martedì 29 gennaio 2013

ARABS IN ASPIC, Srange frame of Mind (2012)

Novità assoluta per la Black Widow Record, gli Arabs in Aspic (scovati in Norvegia) si presentano al pubblico italiano dopo un ep d’esordio del 2003 e Far out in Aradabia del 2004che devono aver convinto la label genovese a distribuire il nuovo Strange frame of mind. Pare quasi scontato che le coordinate su cui si muove la band siano quello di un progressive infarcito di influenze prossime alla psichedelia, al dark e all’hard rock comunque molto settantiano. Certamente derivativo e ricco di suoni assolutamente vintage (organo in primis) il disco farà la felicità dei tanti nostalgici del periodo aureo del prog internazionale, viste le molte influenze, soprattutto inglesi, che si manifestano nell’arco dei 45 minuti scarsi di cui è composto l’album. E difatti queste sono le linee guida dell’iniziale The flying norseman con Stig A. Jorgensen molto abile nel creare tappeti di organo su cui la band esprime il proprio amore per un tempo che non c’è più, un’era in cui dominavano Deep Purple e Pink Floyd. Le virate prettamente strumentali danno la possibiltà di comprendere come quella sia l’epoca a cui i norvegesi guardano con più interesse e dalla quale sono irrimediabilmente attratti per catturare più spunti possibili. E allora così va letta la ballata Into my eye, capace di collegare tratti psichedelici con il buon vecchio progressive dei mai dimenticati Camel, sino a sfociare nel riff hard rock di Morket, un omaggio tanto ai Black Sabbath quanto al progressive, soprattutto nella parte strumentale collettiva di buon livello. Fall till marken è una lunga cavalcata hard in cui tuffarsi e in cui percepire umori ora progressive ora psichedelici, con buone aperture strumentali che mostrano come la band sappia destreggiare davvero con abilità la materia. Episodio piacevole è Tv,soprattutto per la parte strumentale decisamente valida e che ha il pregio di condensare in 5 minuti hard rock ed inflessioni psichedeliche di derivazione floydiana, mentre risulta intensa la title track, ben bilanciata tra toni da ballata elettrica e gli Uriah Heep di Very ‘eavy…Very ‘umble. Si prosegue con una lanciatissima Have you ever seen the rain, pt 2, una killer song dal vivo, potente e dal piglio quasi heavy metal, per poi arrivare alla conclusiva Arabide, uno dei migliori brani del lavoro, capace di richiamare alla mente la scena progressiva non solo inglese ma anche quella italiana, soprattutto per l’uso raffinato delle voci che si sovrappongono e creano scenari avvolgenti in grado di catturare ascolto dopo ascolto. Ma c’è di più. Perché qua e là pare di scorgere anche l’ombra lunga di Steve Sylvester e del suo progetto Sancta Sanctorum, uscito guarda caso proprio per la Black Widow nel 2010, oltre che i soliti rimandi alla cultura psichedelica e stoner che aleggiano su buona parte dell’album. Nel finale Hocus Pocus rende omaggio ai Focus, storico gruppo olandese degli anni ’70. Si evince quindi come tutto l’album sia infarcito di suoni che devono tanto alla tradizione e al passato che gli Arabs in Aspic hanno riproposto con cura e in maniera sicuramente intensa e sentita. Non inventano proprio nulla ma ascoltarli tutti d’un fiato è un piacere a cui consiglio di non rinunciare!!! (Luigi Cattaneo)

Arabide (Video)


domenica 27 gennaio 2013

XANTHOCHROID, Blessed he With Boils (2012)

Prima di iniziare l'analisi di questo bellissimo disco, vorrei chiarire un punto:  i Xanthochroid suonano prevalentemente black metal.
Allora come mai è stata inserita una recensione di un gruppo black metal in un blog progressive? La risposta è molto semplice: tale opera è talmente articolata, variegata e raffinata, che può sicuramente rientrare in un contesto di questo genere. Inoltre io credo vivamente che per amare non solo la musica progressiva, ma anche tutta la bella musica, bisogna abbattere le barriere di genere e concentrarsi esclusivamente sul valore dell’opera in questione, allontanandosi dai purismi o dai massimalismi tipici di chi ascolta solo un determinato genere musicale (vedi i puristi del jazz, del metal, del blues,  piuttosto che i puristi del progressive che ritengono che tale genere sia “morto” dopo il 77). Detto questo, passiamo al disco. A parte un precedente demo ed un Ep del 2011, Blessed he with boils è il lavoro d'esordio di questa fantastica band Californiana, opera incredibilmente matura e complessa che lascerà sicuramente un segno in coloro che amano la musica estrema, ma anche la melodia: siamo di fronte ad un lavoro in cui le tastiere e le orchestrazioni di Sam Meador la fanno da padrone, come nella prima traccia, Aquatic Deathgate Existence, composizione completamente strumentale ed orchestrale con tanto di cori a cappella nella parte finale.
La quiete di questa traccia viene spezzata dal blast beat micidiale del drumming (e flautista) Matthew Earl che introduce la title track, prima mini suite di quasi 8 minuti, dove il duplice cantato (screaming e clean vocals) rende il pezzo molto drammatico. Inoltre vi è un largo uso della chitarra acustica che sorregge un bellissimo arpeggio di flauto che ci trasporta in un'altra dimensione.
Evocativa ma soprattutto completamente slegata dal metal è Winter's end, una ballata per chitarra acustica e flauto dove emergono le percussioni medievali e la voce scura ed espressiva di Sam Meador. Il suono in questione ricorda molto quello degli Opeth più melodici (altra band che consiglio caldamente). Deus absconditus pt I e II, rappresentano la vera e propria suite del cd, dove ancora una volta dominano le chitarre acustiche e le clean vocals: forse questa è la traccia più suggestiva dell'album ed i chiaroscuro creati dalla continua alternanza di chitarre acustiche ed elettriche, orchestrazioni ed il magistrale uso del doppio cantato, lo rendono un piccolo gioiello. In Putris Stagnum rimanda ai grandi Dimmu Borgir (quelli di Puritania Euphoric Misanthropia per intenderci), mentre Here I'll stay è una composizione per piano solo che introduce l'ultima traccia del disco, Rebirth of an Old Nation di oltre nove minuti che con le sue tensioni e variazioni armoniche riprende i concetti precedentemente espressi dalla band.
In conclusione un disco assolutamente meraviglioso, che probabilmente non piacerà nè agli amanti del prog classico (anzi lo odieranno), nè ai black metallers più intransigenti. Tuttavia coloro che  non temono il confronto tra generi diversi tra loro, non potranno far altro che amare i Xanthochroid ed apprezzarne le loro poliedriche capacità tecnico-compositive e la loro versatilità timbrica. Poi, come dico sempre, esistono solo due tipi di arte, quella buona e quella pessima, e qui siamo di fronte a della grande musica. (Marco Causin)

