Progressive Rock&Metal ma anche un'ampia panoramica su Jazz, Blues, Folk, Hard&Heavy, Psichedelia, Avanguardia, Alternative, Post Punk, Dark Rock.
Un blog sulle sfumature della Musica.
Da Parma arrivano i
Round 11 (R 11), un trio dedito al jazz rock e sempre attento a cristallizzare
situazioni melodiche calcolate e ricche di pathos. È bene aggiungere però che
la musica che ne esce da questo esordio solo in parte ricorda quel che accadeva
in seno ai gruppi dei ’70 e se è vero che ci sono umori presi in prestito dal Perigeo
o dalla Premiata Forneria Marconi di Jet
Lag, è anche vero che i brani hanno un taglio quantomeno attuale. Insomma,
un lavoro raffinato e ben cesellato, dove il particolare si denota nei suoni
della chitarra di Andrea Silvestri, autore di superlativi soli, nel basso e
contrabbasso di Michele Della Malva e nella batteria di Roberto Reggiani, una
sezione ritmica eccelsa. Si denota nei 7 brani presenti una preparazione
tecnica e una cultura non indifferente che gli permette di essere coesi ma
anche di abbandonarsi a dei sani momenti di virtuosismo (Aspettami). Lupus in Trio è
quindi un primo passo degno di nota e che si fa apprezzare per precisione e
contenuto, in cui la fusion si mescola con il rock e si avvicina al progressive
(Estremamente rosso) e porta chi
ascolta a scoprire i tanti piccoli universi da cui pare attingere la proposta
degli R 11. Fantasia, spunti di gran classe, improvvisazione e un vocabolario
che mi ha ricordato Ask di Roberto
Gatto (che vedeva la straordinaria presenza di John Scofield) e Front Page del trio Lagrène- Di Piazza-
Chambers. Ma citazioni a parte la band si muove lungo territori di volta in
volta diversi seppur vicini. E allora piace sentire l’andamento funky rock di Tubo Blues o il tocco latin jazz di Riccardo, segno inequivocabile di come
il trio possa spostare a proprio piacimento l’asse portante della loro musica.
E di come in sede live la loro proposta possa essere ancora più coinvolgente e
sentita. Lupus in Trio è un lavoro di
buona fattura e gli R 11 si propongono come una nuova e interessante realtà del
panorama jazz rock italiano. (Luigi Cattaneo)
Steven Wilson è senza ombra di dubbio l’archetipo dell’artista
instancabile.Polistrumentista e
compositore di talento sta caratterizzando non solo il nuovo corso del
progressive, ma quello di tutta la nuova musica rock internazionale di un certo
livello. Coloro che l’hanno già apprezzato nella sua band più celeberrima, i
fantastici Porcupine Tree, sanno di cosa sto parlando. In realtà
l’appellativo di instancabile, nonché geniale, è sicuramente veritiero e
cangiante, vista la sua vorticosa produzione discografica di altissimo livello
(No Man, Blackfield, Storm Corrosion, ed i già citati Porcupine)
sempre nelle vesti di compositore, cantante, chitarrista, tastierista e
produttore. Oggi, nelle vesti di solista con tre album alle
spalle, si presenta con lo splendido The Raven that refused to sing and
other story, album molto complesso dove il ruolo del Wilson strumentista è
messo in secondo piano vista la band “stellare” che accompagna il suddetto:
alla chitarra solista abbiamo il prodigioso Guthrie Govan, vero e
proprio virtuoso della chitarra (provatevi ad ascoltare il suo album Erotic
cake), Marco Minnermann (Paul Gilbert Band) alla batteria, Nick
Beggs (Steve Hackett) al basso ed allo stick, Theo Travis (collaboratore
di Robert Fripp) ai fiati e Adam Holzmann alle tastiere.Le danze si
aprono con la maestosa Luminol, pezzo molto complesso dalle atmosfere
oscure, caratterizzato dall’iniziale riff di basso di Beggs dal suono molto
vicino al Rickenbacker di Chris Squire degli Yes. Qui siamo di
fronte alla classica composizione che tutti gli amanti del progressive rock
vorrebbero ascoltare: arrangiamenti maestosi ma sempre raffinatissimi e mai
stucchevoli, capacità tecniche smisurate ma senza mai indugiare nel virtuosismo
fine a sè stesso ed una classe nell’esecuzione senza precedenti. E’ veramente
un piacere sentire il mellotron ed il flauto rincorrersi in continuazione e
fungere da preludio al primo solo di chitarra di Mr. Govan! Drive Home è un pezzo malinconico e suadente, con la voce
rilassata e le chitarre acustiche di Wilson che fanno la parte del leone. Anche
in questo caso la band suona alla grande e gli arrangiamenti sono assolutamente
perfetti. Govan dà nuovamente prova di essere un maestro nell’eseguire un solo
di chitarra veramente toccante con le voci armonizzate di Wilson che fanno da
contorno.Le inflessioni jazz/fusion si fanno sentire nella successiva The
Holy Drinker, pezzo della durata di dieci minuti, introdotto da vorticosi
fraseggi di chitarra, tastiere e sax, con un particolarmente ispirato il lavoro
di Holzmann all’Hammond ed al Fender Rhodes. Abbastanza evidente l’influenza
dei King Crimson (soprattutto nell’uso del mellotron e nelle atmosfere
più oscure) ma anche della Mahavishnu Orchestra,tutto però metabolizzato dal gusto musicale e
dall’ originalità di Steven Wilson. The Pin Drope è la traccia più
psichedelica dell’album, mentre The Watchmaker, introdotta da una
chitarra a 12 corde e da una voce che ricorda molto Peter Gabriel ed i
suoi Genesis, è un’altra composizione perfetta che nei suoi undici
minuti porta l’ascoltatore a fare un lungo viaggio nel progressive.Non saprei
veramente che altro dire per consigliarvi vivamente questo album, che
probabilmente sarà l’album del 2013 (anche se io non amo le classifiche).
