domenica 29 settembre 2019

CAMPO MAGNETICO, Quali Kiwi? (2019)


Nati nel 2014 per volontà di Gianni Carlin (flauto e voce) ed Emmanuele Burigo (chitarra), i Campo Magnetico ben presto accolsero tra le loro fila Antonio Nabari (basso) e Enrico Tormen (batteria), formazione che licenziò nel 2016 l’esordio strumentale Li vuoi quei kiwi? È di qualche mese fa il nuovo Quali kiwi?, risposta alla domanda posta nel primo album, che oltre a riprendere quelle sonorità presenta la novità di brani cantati, in un connubio gradevole di progressive, blues elettrico e psichedelia. La band sceglie quindi di battere più strade rispetto a qualche anno fa, con parti ritmiche e chitarristiche anche pesanti, che sostengono le vibranti note del flauto di Carlin (Quella che cominci tu), senza naturalmente dimenticare l’amore per il progressive, ponte ideale tra gli anni ’70 di Gleemen e Bambibanda e Melodie e il contemporaneo di Rebus, Vuoti a Rendere e Il Fauno di Marmo (Bacco ti estirpa la vite, Zucca e diavolina). Maggiormente surreali i brani cantati, La mano del morto, ispirata alla leggenda di Wild Bill Hickok, l’immaginifica La luna è meno lunatica e Maniaci, racconto del delirio di persecuzione di uno stalker, che, pur essendo vocalmente imperfette, raggiungono l’obiettivo prefissatosi. Piacevole ritorno per i bellunesi, che lasciano intravedere di avere diverse carte da giocarsi, sarà il tempo a dirci se vincenti o meno. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album  https://campomagneticoband.bandcamp.com/album/quali-kiwi 

sabato 28 settembre 2019

FINISTER, Please, take your time (2018)


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Avevamo lasciato i Finister nel 2015 con l’ottimo Suburbs of mind, disco che aveva permesso loro di suonare in Inghilterra, Germania, Francia, Olanda, Belgio e Serbia, condividendo il palco anche con artisti di fama internazionale come The Kooks e Prodigy. La line up formata da Elia Rinaldi (voce, chitarra, synth), Orlando Cialli (synth, piano e sax), Leonardo Brambilla (basso) e Lorenzo Burgio (batteria) è ormai ampiamente collaudata e la collaborazione con un producer come Hovie B ha permesso loro di firmare con Please, take your time un come back notturno, intimo, in cui la forma canzone è ritagliata su dettagli di suono, trasformandosi in qualcosa di nuovo per il quartetto, meno impetuoso rispetto all’esordio ma più raffinato e colto. Lighter è l’inizio che spiazza, elettrorock affascinante e lontano dall’irruenza di qualche anno fa, prima della darkeggiante vena di A free bug e di I know that I can be with you, in cui calde note di sax dipingono uno scenario suadente e con punte di malinconia. Pan tribal è il primo momento in cui ricompare lo spirito impulsivo del debut, mentre frangenti psych animano My deepest faces. Vapor è la ballata di turno, evocativa e davvero godibile, I can see you deve di nuovo molto al bel solo di sax di Cialli, che ben si adagia su una struttura tenue ma ricercata. Inquieta elettronica vibra in Skyscrapers, momento conclusivo di un lavoro stimolante, che non fa altro che confermare la crescita della band e la bontà del rooster della Red Cat. (Luigi Cattaneo)

Lighter (Official Video)



venerdì 27 settembre 2019

SPARKLE IN GREY, Milano (2018)