Blessed he With Boils (Video)







sabato 26 gennaio 2013

CORDE OBLIQUE NOTE D'ARTE

NOTE D'ARTE
CORDE OBLIQUE IN CONCERTO ORE 19 SABATO 26 GENNAIO
ORATORIO DI SANT'ANDREA AL CIELO
PIAZZA DI SAN GREGORIO ROMA

venerdì 25 gennaio 2013

TONTON MACOUTE, Tonton Macoute (1971)


Qualche anno fa, nel mio negozio di dischi preferito, mi sono imbattuto in questa fantastica ristampa prodotta dalla Akarma, casa discografica specializzata nel riproporre vecchi cd anni 70 di progressive ed altro.
Con piacere ho scoperto una delle formazioni inglesi più interessanti di jazz rock dei primi anni 70. Ed è proprio di jazz rock, seppur influenzato dal folk, da qualche "spruzzo" di psichedelia, e dal rock , che si parla: oggi probabilmente potremmo parlare di gruppo progressive o di "canterbury sound", ma io sono più legato a questa definizione, che ne esplica maggiormente le caratteristiche sonore.
Tutto l'album è infatti dominato dalle inflessioni jazzistiche del fiatista-cantante Dave Klowles (flauto traverso, sax soprano e tenore, clarinetto) e dalle tastiere di Paul French (a suo agio sia al pianoforte sia all'organo Hammond), i quali sono anche i principali compositori dei brani.
I due pezzi chiave dell'album sono Don't make my cry e You make my Jelly Roll, rispettivamente la traccia numero tre e cinque dell'album: nel primo caso il brano si apre con degli accordi di Hammond ed uno splendido solo di sax di Klowles, il tutto sorretto da una splendida sezione ritmica (provate ascoltare lo splendido groove di basso suonato da Chris Gavin), per poi sfociare in un canto appena sussurrato che diventa all'improvviso ieratico e viscerale; nel secondo caso la band ci vuole far assaporate spezie di smooth jazz con il suo incedere così rilassato e soft del piano che ben accompagna una voce lieve, ma all'occorrenza capace di ritagliarsi spazi da assoluto protagonista.
Il gruppo riesce spesso a cambiare ricetta sonora e, come ho inizialmente anticipato, in alcuni momenti si lascia trascinare sull'onda della psichedelia, come accade nella traccia iniziale, Just like Stone, dove le voci armonizzate odorano di west coast sound (Crosby, Stills, Nash and Young ) e le melodie si fanno ariose e più leggere.
Il finale è occupato da una suite divisa in due parti, Natural high pt I e II, interamente composte da French: in questo brano sono le sue tastiere che dettano le coordinate e spesso sono il veicolo ideale per le improvvisazioni fiatistiche di Klowles.
In conclusione consiglio vivamente di recuperare questa perla nascosta, che potrà piacere sia ai fan più accaniti del progressive anni 70 sia ai fan del jazz. Questo è un disco ancora fresco ed attuale, che non risente per nulla degli anni trascorsi e che può benissimo essere collocato tra i più blasonati prodotti del sound canterburiano di quel periodo (vedi "Hatfield and the north", "Caravan" o "Soft machine" ). Da ascoltare ad alto volume e con gli occhi chiusi! (Marco Causin)

You Make my Jelly Roll (Video)


giovedì 24 gennaio 2013

TOLO MARTON, Acusticamente


TOLO MARTON, UNO DEI MIGLIORI ESPONENTI DEL BLUES ITALIANO APRE LA QUINTA EDIZIONE DI ACUSTICAMENTE. IN VESTE DI SPECIAL GUEST ALDO TAGLIAPIETRA, STORICO FONDATORE DEL GRUPPO PROG LE ORME.
1 FEBBRAIO TEATRO ASTRA SAN GIOVANNI LUPATOLO (VR)

martedì 22 gennaio 2013

EMISFERI PARALLELI, Il Giardino delle Delizie (2012)