Difficile trovare punti deboli o cali di tensione, ogni traccia, gusti a
prescindere, è un piccolo capolavoro. Wilson si destreggia bene come “direttore
d’orchestra”: pur cantando e suonando chitarre, tastiere e basso risulta essere
lo strumentista meno in vista, dato che il suo intento era quello di comporre
un album complesso ed articolato da far suonare a completi virtuosi dello
strumento. Mi dispiace un po’ che non ci sia l’alternanza dei suoi assoli di
chitarra con quelli di Govan, visto che reputo Steven Wilson un ottimo
chitarrista pieno di gusto e stile, ma ovviamente questo è un mio giudizio
personale che non compromette assolutamente la qualità dell’opera in questione.
Inoltre la band di cui si è circondato Wilson non è solamente efficiente e
precisa, ma è anche incredibilmente compatta, come se fosse una vera band e non
un gruppo di turnisti. In conclusione un sincero plauso a Mr. Wilson per aver
creato questo capolavoro. (Marco Causin)
Rivede la luce a distanza di qualche anno Dos, primo lavoro a nome Desert Wizards che viene ristampato dalla sempre attenta Black Widow con una nuova veste grafica, una diversa scaletta e il solo monicker del gruppo a dare il titolo all’album. La band romagnola è incline verso suoni vintage, settantiani, che richiamano alla mente di volta in volta grandi nomi del passato, dai Led Zeppelin ai Deep Purple, passando per Pink Floyd ed Electric Wizard. Tocca ad Apocalipse Begins catapultarci nel mondo oscuro e volutamente retrò marchio di fabbrica del gruppo, lungo brano che riesce nell’intento di far assaporare le varie forze propulsive che animano il progetto, ossia un roccioso hard rock che si stempera nelle visioni psichedeliche delle chitarre di Gito e negli intrecci vocali di Mambo (impegnato anche al basso) e Anna (artefice di suoni tastieristici che definire vintage è un eufemismo…). Oscura è anche la seguente Burn with me, segnata da un passo cadenzato e funereo che non dispiacerà ai fans dei Black sabbath e dello Stoner, con le tastiere di Anna che in maniera lieve ma efficace donano ulteriore atmosfera alla composizione. Funeral smoke si muove sotto la spinta del duo Gito-Anna, prima di sprofondare in un mood desolante e nero. Ma la struttura a strati del pezzo fornisce ulteriori sviluppi e si incanala in un hard prog ben congegnato e piuttosto immediato, in cui sono le tastiere ad emergere in maniera più nitida. The lisergic show si diramain maniera piacevole in una parte iniziale molto energica pensata forse più per la dimensione live ed una centrale decisamente psichedelica ed intrigante, mentre Serial killer risulta un momento differente rispetto a quelli sinora presentati, in quanto si tratta di un brano più lento, una sorta di ballata dark che ho trovato piuttosto anonima e ripetitiva, segno che forse le capacità di scrittura dei quattro ancora non si sono sviluppate del tutto per proporre composizioni di questo tipo. Pulsar invece ha un buon piglio psichedelico, soprattutto nella prima metà strumentale, che ha il merito di mettere in luce anche delle discrete capacità tecniche che vengono confermate anche nella solida Woman in white che continua sulla falsariga di ciò che si è sinora sentito. Episodi forse minori questi due, che anticipano un finale meglio riuscito, dapprima con Waiting for the sun, brano ben congegnato tra momenti più melodici ed altri aggressivi ed energici e poi con la strumentale Last call to saturn che è uno dei pezzi meglio riusciti del disco, con una sezione ritmica compatta come non mai, le tastiere in primo piano pronte ad inquietare e a duettare con i validi riff della chitarra di Gito, impegnato qui anche in un solo ben strutturato. L’esordio dei Desert Wizards non presenta in sé germogli innovativi che possono interessare la frangia più esigente del progressive e dell’hard rock ma si muove su linee guida già note ai più. Ci sono quindi una massiccia dose di suoni “pesanti” che si coniugano con la psichedelia, proprio come si soleva fare negli anni ’70, periodo da cui gli emiliani attingono a piene mani. Rimane comunque l’impressione di un gruppo in divenire, che con questo primo full lenght ha dato sfogo alle passioni di una vita. Compito comunque svolto con spirito ed è giusto porre attenzione su una band che con il passare del tempo potrà sviluppare in maniera più curata la fase di songwriting. (Luigi Cattaneo)
Mercoledì 1 ·Vibravoid Zero Branco (TV) ·Mike Stern Torino ·Unreal City Traversetolo (PR)
Giovedì 2 ·Vibravoid Roma
Venerdì 3 ·Osanna + Aquael Trofarello (TO) ·Vibravoid Milano ·Sandcastle Fontanella (BG) ·Ossi Duri Spoleto (PG) ·Camelias Garden Castelgandolfo (Roma) ·Confusional Quartet Torino (Spazio 211) Sabato 4 ·La Storia dei New Trolls Bologna ·Vibravoid Bologna ·Amplifier Moncalieri (TO) ·Unreal City Parma (Naranja Cafè) ·Osanna Ascoli Piceno (Breaklive) ·RanestRane Cervia (RA) ·Slivovitz Milano (Scighera) ·Runaway Totem+Universal Totem Orchestra Mori (TN)
·PFM Torino ·Gens De La Lune Hericourt (Francia) ·The Electric Epic Cluses (Francia)
Domenica 5 ·Verona Prog Festival - 1a serata Club Il Giardino ·Dino Fiore Voghera (PV) ·Vibravoid Udine ·Motorpsycho Bologna ·Camelias Garden Roma (Contestaccio) ·Amplifier Roma ·Epping Forest Roma (Stazione Birra)
Lunedì 6 ·Motorpsycho Roma ·Amplifier Milano ·Osanna Sorrento (Cinema Teatro Armida)
Martedì 7 ·Motorpsycho Mezzago (Bloom)
Mercoledì 8 ·Motorpsycho Roncade (New Age) ·Sophia Domancich Lugano
Giovedì 9 ·Verona Prog Festival - 2a serata (Club Il Giardino) ·Spock's Beard Prattelrn (Svizzera)
·Marchesi Scamorza Modena (Red Lion)
Venerdì 10 ·Verona Prog Festival - 3a serata (Club Il Giardino) ·Sycamore Age Bettolle (SI) ·Silver Key + Dagorlad Uboldo (VA) ·Lingalad Tavernola Bergamasca (Chiesa San Michele) ·Nohaybandatrio Roma (Locanda Atlantide) ·Old Rock City Orchestra Orvieto
