venerdì 29 aprile 2016

Land of blue echoes, il ritorno di Marco Ragni

Abbiamo incontrato Marco Ragni, autore prolifico e passionale, che ci ha raccontato la nascita del nuovo album e i progetti futuri ...

Sono passati  due anni  dal  doppio  Mother from the sun, album di  cui parlammo proprio da  queste pagine, come è trascorso questo periodo e cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo album?

 

Il periodo tra il  mio precedente disco e Land of blue echoes è trascorso pensando quasi da subito alla  realizzazione di quest’ultimo. Avevo molte idee in testa e quasi da subito mi sono messo a lavorare. Avrei voluto suonare live molto di più, ma la situazione italiana non è delle più rosee e anche l’idea di un tour extra europeo è tramontata per problemi di budget. Così ho pensato ad elevare il mio livello di compositore e musicista e come fosse possibile fare un salto di qualità a tutti i livelli. In particolare il 2015 è stato un anno molto ricco di idee, conoscenze, nuove esperienze. Land of blue echoes è in effetti il mio miglior album per quanto riguarda la produzione e anche la musica ha fatto un salto di qualità.

 

Hai   un   suono  poco  italiano,   incidere   per  un’etichetta   americana influisce sul tuo modo di scrivere?

 

No, direi di no. Mi piace scrivere e suonare quello che più mi piace. Non  ho  mai  avuto un  sound italiano perchè in effetti i miei ascolti musicali sono sempre stati molto internazionali.

 

Prog, psichedelia, folk,  tutti  elementi  che contraddistinguono  la  tua proposta,  ma   allora   quali   e quanti  sono  i  riferimenti  della tua  vita musicale?

 

Principalmente sono un amante  della  psichedelia  anni '60, del progressive e di tutto quel sottobosco   definito “Indie” che comprende molti generi che non hanno troppi vincoli commerciali. Mi piacciono molto la black music e il funk.

 

Etichette  a  parte  il  tuo  songwriting  appare  molto improntato  sulla capacità  di comunicare  ed emozionare  chi  ascolta, è questo che ti porta al desiderio di comporre?

 

Scrivere musica è per me la più alta forma di libertà. Ogni volta che imbraccio una chitarra o suono qualsiasi altro strumento lo faccio perchè mi fa sentire vivo. E’ difficilissimo da  spiegare ciò che provoca in me la composizione. E’ una  marea di emozioni, miliardi di colori, luci  e ombre. Spero sempre che la mia  musica porti tutti gli ascoltatori in svariati mondi emozionali.

 

Nel nuovo Land  of blue echoes troviamo diversi  ospiti,  come hanno contribuito e che tipo di apporto hanno dato all’album?

 

Sentivo il bisogno di avere nuovi stimoli così ho coinvolto un po' di musicisti della Melodic Revolution Records e un paio di Stars che avevo conosciuto qualche tempo fa. Durga McBroom la corista dei Pink Floyd e di Gilmour e Fernando Perdomo chitarrista della Dave Kerzner Band e di molti altri tra i quali il mitico Todd  Rundgren e Beck. Ognuno ha contribuito in maniera decisiva mettendo la propria anima in quello che faceva e seguendo quello che era lo spirito di questo album. Ho lasciato piena libertà di espressione a tutti, a parte le melodie vocali di Durga che ho scritto appositamente per la sua voce. Sapevo che questa libertà avrebbe portato ottimi risultati. Sono molto soddisfatto del lavoro fatto. Spero che anche gli ascoltatori si lasceranno conquistare dalle melodie e  dalle armonie di questo disco in bilico tra passato, presente e futuro.

 

Come mai  hai  deciso di non avere una band fissa ma di registrare, divincolandoti tra più  strumenti, quasi in solitaria? Non  senti  mai  il bisogno di confrontarti con qualche altro musicista?

 

E’ una scelta artistica. Per anni mi sono dovuto accontentare di essere parte di qualcosa, non esprimendo mai a pieno le mie potenzialità e la mia voglia di sperimentare cose nuove. Non sono mai riuscito con una vera e propria band ad  avere il suono che avevo in mente così un giorno ho deciso che era meglio per me fare da solo ed eventualmente trovare dei bravi session man che mi potessero dare una mano dove io mancavo. Questa scelta ha fatto sì che io sia anche riuscito ad ottimizzare molto i tempi e a registrare 6 album in 6 anni, cosa impossibile con qualsiasi altra formazione io   abbia avuto. Avendo molti amici musicisti mi confronto spesso con loro, ma preferisco concentrarmi da solo per quanto riguarda la composizione. Ciò non  toglie che il desiderio di avere una band tutta mia sia sempre presente, magari solo per il live.