Uscito nel 2018, Milano è l’ultimo disco in studio degli Sparkle in grey, band attiva da due decenni e formata da Franz Krostopovic (viola, violino, pianoforte), Cristiano Lupo (sax, basso, drum machine, pianoforte, batteria), Matteo Uggeri (tastiere, elettronica) e Alberto Carozzi (basso, chitarra). Come da tradizione, in ogni pezzo, i musicisti della formazione si alternano ai vari strumenti, con il contributo di qualche ospite esterno, che movimenta ulteriormente una proposta che è sempre stata ricca di idee, ambientazioni differenti, ricerca sonora, in un climax narrativo raccontato attraverso oscillazioni post, umori wave e fibrillazioni psichedeliche. Chi conosce la band sa che gli sviluppi insoliti dei loro lavori sono l’ideale congiunzione tra melodie seducenti, approccio free e omaggi a brani altrui, stravolti di volta in volta attraverso chiavi di lettura fresche e personali. Quindi troviamo l’iniziale estro di Milan Subhuman ispirato ai leggendari Throbbing Gristle, lo spoken surreale di Parlare col liquido al genio di Enzo Jannacci, ma anche gli And Also the Trees ricordati nell’ottima Tremendous risk for Mr. Formigo e il Roberto Vecchioni dell’immortale Luci a San Siro. Non sono da meno Mevlano, in cui troviamo Reem Soliman alla voce e le due parti di FHS, dove invece abbiamo Simone Riva alla batteria e Pierre Baudry ai synth. Scrittura colta e divagazioni libere da vincoli si intersecano, generando l’ennesima opera che meriterebbe davvero molto di più in termini di conoscenza da parte del pubblico e degli addetti ai lavori, perché i milanesi continuano ad essere dopo vent’anni un gruppo di assoluta nicchia. Per ulteriori informazioni e per sostenere il progetto potete visitare il sito http://www.sparkleingrey.com o la pagina https://sparkleingrey.bandcamp.com . (Luigi Cattaneo)

lunedì 23 settembre 2019

PROTEAN CIRCUS, Rhymes in the voice of river (2019)


Nati solamente tre anni fa, i Protean Circus sono un sestetto formato da Daniele Imperioli (voce), Marco Cutini e Lorenzo Zanelli (chitarre), Andrea Piacentini (tastiere), Simone Todini (basso) e Luca Cutini (batteria), dedito ad un progressive rock che non disdegna incursioni nel metal. Rhymes in the voice of river mi ha sorpreso per la qualità complessiva della proposta, soprattutto se si pensa che la band è di nuova formazione, un concept davvero suggestivo e ispirato. L’iniziale Ancient rhymes è già un biglietto da visita altamente progressivo, atmosferica e classica nel suo strutturarsi, omaggio diretto ma non pedissequo ad un genere oramai storicizzato nei decenni. The vision continua sulla stessa lunghezza d’onda, mettendo in luce un songwriting attento e incisivo, prima di Whisper e Wild waves, pezzi caldi, delicati ma anche capaci di avere impatto e linee melodiche efficaci, caratteristiche guida del sound stratificato del gruppo. Deception is revealed sposta il tiro su un metal prog di grande qualità, Imprisoned calca la mano invece sul pathos, elemento emozionale che la band maneggia con una certa padronanza, mentre Alone torna a parlare un linguaggio più consono all’hard. Ci avviciniamo al finale, dapprima con la delicata The land of fortress e poi con la dinamica The end of the king e la conclusiva perla A mild immortal nymph of river, oltre 12 minuti che sono la quintessenza del background del gruppo, tra distorsioni rock, arrangiamenti soavi e soli pregevolissimi. Da segnalare inoltre un booklet molto curato e professionale, corollario di un lavoro che pone il gruppo vicino ai validi esordi di Overture e La Stazione delle Frequenze, compagini meritevoli di avere uno spazio maggiore nel panorama underground di casa nostra. (Luigi Cattaneo)

A mild immortal nymph of river (Video)  



venerdì 20 settembre 2019

A VIOLET PINE, Again (2019)



Tornano gli A Violet Pine, a distanza di ben quattro anni da Turtles e con una line up rinnovata, che vede oltre a Giuseppe Procida (voce e chitarra) e Paolo Ormas (batterista degli ottimi Rainbow Bridge) il nuovo arrivo Francesco Bizzoca (basso). Again oscilla tra sonorità post e umori stoner, una sorta di crossover tra le visioni dark di The Jesus and Mary Chain e The Cure, il grunge ruvido dei Melvins e The Jesus Lizard e lo stoner degli Earth, una miscela fatta di impatto e sospensioni malinconiche. L’album unisce quindi forza e melodia per tutta la sua durata, un saliscendi tra fraseggi oscuri e passaggi aggressivi, caratteristica di pezzi fragorosi come Interstellar love e Run dog run. La greve title track e il grunge muscolare di When boys steal candies mostrano una band capace di spostare il tiro a proprio piacimento, mentre Black lips e Monster si spostano sul versante di un post rock venato di wave. La conclusiva Zoo è uno strumentale drammatico, che chiude una mezz’ora davvero ispirata e interessante. (Luigi Cattaneo)

Again (Full Album)



mercoledì 18 settembre 2019

ROPSTEN, Eerie (2018)


