente a decollare. Chiude Ballo delle Castagne, altro episodio in chiave minore che conferma l’impressione di un calo d’ispirazione lungo la fase finale dell’album. La title track viene pensata come un rituale tribale ricco di suoni ed effetti, un mantra sabbatico cupo e ispirato dal post punk ma il risultato è piuttosto ripetitivo, senza un reale sbocco emotivo e trascina un po’ stancamente l’ascoltatore alla fine dell’opera. Un album quindi che purtroppo non è riuscito a convincermi del tutto proprio per questi cali di tensione e di qualità che pervadono parte del lavoro e che vanno ad inficiare il giudizio globale. Peccato davvero perché la prima parte del disco presenta spunti degni di nota e mette in mostra il potenziale del gruppo che appare ancora non del tutto espresso e messo a fuoco. (Luigi Cattaneo) 
 
Passioni Diaboliche (Official Video)
 
  
 
 

sabato 9 febbraio 2013

MARIO COTTARELLI, Una strana commedia (2011)

Secondo lavoro per Mario Cottarelli (dopo Prodigiosa macchina del 2007), anima progressiva e solitaria che registra questo Una strana commedia facendo tutto da solo mostrando di rifarsi al periodo aureo del rock nostrano. Difatti lo spartito tende a focalizzarsi su canoni ampiamente collaudati che interesseranno soprattutto gli amanti di quei suoni che trovarono ampie fortune quarant’anni fa. Cottarelli, pur non essendo un cantante di ruolo particolarmente tecnico, mostra un timbro che si adatta quasi sempre alle situazioni da lui create con fare sicuro e attento ai dettagli, requisito questo non di poco conto per un one man band. Tra i 5 brani qui presenti si avvertono derive tratte dai Genesis, dal rock sinfonico e dalla scena italica che vedeva Premiata Forneria Marconi e Banco Del Mutuo Soccorso in prima linea. Le tastiere hanno un ruolo importante nell’economia del disco (e come poteva essere altrimenti?) e mostrano le capacità di Cottarelli, capace di passaggi davvero gradevoli e ispirati, in special modo nella strumentale L’orgoglio di Arlecchino, lunghissimo brano tra i migliori dell’album e indubbiamente il più articolato in cui non si può non rimanere colpiti dalle parti di synth davvero ben fatte e tipiche del progressive settantiano. La batteria elettronica non sempre soddisfa ma le composizioni scorrono via comunque senza intoppi e le intersezioni tra gli strumenti appaiono vivere di un’amalgama soddisfacente e di alcuni fasi che mostrano idee di indubbio gusto. Le tastiere di Cottarelli colorano L’occhio del ciclone, traccia dal testo molto interessante e dotata di ritmiche e sonorità per nulla scontate, così come di spessore è Corto Circuito, brano debitore del prog italiano dove si delineano trame vagamente oscure (anche per le liriche) che non appesantiscono ma rendono ancora più valido il pezzo. Anche Bianca Scia risulta essere esempio riuscito della musica di Cottarelli, così in bilico tra prog sinfonico e le atmosfere care a Robert Fripp, il tutto sviluppato con passione e dedizione, mentre la title track si incastona perfettamente nel quadro del nuovo progressive che si è sviluppato negli ultimi anni, con un atteggiamento contemporaneo che riesce anche a guardare ai mostri sacri del genere (Premiata Forneria Marconi, Le Orme, Raccomandata Ricevuta Ritorno) senza doverli forzatamente scimmiottarli. Cottarelli confeziona un bel prodotto che potrà incuriosire più di un nostalgico e probabilmente ad un ascolto più attento non solo loro. Il passo successivo deve essere quello del definitivo salto di qualità. (Luigi Cattaneo)


Per ascoltare frammenti di brani di Mario Cottarelli si consiglia il sito http://www.myspace.com/mcottarelli          


giovedì 7 febbraio 2013

AY, Sanba (2012)

