martedì 8 gennaio 2013

ALEX CARPANI, The Sanctuary (2010)

Dopo il fortunato e valido esordio del 2007 (Waterline) torna con una prova ancora più matura il compositore e tastierista Alex Carpani, che qui si avvale di ottimi musicisti come Gigi Cavalli Cocchi (Moongarden, Mangala Vallis) alla batteria, Ettore Salati (The Watch, Red Zen) alla chitarra e Fabiano Spiga al basso. Con Waterline Carpani aveva mostrato una capacità di scrittura brillante e sicura, anche se molto rivolta alla storia del rock progressivo, sia inglese che italiano e difatti si era avvalso della collaborazione con uno dei personaggi chiave della produzione nazionale come Aldo Tagliapietra, cantante delle Orme. Dopo 3 anni di grandi soddisfazioni che hanno portato il tastierista ad un vero e proprio tour mondiale con tappe in Giappone, Germania e Francia, solo per citare alcuni paesi toccati dal gruppo, Carpani propone dieci brani legati tra loro a formare una sorta di suite progressiva. Per far questo decide di occuparsi personalmente delle parti vocali e di non attuare sostanziali modifiche alla struttura e al sound del disco precedente che tanto interesse aveva suscitato tra appassionati e critici. Quindi The Sanctuary procede piacevolmente uindiQcon un alternanza di brani strumentali e cantati e con riferimenti continui ad alcuni nomi tutelari del progressive rock come Genesis ed Emerson Lake & Palmer. L’inizio è affidato alla strumentale Burning braziers, perfetta per introdurre l’album e portare l’ascoltatore nel mood sonoro tanto caro a Carpani che mostra da subito tutte le sue doti tastieristiche, coadiuvato dallo splendido lavoro dei musicisti a sua disposizione. Qui c’è tutto ciò che ci si può aspettare da uno strumentale progressivo, quindi atmosfera e cambi di tempo, virtuosismo e senso della melodia. Spirit of decadence suggestiva e malinconica, piace soprattutto per la sua capacità di avvolgere ed ammaliare l’ascoltatore. Qui Carpani predilige un impianto maggiormente collettivo e meno solistico e l’unica (lieve) pecca è forse la voce del leader che non convince del tutto, pur non risultanto fastidiosa o piatta. Ovvio però che un cantante di ruolo avrebbe giovato un po’ a tutto l’album. Si torna ad uno strumentale con The Dance of the Sacred Elves dove ovviamente le tastiere di Carpani sono nuovamente grandi protagoniste e ci guidano in sonorità che spaziano dal rock progressivo alla classica passando per accenni che richiamano al jazz. Grande tecnica strumentale e uno sguardo costante alla musica degli Emerson Lake & Palmer, grande fonte d’ispirazione per il musicista di origine svizzera. Il finale si aggancia alla successiva Entering the Sanctuary, brano dove forte è la presenza del moog, soprattutto nella prima parte. Nella seconda metà, prettamente strumentale, la band struttura il brano in maniera più articolata con Carpani eccellente al pianoforte, una sezione ritmica a proprio agio in trame sottilmente aggrovigliate e Salati attento a creare sonorità riflessive e fluide. Knights and Clergymen è un’ altra ispirata e splendida composizione strumentale, con Carpani abilissimo anche nel destreggiarsi con l’organo hammond in un alternanza continua di  passaggi ora più rapidi ora più meditativi. Ancora l’ombra di Keith Emerson è presente in Templars dream dove è finalmente più preponderante rispetto agli altri brani la chitarra di Salati che sfodera il suo talento punteggiando egregiamente il corollario sonoro tastieristico di Carpani. Davvero splendida è Memories of a Wedding che, introdotta  da un delicato pianoforte, esplode attraverso una sezione ritmica pulsante e sanguigna su cui si inseriscono le note sempre stranianti del moog. Strumentale è la seguente Master of ceremonies, episodio brillante e piacevole ma che non aggiunge molto a quanto ascoltato sin ora. Decisamente meglio Moonlight through the Ruins che si presenta come brano sognante e delicato, salvo poi avventurarsi in un momento strumentale degno delle migliori progressive band. In chiusura Leaving the Sanctuary, epica e dal piglio orchestrale, riporta ancora una volta agli anni d’oro del rock progressivo. Complessivamente si tratta di un lavoro più che valido, suonato ottimamente e molto curato in fase di arrangiamento. Anche se qualche passaggio non particolarmente brillante è presente direi che non ci sono brani da scartare o aggiunti esclusivamente per allungare la durata dell’album. La scrittura di Carpani si è affinata ulteriormente rispetto a Waterline, pur rimanendo all’interno di un panorama sonoro molto omogeneo e di grande rispetto verso i giganti del progressive inglese dei ’70. Oltre a ciò aggiungerei che Carpani, incredibile alle tastiere, non ha una voce memorabile e che forse andava sfruttato meglio il talento di Salati. Questo non pregiudica comunque la riuscita finale di The Sanctuary ma lascia in me aperta la sensazione che il prossimo possa essere il disco della definitiva consacrazione. (Luigi Cattaneo)

Entering the Sanctuary (Live)


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