sabato 19 ottobre 2019

X-PLICIT, Like a Snake (2019)


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Gli X-Plicit prendono forma nel 2016 dalle menti di Simone Zuccarini (voce), Andrea Lanza (chitarra), Sa Talarico (basso) e Giorgio Annoni (batteria), musicisti della provincia di Varese innamorati dell’Hard Rock e già presenti in band come Longobardeath, Aeternal Seprium, Skill in Veins e Generation on Dope. Le influenze hard & heavy si evincono subito dal dinamismo di Hell is open, perfetta opener di un disco che si è presentato da subito piuttosto compatto. E infatti anche la seguente The great show non scherza affatto, con Lanza impegnato a tirare fuori dal suo strumento riff solidi e massicci e una sezione ritmica che sorregge le sue scorribande, soprattutto nel solo centrale. Ben costruita You don’t have to be afraid, con un chorus molto riuscito e dai tratti anche radiofonici, mentre torna a picchiare duro Shake up your life, che mi ha ricordato qualcosa dei Buckcherry, prima della trascinante carica di Deep of my soul e I Am original, che rimanda alla strafottenza dei Motley Crue. Le melodie briose di Free e la delicata ballata Angel ci conducono verso un finale all’insegna del fiero street rock di Don’t close this bar tonight e della title track di chiusura, che sigilla un lavoro riuscito nella sua totalità. (Luigi Cattaneo)

Shake up your life (Official Video)



venerdì 18 ottobre 2019

VISION QUEST, Vision Quest (2018)


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I Vision Quest sono un trio formato da Guido Ponzi (voce), Marco Bartoli (tastiere e basso) e Emiliano Belletti (chitarra), a cui dobbiamo aggiungere Helder Stefanini (Raw Power, Animali Rari ma anche session di spicco) alla batteria, segnalato come guest ma presente come unico batterista all’interno del disco. Inoltre questo omonimo esordio vede figurare parecchi ospiti, tutti piuttosto bravi nel donare quel qualcosa in più ad un lavoro riuscito e che profuma di Survivor, Kansas e Boston. Ne sono esempio lampante Avathar e Lost in time, in cui troviamo il sax di Mirko Pratissoli (Natural Quintet), bravo nel creare le giuste atmosfere con il suoi soli, ma anche Ilaria Cavalca (Aurora Ensemble) con le sue delicate note pianistiche nella prima e la chitarra di Luke Barbieri (Holywood) nella seconda. Barbieri è figura importante, insieme ad un altro chitarrista, Alfredo Pergreffi, anche in Eternal love, che presenta qualche attitudine progressiva e la bella voce di Silvia Saccani (Angelize), nonché nella riuscita All these years. Il piano di Ilaria torna prepotente in The eve of the battle, creando un sognante interplay con la chitarra acustica di Stefano Riccò. Ultima citazione per Johathan Gasparini (membro degli storici Rats e della band di Marco Ligabue), lead guitar e autore di validi momenti solistici nelle ottime Master of hopes e Dragons of Tomorrow. An epic journey into melodic rock è la dicitura posta sul disco, impossibile non essere d’accordo ascoltando questa Rock Opera corale distribuita dalla Rockshots Records, etichetta che continua a confermare la bontà del suo operato per l’italico underground. (Luigi Cattaneo)

Evil laughter (Video) 



mercoledì 16 ottobre 2019

CLOUDCASTER, Evocare (2019)


I CloudCaster si formano nel 2017 dalle menti di Gianluca Musu (batteria e synth) e Giulia Artioli (chitarra, voce e tastiere), presto raggiunti da Valentina Palumbo (voce) e Riccardo Tani (basso). Evocare è il loro primo album e visto il poco tempo trascorso dalla loro nascita il risultato è davvero interessante, un articolato percorso  a cavallo tra progressive, psichedelia ed elettronica. Through the door mostra subito le inclinazioni elettroniche del quartetto, unite a parti atmosferiche molto calde, che si ripetono nell’ottima Slippin’ from a dream, che mette insieme i Massive Attack e una vena psichedelica molto suggestiva. Più prog Consciousness, divisa tra parti robuste, note crepuscolari e uno spoken word tratto da Il divo di Paolo Sorrentino, che finisce per avvicinare il pezzo ai fonodramma di Il Babau e i Maledetti Cretini, dimostrando come il quartetto abbia in proprio possesso parecchie cartucce da sparare. Anche Flight equation risulta molto progressiva, con momenti aggressivi ma comunque molto evocativi, vero marchio di fabbrica di questo esordio. Le conclusive Travel e Just like the rain non fanno altro che confermare la bontà dell’album, in quanto appassionanti, introspettive e ricche di pathos. Evocare è un disco che si muove spesso su chiaroscuri tendenti alla malinconia, in un riuscitissimo compendio di influenze che valorizzano il fine lavoro di cesello di una band giovane ma che sa già come emozionare e coinvolgere l’ascoltatore. (Luigi Cattaneo)

Travel (Official Video)



martedì 15 ottobre 2019

OTTONE PESANTE, Apocalips (2018)


