sabato 23 aprile 2016

Eros & Thanatos, il movie rock dei Syndone raccontato da Nico Nik Comoglio

Abbiamo colto l'occasione della nuova uscita dei Syndone, Eros & Thanatos, per incontrare il leader della band, Nico Nik Comoglio, per farci raccontare alcuni dettagli dell'ultima fatica e per farci un resoconto di più di vent'anni di carriera ...



Come è nata l’idea per il nuovo album e di cosa parla il concept?

Eros & Thanatos, il dualismo più antico della storia. Alcune riletture del Cantico dei Cantici fanno risalire il testo antico ad una raccolta di canti tradizionali della Siria, praticati nell'antichità durante le cerimonie nuziali. L'incontro casuale, un anno fa, con il testo sacro e le sue riletture ha la fortuna di aprire una porta segreta sulla riflessione tra i concetti di Amore e Morte, o Eros & Thanatos. Il tuffo in quel mare di passione, di gioia e dolore fa "contaminare le mani" con qualcosa di puro, e andando a fondo si arriva ad osservare le fratture di una terra attraversata nei secoli da fiumi di conoscenza e sofferenza. Proprio da questi solchi fioriscono poeti come Faraj Barjakdar e Mahmud Darwish, che con le parole sul dramma della prigionia e dell'esilio diventano fonte di ulteriore ispirazione per le liriche che insieme al Cantico nella rilettura di Ceronetti, hanno alimentato il fuoco generatore dell'album. "Tra le pieghe del tempo, sotto una coltre cieca di giochi di potere, la terra dell'acqua che brucia nasconde la cosa più pura, pura e incoerente come i sogni che generano sogni". Come nel Cantico non c'è una successione logica o temporale tra i brani, come tra i sogni appunto, se non una relazione tra la prima e l'ultima traccia, inizio e fine di un confronto tra l'autore e un indefinito interlocutore. Tra questi due punti si trovano le parole del Cantico, anche in ebraico, riferimenti a poesie del medio oriente, una lode alla purezza delle tensioni umane, alla loro disarmante sincerità, una preghiera laica, un'accusa a chi tutto questo piega con violenza per il bene di pochi.

Quali sono le caratteristiche di Eros & Thanatos? Ci dobbiamo aspettare qualche novità stilistica?

Sicuramente l’uso massiccio dell’orchestra; al di là degli ospiti illustri (Steve Hackett e Ray Thomas) e degli arrangiamenti più estremi (il suono del moog è acido e irriconoscibile a volte) è indubbio che la caratteristica più innovativa di quest’ultimo disco è l’orchestra d’archi. Essa ha dato un input in più al nostro sound e ha creato veramente, e finalmente, quel ponte immaginario tra la sonorità rock e classica che da tempo cercavo. Avevo bisogno di un suono aggressivo così ho fatto a meno delle viole: solo violini e violoncelli, neanche i contrabbassi (che suonano solo nella chiusa dell’ultima traccia e nelle parti più liriche prive di basso elettrico)… un suono grezzo e molto rock. Mi ricordai di una dichiarazione fatta da Lenny Bernstein a proposito dell’organico scelto per registrare West Side Story per la Deutsche Grammophon (nel lontano 1985) in cui rinunciò volutamente alle viole e fece suonare i celli in tessitura alta che ci assomigliano ma sono molto più aggressivi e molto più sonori. Questa è, secondo me, la vera svolta stilistica del nostro nuovo disco.

Ci sono degli aspetti del tuo songwriting su cui poni più attenzione e che quindi vengono maggiormente sviluppati nei Syndone?