Gli Emisferi Paralleli sono un giovane gruppo di Spoleto che ha però alle spalle già diversi anni di attività (si sono formati nel 2008) e un vecchio progetto che rispondeva al nome di Semi Infermità Mentale. Da quella esperienza difatti provengono Luca Arcangeli Conti (basso e voce), Alessandro Esposito (tastiere e voce) e Fabrizio Felici (chitarra e voce) a cui si aggiungono qualche mese dopo Alessio Silvioli (batteria) e Andrea Benedetti (voce). C’è tanto metal progressivo nel debut Il giardino delle delizie che viene addolcito con passaggi sinfonici più vicini alla tradizione prog rock nostrana dei ’70 e con una visione del concept album che parte dal loro sguardo e dalle sensazioni che emergono dalla visione del quadro del pittore fiammingo Hieronymus Bosch (da cui è tratto il titolo del lavoro). Indubbiamente non ci troviamo di fronte ad un disco particolarmente originale ma i ragazzi sanno comunque come trattare la materia e indovinano alcune situazioni, sì tipiche ma comunque ben riuscite e le composizioni si sposano tra loro in maniera piuttosto efficiente. Il giardino delle delizie consta di 5 parti in cui si viaggia attraverso situazioni lirico-musicali che partono dal Mondo al Terzo Giorno, passano dalla Creazione di Eva e giungono all’Inferno Musicale. Insomma, un concept per nulla semplice o scontato. In Prologo piace soprattutto il prog metal di Metastabilità, ricca di spunti melodici e riff chitarristi sostenuti e ispirati, con la voce di Benedetti convincente e capace di toccare tonalità alte come spesso richiede il genere. In Parte Prima emerge La creazione di Eva con i suoi quasi 10 minuti a cavallo tra Dream Theater, grande punto di riferimento e Symphony x e se pure la traccia è piena di citazioni si fa apprezzare per una certa musicalità e un gusto per la melodia non indifferente, oltre che per mettere in mostra delle buone doti tecniche dei singoli (nessuno escluso!). Mi ha piacevolmente colpito in questa Parte prima anche la breve sinfonia Dialoghi a tre voci che potrebbe essere una buona base di partenza per sviluppi successivi… Parte seconda si apre con un omaggio hard alla P.F.M., perché questo sembra La danza della lussuria, forse il brano migliore dell’intero lavoro e con una parte centrale totalmente strumentale che lascia intravedere come questi ragazzi abbiano anche le capacità per intraprendere strade diverse rispetto a quelle sinora ben elaborate. La convinzione difatti è che possano anche spostare il tiro verso territori meno heavy che paiono più convenzionali rispetto a quando si cimentano nei brevi passaggi strumentali che legano le varie sezioni tra loro (Fragile sfera).Difatti più anonima è l’inizio della Parte Terza, La legge del contrappasso che si riallaccia nuovamente ai mostri sacri del prog metal, con una lunga parte strumentale sicuramente valida dal punto di vista tecnico, un po’ meno da quello creativo. La lunga Inferno musicale parte in pieno stile power trash, ricordando non poco gli Eldritch, per poi evolversi in un chorus cantabile prima e in una sezione strumentale dal sapore hard e psichedelico poi. Congiunzione astrale è racchiusa dentro Epilogo e si tratta di una ballata elettrica in cui spunta il talento di Felici, autore di un emozionante solo che chiude il racconto. Un esordio di valore che lascia intravedere ampi margini di miglioramento, soprattutto se saranno limitati alcuni clichè che tendono a spuntare con insistenza in alcuni momenti (non troppi comunque…). Le capacità indubbiamente ci sono per sperare in un ulteriore salto di qualità. (Luigi Cattaneo)               
La Danza della Lussuria (Video)

               


lunedì 21 gennaio 2013

PLATONICK DIVE, Therapeutic Portrait Tour


Anticipato dal singolo Youth, da oggi è disponibile in cd e in versione digitale (qui su iTunes: https://itunes.apple.com/it/album/therapeutic-portrait/id592630552) Therapeutic portrait, album d’esordio dei Platonick Dive pubblicato da Black Candy Records con distribuzione Audioglobe.

Musica narrativa che si articola su divagazioni ambientali, costruzioni geometriche ed esplosioni di feedback grazie a chitarre che seguono la tradizione dei maestri del post rock, laptop, sintetizzatori e tastiere. Therapeutic Portrait, quasi interamente strumentale, è il ritratto di un quadro ma anche un racconto ambientato tra il freddo dei fiordi: a ogni ascoltatore la possibilità di definire i lineamenti e la narrazione.

Di seguito le prime date dal vivo in cui la band livornese, composta da Gabriele Centelli, Marco Figliè e Jonathan Nelli, presenterà l’album:

18/01 - Rebeldia, Pisa
24/01 - Officina Giovani, Prato
25/01 - Sinister Noise, Roma
26/01 - Corte dei Miracoli, Siena
02/02 - Tetris, Trieste
02/03 - Tender Club, Firenze

domenica 20 gennaio 2013

APOTEOSI, Apoteosi (1975)