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Apocalips è il secondo album in studio degli Ottone Pesante, particolarissimo trio composto da Francesco Bucci (trombone), Paolo Raineri (tromba) e Beppe Mondini (batteria), che ha dato vita ad un progetto assolutamente originale e curioso. I fiati sembrano davvero annunciare l’arrivo dell’apocalisse, sostenuti da una prestazione mostruosa di Mondini, batterista che unisce furia e precisione. L’inferno viene evocato a suon di black metal, prog, jazz metal e doom, un crossover fatto di potenza, fraseggi complessi e puro nichilismo e non deve spaventare la combinazione poco convenzionale tra strumenti, perché tutto è fluido e clamorosamente ossessivo. Quando sperimentare non significa cercare di stupire a tutti i costi vengono fuori prodotti come questo, dove la voglia di andare oltre steccati di genere non è fine a sé stessa e porta, dopo l’esordio Brassphemy set in stone, ad un risultato a tratti memorabile. La carica live degli Ottone Pesante è presente anche nel lavoro e stupisce come il suono dei fiati risulti così aggressivo, facendo le veci delle assenti chitarre, senza mai dimenticare quel tocco melodico che rende i brani carichi di un’atmosfera drammatica e inquieta. Da subito si colgono gli stilemi del trio, con una Shining bronze purified in the crucible da brividi, doppiata dalla debordante Lamb with seven horns and seven eyes, metallo ai limiti dell’estremo buono per tutte le stagioni. Il black metal nordico si affaccia straordinariamente in Bleeding moon, prima della perentoria carica distruttiva di Angels of the earth e dell’inquietante The fifth trumpet, in cui troviamo alla voce Travis Ryan dei Cattle Decapitation. Si prosegue con altri due brani riuscitissimi, Locusts’ army e Seven Scourges, ancora una volta molto convincenti. Pezzi che ci conducono verso l’ipnotico finale di Tweleve layers of stones e soprattutto Doom mood, lunghissima traccia nero pece e funebre chiusura di un ritorno regale. (Luigi Cattaneo)

Apocalips (Full album)



mercoledì 9 ottobre 2019

MONOLITH GROWS!, Black and Supersonic (2018)


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Uscito nel 2018, Black and Supersonic è il secondo lavoro dei Monolith Grows!, quartetto che unisce l’amore per la Seattle dei Soundgarden con il suono desertico e stoneriano di Kyuss e compagnia affine. Uno sguardo al passato da parte di Andrea Marzoli (voce e chitarra), Riccardo Cocetti (batteria), Massimiliano Codeluppi (chitarra) e Enrico Busi (basso e synth) che sa ancora essere attuale pur pescando lontano nel tempo, sia quando il suono diviene più potente, sia quando i modenesi piazzano la trovata melodica vincente. D’altronde pezzi come You’re gone o Satan Monday Bureau sono proprio questo, un insieme di influenze che rendono il percorso pieno di interessanti sviluppi, frutto di un background che guarda a certi canoni americani che hanno fatto la storia del rock. La creativa Empire of dirt, le trame accattivanti di So fresh! e il songwriting sicuro di Above the doubts, mettono in luce un ritorno coinvolgente e che ha le carte in regola per conquistare chi ha nostalgia di un certo periodo storico. (Luigi Cattaneo)

Black and Supersonic (Full album)



domenica 6 ottobre 2019

ANÉDONE, La superficie delle cose (2019)


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La sigla Anèdone cela il progetto solista di Francesco Martinello (End of Carnival, Cape Canaveral Polaroid, PNG, Tarantàs), qui impegnato alla voce, alla chitarra, al bouzouki, al glockenspiel e ai campionamenti, coadiuvato solo da Ivan Modi Bidin (tastiere, basso, elettronica). La superficie delle cose è un lavoro di circa trenta minuti, mostra trame tenui e malinconiche, anche meste in alcuni passaggi, con la voce di Martinello accompagnata da poche ma accurate note, sempre scelte nella maniera più appropriata. I brani raccontano, celano immagini, come nel caso della title track, che già ci cala all’interno di sonorità che possono ricordare quanto fatto da personaggi come Gianni Maroccolo, Marco Parente o il Pierpaolo Capovilla di Obtorto Collo, con i quali condivide una certa suggestiva poetica. Giorni di ottobre è infatti un vivido ricordo di attimi passati, mentre Chiodi omaggia, prendendone spunto, l’omonima poesia di Agota Kristof. Babbo in prigione invece guarda al Francesco De Gregori del 1978, prima dell’ottima Un profilo sbiadito e di Sogno, dove viene musicato il celebre discorso di Martin Luther King. Chiude il disco La veglia, altro esempio lampante della qualità dell’album e reprise di un brano racchiuso in Le possibilità che ha il coniglio di salvarsi la pelle del progetto Tarantàs. (Luigi Cattaneo)

Giorni di ottobre (Video)



sabato 5 ottobre 2019

SVANZICA, Red reflections (2018)


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Attivi dal 2005, gli Svanzica (Luca Modenese alla voce, Marco De Bianchi alla chitarra, Alessandro Merlin alla batteria e Alessandro Pettene al basso) sono una delle tante band che popolano l’underground heavy italiano. Il debut Eon del 2009 aveva messo in mostra un certo potenziale e i veronesi a distanza di quasi un decennio tornano con questo Red reflections, disco a cavallo tra death metal, metalcore, alternative e, in minima parte, progressive. La band punta molto sull’impatto generale e sull’alternanza tra cantato in growl e linee pulite, con parti violente che lasciano il posto ad ampi sprazzi melodici. Peccato per una produzione migliorabile, che in alcuni momenti non aiuta a far emergere le doti del quartetto, che ci sono e traspaiono in brani come Through ocean  of quiet, Lunar Verbs, Distortion (impreziosita dal solo alla chitarra di Michael Kew degli A New Tomorrow) e Jupiter (in cui troviamo invece Alessandra Longhi al violoncello e Caterina Bellani al violino). Ritorno sicuramente gradevole ma che lascia intravedere come una maggiore cura compositiva e l’attenzione per alcuni dettagli (la produzione ad esempio) possano fare la differenza nel fitto calderone di uscite nostrane, con le quali ci si deve confrontare per provare ad emergere in un sottobosco davvero ricco di gruppi. (Luigi Cattaneo)

First step (Video)



mercoledì 2 ottobre 2019

CONCERTI DEL MESE, Ottobre 2019

Giovedì 3
·Sezione Frenante a Marghera (VE)
·Opra Mediterranea a Firenze

Venerdì 4
·Syndone a Torino
·Opra Mediterranea a Torino

Sabato 5
·Patrizio Fariselli Trio alla Casa di Alex di Milano
·PFM a Luras (OT)