 

Non tutti conoscono la tua carriera, iniziata in realtà molti anni fa, ci vuoi fare una sintesi delle tue esperienze?

 

Ho iniziato a strimpellare la chitarra affascinato da Jimi Hendrix e a cantare ammaliato dai cori dei Beatles. Ho avuto la mia prima band a 17 anni, facevamo psichedelia molto sperimentale, inascoltabile! Poi dopo aver frequentato una sala prove della mia città sono entrato in contatto con tutto il sottobosco di musicisti che ne facevano parte e ho cominciato a scambiare informazioni cercando di carpire ogni piccolo segreto da chi era più bravo di me. Fin da subito mi sono reso conto che la chitarra non mi bastava e così mi comprai una tastiera e un multitraccia della fostex e iniziai a registrare i miei primi album. Suonai con gli Iaonsei per due anni, un prog italiano dalle tinte Barrettiane e nel 1990 - dopo una  serie di album autoprodotti - formai insieme ad un amico una band di Wave psichedelico i Deshuesada. Registrammo 2 album in studio, un live e suonammo per un  anno di fila in tutti i club del paese e in alcuni importanti festival. Poi dopo la grande abbuffata rimasi  un pò  in  silenzio fino ad approdare nel 1999 in una band di rock grunge italiano. Fu un momento di passaggio che però mi diede la consapevolezza per intraprendere la mia carriera solista che sarebbe  iniziata definitivamente nel 2008. Nel 2003 entro nei Mokers, un gruppo di funk psichedelico con i quali scrivo un disco e un EP nel 2004/2005. Da lì in poi tutta la mia produzione solista è fatta di 6 album, 2 Ep, 2 Live e una raccolta commemorativa dei miei  primi 20 anni di carriera.

 

Quali sono i tuoi ascolti attuali? C’è qualche novità che ti entusiasma o preferisci ripassare i vecchi classici?

 

Ascolto molto underground perché credo ci sia ancora voglia di sperimentare e perché c’è sempre qualche spunto interessante da far mio. Una band che mi ha entusiasmato dal vivo e che mi piace molto sono i texani Midlake. Niente male anche i War on drugs o Jonathan Wilson (che mi  piacerebbe avere nel prossimo disco!). Vado matto per i vecchi Ozric Tentacles, i Porcupine Tree fino a Lightbulb Sun e ovviamente non manco mai di farmi un salto dalle parti di Haight Ashbury per ascoltarmi i Grateful Dead o i Jefferson Airplane oppure nella Swinging London. Adoro anche tutta la black music. Invece non ascolto mai Heavy Metal e Hip Hop. Troppo duri per i miei gusti.

 

Che cosa ti aspetti da questo ultimo disco?

 

Non ho mai grandi aspettative quando faccio un disco. Cerco solo di migliorare il precedente o di fare qualcosa che possa soddisfarmi fino in fondo. Appena finisco un album ne ho già subito un altro in mente!

 

Ultima domanda: quante possibilità ci sono di vederti dal vivo con una band di supporto?

 

Ci sono ottime possibilità! C’è un progetto con sei musicisti di cui ancora non voglio parlare molto ma che vedrà la luce tra breve. Farò delle date anche quest’estate, prevalentemente acustiche o in trio. Poi in autunno spero ci saranno interessanti novità per quello che riguarda l’organizzazione di un tour europeo. Ci vediamo presto!


martedì 26 aprile 2016

SAILOR FREE, Spiritual Revolution part two (2016)