·Il Babau e i maledetti cretini Pioltello Fraz. Seggiano (Arci Malabrocca)
Sabato 11·Verona Prog Festival - 4a serata (Club Il Giardino) ·New Trolls+Le Orme Montecatini Terme ·Locanda delle Fate + Gran Turismo Veloce Veruno (NO) ·Nemo Chiasso ·VIII Strada + Consorzio Acqua Potabile Milano (Casa di Alex) ·Roccaforte Alessandria (Il Cantone Pub) ·James Senese & Napoli Centrale Castellammare di Stabia (Quisisana Jazz) ·Il Fauno di Marmo San Michele al Tagliamento (VE) Domenica 12 ·James Senese & Napoli Centrale Maratea (PZ) ·Terry Riley Macerata ·Old Rock City Orchestra Foligno
Giovedì 16 ·Area Correggio
Venerdì 17 ·Analogy Roma ·Junkfood Argenta (FE) ·Aelian Genova ·Mike Stern Vicenza (Vicenza Jazz Festival)
Sabato 18 ·Anyway Trofarello (TO) ·Locanda delle Fate Tregnago (VR) ·Gran Turismo Veloce Grosseto ·PFM San Stefano di Camastra (ME) ·Estro Nemi (Roma)
Martedì 21 ·Slivovitz Napoli (Cappella San Severo)
Mercoledì 22 ·D.Kilminster & D.Hockridge Prato
Giovedì 23 ·Gran Turismo Veloce Milano (Le Scimmie) ·Mike Stern Milano (Blue Note) ·Junkfood Fermo ·Area Asti ·D.Kilminster & D.Hockridge Roma
Venerdì 24 ·Mike Stern Milano (Blue Note) ·Junkfood Pesaro ·Le Maschere di Clara Monzambano (MN)
Sabato 25 ·Mike Stern Milano (Blue Note) ·Riviera Prog Villanova D'albenga (Savona) ·Van Wagner (Parma) ·Caravan, La Storia New Trolls Bellinzona ·Zenit Locarno ·Sycamore Age Pieve al Toppo (AR) ·Fungus Borzoli Genova (Angelo Azzurro) ·D.Kilminster & D.Hockridge Carosino (TA) ·Camera Chiara Castel S. Giorgio Salerno (Music Bar) Domenica 26 ·Riviera Prog Villanova D'albenga (Savona) ·Cristal Phoenix Pisogne (Brescia)
Venerdì 31 ·The Watch Roma ·Seconds Out Festival Torino ·Wobbler Chiasso ·Le Maschere di Clara Verona
Come ogni anno giunge puntuale il 2DaysProg+1 organizzato dall’associazione culturale Ver1 Musica di Veruno (Novara). Arrivato ormai alla sua quarta edizione e atteso dagli amanti del genere come un vero e proprio evento che, non solo si è consolidato nel tempo ma ha anche ampliato confini e pubblico di riferimento. Difatti mai come quest’anno si è puntato su un programma vasto e volutamente capace di toccare generi diversi tra loro. Ma andiamo con ordine. La prima giornata si apre con il ritorno sulle scene dei Court, band attiva già negli anni ’90 e fresca di pubblicazione del nuovo Twenty Flying Kings che ha riacceso l’interesse su questo affascinante gruppo che coglie l’occasione per mostrare il nuovo vocalist Marco Pedrini, davvero dotato e a proprio agio nel muoversi tra trame dai tratti evocativi e fiabeschi. Tutt’altra musica con i Wicked Minds che presentano un set impeccabile (forse i migliori della serata) che si muove sulla linea di demarcazione tra hard rock, psichedelia e progressive, mettendo in luce le solite ed indiscusse capacità di Paolo Negri alle tastiere, Lucio Calegari alla chitarra, soprattutto nelle parti ritmiche e Monica Sardella, vocalist graffiante e incisiva. Quando arrivano i Pain of Salvation la piazza si riempie, segno dell’amore del nostro paese per gli svedesi e per il loro leader Daniel Gildenlow. Indubbiamente l’ensemble ripaga tutto questo affetto con una prestazione convincente in cui la band sfodera un piccolo greatest hits che fa la felicità dei presenti e mostra carica, grinta e qualità tecniche. Il gruppo si esprime benissimo tra brani più vecchi ed altri della più recente produzione che tanto ha fatto discutere su siti e forum gli appassionati ma che in sede live acquisisce forza e impatto capaci di rendere al meglio. Chiudono la prima serata i Flower Kings che per buona parte del live suonano il nuovo Banks of Eden che mostra pregi e difetti consueti attribuiti alla band di Roine Stolt, ossia grandissima perizia tecnica, brani di prog sinfonico anni ’70 infiniti (a volte troppo), parti di estreme interesse e altre francamente superflue, segno che il dono della sintesi non è davvero la loro capacità migliore. Quindi proprio come su disco i Flower Kings o si amano alla follia o lasciano indifferenti… Ad aprire il secondo giorno ci pensano i Gran Turismo Veloce, sempre più consapevoli dopo il loro tour in Europa e capaci di una bellissima prova che non fa altro che confermare le doti già espresse con il debut Di carne, di anima che qui viene proposto con classe ed energia. Per la prima volta in Italia appaiono sul palco di Veruno gli svedesi Trettioariga Kriget da poco tornati sul mercato con la pubblicazione di Efter Efter che viene in parte suonato per l’occasione insieme ai classici (se così si possono definire…) tratti dal loro primo omonimo album del 1974 e da Krigssang del 1976 in cui spicca il suono blues del chitarrista Christer Akerberg e la precisione di Dag Lundquist alla batteria. La loro creatività è ancora forte e vederli dal vivo fa ulteriormente capire quanto grande sia stata la loro influenza su gruppi come Anglagard e Anekdoten. Dalla Svezia si passa in un attimo alla Cuba degli Anima Mundi, i più convincenti della serata e tra le novità più acclamate dell’intera edizione. Viene suonato quasi per intero The Way (chi non lo ha lo recuperi!) e viene presentato un nuovo lunghissimo brano strumentale che verrà inciso sul prossimo lavoro della band. Il pubblico ha apprezzato tantissimo il loro rock sinfonico di matrice classica, le scorribande strumentali con gli intrecci tra le tastiere di Virginia Peraza e la chitarra di Roberto Diaz, le qualità del vocalist Carlos Sosa e l’eccentricità di Josè Manuel Govin alla batteria. Normalmente sarebbe difficile suonare dopo un concerto così emozionante ma non se ti chiami Iq e vanti una carriera