Domenica 6
·Cellar Noise a Milano
·Il Babau e i Maledetti Cretini a Mezzago (MB)
·Domenica Prog a Castiglione d. Lago (PG)

Mercoledì 9
·Motorpsycho a Pordenone

Giovedì 10
·Motorpsycho a Torino

Venerdì 11
·The Watch a Cusano Milanino (MI)
·IQ a Roma
·Motorpsycho a Brescia
·Opra Mediterranea a Empoli (FI)

Sabato 12
·IQ a Fontaneto d'Agogna (NO)
·The Watch a Genova
·Motorpsycho a Perugia
·The Cage+The Ice a Lugagnano (VR)

Domenica 13
·Motorpsycho a Firenze
·Nursery Rhymes a Strà (VE)

Martedì 15
·King Gizzard & Lizard Wizard a Milano


Mercoledì 16
·I Viaggi Di Madeleine a Lecce
·Silver Key a Piacenza

Venerdì 18
·La Batteria a Savona
·Prometheo a Bari
·The Coastliners a Roma
·Möbius Strip ad Alatri (FR)

Sabato 19
·Lingalad a S. Giovanni Lupatoto (VR)
·La Batteria a Bergamo
·Bacio della Medusa a Castiglione d/Lago (PG)
·Mezz Gacano a Palermo

Domenica 20
·Fred Frith Trio a Padova

Lunedì 21
·Fred Frith Trio a Piacenza

Venerdì 25
·Napoleon Murphy Brock a Lugagnano (VR)
·Clive Nolan & Laura Piazzai a Veruno NO
·Napoli Centrale a Napoli

Sabato 26
·Napoleon Murphy Brock a Milano
·The Watch a Galzignano (PD)
·Osanna a Lugagnano (VR)
·Clive Nolan & Laura Piazzai a Milano
·P. Fariselli Trio a Nova Gorica (SLO)
·Of New Trolls a Pederobba (TV)
·Prog Night a Candiolo (TO)

Domenica 27
·C. Nolan-L. Piazzai a Crevoladossola VB
·Of New Trolls a Gorizia

Giovedì 31
·Terramadre Ensemble a Lugagnano (VR)
·Acid Mothers Temple a Roma

domenica 29 settembre 2019

CAMPO MAGNETICO, Quali Kiwi? (2019)


Nati nel 2014 per volontà di Gianni Carlin (flauto e voce) ed Emmanuele Burigo (chitarra), i Campo Magnetico ben presto accolsero tra le loro fila Antonio Nabari (basso) e Enrico Tormen (batteria), formazione che licenziò nel 2016 l’esordio strumentale Li vuoi quei kiwi? È di qualche mese fa il nuovo Quali kiwi?, risposta alla domanda posta nel primo album, che oltre a riprendere quelle sonorità presenta la novità di brani cantati, in un connubio gradevole di progressive, blues elettrico e psichedelia. La band sceglie quindi di battere più strade rispetto a qualche anno fa, con parti ritmiche e chitarristiche anche pesanti, che sostengono le vibranti note del flauto di Carlin (Quella che cominci tu), senza naturalmente dimenticare l’amore per il progressive, ponte ideale tra gli anni ’70 di Gleemen e Bambibanda e Melodie e il contemporaneo di Rebus, Vuoti a Rendere e Il Fauno di Marmo (Bacco ti estirpa la vite, Zucca e diavolina). Maggiormente surreali i brani cantati, La mano del morto, ispirata alla leggenda di Wild Bill Hickok, l’immaginifica La luna è meno lunatica e Maniaci, racconto del delirio di persecuzione di uno stalker, che, pur essendo vocalmente imperfette, raggiungono l’obiettivo prefissatosi. Piacevole ritorno per i bellunesi, che lasciano intravedere di avere diverse carte da giocarsi, sarà il tempo a dirci se vincenti o meno. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album  https://campomagneticoband.bandcamp.com/album/quali-kiwi 

sabato 28 settembre 2019

FINISTER, Please, take your time (2018)


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Avevamo lasciato i Finister nel 2015 con l’ottimo Suburbs of mind, disco che aveva permesso loro di suonare in Inghilterra, Germania, Francia, Olanda, Belgio e Serbia, condividendo il palco anche con artisti di fama internazionale come The Kooks e Prodigy. La line up formata da Elia Rinaldi (voce, chitarra, synth), Orlando Cialli (synth, piano e sax), Leonardo Brambilla (basso) e Lorenzo Burgio (batteria) è ormai ampiamente collaudata e la collaborazione con un producer come Hovie B ha permesso loro di firmare con Please, take your time un come back notturno, intimo, in cui la forma canzone è ritagliata su dettagli di suono, trasformandosi in qualcosa di nuovo per il quartetto, meno impetuoso rispetto all’esordio ma più raffinato e colto. Lighter è l’inizio che spiazza, elettrorock affascinante e lontano dall’irruenza di qualche anno fa, prima della darkeggiante vena di A free bug e di I know that I can be with you, in cui calde note di sax dipingono uno scenario suadente e con punte di malinconia. Pan tribal è il primo momento in cui ricompare lo spirito impulsivo del debut, mentre frangenti psych animano My deepest faces. Vapor è la ballata di turno, evocativa e davvero godibile, I can see you deve di nuovo molto al bel solo di sax di Cialli, che ben si adagia su una struttura tenue ma ricercata. Inquieta elettronica vibra in Skyscrapers, momento conclusivo di un lavoro stimolante, che non fa altro che confermare la crescita della band e la bontà del rooster della Red Cat. (Luigi Cattaneo)