Breve ma intenso. In maniera semplice si può descrivere questo Sanba dei romani Ay!, trio jazz rock che vede la nascita dalla scissione di due gruppi, Heinz Karlhausen & The Diatonics, dediti ad un jazzcore piuttosto duro e Squartet, anche loro vicino per sonorità. Gli Ay! risultano meno pesanti e fanno valere maggiormente le istanze jazz in maniera pregevole ma non del tutto edulcorata. Il suono che si fa largo in poco più di 20 minuti mostra le belle doti di songwriting dei tre e l’ottimo lavoro ritmico che sostiene sempre e in maniera tutt’altro che didascalica il sax di Daniele Martini (davvero mirabile nei suoi interventi). Il jazz si combacia perfettamente con elementi rock e latini che appaiono qua e là negli 8 brani presenti, dando una discreta dote di imprevedibilità al risultato finale (Hermeto). Le composizioni, tutte strumentali, si susseguono rapidamente e con un impeto che sa essere trascinante e capace di esaltare le qualità tecniche di un trio che si muove lungo binari complicati senza apparenti difficoltà (Matzurca). Capaci di unire il sound moderno dei Tribraco e quello senza tempo dei mai dimenticati Perigeo in un caleidoscopio dove far emergere anche le influenze più squisitamente sudamericane, gli Ay! confezionano un debut estremamente interessante che risulta essere un buon viatico verso un secondo album che deve essere probabilmente più corposo e lasciare da parte quei momenti che paiono abbozzi da definire ulteriormente. (Luigi Cattaneo)

Matzurca (Video)

       

martedì 5 febbraio 2013

ARIES,Double Reign (2010)

Esiste un postulato da cui non è possibile prescindere quando si analizza un lavoro degli Aries ed è bene sottolinearlo. Gli Aries non sono una band di rock progressivo come potrebbe far pensare la presenza del factotum Fabio Zuffanti, membro di La Maschera di Cera, Finisterre e Hostsonaten (tra gli altri). Quindi chi cerca fughe strumentali o suite interminabili rimarrà fortemente deluso. Chi invece accoglie sempre con curiosità l’ecclettismo multiforme di Zuffanti e apprezza le sue escursioni con suoni differenti dal progressive proverà piacere nell’ascoltare le melodie pop di cui è pieno Double Reign. Qui Zuffanti sceglie di farsi accompagnare da parecchi ottimi musicisti tra cui Davide Guidoni (batterista dei Taproban) e Vittorio De Scalzi (New Trolls) oltre che dalla bravissima Simona Angioloni. Sin dall’iniziale The return ci si accorge di trovarci in un campo che non è propriamente progressivo, anche se il suono sempre affascinante del Moog ci porta per mano all’ossessivo loop elettronico che accompagna la Angioloni nel canto. Drammaticità dal forte sapore gotico è l’universo sonoro in cui si muove il brano che ha un chorus davvero molto azzeccato e un momento violinistico pieno di pathos e vicino all’attitudine dell’illuminata 4 AD, etichetta inglese specializzata in suoni dark. Ballata dai toni soffusi è Alone, dove l’elettronica minimale rimane sempre protagonista e disegna scenari che rimandano tanto a Bjork quanto alla psichedelia, soprattutto nella parte centrale della composizione. Alone però non convince pienamente per la mancanza di un cambio di passo, di una variazione significativa e risulta per questo senza troppo mordente. Ma già la successiva Deep inside risulta maggiormente ritmata e ballabile, perfetta dark song, molto immediata e con un chorus memorabile che è impossibile non ricordare sin dal primo ascolto, anche perché viene proposto praticamente già ad inizio brano e più volte all’interno dello stesso. Direi che l’obiettivo di creare un percorso musicale piuttosto lontano dal progressive e magari più adatto ad un grande circuito (che sia la radio o qualche serata dark nei club) si esprime in pieno attraverso  pezzi come questo. Si torna su toni più delicati e riflessivi con The house is burning, introdotta da uno struggente violino che sarà mantenuto su queste drammatiche coordinate per tutta la durata del brano, vede la Angioloni mostrare tutte le sue capacità interpretative con classe, tecnica e pathos. La sua voce ricorda quella di Elisa e risulta perfetta per l’aspetto fortemente melodico e darkeggiante che contraddistingue tutto il progetto Aries. Con Voices si sentono echi di Cocteau Twins (nella parte iniziale) e ancora una volta il violino disegna scenari introspettivi che esplodono nell’ennesimo chorus molto riuscito e radiofonico (e non vuole essere una critica!). Risulta davvero ottima la parte finale con un bel solo di violino che completa in maniera egregia la composizione. Seguono poi 2 momenti piuttosto brevi, See through me e A dream within a dream, che non aggiungono molto al percorso sin qui svolto. La prima lenta e inquietante ricorda la New wave ottantiana più eterea, la seconda, strumentale e pensata per il quartetto d’archi a disposizione, è un intermezzo che apre a quello che sarà uno dei pezzi più riusciti del disco, ossia Space. Qui i due si esprimono con un sound ancora estremamente ricco di melodia e con un chorus parecchio orecchiabile che fa emergere umori cari a certa darkwave di stampo nordico e il nome che più mi hanno ricordato è quello dei L’ame Immortelle maggiormente orchestrali e meno aggressivi. Il flauto di Vittorio De Scalzi segna l’inizio di I will sleep among the waves, su cui si innalza dolce il canto della Angioloni e Zuffanti qui è bravissimo nel combinare all’interno della struttura i Portishead con il progressive, anche se velato e dettato dal lavoro del sempre ottimo De Scalzi. La forza ritmica di matrice ottantiana con richiami alla New Wave di Siouxsie and the Banshees e Dead can Dance segnano Falling down, che ben rappresenta il lato più oscuro della musica targata Aries e profuma di Oriente nella seconda parte creando un melting pot sonoro ben gestito dal duo. Eccessivamente pop-oriented The moon rises again, che pur essendo gradevole, tende a stancare con il passare degli ascolti. Chiude Flow, unico dei presenti a superare i 7 minuti di durata e davvero interessante nel suo incedere fortemente oscuro e dai tratti ossessivi. La Angioloni appare intensa ed ispirata e la seconda metà viene segnata dall’avvento del quartetto d’archi che con una cavalcata strumentale malinconica e suggestiva suggella il finale del lavoro. Double Reign è un album che porta Zuffanti ad allontanarsi dal rock progressivo (almeno in questa incarnazione del suo essere) ma, pur con alcuni momenti di stanca dettati da una scrittura in alcuni casi troppo lineare e prevedibile, risulta gradevole e si lascia ascoltare senza fatica dall’inizio alla fine. (Luigi Cattaneo)

