martedì 31 dicembre 2019

LIGHTPOLE, Dusk (2018)


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I Lightpole sono un quartetto nato nel 2015 e formato da Eug Iommi (voce), Claudio Marcozzi (chitarra e synth), Davide Tossici (moog, tastiere, piano e synth) e Dominguez Marcos (batteria e percussioni), dedito ad una psichedelia elettronica e dai forti contorni dark. Dopo due ep che hanno permesso loro di suonare tra gli altri con Il Teatro degli Orrori e Lili Refrain, è ora la volta del primo full, Dusk, edito dalla sempre attenta Overdub ed uscito nel 2018. Si tratta di un lavoro intrigante, particolare e ricercato nel suo voler combinare stimoli differenti, sempre con una buona dose di raffinatezza, che contraddistingue brani come What you leave back e Wakes, in cui l’utilizzo di strumenti ad arco (viola, violino e violoncello) dona una maggiore corposità all’insieme. Il voler contaminare ingredienti sonori è la base di partenza del progetto, scelta che colora l’ipnotica Samsara, così come Euphelia, due tra i momenti più suggestivi dell’intero debut. Le atmosfere care a certi gruppi del Nord Europa si amalgamano con la corrente dark inglese degli anni ’80, si fondono all’interno di un album notturno, intenso, capace di passare da toni plumbei ad altri maggiormente carichi di vitalità. Vigore e psichedelia si incontrano in The hucksters’ meal e The same old glory, senza dimenticare una certa spinta elettronica e aperture ambient dal sapore minimale, elementi che fanno di Dusk un’opera prima sicuramente interessante. (Luigi Cattaneo)



lunedì 30 dicembre 2019

XAVI REIJA, The Sound of the Earth (2018)


Uscito 1 anno fa, The sound of the earth è l’ultimo lavoro firmato da Xavi Reija, raffinato e trasversale batterista che abbiamo già apprezzato in altre produzioni targate Moonjune Records, tra cui Random Abstract in coppia con Dusan Jevtovic, incredibile chitarrista serbo che qui ritroviamo nella line up, completata dal mostro sacro Tony Levin al basso (Peter Gabriel, King Crimson, Stick Men) e dalla touch guitar di Markus Reuter (Stick Men, Crimson ProjeKCt, Centrozoon). Deep ocean è il muscolare inizio dell’album, capace di traghettarci nelle lande avanguardistiche tipiche di una certa fusion rock  dell’etichetta di New York, fatta di groove, stranianti parti di chitarra e ritmiche intricate. Le quattro parti della title track, centrali nello sviluppo dell’opera con i suoi quasi 50 minuti complessivi, sono l’apice creativo del quartetto, tra spettrali fraseggi ambient, complesse trame strumentali, psichedeliche tensioni, sfuriate progressive venate di dark, Kosmiche Musik di fine ’60 e una creatività che travalica i confini. Sulle ritmiche dispari di From darkness si sviluppa l’egregio interplay tra le due chitarre, Serenity è invece pura atmosfera, capace di abbracciare ispirate melodie, prima di Lovely place, che mostra ancora una volta le varie anime del progetto, con Jevtovic delicato protagonista a cui fa da contraltare il solo di Reuter. La conclusiva Take a walk  è il degno finale di un disco che chi ama certe sonorità, lontane dall’easy listening e vissute quasi come una sfida, vivrà come un’esperienza totalizzante. (Luigi Cattaneo)

Serenity (Video)



sabato 28 dicembre 2019

STINS, Through nightmares and dreams (2018)


Esordio per i giovani Stins, quintetto formato da Giulio Nencini (voce), Manuele Vuono (chitarra e tastiere), Lorenzo Matteuzzi (chitarra), Andrea Devoti (basso) e Andrea Del Francia (batteria), amanti dell’hard ‘n’ heavy a stelle e strisce, in un continuo gioco di rimandi tra l’esplosione ottantiana e alcune derive più moderne di fine anni ’90. La scelta di un sound piuttosto diretto e immediato appare ben calcolata e Through nightmares and dreams si lascia ascoltare con piacere per tutta la sua durata, con brani come Drowing into you o All I want che mostrano un certo potenziale, in bilico tra spunti melodici interessanti e riff distorti. L’asse tra le due chitarre e il buon supporto della sezione ritmica sono la base di partenza di un lavoro gradevole, con qualche punta estrema rappresentata da Billy goes to school, in cui pare di sentire una delle tante band nu metal e crossover che arrivavano a noi dall’America ad inizio 2000. Non mancano momenti più atmosferici come The chaser e Can’t let go, che mostrano un altro lato della band per niente trascurabile. La Red Cat punta ancora una volta su un gruppo toscano, regalandoci l’ennesima band da tenere d’occhio per il futuro. (Luigi Cattaneo)



Ride my skin (Video)


martedì 24 dicembre 2019

GRAMMLÒ, What? (2018)




Nati nel 2012, i Grammlò (Massimo Guzzetta alla voce e al flauto, Marco Carboni alla chitarra, Davide Contento alle percussioni, Gabriele Bertossi al basso, Giovanni Sala alla batteria e Tommaso Brillo alle tastiere) si sono fatti subito notare nell’underground milanese per la loro vivacità funky, contraddistinta da un tocco rock coinvolgente che mette insieme James Brown, i Jethro Tull e i Faith No More, influenze che traspaiono in What?, ep d’esordio uscito l'anno scorso. The Bill è l’avvio che mette subito l’ascoltatore sull’attenti, per via di un mood vivace e brioso, Bad day unisce il funky con un andatura rap, un po’ come facevano i Red Hot Chili Peppers fino ad inizio anni ’90, mentre la title track punge con una vena frizzante che conferma l’indirizzo musicale del sestetto. Ci avviciniamo alla conclusione dapprima con il pungente funky rock di Light off e poi con il finale di You know nothing, pezzo trascinante in odore di ‘70. Quindici minuti piacevolissimi, che danno solo un’idea delle qualità della band, ma le premesse per qualcosa di più corposo ci sono tutte. (Luigi Cattaneo)



lunedì 23 dicembre 2019

BENY CONTE, Il ferro e le muse (2018)