Lighter (Official Video)



venerdì 27 settembre 2019

SPARKLE IN GREY, Milano (2018)


Uscito nel 2018, Milano è l’ultimo disco in studio degli Sparkle in grey, band attiva da due decenni e formata da Franz Krostopovic (viola, violino, pianoforte), Cristiano Lupo (sax, basso, drum machine, pianoforte, batteria), Matteo Uggeri (tastiere, elettronica) e Alberto Carozzi (basso, chitarra). Come da tradizione, in ogni pezzo, i musicisti della formazione si alternano ai vari strumenti, con il contributo di qualche ospite esterno, che movimenta ulteriormente una proposta che è sempre stata ricca di idee, ambientazioni differenti, ricerca sonora, in un climax narrativo raccontato attraverso oscillazioni post, umori wave e fibrillazioni psichedeliche. Chi conosce la band sa che gli sviluppi insoliti dei loro lavori sono l’ideale congiunzione tra melodie seducenti, approccio free e omaggi a brani altrui, stravolti di volta in volta attraverso chiavi di lettura fresche e personali. Quindi troviamo l’iniziale estro di Milan Subhuman ispirato ai leggendari Throbbing Gristle, lo spoken surreale di Parlare col liquido al genio di Enzo Jannacci, ma anche gli And Also the Trees ricordati nell’ottima Tremendous risk for Mr. Formigo e il Roberto Vecchioni dell’immortale Luci a San Siro. Non sono da meno Mevlano, in cui troviamo Reem Soliman alla voce e le due parti di FHS, dove invece abbiamo Simone Riva alla batteria e Pierre Baudry ai synth. Scrittura colta e divagazioni libere da vincoli si intersecano, generando l’ennesima opera che meriterebbe davvero molto di più in termini di conoscenza da parte del pubblico e degli addetti ai lavori, perché i milanesi continuano ad essere dopo vent’anni un gruppo di assoluta nicchia. Per ulteriori informazioni e per sostenere il progetto potete visitare il sito http://www.sparkleingrey.com o la pagina https://sparkleingrey.bandcamp.com . (Luigi Cattaneo)

lunedì 23 settembre 2019

PROTEAN CIRCUS, Rhymes in the voice of river (2019)


Nati solamente tre anni fa, i Protean Circus sono un sestetto formato da Daniele Imperioli (voce), Marco Cutini e Lorenzo Zanelli (chitarre), Andrea Piacentini (tastiere), Simone Todini (basso) e Luca Cutini (batteria), dedito ad un progressive rock che non disdegna incursioni nel metal. Rhymes in the voice of river mi ha sorpreso per la qualità complessiva della proposta, soprattutto se si pensa che la band è di nuova formazione, un concept davvero suggestivo e ispirato. L’iniziale Ancient rhymes è già un biglietto da visita altamente progressivo, atmosferica e classica nel suo strutturarsi, omaggio diretto ma non pedissequo ad un genere oramai storicizzato nei decenni. The vision continua sulla stessa lunghezza d’onda, mettendo in luce un songwriting attento e incisivo, prima di Whisper e Wild waves, pezzi caldi, delicati ma anche capaci di avere impatto e linee melodiche efficaci, caratteristiche guida del sound stratificato del gruppo. Deception is revealed sposta il tiro su un metal prog di grande qualità, Imprisoned calca la mano invece sul pathos, elemento emozionale che la band maneggia con una certa padronanza, mentre Alone torna a parlare un linguaggio più consono all’hard. Ci avviciniamo al finale, dapprima con la delicata The land of fortress e poi con la dinamica The end of the king e la conclusiva perla A mild immortal nymph of river, oltre 12 minuti che sono la quintessenza del background del gruppo, tra distorsioni rock, arrangiamenti soavi e soli pregevolissimi. Da segnalare inoltre un booklet molto curato e professionale, corollario di un lavoro che pone il gruppo vicino ai validi esordi di Overture e La Stazione delle Frequenze, compagini meritevoli di avere uno spazio maggiore nel panorama underground di casa nostra. (Luigi Cattaneo)

A mild immortal nymph of river (Video)  



venerdì 20 settembre 2019

A VIOLET PINE, Again (2019)



Tornano gli A Violet Pine, a distanza di ben quattro anni da Turtles e con una line up rinnovata, che vede oltre a Giuseppe Procida (voce e chitarra) e Paolo Ormas (batterista degli ottimi Rainbow Bridge) il nuovo arrivo Francesco Bizzoca (basso). Again oscilla tra sonorità post e umori stoner, una sorta di crossover tra le visioni dark di The Jesus and Mary Chain e The Cure, il grunge ruvido dei Melvins e The Jesus Lizard e lo stoner degli Earth, una miscela fatta di impatto e sospensioni malinconiche. L’album unisce quindi forza e melodia per tutta la sua durata, un saliscendi tra fraseggi oscuri e passaggi aggressivi, caratteristica di pezzi fragorosi come Interstellar love e Run dog run. La greve title track e il grunge muscolare di When boys steal candies mostrano una band capace di spostare il tiro a proprio piacimento, mentre Black lips e Monster si spostano sul versante di un post rock venato di wave. La conclusiva Zoo è uno strumentale drammatico, che chiude una mezz’ora davvero ispirata e interessante. (Luigi Cattaneo)

Again (Full Album)



mercoledì 18 settembre 2019

ROPSTEN, Eerie (2018)