trentennale oltre che un pubblico fedele che anche stasera non fa troppo caso a qualche sbavatura e ad una mancanza di coinvolgimento a volte eccessiva (e vi garantisco che non è stata solo una mia impressione!). Assenza del giusto “tiro” live? Forse sì, anche se il carisma di Peter Nicholls è debordante come ci si aspettava e le tastiere di Neil Durant tratteggiano scenari inquietanti e dalla giusta atmosfera per una prestazione comunque buona ma meno interessante di quanto in effetti ci si poteva aspettare. La terza ed ultima giornata viene aperta dai Profusion che stanno riscuotendo un po’ ovunque consensi dopo la pubblicazione di Rewotower e i ragazzi confermano le loro capacità attraverso brani di forte impatto melodico e dal giusto piglio aggressivo, mostrando buone capacità di scrittura e un cantante di livello come Luca Latini. Tutto funziona a dovere in un gruppo che ha ancora margini di crescita e probabilmente farà ancora parlare di sé. Buona anche la prova degli olandesi Knight Area con il loro new prog capace di tingersi di hard senza dimenticare una buona dose di melodia che a volte li avvicina all’Aor. Nell’occasione vengono eseguiti brani soprattutto da Nine Paths e da Under a New Sign dove davvero apprezzabili sono stati soprattutto i passaggi strumentali che hanno entusiasmato i presenti sotto il palco. Entusiasmo triplicato con i francesi Lazuli che hanno dato vita ad uno show spettacolare e carico di pathos, una mistura perfetta di contaminazione tra episodi del Peter Gabriel solista, i King Crimson, specialmente per i suoni incredibili di Gederic Byar alla chitarra che riporta alla mente Robert Fripp e gli Ange, loro connazionali alfieri del prog rock sin dagli anni ’70. Proprio come la sera precedente diventa molto difficile suonare dopo un concerto di tale portata ma Angelo Branduardi, chiamato a chiudere il festival non sembra risentire troppo di questo compito, complice anche il cambio di pubblico o l’incremento sostanziale che c’è stato (ad occhio e croce sopra i mille spettatori). Che dire? Molti avranno pensato leggendo il suo nome che non c’entrasse poi molto con il progressive ma noi siamo qui a valutare la portata dell’esibizione, senza pensare ad altro. E quindi innegabilmente Branduardi porta con sé un pugno di canzoni che filano via lisce regalando momenti di grande ispirazione, anche grazie alla mano sicura di Michele Ascolese, chitarrista di spessore internazionale già al lavoro tra gli altri con Fabrizio de Andrè e una sezione ritmica puntuale come un orologio svizzero. Quindi il tipo di spettatore è sì mutato, gli applausi e la soddisfazione sul volto dei presenti no, segno ancora una volta del grande lavoro svolto dall’associazione Ver1 Musica che ha gestito l’evento in maniera esemplare, senza ritardi e malfunzionamenti. La fiducia totale per un 2DaysProg+1 2013 ancora più ricco e variegato di quest’anno a questo punto diventa un fatto obbligatorio. (Luigi Cattaneo, Marco Causin, Chiara Paglialunga)
Un’autentica sorpresa questi poco conosciuti Dimension act, quintetto norvegese dedito ad un progressive metal di grande caratura melodica e capaci di sfornare con Manifestation of progress un debut ricco di spunti e di idee. È palese sin dal primissimo ascolto che non ci troviamo di fronte ad un lavoro di grande originalità ma il risultato finale è altamente convincente grazie ad un songwriting fresco e accattivante che farà la gioia di chi va matto per Dream Theater e Vanden Plas. Difatti i 4 brani presenti sono uno più valido dell’altro e pur essendo piuttosto lunghi i Dimension Act riescono ad essere comunicativi e mai tediosi, puntando maggiormente sul lavoro di squadra rispetto a quello individuale, favorendo così una compattezza di fondo che poche volte si percepisce in album d’esordio. L’iniziale Cosmic Chaos ti attrae e ti seduce con il suo incedere aggressivo in cui giocano un ruolo chiave i riff di chitarra di Marius Nilsen e una sezione ritmica di grande impatto su cui si posano i tappeti di tastiere di indubbio gusto creati da Kristan Berg. Anche il vocalist Tom Vidar Salangli mostra di avere un piglio piuttosto hard e predilige un approccio robusto che risulta ben amalgamato con il resto del gruppo. I Dimension Act hanno una forza d’urto che pervade tutto l’album ma lasciano trasparire una cura non indifferente per le parti melodiche che alla lunga diventano protagoniste. Chiaro che tutte le caratteristiche della band emergono in maniera preponderante nei quasi 32 minuti di Drawing the lines of mortal existence che da sola vale l’acquisto del disco. Power prog che tradisce amore verso i Royal Hunt e gli Evergrey, soluzioni di stampo sinfonico, cambi di tempo, parti strumentali che denotano una certa capacità tecnica, il progressive metal dei già citati Vanden Plas che incontra i Tangent, sfuriate hard e momenti riflessivi, digressioni che profumano di jazz, sfuriate epiche e roboanti a tinte drammatiche. Nulla di nuovo insomma ma fatto e costruito con grande sapienza. La melodia è il cuore centrale anche di Industrial evilution e Uncharted waters, altri 2 brani dove emergono le qualità compositive di cui sono in possesso i norvegesi. Nella prima i contorni heavy si fanno più spessi facendo tornare alla mente gli Angel Dust per poi essere squarciati da lampi melodici efficaci e di grande bellezza. Anche la seconda ha un’ intensità che si mantiene costante e che colpisce l’ascoltatore come alcuni dischi dei Nevermore in passato hanno saputo fare. Pur se derivativo Manifestation of progress è un lavoro piacevolissimo e autentico, credibile per la passione che fuoriesce da ogni traccia che costituisce il disco, che sa essere dinamico e intenso. Per tutti i seguaci di un certo progressive metal un album assolutamente da avere. (Luigi Cattaneo)