Attivi dal lontano 1991, tornano i Sailor Free di David Petrosino (voce, tastiere e chitarra), una band che ha fatto dell’eclettismo un vero marchio di fabbrica. La personalità a questa band non è mai mancata ma il nuovo Spiritual Revolution part 2 in tal senso è una vera e propria esplosione, con il progressive che incontra la psichedelia, l’oscurità di Nick Cave e l’eleganza algida di David Bowie e va a completare il concept iniziato nel 2012 (e che già abbiamo raccontato da queste pagine). Questo come back vede la partecipazione di nuovi musicisti e componenti storici (oltre a Petrosino troviamo Raimondo Mosci e Stefano Toni alla batteria, Alphonso Nini al basso, Stefano Barelli e Lorenzo Canevacci alla chitarra, Cecilia Amici alla voce e Stefano Ribeca al sax) e la strada intrapresa conferma come i Sailor Free non abbiano nessuna voglia di arenarsi all’interno di un’unica corrente, quanto più di prendere spunto da una certa matrice prog per poi espanderla verso altri confini. Quattro anni che sono serviti per compiere un ulteriore balzo in avanti, per maturare consapevolezza e cercare la propria via, fatta di soluzioni anche lontane tra loro. Dopo l’overture iniziale arriva l’ottima The maze of Babylon, un progressive moderno con Ribeca grande protagonista ma ben presto arriva la sorprendente The fugitive, un bellissimo pezzo tra psichedelia e dark rock. Amazing si muove sulla stessa falsariga, risultando affascinante ed eterea, così come davvero particolare è We are legion, ennesimo esempio di quante idee abbiano questi ragazzi. I Sailor Free hanno basi solide e che partono da un lontano passato ma non hanno paura di affrontare la modernità e ciò emerge da un altro grande brano, Special laws. Spiragli hard in About time (il pezzo che forse mi ha meno esaltato), prima del finale di Revolutionary soul, un dark wave imponente ed epico che chiude alla meglio l’avvincente storia narrata dai Sailor Free. (Luigi Cattaneo)

The fugitive (Video)

sabato 23 aprile 2016

Eros & Thanatos, il movie rock dei Syndone raccontato da Nico Nik Comoglio

Abbiamo colto l'occasione della nuova uscita dei Syndone, Eros & Thanatos, per incontrare il leader della band, Nico Nik Comoglio, per farci raccontare alcuni dettagli dell'ultima fatica e per farci un resoconto di più di vent'anni di carriera ...



Come è nata l’idea per il nuovo album e di cosa parla il concept?

Eros & Thanatos, il dualismo più antico della storia. Alcune riletture del Cantico dei Cantici fanno risalire il testo antico ad una raccolta di canti tradizionali della Siria, praticati nell'antichità durante le cerimonie nuziali. L'incontro casuale, un anno fa, con il testo sacro e le sue riletture ha la fortuna di aprire una porta segreta sulla riflessione tra i concetti di Amore e Morte, o Eros & Thanatos. Il tuffo in quel mare di passione, di gioia e dolore fa "contaminare le mani" con qualcosa di puro, e andando a fondo si arriva ad osservare le fratture di una terra attraversata nei secoli da fiumi di conoscenza e sofferenza. Proprio da questi solchi fioriscono poeti come Faraj Barjakdar e Mahmud Darwish, che con le parole sul dramma della prigionia e dell'esilio diventano fonte di ulteriore ispirazione per le liriche che insieme al Cantico nella rilettura di Ceronetti, hanno alimentato il fuoco generatore dell'album. "Tra le pieghe del tempo, sotto una coltre cieca di giochi di potere, la terra dell'acqua che brucia nasconde la cosa più pura, pura e incoerente come i sogni che generano sogni". Come nel Cantico non c'è una successione logica o temporale tra i brani, come tra i sogni appunto, se non una relazione tra la prima e l'ultima traccia, inizio e fine di un confronto tra l'autore e un indefinito interlocutore. Tra questi due punti si trovano le parole del Cantico, anche in ebraico, riferimenti a poesie del medio oriente, una lode alla purezza delle tensioni umane, alla loro disarmante sincerità, una preghiera laica, un'accusa a chi tutto questo piega con violenza per il bene di pochi.

Quali sono le caratteristiche di Eros & Thanatos? Ci dobbiamo aspettare qualche novità stilistica?

Sicuramente l’uso massiccio dell’orchestra; al di là degli ospiti illustri (Steve Hackett e Ray Thomas) e degli arrangiamenti più estremi (il suono del moog è acido e irriconoscibile a volte) è indubbio che la caratteristica più innovativa di quest’ultimo disco è l’orchestra d’archi. Essa ha dato un input in più al nostro sound e ha creato veramente, e finalmente, quel ponte immaginario tra la sonorità rock e classica che da tempo cercavo. Avevo bisogno di un suono aggressivo così ho fatto a meno delle viole: solo violini e violoncelli, neanche i contrabbassi (che suonano solo nella chiusa dell’ultima traccia e nelle parti più liriche prive di basso elettrico)… un suono grezzo e molto rock. Mi ricordai di una dichiarazione fatta da Lenny Bernstein a proposito dell’organico scelto per registrare West Side Story per la Deutsche Grammophon (nel lontano 1985) in cui rinunciò volutamente alle viole e fece suonare i celli in tessitura alta che ci assomigliano ma sono molto più aggressivi e molto più sonori. Questa è, secondo me, la vera svolta stilistica del nostro nuovo disco.

