mercoledì 23 aprile 2014

ALESSANDRO FARINELLA, Road To Damascus (2012)


Secondo album per Alessandro Farinella, sempre proiettato in una visione del prog ben radicato nel passato lontano, quello degli anni ’70 di Genesis e Yes. Ciò non significa che il disco, proprio come il precedente Momo (2008), non sia coinvolgente e interessante, anzi, appare più maturo e messo a fuoco. Road To Damascus è un viaggio in quarant’anni di progressive, partendo da quello storico per poi passare al new prog degli anni ’80 e ’90. D’altronde Farinella proprio da lì arriva, quando era tastierista dei Theatre e raccoglieva consensi e pareri positivi dall’ambiente. Questo nuovo lavoro, pur non aprendosi a scenari inaspettati, risulta davvero piacevole, con trame convincenti e abbondantemente epiche. Non si può prescindere dalle atmosfere sapientemente romantiche unite alle narrazioni medievali di Farinella, espresse con qualità e certezza. Merito anche di gente come Guido Block (chitarra e basso), Pietro Foi (chitarra) e Roberto Gualdi (batteria), bravi nell’assecondare le intuizioni del leader. Alessandro punta molto sull’impatto dei suoi brani e quelli qui presenti non fanno difetto. Basti pensare allo strumentale The Battle, la classica apertura sinfonica che ti proietta da subito nel mondo raccontato dall’album, per poi passare alla long track The Brave, 14 minuti che sono il sunto del pensiero di Farinella sul progressive rock. Facile imbattersi in sentieri genesisiani o vicini a quelli di Anthony Phillips da solista, ed è anche semplice notare come Alessandro sia migliorato come cantante, mostrando meno imperfezioni e una consapevolezza maggiore rispetto al passato. Bella la title track, piena di cambi di direzione ed efficaci fraseggi, anche se forse una minore prolissità avrebbe giovato alla composizione. Natural viene cantata da Block, ed è un momento sognante e raffinato, Valley of  Tears rimane vicino a certe vivaci  espressioni dei Marillion, mentre la chiusura affidata alla ballata Euridice, cantata in italiano da Andrea Dal Santo, è forse il brano che per la sua leggerezza mi ha colpito meno. Già Momo mi aveva convinto sulla bontà del progetto, questo nuovo platter è però un passo avanti nella ricerca di una propria dimensione e poco importa che questa sia ben piantata nel new prog ottantiano, romantico o vintage che dir si voglia. Queste soluzioni melodiche hanno ancora tanti appassionati nel mondo, che troveranno in Road To Damascus un album pregno di sentimento e dinamiche appassionanti. (Luigi Cattaneo)

Natural (Video)

martedì 22 aprile 2014

NUOVA IDEA, Live Anthology (2014)


Succoso Dvd per la Nuova Idea e Paolo Siani, membro fondatore che sta portando avanti con forza e dedizione un percorso riavviato qualche anno fa con il valido Castles, Wings, Stories and Dreams. Vari i motivi di interesse che devono avvicinare l’appassionato alla visione di quest’opera. Innanzitutto non si tratta di un Dvd statico, improntato solo sull’esecuzione live di pezzi più o meno d’annata. Difatti la Black Widow riesce a regalarci un lavoro dove le varie sezioni ci donano sorprese e curiosità, donando al disco ritmo e completezza. Ma andiamo con ordine. La parte più grossa è dedicata al live tenutosi nel dicembre 2012 al Club Il Giardino di Lugagnano di Sona (Verona), grazioso e confortevole locale tra i più attivi in Italia nel promuovere progressive. L’intro parlato (Un dono) è il preludio ad un attacco prog vecchia maniera (Wizard Intro), con Siani subito protagonista ma ben coadiuvato da una band attenta e sicura. L’arrivo sul palco di Roberto Tiranti (Labyrinth e Mangala Vallis, giusto per citare un paio di band in cui milita) dona ulteriore pathos all’avvio di concerto. E così la doppietta Madre Africa/The Game è tra le cose migliori presenti in questo live veronese. Il riff portante di chitarra della prima ha un che di sabbathiano, con il violino di Alessandro Graziano e il flauto di Andrea Calzoni (Psycho Praxis) pronti a calarsi in un efficace interplay. È un inizio hard prog di grande valenza, su cui si adagiano le voci potenti e melodiose di Tiranti e Ottavia Bruno (www.ottaviabrown.com), con il pezzo che dal vivo acquisisce maggiori vibrazioni e nuove sfumature che lo differenziano da quanto si poteva sentire su disco. The Game mi era parso l’episodio clou di Castles, Wings, Stories and Dreams e l’impressione mi viene qui confermata. Una minisuite che parte quasi come una ballad, per poi aprirsi in maniera prepotente e fantasiosa, sintesi tra la Nuova Idea dei ’70 e la concezione attuale che ha del prog Siani, che qui sfodera ritmi serrati e tempi dispari come se il tempo si fosse davvero fermato. Sul finale sale sul palco il sempre maestoso Ricky Belloni per un titanico solo, con tutta la band che lo asseconda nella cascata di note riversate sugli ascoltatori! Finita questa prima parte, Siani sceglie di omaggiare la Nuova Idea con ben quattro brani (La mia scelta, Un’isola, Come Come Come, Illusioni da poco), resi molto dilatati, quasi come se fosse una jam con dei punti di partenza prefissati. Belloni rimane sul palco, raggiunto alle tastiere da Giorgio Usai, ancora in grande forma, ed è un emozione sentire oggi questi pezzi per troppo tempo sottovalutati rinascere con nuove energie e stimoli, adornati da bellissimi spunti individuali, non solo di Belloni e Usai ma anche di Paolo Vacchelli (chitarrista degli Psycho Praxis) e di un Siani infaticabile motore ritmico. Calzoni passa al microfono e appare piuttosto a suo agio nel cantare questi brani, mostrando sicurezza e capacità. In conclusione di concerto si torna al presente con estratti dall’ultimo disco e colpisce in special modo Cluster Bombs, con un Tiranti di nuovo protagonista assoluto e splendidi ricami di Graziano al violino. C’è poi una sezione dove troviamo Clessidra e Sarà così suonate al Teatro Verdi di Sestri Ponente (Genova) il 21 ottobre del 2011. Nella prima assistiamo a un bellissimo duetto tra Belloni e Tiranti, mentre nella seconda c’è uno scintillante duello chitarristico tra Zoccheddu e Belloni stesso! Anche gli extra risultano molto gustosi e interessanti. Dall’archivio Rai arrivano alcuni filmati storici della Nuova Idea ed è questa la parte più sfiziosa del disco. Si parte con uno stralcio strumentale dallo Speciale 3 Milioni del 1971, per poi passare all’anno successivo con la presentazione di Illusioni da poco al Festival della Musica d’avanguardia e Nuove Tendenze (1/4 giugno) e Mr. E. Jones ad Adesso Musica. Sempre dal 1972 arrivano Sarà così da Tutto è pop e nuovamente Illusioni da poco, suonata però con l’ausilio dell’orchestra della trasmissione Senza Rete. Chiusura di capitolo affidata a due brani tratti dal programma Tu Che Ne Dici?, Svegliati Edgar e Un altro Giorno. Sintetica ma efficace l’intervista condotta da Riccardo Storti a Paolo Siani sullo stato attuale del suo essere musicista e sulla natura del rock negli anni ’70. Siani mostra di avere la consapevolezza del suo ruolo e la lucidità di analizzare non solo il passato storico che lo riguarda ma anche il presente del music business. Completa il quadro un’appendice di foto d’epoca, dapprima in bianco e nero e poi a colori, splendide immagini di giornali del periodo, da Ciao 2001 a Qui Giovani, sino ad arrivare a quelle più recenti tratte soprattutto dai live degli ultimi anni. La Black Widow e Siani hanno dato vita ad un’opera completa ed estremamente piacevole che mi sento caldamente di consigliare a chi amato la Nuova Idea e apprezzato Castles, Wings, Stories and Dreams. (Luigi Cattaneo)