Eva Anger (un titolo geniale) è un ep del 2007 di Sterbus, al secolo Emanuele Sterbini, già bassista dei rocker romani Sweepers. Chiariamo subito che qui di prog c’è ben poco e ritroviamo più che altro influenze riconducibili ai Radiohead più rock, ai Queens of the Stone Age e al loro utilizzo delle ritmiche, al mito The Who (Oliver Hatton in cui troviamo Nuisance al microfonoè titolo esplicativo) e al Lou Reed di Metal Machine Music (un disco sperimentale e cacofonico). Fortunatamente in 25 minuti Sterbus aggredisce l’ascoltatore ma non in maniera furiosa o nichilista, bensì puntando molto su l’alchimia melodica dei vari strumenti e sull’aiuto di membri di altre band. Difatti alla batteria c’è il bravo e potente Alessandro Palermo degli Sweepers (sentite l’iniziale My prujem’s got a life on eez-own in cui appare anche Tiz della stessa band alla voce). Ma in quanto album solista Sterbus suona (e bene) il basso, la chitarra, le tastiere, l’ukulele e il didgeridoo, anche se aiuti esterni arrivano in ognuno dei cinque brani, come la presenza vocale di The Modest Bsha dai The Foundation (un altro progetto di Sterbus) nella gradevole indie rock The Biker Anthem o The Drop su Unforgetture, che mi ha ricordato la classe e in parte la carica emotiva di Jeff Buckley. Aspergjrl in the winter con Sospesoa è invece un episodio più acido e psych, cadenzato e meno irruento rispetto a quanto viene fuori dagli altri brani e chiude in maniera più che discreta questo Eva Anger, un lavoro che ha il merito di mostrare risvolti indubbiamente interessanti e soprattutto una scrittura che sa essere ficcante e incisiva. Per ulteriori informazioni vi consiglio di visitare il dettagliato sito www.sterbus.bandcamp.com dove è possibile ascoltare per intero l’ep in questione e non solo. (Luigi Cattaneo)
Si definiscono orchestrina tascabile, definizione bizzarra ma assolutamente consona per spiegare il loro modo di interpretare un sound che unisce il jazz con la musica balcanica e il folk progressivo, suggestivo e ispirato. Loro sono i Dèmodè e l’esordio Le parole al vento ha la capacità di creare atmosfere raffinate attraverso un uso di strumenti prevalentemente acustici. Spiccano lungo tutto l’ascolto le doti tecniche e la bravura compositiva dei vari elementi, tanto che sarebbe inopportuno citarne solo uno in particolare. Sicuramente l’utilizzo dei sassofoni da parte di Claudio Colaone e del clarinetto di Lucia Soramel sono gli elementi che più colpiscono ma non sono da meno il violino di Francesco Zanon e il pianoforte di Luca Laruina che risultano tanto importanti per raggiungere tali risultati. L’amalgama tra i vari strumenti e le più influenze che caratterizzano questo gruppo emergono immediatamente con le splendide VeraLuna e Unobanana, con la prima che sarebbe adattissima per musicare un film di Kusturica per alcune assonanze con la musica di Goran Bregovic e con la seconda più vicina al jazz progressivo in cui colpisce il meraviglioso lavoro dei fiati e un sofisticato intermezzo di violino. Oltremare è una ballata intensa e sentita che sviscera con delicatezza il linguaggio del jazz, mentre dalla ritmica vivace e vicina in qualche frangente agli Opa Cupa di Cesare Dell’Anna è la seguente Pizzica. La musica dei Demodè risulta di valore anche quando flirta con il jazz rock di China Boid dove si sente qualche influenza della P.F.M. di Jet Lag, invece è più legata al jazz la successiva Dante che è segnata da ampi interventi solistici di sax e violino. Baciami Elvira mostra le influenze latin jazz del gruppo, facendo apprezzare le tante caratteristiche che contribuiscono a creare il sound dei friuliani, mentre risultano meno riuscite Vecchiomondo che ruota attorno ad una frase solare e ballabile e New Pest di matrice jazz e con buoni spazzi dei solisti. Chiude Serpenti, brano fantasioso che si sviluppa sino alla compulsiva e danzabile marcetta finale da vera orchestrina jazz! I Demodè hanno la capacità di creare con la loro musica una immaginaria soundtrack in cui ci si perde in ambienti e situazioni via via sempre differenti ma ugualmente riuscite. Bravi nel combinare tra loro stili diversi che creano un jazz folkeggiante e dai tenui tratti prog mai astruso e criptico, pur essendo tutto tranne che semplice nella costruzione. (Luigi Cattaneo)
Gianluca Milanese (flauto) e Nicola Andrioli (piano). Ai più questi 2 nomi diranno poco, forse nulla. I più attenti (molto attenti) avranno invece già drizzato le orecchie. Difatti ci troviamo dinnanzi a due talentuosi musicisti con alle spalle studi ed esperienze importanti. Il primo ha suonato con Aria Palea, Lothlorien, Odessa, Zaq ed attualmente è in pianta stabile nella formazione di Richard Sinclair, mentre il secondo è tra i pianisti più dotati di gusto in circolazione (date un ascolto ai suoi Alba e Pulsar). In questo Tessere emergono i loro studi classici e la loro passione sfrenata per il jazz ma anche echi di una terra di confine coma la Puglia e in special modo il Salento. La cosa più curiosa è che solamente in due riescono a creare un discorso musicale ma anche visuale credibile e pieno di stratificazioni, di suggestioni che si fondono alla ricerca di un senso profondo. Folk jazz? Forse sì, ma in questo caso dare un nome specifico è un esercizio di stile fine a sé stesso. Basti ascoltare un brano come Amazzonia, in cui pare di udire la voce della foresta su un tessuto jazzato o ancora l’iniziale e grandiosa Cala Levante. Un album intrigante e caldo, con un sottile fascino malinconico (la bellissima Baia dei Turchi), ben lontano da quei risvolti popolari (vedi taranta) importanti ma non sempre per