Ci sono degli aspetti del tuo songwriting su cui poni più attenzione e che quindi vengono maggiormente sviluppati nei Syndone?

Bè innanzitutto se parliamo di songwriting parliamo di musica che regge un testo, quindi una voce che racconta e quindi parliamo di “melodia”. Una cosa fondamentale della musica per voce nei Syndone è che il testo debba sempre essere supportato da una melodia forte e orecchiabile… che, si badi bene, non è un difetto! Anzi! Mentre sugli strumentali le possibilità timbriche e ritmiche sono pressoché infinite e illimitate quando si ha a che fare con una voce la cosa cambia. La musica deve asservire alla funzione di ancella e stampella della parola affinché il significato della lirica non ne risenta e non è affatto facile scrivere temi che siano veicolatori del testo al 100%... però noi ci proviamo. In Eros & Thanatos il contrasto al limite che già esprime il titolo lo ritroviamo anche a livello musicale. Parti liriche sospese lasciano il posto a brani dirompenti e potenti quasi improvvisi… l’amore e la morte… vuoti e pieni… bianco e nero… luce ed ombra! E’ stata una scelta fatta a tavolino quella di giocare con il dualismo forte ingaggiato già dal concept ed è su questo contrasto che si sviluppa tutto il disco. Un bravo songwriting deve saper trattare e saper scrivere per la voce: questo strumento ineguagliabile e inarrivabile è infatti limitato nella tessitura… un violoncello o un moog avranno certo molte più note di una voce umana e potranno suonare intervalli più ampi ed interessanti rispetto ad una voce che canta. Se però si dispone di un cantante come Riccardo Ruggeri che usa la sua voce come uno strumento questa limitazione di cui parlavo si riduce di molto.

Ti ho sentito definire la musica dei Syndone come Movie Rock, che cosa significa esattamente?

E’ da un po’ di tempo che cerco di coniare nuovi neologismi che raffigurino e nello stesso tempo si discostino dalla parola progressive. Syndone è una band che guarda avanti nel rispetto delle tradizioni, ma è pur sempre nella nostra indole partire da uno stile e approdare a qualcosa di totalmente personale, di “nostro”. Questo è ciò che cerchiamo di fare disco dopo disco da sei anni a questa parte; sarebbe stato interessante, parallelamente alla musica, trovare una parola nuova che illuminasse questa tensione timbrica che ci caratterizza, come fece tempo fa la PFM che coniò il termine “musica immaginifica”. Risentendo decine e decine di volte il master di Eros & Thanatos prima della pubblicazione molte persone a me vicine (tra cui il collega Gigi Rivetti) posero l’accento sul fatto che l’orchestra enfatizzava moltissimo la cifra cinematografica di alcuni brani. Lo trovai degno di spunto e anche originale… un nuovo termine agile, d’impatto e che suonasse bene per definire la musica dei Syndone, ma tradotto in inglese: movierock … credo sia perfetto.

L’utilizzo di importanti special guest in questa nuova fatica che risultati ha portato?

La guest star è fondamentale per far si che chi ancora non ti conosce sia invogliato a comprare il tuo disco e poi a seguirti. Molte persone si fanno convincere ad acquisire un disco dal tam tam vocale, ma ci sono persone a cui questo non basta: invitare un musicista famoso a collaborare nel tuo progetto, oltre essere un punto d’onore per la band, è anche un modo sottile per allargare il tuo pubblico, che è poi quello che ti compra, insomma lo zoccolo duro che ti permette di lavorare. Certo è un investimento importante ma che alla lunga dà i suoi frutti. In Eros & Thanatos abbiamo avuto il famoso Steve Hackett nell’ultima traccia dell’album e il grande Ray Thomas dei Moody Blues nella terzultima, che peraltro aveva già suonato nella Bella è la Bestia. E’ ancora troppo presto per fare considerazioni (in quanto il disco è fuori da meno di un mese) ma credo che la presenza dell’ex chitarrista dei Genesis unitamente alla bellezza del suo intervento chitarristico sul nostro brano sarà un grande valore aggiunto per il nostro progetto.

