domenica 26 ottobre 2014

LA1919, False Memory Syndrome (2014)


Nati nel 1980 a Milano, grazie all’impegno di Piero Chianura (basso e synth) e Luciano Margorani (chitarra), La1919 è un progetto strumentale basato sulla composizione istantanea. Sono stati tra i primi gruppi italiani a realizzare dischi infarciti di ospiti in epoca pre-internet (scambiandosi nastri per posta) e hanno al loro attivo sei dischi in studio e due live, oltre che vantare collaborazioni con personaggi dell’area progressive e sperimentale come John Oswald, Chris Cutler (Henry Cow), Franco Fabbri (Stormy Six) e Fabrizio Spera. La musica dei La1919 è una fusione di generi che nel suo percorso ha raggiunto una forma propria senza dubbio più fruibile di quanto non fossero i primi lavori pubblicati. Questa nuova produzione, uscita per Artisti Del 900, prevede l’entrata in scena del valoroso Federico Zanoni alla batteria, che va ad unirsi ai già citati Chianura e Margorani. Questo in realtà non ha modificato il modus operandi del gruppo, sempre più convinto del percorso improvvisativo e strumentale libero da clichè. False Memory Syndrome non fa dunque eccezione e si muove su coordinate sicure in cui è possibile incontrare passaggi oscuri e tortuosi, melodici e vibranti. È un fluire di suoni e trovate piuttosto interessanti e a volte di difficile catalogazione, in un percorso dove le idee si sviluppano in modo armonioso e brillante. L’iniziale Fuzzy Trace Theory è una dichiarazione d’intenti. Il sound settantiano si dipana attraverso un groove ritmico imprevedibile e a spunti chitarristici di rilievo, con un mood psych sottolineato dall’ottimo interplay tra le parti. Spezie psichedeliche che aumentano in Marion Crane, con Margorani dispensatore di elementi ora più grevi ora più suadenti e una sezione ritmica che non perde un colpo e accentua le piccole sensazioni che si percepiscono lungo un tragitto infarcito di pulsioni tipiche dei ’70. In Uncle Dog Margorani arriva ad utilizzare una parte di Squarer for Maud dei National Health, in quello che è uno degli episodi maggiormente prog tra quelli proposti. In Falsi Incidenti troviamo alcuni degli elementi più cari ai La1919: ritmiche intricate, frangenti chitarristici di grande effetto, parti di Rock In Opposition, il tutto suonato con espressività e dinamismo. Torna la psichedelia in Progetti di grandi città con terrazze, con il trio davvero in stato di grazia (Margorani in testa). Il lato B è dominato da una sorta di suite divisa in cinque sezioni che si fa apprezzare per un flusso da jam band, inarrestabile e costruito con una certa padronanza. Cambi di tempo improvvisi e avanguardia (Hawaii 5.0), rumorismo psicotico (Il sogno di FF), dark wave (Una giornata particolare-ore 18), giochi armonici memori della lezione dei King Crimson (Una giornata particolare-ore 12), melodie autunnali e uggiose (Carla). False Memory Syndrome è un disco di pregio che rimette in moto la macchina La1919, con la speranza che i milanesi riescano ad emergere almeno un po’ dal sottobosco musicale in cui appaiono relegati da sempre. Lo meriterebbero davvero. (Luigi Cattaneo)

Fuzzy Trace Theory (Video)

mercoledì 22 ottobre 2014

WRUPK UREI, Koik Saab Korda (2012)