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Nati ben dieci anni fa a Treviso, i Ropsten si fecero da subito conoscere per un ep, And I fall asleep on a chair, downstairs in the corner, che l’etichetta canadese Dwyer Records stampò in cassetta a tiratura limitata. Dopo un altro ep, Fault, del 2014 e concerti in compagnia di Tides from Nebula, Winter Dust e God is an Astronaut, il quartetto formato da Simone Puppato (chitarra e tastiere), Claudio Torresan (chitarra e tastiere), Leonardo Facchin (basso e tastiere) e Enrico Basso (batteria), arriva l’anno scorso con Eerie al primo full lenght, disco davvero interessante ed edito dalla nostrana Seahorse. L’album è un concentrato strumentale di post, elettronica, psichedelia e kraut, in cui possiamo ritrovare Cluster, Godspeed You Black Emperor!, Explosion in the Sky e Joy Division, band i cui suoni hanno influenzato le composizioni senza però far mancare una certa personalità alle strutture (Y.L.L.A., Grandma’s Computer Games). L’inquietudine emerge dai solchi di Globophobia, colonna sonora dei tempi odierni, mentre meno amara è la seguente Batesville, un passaggio scorrevole che conduce all’inno Kraut parade, il cui titolo è già una chiara indicazione di cosa hanno in mente i Ropsten. Ci avviciniamo alla conclusione dapprima con la penetrante Brain milkshake e infine con la psichedelia acida di 180 mmHg, epitaffio di un disco fluido e dinamico per tutta la sua durata. (Luigi Cattaneo)



sabato 14 settembre 2019

HOLY SHIRE, The legendary shepherds of the forest (2019)


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Fondati nel 2009 da Massimo Pianta, batterista innamorato del metal sinfonico ed epico di matrice fantasy, gli Holy Shire pubblicarono nel 2014 Midgard, disco con cui si fecero conoscere nell’ambiente underground italiano attraverso positive recensioni e una discreta attività live. Nel nuovo e più maturo The legendary shepherds of the forest la line up si completa con Erika Ferraris alla voce, Chiara Brusa al flauto, Andrea Faccini e Frank Campese alle chitarre e Piero Chiefa al basso. Dopo una breve introduzione è Tarots ad aprire l’album, con l’ospite Francesca Chi alla voce, per un pezzo che conduce con forza nel mondo fatato dei milanesi, tra parti operistiche, teatrali e drammatiche. Ottima Danse macabre, che vede la presenza alla voce di Masha Mysmane (degli Exilia) e Simona Aileen Pala (che ritroveremo spesso nel corso dell’opera), contributi essenziali che caratterizzano questa traccia a base di folk ed heavy. Stessa matrice anche per la title track, altro ragguardevole esempio della tavolozza espressiva in possesso del sestetto, mentre la brava Lisy Stefanoni (Shadygrove, Evenoire) caratterizza con la sua ugola Princess Aries. A metà album troviamo Ludwig, raffinata ed elegante, soprattutto nell’intreccio tra le voci e per un uso del flauto piuttosto efficace, prima dell’epicheggiante At the mountains of madness e della più aggressiva The gathering. Inferno accentua il lato dark della proposta (dove ritroviamo Francesca Chi), Ophelia (con la Stefanoni) è invece maggiormente carica di malinconia, con la conclusiva The lake a suggellare un lavoro dove troviamo Federico Maffei dei Folkstone alle tastiere in buona parte dei pezzi (si è occupato anche degli arrangiamenti orchestrali), un’influenza non da poco, come quelle dei Furor Gallico e degli Elvenking, band che echeggiano qua e là tra le pieghe di un come back suggestivo e sicuramente affascinante. (Luigi Cattaneo)

The legendary shepherds of the forest (Video)



GOOD MOANING, The Roost (2019)


A tre anni di distanza dall’ep Hello, parasites, tornano i Good Moaning (Edoardo Partipilo alla chitarra e alla voce, Lorenzo Gentile alla chitarra, Marco Menchise al basso e Davide Fumai alla batteria e alle tastiere), con un full lenght che prosegue quel discorso a base di alternative rock, folk e psichedelia. The roost vive di parti dilatate che si inseriscono all’interno di una forma canzone spesso sussurata, lieve, capace però di spiccare il volo con fraseggi più rock. Tra passaggi di matrice americana, atmosfere oniriche ed esplosioni corali, tipiche ma di effetto, i pugliesi firmano un lavoro che non disdegna incursioni nel dream pop, quello sognante e malinconico di Slow dive o Still corners. Il quartetto ha dalla sua una già discreta esperienza, che si traduce in brani fatti di anima, di sogni, di amarezze, elementi che riecheggiano con trasporto nella title track, in Curtain o in Scarecrow, brani ambivalenti che sono il tratto distintivo di una band in crescita e con ampi margini di crescita. (Luigi Cattaneo)

Suitcase (Video)



venerdì 13 settembre 2019

ifsounds, An Gorta Mor (2018)


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Avevamo parlato degli ifsounds per il precedente Reset, disco che ci aveva particolarmente colpito per quel suo girovagare tra i generi, partendo da una base psichedelica trait d’union tra le influenze. Il nuovo An Gorta Mor presenta una band rodata e consapevole (Runal alla voce, Fabio De Libertis al basso, Dario Lastella alla chitarra, alle tastiere e ai synth, Lino Mesina alla batteria e Claudio Lapenna alle tastiere e al piano), impegnata in un concept sulla fuga, nel caso specifico dalla fame e dalla paura, con la voglia di riscatto di un popolo, quello irlandese, che a metà 800 fuggiva dalla grande carestia, episodio storico poco conosciuto che il quintetto ha deciso di raccontare in un lavoro sofisticato ma sempre molto godibile. La psichedelia settantiana c’è sempre, corredata da atmosfere che rimandano alla stagione d’oro del progressive ma anche all’impeto del garage anni ’60, antitesi tra generi che trova forma nelle idee concettuali di una band che ha forse raggiunto la piena maturità. È difatti Mediterranean floor, con le sue spigolosità, ad aprire l’album, tra passaggi rock e delicati momenti, marchio di fabbrica della band molisana. Techno Guru mostra il lato “sperimentale” del gruppo, che poi piazza con Violet la ballata malinconica di turno, peraltro ben riuscita. Le tastiere e i synth di Lino Giugliano colorano Reptilarium, ospite che ritroviamo anche nella conclusiva suite, nonché title track del disco, insieme a Matteo Colombo (violino), Vincenzo Cervelli (voce), Alessandra Santovito (voce), Francesco Forgione (bhodràn) e Marco Grossi (voce), tutti validissimi nel dare il proprio contributo nel brano più rappresentativo dell’opera, a cavallo tra folk, prog, psichedelia, hard e irish sound. (Luigi Cattaneo)