Negli ultimi anni la band è stata molto presente sul mercato discografico, sembri più ispirato ora che ventiquattro anni fa, quando esordisti con Spleen

Non c’è paragone tra il background musicale che ho adesso e quello dei primi tempi di Spleen e Inca. Allora ero un musicista spontaneo ed istintivo, che per alcuni aspetti può anche essere un’attitudine vincente perché non sottostai a nessuna regola e puoi andare a briglia sciolta (i Beatles erano totalmente istintivi e non conoscevano assolutamente il pentagramma, ne volevano conoscerlo per non perdere tale spontaneità). Purtroppo in un genere come il progressive sinfonico, così strutturato e organizzato nelle parti, devi essere coadiuvato da una notevole preparazione teorica, specialmente quando si sceglie di dare grande preponderanza all’orchestra. Se non hai studiato orchestrazione e strumentazione è facile fare degli errori di scrittura che poi si traducono in problemi tecnici di chi esegue e, a volte, in problemi timbrici e d’insieme. Io stesso mi accorsi a metà degli anni 90, dopo Inca, che se volevo andare avanti avrei dovuto fermarmi e studiare.

Dopo tanti anni di carriera ti sei mai fermato per fare un resoconto di tutto quello che hai vissuto e creato come musicista?

Si continuamente! Sempre mi chiedo se ne è valsa davvero la pena, se tutti i sacrifici che ho fatto, le rinunce, le delusioni subite, i momenti felici e dolorosi, i litigi e le risate con i colleghi, le notti insonni passate a guidare furgoni carichi di strumenti in tutti questi anni e quant’altro abbiano contribuito ad aggiungere un tassellino alla storia della musica italiana… sarò ricordato con amore per quello che ho scritto? Sono queste le cose che in genere si chiede una persona che ha fatto dell’arte e della musica il proprio stile di vita e la propria missione. Un giorno il Maestro Azio Corghi mi disse che se la mia musica avesse contribuito ad emozionare e a ridare una speranza anche ad una sola persona sulla terra io avrei assolto il mio compito e ne sarebbe valsa la pena. Ora la tenacia mi sta dando ragione, Syndone è un progetto in espansione e il pubblico che ci siamo conquistati concerto dopo concerto non ci abbandonerà più. Il segreto è non mollare mai anche quando sembra che tutto non abbia più senso.

Cosa significava suonare progressive ad inizio ’90?

C’era indubbiamente, in quel periodo, una certa attenzione di revival attorno a questa musica, erano gli anni del “new prog 90” e parecchie produzioni ebbero davvero fortuna. Non durò molto, giusto tre o quattro anni poi come nacque svanì. Fu in un certo senso un fuoco di paglia che durò pochissimo ma che riaccese un po’ le speranze per chi come me ama e amava questo genere. Non vi fu il tempo di consolidarci come band ma riuscimmo a registrare due album di discreto successo Spleen e Inca per la Vinyl Magic e a portarli dal vivo in trio. In quegli anni alla gente che seguiva e aveva seguito dieci anni prima il prog classico degli anni 70 non interessava il new prog, mentre le nuove generazioni, venute su a pane e disco music, non lo capivano. Quindi fu molto difficile per Syndone sia suonare dal vivo sia convincere etichette importanti a prenderci sotto il loro management.

Quanto è difficile portare una proposta del genere in sede live? Che progetti hanno ora i Syndone per il futuro?

In genere se non sei una tribute band non vieni neanche considerato. Oggi vanno molto le tribute band perché la gente sa già cosa aspettarsi dal concerto… cioè non rischia, paga un biglietto per poter riascoltare un artista che non c’è più o un gruppo del passato che si è sciolto a cui è affezionato e rivive certe emozioni che non potrebbe più avere con l’originale. Però: “nihil sub sole novi”! Proporre progetti nuovi ora come ora è difficilissimo. Bisogna essere molto sicuri di quello che si vende e a chi si vuole arrivare. Per quanto riguarda Syndone c’è una volontà di allargare da un genere di nicchia verso un’audience più vasta per cui non solo dobbiamo riuscire a vendere un prodotto di musica originale ma pure crossover! I nostri progetti per il futuro sono quelli comuni a tutte le band: suonare dal vivo e fare più concerti possibili perché ormai il mercato musicale poggia sulle esecuzioni dal vivo e sui live… non più sulle vendite dei CD. Ogni due anni circa usciamo con un album nuovo in cui riversiamo nuova musica e nuove idee che noi crediamo possano innalzare l’asticella della qualità rispetto al lavoro precedente. Finora ci siamo riusciti, speriamo in futuro di riuscirci ancora e non deludere i nostri fan.