Deep Inside (Video)

lunedì 4 febbraio 2013

LOWER DENS, Twin Hand Movement (2010)

Stupisce l’esordio dei Lower Dens. E stupisce fin dall’inizio, quando tra i credits leggi il nome di Jana Hunter quale autrice di musiche e testi. Non preoccupatevi se il nome non vi dice nulla. O quasi. Qualcuno se la ricorderà come la protetta di Devendra Banhart, nonché la primissima musicista a essere pubblicata sull’etichetta dello stesso, la Gnomonsong. Era musica colma di freakerie folk, sciamaniche e ancestrali cantilene che odoravano di boschi innevati, di solitudine, di pace interiore.
L’album di debutto dei Lower Dens, anch’esso pubblicato su Gnomonsong, non potrebbe essere più distante da quel tipo di cose. Il gruppo di Baltimora rigetta gli arrangiamenti acustici che erano stati caratteristica portante dei due LP di Jana Hunter in favore di una musica splendidamente ed esageratamente elettrica, vibrante, satura, dove difficilmente si scorgono cali di tensione. E se forse sarebbe facile ridurre tutto ad alcuni riferimenti al post-punk e alla darkwave anni ottanta (un certo gusto per il catacombale che farebbe pensare a Joy Division e a Bauhaus, certe progressioni di accordi che ricondurrebbero ai primi Cure di Faith), il tutto viene proiettato nell’ottica di una sensibilità moderna e personalissima che rende sfocato e imprendibile il suono della band: l’interplay schizofrenico tra le due chitarre a citare certo indie rock statunitense anni ’90 in A dog’s dick, la rarefazione del suono tutta di marca post-punk britannico in Plastic & powder, quasi a creare un ponte con i Cocteau Twins più oscuri; altrove, le propulsioni delle percussioni assumono le sembianze del motorik teutonico in stile Neu, come nel piccolo capolavoro Tea lights (forse il picco del disco), dove le chitarre diventano magnificamente luminose ad assecondare un trip lisergico della durata di quattro minuti e quaranta secondi. E in fondo è l’atmosfera che predomina lungo tutta la durata e allo stesso tempo il punto di forza dell’album, un qualcosa di simile ai Galaxie 500 (forse il riferimento principale, alla faccia di chi li considerava una band di revival del dark punk anni ’80) e un suono che come detto sa essere evanescente e distante ma sempre costantemente caratterizzato da un’ambigua tensione sottopelle, per una musica satura ma allo stesso tempo dall’andamento drogato e narcolettico, imprendibile e concisa in uno strumentale come Holy water, ma anche capace di aprirsi nella splendida ed epica armonia di I get nervous. Non si può davvero prevedere che strada prenderanno i Lower Dens, ma Twin hand movement vive di un equilibrio tutto suo che ha un qualcosa di magico, tenuto a galla da questi undici inafferrabili e indecifrabili pezzi. (Paolo Cattaneo) 