La sempre prolifica AltrOck di Marcello Marinone ci delizia ancora una volta con una sorprendente band estone che farà la gioia di quanti seguono la scena del nord Europa e amano le sonorità di act come i lontani Kaseke, i più noti Jaga Jazzist e i nostrani Accordo dei Contrari. Un vero piacere l’ascolto di questo Koik Saab Korda, disco strumentale pieno di grandi spunti melodici che denotano una certa cura in fase compositiva, pur non dimenticando di lasciare il giusto spazio per guizzi individuali di pregio. Un calderone che ribolle di suoni in cui la parte del leone è lasciata al trio di fiati a disposizione (sax baritono, trombone e tromba) e alla chitarra ruggente di Siim Randveer, in una band composta addirittura da sette elementi. Inventiva, forza propulsiva, dinamismo, ingredienti alla base di un lavoro di grande raffinatezza, convincente praticamente per tutta la sua durata. Gli Estoni alternano momenti più muscolari e sanguigni ad altri decisamente atmosferici, calandosi con nonchalance in situazioni diverse tra loro, mostrando di avere sempre il giusto piglio e capacità tecniche di rilievo. Attacchi di synth, tempi dispari varianti, interplay ragionato ma che si sviluppa in frangenti estrosi e arrembanti, il tutto sorretto da idee che l’ensemble riesce a tradurre in modo organico e suggestivo. I concetti che sviluppano conoscono ben pochi attimi di stanca e ascoltare le trame sofisticate di Termiitide Tervitus o Tagasi Tulevikku … ja Tagasi è un vero piacere, soprattutto per come il gruppo sa essere trascinante e incisivo. Lungo il percorso i Wrupk Urei sono in grado di mutare pelle, di portarci in territori fusion o di accelerare in direzione di un jazz rock fremente e frizzante, così come di evidenziare riferimenti al Canterbury sound, sempre mantenendo alto il livello delle tracce. Non mancano frangenti dilatati al limite della psichedelia, sempre suonata con un “tiro” invidiabile ed un efficace amalgama tra gli strumenti a fiato e quelli a corda, vero punto di forza del gruppo. Koik Saab Korda è uno dei dischi più interessanti nel suo genere tra quelli usciti quest’anno e un plauso va fatto anche all’AltrOck che ha il coraggio di distribuire dischi che difficilmente potrebbero trovare spazio in questo desolante panorama di talent e reality musicali. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito la pagina bandcamp del gruppo

 

lunedì 20 ottobre 2014

THE BAD MEXICAN, This is the first attempt of a band called The Bad Mexican (2012)


Da Chianciano arrivano i Bad Mexican (ex Valkyrian), stravagante terzetto formato da Tommaso Dringoli (chitarra, voce, percussioni e monotron), Filippo Ferrari (basso e voce) e Matteo Salutari (batteria) che arriva all’esordio per la Lizard di Loris Furlan. E non poteva essere altrimenti vista la particolarità della proposta, in bilico tra avanguardia elettronica, tecnicismi tipici del metal, crossover e psichedelia! La band si muove lungo queste coordinate, non sempre in maniera sicura ma sicuramente con un grande spirito di iniziativa e un certo coraggio. Dopo lo straniante intro A Melody soft and Lazy, la band colpisce subito con Inches. Inizio fulminante dai tratti hard, parte centrale (forse eccessivamente lunga) ostica, che ricorda in parte i N.A.D.M.A. di Uno zingaro di Atlante con un fiore a New York e gli Anatrofobia di Tesa Musica Marginale, risultando provocatoria, poco propensa alla comunicazione e figlia di una certa musica concreta, per poi lasciare spazio ad un finale notevole in cui i toscani convogliano trame vicine ai mai troppo celebrati Dog Fashion Disco, con Dringoli diviso tra riff infuocati e parti vocali ispirate e una sezione ritmica scoppiettante. Mi ha poco convinto invece Miles, 11 minuti di sperimentazione tra suoni e rumori che alla lunga divengono poco digeribili. La breve Steps, incentrata sul basso di Ferrari e la ficcante chitarra di Dringoli, ci conduce ad uno degli episodi migliori, Dirty Sanchez, psicotico trip d’assalto crossover, arricchito dalla presenza della tromba di Manuel Mazzetti in odore di Messico, per un melting pot davvero ben riuscito. Ottima anche la seguente (z’opho’phia’a), episodio in cui la psichedelia e una forte dose di ipnotismo esplodono in distorsioni rock di notevole impatto e decisamente trascinanti. Carosello è puro rumorismo e serve per introdurre il finale di Lucifer Rising on Ciudad Juarez, spettrale danza ipnotica piena di percussioni e sospiri dannati, un pezzo che starebbe bene anche in un album dei Death SS di Steve Sylvester. This is the first attempt of a band called The Bad Mexican è un lavoro altalenante ma estremamente affascinante che lascia sperare in un secondo capitolo maggiormente messo a fuoco e magari levigato di alcune ingenuità qui presenti. (Luigi Cattaneo)

Dirty Sanchez (Official Video)


   

giovedì 16 ottobre 2014

PORTFOLIO, Due (2014)