venerdì 22 aprile 2016

BELEDO, Dreamland Mechanism (2016)


Dreamland Mechanism è il debutto per Moonjune Records di Beledo e conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la qualità del rooster della label di Leonardo Pavkovic. Supportato da alcuni straordinari interpreti della fusion e del jazz progressivo (Lincoln Goines, Gary Husband, Tony Steele, Doron Lev, Dewa Budjana e Rudy Zulkarnaen), il chitarrista dà sfoggio del consueto virtuosismo richiesto dal genere ma qui abbinato ad una certa cura per la composizione e l’interpretazione. In realtà Beledo si disimpegna eccezionalmente bene anche al violino e alle tastiere (Fender Rhodes, minimoog e pianoforte), creando di volta in volta il giusto interplay per amplificare il dinamismo e la suggestione di un disco in cui il musicista sudamericano crede fortemente. Si palesa una forte connessione tra elementi jazz, parti fusion e partiture progressive, coordinate da un’ottima perizia strumentale e dalla volontà di non restare incatenati in un unico binario, segno anche di una certa ambizione e di doti di scrittura sopra la media, caratteristiche che faranno la gioia di quanti già conoscono Beledo (membro tra l’altro anche della prog band Circuline). L’album, pur nella sua complessità, risulta scorrevole e molto fluido, con momenti ampiamente melodici e diretti (l’iniziale Mechanism sorretta dalle note del violino ma anche l’estrosa Lucilla) che gli permettono di essere comunicativo e non ripetitivo (esemplificativa è Silent Assessment). Il talento dell’uruguaiano si evidenzia lungo tutto il percorso ed è difficile non ammirare brani come la lunga Marylin’s escapade o la conclusiva Front Porch Pine, pezzi che partono dalla fusion per poi esplorare altre aree. Beledo costruisce queste song con grande consapevolezza, distribuendo groove e tecnica, jazz e prog, ritmiche compatte e soli impetuosi, motivo per cui gli amanti di certa fusion progressiva non possono perdersi un lavoro come Dreamland Mechanism. (Luigi Cattaneo)

Front Porch Pine (live)

martedì 19 aprile 2016

RANESTRANE, A space odissey - Part II - H.A.L. (2015)


A space odissey – Part II – H.A.L. è il secondo capitolo della trilogia dedicata al celebre film di Stanley Kubrick, ennesimo concept filmico ispirato e ottimamente composto dai RanestRane. I romani si confermano una band atipica e unica all’interno della scena prog, un gruppo che avanza per visioni, suggerisce immagini e crea suspence pur trattandosi di pellicole estremamente conosciute. Questo nuovo lavoro (il quarto) sintetizza ancora una volta le diverse fonti da cui attingono i capitolini, artefici di un suono che incontra il progressive sinfonico dei ’70, le colonne sonore e il new prog ottantiano ma sempre modulato con un piglio autonomo e solo in parte passatista, mantenendo ben saldi i canoni che li accompagnano dal primo e illuminato Nosferatu, taglio da opera rock e cura per la forma canzone e per arrangiamenti sofisticati. Daniele Pomo (voce e batteria), Maurizio Meo (basso), Riccardo Romano (tastiere e arpa) e Massimo Pomo (chitarra) firmano una seconda parte elegante, sontuosa nei tanti frangenti strumentali e molto coinvolgente in quelli cantati (Freddo al cuore e Buio intorno assolutamente imperdibili). Il proseguo della narrazione non delude le attese e segue la scia del già acclamato predecessore (A space odissey – Part I – Monolith), divincolandosi efficacemente tra momenti complessi e altri più immediati, con il racconto, drammatico e ipnotico che ben predispone verso certe soluzioni sonore. Di grande valore anche in questo caso l’intervento alla chitarra di Steve Rothery dei Marillion, presente in due pezzi (lo straripante crescendo di Spacewalk e la buonissima La perfezione che si cerca) e sempre molto emozionale con il suo fine tocco. H.A.L. è quindi l’ennesima grande prova di un ensemble che fa della coralità e del lavoro minuzioso sui particolari un vero punto di forza. (Luigi Cattaneo)

Buio intorno (Video)

venerdì 15 aprile 2016

STRANGE HERE, II (2015)