An Gorta Mor (Full album)



sabato 7 settembre 2019

IKE, Construction site (2019)


Construction site è l’esordio multietnico di Ike, progetto di Isaac De Martin registrato con ben 16 musicisti di sette paesi differenti, uno sguardo curioso e trasversale, multiforme, che coniuga indie, elettronica e pop senza porsi limiti di sorta. Un cantiere aperto dunque, contaminato, sintesi degli umori altalenanti di Isaac, che si riflettono sin da Flughafen love, lieve e brillante esempio del mood Ike, gestito con sapienza dal particolare timbro dell’eccentrica Karla Stereochemistry. Auburn june è lo strumentale che segue, tra ritmiche elettroniche e parti fiatistiche, mentre Karla segna anche il passaggio di Plastikspoon, elegante sviluppo di un sound sempre molto corale. Das birke è un altro strumentale e mette in luce anche la bravura dei musicisti coinvolti, abbinata ad una scrittura davvero rifinita, un trip intrigante che risulta tra le cose migliori del lavoro. A ballad to Ms. Forest è invece cantata da Mabbasta Voodoo, col risultato di spostare il tiro verso il folk, prima di Balchik Garten, che per intensità non sfigurerebbe nel catalogo 4AD, e la sottile vena malinconica della sognante Seeds ‘n flowers. Alice Vivian è l’anima soul di Mother don’t cry, che poi muta nella dance finale di The journey into the welcome, chiusura di un disco che, pur con qualche calo creativo, risulta essere interessante e figlio del contemporaneo. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare l'intero album

lunedì 2 settembre 2019

CONCERTI DEL MESE, Settembre 2019

Lunedì 2
·Banco del Mutuo Soccorso a Verona

Martedì 3
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Mercoledì 4
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Giovedì 5
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Venerdi 6
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Sabato 7
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)
·Napoli Centrale a Serrara Fontana (NA)

Domenica 8
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Lunedì 9
·Soen a Milano

Venerdì 13
·Balletto di Bronzo a Roma
·Il Segno del Comando + Secret Tales a Milano


Sabato 14
·Napoli Centrale ad Altamura (BA)
·PFM ad Atripalda (AV)
·The Forty Days a Piombino (LI)


Giovedì 19
·Macchina Pneumatica a Milano

Sabato 21

·Holy Shire al Legend di Milano
·The Cage a Lugagnano (VR)
·Ray Wilson & Notturno Concertante a Roma
·Massimo Giuntoli a Villasanta (MB)
·Napoli Centrale ad Avellino
·Juri Camisasca a Milano

Domenica 22
·OAK a Nepi (VT)

Mercoledì 25
·Progressivamente Free Festival a Roma

Giovedì 26
·Progressivamente Free Festival a Roma

Venerdì 27
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Napoli Centrale a S. Angelo d'Ischia(NA)
·Lingalad a Bergamo

Sabato 28
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Get'em Out! a Trofarello (TO)
·PFM a Sondrio
·Vak + Universal Totem Orchestra a Milano
·OAK a Roma

Domenica 29
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Real Dream a Grosseto

domenica 1 settembre 2019

HOLLOWSCENE, Hollowscene (2018)


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Avevamo parlato degli Hollowscene quando ancora si chiamavano Banaau (band nata ad inizio anni ’90 come duo, Andrea Massimo alla chitarra e alla voce e Lino Cicala alle tastiere), in occasione di The burial, interessante ep del 2016. La firma con la storica Black Widow Records e una line up definitiva che vede, oltre Massimo e Cicala, Walter Kesten (chitarra e voce), Demetra Fogazza (flauto e voce), Andrea Zani (tastiere e voce), Tony Alemanno (basso e voce) e Matteo Paparazzo (batteria e voce), ha portato a questo debutto omonimo davvero di buonissima fattura. La prova corale, d’insieme, è alla base della sontuosa suite Broken coriolanus, divisa in cinque frangenti per poco più di 40 minuti sinfonici, ispirati ai Genesis e al progressive inglese ma anche ad un certo dark prog d’annata, trademark che va a creare qualcosa di estremamente affascinante e misterioso. Il primo step è la genesisiana Welcome to Rome, dove da subito troviamo una tavolozza di sfumature ben congegnate e qualche rimando ai mai troppo decantati Nektar, band che attraversò i settanta sfornando parecchi album da riscoprire. A brave fellow accentua il lato progressivo della proposta, tra tempi dispari, soluzioni elettriche e soavi melodie lontane nel tempo. Traitor continua a parlare il linguaggio del prog inglese, con sprazzi sinfonici e cambi di tempo improvvisi, mentre Slippery turns (atsumori) presenta un singolare recitato in giapponese ad opera di Takehiro Ueki, che risulta uno stimolante espediente per la funzionalità del pezzo. La suite si chiude con il grandeur, malinconico e maestoso, di Rage & Sorrow, tredici minuti in cui i milanesi decantano e sintetizzano decenni di ascolti progressivi, interiorizzati e dipanati con passione e soprattutto pathos. Ci sono altri due brani, The worm, che arriva direttamente dagli anni ’90 e che già mostrava la direzione stilistica futura e The moon is down, cover dei Gentle Giant e bel finale di un lavoro prezioso, da gustare e approfondire per cogliere appieno anche i tanti sviluppi testuali presenti in esso. (Luigi Cattaneo)

