domenica 23 dicembre 2012

ABASH, Madri senza terra (2010)

World music che si sposa perfettamente con il progressive e il rock per questo quarto lavoro della band salentina, gruppo nato nel 1998 e che si è andato consolidando con il passare degli anni, sino ad approdare nel rooster Immaginifica-Aereostella di Franz Di Cioccio della P.F.M. e Iaia De Capitani, che hanno dato l’opportunità al gruppo di  suonare nella splendida cornice romana del primo Prog Exhibition del 2010. E le premesse devo dire che sono tutte mantenute, perché questo Madri senza terra (già pubblicato nel 2006 per Il Manifesto) è un album molto ispirato e capace di unire la musica etnica del salento con soluzioni africane e melodie di ascendenza orientale, senza dimenticare passaggi più tipicamente occidentali che profumano talvolta di progressive, talvolta di hard rock. Il concetto si chiarisce da subito con Niuru te core che propone ritmiche e suoni quasi da heavy metal band, salvo poi intrecciarsi con le tastiere elettroniche di Luciano Toma e aprirsi in maniera totalmente melodica nel ritornello cantato in dialetto da una bravissima Anna Rita Luceri. Basta il titolo, Salentu e Africa, per capire in quale direzione ci porta il brano successivo. Un viaggio che ci conduce dalle coste salentine con i suoi suoni e i suoi profumi a respirare e a toccare quasi il continente africano a colpi di world music dalle tinte rock, con la chitarra di Daniele Stefano ben in primo piano e pronta a riportare il suono in direzione occidente. Madri ci fornisce prova ulteriore del loro talento,  sospeso tra suggestioni musicali di popoli e tradizioni differenti che si incrociano e si incontrano in maniera coerente ed eclettica. E allora emerge anche l’amore per suoni moderni e di stampo hard con La corsa di Assan, dove convince il duetto tra Maurilio Gigante (basso e voce) e la Luceri che grazie ad un’ indubbia capacità espressiva è l’elemento in grado di donare profondità maggiore a brani costruiti davvero con cura. Una robustissima sezione ritmica e il potente riff heavy di Stefano sorreggono la singer impegnata in un'altra prova eccellente nella seguente Canto alle nuvole, forse il brano dove prevale maggiormente l’anima rock dei salentini. Si arriva poi alla stupenda Oltre, dove l’atmosfera generale pare un tributo a certo progressive italiano dei ’70, soprattutto nell’uso delle tastiere da parte di Toma che sa incantare e costruire tappeti su cui si esprime al meglio la Luceri. Otranto 14/08/1840 con i suoi quasi otto minuti di durata fonde il progressive con le radici del gruppo e si intreccia con l’elettricità della chitarra di Stefano che qui fa sentire come Steve Vai e Joe Satriani siano due modelli di riferimento. I tanti mondi sonori esplorati vengono amalgamati dalla band in maniera fluida e sorprendente nella splendida Maran Atha, che addirittura viene cantata in aramaico! La tradizione si amalgama ancora con il rock in Non gridate più e nella conclusiva Scale fino al cielo che possono richiamare alla mente tanto gli Agricantus quanto una band di metal progressivo. Il disco è sorprendente soprattutto per le varie sonorità che la band è riuscita a trattare con efficacia e in maniera del tutto armoniosa. Ci trovi dentro la world music, l’ethno-rock, il progressive, l’hard rock , il tutto ben miscelato grazie a ottime capacità compositive e a brillanti doti tecniche di cui sono in possesso tutti i membri della band. Colpisce davvero la versatilità con cui vengono trattati i generi, il modo in cui elementi tradizionali vengono elaborati a favore di una ricerca originale di suoni e prospettive. Insomma, un lavoro dinamico, vivace e intenso. (Luigi Cattaneo)

Oltre (Video)




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