La nascita di questa band è avvolta da un alone quasi leggendario, con il protagonista, Alex Scardavian, che cresce in compagnia degli allora Death SS (fine ’70-inizio ’80) che provavano a casa sua grazie alle amicizie del fratello più grande. Alex rimane influenzato dal fascino di Paul Chain e da quei suoni maledetti e saturi di mistero, tanto che nel 1991 riesce a collaborare con il maestro dell’occulto in Whited Sepulchres e successivamente con Steve Sylvester nei suoi dischi solista (Free Man e Mad Messiah). Dopo l’esordio a nome Strange Here del 2002, Alex torna a proporre la sua idea di musica in compagnia di Domenico Lotito (basso e chitarra acustica) degli Error Amplifier, mostrando un’innata propensione per un doom psichedelico di matrice settantiana ispirato ai già citati Death SS della prima fase e a Paul Chain ma anche vicino ai canoni esteriori di Blue Cheer e Black Sabbath. Scardavian si divide tra chitarra, voce, batteria, organo e tastiere, motore grezzo di un progetto che fa dell’inquietudine un vero trademark, ben bilanciato tra parti doomy, psych ed heavy. L’iniziale Still alone mostra subito come il duo ponga una certa attenzione per riff distorti, pulsioni ritmiche d’impatto (con la presenza di Richie Raggini alla batteria) ed un’atmosfera decisamente malsana, a cui fa seguito Kiss of worms, composta proprio con Chain anni fa, un ottimo brano dominato da riff potenti e da un andamento heavy doom insormontabile che vede Raggini ancora tra i protagonisti. Raggini riappare anche nella seguente Born to lose, bel frangente carico di elettricità e dolore, mentre di tutt’altra pasta è Black, grey and white, una traccia rallentata e dilatata in cui risalta Enri Zavalloni all’Hammond, figlia di una psichedelia acustica che spezza la tensione e passa la palla alla forza primigenia di Acid rain, un altro doom mastodontico per suoni e aggressività. Se Only if … riprende il discorso di Black, grey and white, con tanto di presenza d’eccezione che risponde al nome di Red Crotalo alla chitarra, la conclusiva Shiftless riporta tutto su binari pesanti e assolutamente congeniali al gruppo, certificando II come il classico disco che gli amanti di certi oscuri suoni non possono assolutamente perdere. (Luigi Cattaneo)

Still alone (Video)

sabato 9 aprile 2016

LOOMINGS, Everyday mythology (2015)


Everyday mythology è il debut di Jacopo Costa e dei suoi Loomings, un sestetto avanguardistico che si muove tra rock progressive, R.I.O., musica colta e riferimenti cameristici. L’idea di Costa è quella di creare una connessione profonda tra aspetti popular e maestranze classiche, cogliendo peculiarità ed elementi di entrambi i mondi per poi unirli in un unico suono. Sfida difficile e affascinante che solo un manipolo di grandi musicisti poteva affrontare con il giusto spirito e con l’attenzione necessaria per far quadrare le diverse declinazioni di una proposta così particolare (oltre a Costa che si destreggia alla grande tra vibrafono, batteria, percussioni e tastiere, troviamo un tris di voci formato da Maria Denami, Ludmila Schwartzwalder e Benoit Rameau, Louis Haessler al basso ed Enrico Pedicone al vibrafono, alle percussioni e alla batteria, più una serie di guest come Isabella Fabbri al sax, Paolo Botta alle tastiere e Bertrand Eber alla tromba). La trasversalità di Costa si evince anche dalle tante collaborazioni della sua carriera con formazioni da camera e band vicine all’universo prog come Yugen, Camembert, Ske, Factor Burzaco e Not a Good Sign. Toccare aspetti stilistici differenti riuscendo a mantenere unita d’intenti è l’obiettivo di Costa, compositore determinato a lavorare in team (anche se l’album è praticamente scritto solo da lui), metodo che ha permesso ai vari musicisti di far emergere duttilità e capacità interpretative. Contributi significativi che hanno determinato la nascita di un lavoro complesso e di non facile assimilazione ma davvero ricco di spunti e trovate di rilievo, foriero di sperimentazioni che prestano il fianco a soluzioni accostabili anche ad una forma di sofisticato pop (Ankward, Sweet siwteen). In Everyday mythology la musica di stampo accademico si fonde con quella di estrazione jazz, lambendo confini canterburiani fino a scavare nella polifonia rinascimentale, che come ha sottolineato Costa è un punto di riferimento importante per il suo songwriting. Difficile allora anche solo dare una definizione di ciò che propongono esattamente i Loomings e l’unica certezza è quella di trovarsi dinnanzi all’ennesimo centro targato AltrOck. (Luigi Cattaneo)