          

Live anthology

lunedì 21 aprile 2014

DEIAN E LORSOGLABRO, Prezzo Speciale (2014)


Terzo album per Deian e Lorsoglabro dopo il debut del 2007 (Il Fantasma dell’impossibile) e l’omonimo del 2009. Il nuovo Prezzo Speciale vede impegnati Deian Martinelli (voce e chitarra), Alessandro Arianti (pianoforte, tastiere, chitarra), Alberto Moretti (basso) e Gabriele Maggiorotto (batteria) in quello che probabilmente è il disco più maturo sinora prodotto. L’iniziale Il Fiume è l’apice del disco, una malinconica ballata dai tratti sinfonici suadenti che profuma di pop psichedelico e ha un’aurea mistica e decadente di grande fascino, in cui spicca anche il violino di Nadia Bertuglia. La title track è decisamente più pop ma non perde in efficacia e gradevolezza, mentre più impegnativa è Avanguardia, altro momento molto significativo e sentito, con un chorus che cattura da subito. I due episodi più legati alla psichedelia e al progressive sono le strumentali Hallopollo e Cani Jah. Nella prima Martinelli si diverte a citare il Kraut settantiano, mentre la seconda è dominata dalle tastiere elettroniche, che affondano in radici cosmiche lontane. Sono le due tracce maggiormente sperimentali dell’album e mostrano un autore curioso di confrontarsi anche con qualcosa che vada al di là del cantautorato. In questo Martinelli si può paragonare ad un novello Claudio Rocchi, che se avesse potuto ascoltare il disco, probabilmente lo avrebbe trovato estremamente interessante per le tante idee che convogliano nei vari brani. Deian e Lorsoglabro superano il confine del pop, lo utilizzano come calderone per inserire ogni genere di spunto, che sia ora più folk ora più psych poco importa. Il risultato ottenuto convince ma lascia anche l’impressione che il prossimo passo possa essere quello della definitiva consacrazione artistica. (Luigi Cattaneo)

Hallopollo (Video)

venerdì 18 aprile 2014

INGRANAGGI DELLA VALLE, In Hoc Signo (2013)


La Black Widow è sempre in prima linea quando si tratta di dar spazio a giovani band innamorate di quel progressive tanto in voga negli anni ’70. Ne sono esempio lampante le atmosfere vintage del Tempio delle Clessidre o del Cerchio d’Oro, realtà attuali ma con i piedi piantati a 40 anni fa. Non che questo sia un male, soprattutto se si riesce a dare un senso a questa voglia di proporre materiale che per struttura e fisionomia potrebbe essere uscito nel 1974. Prova concreta e conferma di questo è l’esordio In Hoc Signo dei romani Ingranaggi della Valle. Poco male se tra le trame dell’album non si percepiscono novità o particolari che possano far pensare a sviluppi futuri lontani da queste sicure lande settantiane. Quindi niente avanguardia o rischi di sorta. Qui va di scena un sentito omaggio a tutto ciò che è stato ma che a guardare bene, ancora è, viste le tante formazioni italiane e non che si stanno proponendo da diversi anni. Un elaborato ed epico concept sulla prima crociata, perfettamente in linea con le istanze del progressive italiano anni ’70, che farà la felicità di tutti coloro che ancora cercano nel genere soluzioni sinfoniche e articolate (siamo dalle parti del Banco del Mutuo Soccorso e del Museo Rosembach giusto per citarne un paio). Il protagonista della vicenda è Boemondo di Taranto, principe e comandante, e la narrazione segue il percorso da lui intrapreso durante la prima crociata. Il concept, oltre agli sviluppi sinfonici già citati, ha delle piacevoli intuizioni jazz rock che donano maggior groove ai vari momenti della storia. Si denotano belle capacità tecniche ma anche di scrittura, con le parti di tastiera di Mattia Liberati che richiamano alla mente i grandi maestri del passato, soprattutto per i suoni di hammond, mellotron e minimoog. Non sono però da meno Flavio Gonnellini alla chitarra, Igor Leone alla voce, Shanti Colucci alla batteria e il grande apporto al violino di Marco Gennarini, veramente l’elemento in più della band (diversi invece i bassisti utilizzati nel corso del disco). Molto buona la prima parte del lavoro, dove troviamo l’iniziale Cavalcata e Via Egnatia, ma spiccano anche le notevoli costruzioni strumentali di Fuga da Amman, in cui il gruppo mostra classe e padronanza e la conclusiva Finale che vede la presenza di un sempre straordinario David Jackson al sax e al flauto. Non è l’unico ospite presente, perché in Jangala Mem e Il Vento del Tempo, altri due brani ben congegnati, troviamo Mattias Olsson degli Anglagard alla batteria nel primo episodio e ai synth nel secondo. Gli IDV hanno creato un’opera prima ispirata e coinvolgente e seppur gli stereotipi del genere non mancano (soprattutto una certa prolissità che in alcuni pezzi poteva forse essere evitata), il risultato è assolutamente positivo e lascia ben sperare per un futuro ancora più roseo. (Luigi Cattaneo)

