venerdì 18 aprile 2014

INGRANAGGI DELLA VALLE, In Hoc Signo (2013)


La Black Widow è sempre in prima linea quando si tratta di dar spazio a giovani band innamorate di quel progressive tanto in voga negli anni ’70. Ne sono esempio lampante le atmosfere vintage del Tempio delle Clessidre o del Cerchio d’Oro, realtà attuali ma con i piedi piantati a 40 anni fa. Non che questo sia un male, soprattutto se si riesce a dare un senso a questa voglia di proporre materiale che per struttura e fisionomia potrebbe essere uscito nel 1974. Prova concreta e conferma di questo è l’esordio In Hoc Signo dei romani Ingranaggi della Valle. Poco male se tra le trame dell’album non si percepiscono novità o particolari che possano far pensare a sviluppi futuri lontani da queste sicure lande settantiane. Quindi niente avanguardia o rischi di sorta. Qui va di scena un sentito omaggio a tutto ciò che è stato ma che a guardare bene, ancora è, viste le tante formazioni italiane e non che si stanno proponendo da diversi anni. Un elaborato ed epico concept sulla prima crociata, perfettamente in linea con le istanze del progressive italiano anni ’70, che farà la felicità di tutti coloro che ancora cercano nel genere soluzioni sinfoniche e articolate (siamo dalle parti del Banco del Mutuo Soccorso e del Museo Rosembach giusto per citarne un paio). Il protagonista della vicenda è Boemondo di Taranto, principe e comandante, e la narrazione segue il percorso da lui intrapreso durante la prima crociata. Il concept, oltre agli sviluppi sinfonici già citati, ha delle piacevoli intuizioni jazz rock che donano maggior groove ai vari momenti della storia. Si denotano belle capacità tecniche ma anche di scrittura, con le parti di tastiera di Mattia Liberati che richiamano alla mente i grandi maestri del passato, soprattutto per i suoni di hammond, mellotron e minimoog. Non sono però da meno Flavio Gonnellini alla chitarra, Igor Leone alla voce, Shanti Colucci alla batteria e il grande apporto al violino di Marco Gennarini, veramente l’elemento in più della band (diversi invece i bassisti utilizzati nel corso del disco). Molto buona la prima parte del lavoro, dove troviamo l’iniziale Cavalcata e Via Egnatia, ma spiccano anche le notevoli costruzioni strumentali di Fuga da Amman, in cui il gruppo mostra classe e padronanza e la conclusiva Finale che vede la presenza di un sempre straordinario David Jackson al sax e al flauto. Non è l’unico ospite presente, perché in Jangala Mem e Il Vento del Tempo, altri due brani ben congegnati, troviamo Mattias Olsson degli Anglagard alla batteria nel primo episodio e ai synth nel secondo. Gli IDV hanno creato un’opera prima ispirata e coinvolgente e seppur gli stereotipi del genere non mancano (soprattutto una certa prolissità che in alcuni pezzi poteva forse essere evitata), il risultato è assolutamente positivo e lascia ben sperare per un futuro ancora più roseo. (Luigi Cattaneo)

Fuga da Amman (Video)

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