Musicologo, docente, compositore, scrittore, Beny Conte con Il ferro e le muse (alcuni brani di esso prendono spunto dal suo omonimo romanzo del 2016) omaggia la musica popolare della Sicilia, senza dimenticare i tanti cantautori che negli anni hanno flirtato con il jazz e la world music, da Sergio Cammariere al Fabrizio De Andrè di Creuza De Mä. In questo concept Conte, che si divide tra chitarra, basso, voce, tammorra e tamburello, viene aiutato da Alessandra De Luca al pianoforte, Giovanni Conte al pianoforte, al bandoneòn e alla fisarmonica, Gianluigi Fiordaliso al violoncello, Xohana Askushai alla viola, Francesco Marranzino al contrabbasso, Claudio Di Bucchianico all’oboe, Roberto Torto al clarinetto, Piero Delle Monache al sax, Andrea Giovannoli alla batteria e Muhssin Pizii alla chitarra e all’oud, un ensemble ampio e variegato in cui è davvero apprezzabile il lavoro di arrangiamento di Conte, elegante e sempre molto curato. Il respiro mediterraneo dell’opera è palpabile sin da subito e brani come Vitti ‘na crozza, la delicata L’isola di Buonagente e Malìa, sono lì a dimostrare le intenzioni espressive del palermitano, che pone una certa attenzione per la realtà sociale della sua terra d’origine. La scelta della lingua siciliana per la quasi totalità dell’opera risulta azzeccata, affascinante nel suo sviluppo sonoro, un tratto distintivo che è identità e recupero della tradizione. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)



domenica 22 dicembre 2019

GIORDANO FORLAI, Orso bianco (2018)


Giordano Forlai è un cantautore ligure che vanta una lunga carriera divisa tra band e attività in proprio, esperienze che lo hanno portato nel 2018 a pubblicare Orso Bianco, disco corale a cui hanno preso parte anche Andrea Maddalone (bravissimo chitarrista di La Leggenda New Trolls) e Roberto Tiranti (storica voce dei Labyrinth). La title track iniziale è il bel biglietto da visita, vicina ad alcune cose di Graziano Romani, Pagine mette in luce tutte le doti di Forlai e della sua band, con arrangiamenti raffinati e una cura per il testo davvero encomiabile. L’autore si mette a nudo in Sono qui, firma attimi di elegante pop con Sparami e L’altra parte di te, prima di Il viaggio, profondamente arricchita dal flauto di Edmondo Romano (Eris Pluvia e Ancient Veil, tra gli altri), dalla tromba di Mario Martini, dal trombone di Barbara Sorbara e dal basso tuba di Roberto Savaia. Nero è la delicata e disperata dedica di Giordano ad una persona che non fa più parte della sua vita, Acrobata, scritta insieme ad Aldo De Scalzi (compositore di colonne sonore e tra i fondatori dei Picchio Dal Pozzo), è uno dei momenti più suggestivi dell’intero album. Blu è un’intensa ballata, Che cosa siamo noi vede Tiranti (ai cori sugli altri brani) duettare magnificamente con Forlai, mentre Stare soli mi ha ricordato pagine dei Pooh. Il finale di Marta è una piccola perla, con la tromba di Martini che dona ancora più pathos ad una conclusione davvero emozionante. (Luigi Cattaneo)

Acrobata (Video)



sabato 21 dicembre 2019

PROMETHEO, D'un fuoco rapito, d'un giovane uomo, d'un amore insensato (2019)


Nati ben 11 anni fa, i Prometheo si sono sin da subito ispirati al mito del titano, celebre per il furto del fuoco agli dei olimpici, e al rock progressivo di Genesis e Banco del Mutuo Soccorso, scegliendo la forma del concept per narrare una storia che si perde nel mito e nella leggenda. D’un fuoco rapito, d’un giovane uomo, d’un amore insensato, realizzato anche grazie al supporto di Puglia Sounds, vede il quintetto formato da Andrea Siano (pianoforte, organo e synth), Andrea Tarquilio (voce), Alessandro Cellamare (batteria), Andrea Maddaloni (basso) e Alessandro Memmi (chitarra), dare vita ad un lavoro dove la preponderante anima prog si fonde con delicati passaggi folk in odore di Fabrizio De Andrè e Angelo Branduardi. Un esordio sicuramente interessante e che non potrà non suscitare curiosità per chi ama certe sonorità vintage, figlie dirette di Yes e P.F.M. Già l’artwork è in qualche modo, per la sua immaginifica vocazione, sinonimo di progressive e il contenuto di pezzi come Una prigione d’aria e Guerra dei Titani sono la dimostrazione dell’assoluto rispetto dei baresi per la grande stagione settantiana. La bravura tecnica della band ben si sposa con la capacità di scrittura e con testi, che visto l’argomento trattato, risultano ridondanti e da leggere con attenzione, la stessa che va posta ad un prodotto che pur non presentando variazioni sul tema risulta encomiabile e affascinante per tutta la sua durata. (Luigi Cattaneo)

Il ratto del fuoco (Official Video)



mercoledì 18 dicembre 2019

LA JANARA, Tenebra 2019)


Ritorno di altissimo livello per il quartetto La Janara, alfieri di un heavy cupo, fosco, che trae spunto tanto dall’esoterismo quanto da certe suggestioni magiche tipiche della stregoneria, con risvolti davvero inquietanti e misteriosi. Il fatto di arrivare dall’irpinia ha forse dato ancora maggiore sostanza al progetto, che riesce a unire suggestioni sabbathiane con una vena neofolk che a tratti mi ha ricordato alcuni capitoli dei grandissimi Corde Oblique, una materia plasmata in modo incantevole dal gruppo campano. Raffaela Cangero (voce), Nicola Vitale (chitarra), Rocco Cantelmo (basso) e Antonio Laurano (batteria), sono i cantori di Malevento, una Benevento dove le streghe incontravano il demonio per celebrare il sabba, dove Mater Tenebrarum, la strega primigenia, stringe un patto con Violante, protagonista combattiva di una storia di rabbia e sopravvivenza. Violante aveva un osso di capra è una nera ballata, la titletrack descrive l’affascinante calata verso l’oscuro come solo i maestri Death SS sanno fare, mentre Mephis è un omaggio alla Dea Mefite, guardiana del varco tra il mondo dei vivi e quello dei morti, a cui partecipa anche Alessandro Liccardo, chitarrista degli Hangarvain. Cera raggiunge un’intensità emotiva difficile da descrivere, che prosegue, anche narrativamente, con Il canto dei morti, in cui Violante arriva a profanare la tomba dell’amato in un atto di profonda necrofilia. La ruralità della tradizione contadina dipinge il ricordo di Volano i corvi, Giacomo Leopardi viene citato in Or poserai per sempre, con Violante che dopo il suicidio urla dall’oltretomba il suo dolore, con la band sostenuta dalla voce di Giulian dei black metallers Scuorn (oltre che da un nuovo solo di Liccardo). Ver sacrum è la conclusiva celebrazione (a cui partecipa Alessio Cattaneo degli Onryo al basso), un inno che non fa altro che confermare la grandezza di una band in stato di grazia. Un’ultima nota per la presenza alle tastiere, al piano e alle orchestrazioni di Riccardo Struder degli Stormlord, che dona un’ulteriore aurea ombrosa a tutto l’album. (Luigi Cattaneo) 