Welcome to Rome (Video)


STAMINA, Live in the city of power (2019)


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Dopo quattro album in studio arriva anche per gli Stamina la possibilità di pubblicare un disco dal vivo, Live in the city of power, cd + dvd registrato in Polonia ed edito dalla Rock Company, intriso di quel power prog che richiama nomi fondamentali come Symphony x, Angra, Royal Hunt e in parte gruppi nostrani come Vision Divine e Derdian. La partenza è affidata a Why?, scolpita da una discreta carica power, su cui si nota il bell’intreccio tra la sezione ritmica formata da Carmine Vivo (basso) e Federico Cozza (batteria) e le tastiere di Giovanni Sellitto, tipiche del genere ma molto azzeccate. Must be blind tiene alto il rodaggio elettrico, con l’ottima prova di Luca Sellitto (chitarra), mentre è Alessandro Granato (voce) a spadroneggiare in Higher. Il power prog tinge anche la riuscita verve di Love was never meant to be, prima della maestosa carica di One in a million e di Perseverance, più vicina al progressive. Holding on convince per il bel duello tra i due Sellitto, Breaking another string è tra i brani migliori del lavoro, tra prog metal e gustosi sinfonismi. Il finale è ad appannaggio di Eyes of the warrior, ben riuscita e giusto finale di un live che può essere senz’altro un bel biglietto da visita per iniziare ad apprezzare questa meritevole band. (Luigi Cattaneo)

Breaking another string (Video)



giovedì 29 agosto 2019

DAYSLIVED, Flectar (2019)


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Nati quasi dieci anni fa, i Dayslived tornano in pista con Flectar, da poco pubblicato per la sempre attenta Rockshots Records, firmando un lavoro ambizioso e piuttosto gradevole. Monik Fennelles (voce), Marco Allemandi (chitarra), Matteo Sabetta (tastiere), Thor Jorgen Æsir (basso) e Gaetano Pira (batteria), si muovono lungo coordinate prog metal, con la voce di Monik che finisce, chiaramente, per essere parecchio identificatrice, con alcune sonorità più dark che male non si sposano con il timbro della vocalist (Triora). Tra ballate malinconiche (My angel said), momenti heavy (Their violent game) e soluzioni di facile presa (Touching the clouds), si sviluppa un disco che trova nella lunga e conclusiva Mater Musica una sintesi delle ispirazioni del quintetto, piccola perla di un lavoro che può trovare più di un estimatore tra gli appassionati del genere. (Luigi Cattaneo)

Along your miles (Video)



martedì 27 agosto 2019

N.EX.U.S., N.Ex.U.S (2019)


N.Ex.U.S., acronimo di Neural Experimental Unit of Security, è un progetto nato dalle menti di Fausto Tessari (tastiere) e Christian Checchin (chitarra), a cui si sono aggiunti nel tempo Tommaso Galeazzo (voce), Stefano Zinato (basso) e Jacopo Matteucci (batteria), line up che dopo l’ep Duality of human nature ha subito dei cambiamenti con l’arrivo di Daniele Gallan al basso e Fabio Tomba alla batteria, subentrati per pubblicare l’omonimo full lenght (anche se le due sezioni ritmiche si dividono praticamente i brani presenti sul lavoro). Il disco è davvero molto valido, saltella da sonorità prog metal vicine a Threshold e Pain of Salvation alle melodie eteree dei Marillion, senza dimenticare di citare Rush e Queen, in un  gioco di rimandi che non stanca per niente e convince sin da subito. Alessandro Del Vecchio nel ruolo di produttore completa un quadro fatto di raffinatezze progressive e potenti assalti hard, ispirato per tutta la sua durata e capace di equilibrare complessità strutturale con una spiccata sensibilità comunicativa. Un pathos avvolgente che ritroviamo in episodi come The mercenary, Another shore (con Daniele Caschetto al violoncello) o Final Act: A new humanity, ponte tra il prog metal e l’Aor, con idee che si sviluppano con grazia e grande senso melodico. (Luigi Cattaneo)

The mercenary (Video)



domenica 25 agosto 2019

ALESSANDRO ANGELONE, Stars_at_dawn (2019)


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Esordio assoluto per Alessandro Angelone, giovane chitarrista pescarese studente dell’Accademia Professione Musica, che attraverso la collaborazione con la Music Force sigla Stars­­­_at_dawn. Impostato tutto sulla chitarra di Angelone, mostra doti tecniche indiscusse e una già discreta capacità di scrittura (The key, Dream), che rimandano, con i dovuti paragoni, a maestri come Tommy Emmanuel o il nostrano Pino Forastiere. L’album è pieno di atmosfere soavi, lievi, che si lasciano ascoltare con piacere e lasciano trasparire come, con il dovuto lavoro, Angelone possa maturare e regalare altre sorprese ed evoluzioni. (Luigi Cattaneo)

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Love never felt so good (Video)



CLAUDIO ROCCHI, Volo Magico n°1 (1971)