Fuga da Amman (Video)

giovedì 17 aprile 2014

PAOLO SIANI & FRIENDS FEAT NUOVA IDEA, Castles, Wings, Stories and Dreams (2011)


A distanza di ben 38 anni (in ambito musicale un’eternità!) Paolo Siani, batterista che ha contribuito a costruire la storia del Beat genovese e del progressive italiano tra i ’60 e i ’70, decide di ridare lustro alla sigla Nuova Idea e lo fa proponendo un opera corale, Castles, wings, stories and dreams, con tantissimi musicisti davvero di alto livello, alcuni dei quali hanno condiviso con lui anni importanti del Rock italico. Mi preme sottolineare che non si tratta di un prodotto rivolto ai nostalgici, non guarda solo al passato (per quanto luminoso) ma ha uno sguardo proiettato dritto sul presente e il sound moderno che si fonde con accenni di progressive seventies è figlio certamente di alcune azzeccate collaborazioni come quella con Roberto Tiranti dei Labyrinth e Ottavia Bruno dei Blues Assault.

Nell’iniziale Un dono la voce recitante di Vittorio Pedrali, accompagnato dagli effetti elettronici di Alessandro Siani, ci conduce al primo vero brano dell’album, Wizard intro, uno strumentale con Marco Zoccheddu alla chitarra (membro dei Nuova Idea nel disco del 1971 In the beginning) e Guido Guglielminetti al basso (attualmente suona con Francesco De Gregori). Questa introduzione ci riporta ai fasti degli anni ’70, in piena era progressive, con Zoccheddu che, sostenuto ottimamente dalla sezione ritmica, mostra tutta la verve che lo ha sempre contraddistinto. La terza traccia, Madre Africa, è uno splendido affresco di progressive dai tratti hard di quasi 8 minuti. Zoccheddu si esprime in un riff cupo e granitico sul quale interviene in maniera egregia Joe Vescovi (elemento fondatore dei The Trip) con il suo Hammond e sentirli duettare è un vero piacere. Quando irrompe dopo quasi 3 minuti il canto di Tiranti, che viene prontamente doppiato dalla voce sopranile di Nadia Engheben avviene il matrimonio tra suono settantiano e quello più moderno. La voce dei Labyrinth (che in passato è stato anche membro dei New Trolls) non appare fuori luogo e dona al brano quella comunicabilità che talvolta mancava ai dischi di settore. A metà brano compare pure un bel solo di flauto ad opera di Mauro Pagani che impreziosisce, manco a dirlo, ancora di più il brano e subito dopo quello di uno  Zoccheddu davvero ispirato. Brano davvero avvolgente nel suo essere complesso ma anche molto melodico. Passata la tempesta Siani piazza una ballata piuttosto malinconica e di facile presa, Questa penombra è lenta con Ottavia Bruno alla voce e Giacomo Caiolo alla chitarra acustica. Il brano è ben suonato, ha un ritornello che ti entra in testa sin dal primo ascolto (la parte cantata da un ottima Bruno) ma sconta forse l’eccessiva lunghezza di quasi 7 minuti. Cambia ancora umore la successiva Chimera, segno di un disco eterogeneo e libero da gabbie precostruite. Questo strumentale nasce dall’unione tra due mondi sonori, l’elettronica e il jazz e la formazione muta nuovamente con l’entrata in scena di Alessandro Siani a curare le parti elettroniche, Gianni Alberti al sax, Franco Testa (quotato session) al basso e Zoccheddu al piano (abile anche in questo caso). Si tratta di un momento molto differente rispetto agli altri presenti sull’album, una sorta di esperimento, dove, su una base elettronica, i musicisti si propongono a turno eseguendo un solo con il loro strumento. Si arriva così al brano più progressivo del lavoro, la suite The Game, più di 10 minuti in cui salgono in cattedra Ricky Belloni (chitarrista presente in Clowns della Nuova Idea), Giorgio Usai (all’hammond) e Tiranti, che offre la solita prestazione fatta di pathos e tecnica. Quando il pezzo arriva nella sua fase strumentale, con Siani abilissimo nell’interplay con i suoi vecchi compagni, sembra davvero che il tempo si sia fermato e il ricordo di Clowns è più vivo che mai. Merita una citazione anche Carlo Cantini che al violino disegna un momento in pieno stile progressivo davvero validissimo e ciò contribuisce a rendere il brano il più interessante tra quelli presenti. Segue un’altra composizione con protagonista Tiranti, la prima cantata in inglese, Cluster Bombs, che ha degli spunti hard al suo interno. Bravissimo Zoccheddu nel destreggiarsi tra chitarra e piano elettrico in un brano tanto irrequieto quanto delicato per il tema trattato, ossia quello delle bombe a grappolo. La parte centrale, atmosferica e inquietante, non fa altro che innalzare ulteriormente il climax già notevole di per sé, che poi esplode del tutto con il ritorno in scena di un vocalist davvero in forma. This open show è una ballata struggente e delicata dove i protagonisti sono Alberto Buttarelli, bravo sia come cantante che negli interventi al flauto, Diego e Fabio Gordi oltre che Daniele Pagano al pianoforte e Giuliano Papa al violoncello. C’era una volta si presenta come una sorta di outro e chiude il disco dopo quasi 50 minuti di buone vibrazioni.