Quando si nominano gli Apoteosi ci si imbatte inevitabilmente in una storia unica e particolare. Primo perché il luogo di nascita del gruppo, la Calabria (Palmi per l’esattezza), non ha dato i natali a nomi di grido del panorama progressivo italiano e poi per l’età davvero bassa dei musicisti coinvolti (Massimo Idà aveva 14 anni…). Storia buffa anche perché gli Apoteosi sono formati in pratica da una famiglia, gli Idà. Difatti Silvana, Federico e Massimo sono fratelli e questo esordio venne stampato nel 1975 grazie alla Said Records di Salvatore Idà (il padre). Tutto in famiglia verrebbe da dire. E non è sbagliato dire che il disco è più conosciuto ora, in epoca di ristampe e web che all’epoca della pubblicazione, probabilmente anche a causa di scarsa distribuzione ed esposizione del prodotto.
Vista la data di pubblicazione è lecito pensare che gli Apoteosi si accodassero alla deriva trascinante del pop sinfonico. In effetti la base di partenza è quella e le citazioni sono ovvie, con la P.F.M. in primis. Ma il risultato pur non brillando in originalità è piuttosto interessante grazie soprattutto a doti tecnico-compositive apprezzabili. L’intro Embrion ha mire space e psichedeliche rese attraverso le tipiche tastiere del periodo che chiariscono sin da subito quali sono le reminiscenze del gruppo calabro. La suite Prima realtà/Frammentaria rivolta lunga quasi 15 minuti ha i connotati di una cavalcata sinfonica che ben esprime il loro amore per quel mondo sonoro che si sta via via sgretolando. Ci sono i richiami ai grandi del prog italiano come Banco del Mutuo Soccorso e P.F.M. (Celebration) e laddove non ci si arriva con l’originalità i calabresi mostrano ottime doti compositive e soprattutto tecniche, visti i cambi di tempo e d’atmosfera che si palesano lungo tutta la suite. Difatti i momenti strumentali sono quelli su cui i 5 fanno maggiore affidamento e su cui forse hanno lavorato con più scrupolo vista la qualità espressa. Non si può dire lo stesso di Silvana Idà, voce del gruppo, che pur in possesso di un timbro vocale dolce e a tratti piacevole ha poco mordente e “costringe” la band ha creare situazioni d’atmosfera in cui farla esprimere, facendo così perdere in parte l’intensità raggiunta. Inoltre i problemi di dizione (a volte troppo evidenti) penalizzano e infastidiscono l’ascoltatore. Quindi il gruppo concede poco spazio al canto e predilige adagiarsi su terreni sicuri in cui dimostrare tutta la confidenza che hanno con i rispettivi strumenti. Su tutti Massimo Idà, bravissimo nel districarsi tra i suoni delle sue tastiere e la sezione ritmica formata da Federico Idà al basso e Marcello Surace alla batteria, una coppia solida e quadrata. Il grande disumano/Oratorio/Attesa è la seconda suite divisa in tre sezioni. La prima è strumentale e mette nuovamente in luce la loro propensione alle strutture articolate, senza dimenticare il gusto per la melodia. Peccato che la seconda parte della suite sia assolutamente da evitare. Una sorta di brano religioso in cui torna ancora più irritante la voce di Silvana Idà che fortunatamente sparisce per lasciare spazio alla smania strumentale dell’ultima sezione piuttosto ispirata. Molto più lieve l’inizio di  Dimensione da sogno i cui toni da ballata piano e voce non aiutano la Idà e allora la band tenta di tornare in carreggiata con un finale strumentale che non salva però il brano che risulta il più datato dell’intero lavoro. Chiude la title track strumentale dagli spunti psichedelici che mostra ancora la sorprendente capacità e sensibilità di questi giovani musicisti. Ottime le parti ritmiche piuttosto sostenute e il solo di chitarra di Franco Vinci oltre che le immancabili tastiere di Massimo Idà. Un disco questo dalle molteplici facce. La scarsa originalità viene contrastata da una scrittura convincente e brillante. Le grandi doti tecniche sopperiscono a loro volta alla performance vocale davvero non esaltante e a testi poco interessanti (probabilmente anche a causa della giovane età). In definitiva pur non trovandoci di fronte ad un disco di prima fascia Apoteosi risulta gradevole, sicuramente valido e ricco di spunti che lasciano intravedere come si sarebbe potuto meglio sviluppare il loro percorso se avvessero avuto una seconda possibilità.

Prima Realtà (Video)

                          

venerdì 18 gennaio 2013

EAST CARGO,E-motion (2008)

Oggi vorrei porre la vostra attenzione su questo affascinante secondo lavoro dei friulani East Cargo dal titolo evocativo E-motion, pubblicato nel 2008.
In realtà le persone coinvolte in tale progetto sono dei musicisti noti nel panorama friulano, in quanto il batterista Camillo Colleruoli , oltre alla sua lunga attività didattica , ha militato in pianta stabile nei Garden Wall , storica band di progressive rock sperimentale friulano (tutt’ora in attività) ed attualmente è in forza nella metal band Hollow haze, Simone D’Eusanio e Cristian Rigano, rispettivamente  violino e tastiere, sono degli affermati turnisti che hanno collaborato, tra i vari artisti, con Tiziano Ferro e Giusy Ferreri.
Ma veniamo al disco. Il quintetto propone un’affascinante ed originale combinazione di musica balcanica, elettronica, world music, ed ovviamente rock progressivo intelligente e moderno, svincolato dal suono degli anni 70, dove su tutti emerge il talento melodico di Simone D’Eusanio che con il suo violino elettrico tesse trame evocative, perfettamente sorretto dalla potente sezione ritmica della coppia Colleruoli-Mistè  e dalle tastiere e sampler elettronici di Cristian Rigano.
Provate ad ascoltare la seconda traccia del disco dal titolo Cb Techno, dove come ospite troviamo Raffaello Indri (chitarra solista dei sopracitati Garden Wall), il pezzo più hard dell’album, dove la band scombina le carte in tavola di continuo: si passa da una ritmica quasi dance a delle bordate metal, sfociando alla fine in un micidiale assolo di batteria del possente Camillo. Bombay? ricorda vagamente le atmosfere dei Goblin, se non fosse per il violino di D'Eusanio che sparge spezie mediorientali per tutto il pezzo, mentre March Hora è una vera e propria danza balcanica, veicolo ideale per i virtuosismi del violinista. Nocturnal Sunlight è il mio pezzo preferito: le atmosfere rarefatte del brano, impreziosito da un bellissimo assolo di tastiere, ricordano alla lontana i Pink Floyd. L'allodola dovrebbe essere una rivisitazione di un brano tradizionale balcanico, dove ancora una volta il violino fa da padrone, sorretto da uno splendido dialogo tra basso e batteria. Il disco si conclude con Spy Story 5533, forse la traccia più progressiva del disco (attenzione alla ghost track alla fina del brano). 
In conclusione E-motion è un disco consigliato a tutti gli amanti della musica strumentale a 360° e del progressive non legato esclusivamente alle sonorità tipiche degli anni 70, ed in generale a tutti coloro che godono nell’ascoltare qualcosa di diverso e poco categorizzabile. Tali fruitori non potranno che apprezzare la qualità delle composizioni e della perizia tecnica dei singoli musicisti, nonché l’ottima produzione e la cura con la quale è stato realizzato il prodotto!
A buon intenditor poche parole!! (Marco Causin)