Malevento (Video)



lunedì 16 dicembre 2019

PAOLO SIANI, No much regret (singolo 2019)

Disponibile gratuitamente il nuovo brano No Much Regret di Paolo Siani. L'artista mette a disposizione dei propri fan il nuovo componimento che dona vita all'inedito percorso artistico intrapreso.
E' finalmente disponibile in versione completamente gratuita il nuovo brano del tutto inedito di Paolo, ex storico componente della Nuova Idea, che in veste di polistrumentista ha dato vita ad un progetto che evolve il proprio sound, associando al rock progressivo orchestrazioni e alimentando la componente strumentale tanto cara ai gruppi che hanno fatto la storia del settore.
No Much Regret, questo il titolo del brano, ci mostra un Paolo Siani in forma artistica smagliante, che concentra in poco meno di sette minuti l’essenza del nuovo percorso artistico. Il brano è attualmente fruibile su Youtube, associato a immagini, anche in questo caso inedite, che Paolo Siani teneva conservate in un cassetto ed ha
estratto per l’occasione.
Hanno preso parte al progetto Marco Biggi con la MB’ Studio Genoa, Elena Voiello al violino, Alex Siani con il Pitea Studio di Brighton ed infine l’Abbey Road Studios di Londra.

No much regret (Video)


OVUNQUE, C'era una volta ovunque (2018)


Interessante esordio per gli Ovunque, duo formato un paio di anni fa da Federico Gioacchino Uccellani (chitarra) e Jacopo Baldinelli (batteria), che in otto pezzi, roboanti e carichi di elettricità, mette in fila carica rock, incursioni nell’indie e blues psichedelico dal sapore vintage. Devo dire che ho trovato il sound complessivo da subito convincente e l’iniziale Ragno, settantiana nell’animo, mette subito in luce l’alto potenziale della band, tra ritmiche corpose e deraglianti distorsioni. Spigoli fa invece un salto nel rock alternativo dei ’90, con Uccellani che si diverte in sfrenate scorribande chitarristiche, mentre La bestia appare leggermente più moderata ma ugualmente di grande efficacia. La lunga Maledetta riesce ad unire hard e psichedelia, l’inquieta 18 soffi anticipa Un luogo asciutto, episodio vicino ad alcune pagine di Jimi Hendrix. Gnu 2 e Io non porto cappelli blu sono la degna conclusione di un debutto ispirato ed energico per tutta la sua durata. (Luigi Cattaneo)     


Qui di seguito il link per acquistare e ascoltare l'album

https://ovunque.bandcamp.com/releases

MATA, Archipel{o}gos (2019)


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La storia dei Mata è legata ai Nevroshockingiochi, in quanto i tre membri, Alessandro Bracalente (elettronica, chitarra e voce), Mauro Mezzabotta (basso e synth) e Emanuele Sagripanti (batteria e elettronica), provengono proprio da quel progetto sperimentale, votato alla decostruzione sonora, trademark anche di questo Archipel{o}gos. Nati quattro anni fa, hanno all’attivo un ep, Atam, una suite in 4 movimenti che metteva in luce le tante idee del terzetto, che con il nuovo disco hanno trovato forza tramite un suono ancora più aggressivo, un mantra elettronico infernale, un trip viscerale nei meandri oscuri di pensieri che diventano concreti tramite brani come Message no. 11 e M&D. Noise, industrial e un approccio free alla materia caratterizzano un percorso in cui ritroviamo sicuramente i Coil, un’influenza sviluppata giocando molto su una sorta di contrastante tribalismo tra grancasse elettroniche e acustiche. In the pool, The block ma anche la conclusiva Message no. 29, sono un viaggio trasversale nel buio, una incessante e greve ricerca, fatta di soluzioni ardite e disturbanti. (Luigi Cattaneo)



sabato 14 dicembre 2019

GOODBYE, KINGS, A moon daguerreotype (2019)


Terzo disco in studio per i Goodbye, Kings, band attiva dal 2012 e dedita ad un post rock influenzato da Godspeed You! Black Emperor e Tortoise. Uscito a maggio di quest’anno, A moon daguerreotype è un lavoro strumentale affascinante, che si contraddistingue per l’utilizzo di una strumentazione ampia e differenziata, che dona un interplay capace di sfumature e soluzioni variegate. Davide Romagnoli (chitarre), Matteo Ravelli (batteria e synth), Luca Sguera (piano, tastiere e synth), Riccardo Balzarin (chitarra), Luca Allocca (chitarra), Francesco Panconesi (sax) e Alessandro Mazzieri (basso), hanno un approccio caldo alla materia, firmando quella che somiglia tanto ad una colonna sonora, un film immaginario che omaggia la nascita della fotografia e l’impatto che ha avuto sull’esistenza stessa dell’uomo. La bravura dei milanesi sta nella capacità di evocare situazioni, visioni, complice anche una delicata vena ambient, che si sviluppa in pezzi molto costruiti, pieni di spunti improvvisi e ragguardevoli. Ne sono esempio lampante i 15 minuti della title track, la psichedelica The ancient camera of Mo Zi e l’inquieta Giphantie, pezzi che da soli bastano per distinguere i lombardi nella ricca scena post rock italiana. (Luigi Cattaneo)