Tea Lights (Video)




domenica 3 febbraio 2013

PURE REASON REVOLUTION, Amor Vincit Omnia (2009)

Rimasto assolutamente estasiato dalla loro precedente opera prima, The Dark Third, album di rara intensità e spessore, non posso non rimanere spiazzato da questo secondo lavoro di questa straordinaria band inglese dal titolo Amor Vincit Omnia, disco che per molti punti si discosta drasticamente dal precedente lavoro, percorrendo una via totalmente diversa, pur mantenendo una riconoscibilità di suono immediato, caratteristica che è prerogativa delle grandi band.
Messe in secondo piano le lunghe tracce psichedeliche che caratterizzavano il sound del platter precedente, questo Amor Vincit Omnia è massicciamente influenzato dalla musica elettronica (in particolare dal suono del synth anni 80 e dalla batteria elettronica), dal pop (più raffinato), ed in generale da un suono meno orientato verso i Porcupine Tree o i Pink Floyd, ma più affine a soluzioni sonore vicine alle sonorità elettrowave ottantiane.
L'elemento che funge da ponte con The Dark Third, oltre all'indubbia qualità compositiva, è l'utilizzo della doppia voce maschile/ femminile, vero marchio di fabbrica della band: Chloe Alper (voce, basso e tastiere), Jon Courtney (voce, chitarre, tastiere) e Jamie Willcox (voce e chitarra) riescono a tessere armonie suggestive cantando spesso all'unisono o sviluppando complesse trame di controcanti veramente unici nel genere, che evidenziano l'aspetto corale e melodico delle composizioni. Le chitarre, rispetto al primo album, sono meno presenti, mentre giocano un ruolo fondamentale le tastiere ed in generale l'apparato di loop e tappeti elettronici adoperato dalla band (presenti comunque anche in precedenza). Ma andiamo nello specifico: nei primi secondi del brano di apertura, Les Malheurs, con il suo riff ossessivo di synth e il tappeto ritmico dance ci pone nella condizione di trovarci di fronte ad un nuovo singolo di Madonna! Tuttavia l'incastro ritmico delle voci, sopra una tessitura tipicamente dance mi fa apprezzare tutto il valore di questa band e il pezzo è comunque molto interessante. Victorious Cupid sfiora il capolavoro: sopra una martellante ritmica di chitarra e tastiere, che ricorda alla lontana il suono cupo e aggressivo dei Nine Inch Nails, si intersecano splendidamente le armonie vocali in un vortice di chiaroscuro che lascia sbigottito l'ascoltatore. Un breve intro di batteria elettronica introduce la suite Keep me sane/insane, traccia divisa in tre parti, forse il pezzo più equilibrato dell'album, dove si sposano a meraviglia l'elettronica, la furia delle chitarre (mai troppo distorte) e le meravigliose armonie vocali. Deus ex Machina si apre di nuovo come un pezzo dance, con tanto di voce "acida" e ripetitiva, tuttavia una chitarra elettrica che doppia il riff ossessivo di synth ci riporta in territori più rock (vedi ancora Nine Inch Nails). Disconnect è dominata dal vocoder e da un loop freddo e decisamente anonimo di sampler che quasi ricorda i Pet Shop Boys: questo forse è l'unico brano scialbo e insignificante dell'intero album. 
Pur essendo maggiormente legato al loro esordio trovo questo Amor Vincit Omnia un'opera indubbiamente interessante e di spessore, che sottolinea le camaleontiche doti dei Pure Reason Revolution, band difficilmente categorizzabile sotto un unico genere, sia esso progressive, psichedelia, alternative o elettronica e ricca di spunti che spiazzano l'ascoltatore. Pur riducendo drasticamente le atmosfere cupe e psichedeliche che caratterizzavano The Dark Third, la loro opera più suggestiva e magniloquente, il gruppo riesce a dimostrare come si può utilizzare l'elettronica in modo intelligente e competente, senza quasi mai risultare freddi o anonimi. Disco Consigliato! (Marco Causin)  
 