forza identificativi di chi fa musica in quella porzione d’Italia. Qui tutto ciò non si trova. E la qualità, costantemente alta delle composizioni, testimoniano come ci sia da scoprire e ricercare un po’ dappertutto. La Lizard, etichetta sempre pronta a cogliere novità, stavolta si è spinta ancora più in là, perché Tessere è un album complicato all’ascolto e le sonorità che emergono, le folate strumentali intarsiate di classico, le dinamiche jazz e il riflesso world che contamina vari momenti dell’opera non lo rendono un disco facilmente assimilabile. Il duo però suona ispirato e fresco, riesce a tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore per i 40 minuti circa del disco dialogando in maniera magistrale e proponendo assoli mai piatti o scontati. Milanese e Andrioli sono riusciti nell’intento di far trapelare classe e passione proponendo una riuscita miscela in cui classica e jazz vanno a braccetto in maniera raffinata e delicata. Tessere è un album ideale per farsi avvolgere da un clima affascinante e misterioso. (Luigi Cattaneo)
La Konkurrent è una curiosa etichetta olandese che opera in ambito rock ma allo stesso tempo di retroterra avant e sperimentale che ha iniziato a mettersi in luce sul finire degli anni Novanta per una serie di uscite collegate l’una all’altra e che vanno a formare una collana denominata In the Fishtank. L’idea della label era quella di prendere due o più band – solitamente già in tour tra Belgio e Paesi Bassi –, metterle insieme in uno studio di registrazione ed attendere che ne venisse fuori qualcosa di buono. Se molti sono gli spunti d’interesse in questa serie lanciata con discreto successo di critica e di appassionati – impossibile non segnalare lo splendido disco che vede impegnati insieme Low e Dirty Three – si può agevolmente trovare qualche buon motivo per ascoltare il decimo disco della serie che vede impegnata una delle band più puramente e genuinamente ‘rock’, nonché più popolari della Scandinavia degli ultimi due lustri: i Motorpsycho. Il gruppo di Trondheim, caratterizzato da una discografia sterminata che ben si specchia con la versatilità e l’eclettismo della propria proposta, si avvale in questo album della sezione fiati dei Jaga Jazzist, combo norvegese (esattamente come i Motorpsycho) piuttosto popolare in patria, nonostante alcuni dischi di non facile fruibilità che si pongono sul confine tra rock, jazz, popular music, e avanguardia più o meno colta. Ed è proprio la mano dei componenti dei Jaga Jazzist quella che si avverte maggiormente lungo le cinque tracce del lavoro che, curiosamente, si pone come una summa delle influenze e dei riferimenti dei Motorpsycho (l’album, effettivamente, lambisce di striscio un po’ tutte le fasi della loro carriera senza però assomigliare a nessuna di esse in particolare), finendo per risultare interessante e gradevole quanto confuso ed estremamente incompiuto. Certo, si osserverà, si tratta soltanto del frutto dell’improvvisazione di due band trovatesi (quasi) per caso in uno studio di registrazione. Ma se la spettacolare apertura cinematica di Bombay Brassiere da sola vale il prezzo del biglietto, forte di uno splendido tema malinconico della sezione fiati e un crescendo atmosferico che ricorda Mark Isham o certe cose del John Hassell più ‘classico’, la stessa cosa non è possibile dire di altri momenti, soprattutto quelli dove più si sente la mano dei Motorpsycho. Pills, Powders and Passion Plays, dopo il pezzo d’apertura, è un altro numero da manuale che brilla di luce propria per raffinatezza ed eleganza: intreccio sopraffino di chitarre che viaggia con il pilota automatico, voce di matrice indie rock (ma con una piccola citazione, non si sa se consapevole o meno, nei riguardi dell’AOR anni Ottanta) e un ottimo tiro, per sfociare in una coda dove è ancora la tromba a fare da padrone, con anche in questo caso uno splendido tema melodico ad accompagnare l’interplay tra le due chitarre. Fin qui, niente da dire. Accade però che l’altro pezzo cantato del lotto, Theme de Yoyo, sia un torrido pezzo funk in sé piuttosto convenzionale e senza particolari guizzi; Doffen Ah Um, che parte intrigantissima e introversa, si lancia in un’improvvisazione dove l’influenza principale sembra essere quella proveniente dal Coltrane dell’era A Love Supreme: il risultato rimane soltanto intrigante, oltre al fatto di far emergere, anche in questo caso, la preponderanza dei Jaga Jazzist a livello di ispirazioni rispetto a quella dei Motorpsycho. La suite finale, Tristano, è un altro tour de force (stavolta lungo venti minuti) che passa in rassegna influenze ed ispirazioni varie dei Motorpsycho, citando certa avanguardia, Canterbury, e propaggini Rock in Opposition (Nucleus soprattutto). Il lungo pezzo parte con un beat distante ed etereo, scandito da cimbali e tamburelli, per poi arricchirsi di synth e fiati (e successivamente piano e chitarra) che si sovrappongono, ripetendo sostanzialmente la stessa, minimale, linea melodica. Il risultato vorrebbe essere straniante e assorbire l’attenzione dell’ascoltatore, ponendosi non troppo distante da certi esperimenti di Tortoise o Ui (una misconosciuta band newyorkese). In realtà, pur regalando spunti interessantissimi, non nego che arrivare alla fine dei venti minuti non è facilissimo e onestamente mi ha strappato anche qualche sbadiglio. Un album decisamente interessante, sospeso a metà strada tra cultura rock, fortissime influenze jazz e avanguardia, limitato di per sé da un progetto come questo, dove Konkurrent stessa sprona le due band a un’interazione ispirata e del tutto libera, ma legata all’improvvisazione che dall’incontro dei due gruppi deve necessariamente scaturire. L’alchimia, in questo caso, non sempre riesce. (Paolo Cattaneo)