Il lavoro direi che non tradisce le aspettative di qualunque fan del rock progressivo e credo possa interessare anche agli ascoltatori di sonorità più dure. Ci sono pochi cali e in generale tutto l’album si muove su coordinate più che buone. Speriamo solo di non dover attendere altri 38 anni per avere notizie di Siani e della Nuova Idea…(Luigi Cattaneo)

Cluster Bombs (Official Video)

martedì 15 aprile 2014

PROWLERS, Mondi Nuovi (2014)


Ci siamo occupati recentemente dei Prowlers raccontando il loro show di qualche giorno fa al Murrayfield Pub di Chiasso e analizzando il disco dal vivo Prowlerslive uscito nel 2013. Eccoli di nuovo in sella con questo Mondi Nuovi, album di cui si conosceva già la splendida Guardando dentro te, proposta proprio in quel live dell’anno passato. La buona impressione raccolta durante il concerto svizzero, serata che è servita anche per presentare al pubblico il nuovo lavoro, viene confermata con l’ascolto del platter, e non fa altro che constatare lo stato di salute del gruppo bergamasco. Le prime tracce portano subito l’ascoltatore in un mondo pieno di delicate melodie, spunti evocativi e tratti emozionali da sempre nel dna dei Prowlers. Ciò è portato all’apice proprio da Guardando dentro te, un piccolo gioiello in cui il gruppo utilizza con efficacia la Suite Orchestra di Chiari su un tessuto impregnato di folk e chitarre acustiche. In realtà non sono da meno l’iniziale title track e la validissima Vivo ancora, ottime per risaltare l’espressività di Laura Mombrini, voce dal timbro particolare e sempre efficace. La band, oltre a stacchi tipicamente prog, ha una vena folk che è in grado di spostare l’asse verso un suono decisamente peculiare. Le capacità tecniche sono di prim’ordine ma Alfio Costa (tastiere) e Stefano Piazzi (chitarra), i due compositori, appaiono molto più attenti nel cercare un impatto d’insieme e un equilibrio tra complessità, ricchi arrangiamenti e forma canzone. Da qui il ricorso ad elementi folk o cantautorali rivestiti con del sano new prog, un incontro che si fa vibrante e risulta anche coerente. Lo stile è sognante ma mai melenso e ne sono una prova tangibile La danza di Madre Natura e la delicata ballata voce-chitarra acustica Melaquadro. Gradevole l’omaggio agli indiani d’America di Giovane Falco e molto sentita Ultima Notte, brano che parla della violenza sulle donne. Di alto livello è Disordinaria, traccia in cui gli strumenti si intersecano tra loro creando un interplay con gli archi dell’orchestra, il tutto sostenuto dalla decisa sezione ritmica formata dai bravissimi Roberto “Bobo” Aiolfi al basso e Giovanni “Giana” Vezzoli alla batteria. Chiusura affidata alla tenue psichedelia di Soldato Stanco, bella conclusione per un album che testimonia, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’importanza dei Prowlers all’interno del panorama prog italiano. (Luigi Cattaneo)

Mondi Nuovi (Video)


 

lunedì 14 aprile 2014

HAKEN & LAZULI, Live Forum 13/04/2014


L’associazione Ver1Musica, sempre lungimirante e attenta alle novità del mondo prog, si è fatta promotrice di uno degli eventi più attesi degli ultimi mesi da parte della comunità progressive. Un’accoppiata inedita e dall’approccio diverso ma con il comune denominatore della qualità. I francesi Lazuli e gli inglesi Haken sono due delle band più interessanti del panorama attuale e riunirle insieme in un unico live è da subito apparsa una grande idea. Il Live Forum di Assago, per le dimensioni ridotte si presta per ospitare band emergenti che vengono ancora seguite da una nicchia di appassionati e addetti ai lavori. Ai Lazuli il compito di aprire la serata. Parlare di gruppo spalla è assolutamente riduttivo visto che la band è attiva dal 1998 e qui coglie perfettamente l’occasione per presentare il nuovo e appena fresco di stampa Tant que l’herbe est grasse. Chi ha già avuto modo di vederli in azione (in Italia sono passati da Parma nel 2010 e a Veruno nel 2012) sa di cosa sono capaci sul palco e come ci tengano anche al più piccolo dettaglio. E difatti il coinvolgimento è da subito molto alto e il pubblico viene catturato dall’energia e dalla qualità dei brani proposti, oltre che da una pulizia del suono che successivamente verrà a mancare. Ma andiamo con ordine. I Lazuli, ovviamente, decidono di dare il giusto risalto all’ultimo lavoro in studio, ancora una volta intriso di progressive King Crimson style, flussi psichedelici a cavallo tra soluzioni floydiane e spunti memori dei Porcupine Tree, sempre senza disdegnare atmosfere world del miglior Peter Gabriel. Colpisce il suono ipnotico del lèode (un incrocio tra una chitarra e un synth, con il controllo degli effetti che avviene attraverso un sistema midi) di Claude Leonetti, che si combina con quello altrettanto vibrante della chitarra di Gederic Byar, sempre sostenuti dal pregevole lavoro ritmico di Vincent Barnavol, che si destreggia tra batteria, percussioni e marimba. Importanti nell’economia del sound Lazuli le tastiere di Romain Thovel (anche al corno francese), che donano atmosfera e profondità e la voce di Dominique Leonetti (impegnato pure alla chitarra), capace di non sbagliare una nota per tutto lo show. Chiaro che suonare dopo un live con questo impatto non sempre risulta semplice. Gli Haken, pur essendo piuttosto giovani, hanno già pubblicato tre album di grande livello e suonato in tutto il mondo. Le aspettative, davvero alte, vengono però solo in parte mantenute. Non certo per colpe tecniche dei musicisti, che hanno le doti per riproporre fedelmente quanto si sente sui dischi. E nemmeno per colpa dell’organizzazione a cui bisogna poco rimproverare. Il problema davvero grosso è stata l’equalizzazione dell’insieme, soprattutto nei momenti più tirati e metal oriented, con un impasto generale dei suoni che non permetteva di distinguere distintamente le parti di tastiera, gli spunti più melodici delle due chitarre e finiva anche per coprire la voce di Ross Jennings! Un vero peccato, perché la grande pulizia e la precisione matematica dei dischi in studio non viene riprodotta e spesso il suono che giunge è poco nitido e cristallino. C’è da dire che nei frangenti meno aggressivi e distorti le cose vanno meglio (anche se non ci si avvicina alla limpidezza percepita con i Lazuli) ed emerge la classe che contraddistingue gli inglesi, quella che si sente su Acquarius, Visions e The Mountain, i tre platter che hanno permesso alla band di farsi conoscere un po’ ovunque e che era venuta fuori decisamente meglio al 2Days Prog+1 del settembre 2013 tenutosi a Veruno. Insomma, serata agrodolce, con la conferma dei Lazuli e il dispiacere per non aver potuto assistere ad una prova migliore da parte degli Haken. (Luigi Cattaneo)    