Bè innanzitutto se parliamo di songwriting parliamo di musica che regge un testo, quindi una voce che racconta e quindi parliamo di “melodia”. Una cosa fondamentale della musica per voce nei Syndone è che il testo debba sempre essere supportato da una melodia forte e orecchiabile… che, si badi bene, non è un difetto! Anzi! Mentre sugli strumentali le possibilità timbriche e ritmiche sono pressoché infinite e illimitate quando si ha a che fare con una voce la cosa cambia. La musica deve asservire alla funzione di ancella e stampella della parola affinché il significato della lirica non ne risenta e non è affatto facile scrivere temi che siano veicolatori del testo al 100%... però noi ci proviamo. In Eros & Thanatos il contrasto al limite che già esprime il titolo lo ritroviamo anche a livello musicale. Parti liriche sospese lasciano il posto a brani dirompenti e potenti quasi improvvisi… l’amore e la morte… vuoti e pieni… bianco e nero… luce ed ombra! E’ stata una scelta fatta a tavolino quella di giocare con il dualismo forte ingaggiato già dal concept ed è su questo contrasto che si sviluppa tutto il disco. Un bravo songwriting deve saper trattare e saper scrivere per la voce: questo strumento ineguagliabile e inarrivabile è infatti limitato nella tessitura… un violoncello o un moog avranno certo molte più note di una voce umana e potranno suonare intervalli più ampi ed interessanti rispetto ad una voce che canta. Se però si dispone di un cantante come Riccardo Ruggeri che usa la sua voce come uno strumento questa limitazione di cui parlavo si riduce di molto.

Ti ho sentito definire la musica dei Syndone come Movie Rock, che cosa significa esattamente?

E’ da un po’ di tempo che cerco di coniare nuovi neologismi che raffigurino e nello stesso tempo si discostino dalla parola progressive. Syndone è una band che guarda avanti nel rispetto delle tradizioni, ma è pur sempre nella nostra indole partire da uno stile e approdare a qualcosa di totalmente personale, di “nostro”. Questo è ciò che cerchiamo di fare disco dopo disco da sei anni a questa parte; sarebbe stato interessante, parallelamente alla musica, trovare una parola nuova che illuminasse questa tensione timbrica che ci caratterizza, come fece tempo fa la PFM che coniò il termine “musica immaginifica”. Risentendo decine e decine di volte il master di Eros & Thanatos prima della pubblicazione molte persone a me vicine (tra cui il collega Gigi Rivetti) posero l’accento sul fatto che l’orchestra enfatizzava moltissimo la cifra cinematografica di alcuni brani. Lo trovai degno di spunto e anche originale… un nuovo termine agile, d’impatto e che suonasse bene per definire la musica dei Syndone, ma tradotto in inglese: movierock … credo sia perfetto.

L’utilizzo di importanti special guest in questa nuova fatica che risultati ha portato?

La guest star è fondamentale per far si che chi ancora non ti conosce sia invogliato a comprare il tuo disco e poi a seguirti. Molte persone si fanno convincere ad acquisire un disco dal tam tam vocale, ma ci sono persone a cui questo non basta: invitare un musicista famoso a collaborare nel tuo progetto, oltre essere un punto d’onore per la band, è anche un modo sottile per allargare il tuo pubblico, che è poi quello che ti compra, insomma lo zoccolo duro che ti permette di lavorare. Certo è un investimento importante ma che alla lunga dà i suoi frutti. In Eros & Thanatos abbiamo avuto il famoso Steve Hackett nell’ultima traccia dell’album e il grande Ray Thomas dei Moody Blues nella terzultima, che peraltro aveva già suonato nella Bella è la Bestia. E’ ancora troppo presto per fare considerazioni (in quanto il disco è fuori da meno di un mese) ma credo che la presenza dell’ex chitarrista dei Genesis unitamente alla bellezza del suo intervento chitarristico sul nostro brano sarà un grande valore aggiunto per il nostro progetto.

Negli ultimi anni la band è stata molto presente sul mercato discografico, sembri più ispirato ora che ventiquattro anni fa, quando esordisti con Spleen

Non c’è paragone tra il background musicale che ho adesso e quello dei primi tempi di Spleen e Inca. Allora ero un musicista spontaneo ed istintivo, che per alcuni aspetti può anche essere un’attitudine vincente perché non sottostai a nessuna regola e puoi andare a briglia sciolta (i Beatles erano totalmente istintivi e non conoscevano assolutamente il pentagramma, ne volevano conoscerlo per non perdere tale spontaneità). Purtroppo in un genere come il progressive sinfonico, così strutturato e organizzato nelle parti, devi essere coadiuvato da una notevole preparazione teorica, specialmente quando si sceglie di dare grande preponderanza all’orchestra. Se non hai studiato orchestrazione e strumentazione è facile fare degli errori di scrittura che poi si traducono in problemi tecnici di chi esegue e, a volte, in problemi timbrici e d’insieme. Io stesso mi accorsi a metà degli anni 90, dopo Inca, che se volevo andare avanti avrei dovuto fermarmi e studiare.