Drawing with light (Video)


lunedì 9 dicembre 2019

DION BAYMAN, Better days (2018)


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Connubio vincente quello tra Dion Bayman e la nostrana Burning Minds, perché l’AOR dell’australiano si sposa perfettamente con il rooster della specializzata etichetta. Better days, uscito nel 2018, è un lavoro immediato, di grande appeal radiofonico e ne sono esempio splendidi pezzi come Rise and Fall o Ready for the real thing, davvero convincenti. La title track e The best times of my life continuano un percorso netto, fatto di pezzi fruibili e altamente godibili, in cui Bayman, oltre che cantare, si destreggia ottimamente suonando tutti gli strumenti presenti. Tra composizioni che non disdegnano vagiti pop di classe, accoglienti melodie, delicate ballate e chorus magistrali, si sviluppa un ritorno catchy e grande impatto. (Luigi Cattaneo)

Pieces (Video)



domenica 8 dicembre 2019

I VIAGGI DI MADELEINE, I viaggi di Madeleine (2019)


I Viaggi di Madeleine
Chi è Madeleine? Madeleine rappresenta l’anima adolescente che, nonostante tutto il marcio, resiste cercando di rimanere intatta. L’interessante premessa pone l’obbligo di avere una certa attenzione verso questo esordio della band di Lecce I viaggi di Madeleine, terra che non è mai salita agli onori della cronaca progressiva se non per alcune rare eccezioni (possiamo citare i riscoperti Corpo e i contemporanei Abash ad esempio). Francesco Carella (voce, tastiere e basso synth), Giuseppe Cascarano (chitarra) e Giuseppe Quarta (batteria), si incontrano nel 2015 e iniziano da subito a comporre il materiale di questo validissimo esordio, un concentrato di Balletto di Bronzo e Le Orme, che la formazione triangolare suggerisce, ma anche un certo amore per l’hard prog, con fraseggi spesso taglienti e aggressivi. I cinque pezzi presenti sono tutti piuttosto lunghi, stratificati e con le varie influenze del trio che emergono attraverso sviluppi molto coinvolgenti, con l’iniziale Kamaloka che si pone come anello di congiunzione tra il rock settantiano e l’immaginario dei Goblin. Contrappunti d’autunno smorza invece i toni plumbei, attraverso una delicata linea melodica che tradisce un certo romanticismo art prog, mentre Gods of distant worlds è più vicina al progressive rock dei maestri inglesi. Il viaggio ha una vena psichedelica maggiormente accentuata rispetto a quanto sinora ascoltato, prima della conclusiva Mendicante, composizione sontuosa divisa in sette atti che si sviluppa tra prog, psichedelia e jazz rock, forte di scenari sognanti e suggestivi, che traspaiono in toto da un debutto sì derivativo ma capace di esprimere con passione la forza delle idee. (Luigi Cattaneo)

Mendicante (Video)



sabato 7 dicembre 2019

KAMION, Gain (2019)



Nati nel 2014 da un’idea di Paolo Semenzin (chitarra) e Davide Pattarello (chitarra), i Kamion prendono definitiva forma con l’ingresso in pianta stabile di Edoardo Fusaro (voce), Daniele Breda (batteria) e Enrico Lux (basso). Gain è un esordio a cavallo tra il suono viscerale della Black Label Society e quello di matrice thrash metal dei Machine Head, con l’interplay tra le due chitarre che va a formare un muro di suono incessante, un martellamento di trenta minuti circa che praticamente non conosce cali. Potenza, rabbia e cura per la costruzione di strutture tanto abrasive, quanto efficaci melodicamente, rilevano le ottime capacità del quintetto veneto di bilanciare le componenti, con pezzi come Queen of hate o Jungle che uniscono forza heavy e groove di spessore. Riff distorti, ritmiche decise e una voce sicura del fatto suo sono le certezze di un debutto solido e compatto. (Luigi Cattaneo)

Gain (Full Album)




venerdì 6 dicembre 2019

B-RAIN, Echoes from the undertow (2018)


Uscito nel 2018 per Lizard Records, B-Rain è un progetto di Davide Guidoni (Daal, Taproban, Pensiero Nomade), che ha trovato forma nell’esordio Echoes from the undertow, in bilico tra elettronica, new age e ambient, in cui il compositore si è diviso tra tastiere, percussioni e samplers. L’album è un distillato di visioni, decisamente greve, in cui il paesaggio misterioso ed evocativo posto sull’artwork suggerisce il contenuto del prodotto, una soundtrack ideale della cupa attualità in cui viviamo. Far from the madding crowd è una sorta di introduzione, un inizio piuttosto cinematografico e in parte vicino ad alcune opere di Angelo Badalamenti. Lakeshore è puro sinfonismo elettronico, dal passo oscuro e desolante, complice anche Steve Unruh (The Samurai of Prog) al violino e al flauto di bamboo, invece Overwhelming è molto new age e risulta meno coinvolgente. La title track e The cold time of solitude sembrano uscite da una colonna sonora dei ’70, con la tromba di Luca Pietropaoli (Fonderia) e le tastiere di Alfio Costa (Daal, Prowlers) che contribuiscono al clima notturno e romantico della prima, e la chitarra di Roberto Vitelli (Ellesmere) che dona il suo contributo nella psichedelica malinconia della seconda. La lunga suite di venti minuti, Descending mist (in cui troviamo di nuovo Costa e Vitelli), è la sintesi delle varie influenze di Guidoni, che finisce per citare (più o meno volontariamente) Mike Oldfield, David Sylvian, Brian Eno e in parte Claudio Rocchi di Suoni di frontiera, oltre che il Battiato dei primi lavori. La conclusiva Homeward bound, con Salvo Lazzara (Pensiero Nomade) alla chitarra e all’ehru e Vincenzo Zitello (Pensiero Nomade) alla viola e al violoncello, è la piccola perla finale di un album da assaporare senza nessuna fretta. (Luigi Cattaneo)

Homeward bound (Video)  



giovedì 5 dicembre 2019

ALESSANDRO ALAJMO, Firenze Mare Blues (2019)