domenica 13 aprile 2014

EMPIRICAL TIME, Songs, Poems and a Lady (2013)


Da Padova giunge questo nuovo e giovane progetto che risponde al nome di Empirical Time, gruppo formatosi nel 2011 e capace in soli 2 anni di dar vita a questo interessante esordio, Songs, Poems and a Lady. L’idea che accompagna la band è quella di cercare un suono il più personale possibile, partendo però da radici certe e lontane, quelle tipicamente settantiane del progressive e della psichedelia. Portare queste sonorità in un’epoca attuale non sempre è compito facile. Staccarsi da alcuni stereotipi, avendo come base di partenza proprio quell’era che li ha generati, può creare enormi difficoltà. Ci riescono in parte gli Empirical Time. Riccardo Scarparo (piano, tastiere, sintetizzatori e voce), Federico Galleani (chitarra e voce), Giovanni Croatto (chitarra e voce), Robert Anthony Jameson (batteria) e Andrea Baggio (basso) riescono a ricreare certe sonorità vintage bagnandole con un tocco più vicino ai giorni nostri, senza stravolgere canoni acquisiti ma operando attraverso un lavoro di sottrazione di elementi magniloquenti o eccessivamente sinfonici. Appare evidente come i punti di riferimento siano comunque da ricercare in quei gruppi che operavano 40 anni fa e oltre. Pink Floyd (i più omaggiati), Genesis, Yes, Emerson Lake & Palmer e Gentle Giant. Se è vero che la struttura del lavoro ricorda band storiche del passato è anche vero che Songs, Poems and a Lady non (s)cade nell’effetto nostalgia, lo allontana tentando di affermare che si può provare a ricreare quelle suggestioni utilizzando altri parametri. Un po’ come stanno cercando di fare i Camera Chiara e i Laviantica (giusto per citarne un paio). Fin dall’iniziale A slumber did my spirit seal si possono cogliere le atmosfere dei Pink Floyd accostate alle migliori pagine offerte dal progressive inglese, in un turbinio di suoni caldi e avvolgenti. Strange fits of passion appare più sperimentale e personale, soprattutto nei momenti maggiormente free, mentre nuovamente settantiana è la successiva She dwelt among the untodden ways. Ottime la lunga Three years she grew in sun and shower, summa del suono Empirical Time e la ballata piena di grazia I travelled among unknown men. Tutto il disco è comunque assolutamente gradevole e ambizioso, con parecchi spunti di valore, che forse in qualche momento potevano essere meglio focalizzati, in special modo negli episodi più lunghi, che a volte risultano un po’ prolissi. Voglia sfrenata di proporre tutto il bagaglio culturale in possesso probabilmente, ma la band ha grandi potenzialità e non mi stupirei se già il prossimo passo fosse quello della definitiva maturazione artistica. (Luigi Cattaneo)

Three years she grew in sun and shower (Live)


    

sabato 12 aprile 2014

HOMUNCULUS RES, Limiti all'eguaglianza della Parte con il Tutto (2013)


Anche a Palermo, terra poco fertile in ambito progressive (anche negli anni ’70 se si escludono Era di Acquario e la famiglia Marangolo con i suoi progetti non si può parlare di una vera e propria scena), ci sono gruppi curiosi e trasversali. Spuntano fuori dal nulla e grazie all’AltRock gli Homunculus Res di Dario D’Alessandro, ensemble dotato di parecchie idee, forse non sempre totalmente messe a fuoco, ma decisamente interessanti. L’ironia che li contraddistingue può ricordare i mai troppo celebrati Picchio Dal Pozzo, ma non sono solo i liguri ad essere richiamati in questo esordio. Tutt’altro. L’alone sperimentale e le melodie oblique si sciolgono in un collage canterburyano di non facile lettura, con l’aspetto testuale preciso corollario del sound proposto. Un concerto di Ligabue citato nella cantabilità di La Ballata dell’amore Stocastico,il cantautorato di Battisti e De Andrè presente in (che ne sai tu di un) Cerchio nel grano ma estremamente libero da dogmi e soprattutto fresco e leggero senza apparire superficiale. In questo esordio ci troviamo di tutto un po’. C’è il progressive dei Gong che lascia stralci space rock, c’è il risvolto sperimentale e di ricerca che guarda tanto ai lavori di Robert Wyatt quanto a quelli degli Henry Cow, c’è la follia calcolata di Frank Zappa. Un lavoro complicato che ha una sua anima free e avanguardistica, capace di guardare al passato senza divenirne schiavo. Prog più nella voglia di provare a superare certi steccati, senza adagiarsi su canoni consolidati da tempo. Il discorso fila, anche se la seconda parte appare più frammentata e qualche spunto, seppur intelligente, poteva forse essere meglio sviluppato. Meglio la prima parte quindi, quando il gruppo propone trame surreali ma con melodie contagiose e frangenti strumentali che denotano belle doti tecniche (per gli amanti dei tempi dispari di cui è pieno il disco). Si è capito che la band ha varie frecce al suo arco, in una tavolozza di colori dove le sfumature e la cura per il piccolo dettaglio diventano fondamentali per la costruzione del pezzo. In questo davvero si è vicini a quanto si sviluppava nella scena di Canterbury ad inizio ’70, senza però cadere nella trappola dell’amarcord obbligato. E allora gli Homunculus Res scelgono la strada del nonsense e in questo ricordano l’attitudine dei Devo (in DJ Psicosi arrivano a citare Michael Jackson). I palermitani quindi colgono i vari imput anche da mondi contrastanti e difficilmente accostabili, ma proprio questa appare essere la loro forza, nonché il loro trademark. Così come la voce di D’Alessandro, particolare ma perfettamente incastrata in questo tessuto sonoro straniante e ricco di sorprese, in cui calza a pennello l’ospite di lusso Paolo “Ske” Botta (Yugen, Not a Good Sign) che riempie il suono con le sue tastiere e il suo inconfondibile tocco. Limiti all’eguaglianza della parte con il tutto è un disco intrigante e di sfida, consigliato soprattutto a chi ha dimestichezza con le uscite AltRock e cerca dal progressive un approccio maggiormente sperimentale. (Luigi Cattaneo)