Ha ancora senso proporre un concept album nel 2013? Sì, soprattutto se ci si cala in una storia attuale e piena di drammaticità come quella raccontata nell’esordio dei Magnolia, La Zona d’ombra, uscito per la Lizard nel 2012. Già, perché raccontare la vera storia di un condannato a morte, David Hicks, facendo rivivere situazioni, emozioni, sensazioni e ricordi del protagonista in maniera credibile e coinvolgente non è impresa di tutti i giorni. A dire il vero non ci troviamo di fronte ad un gruppo alle prime armi visto che i membri della band avevano già registrato nel lontano 1995 Fiori di pioggia con il nome Eclissidra e l’esperienza torna sempre utile, si sa. E difatti i nuovi Magnolia costruiscono un ideale ponte tra epoche diverse, cogliendo lo spirito che animava Le Orme, i New Trolls e i Delirium nei ’70, un’attenzione particolare per melodie facili ma non scontate, un pop di classe che prevede arrangiamenti ad hoc ma anche una certa inflessione cantautorale che permea le liriche della vicenda. Accanto a brani che potrebbe trovare una loro collocazione anche in radio (Piccola ala o la title track per citarne qualcuno) si fanno spazio episodi più complessi come La gabbia (uno degli apici) che mostrano risvolti vicini ai Pink Floyd, Marillion, Porcupine Tree, in special modo nel lavoro chitarristico di Alessandro di Cori che colpisce per espressività e calore. L’utilizzo di una voce femminile, Chiara Gironi, può portare alla mente i The Gathering ma anche i Magenta, con cui i Magnolia hanno in comune la capacità di creare situazioni estremamente ammalianti ma mai eccessivamente semplici (Ellis One, Corridoi). L’aspetto più importante nei Magnolia pare essere una coesione di fondo che non prevede individualismi ma preferisce un discorso comune in cui potersi esprimere per dare maggiore profondità alle composizioni e le tre parti della strumentale Road to hell sono lì a testimoniarlo. Se la band riesce a trovare la continuità che sinora è mancata e a dare magari un connotato più progressivo al progetto, tenendo però fede al proprio modo di comporre e suonare, i risultati possono essere ancora maggiormente convincenti rispetto a quanto sinora elaborato. (Luigi Cattaneo)
Partiamo dal principio. Chi sono Il Babau & i Maledetti Cretini? Chi sono i personaggi che si celano dietro un monicker tanto assurdo? Dunque, Il Babau è un gruppo che nasce nel 2000 e prende il nome da un quadro a fumetti del 1967 di Dino Buzzati a cui è stato dedicato il loro primo album Dio, Dio mio cosa abbiamo fatto vecchio ormai di dieci anni. Tutt’altra musica. Perché ora Il Babau si è preso la briga di proporre una versione del fonodramma (opere letterarie descritte e raccontate in musica) e di prendere spunto da un racconto di Edgar Allan Poe. Ci tengono a sottolineare che non si tratta di un audiolibro o di un reading e in questo sono perfettamente d’accordo. Qui si tratta di altro. Di una ricerca sonora che parte da lontano, dai ’70, con il progressive ma anche con le colonne sonore dei film di genere e guarda alla psichedelia e al teatro, riuscendo nell’impresa, non facile, di non annoiare e di colpire l’ascoltatore, di tenerlo vivo e aggrappato alla storia, come se fosse parte integrante del mistero narrato. La Maschera della Morte Rossa è il fonodramma I di una trilogia del mistero e del terrore di Poe a cui il Babau sta lavorando. La rilettura di questa opera prima risulta oscura, buia ma non fredda, con un uso sapiente delle tastiere da parte di Franz Casanova (anche voce narrante) e una solida base che sa essere ora più vicina all’hard ora più incline al post rock formata da Damiano Casanova (chitarre) e Andrea Dicò (batteria) che rendono i quasi 25 minuti del disco un epopea inquietante, fastidiosa ma carezzevole nel suo voler essere completata. Il Babau ha la capacità di evocare ed esaltare le tenebre e il disfacimento e la Morte Rossa, capaci di illimitato dominio sopra tutte le cose (La morte rossa) e di rendere l’album intenso e drammatico. Inoltre colpiscono la cura del booklet e l’opportunità di acquistare il disco con tanto di libro allegato con testo originale a fronte e illustrazioni di Siro Garrone. Il Babau ha raccolto l’esperienza del dark progressivo settantiano e di realtà come Antonius Rex, Goblin, Pholas Dactylus e ha creato un modo diverso di raccontare, un universo in cui traduzione sonora della storia e idee strumentali (l’hard prog di Danza Macabra o la più quieta Il Ballo Mascherato) si possano fondere all’interno del dramma. Un viaggio che sa affascinare ed emozionare, in attesa del secondo atto della trilogia. (Luigi Cattaneo)
Giunti al terzo album i Daedalus si pongono sulla linea di demarcazione che separa il progressive metal americano ed il power europeo e lo fanno con un lavoro sicuramente interessante che dimostra l’indubbio talento dei genovesi ma anche come questa formula in alcuni tratti risulti eccessivamente scontata e di come il sound andrebbe forse rivisto in alcuni passaggi. La band composta da Fabio Gremo al basso, Davide Merletto alla voce, Andrea Torretta alla chitarra, Elisa Montaldo alle tastiere e Daz La Rosa alla batteria in studio ha ricevuto il supporto artistico di nomi eccellenti come Roland Grapow (chitarrista già degli Helloween, dei Rampage e ora dei Masterplan) e Trevor (voce dei Sadist). What a challenging world è l’intro iniziale affidato prevalentemente ai synth che sfocia in una solida Your lies che per impatto mi ha ricordato i Nevermore e gli Angel Dust, quindi compattezza della base ritmica, chitarra ben in evidenza e ascendenza progressive accennata ma utile per la riuscita del brano. Il convincente inizio lascia