Dance (Live)


giovedì 17 gennaio 2013

QUANAH PARKER DAL VIVO


QUANAH PARKER PRESENTA IL NUOVO CD "QUANAH!" LIVE

QUANAH PARKER DAL VIVO, PRESENTAZIONE DEL CD QUANAH!
20 GENNAIO 2013
PRESSO OSTERIA IL MAIALINO, VIA TRIESTINA BASSA N 142 LOC VALCASONI ERACLEA



mercoledì 16 gennaio 2013

ANIMA MORTE, The Nightmare Becomes Reality (2011)


Anima Morte. Quando un moniker sintetizza al meglio l’idea musicale che si vuole esprimere. Se a ciò aggiungiamo un titolo quanto mai efficace e un artwork in linea con quanto poi espresso si può già avere un quadro d’insieme delle creazioni di questa interessantissima band svedese. Questo secondo disco prosegue il discorso iniziato con il precedente Face the sea of darkness (2007) e mantiene in maniera costante una visuale sul mondo dei nostrani Goblin e sulle colonne sonore italiane dei film horror. Il tutto ovviamente in chiave progressive e profondamente vintage. Dopo una brevissima introduzione Corridor of Blood è inizio ideale per convogliare tutte le loro influenze e si sente in maniera pesante l’amore per i Goblin soprattutto negli incroci tra le tastiere di Fredrik Klingwall e la chitarra di Daniel Cannerfelt, autori di stupendi momenti durante tutto il disco. In The reverant fa la sua apparizione l’organo che viene sostenuto da energiche parti chitarristiche che ne fanno un brano ficcante ma di grande atmosfera. Contamination ricorda molto da vicino la colonna sonora dell’omonimo film del 1980 di Lewis Coates ed è dominata dalle tastiere dell’ottimo Klingwall. Carica di inquietudine è Passage of darkness, grazie ancora una volta ad un ispirato lavoro tastieristico che è il marchio di fabbrica degli svedesi, mentre più distesa appare Solems graves  in cui la band concede spazio anche al Moog e al Mellotron. Delirious è un altro brano compatto e maestoso e vanno fatti i dovuti complimenti alla sezione ritmica formata da Stefan Granberg al basso e Teddy Moller alla batteria, decisamente bravi nell’accompagnare le scorribande di Klingwall e Cannerfelt. Il clima funereo caro all’immaginario horror torna prepotentemente con Feast of feralia e la title-track, pezzi dove si condensano davanti agli occhi i mondi creati ad arte dai maestri dei cosidetti b-movie o del thriller argentiano di cui spesso sono stati protagonisti musicisti straordinari come Claudio Simonetti e Keith Emerson. Things to come è la traccia che più si allontana dal climax horrorifico fin qui respirato ma riesce a convincere ugualmente e mette ulteriormente in mostra le ottime doti tecniche del gruppo e la loro capacità di saper comunicare ed emozionare. Non lascia speranze The dead will wolk the earth in cui le tastiere hanno la forza di ricreare le oscure atmosfere di cui erano intrisi film come Zombie 2 di Lucio Fulci (per chi ama quel periodo cinematografico un must assoluto!) che presagivano un mondo dominato dai morti viventi. Un ritorno assolutamente di buon livello per un disco ovviamente cupo e tenebroso, ben suonato e che guarda moltissimo al passato, ai Goblin e più in generale alle soundtrack che caratterizzavano i film horror degli anni ’70. Per gli amanti di tale accoppiata The Nightmare become reality è il disco da non lasciarsi sfuggire. (Luigi Cattaneo)

The Nightmare Becomes Reality


     

lunedì 14 gennaio 2013

ALPHATAURUS, AttoSecondo (2012)