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Esordio da cantautore per Alessandro Alajmo, dopo l’esperienza come chitarrista degli Underfloor e quella in studio per l’album Biancoinascoltato di Chiara White. Firenze Mare Blues è un lavoro dove il toscano ha raccontato i cambiamenti, gli avvenimenti di una vita, episodi ora più semplici, ora più introspettivi ma sempre narrati con leggerezza e grazia. I pezzi, nati tutti in versione voce e chitarra, sono accompagnati dal basso di Guido Melis (co-produttore insieme ad Alajmo stesso) e dalla batteria di Andrea Del Francia, oltre che da una serie di ospiti presenti su tutto il lavoro. L’astronauta è la delicata apertura del disco, con Giulia Nuti alla viola e Simone Milli al rhodes e all’hammond, che completano un quadretto armonioso e che mi ha ricordato qualche pagina di Fabio Concato. Il rock di Lebowski è contraddistinto dalla chitarra solista di Alessandro Abba, Il geco invece ritrova le tastiere di Milli, un momento fresco e molto gradevole. Un rock cantautorale alla Neil Young vibra in Notturno on the beach, prima della vena agrodolce di Settembre (abbellita nuovamente dalla Nuti) e di L’estate del 2001, poco convincente e piuttosto prevedibile. Meglio il blues venato di r’n’r della titletrack, con la chitarra di Giacomo Ferretti, mentre si tinge di pop Vagamente io e te. Violino e viola (sempre della brava Nuti) caratterizzano la conclusiva L’ora più buia, romantico finale di un album scorrevole e che si lascia ascoltare con piacere. (Luigi Cattaneo)

Il geco (Video)



domenica 1 dicembre 2019

GARAGEVENTINOVE, Il male banale (2018)


Attivi da quasi trent’anni, i GarageVentiNove sono un quintetto formato da Patty Esse (voce e tastiere), Brian K (voce e tastiere), Ermanno Monterisi (chitarra), Claudio Fusato (basso) e Ciccio Nicolamaria (batteria e tastiere), che riesce con il nuovo Il male banale a fondere la canzone d’autore dal sapore esistenzialista di Andrea Chimenti, la new wave dei primi Litfiba e Underground Life e alcune asprezze dei CSI. Caratteristiche che permeano il disco sin da subito, con l’iniziale Hannah A. che delinea il percorso, seguita dalle sofisticate trame di Labirinti silenti e dalla oscura Guarda un po’ più in là. La new wave di inizio ’80, che una discreta fortuna ebbe anche in Italia, si materializza in Nervo scoperto, prima dei brani in inglese, Down the river, Unwise gods e Ocean, che avrebbero tutte le carte in regola per  essere apprezzate anche all’estero. Pure i restanti brani mostrano la capacità dei lombardi di raccontare, tra visioni cupe e fieri assalti post punk, con la voglia e la passione che ancora contraddistinguono una band in pista dal 1991. (Luigi Cattaneo)

Kali Yuga (Video)



CONCERTI DEL MESE, Dicembre 2019

Domenica 1
·Hollowscene + Macchina Pneumatica a Milano

Lunedì 2
·Archive a Bologna

Martedì 3
·Archive a Roma
·PFM a Milano

Mercoledì 4
·Archive a Milano

Giovedì 5
·PFM ad Ancona

Venerdì 6
·PFM a La Spezia
·RanestRane a Ferrara
·Agusa + The Trip a Moncalieri (TO)
·Sophya Baccini a Cardito (NA)

Sabato 7
·PFM a Frosinone
·Agusa + Cellar Noise a Milano
·Patrizio Fariselli a Piangipane (RA)
·Il Babau & Maledetti Cretini a Osnago (LC)

Martedì 10
·PFM a Genova

Giovedì 12
·Marillion a Roma
·Lingalad a Provaglio d'Iseo (BS)
·Monkey3 a Segrate (MI)

Venerdì 13
·Marillion a Padova
·PFM a Legnano (MI)
·Voivod a Cervia (RA)
·Sophya Baccini a Milano

Sabato 14
·Banco a Martina Franca (TA)
·La Batteria a Bologna
·Ellesmere a Roma
·Juri Camisasca a Palermo

Domenica 15
·PFM a Saint Vincent (AO)
·Arturo Stàlteri a Ravenna


Martedì 17
·PFM a Marsala (TP)

Mercoledì 18
·PFM a Catania

Giovedì 19
·Ian Anderson a Pordenone

Venerdì 20
·PFM a Reggio Emilia
·Aliante a Livorno
·Ian Anderson a Parma
·Fungus Family a Genova
·Trewa a Erba (CO)

Sabato 21
·PFM a Campobasso
·Ian Anderson a Ferrara
·Old Rock City Orchestra a S. Venanzo (TR)

Domenica 22
·FixForb a Castegnato (BS)
·La Batteria a Segrate (MI)

Venerdì 27
·D-Yes-is a Lugagnano (VR)
·PFM a Lecce

Sabato 28
·PFM a Cittanova (RC)
·Juri Camisasca a Ragusa
·Napoli Centrale a Boscotrecase (NA)
·Plurima Mundi a Roma

mercoledì 27 novembre 2019

LIQUID SHADES, Locked exit (2019)




Ispirato da una fotografia, Locked exit è il secondo album dei Liquid Shades, band formata da Diego Insalaco (chitarra, tastiere e synth), Marco Gemmetto (voce e chitarra), Paolo Felletti (basso e voce), Lorenzo Dotto Checchinato (sax, corno, percussioni e voce) e Filippo Avanzi (batteria), che mi aveva impressionato nel precedente Reaching for freedom, una delle migliori uscite di prog italiano del 2017. Le atmosfere del disco d’esordio vengono sostituite da sonorità più dirette, complice anche qualche cambio in line up, con la scrittura che predilige un approccio greve, aspro, che ben si sposa con i temi trattati dai ferraresi (lo smarrimento individuale dei nostri tempi, un certo distaccamento dalla realtà). Difficile stabilire se questo sia un disco più o meno riuscito del precedente, sicuramente ci troviamo dinnanzi a qualcosa di differente ma che si assesta comunque su livelli più che buoni, con le classiche citazioni del progressive rock nostrano dei ’70 (Lontano da tutto, La via del grande fiume) filtrate attraverso la sensibilità di musicisti molto preparati. L’aurea che permea pezzi come Ozymandias o Wasting myself è quella di una band che riesce a risultare contemporanea e mai troppo demodè, pur ispirandosi ad un genere nato cinquant’anni fa, segno della bravura di un quintetto che, pur mutando pelle, riesce a confezionare un prodotto ancora una volta di sicuro interesse. (Luigi Cattaneo)