Victorious Cupid (Video)


sabato 2 febbraio 2013

CORDE OBLIQUE, A Hail of Bitter Almonds (2011)

Straordinario ritorno quello dei napoletani Corde Oblique guidati da Riccardo Prencipe (chitarra acustica e classica), forse poco conosciuti ma con all’attivo ben quattro dischi e una carriera piuttosto lunga. Prencipe è il factotum di questo interessantissimo progetto (oltre che dei Lupercalia) che unisce il folk con il progressive, la musica d’autore con la classica in un concentrato artistico che lascia davvero stupiti. Prencipe si attornia di musicisti e cantanti dalle grandissime doti per far emergere la forza della sua musica, mettendo da parte solismi a favore di composizioni in cui l’insieme risulta ricco di dettagli curati nei minimi particolari. A hail of bitter almonds è un album pieno di fascino, ricco di citazioni colte che costringono l’ascoltatore a studiare il disco per non lasciarsi sfuggire nulla, per assaporare meglio le perle musicali che scivolano veloci ma non passano, rimangono attaccate agli occhi sotto forma di immagini. Già l’iniziale title track colpisce per il gusto degli arrangiamenti (una costante di tutto il lavoro) e un’aurea spirituale che difficilmente si coglie nei dischi attuali, merito anche della bravissima Floriana Cangiano alla voce. È un inizio breve ma carico e ha il merito di introdurre perfettamente le atmosfere che seguiranno, a partire dalla struggente Together alone che vede coinvolto Sergio Panarella al canto e al piano e che mette in bella luce anche le doti chitarristiche di Prencipe, sempre pulito e raffinato. In Arpe di vento torna la Cangiano alla voce per un episodio poetico in cui spicca il violino di Alfredo Notarloberti, mentre Paestum è affidata ad Annalisa Madonna ed il risultato rimane comunque su livelli alti e affascinanti. La madre che non c’è vede invece impegnata Caterina Pontrandolfo, altra ottima vocalist, anche se il brano risulta meno fresco rispetto ai precedenti. Ma è solo un attimo di incertezza prima della meravigliosa Le pietre di Napoli, una commovente dedica cantata dalla Cangiano che prende spunto dall’Atrio del Cavallo un anfiteatro naturale che si trova alla base delle pareti laviche del Monte Somma (parte integrante del complesso vulcanico Somma-Vesuvio). Dopo la cover di Jigsaw falling into place dei Radiohead, Crypta Neapolitana ospita Spyros Giasafakis dei Daemonia Nymphe con delle spoken word efficaci e perfettamente incastrate con il canto della Pontraldolfo e i paesaggi sonori creati creati dalla chitarra di Prencipe, per quello che è un episodio folk che profuma di antichi rituali. Emozionante La gioia di vivere con la Cangiano accompagnata magnificamente da Notarloberti e da Duncan Patterson (già con gli Anathema) al mandolino irlandese, in un racconto romantico e mai melenso, così come profonda e sentita è The Man of Wood, altro piccolo gioiello cantata in inglese da Panarella e Claudia Sorvillo (ma dove le prende tutte così brave?). Non sono da meno Le piccole cose e la Pontraldolfo, davvero ispirata su un testo tanto semplice quanto splendido e Pietra Bianca, omaggio al Salento che vede impegnato Donatello Pisanello all’organo diatonico. Chiude la Cangiano con Su un dipinto di Giovanni Bellini che non sposta di una virgola il giudizio molto positivo su A hail of bitter almonds. Sin dal primo ascolto, colto dall’entusiasmo, ho ritenuto Riccardo Prencipe uno degli autori più dotati della musica italiana, sia per le sue enormi capacità di scrittura che per la perfezione degli arrangiamenti, oltre che per testi incredibilmente delicati. Non ho cambiato idea neanche dopo decine di passaggi del disco. (Luigi Cattaneo)