Un altro ritorno significativo, uno dei tanti a cui stiamo assistendo con continuità da qualche anno a questa parte. Un come back speciale, non solo nella forma o in quella vena nostalgica che spesso accompagna i ricordi di album leggendari, di culto, del periodo aureo del progressive italiano. Gli Alphataurus sono uno di quei gruppi sparito troppo presto dai palchi nazionali dopo la pubblicazione dell’omonimo debutto targato 1973, che con il passare dei decenni ha acquisito i gradi di disco importantissimo per comprendere al meglio quello che era il fitto panorama underground italico. Come molti lavori nuovi di vecchie glorie, anche questo dividerà i fan di prima e seconda generazione ma in questo caso è forse giusto rimarcare che, pur a dispetto di un sound sinfonico che era tanto caro ai milanesi già 40 anni fa, gli Alphataurus attuali hanno idee, urgenza comunicativa e una energia che li rende solidi e molto compatti nel riproporsi con l’entusiasmo di una band emergente. Si può parlare di vero e proprio Attosecondo, anche se non vanno dimenticati, almeno per dovere di completezza, Dietro l’uragano, pubblicato dalla Mellow nel 1992 e contenente alcuni provini, incompleti di voce, che sarebbero dovuti essere registrati per il secondo album e Live in Bloom, registrato nel 2010 per festeggiare la reunion da poco avvenuta. C’è da dire che della formazione degli anni ’70 ritroviamo solo Pietro Pellegrini alle tastiere e Guido Wassermann alla chitarra, mentre tutti gli altri membri sono nuovi, a partire dal cantante Claudio Falcone, bravo nel non far rimpiangere Michele Bavaro, alla potente sezione ritmica formata da Alessandro “Pacho” Rossi (già alla batteria con i grandi Karma) e Fabio Rigamonti, alle tastiere di Andrea Guizzetti, indispensabile nel creare tappeti e suggestive atmosfere. Il risultato di tale insieme è molto buono, in una sorta di continuità stilistica e di contenuto che rimanda inequivocabilmente alla stagione migliore del rock progressivo e gli Alphataurus ancora oggi, come allora, danno maggiore importanza ad un suono d’insieme che a mirabolanti prove solistiche, pur se appaiono evidenti le capacità strumentali dei coinvolti. Sono caratteristiche che emergono da subito, con ProgressivaMente, colorata dalla fusione della coppia di tastieristi, dalla sezione ritmica che mostra aggressività e precisione e da Wassermann brillante interprete innamorato dell’hard rock. Anche la prova di Falcone risulta subito positiva e pur avendo un background più vicino al soul dimostra grande coesione e affiatamento con tutto il gruppo, dimostrando di poter essere uno dei punti forti su cui basare anche gli Alphataurus del futuro. Gocce è l’episodio migliore, quello più seducente e complesso nel suo incedere, con Wasserman che si muove con mano sicura ed esperta e Guizzetti bravissimo nel mostrare il suo retaggio figlio della fusion che ben si sposa con il mood progressivo della composizione e con il tocco differente di Pellegrini, in un gioco di contrasti davvero attraente. A ciò va aggiunto un testo ad opera di Falcone riuscito ed emozionale su cui lo stesso cantante si esprime con sicurezza e passione, per quello che diverrà un classico in sede live. Dopo questi due brani la band riprende alcune tracce già presenti in Dietro l’uragano, ossia Ripensando e…, Claudette e Valigie di terra. Ripensando e… rimane strumentale e dal sapore sinfonico, mantiene un certo alone di fascino e ci porta alle successive che invece vengono colmate con testi ispirati e interessanti. La prima, molto lunga, vede le tastiere impegnate a disegnare paesaggi malinconici su cui si innestano le liriche di Falcone, validi spunti chitarristici e un ottimo lavoro ritmico, palpitante e fervido. Nella seconda, ancora di buon livello, si fanno largo con forza le tastiere, sia nelle parti dove il pathos prende il sopravvento, sia in quelle dove è l’impeto a fare da trait d’union tra gli stumenti, in un gioco in cui ancora una volta emerge la forza complessiva degli elementi chiamati in causa. Attosecondo ha in sé tutte le qualità per farsi amare da quanti ancora sognano sulle note classicheggianti del progressive settantiano e che sognano ascoltando i vecchi LP del Banco del Mutuo Soccorso o Emerson Lake & Palmer. Gli Alphataurus del 2012 sono ancora capaci di produrre musica di elevata qualità, efficace e di grande dinamismo. E questa è già di per sé una notizia. (Luigi Cattaneo)

Gocce (Video)

         

giovedì 10 gennaio 2013

ANGLAGARD,Viljans Oga (2012)

Un ritorno che non può non far felici gli amanti di progressive. Difatti tornare in pista a distanza di ben 16 anni dalla pubblicazione del disco dal vivo Buried Alive, sintesi dei due precedenti dischi in studio, Hybris ed Epilog, da subito divenuti classici e farlo in maniera così convincente può a tutti gli effetti essere un bel biglietto da visitare per ripresentarsi ad un pubblico che li ha sempre molto sostenuti. Nel nuovo Viljans Oga, formato da quattro lunghissimi brani, gli svedesi coniugano i riferimenti al classico prog di matrice sinfonica con aperture degne dei King Crimson e una vena romantica vicina ai Genesis oltre che citare in alcuni passaggi quanto fatto in passato dagli americani Cathedral e dai francesi Shylock, due gruppi indispensabili di cui si è sempre parlato troppo poco.  Il tutto viene proposto in chiave puramente strumentale ed è facile rimanere ammaliati dalla cura per il singolo dettaglio e dagli interventi così ricchi di pathos di Thomas Johnson alle tastiere (mellotron in particolare),Anna Holmgren al flauto e dalle acrobazie chitarristiche di Jonas Engdegard. Pur non trovandoci di fronte ad un disco di facile assimilazione gli Anglagard riescono nell’intento di costruire atmosfere e melodie intense e piene di forza e tensione drammatica che coinvolgono l’ascoltatore sin da subito. Nell’oretta scarsa di questo Viljans Oga ritroviamo tutto l’universo sonoro della band e anche di più. Momenti di pura inquietudine, mood maliconico, virtuosismi mai banali, cambi repentini di atmosfera, frasi strumentali utilizzate come memorabili chorus, complessi tempi dispari. A detta di chi scrive questo è un ulteriore passo in avanti nella carriera della band e un risultato finale così incantevole non può lasciare indifferenti. (Luigi Cattaneo)

Ur Vilande (Video)



martedì 8 gennaio 2013

ALEX CARPANI, The Sanctuary (2010)