Insomnia (Video)  



lunedì 25 novembre 2019

OVERKIND, Acheron (2019)


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Nati dallo scioglimento dei Fatal Destiny (parlammo del valido Palindromia proprio da queste pagine), gli Overkind (Andrea Zamboni alla voce e al piano, Riccardo Castelletti alla chitarra, Filippo Zamboni al basso e Nicolò Fracca alla batteria) portano avanti un discorso che poggia su solide basi prog metal (Dream Theater) ma contaminato dall’alternative (Alter Bridge, Hoobastank, Audioslave). La voglia di non avere dunque particolari vincoli stilistici dipinge Acheron, un lavoro creativo e che si ispira alla Divina Commedia, un concept forse abusato (basti pensare alla trilogia dantesca dei Metamorfosi, allo storico The divine comedy dei Black Jester o al più recente omaggio all’opera di Alighieri degli Starbynary) ma che i veronesi hanno attualizzato con consapevolezza. Il crossover proposto risulta coeso oltre le più rosee aspettative, una riuscita miscela sostenuta non solo dalle evidenti doti tecniche del quartetto ma anche dalla capacità di scrivere pezzi che si imprimono grazie a spunti melodici di rilievo. Il metal prog di Anger fades, le delicatezze di Hollow man’s secret, il grandeur di My violent side, sono solo alcuni esempi della tanta carne al fuoco posta dai veneti, bravissimi nell’oscillare con naturalezza tra spinte progressive e umori del rock made in USA. (Luigi Cattaneo)

Flames (Video)



venerdì 22 novembre 2019

OPRA MEDITERRANEA, Isole (2019)


Arrivano al debutto gli Opra Mediterranea (Mattia Braghero alla voce, Federico Ferrara alla chitarra. Lorenzo Morelli al basso, Manuele Mecca alla batteria e Michael Aiosa alle tastiere), gruppo toscano che con Isole firma un lavoro intriso di rock progressivo e cantautorato, figlio sia dei ’70 di Premiata Forneria Marconi e Maxophone, quanto accostabile a quello di realtà contemporanee come Il Tempio delle Clessidre o The Forty Days. Il disco è estremamente raffinato, sia quando le trame diventano più accessibili, come nel caso del singolo Numeri primi, sia quando la band tocca le corde della malinconia, con Oceano mare su tutte, davvero emozionante. Ovviamente anche le composizioni più progressive, l’ottima titletrack e la conclusiva Frammenti di una via distesa tra la terra e il mare, mostrano la grande capacità degli empolesi di gestire complessità strutturali e ariose melodie, tra tempi dispari, incisivi interplay tra Aiosa e Ferrara e sinfonismi classici. Gli Opra Mediterranea sono l’ennesima conferma del florido sviluppo della scena progressiva italiana, sempre più ricca di realtà interessanti e che meriterebbero senz’altro di più in termini di notorietà e successo commerciale. (Luigi Cattaneo)

Isole (Video)





mercoledì 20 novembre 2019

BE A BEAR, Martin doesn't agree (2019)

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Martin doesn't agree è il nuovo ep di Be A Bear, pubblicato il 21 ottobre per Il Piccio Records. 

Filippo Zironi, aka Be A Bear, è l’orso bolognese con l’iPhone, il primo artista nella discografia italiana ad utilizzare l’iPhone per comporre, registrare, mixare e quindi produrre per intero la propria musica. 

Ci eravamo già occupati di lui in occasione dell'uscita del gradevolissimo Climb your time, ma evidentemente l'artista emiliano non riesce a non produrre e qui ci propone 4 pezzi fluidi, probabile assaggio di quello che sarà il suo percorso futuro.

Di seguito il video della title track, unico pezzo già edito (proprio in Climb your time)


LEADTOGOLD, I (2018)


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Una gradevole scoperta questi LeadtoGold, trio formato da Sebastiano Longo (voce, chitarra, synth e basso), Giulia Serra (voce e synth) e Sergio Longo (batteria), autore di un trip-hop accostabile a FKA twigs e Röyksopp. L’elettronica, anche pop, dei siciliani, ha una certa dose di raffinatezza, oltre che un songwriting ispirato per tutta la sua durata, confermando quanto di buono era emerso nell’ep Less is more del 2015. Pezzi come Ebony o Who get around suonano floridi di idee, estremamente piacevoli e molto attuali, un crocevia fra band tout court e producer. Melodie significative vengono spesso sostenute dal lavoro dei synth, in un risultato complessivo dal discreto fascino, capace di poter sicuramente conquistare coloro che hanno apprezzato artisti contemporanei come Erio e Be a Bear. (Luigi Cattaneo) 

2.57 (Video)


martedì 19 novembre 2019

UNIMOTHER 27, Crysalis (2019)


Settimo album per gli Unimother 27, progetto di Pietro Ranalli (conosciuto anche per la sua militanza negli Areknames) di cui abbiamo parlato per gli ultimi due dischi, il più riuscito Fiore spietato e l’interlocutorio AcidoXodica. Ranalli (chitarra, basso, voce e synth), si fa accompagnare da Mr. Fist (batteria), in un continuo rincorrersi tra space, kraut, psichedelia e blues hendrixiano, che sono alla base anche del nuovo Crysalis, sicuramente interessante e decisamente curioso. Si parte con Miseries are lost in the immense desert of wisdom, pezzo che apre il lavoro e che ci proietta nel mondo Unimother 27, complice anche il cantato di Ranalli, più presente che nel recente passato. La psichedelia di fine ’60 fa la sua comparsa in Smell of the holy, mentre è più bluesy e accostabile alla Edgar Broughton Band The prisoner, una sezione centrale che mostra tutte le caratteristiche peculiari dell’album. Flow of universal becoming sposa la causa dello space rock e del kraut (d’altronde Ash Ra Tempel e Tangerine Dream sono tra le influenze più significative e presenti), prima della conclusiva suite Metamorphosis, venti minuti in cui troviamo sicuramente spunti interessanti ma anche passaggi poco fluidi, che forse una durata più breve della composizione avrebbero evitato. Più compiuto rispetto all’onirico AcidoXodica, Crysalis è un lavoro trasversale come nella tradizione Unimother 27 e conferma la bontà delle idee in possesso di Ranalli. (Luigi Cattaneo)