I Portfolio sono una giovane band emiliana con all’attivo già due ep, Reason Outside Nature e We/Humans e un full-lenght del 2012, The Standing babas. Il gruppo ha una strumentazione ampia e variegata, con Tiziano Bianchi (tromba, filicorno, tastiere e voce) mastermind del progetto ma ben coadiuvato da Emilio Marconi (chitarra), Bojan Fazlagic (chitarra, tastiere), Marco Rossi (basso), Stefano Bizzarri (batteria) e una serie di fondamentali ospiti per tradurre in musica le idee del leader. Se il primo album prevedeva sonorità contemplative, sospese e ipnotiche, questo come back presenta un cambio di direzione volto ad un maggiore dinamismo e anche una certa frenesia di ritmi ballabili ed energici, soprattutto nella prima parte. In special modo i primi brani si distaccano dai restanti, mostrando un piglio ritmico insospettabile che viene meno nella seconda metà dove i brani divengono maggiormente articolati e stratificati, con atmosfere più ricercate e interessanti. Difatti le iniziali Beauty e To the Right sono gli episodi meno coinvolgenti. La prima si basa su un riff di chitarra sostenuto da una ritmica in odore di anni ’80 con al centro la bella voce di Claudia Domenichini, così come la seconda pone una certa attenzione sull’impatto, mostrando il lato più pop oriented della band. Molto meglio Riviera, traccia leggera che può ricordare i Kings of Convenience nel mood, per poi divenire strumentale e colorarsi con un jazz fantasioso guidato dal filicorno di Bianchi. Sulla stessa lunghezza d’onda l’ottima Chi vince regna, complice la voce di Laura Loriga e la sezione strumentale dove a diventare protagonista questa volta è la tromba (sempre suonata da Bianchi). Dopo la personale rivisitazione di Criminal World degli inglesi Metro, arriviamo a quello che è l’apice del lavoro, una lunga e strumentale suite finale (17 minuti circa), Three Song about Lenin, nata come sonorizzazione dell’omonimo film muto di Dziga Vertov che vede la partecipazione importante di Jukka Reverberi, chitarrista dei Giardini di Mirò e di un quartetto d’archi che dona ancora maggiore profondità al brano. È un momento pieno di lirismo, intenso, legato al racconto delle immagini, fonte di ispirazione che ha messo in mostra il lato più curioso ma probabilmente anche quello più definito ed emotivo dell’ensemble. Disco altalenante ma che ha il merito di mettere in luce diverse qualità che i Portfolio devono solo continuare ad alimentare e la monumentale suite conclusiva può essere un punto di partenza fondamentale per gli scenari futuri. (Luigi Cattaneo)

Di seguito la pagina bandcamp del gruppo


  

martedì 14 ottobre 2014

THE NATURAL MYSTIC, The End (2014)


A discapito di chi sostiene polemicamente che l'underground musicale italiano è piatto e privo di idee originali, consiglio vivamente di ascoltare questa band, The Natural Mystic, gruppo di cui possiedo pochissime informazioni biografiche. Il lavoro in questione si chiama The End ed è un'opera divisa in quattro tracce, di cui due lunghe suite che superano i sedici minuti di durata. La cosa che colpisce subito l'ascoltatore è il vasto calderone sonoro utilizzato dalla band: echi di metal ed hard rock (System of a Down, Queensryche, Deep Purple), psichedelica, west coast  (Crosby, Stills and Nash) e folk progressivo (Strawbs, Magna Carta). Il gruppo fa un largo uso delle chitarre acustiche a 6 e 12 corde (Galbo, Angel e Dile sono i chitarristi e quest'ultimo è anche il vocalist) e del flauto (suonato anch'esso da Angel), oltre ad utilizzare un massiccio uso di percussioni grazie al brillante contributo di Pacho, storico percussionista dei Karma, band italiana attiva negli anni ‘90. Il perno del disco sono le due lunghe suite, The scream inside in my mind, con il suo intro affascinante di percussioni africane e con i suoi chiaroscuri creati dalle chitarre elettriche ed acustiche. Molto piacevole la duttilità della voce solista che risente dell'influenza dei grandi vocalist rock/metal del passato, in particolare di Geoff Tate (Queensryche) e di Ian Gillan (Deep Purple) ed in generale buone appaiono le armonie vocali create dagli altri componenti della band. Molto valida la performance della sezione ritmica composta da Zamaun (basso, tastiere e voce) e dal già citato Pacho alla batteria ed alle percussioni. Azzeccati e mai sopra le righe gli interventi tastieristici. La seconda suite, Town of my heart, ha un intro bucolico di chitarre acustiche a dodici corde e pone il flauto in bella evidenza. Anche in questo caso la band dimostra di avere idee da vendere e di essere in grado di imbastirle con un buon piglio tecnico, senza però mai eccedere nel virtuosismo strumentale. Le due tracce rimanenti sono El pecador e My garden, due song di pregevole fattura: la prima con un piglio più metal, con il suo intro di doppio pedale; la seconda caratterizzata da atmosfere west coast. Concludendo direi che i Natural Mystic sono una band di assoluto spessore e questa loro opera può essere ritenuta interessante da coloro che amano le contaminazioni di generi. Questo lavoro si distacca fortemente dal progressive classico ma potrà essere apprezzato da tutti coloro che non si aspettano un'ennesima band clone di Yes o Genesis. L'unica nota negativa è forse la produzione ed il sound delle chitarre elettriche, un po' piatto e poco incisivo, cosa che peraltro non toglie assolutamente valore all’album. (Marco Causin)