Arpe di Vento (Video)


venerdì 1 febbraio 2013

CONCERTI DEL MESE, FEBBRAIO 2013

venerdì 01 febbraio
JOHN RENBOURN
TORINOFolk Club
Qua il prog non c'entra molto, ma vista la caratura del personaggio ("Pentangle" vi dice qualcosa ?) direi che la segnalazione ci sta tutta... assolutamente...  
http://www.geomusic.it/news/john-renbourn-in-italia

venerdì 01 febbraio
ODESSA
FANO (PU) – Docks 27
http://www.odessazone.com/concerti.html

venerdì 01 febbraio
WISHBONE ASH
ZUG (Svizzera, cantone Zug) – Chollerhalle
http://wishboneash.com/

sabato 02 febbraio
WISHBONE ASH
RUBIGEN (Svizzera, cantone Berna) – Muehle Hunziken
sabato 02 febbraio
ZENIT
LOCARNO (Svizzera, cantone Ticino) - Centro Palagiovani

La band ticinese (non fatevi impressionare dal FB in inglese...) presenta il nuovo album.
Occhio che si suona alle 18:00 !!! Cosa dite ? "Orario del kzz ?" Oh, sentite, o così o pomì... siam pur sempre in Svizzera, eh... e comunque è aggratisse !
https://www.facebook.com/events/552987864729551/?ref=22
https://www.facebook.com/zenitprog
http://www.progarchives.com/artist.asp?id=408

sabato 02 febbraio
NICHELODEON
e
INSONAR
VERDERIO INFERIORE (LC) - Circolo ARCI Pintupi

Mi fa schiattare la definizione che il sito del Pintupi dà dei NichelOdeon : "dark avant jazz prog with theatrical attitude" ! Del resto non è facile riassumere l'essenza dei progetti firmati Claudio Milano. NichelOdeon e InSonar, fra gli ensemble più spiazzanti, affascinanti, cerebrali e ostici del nostro panorama prog. Un consiglio, se siete in zona : andate. Vada come vada, non rimarrete indifferenti. O li amerete o li odierete, tertium non datur.
http://www.facebook.com/pages/Circol...type=1&theater

sabato 02 febbraio
PLATONICK DIVE
TRIESTE - Tetris
sabato 02 febbraio
SEVENTH WILL
ROMA - CSOA La Strada

NEO
MILANO- Leoncavallo



lunedì 04 febbraioJOHN RENBOURN
MILANOOfficine Creative Ansaldo

mercoledì 13 / giovedì 14 febbraio
ARTURO STÀLTERI
REGGIO EMILIA - Teatro dell'Orologio
http://www.facebook.com/pages/Arturo...type=1&theater

domenica 10 febbraio
IL BABAU E I MALEDETTI CRETINI
MELZO (MI) - CPG
Occhio : si suona alle 17:00... e prima, cassoeula per tutti ! (Solo i lombardi avranno inteso, temo... )
http://www.facebook.com/pages/Il-Bab...ni/48497448579


giovedì 14 febbraio
SYCAMORE AGE
BENEVENTOMorgana
http://www.sycamoreage.com/home.htm
venerdì 15 febbraio
NOHAYBANDATRIO
CIVITAVECCHIA (RM) - Circolo della Soda

E' la prima di una serie di ben cinque date, tutte concentrate in questo mese e sparse qui e là per l'Italia, con buona dose d'equanimità...
http://artistdata.sonicbids.com/nohaybandatrio/shows/

venerdì 15 febbraio
SYCAMORE AGE
CAMPAGNA (SA) – Zena Live Music
venerdì 15 febbraio
A RAINY DAY IN BERGEN
CAVA DE’ TIRRENI (SA) – Tex Saloon
http://www.arainydayinbergen.com/wordpress/?page_id=92

venerdì 15 febbraio
LA MASCHERA DI CERA
GENOVA - Teatro Verdi
http://www.zuffantiprojects.com/
In apertura, i Flower Flesh e gli Psycho Praxis.http://www.zuffantiprojects.com/