Album Teaser



sabato 16 novembre 2019

DEUT, A running start (2019)



Sotto il monicker Deut si cela Giuseppe Vitale (voce degli U BIT), che qui si allontana dal synth pop della band madre e sposa sonorità acustiche molto intime. Già la foto di questo ep dice tutto, un uomo, a piedi scalzi, con la sua chitarra. A running start è un nuovo inizio, un percorso vergine scevro di orpelli e sovrastrutture ma che può far comunque pensare ad alcuni cantautori come Glen Hansard o Damien Rice. Scritto di getto dal bravo Vitale, i pezzi sono esattamente quello che si pongono di essere, ossia l’istantanea di un attimo creativo, nella sua più pura semplicità, caratteristica che diviene peculiare anche quando l’autore si fa accompagnare dal basso di Alessandro Messina o dai synth di Emiliano Bagnato, elementi funzionali alla narrazione del lavoro. Il senso di attesa e frustrazione che pervade il breve album è la spinta creativa di brani sentiti e intensi, primo passo di un percorso che ha tutte le carte in regola per progredire e durare nel tempo. (Luigi Cattaneo)

Shadows of the night (Video)





giovedì 14 novembre 2019

CAGE, Images (2019)


Di fresca pubblicazione, Images è il nuovo disco dei Cage, band attiva negli anni ’90 con il nome Soundproof Red e che dopo diversi cambi di line up è giunta a questa definitiva incarnazione. Il rock progressivo, venato di una componente hard, è la base di partenza dell’album, un lavoro che unisce complessità strutturale con belle melodie dal sapore pop. Il percorso di Andrea Mignani (chitarra), Damiano Tacchini (piano e tastiere), Giulia Curti (seconda voce), Diletta Manuel (voce), Andrea Griselli (batteria) e Leonardo Rossi (basso) è ben chiaro e si dispiega lungo trenta minuti accattivanti e davvero gradevoli. Black hole è l’intro che presenta i temi successivi, una breve overture che conduce prima a Cage, un pop rock progressivo di grande impatto e poi a Drowning, leggermente più dura ma sempre molto accessibile. La title track si vela di malinconia, Julia’s dream è una ballata che ben rappresenta il nuovo corso dei carraresi, mentre Flow of time è il pezzo più heavy prog del disco, andando a ricordare certi fraseggi cari ai Dream Theater. Il prog invade anche Words, finale di un disco che ha il pregio di far apparire il cambiamento sonoro atto in seno alla band del tutto naturale, con i passaggi minimali ed elettronici che ben si sposano con quelli più duri, complice un songwriting sempre all’altezza e attento nel dosare i vari aspetti che contraddistinguono da sempre il progetto. (Luigi Cattaneo)

Flow of time (Video)



mercoledì 13 novembre 2019

LEDA, Memorie dal futuro (2019)



I Leda sono un quartetto formato da Serena Abrami (voce, synth e chitarra acustica), Enrico Vitali (chitarra elettrica, e-bow e voce), Mirko Fermani (basso) e Fabrizio Baioni (batteria), con la comune passione per l’alternative rock, la new wave e il cantautorato. Memorie dal futuro nasce proprio da questo background e ciò si evince sin dall’iniziale Ho continuato, ottimo esempio della poetica del gruppo. Le trame di Distanze prima e Pulviscolo poi appaiono venate di grunge, una tendenza che non dispiace affatto e che si sposa bene con le tematiche affrontate dalla band. Leggermente più immediata è Nuovi simboli, che però non perde affatto in carica e denuncia sociale, mentre Nembutal mostra anche qualche bella reminiscenza post. Tu esisti continua la ricerca di un fil rouge tra cantautorato colto e pulsioni rock, Assedio mostra invece la parte dura dei Leda e una certa carica live. La bravura della band sta anche in questa alternanza tra momenti aggressivi e altri decisamente pacati, come in Deriva, in cui fa la sua comparsa il violoncello di Giuseppe Franchellucci. La nostalgia si impadronisce di Icaro, mentre Solchi, con il suo incedere battagliero è l’anticamera del piccolo capolavoro narrativo Il sentiero, malinconica traccia cantata dalla Abrami in coppia con Marino Severini dei Gang e abbellita dalle note di Franchellucci, oltre che da un testo veramente commovente. I Leda con questo album firmano un lavoro solido e raffinato, confermando come l’underground italiano sia vivo e vegeto e sappia produrre band di assoluto talento. (Luigi Cattaneo)

Ho continuato (Official Video)



sabato 9 novembre 2019

THE WAY OF PURITY, The majesty of your becoming (2015)


Risale al 2015 The majesty of your becoming dei The Way of Purity, band che fino ad allora si muoveva in territori deathcore (ne sono esempio Crosscore ed Equate) e che con questo album tentò la carta di un rock elettronico dai connotati ora più dark ora più metal. Il nuovo ingresso della brava Kirayel alla voce spostava l’equilibrio verso un suono che finiva per ricordare Lacuna Coil e L’ame Immortelle, un crossover d’intenti che dimenticava l’estremismo sonoro precedente e il deragliante growl che caratterizzava la produzione del gruppo fino a quel momento. Accessibilità che finiva comunque per creare un lavoro piacevole, che si lasciava ascoltare per tutta la sua durata, con qualche sussulto più riuscito che riusciva ad innalzare la qualità media complessiva, come nel caso dell’immediata Tide o dell’iniziale Dare to be yourself, che metteva subito in chiaro la nuova direzione stilistica della band. L’alternative metal si impadronisce di episodi come la title track e Disfigured by karma, mentre Equate viene omaggiato con una nuova versione di Eleven, prima delle buone trame di From the nest to the grave e Noah. Il gruppo, che fa parte dell’Animal Liberation Front, sta tornando con il quarto album, Schwarz Oder Rot, ancora pubblicato per la Wormholedeath. (Luigi Cattaneo)