El Pecador (Official Video)

sabato 11 ottobre 2014

BILL IN THE TEA, Big Tree (2013)


C’è spesso un certo fervore nei dischi d’esordio, soprattutto quando si tratta di una band giovane, dalle indubbie doti tecniche e forte di una solida freschezza esecutiva. È il caso specifico dei catanesi Bill in the Tea (Bruno Alessi al basso, Dario Anastasio alle tastiere, Andrea Antonuzzo alla chitarra, Vittorio Asero voce e chitarra e Giorgio Rosalia alla batteria) e del loro debut Big Tree (arrivato dopo l’omonimo ep). I siciliani ci lusingano con un viaggio quasi del tutto strumentale denso di atmosfere che rimandano alla stagione d’oro del progressive italiano e del jazz rock fusion americano, il tutto imbevuto di uno spirito post e in alcuni casi dark che non fa altro che rendere ancora più interessante la proposta. Che sa essere variegata e attuale pur prendendo spunto dal passato, mostrando la volontà di rimanere legati ad un certo periodo ma di non sentirsene per niente incatenati. E difatti i Bill in the Tea possono piacere ad un fan della Premiata Forneria Marconi come ad uno dei Giardini di Mirò. Lo sguardo si posa in modo disinvolto su realtà ancora oggi considerate trasversali come King Crimson, Happy the Man e Return To Forever e brani trascinanti come la malinconica Big Tree in a Losing Atmosphere, l’istrionica I wanna be Frank Zappa e la complessa Mad! sono lì a testimoniarlo. Una certa patina psichedelica e virtuose suggestioni jazz rock che rimandano alla P.F.M. di Jet Lag e al Perigeo stanno alla base dell’iniziale attacco di Now I Know What The M Means (resa ancor più significativa dalla presenza di Alessio Taranto al violino), mentre un certo affascinante mood darkeggiante sovrasta The Day Before e June, episodi in cui la band esplora situazioni maggiormente borderline e tende a volteggiare su confini post rock piuttosto immaginifici. È un album che appassiona, vivido, lucido, un susseguirsi di idee, spunti e trame dinamiche che conquistano o che comunque difficilmente lasceranno indifferente l’appassionato. Tra i brani più legati al progressive sicuramente la conclusiva e spettacolare Change Colours, contraltare dello sperimentalismo elettronico di Feynman. Esordio notevole e da scoprire con cura. (Luigi Cattaneo)

I Wanna be Frank Zappa (Video)


 

mercoledì 8 ottobre 2014

MOTO ARMONICO, Down To Timavo (2014)