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Nati ben dieci anni fa a Treviso, i Ropsten si fecero da subito conoscere per un ep, And I fall asleep on a chair, downstairs in the corner, che l’etichetta canadese Dwyer Records stampò in cassetta a tiratura limitata. Dopo un altro ep, Fault, del 2014 e concerti in compagnia di Tides from Nebula, Winter Dust e God is an Astronaut, il quartetto formato da Simone Puppato (chitarra e tastiere), Claudio Torresan (chitarra e tastiere), Leonardo Facchin (basso e tastiere) e Enrico Basso (batteria), arriva l’anno scorso con Eerie al primo full lenght, disco davvero interessante ed edito dalla nostrana Seahorse. L’album è un concentrato strumentale di post, elettronica, psichedelia e kraut, in cui possiamo ritrovare Cluster, Godspeed You Black Emperor!, Explosion in the Sky e Joy Division, band i cui suoni hanno influenzato le composizioni senza però far mancare una certa personalità alle strutture (Y.L.L.A., Grandma’s Computer Games). L’inquietudine emerge dai solchi di Globophobia, colonna sonora dei tempi odierni, mentre meno amara è la seguente Batesville, un passaggio scorrevole che conduce all’inno Kraut parade, il cui titolo è già una chiara indicazione di cosa hanno in mente i Ropsten. Ci avviciniamo alla conclusione dapprima con la penetrante Brain milkshake e infine con la psichedelia acida di 180 mmHg, epitaffio di un disco fluido e dinamico per tutta la sua durata. (Luigi Cattaneo)



sabato 14 settembre 2019

HOLY SHIRE, The legendary shepherds of the forest (2019)


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Fondati nel 2009 da Massimo Pianta, batterista innamorato del metal sinfonico ed epico di matrice fantasy, gli Holy Shire pubblicarono nel 2014 Midgard, disco con cui si fecero conoscere nell’ambiente underground italiano attraverso positive recensioni e una discreta attività live. Nel nuovo e più maturo The legendary shepherds of the forest la line up si completa con Erika Ferraris alla voce, Chiara Brusa al flauto, Andrea Faccini e Frank Campese alle chitarre e Piero Chiefa al basso. Dopo una breve introduzione è Tarots ad aprire l’album, con l’ospite Francesca Chi alla voce, per un pezzo che conduce con forza nel mondo fatato dei milanesi, tra parti operistiche, teatrali e drammatiche. Ottima Danse macabre, che vede la presenza alla voce di Masha Mysmane (degli Exilia) e Simona Aileen Pala (che ritroveremo spesso nel corso dell’opera), contributi essenziali che caratterizzano questa traccia a base di folk ed heavy. Stessa matrice anche per la title track, altro ragguardevole esempio della tavolozza espressiva in possesso del sestetto, mentre la brava Lisy Stefanoni (Shadygrove, Evenoire) caratterizza con la sua ugola Princess Aries. A metà album troviamo Ludwig, raffinata ed elegante, soprattutto nell’intreccio tra le voci e per un uso del flauto piuttosto efficace, prima dell’epicheggiante At the mountains of madness e della più aggressiva The gathering. Inferno accentua il lato dark della proposta (dove ritroviamo Francesca Chi), Ophelia (con la Stefanoni) è invece maggiormente carica di malinconia, con la conclusiva The lake a suggellare un lavoro dove troviamo Federico Maffei dei Folkstone alle tastiere in buona parte dei pezzi (si è occupato anche degli arrangiamenti orchestrali), un’influenza non da poco, come quelle dei Furor Gallico e degli Elvenking, band che echeggiano qua e là tra le pieghe di un come back suggestivo e sicuramente affascinante. (Luigi Cattaneo)

The legendary shepherds of the forest (Video)



GOOD MOANING, The Roost (2019)


A tre anni di distanza dall’ep Hello, parasites, tornano i Good Moaning (Edoardo Partipilo alla chitarra e alla voce, Lorenzo Gentile alla chitarra, Marco Menchise al basso e Davide Fumai alla batteria e alle tastiere), con un full lenght che prosegue quel discorso a base di alternative rock, folk e psichedelia. The roost vive di parti dilatate che si inseriscono all’interno di una forma canzone spesso sussurata, lieve, capace però di spiccare il volo con fraseggi più rock. Tra passaggi di matrice americana, atmosfere oniriche ed esplosioni corali, tipiche ma di effetto, i pugliesi firmano un lavoro che non disdegna incursioni nel dream pop, quello sognante e malinconico di Slow dive o Still corners. Il quartetto ha dalla sua una già discreta esperienza, che si traduce in brani fatti di anima, di sogni, di amarezze, elementi che riecheggiano con trasporto nella title track, in Curtain o in Scarecrow, brani ambivalenti che sono il tratto distintivo di una band in crescita e con ampi margini di crescita. (Luigi Cattaneo)