Dopo tanti anni di carriera ti sei mai fermato per fare un resoconto di tutto quello che hai vissuto e creato come musicista?

Si continuamente! Sempre mi chiedo se ne è valsa davvero la pena, se tutti i sacrifici che ho fatto, le rinunce, le delusioni subite, i momenti felici e dolorosi, i litigi e le risate con i colleghi, le notti insonni passate a guidare furgoni carichi di strumenti in tutti questi anni e quant’altro abbiano contribuito ad aggiungere un tassellino alla storia della musica italiana… sarò ricordato con amore per quello che ho scritto? Sono queste le cose che in genere si chiede una persona che ha fatto dell’arte e della musica il proprio stile di vita e la propria missione. Un giorno il Maestro Azio Corghi mi disse che se la mia musica avesse contribuito ad emozionare e a ridare una speranza anche ad una sola persona sulla terra io avrei assolto il mio compito e ne sarebbe valsa la pena. Ora la tenacia mi sta dando ragione, Syndone è un progetto in espansione e il pubblico che ci siamo conquistati concerto dopo concerto non ci abbandonerà più. Il segreto è non mollare mai anche quando sembra che tutto non abbia più senso.

Cosa significava suonare progressive ad inizio ’90?

C’era indubbiamente, in quel periodo, una certa attenzione di revival attorno a questa musica, erano gli anni del “new prog 90” e parecchie produzioni ebbero davvero fortuna. Non durò molto, giusto tre o quattro anni poi come nacque svanì. Fu in un certo senso un fuoco di paglia che durò pochissimo ma che riaccese un po’ le speranze per chi come me ama e amava questo genere. Non vi fu il tempo di consolidarci come band ma riuscimmo a registrare due album di discreto successo Spleen e Inca per la Vinyl Magic e a portarli dal vivo in trio. In quegli anni alla gente che seguiva e aveva seguito dieci anni prima il prog classico degli anni 70 non interessava il new prog, mentre le nuove generazioni, venute su a pane e disco music, non lo capivano. Quindi fu molto difficile per Syndone sia suonare dal vivo sia convincere etichette importanti a prenderci sotto il loro management.

Quanto è difficile portare una proposta del genere in sede live? Che progetti hanno ora i Syndone per il futuro?

In genere se non sei una tribute band non vieni neanche considerato. Oggi vanno molto le tribute band perché la gente sa già cosa aspettarsi dal concerto… cioè non rischia, paga un biglietto per poter riascoltare un artista che non c’è più o un gruppo del passato che si è sciolto a cui è affezionato e rivive certe emozioni che non potrebbe più avere con l’originale. Però: “nihil sub sole novi”! Proporre progetti nuovi ora come ora è difficilissimo. Bisogna essere molto sicuri di quello che si vende e a chi si vuole arrivare. Per quanto riguarda Syndone c’è una volontà di allargare da un genere di nicchia verso un’audience più vasta per cui non solo dobbiamo riuscire a vendere un prodotto di musica originale ma pure crossover! I nostri progetti per il futuro sono quelli comuni a tutte le band: suonare dal vivo e fare più concerti possibili perché ormai il mercato musicale poggia sulle esecuzioni dal vivo e sui live… non più sulle vendite dei CD. Ogni due anni circa usciamo con un album nuovo in cui riversiamo nuova musica e nuove idee che noi crediamo possano innalzare l’asticella della qualità rispetto al lavoro precedente. Finora ci siamo riusciti, speriamo in futuro di riuscirci ancora e non deludere i nostri fan.


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