Ispirato al Timavo (fiume che attraversa Slovenia, Croazia e Italia), giunge il secondo capitolo dei veronesi Moto Armonico (dopo l’omonimo del 2012), band dedita ad un progressive metal di stampo americano che non dimentica incursioni in forme melodiche più tipicamente italiche. Il bel lavoro uscito per Andromeda Relix rappresenta una gradevole conferma e pur non mostrando grandi rivoluzioni, nella sua complessità Down To Timavo è un prodotto curato e piuttosto incisivo che presenta sia episodi totalmente nuovi che rielaborazioni di vecchio materiale dei vari gruppi del leader Uccio Ghezzer. Certamente ci sono i Dream Theater (il singolo The Shadow, Ipnothic Snake), così come un certo fascino dark arricchito da strutture che abbondano di soluzioni sinfoniche e ritmiche serrate (Sand Holder, Cracks). I frangenti maggiormente hard si amalgamano con le melodiche parti strumentali, mostrando anche delle doti tecniche non indifferenti, che mai sovrastano però il lavoro di squadra dell’ensemble, sempre compatto e concentrato nella costruzione di solide strutture (Revolution, Arcana). Tutto l’album risulta carico di espressività e di una ricerca di spunti emozionali che lo distanziano da quella freddezza di fondo che a volte ritroviamo nei dischi progressive metal. Merito di tutti i musicisti coinvolti dal mastermind e chitarrista Ghezzer, attivo sulle scene dagli anni ’80 e già con i Punto Morto Superiore e nel progetto NaBF4. Con lui Luca Adami alla voce, Christian Pasin alle tastiere, Alessandro Veronesi alla batteria e Giampi Tomezzoli, apprezzato bassista degli Epitaph. I Moto Armonico sviluppano una tematica, il Timavo visto come viaggio quasi metafisico dell’uomo, che risulta affascinante e soprattutto ottimamente resa a livello sonoro. Down To Timavo è un album che risente dell’influenza del prog metal degli ultimi 25 anni ma i pezzi sono estremamente piacevoli e con davvero poche pecche. Come detto non siamo di fronte ad un prodotto particolarmente originale ma è anche indubbio che gli amanti di certe sonorità non possono farsi sfuggire un prodotto di tale consistenza. (Luigi Cattaneo)

Spring Time (Video)

domenica 5 ottobre 2014

FEM, Sulla Bolla di Sapone (2014)


Dopo un debut ep che già mostrava spunti interessanti (Epsilon, di cui abbiamo parlato proprio da queste pagine), ecco il vero esordio targato FEM (Forza Elettro Motrice). I lombardi, già convincenti in sede live, mostrano di avere tutte le carte in regola per diventare uno dei gruppi emergenti su cui puntare maggiormente in ambito prog sinfonico italiano. Sulla bolla di sapone è un concept tratto dal libro del 1887 Auf Den Seifenblase del tedesco Kurd Lasswitz e probabilmente se fosse uscito 40 anni fa avrebbe avuto le stigmate del classico. L’album è una lunga suite divisa in 15 momenti, sulla falsariga di alcuni dischi delle Orme (Elementi, La Via della seta), Latte e Miele (Marco Polo) o Syndone (La Bella è la Bestia) e l’impatto con cui la FEM si approccia alla materia è quello della band navigata e non certo quello di debuttanti. Complice sicuramente una qualità compositiva innegabile e doti tecniche sopra la media di tutti i componenti (Alberto Citterio alle tastiere, Paolo Colombo alla chitarra, Marco Buzzi al basso, Emanuele Borsati alla batteria e Massimo Sabbatini alla voce). Il racconto è dominato da picchi emotivi e splendidi intrecci strumentali in cui spiccano soprattutto le orchestrazioni di Citterio, bravissimo nel districarsi tra moog, hammond e mellotron e la spinta travolgente di Colombo, interpreti principali di interplay solidi e molto curati. Tra i momenti migliori sicuramente l’iniziale Il Giardino delle Consuetudini, l’impegnativa Processo alla Verità, la melodia sognante di Il Peso della Conoscenza e l’accattivante Microgen, brano diviso in due parti con la prima totalmente strumentale. Sulla Bolla di Sapone si riaggancia alla tradizione storica del Banco del Mutuo Soccorso, della Premiata Forneria Marconi e degli Alphataurus in modo convincente e soprattutto credibile, segno di quanto sia ancora possibile fare del buon prog sinfonico nel 2014 senza cadere nella retorica e nell’effetto nostalgia. (Luigi Cattaneo)

Il Peso della Conoscenza (Video)


 

sabato 4 ottobre 2014

ASTROLABIO, L'isolamento dei Numeri Pari (2014)