Rifondazione Unghie (Video)

venerdì 11 aprile 2014

BARACCA & BURATTINI, Dall'Hinterland di Torino alla Bib-Rambla

L’occasione per parlare dei Baracca & Burattini ci è fornita dalla pubblicazione di un nuovo album per l’etichetta Electromantic di Beppe Crovella (tastierista degli Arti & Mestieri). Bib-Rambla (ossia la piazza centrale di Granada), uscito nel 2013, ha riacceso i fari su una delle tante realtà torinesi dedite al jazz rock negli anni ’70. Potremmo addirittura ipotizzare l’idea di una scuola jazz rock radicata su un territorio definito. Il jazz era una sorta di attrazione per chi lavorava in ambito rock e, al tempo stesso, i jazzisti del luogo erano interessati alla genuina semplicità della grammatica rock (Riccardo Storti, Rock Map Viaggio in Italia dal 1967 al 1980, Aereostella). Come ha sottolineato Storti nella sua opera del 2009, Torino era davvero un centro propulsore fondamentale per capire certi sviluppi sonori ed è impossibile per ogni amante del genere non conoscere gruppi storici come Arti e Mestieri e The Trip, ma anche realtà rivalutate con il passare degli anni come Dedalus, Beia come Aba, Gialma 3 o Living Life. In questo contesto nascono e si inseriscono, anche se con qualche anno di ritardo, i Baracca & Burattini, bizzarro monicker ripreso da un film degli anni ’50 di Sergio Corbucci. È il 1975, quando Luciano Zaffalon (tastiere), Sandro Marangon (batteria) e Gianni Melis (basso) danno vita al progetto pensando di unire il progressive colto dei King Crimson con il jazz rock targato Perigeo. Il risultato è un disco autoprodotto con l’aiuto di Silvano Borgatta (all’epoca tastierista del gruppo di Gigi Venegoni) che vedrà la luce solo nel 1981, fuori tempo massimo, come si suol dire in certi casi.
 
Hinterland è un album intriso di frizzante jazz rock, sulla scia di Esagono e Combo Jazz, con qualche leggera venatura world che colora le composizioni, sempre in bilico tra stacchi virtuosi e cura per l’aspetto più melodico. Peccato che ormai l’epoca d’oro dei raduni e delle attenzioni verso questi suoni fossero oramai esaurite, perché questo esordio, pur presentando qualche ingenuità, rimane un disco di buon livello che con gli anni ha raggiunto anche elevate valutazioni tra i collezionisti di vinili. Pezzi come Asso di Bastoni, Scivolando o la title track mostrano il potenziale del gruppo, che avrebbe probabilmente meritato qualcosa di più. I tre scelgono di non avvalersi per questo esordio di un chitarrista, affidando gli spunti maggiori alle tastiere di Zaffalon, che può spaziare in maniera sistematica all’interno di ogni singolo brano. Luciano viene però sempre ben coadiuvato dal lavoro ritmico di Marangon, preciso e mai irruento e dal tocco funk del bravo Melis. La band, senza perdersi d’animo, riuscì a pubblicare anche un secondo lavoro passato del tutto inosservato, Trio + 1, con l’aggiunta di Salvo Occhipicca alla chitarra e una maggiore propensione per la forma canzone, con brani non più strumentali ma cantati da Zaffalon.

È un platter che presenta contatti con il mondo cantautorale (la bellissima Tarocchi), senza dimenticare spunti jazzati che fanno parte del dna del gruppo ma imbevuti di quel clima che si respirava nel pieno degli anni ’80. Il risultato è un disco indubbiamente piacevole ma che non lascia il segno come il precedente, forse anche per via di una stanchezza compositiva che affiora tra le trame di alcune tracce o per la smania di voler tentare strade che non erano proprie e che non rispecchiavano appieno le caratteristiche primigenie dei musicisti. Come spesso è accaduto per tanti di quei gruppi, ci sono voluti ben 30 anni per tornare ad ascoltare musica a loro nome. È il 2012 quando i Baracca & Burattini rinascono con la forza della determinazione. Rimangono in sella Zaffalon (che si concentra solo sull’organo hammond) e Marangon, a cui si aggiunge un autentico fenomeno come Diego Mascherpa al sax e al clarinetto. Un hammond trio che in Bib-Rambla rivisita alcune tracce presenti in Hinterland, migliorandole e rendendole molto più coinvolgenti, oltre che proporre inediti convincenti e di elevato spessore. L’album scorre via veloce ma non per questo risulta di semplice assimilazione e i vari strumenti giocano a rincorrersi o sfidarsi all’unisono, con Zaffalon magnifico interprete all’hammond e in dialogo costante con Mascherpa, entrambi sostenuti dal drumming energico e preparato di Marangon. Il trio appare molto affiatato e le doti tecniche si sono affinate nel corso del tempo, rendendo il tutto estremamente fluido e ricco di groove. Ne sono una prova la brillante title-track, che spazia dal latin al jazz rock, mettendo subito in risalto le grandi capacità dei tre e le riproposizioni di Hinterland e Adriatica, con la prima leggermente funky e la seconda pregna di elementi balcanici. Anche Terra e Mare era già presente nel disco del 1981, mentre è nuova la seguente Le Bambole, in cui possiamo assistere alle brillanti escursioni di Zaffalon e Mascherpa. Colpiscono la ritmica dance di Balleranno (i burattini), che si trasforma in un grande episodio jazz rock, soprattutto per la notevole prova di Mascherpa al sax e le delicate melodie di Secondina (con lo stesso bravissimo anche al clarinetto). I paesaggi dell’Italia meridionale vengono evocati con una bella dose di progressive rock nella superlativa Pensando a Sud, salvo poi ritornare ai tempi di Hinterland con Senza rete. Chiudono l’album Sequenza Meccanica Blues, che come suggerisce il titolo ha echi della musica del diavolo ed una carica rock che ricorda i Cream di Eric Clapton e la rivisitazione sudamericana di Una nuvola in gabbia. Bib-Rambla è il disco più maturo dei Baracca & Burattini, merito di un interplay costante ed efficace tra l’hammond di Zaffalon, i fiati di Mascherpa e le ritmiche di Marangon, abilissimi nel creare un sound sempre in bilico tra la fusion, il jazz rock e il progressive (anche se decisamente meno vistoso rispetto alle altre componenti). È un’opera piena di passione, quella di un trio che finalmente, dopo anni di assenza, torna perché ha davvero qualcosa da comunicare. Il consiglio è quello di cercare gli album degli anni ’80 e di fiondarsi poi su questo ultimo lavoro, per cogliere le differenze strutturali e le maggiori capacità acquisite in 30 anni di lontananza. Come il vino buono, anche il tempo ha migliorato i Baracca & Burattini. (Luigi Cattaneo) 