Suitcase (Video)



venerdì 13 settembre 2019

ifsounds, An Gorta Mor (2018)


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Avevamo parlato degli ifsounds per il precedente Reset, disco che ci aveva particolarmente colpito per quel suo girovagare tra i generi, partendo da una base psichedelica trait d’union tra le influenze. Il nuovo An Gorta Mor presenta una band rodata e consapevole (Runal alla voce, Fabio De Libertis al basso, Dario Lastella alla chitarra, alle tastiere e ai synth, Lino Mesina alla batteria e Claudio Lapenna alle tastiere e al piano), impegnata in un concept sulla fuga, nel caso specifico dalla fame e dalla paura, con la voglia di riscatto di un popolo, quello irlandese, che a metà 800 fuggiva dalla grande carestia, episodio storico poco conosciuto che il quintetto ha deciso di raccontare in un lavoro sofisticato ma sempre molto godibile. La psichedelia settantiana c’è sempre, corredata da atmosfere che rimandano alla stagione d’oro del progressive ma anche all’impeto del garage anni ’60, antitesi tra generi che trova forma nelle idee concettuali di una band che ha forse raggiunto la piena maturità. È difatti Mediterranean floor, con le sue spigolosità, ad aprire l’album, tra passaggi rock e delicati momenti, marchio di fabbrica della band molisana. Techno Guru mostra il lato “sperimentale” del gruppo, che poi piazza con Violet la ballata malinconica di turno, peraltro ben riuscita. Le tastiere e i synth di Lino Giugliano colorano Reptilarium, ospite che ritroviamo anche nella conclusiva suite, nonché title track del disco, insieme a Matteo Colombo (violino), Vincenzo Cervelli (voce), Alessandra Santovito (voce), Francesco Forgione (bhodràn) e Marco Grossi (voce), tutti validissimi nel dare il proprio contributo nel brano più rappresentativo dell’opera, a cavallo tra folk, prog, psichedelia, hard e irish sound. (Luigi Cattaneo)

An Gorta Mor (Full album)



sabato 7 settembre 2019

IKE, Construction site (2019)


Construction site è l’esordio multietnico di Ike, progetto di Isaac De Martin registrato con ben 16 musicisti di sette paesi differenti, uno sguardo curioso e trasversale, multiforme, che coniuga indie, elettronica e pop senza porsi limiti di sorta. Un cantiere aperto dunque, contaminato, sintesi degli umori altalenanti di Isaac, che si riflettono sin da Flughafen love, lieve e brillante esempio del mood Ike, gestito con sapienza dal particolare timbro dell’eccentrica Karla Stereochemistry. Auburn june è lo strumentale che segue, tra ritmiche elettroniche e parti fiatistiche, mentre Karla segna anche il passaggio di Plastikspoon, elegante sviluppo di un sound sempre molto corale. Das birke è un altro strumentale e mette in luce anche la bravura dei musicisti coinvolti, abbinata ad una scrittura davvero rifinita, un trip intrigante che risulta tra le cose migliori del lavoro. A ballad to Ms. Forest è invece cantata da Mabbasta Voodoo, col risultato di spostare il tiro verso il folk, prima di Balchik Garten, che per intensità non sfigurerebbe nel catalogo 4AD, e la sottile vena malinconica della sognante Seeds ‘n flowers. Alice Vivian è l’anima soul di Mother don’t cry, che poi muta nella dance finale di The journey into the welcome, chiusura di un disco che, pur con qualche calo creativo, risulta essere interessante e figlio del contemporaneo. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare l'intero album

lunedì 2 settembre 2019

CONCERTI DEL MESE, Settembre 2019

Lunedì 2
·Banco del Mutuo Soccorso a Verona

Martedì 3
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Mercoledì 4
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Giovedì 5
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Venerdi 6
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Sabato 7
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)
·Napoli Centrale a Serrara Fontana (NA)

Domenica 8
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Lunedì 9
·Soen a Milano

Venerdì 13
·Balletto di Bronzo a Roma
·Il Segno del Comando + Secret Tales a Milano


Sabato 14
·Napoli Centrale ad Altamura (BA)
·PFM ad Atripalda (AV)
·The Forty Days a Piombino (LI)