Dopo il fortunato e valido esordio del 2007 (Waterline) torna con una prova ancora più matura il compositore e tastierista Alex Carpani, che qui si avvale di ottimi musicisti come Gigi Cavalli Cocchi (Moongarden, Mangala Vallis) alla batteria, Ettore Salati (The Watch, Red Zen) alla chitarra e Fabiano Spiga al basso. Con Waterline Carpani aveva mostrato una capacità di scrittura brillante e sicura, anche se molto rivolta alla storia del rock progressivo, sia inglese che italiano e difatti si era avvalso della collaborazione con uno dei personaggi chiave della produzione nazionale come Aldo Tagliapietra, cantante delle Orme. Dopo 3 anni di grandi soddisfazioni che hanno portato il tastierista ad un vero e proprio tour mondiale con tappe in Giappone, Germania e Francia, solo per citare alcuni paesi toccati dal gruppo, Carpani propone dieci brani legati tra loro a formare una sorta di suite progressiva. Per far questo decide di occuparsi personalmente delle parti vocali e di non attuare sostanziali modifiche alla struttura e al sound del disco precedente che tanto interesse aveva suscitato tra appassionati e critici. Quindi The Sanctuary procede piacevolmente uindiQcon un alternanza di brani strumentali e cantati e con riferimenti continui ad alcuni nomi tutelari del progressive rock come Genesis ed Emerson Lake & Palmer. L’inizio è affidato alla strumentale Burning braziers, perfetta per introdurre l’album e portare l’ascoltatore nel mood sonoro tanto caro a Carpani che mostra da subito tutte le sue doti tastieristiche, coadiuvato dallo splendido lavoro dei musicisti a sua disposizione. Qui c’è tutto ciò che ci si può aspettare da uno strumentale progressivo, quindi atmosfera e cambi di tempo, virtuosismo e senso della melodia. Spirit of decadence suggestiva e malinconica, piace soprattutto per la sua capacità di avvolgere ed ammaliare l’ascoltatore. Qui Carpani predilige un impianto maggiormente collettivo e meno solistico e l’unica (lieve) pecca è forse la voce del leader che non convince del tutto, pur non risultanto fastidiosa o piatta. Ovvio però che un cantante di ruolo avrebbe giovato un po’ a tutto l’album. Si torna ad uno strumentale con The Dance of the Sacred Elves dove ovviamente le tastiere di Carpani sono nuovamente grandi protagoniste e ci guidano in sonorità che spaziano dal rock progressivo alla classica passando per accenni che richiamano al jazz. Grande tecnica strumentale e uno sguardo costante alla musica degli Emerson Lake & Palmer, grande fonte d’ispirazione per il musicista di origine svizzera. Il finale si aggancia alla successiva Entering the Sanctuary, brano dove forte è la presenza del moog, soprattutto nella prima parte. Nella seconda metà, prettamente strumentale, la band struttura il brano in maniera più articolata con Carpani eccellente al pianoforte, una sezione ritmica a proprio agio in trame sottilmente aggrovigliate e Salati attento a creare sonorità riflessive e fluide. Knights and Clergymen è un’ altra ispirata e splendida composizione strumentale, con Carpani abilissimo anche nel destreggiarsi con l’organo hammond in un alternanza continua di  passaggi ora più rapidi ora più meditativi. Ancora l’ombra di Keith Emerson è presente in Templars dream dove è finalmente più preponderante rispetto agli altri brani la chitarra di Salati che sfodera il suo talento punteggiando egregiamente il corollario sonoro tastieristico di Carpani. Davvero splendida è Memories of a Wedding che, introdotta  da un delicato pianoforte, esplode attraverso una sezione ritmica pulsante e sanguigna su cui si inseriscono le note sempre stranianti del moog. Strumentale è la seguente Master of ceremonies, episodio brillante e piacevole ma che non aggiunge molto a quanto ascoltato sin ora. Decisamente meglio Moonlight through the Ruins che si presenta come brano sognante e delicato, salvo poi avventurarsi in un momento strumentale degno delle migliori progressive band. In chiusura Leaving the Sanctuary, epica e dal piglio orchestrale, riporta ancora una volta agli anni d’oro del rock progressivo. Complessivamente si tratta di un lavoro più che valido, suonato ottimamente e molto curato in fase di arrangiamento. Anche se qualche passaggio non particolarmente brillante è presente direi che non ci sono brani da scartare o aggiunti esclusivamente per allungare la durata dell’album. La scrittura di Carpani si è affinata ulteriormente rispetto a Waterline, pur rimanendo all’interno di un panorama sonoro molto omogeneo e di grande rispetto verso i giganti del progressive inglese dei ’70. Oltre a ciò aggiungerei che Carpani, incredibile alle tastiere, non ha una voce memorabile e che forse andava sfruttato meglio il talento di Salati. Questo non pregiudica comunque la riuscita finale di The Sanctuary ma lascia in me aperta la sensazione che il prossimo possa essere il disco della definitiva consacrazione. (Luigi Cattaneo)

Entering the Sanctuary (Live)


domenica 6 gennaio 2013

ALAN SORRENTI, Come un vecchio incensiere all'alba in un villaggio deserto (1973)