                         

lunedì 7 aprile 2014

PROWLERS & LA COSCIENZA DI ZENO, Live at Murrayfield Pub


La prima serata del Progressive Sounds From Under The Ashes 2014, festival organizzato dal Murrayfield Pub di Chiasso, è stata all’insegna del prog sinfonico, con l’esibizione di ben due band, i bergamaschi Prowlers e i liguri La Coscienza di Zeno. Due realtà radicate nel cuore degli amanti del genere, con i primi in giro dagli anni ‘90 e i secondi proiettati verso un futuro luminoso. Entrambi i set sono stati di alto livello e hanno reso soddisfatti gli astanti, attenti e calorosi per tutto lo show. Ma andiamo con ordine. I Prowlers innanzitutto, che in un’ora di spettacolo presentano il da poco pubblicato Mondi Nuovi, suonando alcuni estratti, tra cui spiccano Vivo Ancora, Ultima Notte e Disordinaria, tutte tracce molto evocative e affrontate con il piglio del gruppo navigato ma che non ha perso l’entusiasmo di quando si era ai primi concerti. E i Prowlers non si dimenticano di dare il giusto risalto al loro passato, quello di una band giunta al traguardo dei vent’anni di attività. In quest’ottica va letta la sintesi di Sweet Metamorfosi, splendido disco del 1997, qui riproposto nei suoi passaggi più interessanti nell’arco di una decina di minuti. Il gruppo dal vivo ha un bel tiro, complice una sezione ritmica compatta (Roberto “Bobo” Alfio al basso e il maestoso Giovanni “Gian” Vezzoli alla batteria), il tocco esperto di Stefano Piazzi alla chitarra e il sempre posato e mai eccessivo Alfio Costa, tastierista che ha spesso dato più importanza alle composizioni e all’eleganza del suono che ad episodi di puro virtuosismo. Sempre brava e magnetica Laura Mombrini alla voce, capace di toccare picchi emotivi che si incastrano perfettamente al vestito sonoro del gruppo.
La serata è proseguita con il ritorno della Coscienza di Zeno sul palco del Murrayfield, che già in passato li aveva ospitati. I liguri si sono presentati come al solito molto carichi, un vero treno lanciato ad alta velocità, con le parti sinfoniche orchestrate dal maestro (nonché tastierista) Luca Scherani capaci di smorzare quelle al limite dell’hard dei suoi compagni. 90 minuti di pura adrenalina, in cui tutti sono apparsi in grande forma e molto concentrati sulla performance. Già detto di Scherani, abilissimo nel muoversi con assoluta disinvoltura tra le tante tastiere a disposizione, non sono stati da meno gli altri membri. Ottime le prove di Gabriele Guidi Colombi e Andrea Orlando (rispettivamente basso e batteria) e di Davide Serpico alla chitarra, apparso preciso e ispirato. Discorso a parte per il gigantesco apporto di Alessio Calandriello, uno dei vocalist più dotati in circolazione e per la new entry Domenico Ingenito, violinista preparato che ha donato ulteriore vivacità alla proposta. Scorrono veloci pezzi tratti dall’ultimo lavoro (Sensitività) come La Città di Dite o Pauvre Misère, già piccoli classici per la comunità prog e altri ripresi dal primo disco, tra cui lo splendido affresco strumentale Nei cerchi del legno e un’acclamata e richiesta Il fattore precipitante.
Serata assolutamente soddisfacente per merito di due ensemble di grande caratura, brillanti non solo in studio ma anche in sede live (e non è mai scontato!). Il festival prosegue nel mese di aprile con i Clepsydra sabato 12 e con la notevole accoppiata formata da Accordo dei Contrari e Gösta Berlings Saga sabato 26. Due eventi da non perdere assolutamente! (Luigi Cattaneo) 

venerdì 4 aprile 2014

PROGENESI, Ulisse L'alfiere Nero (2012)