Giovedì 19
·Macchina Pneumatica a Milano

Sabato 21

·Holy Shire al Legend di Milano
·The Cage a Lugagnano (VR)
·Ray Wilson & Notturno Concertante a Roma
·Massimo Giuntoli a Villasanta (MB)
·Napoli Centrale ad Avellino
·Juri Camisasca a Milano

Domenica 22
·OAK a Nepi (VT)

Mercoledì 25
·Progressivamente Free Festival a Roma

Giovedì 26
·Progressivamente Free Festival a Roma

Venerdì 27
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Napoli Centrale a S. Angelo d'Ischia(NA)
·Lingalad a Bergamo

Sabato 28
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Get'em Out! a Trofarello (TO)
·PFM a Sondrio
·Vak + Universal Totem Orchestra a Milano
·OAK a Roma

Domenica 29
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Real Dream a Grosseto

domenica 1 settembre 2019

HOLLOWSCENE, Hollowscene (2018)


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Avevamo parlato degli Hollowscene quando ancora si chiamavano Banaau (band nata ad inizio anni ’90 come duo, Andrea Massimo alla chitarra e alla voce e Lino Cicala alle tastiere), in occasione di The burial, interessante ep del 2016. La firma con la storica Black Widow Records e una line up definitiva che vede, oltre Massimo e Cicala, Walter Kesten (chitarra e voce), Demetra Fogazza (flauto e voce), Andrea Zani (tastiere e voce), Tony Alemanno (basso e voce) e Matteo Paparazzo (batteria e voce), ha portato a questo debutto omonimo davvero di buonissima fattura. La prova corale, d’insieme, è alla base della sontuosa suite Broken coriolanus, divisa in cinque frangenti per poco più di 40 minuti sinfonici, ispirati ai Genesis e al progressive inglese ma anche ad un certo dark prog d’annata, trademark che va a creare qualcosa di estremamente affascinante e misterioso. Il primo step è la genesisiana Welcome to Rome, dove da subito troviamo una tavolozza di sfumature ben congegnate e qualche rimando ai mai troppo decantati Nektar, band che attraversò i settanta sfornando parecchi album da riscoprire. A brave fellow accentua il lato progressivo della proposta, tra tempi dispari, soluzioni elettriche e soavi melodie lontane nel tempo. Traitor continua a parlare il linguaggio del prog inglese, con sprazzi sinfonici e cambi di tempo improvvisi, mentre Slippery turns (atsumori) presenta un singolare recitato in giapponese ad opera di Takehiro Ueki, che risulta uno stimolante espediente per la funzionalità del pezzo. La suite si chiude con il grandeur, malinconico e maestoso, di Rage & Sorrow, tredici minuti in cui i milanesi decantano e sintetizzano decenni di ascolti progressivi, interiorizzati e dipanati con passione e soprattutto pathos. Ci sono altri due brani, The worm, che arriva direttamente dagli anni ’90 e che già mostrava la direzione stilistica futura e The moon is down, cover dei Gentle Giant e bel finale di un lavoro prezioso, da gustare e approfondire per cogliere appieno anche i tanti sviluppi testuali presenti in esso. (Luigi Cattaneo)

Welcome to Rome (Video)


STAMINA, Live in the city of power (2019)


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Dopo quattro album in studio arriva anche per gli Stamina la possibilità di pubblicare un disco dal vivo, Live in the city of power, cd + dvd registrato in Polonia ed edito dalla Rock Company, intriso di quel power prog che richiama nomi fondamentali come Symphony x, Angra, Royal Hunt e in parte gruppi nostrani come Vision Divine e Derdian. La partenza è affidata a Why?, scolpita da una discreta carica power, su cui si nota il bell’intreccio tra la sezione ritmica formata da Carmine Vivo (basso) e Federico Cozza (batteria) e le tastiere di Giovanni Sellitto, tipiche del genere ma molto azzeccate. Must be blind tiene alto il rodaggio elettrico, con l’ottima prova di Luca Sellitto (chitarra), mentre è Alessandro Granato (voce) a spadroneggiare in Higher. Il power prog tinge anche la riuscita verve di Love was never meant to be, prima della maestosa carica di One in a million e di Perseverance, più vicina al progressive. Holding on convince per il bel duello tra i due Sellitto, Breaking another string è tra i brani migliori del lavoro, tra prog metal e gustosi sinfonismi. Il finale è ad appannaggio di Eyes of the warrior, ben riuscita e giusto finale di un live che può essere senz’altro un bel biglietto da visita per iniziare ad apprezzare questa meritevole band. (Luigi Cattaneo)

Breaking another string (Video)