Risultati immagini per volo magico n 1Se il primo disco aveva suscitato interesse e mostrato le doti di cantore solitario e a suo modo fuori dagli schemi, con il secondo Volo Magico n°1 Claudio Rocchi arriva a toccare uno dei punti massimi della sua carriera. Il suono, rispetto agli esordi, diviene più corposo, i brani si dilatano e le strutture beneficiano di musicisti di valore come Alberto Camerini e Ricky Belloni alle chitarre, Eugenio Pezza al piano, all’organo e al Mellotron e Donatella Bardi alla voce, a fronte invece delle soluzioni prettamente acustiche che avevano caratterizzato l’album precedente in cui aveva partecipato Mauro Pagani con il suo violino. Rocchi si muove in equilibrio tra la voglia di rimanere legato ad alcuni aspetti e atteggiamenti del recente passato (le tematiche, l’approccio alla melodia, la grande forza comunicativa) e la volontà di evolversi seguendo un percorso del tutto personale e, per i tempi, molto suggestivo, in qualche modo anticipatore di alcune realtà che probabilmente da lui hanno attinto, come Alan Sorrenti, almeno per quel che riguarda certe strutture compositive. L’elemento da subito percepibile e che differenzia e distanzia questo Volo Magico n°1con l’esordio, è l’aver allargato lo spettro sonoro in cui muoversi e l’utilizzo di un parco strumenti parecchio più ampio ne è la diretta conseguenza, oltre che presumibilmente l’unico modo per avvicinarsi ai pensieri che Rocchi stava maturando. Inoltre è verosimile l’idea che la crescita dell’artista e dell’uomo, la consapevolezza di poter dire e fare, la voglia di osare, abbiano portato il cantautore ad incidere un disco così riuscito. 

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Si può sostenere che nei quasi 20 minuti dell’iniziale title track, che occupa ben metà disco, l’autore sviscera tutte le componenti che hanno contraddistinto la sua musica. Psichedelia, folk, rock progressivo, l’oriente a cui guardava con interesse e curiosità, si mescolano in un calderone eccitante, ipnotico,figlio dei tempi. Poi puoi andare dove vuoi, poi puoi essere come vuoi, poi puoi stare con chi vuoi, poi puoi prendere o lasciare, poi puoi scegliere di dare ... Diventa frase manifesto di questa lunga composizione, passo semplice, lineare, ma capace di spiegare al meglio cosa animava lo spirito di Rocchi e di una generazione che voleva esprimere i propri ideali con forza. Anche la successiva La realtà non esiste diventa da subito un attestato credibile dell’espressività di un’artista, che riesce in maniera essenziale e grazie al fine tocco di Pezza  al pianoforte a catturare e a convincere in un sol colpo pubblico e critica. Giusto amore non raggiunge lo status di evergreen come i primi 2 brani ma si contraddistingue per un lavoro d’insieme ben riuscito, anche se forse avrebbe beneficiato in fluidità se fosse stata un po’ meno lunga (supera i 10 minuti), visto che tende ad essere in alcuni frangenti un po’ ripetitiva. Ho sempre apprezzato la conclusiva Tutto quello che ho da dire, malinconico viaggio interiore in cui la voce di Rocchi si fa accompagnare dal Mellotron di Pezza, che accentua ancor di più il carattere criptico ed introspettivo di questo finale. 
Un album simbolo del cantautorato progressivo, un lavoro che Rocchi stesso cercò in qualche modo di riproporre con il successivo La norma del cielo (un’altra analogia con Sorrenti), non riuscendo a replicarne del tutto la bellezza e le felici intuizioni. (Luigi Cattaneo)

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venerdì 23 agosto 2019

GLINCOLTI, Terzo occhio/Ad occhi aperti (2019)


Tornano sul mercato Glincolti con Terzo occhio/Ad occhi aperti, 300 copie in vinile, con versioni live (tratte dall’album Ad occhi aperti) e qualche inedito, pubblicato dalla sempre attenta Go Down Records. Proprio il lato A è quello dedicato alla rappresentazione dal vivo, ripresa da un concerto del 2017 nel labirinto di Masone (Parma), con l’iniziale Nuvole che mostra da subito una band sempre più rodata, capace di dare il meglio di sé proprio su un palco. Sprigionato unisce psichedelia, jazz rock e progressive, Il medico calca la mano sull’eccentricità del progetto, mentre Marea, chiude con sicurezza la prima parte del lavoro. Il lato B presenta tre inediti, l’ottima Triporno con Sara B. dei bravi Messa, Ad occhi aperti e Insonnia, per un come back breve ma sicuramente interessante, capace di mostrare le solide trame strumentali del quintetto veneto formato da Roberts Colbertaldo (batteria), Andrea Zardo (basso), Alberto Piccolo (chitarra e slide), Alex Donazzan (chitarra) e Alessandro Brunetta (sax e tastiere). (Luigi Cattaneo)

Il medico (Video)



lunedì 19 agosto 2019

DEWA BUDJANA, Mahandini (2019)

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Ogni uscita di Dewa Budjana rappresenta una piccola sorpresa per gli appassionati che lo seguono da anni, soprattutto per le variabili di un suono che si evolve in base alla line up scelta, che muta album dopo album. Ovviamente parliamo sempre di fusion progressiva, qui “rivisitata” dalle mani d’oro di Jordan Rudess (tastiere) e Marco Minnemann (batteria) dei Dream Theater, da Mohini Dey al basso (Steve Vai, Guthrie Govan), da John Frusciante (Red Hot Chili Peppers) alla voce in Crowded (in cui suona anche la chitarra) e Zone, oltre che dal grande Mike Stern (chitarra in ILW) e Soimah Pancawati (voce in Hyang Giri). Il chitarrista indonesiano con Mahandini  sforna un nuovo grande capitolo della sua produzione, imbevuto di grandi melodie, parti mistiche, musica tradizionale e rock progressivo, un trademark che ha permesso a Budjana di avere una fanbase solida e internazionale. Dewa rinnova la sua capacità di muoversi dentro un sound capace di guardare al contemporaneo senza dimenticare le lezioni del passato, un jazz rock che non ha paura di contaminarsi in un crossover tra elementi differenti ma che finiscono per amalgamarsi nella poetica suggestiva del compositore. Anche in questo caso l’aver scelto con cura gli interpreti a cui affidare le parti ha portato ad un risultato molto buono, ennesima conferma del grande lavoro portato avanti negli anni da Budjana. (Luigi Cattaneo)

Queen Kanya (Video)