Una cascata di prog sinfonico caratterizza questo bellissimo concept strumentale d’esordio dei Progenesi, una giovane band milanese guidata dalle sapienti mani di Giulio Stromendo (piano, hammond, synth e tastiere), compositore e arrangiatore di tutto il progetto. Le reminiscenze di studi classici si sposano con ondate di rock progressivo creando una miscela non proprio originale ma estremamente coinvolgente. Ritroviamo elementi tipici della scena italica (Le Orme, Premiata Forneria Marconi) ma anche rimandi a mostri sacri internazionali (Genesis, Emerson Lake & Palmer) e in misura minore al jazz (Dave Brubeck in particolare). La musica dei Progenesi è volutamente descrittiva e ogni titolo si accompagna alle foto interne del booklet, per quello che è il resoconto in note del famoso episodio del cavallo di Troia di Ulisse. Ulisse L’alfiere Nero è un album vivace già dall’iniziale La gioia della pace, con l’hammond vintage di Stromendo a dettare le linee guida del pezzo, insieme al pianoforte di ascendenza classica, per quello che è un brano vicino a certi episodi della P.F.M. Non manca di portare il suo contributo Patrik Matrone, ottimo chitarrista ed elemento che riuscirà a spiccare per tutto il lavoro, bravo sia nell’assecondare le fughe del leader che nel ritagliarsi spazi solistici di livello. La strategia è inspirata a Suite op.14 di Bela Bartok, altro riferimento di Stromendo, che qui unisce spunti classici con il jazz rock, forte anche delle capacità della sezione ritmica formata da Omar Ceriotti alla batteria e Dario Giubileo al basso. La band ha davvero delle capacità sopra la media e non sono da meno special guests come Issei Watanabe al violoncello ed Eloisa Manera al violino, musicisti spigliati e di caratura. La lunga Il Blue della Notte (11 minuti) è puro progressive, epico e suonato in maniera strabiliante, pieno di spunti e idee come poche volte capita di sentire in un esordio. Il rosso della notte è una suite divisa in 2 parti, dove si trovano tutti gli elementi che caratterizzano il sound del quartetto, in un turbinio di hard prog, fughe di hammond, sprazzi classici e passaggi atmosferici pieni di grazia. Finale con Un grande eroe, altri 10 minuti di omaggio alla stagione d’oro del progressive, degna chiusura di un disco suggestivo e pieno di pathos. (Luigi Cattaneo) 

Il Blue della Notte (Video)


       

 

martedì 1 aprile 2014

PSFUTA, La Locandina del Festival!


Ecco la locandina ufficiale del Progressive Sounds From Under The Ashes 2014 che si terrà al Murrayfield Pub di Chiasso nelle serate del 5, 12 e 26 aprile 2014!


Programma completo del Festival


5 Aprile: Prowlers & Coscienza Di Zeno


12 Aprile: Clepsydra


26 Aprile: Accordo Dei Contrari & Gösta Berlings Saga



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CONCERTI DEL MESE, Aprile 2014

Martedì 1
·Crimson ProjeKct Firenze
·The Aristocrats Ponte S. Giovanni (PG)
·Anneke van Giersbergen Bologna

Mercoledì 2
·Crimson ProjeKct Roma
·The Aristocrats Teramo
·Anneke van Giersbergen Conegliano (TV)
·Camelias Garden Roma

Giovedì 3
·Múm New Age (Roncade)
·Junkfood Roma

Venerdì 4
·Anyway Torino
·Múm Madonna dell'Albero (RA)
·Latte Miele+Tempio delle Clessidre (unplugged) Genova
·Roccaforte Nicorvo (PV)
·Alberto Radius & Formula Tre Firenze
·DoDo Verdict R'n'R (Rho)
·Abash Lulu's Brasserie Maglie (LE)
·Junkfood Imola (BO)

Sabato 5
·CDZ + Prowlers Chiasso (Svizzera)
·Fabio Zuffanti Casa di Alex (Milano)
·Múm Roma
·Il Maniscalco Maldestro Livorno
·Sintonia Distorta Fombio (LO)

·Gens De La Lune (Combeaufontaine Francia)

Domenica 6
·Múm Milano
·Stereokimono Roma

Lunedì 7
·The Aristocrats Roccaforzata (TA)

Martedì 8
·The Aristocrats Caserta

Mercoledì 9
·The Aristocrats Roma
·Syndone + Not a Good Sign Torino
·Psycho Praxis Brescia

Venerdì 11
·Junkfood Ferrara
·Roccaforte Alessandria
·A. Radius & Formula Tre+Osanna Livorno
·Alex Carpani Freakout Club (Bologna)
·Conqueror Letojanni (ME)

Sabato 12
·Clepsydra Chiasso (Svizzera)
·Camelias Garden Frascati (Roma)
·Osanna Club Il Giardino (Lugagnano)
·UT New Trolls Genova
·Méséglise Bologna
·Alex Carpani Granarolo Emilia (BO)
·Massimo Giuntoli "Hobo" Green Box (Torino)
·Fabio Gremo Cibi & Libri (Genova ore 19)

Domenica 13
·Haken + Lazuli Live Forum (Assago)
·Alex Carpani Verona

Lunedì 14
·Junkfood Bologna

Martedì 15
·Roberto Cacciapaglia Libreria Feltrinelli Roma



Mercoledì 16
·Roberto Cacciapaglia Palermo
·Junkfood Milano

Giovedì 17
·Sycamore Age Taurianova (RC)

Venerdì 18
·Empirical Time Padova
·Amaze Knight Leinì (TO)
·A. Radius & Formula Tre Napoli
·Sycamore Age Palermo
·Fauno di Marmo S. Giorgio Nogaro (UD)
·DoDo Verdict Jacaranda (Desio)

Sabato 19
·Slivovitz Napoli
·Sycamore Age Messina

Lunedì 21
·Ainur Pavia (PaviaFantasy)

Mercoledì 23
·Mustard, Glass & Roses Roma

Giovedì 24
·Conqueror + Van Wagner Parma

Venerdì 25
·Masons + Elephant Il Giardino (Lugagnano)
·Gösta Berlings Saga + Fonderia Roma
·Area Reggio Emilia
·Ainur Soncino (CR)
·Il Rumore Bianco S. Giovanni Lupatolo (VR)

Sabato 26
·Aelian Genova
·AdC+Gösta Berlings Saga Murrayfield Pub (Chiasso)
·The Watch Galzignano (PD)
·The Lamb Lugagnano (VR)
·Area Mestre (VE)
·Amaze Knight Trofarello (TO)
·Civico 23 Roma
·Empirical Time Albignasego (PD)

Domenica 27
·Camelias Garden Roma
·Ainur Soncino (CR)
·DoDo Verdict Seregno (MB)

Martedì 29
·Flower Kings + Karmakanic Bloom (Mezzago)

Mercoledì 30
·Altare Thotemico+Quanah Parker Il Giardino (Lugagnano)