Con Come un vecchio incensiere all’alba in un villaggio deserto Alan Sorrenti tentò nel 1973 di replicare quanto di buono era emerso da Aria. Fu probabilmente un tentativo di sfruttare la buona vena che era trapelata dal primo album e l’accoglienza positiva che gli avevano tributato stampa e critica. Difatti il disco ricalca non solo nello stile ma anche nella struttura il precedente, con tanto di suite della bellezza di 23 minuti… Qualcosa però non funzionò adeguatamente. E non si può certo parlare di mancanza di mezzi quando in studio si hanno personaggi del calibro di Toni Esposito alla batteria, Ron Mathienson al contrabasso, Francis Monkman dei Curved Air al piano, ai sintetizzatori e alla chitarra elettrica e David Jackson dei Van Der Graaf Generator al flauto (anche se per 2 brani soltanto). A che cosa allora è imputabile la parziale delusione degli ascoltatori, siano essi più attempati o nuove leve di simpatizzanti della ostica materia progressiva? La risposta probabilmente è multipla, anche se risulta palese come le tracce presenti in questo secondo lavoro soffrano e molto il paragone con quelle presenti nel primo e l’averne voluto ricalcare lo schema non appare a posteriori un’idea geniale. Mancanza di ispirazione dunque che non permette all’album di decollare se non in alcuni momenti, in special modo quelli più comunicativi e meno sperimentali. Anche questo alla lunga da punto di forza diventa arma a doppio taglio. Perché se è vero che la vena “estrema” e il taglio avanguardistico avevano sedotto e catturato, qui finiscono per creare del tedio che si sarebbe potuto evitare con qualche accorgimento in più. Quando sperimentare diventa fine a sé stesso il rischio noia resta in agguato dietro l’angolo. E allora si diverte a  spuntare nelle trame ricercate di Oratore, nella melodia semplice semplice di A te che dormi e nella prima parte, a tratti insopportabile della title-track (farcita di vocalizzi free e suoni del synth in estrema libertà). Fortunatamente addentrandosi nella seconda metà le cose migliorano anche se l’emulazione di Aria (la suite) non riesce del tutto. Ed è un vero peccato perché se in questo caso si fosse tagliato invece di aggiungere ci si sarebbe potuti trovare dinnanzi ad un brano di ben altra caratura. Anche perché è chiaro come questa lunga composizione doveva essere il fiore all’occhiello di tutto il disco e a giudicare da come è stata effettivamente costruita forse dell’intera, seppur breve a quei tempi, carriera del cantante partenopeo. Ma questo è il primo Sorrenti. Uno che ha saputo infastidire e affascinare.  E che anche in un album meno riuscito riesce a dimostrare le sue qualità vocali, il suo essere artista unico nell’approccio innovativo con lo strumento voce, una pecularietà che come già raccontato era riscontrabile in pochissimi altri cantanti. Sono presenti comunque dei brani che vale la pena menzionare e assaporare, piccole sorprese che conquistano, come la doppietta iniziale formata da Angelo e Serenasse in cui si può godere dei raffinati impasti con cui vengono amalgamate le due tracce e che lasciano trasparire quella vena melodica che di lì a poco farà la fortuna di Sorrenti. Colpisce in Angelo il clima dato dagli strumenti acustici e dal tocco sempre impeccabile di Esposito alle percussioni, oltre che dalla prova di Sorrenti vicino ancora una volta al sommo Tim Buckley. Nella seconda è invece registrabile la presenza significativa di Jackson al flauto che impreziosisce una ballata dolce, curata e piuttosto accessibile rispetto ai suoi standard. Anche Una luce si accende è annotabile tra i brani meglio riusciti dell’opera, soprattutto per la presenza del violino suonato da Toni Marcus che sa essere evocativo e intraprendente allo stesso tempo. Delineato il quadro si può trarre qualche conclusione. Ossia che i buoni momenti non mancano ma si alternano ad altri che denotano una certa stanchezza, non raggiungendo la grazia e l’intensità espresse in Aria. Si può affermare che gli esperimenti vocali di Sorrenti sussistono e si muovono con richiami anche a personaggi di un certo calibro come Peter Hammil. E se allora il problema fosse rappresentato proprio dall’eccessiva ambiziosità del progetto non sostenuta completamente dall’effettiva verve o capacità di un artista che dopo pochi anni avrebbe guardato decisamente altrove? Che il buon Alan si sia macchiato di eccessiva pretenziosità? Perché essere innovativi o almeno provare ad esserlo senza un’adeguata inventiva può diventare un gioco pericoloso…Da lì in poi la carriera di Sorrenti prenderà una piega ben diversa a partire già dal disco omonimo dell’anno seguente dove appare la contestatissima, almeno all’epoca, Dicitencello vuje. (Luigi Cattaneo)
     

sabato 5 gennaio 2013

THE FORMER LIFE, Electric Stillness (2011)

Il rock progressivo degli ultimi anni è stato contrassegnato dal ritorno di vecchie glorie e dalla nascita di progetti giovani e carichi di entusiasmo che stanno portando nuova linfa ad un genere che continua ad affascinare ad oltre 40 anni dalla sua nascita. È sempre un piacere poter scrivere di esordi come questo dei veneti The Former Life del duo Andrea De Nardi (tastiere e voce) e Matteo Ballarin (chitarre e voce) coadiuvati da una salda sezione ritmica formata da Manuel Smaniotto (già alla batteria con Aldo Tagliapietra) e Carlo Scalet (basso). Le radici del gruppo sono ancorate ai ’70 e si percepisce in quest’album autoprodotto e distribuito autonomamente tutto l’amore per band fondamentali del progressive mondiale. Le atmosfere oscure che spesso si incontrano rimandano a King Crimson e Van Der Graaf Generator, i Jethro Tull citati in maniera lieve danno un sapore classico all’opera, le fasi psichedeliche guardano moltissimo ai Pink Floyd e ai più vicini (temporalmente) Porcupine Tree. Ma non ci troviamo di fronte ad un disco omaggio o clone di tali gruppi perché i The Former Life hanno le qualità necessarie per estendere certi confini e spaziare il più liberamente possibile, seguendo sì una scia ma senza restare intrappolati in schemi desueti e anacronistici. Electric Stillness è uno di quei lavori così genuini in cui è possibile realmente . sentire il trasporto e lo slancio emotivo con cui è composta ogni singola traccia. La band convince sia quando si cimenta con la fusion progressiva piuttosto robusta di Hijacked sia quando mostra il lato più melodico nella splendida Belong to the stars. Ma risulta evidente come sia il lavoro di squadra il vero punto di forza dei veneti, capaci di creare un album solido, ottimamente suonato e dove l’attenzione per il dettaglio compositivo fa la differenza con esordi a volte troppo poco curati. Invece qui c’è una maturità sorprendente con cui il gruppo raggiunge risultati che spesso si ascoltano dopo diversi anni di attività. Una band dal suono internazionale (anche per via dei testi in inglese) dove il talento emerge e porta alla ricerca di una propria identità facendo trapelare senza remore ma anche senza enfasi dove si guarda come punto di partenza. Non ne è una colpa, soprattutto se i risultati sono di tale elevato livello. (Luigi Cattaneo)

Belong to the stars (Video)