Debut album per i veronesi Astrolabio, nome preso in prestito da uno dei dischi più significativi dei Garybaldi dello scomparso Bambi Fossati ed ennesimo colpo dell’Andromeda Relix, etichetta che ultimamente ha sfornato davvero dei pregevoli dischi in ambito prog di band come Il Fauno di Marmo, Rosenkreutz e Logos. L’isolamento dei numeri pari è un esordio solo apparente, perché il gruppo è formato da musicisti già maturi e con anni di gavetta alle spalle essendo nati dalle ceneri degli Elettrosmog, complesso attivo dal 2003 al 2007 e che diede alle stampe il concept Monologando. L’amore verso il progressive dei ’70 e il recupero di certe sonorità è la base da cui partire ma con l’obiettivo di andare oltre e cercare di ravvivare un sound oramai più che quarantennale. L’idea pare quella di seguire la scia luminosa di quella forma artistica per poi trovare una strada maggiormente personale, soprattutto nella fase di approccio alla materia. Lungo il percorso tutto appare funzionale e sistematico per la riuscita del progetto, sia che si analizzino le scelte concettuali, sia quelle prettamente musicali, dagli inserti sempre puntuali di Michele Antonelli al flauto traverso, alle escursioni tastieristiche di Massimo Babbi. Il progressive, un amore passionale e viscerale che la band coltiva da tempo e che riversa in un disco dai grandi contenuti, incentrato su pensieri e riflessioni su quanto ci circonda, in uno sfoggio di tematiche ponderate, dai risvolti sociali e rappresentative della situazione che viviamo attualmente, senza risultare eccessivamente pesanti o criptici e utilizzando anche l’arma dell’umorismo. Il cammino quotidiano dell’uomo contemporaneo che parte dall’attacco classicamente prog di È stato detto tutto per arrivare alla rivisitazione di Pugni Chiusi dei Ribelli cantata da Raffaello Regoli, per quello che è un sentito omaggio al grandissimo Demetrio Stratos. Si passa attraverso long track simbolo del percorso (i dieci minuti pieni di sfaccettature di Non Ricordo) o splendidi momenti di coesione e dinamismo (Servito), facendo rivivere quel lontano spirito che animava Banco del Mutuo Soccorso o De De Lind. Certo gli Astrolabio tentano di innervare di attualità la loro proposta vintage che, comunque rimane nell’ottica di un prog rock settantiano di grande effetto melodico e con una grande cura per l’aspetto comunicativo della proposta. Band interessante, indubbiamente da seguire e che pare stia già lavorando ad un secondo lavoro che dovrebbe vedere la luce nel 2015. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito il link dove ascoltare L'isolamento dei Numeri Pari 

mercoledì 1 ottobre 2014

PROGRESSIVE MELODY 2014, Il Programma Ufficiale





Festival assolutamente da non perdere quello che si svolgerà sabato 25 ottobre in quel di Cusanino Milanino, paese dell’hinterland milanese che di tanto in tanto si colora di prog. L’appuntamento è quello del Progressive Melody 2014 che si svolgerà nella gradevolissima location del Teatro Giovanni XXIII di viale Matteoti 57.

Ma andiamo con ordine. Si inizia presto. Ore 17:00, lo start è affidato ai veronesi Logos (di cui abbiamo parlato giusto qualche settimana fa), che dopo due album poco distribuiti hanno dato alle stampe il recente e molto buono L’enigma della Vita per l’Andromeda Relix. Le opportunità di vederli all’opera fuori dalla loro provincia non sono tante, motivo in più per non farseli davvero scappare!!!
www.logosprog.it







Alle 18:15 saliranno sul palco gli svizzeri Dawn per presentare il loro secondo disco, Darker, che fa il bis per qualità e forza con il piccolo cult d’esordio Loneliness. Chi ha già avuto modo di vederli esibirsi sa cosa deve attendersi da questa band davvero pregevole nel radicare il classico progressive sound settantiano in un contesto attuale e non nostalgico.
www.dawnprog.it     






I Dawn suoneranno sino alle 19:45 circa e dopo un break per la cena alle 21:00 torneranno sul palco del teatro i Phoenix Again (che già si esibirono qui un anno fa circa) per presentare il nuovo e ottimo Look Out (che abbiamo recensito nel mese di maggio). I bresciani sono uno dei gruppi più sottovalutati della scena nazionale e quella del Giovanni XXIII è davvero una buona occasione per conoscerli e rimanerne incantati!!!
www.phoenixagain.it






Chiusura affidata alle 22:30 agli inglesi Haze dei fratelli McMahon, band attiva dal 1978, anche se in maniera piuttosto frammentaria. Non un nome di punta del panorama progressive albionico ma sicuramente interessante e con un seguito anche fuori dalla Gran Bretagna. Le occasioni per vederli live qui in Italia non sono mai state molte, motivo in più quindi per non perderseli!!!

Il costo del biglietto è di 13 euro e per avere maggiori informazioni o prenotare un posto potete mandare una mail a info@suoniparalleli.it o telefonare al 3336636703 (Domenico Cucci, organizzatore dell’evento)
Impossibile mancare!!! (Luigi Cattaneo)