martedì 16 agosto 2016

CLAUDIO ROCCHI, Viaggio (1970)


A distanza di più di quarant'anni Claudio Rocchi rimane uno dei personaggi più interessanti e curiosi degli anni ’70. Inizia giovanissimo ad appassionarsi di musica e la fervida scena milanese lo aiuta nello sviluppare passioni ed ideali che lo vedranno nel corso degli anni sempre più impegnato e cosciente dei propri mezzi. Ma forse non tutti sanno che la carriera di Rocchi passa attraverso la breve avventura avuta con uno dei gruppi più rappresentativi del periodo, ossia gli Stormy Six con cui ha inciso nel 1969 Le idee di oggi per la musica di domani suonando il basso e scrivendo diversi brani. Ma una band rischiava di soffocare la creatività e la voglia di comunicare del giovanissimo Rocchi, che decide ben presto di abbandonare il gruppo che sta per diventare punto di riferimento della canzone politica e sociale. Da qui nasce il primo disco del cantautore milanese, quel Viaggio dove Rocchi si affida completamente alla sua voce e alla sua chitarra facendosi aiutare da un prestigioso collaboratore, Mauro Pagani al violino e al flauto. È bene dire che non si tratta di progressive anche se ci sono dei momenti, soprattutto dettati dal flauto, che riportano a certe sonorità. È il disco di un autore menestrello che sceglie una via alternativa a quello che proponevano allora i cantautori e lo fa senza darsi barriere di sorta, cercando un linguaggio poco riscontrabile in Italia, che lo avvicina per certi versi alla psichedelia. Che sia una sua personalissima ascesi contemplativa alla vita, alle divinità, all’uomo? O più semplicemente Rocchi cattura l’essenza delle situazioni quotidiane e le frustrazioni che ne possono derivare? Se ci si sofferma con attenzione e si indaga tra le pieghe del rapporto testo-musica di questo esordio ci si accorge come sia un album carico di allucinazioni e di sogni. Quelle di un cantautore diciannovenne che si interroga e prova in maniera personalissima a trovare risposte adeguate a pensieri e turbamenti.

L’apertura affidata a Ouvres è il momento più sperimentale, un introduzione fatta di suoni e rumori che per essere il 1970 fa un certo effetto … Ma il disco va in tutt’altra direzione già dalla successiva La tua prima luna, dominata da un arpeggio di chitarra molto delicato e dal canto di Rocchi che viene spezzato da quello lieve di Roberta Rossi. Brano davvero ideale per comprendere come si muoveva il cantautore ad inizio carriera. In Non è vero si nota soprattutto la presenza di Pagani al violino, che addolcisce ulteriormente un brano che ho sempre trovato un po’ insipido e figlio della giovane età di Rocchi. Meglio con Ogni uomo, decisamente più interessante nel suo incedere percussivo dettato dai bonghi di Rocchi stesso, che viene accompagnato dal flauto di Pagani bravo nel donare intensità al brano e a rivestirlo di una sana dose di emozionalità. Gesù Cristo è un mantra psichedelico semplice ma efficace, affascinante anche nella sua ripetitività, drammatico e capace di ammaliare ancora a distanza di 46 anni per via di quel disagio esistenziale che ritroviamo un po’ in tutto il lavoro. C’è qualcosa di Ian Anderson dei Jethro Tull nel flauto suonato da Pagani in I cavalli, un’altra ballata acustica molto breve a cui fa seguito Acqua, composizione adornata con risvolti teatrali e cupi, soprattutto nella parte recitata da Rocchi che si lancia in un implorazione dolorosa e penetrante. 8.01.1951 ha una struttura più semplice ma riesce a convincerci che la dote migliore di Rocchi è quella di creare quadri di vita che ci conducono in un mondo figlio di visioni e desideri che forse tutti noi almeno una volta abbiamo immaginato. La title track finale è quasi interamente strumentale e vede nuovamente la chitarra acustica intrecciarsi con il suono fatato del flauto, un abbraccio consueto ma vibrante, che mette in luce ulteriormente come il tocco di Pagani sia stato essenziale per tutto il disco, per donare profondità laddove senza la sua presenza sarebbe potuta mancare.       

Rocchi intraprende un Viaggio in cui si avvicina e si allontana dalla forma canzone, guarda ad alcuni cantautori italiani come Bindi ed Endrigo e alla scuola francese che tanto piaceva a fine ’60 ma riesce a districarsi tra un mare di influenze con un approccio differente e fuori dal comune. Davvero un esperienza interiore libera e suggestiva. Minimalista è una delle parole che meglio spiegano il significato della musica proposta, che rimane acustica per tutto il disco, con la chitarra di Rocchi accompagnata quasi esclusivamente dalla verve dell’ottimo Pagani, diviso tra il flauto e il violino. La mancanza di forti elementi percussivi si avverte e con il passare delle tracce alimenta nell’ascoltatore qualche perplessità figlia di una certa staticità e ingenuità che affiora qua e là tra i solchi del disco. Nel complesso si assesta su valori discreti e soprattutto risulta fondamentale nell’analisi da noi proposta, perché proprio partendo da questo primo passo si svilupperà quel sound intriso di folk, psichedelia e rock progressivo che andrà a formare l’ossatura di uno dei maggiori dischi cantautorali degli anni ’70, Volo Magico n. 1. (Luigi Cattaneo)

La tua prima luna (Video)

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