giovedì 9 febbraio 2017

QUADRI PROGRESSIVI, Chasing Tales





Abbiamo deciso di omaggiare un duo a noi caro, Nicolas Meier e Pete Oxley, con questo dipinto creato da Lorena Trapani e realizzato con colori acrilici su cartone telato (dimensioni 30x40)

Chi volesse visionare o ricevere un quadro di Lorena può inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it

domenica 5 febbraio 2017

THE EXPERIMENT NO.Q, Right After the Experiment No.Q (2016)


Prende nuovamente vita il progetto The Experiment No. Q con questo come back Right after the Experiment No. Q, seconda parte di uu concept che segue l’omonimo del 2014. Si potrebbe ipotizzare la volontà da parte dell’ensemble guidato dal chitarrista Paolo Vallerga di creare una vera e propria opera rock/metal, soprattutto per l’ampio e smisurato numero di interpreti chiamato in causa (una doppia sezione ritmica, sei cantanti, tre chitarristi e tre tastieristi, il flautista Dino Eldrisio Pelissero e la section string gestita da Andrea Bertino) per definire il suono dell’album. Che, per inciso, parte da coordinate indubbiamente prog per contaminarsi con il trash e l’industrial, risultando comunque appetibile e mai eccessivamente furioso. Il gruppo punta molto sull’impatto di riff quadrati, alternati a fraseggi molto melodici e dai tratti inquieti accostabili a Therion e The Gathering, gruppi storici per la scena gothic. Non mancano brani più immediati come The secret languages e Close to the sunrise, composizioni malinconiche e ricche di pathos che spezzano il ritmo dell’album e fanno rifiatare l’ascoltatore prima delle più tirate Dust I am e Girl from the dream, che confermano anche un certo amore per le atmosfere care ad Ayreon. Affiorano qua e là alcune influenze del rock progressivo (e d’altronde uno dei due batteristi coinvolti è Mattia Garimanno, oramai in pianta stabile nel Il Castello di Atlante) ma anche consolidate pulsioni industriali che mi hanno ricordato le lucide follie di Rammstein e Videodrone, più per spirito che per stile e ravvisabili in frangenti come Human machine o Don’t let me kill the No. Q. Questo secondo disco (il racconto creato da Vallerga prevede una trilogia) segue la direzione del precedente, pur se concede più parti hard, soprattutto legate al nord Europa (certificate anche dalla presenza di Thomas Vikstrom, cantante di Therion, Stormwind e Candlemass) e basta ascoltare un pezzo come The overturned dreamer per comprendere come Paolo abbia voluto entrare maggiormente in sintonia con l’heavy rispetto all’esordio. Proprio come la diabolica Welcome to the garden, singolo interessante e che conferma come il gruppo (allargato) non abbia una direzione univoca ma crei atmosfere differenti in base al momento del racconto. Seppure non sempre brilli per dinamismo e non presenti straordinari picchi, l’album risulta ben suonato e si lascia ascoltare con piacere, lasciando una certa curiosità per la fine della saga. (Luigi Cattaneo)

Welcome to the garden (Official Video)

sabato 4 febbraio 2017

VUOTI A RENDERE, Ruggine (2016)


Abbiamo parlato dei Vuoti a Rendere solo qualche settimana fa, analizzando Baciati dall’inganno del 2015 ed ecco qui che ci troviamo a raccontare Ruggine, secondo album dei veneti. L’amore per sonorità vintage è rimasto immutato, quello per tematiche e accenni dark anche, pur se qualche cambiamento è ravvisabile, soprattutto nelle parti vocali meno recitate rispetto all’esordio, espediente che caratterizzava maggiormente la proposta. Inoltre il quartetto è diventato un trio e purtroppo non fa più parte della line up Annalisa Agostini, che con il suo sax aveva creato non poche suggestioni nell’esordio, anche se è bene sottolineare come in alcuni momenti lo strumento sia ben presente (ma non è segnalato da chi è suonato). La band insomma continua nel suo percorso, senza però riuscire a piazzare la zampata memorabile lungo i 28 minuti del disco, disegnando brani sì gradevoli e anche discretamente personali ma ai quali manca probabilmente un po’ di groove per poter decollare del tutto. L’utilizzo dell’organo da parte di Enrico Mingardo (impegnato anche al piano e alla voce) ha sempre un suo fascino e qui dona anche una certa coltre psichedelica al risultato finale, un’atmosfera sostenuta da Filippo Lazzarin (chitarra e voce) e Marco Sartorati (batteria), a cui vanno aggiunte derive prog di fine ’60 inizio ’70. Si avverte l’assenza di un vero cantante e la scelta di diminuire le composizioni in spoken world fa perdere un po’della teatralità surreale che caratterizzava il primo lavoro, con la sola e ottima Bomba d’odio che si muove lungo questa direzione. L’impianto indie rock su cui si muove la band li pone lontani da fughe strumentali o suite di sorta, un binario stilistico a loro congeniale e che deve solo trovare la definitiva applicazione, con alcune soluzioni stilistiche che mi hanno ricordato The Electric Prunes e The Byrds, particolarmente interessanti ma ancora non pienamente mature. C’è da dire che i brani comunque si susseguono scorrevolmente, come lo strumentale Nodi al pettine, forse uno dei più legati al progressive, la classicità di Separato il pensiero o la piacevole Ruvida ruggine. È indubbio che i ragazzi abbiano messo tanta passione all’interno del disco, così come appare naturale che il percorso di crescita non sia terminato con Ruggine ma da qui debba proseguire, soprattutto per quel che riguarda trasversalità e curiosità. Lontani da virtuosismi o inutili orpelli, i Vuoti a Rendere hanno un potenziale non ancora del tutto espresso su cui lavorare per migliorare il risultato finale, le doti ci sono e fanno sperare in un salto in avanti già nella prossima release. (Luigi Cattaneo)

Bomba d'odio (Video)