The roots of evil (Video)




DANIELE BRUSASCHETTO, Flying stag (2019)


Attivo da ben trent’anni, Daniele Brusaschetto ha iniziato la sua carriera alla fine degli anni ’80, suonando nel tempo in varie formazioni thrash e death metal, senza disdegnare di incrociare il suo cammino con band noise e industrial e di collaborare con Paolo Spaccamonti (da queste pagine parlammo di Torturatori, disco in coppia con Paul Beauchamp) e OvO. Nel caso di Flying stag (registrato insieme ad Alberto Marietta, batterista potente e dinamico) vengono fuori tutte queste influenze, con Daniele molto bravo nel dividersi tra chitarra e canto e rimarcare come alcuni gruppi (Voivod, Prong, Godflesh) siano stati importanti per la sua crescita artistica. Granitico e aggressivo per tutta la sua (breve) durata, l’album ha la forza per omaggiare il passato e contemporaneamente stare con i piedi piantati nel presente e ne sono esempio lungimirante episodi come Like when it’s raining outside o Otherwhere, perfette per illustrare le coordinate di un progetto fresco e credibile. (Luigi Cattaneo)

Flying stag (Full Album)



venerdì 8 novembre 2019

BLOOD THIRSTY DEMONS, ... in death we trust (2019)

Il metal underground vive di gruppi che dopo decenni di attività o molteplici incisioni ancora sostano in un sottobosco da cui spesso non riescono ad emergere, divenendo col tempo band di culto e magari di riscoperta con gli anni. I Blood Thirsty Demons (attivi dal 1997), one man band di Cristian Mustaine (membro anche degli Human Degrade), sono da annoverare probabilmente in questa categoria, per via di quel fascino arcano che produzioni di questo tipo hanno nel proprio DNA.
… in death we trust è puro horror metal, arcano e suggestivo, un viaggio nella morte, tra heavy ottantiano, doom e dark, un trip che evoca gli incubi dei Mercyful Fate e le visioni dei Death SS di Heavy Demons e Black Mass, forse l’influenza maggiore di questo lavoro. Ne è esempio l’iniziale I’m dead!!, che indirizza subito il disco verso i canoni accennati, con le seguenti My last minute e … In death we trust che risultano drammatiche e fortemente oscure. Message from the dead è invece più classicamente heavy, prima della misteriosa The only road e Cry on my tomb, un drappo nero calato sugli occhi di chi ascolta. Il buio avvolge anche Killed by the priest, seppure con un indole decisamente metal, nonchè la conclusiva … My soul to take, 14 minuti sulfurei, una cavalcata ossessiva che sigilla un graditissimo ritorno a tinte fosche. (Luigi Cattaneo) 








martedì 5 novembre 2019

SEVENTH GENOCIDE, Svnth (2018)


Ep di altissimo livello per i Seventh Genocide (Rodolfo Ciuffo al basso e alla voce, Stefano Allegretti alla chitarra elettrica e acustica, Jacopo Gianmaria Pepe alla chitarra elettrica e Valerio Primo alla batteria), utilissimo soprattutto per coloro che non conoscono la band e che possono, in circa trenta minuti, capire l’indirizzo stilistico e la bravura dei romani. Il loro black metal, fortemente malinconico e imparentato con psichedelia e prog, può apparire ad un primo ascolto come un calderone di influenze poco legate tra loro, errore che solo un approccio distratto induce, poiché il quartetto ha invece la capacità di far coesistere dentro i brani più anime in modo fluido e creativo. Through woods and fire già chiarisce come il gruppo sappia maneggiare ambient, black e psichedelia, così come Clouds of desolation, oscuro e debordante esempio dell’arte dei Seventh Genocide (entrambi i pezzi erano presenti in demo di diversi anni fa). L’inedito Sleepless sposta l’asse verso un rituale progressivo nero pece, che prosegue con la conclusiva Martial eyes, in cui non mancano riferimenti all’heavy classico (anche questa arriva dal lontano passato della band). In attesa di un nuovo full (Towards Akina è del 2017), Svnth è un ep davvero pieno di idee e momenti suggestivi, ideale combinazione tra sulfuree melodie, bordate estreme e parti atmosferiche. (Luigi Cattaneo)

Sleepless (Video)



venerdì 1 novembre 2019

TRAMA, Oscure movenze (2018)


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A 20 anni da Prodromi di finzioni sovrapposte (allora uscito per la Mellow), tornano i Trama con Oscure movenze e con la formazione ora composta da Annalisa Accorsi (voce), Luca Scherani (tastierista molto presente nella scena prog italiana con La coscienza di Zeno, Hostsonaten e Periplo), Gabriele Guido Colombi (basso di La coscienza di Zeno e La dottrina degli opposti), Paolo Gaggero (batteria) e Lorenzo Loria (chitarra). Il progressive dei liguri è ancora sinfonico e questo album, uscito nel 2018 per Lizard, riannoda i fili con quel passato, guardando agli anni ’70 di Locanda delle fate, Banco del Mutuo Soccorso e Camel, senza dimenticare la lezione dei primi Marillion. Intro – oblio è l’overture del disco, ottimo nel presentare alcune caratteristiche del suono del quintetto, che poi prosegue con Anche se per poco, dove l’interplay tra Scherani e Loria è pressoché perfetto e delinea marcate melodie dal sapore vintage, sognanti e capaci di portare indietro nel tempo. Nota di merito però va data pure ad una sezione ritmica dal valore indiscutibile e alla voce della Accorsi, particolare e suggestiva, tratto distintivo dei Trama. Anche Il sottile equilibrio non si discosta da quanto ascoltato sinora, con Scherani maestro concertatore di un brano elegante e d’impatto. La title track ha qualche punta new prog, elemento che i Trama maneggiano ovviamente con padronanza, sfornando un altro episodio prezioso. Il viaggio è la suite finale (divisa in tre parti), summa del percorso sin qui intrapreso e sintesi di due decadi lontano dai riflettori ma vissute con passione e dedizione alla causa prog. (Luigi Cattaneo)

Il sottile equilibrio (Video)