Teaser Album

martedì 5 aprile 2016

TANGO SPLEEN ORQUESTA, Canto Para Seguir (2015)


I Tango Spleen Orquesta sono un progetto di Mariano Speranza (piano e voce) molto apprezzato a livello internazionale per quel suo essere a cavallo tra tradizioni popolari argentine e ricerca contemporanea sulla forma canzone. Fin dal 2008 l’ensemble è riuscito a solleticare la curiosità anche di chi non mastica tango quotidianamente, soprattutto per la voglia dei musicisti coinvolti (Francesco Bruno al bandoneon, Andrea Marras al violino, Elena Luppi alla viola, Yalica Jo al violoncello e alla voce, Gian Luca Ravaglia al contrabbasso e Anna Palumbo alle percussioni) di contaminare la propria espressività con elementi presi in prestito dalla lirica e dal rock. Tra le orchestre di tango più acclamate del periodo, ha suonato nei più svariati paesi del mondo, riuscendo sempre nell’intento di creare quelle tipiche atmosfere argentine di cui è ovviamente imbevuta la loro arte. Nel 2013 insieme a Bernardo Lanzetti rivisitarono in versione acustica e orchestrale il repertorio degli Acqua Fragile, un capitolo importante prima del nuovo Canto para seguir, terzo disco del gruppo di Speranza. L’album mostra come si possa fondere il tango con un’anima più occidentale, miscelando lo spirito sudamericano e la sua carica di energia con il gusto per la partitura orchestrale e un approccio che possa avvicinare un pubblico vasto alla materia. Più che rivisitare i Tango Spleen aggiungono, completano e propongono un melange strutturato tra egregi strumentali ed esotiche danze, il tutto contraddistinto da un entusiasmo generale piuttosto palpabile. Bravissimi tecnicamente, riescono nell’intento di suggerire luoghi mai visti con una musicalità piena di spirito e vivida fantasia, la stessa che ci fa immaginare lande lontane e ci fa sentire tutti un po’ più nostalgici. (Luigi Cattaneo)

Nostalgias de mar (Video)

lunedì 4 aprile 2016

HEATHENS, Alpha (2016)


Nati nel 2011 dalla passione per la musica di Mattia e Lorenzo Dal Pan (entrambi synth e voce), gli Heathens già l’anno successivo pubblicarono l’esordio autoprodotto In silenzio con la collaborazione di Federico Dallo (chitarra e voce) e Matteo Valt (synth), ora in pianta stabile nella formazione. Il sound con il passare del tempo si è rafforzato, sino ad arrivare al nuovo Alpha, un buon disco, oscuro e che tenta di sintetizzare due emozioni apparentemente ben distinte come rabbia e malinconia. Il lavoro racchiude atmosfere care a Massive Attack e Knife, ma anche elementi EBM che rimandano a VNV Nation, Icon of Coil e Suicide Commando e vede la partecipazione di Nicola Manzan (Bologna Violenta), Anna Carazzai (Lume, Love in Elevator) e George Koulernos (Technogod, Y:dk). Il trip di matrice darkwave è costante lungo tutto l’album e già con Empty house ci sono le stigmate di quello che sarà l’intero percorso, con un eccitante sovraccarico di synth che defluiscono nella cupa e tenebrosa It doesn’t matter, un flusso scintillante di vibranti sensazioni tra il post e l’elettronica più agguerrita. Tutto rimane molto tetro e la successiva Parallel Universes è pronta a confermarcelo, pur con ritmiche maggiormente quadrate e un mood fosco che può ricordare i Joy Division dell’indimenticato Ian Curtis. Meno coinvolgente risulta la seguente Bertrand Russel, soprattutto nella parte finale eccessivamente ripetitiva, ma è solo un attimo di tregua, perché i sintetizzatori ci trascinano prima nella piacevole Our happiness e poi nella vellutata The dust (dove appare anche la voce della Carazzai), mentre nella dinamica Apocryphal Masters fa la sua comparsa il bravo Sergio Pomante al sax. Arriva immediata e buia la successiva In limbo, così come elettronicamente potente è From my sofa, che anticipa To the end of the night, brano dalle ritmiche simil dance e tra i meno interessanti dell’album. Dawn e Flying over the ocean non aggiungono nulla di più ad un ritorno audace e avvolto da un alone di malinconia e tenebra, con parti elettrodark davvero ben sviluppate. Forse manca ancora qualcosa per il definitivo salto ma la totale maturazione del quartetto è dietro l’angolo. (Luigi Cattaneo)

Parallel Universes (Video)