venerdì 15 febbraio
MASSIMO GIUNTOLI
MILANO - La Casa di Alex

Appuntamento decisamente alternativo questo mese a La Casa : sul palco, il tastierista Massimo Giuntoli. Attivo dalla fine dei '70, deve sicuramente qualcosa a Frank Zappa e alla scuola di Canterbury. I più ricorderanno il bell'album "Giraffe" del 1992, altri il più remoto (e raro) "Diabolik e i Sette Nani" del 1982. Accompagnato da Clara Zucchetti (vibrafono, percussioni, piano) presenta ora "PieGlue!", uno spettacolo imperniato su testi e liriche di poeti della beat generation riproposti in "forma canzone".
http://www.myspace.com/massimogiunto...filter=popular.

venerdì 15 febbraio
ROCCAFORTE
ALESSANDRIA - Il Cantone pub
http://www.roccaforte.it/italiano/tour.htm

sabato 16 febbraio
SANDCASTLE
RIVOLTA D'ADDA (CR) - ARCI Il Sole
Al Sole si tiene un concorso fra band : andate e sostenete il Castello di Sabbia, mi raccomando. Questi ragazzi, che hanno da poco pubblicato l'album d'esordio, fanno maledettamente sul serio. Per guadagnarsi il loro posticino al sole si stanno facendo un mazzo così sul piano live... il che di per sè non basterebbe, certo, se non pensassi d'aver scorto in loro anche chiarezza d'idee e forte determinazione. Il tempo dirà se ho visto giusto oppure no.
http://www.facebook.com/pages/Sandca...14839955213639


sabato 16 febbraio
POSTO BLOCCO 19
CORCAGNANO (PR) - Teatro Magliani
http://www.postoblocco19.it/index.php?page=live
sabato 16 febbraio
NOHAYBANDATRIO
BOLOGNA - Chet's Club
sabato 16 febbraio
EGOBAND
LIVORNO - Cavern

Band... attenzione al Cavern, perchè da un po' di tempo a 'sta parte ha iniziato a proporre eventi prog su eventi prog : altri ancora ne sono previsti per i mesi a venire - e con buona regolarità. E' presto per dirlo ma... siamo di fronte a una brillante new entry nel giro dei locali prog-friendly italiani ? Sarebbe un bel colpo per i tanti proggers toscani !
http://www.myspace.com/events/View/1...D/Egoband-Live

sabato 16 febbraio
SYCAMORE AGE
SARNO (SA) – Key Drum

domenica 17 febbraio
NOHAYBANDATRIO
FORLIMPOPOLI (FC) - I bevitori longevi



domenica 17 febbraio
OSANNA
PONTECAGNANO (SA) - Mermaids Tavern

domenica 17 febbraio
SYCAMORE AGE
VITULAZIO (CE) - Mr. Rolly's

lunedì 18 febbraio
SIGUR RÓS
JESOLO (VE) – Pala Arrex (ex Palazzo del Turismo)
http://www.ticketone.it/biglietti.ht...riff=sigur+ros

lunedì 18 febbraio
CLANNAD
FIRENZE - Obihall (ex Saschall)

Oh, bè... d'accordo, accetto il (giustificato) coretto di "e che diavolo c'entrano col prog ???".
Lo accetto, me lo becco senza fiatare e ve li segnalo lo stesso.  
http://www.musicclub.eu/band/12804859814760/clannad

martedì 19 febbraio
CLANNAD
RIMINI - Teatro Ermete Novelli
martedì 19 febbraio
SIGUR RÓS
ASSAGO (MI) – Forum
martedì 19 febbraio
THE ELECTRIC EPIC
CIMIEZ (di fatto un quartiere di Nizza, Francia) - Cedac

