lunedì 15 aprile 2013

MOTORPSYCHO & JAGA JAZZIST HORNS, In the Fishtank (2003)

La Konkurrent è una curiosa etichetta olandese che opera in ambito rock ma allo stesso tempo di retroterra avant e sperimentale che ha iniziato a mettersi in luce sul finire degli anni Novanta per una serie di uscite collegate l’una all’altra e che vanno a formare una collana denominata In the Fishtank. L’idea della label era quella di prendere due o più band – solitamente già in tour tra Belgio e Paesi Bassi –, metterle insieme in uno studio di registrazione ed attendere che ne venisse fuori qualcosa di buono. Se molti sono gli spunti d’interesse in questa serie lanciata con discreto successo di critica e di appassionati  – impossibile non segnalare lo splendido disco che vede impegnati insieme Low e Dirty Three – si può agevolmente trovare qualche buon motivo per ascoltare il decimo disco della serie che vede impegnata una delle band più puramente e genuinamente ‘rock’, nonché più popolari della Scandinavia degli ultimi due lustri: i Motorpsycho. Il gruppo di Trondheim, caratterizzato da una discografia sterminata che ben si specchia con la versatilità e l’eclettismo della propria proposta, si avvale in questo album della sezione fiati dei Jaga Jazzist, combo norvegese (esattamente come i Motorpsycho) piuttosto popolare in patria, nonostante alcuni dischi di non facile fruibilità che si pongono sul confine tra rock, jazz, popular music, e avanguardia più o meno colta. Ed è proprio la mano dei componenti dei Jaga Jazzist quella che si avverte maggiormente lungo le cinque tracce del lavoro che, curiosamente, si pone come una summa delle influenze e dei riferimenti dei Motorpsycho (l’album, effettivamente, lambisce di striscio un po’ tutte le fasi della loro carriera senza però assomigliare a nessuna di esse in particolare), finendo per risultare interessante e gradevole quanto confuso ed estremamente incompiuto. Certo, si osserverà, si tratta soltanto del frutto dell’improvvisazione di due band trovatesi (quasi) per caso in uno studio di registrazione. Ma se la spettacolare apertura cinematica di Bombay Brassiere da sola vale il prezzo del biglietto, forte di uno splendido tema malinconico della sezione fiati e un crescendo atmosferico che ricorda Mark Isham o certe cose del John Hassell più ‘classico’, la stessa cosa non è possibile dire di altri momenti, soprattutto quelli dove più si sente la mano dei Motorpsycho. Pills, Powders and Passion Plays, dopo il pezzo d’apertura, è un altro numero da manuale che brilla di luce propria per raffinatezza ed eleganza: intreccio sopraffino di chitarre che viaggia con il pilota automatico, voce di matrice indie rock (ma con una piccola citazione, non si sa se consapevole o meno, nei riguardi dell’AOR anni Ottanta) e un ottimo tiro, per sfociare in una coda dove è ancora la tromba a fare da padrone, con anche in questo caso uno splendido tema melodico ad accompagnare l’interplay tra le due chitarre. Fin qui, niente da dire. Accade però che l’altro pezzo cantato del lotto, Theme de Yoyo, sia un torrido pezzo funk in sé piuttosto convenzionale e senza particolari guizzi; Doffen Ah Um, che parte intrigantissima e introversa, si lancia in un’improvvisazione dove l’influenza principale sembra essere quella proveniente dal Coltrane dell’era A Love Supreme: il risultato rimane soltanto intrigante, oltre al fatto di far emergere, anche in questo caso, la preponderanza dei Jaga Jazzist a livello di ispirazioni rispetto a quella dei Motorpsycho. La suite finale, Tristano, è un altro tour de force (stavolta lungo venti minuti) che passa in rassegna influenze ed ispirazioni varie dei Motorpsycho, citando certa avanguardia, Canterbury, e propaggini Rock in Opposition (Nucleus soprattutto). Il lungo pezzo parte con un beat distante ed etereo, scandito da cimbali e tamburelli, per poi arricchirsi di synth e fiati (e successivamente piano e chitarra) che si sovrappongono, ripetendo sostanzialmente la stessa, minimale, linea melodica. Il risultato vorrebbe essere straniante e assorbire l’attenzione dell’ascoltatore, ponendosi non troppo distante da certi esperimenti di Tortoise o Ui (una misconosciuta band newyorkese). In realtà, pur regalando spunti interessantissimi, non nego che arrivare alla fine dei venti minuti non è facilissimo e onestamente mi ha strappato anche qualche sbadiglio. Un album decisamente interessante, sospeso a metà strada tra cultura rock, fortissime influenze jazz e avanguardia, limitato di per sé da un progetto come questo, dove Konkurrent stessa sprona le due band a un’interazione ispirata e del tutto libera, ma legata all’improvvisazione che dall’incontro dei due gruppi deve necessariamente scaturire. L’alchimia, in questo caso, non sempre riesce. (Paolo Cattaneo)

Pills, Powders and Passion Plays (Video)




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