Jazz-rock progressivo con una spruzzata di zeuhl per questa band comprendente anche un membro dei Magma : sono previste alcune data alla portata quanto meno dei proggers piemontesi e liguri.
http://www.progarchives.com/artist.asp?id=5513
http://calyx.perso.neuf.fr/

mercoledì 20 febbraio
CLANNAD
REZZATO (BS) - Teatro CTM


giovedì 21 febbraio
THE ELECTRIC EPIC
FONTAINE (confina con Grenoble, Francia) - La Source


giovedì 21 febbraio
HEARTACHE / THE NIGHT WATCH / EMBRACE OF DISHARMONY
ROMA - Jailbreak
Sinceramente non conosco le band coinvolte, ma -sia come sia- questa serata ha l'aria di una buona occasione per conoscere giovani proposte (la scena romana ne è ricchissima) a un prezzo più che conveniente : politico direi...
http://www.jailbreakclublive.com/

giovedì 21 febbraio
AY!
PERUGIA - Kandinsky Pub
http://www.musicclub.eu/band/12804859814699/ay


venerdì 22 febbraio
THE ELECTRIC EPIC
FAVERGES (Alta Savoia, Francia) - La Soirie


venerdì 22 febbraio
GARYBALDI
CALVARI (GE) - Muddy Waters

In apertura, La Coscienza di Zeno ! L'opening act di qualche tempo fa (sempre al Muddy) per la Locanda delle Fate è stato di quelli memorabili... e il saggio gestore non ci ha pensato due volte prima di richiamarli per l'apertura agli storici Garybaldi. Si profila un seratone, siateci.
http://www.lacoscienzadizeno.it/

venerdì 22 febbraio
CONFUSIONAL QUARTET
BRESCIALio Bar
http://www.musicclub.it/band/1280485...sional-quartet

venerdì 22 febbraio
FONDERIA
ROMA - Caffè Latino
http://www.facebook.com/events/270315739762422/?ref=22

 

sabato 23 febbraio
IL TEMPIO DELLE CLESSIDRE
LUGAGNANO DI SONA (VR) – Club Il Giardino

Ad aprire per i Templari ci saranno i Prophexy.
http://www.iltempiodelleclessidre.com/home.html

sabato 23 febbraio
RICCARDO ZAPPA
PIZZIGHETTONE (CR) – Casematte 25/26 della cerchia muraria
http://www.geomusic.it/concerti

sabato 23 febbraio
AY !
ROMA - Sinister Noise

http://www.sinisternoise.com/events/...2521%2520%2520

sabato 23 febbraio
THE ELECTRIC EPIC
VIVIERS (Provenza, Francia) - Cave à Jazz


sabato 23 febbraio
RUNAWAY TOTEM
VILLORBA (TV) - Libreria Lovat
http://www.lizardrecords.it/live_14.html


sabato 23 febbraio
PLATONICK DIVE
CECINA (LI) - Shuffle Club
http://www.platonickdive.com/?page_id=133

sabato 23 febbraio
NOHAYBANDATRIO
MESSINA- Retronouveau

sabato 23 febbraio
RICHARD SINCLAIR
LECCE - Ammirato Culture House
Richard in duo col flautista Gianluca Milanese, un duo già collaudato.
https://www.facebook.com/ammiratocul...type=1&theater

domenica 24 febbraio
NOHAYBANDATRIO
LAMEZIA TERME (CZ) - Officine Sonore


mercoledì 27 febbraio
JUNKFOOD
ROMA - Circolo degli Artisti
Unprogsters, ho scoperto che oltre ai Junkfood sono coinvolte altre tre band, tutte decisamente interessanti... a partire da quei Platonick Dive dei quali vi ho parlato di recente. Anyway, leggetevi il programma in dettaglio al seguente link e ditemi un po' voi se questa non è una di quelle volte in cui occorre assolutamente alzare le chiappe !
http://www.circoloartisti.it/sito/in...ive-junk-food/

giovedì 28 febbraio
SEVENTH WILL
ROMA - Sinister Noise
http://www.sinisternoise.com/events/...252B%2520GUEST
http://www.progarchives.com/artist.asp?id=6660


giovedì 28 febbraio
THE FLOWER KINGS
e
NEAL MORSE BAND
TREZZO SULL’ADDA (MI) – Live Music Club

Aprono gli svedesi, poi tocca a Neal e gran finale “tutti assieme appassionatamente” per qualche brano dei Transatlantic : tre ore e mezza complessive di show !  
http://www.liveclub.it/evento.aspx?id=1089

Tenete sempre d'occhio il thread, mi raccomando...

Keep the Flame burning !