spazio ad una meno convincente Until you’re here, singolo dell’album, che porta la band in territori power metal piuttosto prevedibili, anche se è indubbiamente valido il momento strumentale posto a metà brano che risolleva in parte la composizione. Più interessante è Perspective of the moon che mette in luce la fluidità tecnica di cui sono in possesso imembri dei Daedalus e di come queste doti vengano sfruttate per creare un pezzo agile e piuttosto heavy. Ha il sapore di una ballata elettrica la successiva For aye, davvero molto intensa e fortemente melodica, rappresenta forse il punto più alto dell’intero disco insieme alla seguente title-track. Motherland è brano dalle forti tinte progressive in cui ci sono dei rimandi ai Dream Theater di qualche anno fa e, oltre al lavoro strumentale, non si può non apprezzare la prova di Merletto, ottimo vocalist sia nelle situazioni più melodiche che in quelle più aggressive. Anche Sand risulta essere in grado di catturare l’attenzione, per quel suo incedere in bilico tra heavy metal e progressive, soprattutto nelle pregevoli parti strumentali che mi sono apparse molto curate. Qui fa la sua apparizione per la prima volta Trevor, cantante dei Sadist, ma la sua presenza, a dire il vero, non porta grandi risultati. Mi hanno convinto meno Weather the storm e Underground. La prima, strumentale, mette in evidenza sicuramente la tecnica individuale di cui sono in possesso i genovesi ma ripropone schemi di cui il progressive metal è pieno, mentre dalla seconda, molto tirata, mi sarei aspettato qualcosa in più, vista anche l’ospitata di Grapow. Veemente l’inizio di A tale che poi si smorza in fraseggi altamente melodici e ben calibrati degni dei Symphony X e qui i Daedalus firmano sicuramente uno dei momenti meglio riusciti del lavoro, in cui riescono a coniugare potenza ed espressività. La conclusiva Empty rooms ha una delicata prima parte, profonda e avvolgente, e una seconda più vicina ai canoni progressive ed heavy metal in cui fa capolino nuovamente la voce di Trevor. Il disco presenta degli spunti di valore che confermano come questa band abbia doti in grado di farle fare il salto di qualità, soprattutto se ci si concentrerà in futuro su unsongwriting magari meno debitore di certi gruppi progressive-power che a volte portano la band in territori troppo prevedibili. Inoltre gli ospiti, non hanno dato un apporto a mio avviso significativo al lavoro. Album comunque valido e consigliato per chi ama il progressive metal di Symphony X e Vanden Plas. (Luigi Cattaneo)
Bergamo in questi ultimi anni ha dato vita ad una piccola ma fervida scena locale che, pur non avendo la storicità e la grandezza attuale di quella ligure, si sta distinguendo per qualità e voglia di proporsi attraverso i diversi locali della bergamasca. Accanto al prog degli Ediacara o dei Timeline o alla funky fusion dei Fixforb si trovano i SandCastle, forse i più interessanti del lotto. I 4 (attivi dal 2008) hanno già esordito con un riuscito ep nel 2010, Breathe Again (you tube è un ottimo modo per scoprirlo) e ora giungono al full lenght con questo And then we collide, un concept sui paradossi della condizione umana. La base già solida dell’ep viene non solo confermata ma anche sviluppata e consolidata attraverso una scrittura certa, senza cedimenti e un senso della melodia che ispira brani dalla struttura ampia ma scorrevole (Ad Aeterne e Mirrorsono dei meravigliosi esempi). In questo debut i Sandcastle riescono a far coesistere gruppi del passato come Pink Floyd e i King Crimsonpiù melodici con altri contemporanei (ma non proprio emergenti…) come Porcupine Tree, NoSound, Anathema e Pain of Salvation, quindi un progressive che si tinge di psichedelica e non si fa mancare qualche incursione in territori hard. Giacomo Fadini (voce, flauto e chitarra) si dimostra cantante molto espressivo e dotato strumentista, Roberto Bitetti (basso) e Fabio Beretta (batteria) formano un tandem ritmico di bella sostanza e Silvio Tadini (pianoforte e sintetizzatore) risulta fondamentale nell’economia del suono. And then we collide è un album ispirato, molto curato nell’arrangiamento e pieno di grandi spunti. Una delle grandi scoperte di questo inizio 2013. (Luigi Cattaneo)
giovedì 04 aprile VENEGONI & Co. TORINO - Il magazzino di Gilgamesh Accidenti, chi si rivede... Gigi Venegoni, la chitarra degli Arti & Mestieri nel periodo d'oro ! Venegoni & Co è sempre stato (anche a quei tempi) il suo progetto parallelo, il suo sfizio personale : ho postato la copertina del loro disco più conosciuto per rinfrescare un po' la memoria al colto e all'inclito pubblico...http://www.ilmagazzinodigilgamesh.it/CONCERTI.html
giovedì 04 aprile ROBERTO GATTO ELECTRIO MODENA - Crossroads L'Electrio (Gatto alla batteria, Alfonso Santimone alle tastiere e Pierpaolo Ranieri al basso) ha in programma un impegnativo, capillare tour italiano. Non fatemi scrivere le date una per una o diventa un disastro. Le trovate tutte al seguente link...http://www.musicclub.eu/band/1134490.../roberto-gatto
venerdì 05 aprile GENS DE LA LUNE BARBERAZ (Francia, Savoia - presso Chambéry) - Brin de Zinc Ma li vedremo mai in Italia, un fortunato dì ? http://gensdelalune.fr/
venerdì 05 aprile MIRRORMAZE GRANDATE (CO) - Woodstock Qualora vi incuriosisse testare il prog-metal della più inattesa delle band finite nella bill di Veruno Prog 2013, eccoli in Lombardia in apertura del concerto dei Maestro. http://it-it.facebook.com/events/582...065100/?ref=22
venerdì 05 aprile IL BABAU E I MALEDETTI CRETINI MONZA - FOA Boccaccio Uhhh... il Boccaccio... lo stesso posto dove ho visto i Crippled Black Phoenix ! Il problema principale, per un non-monzese, è riuscire a localizzarlo... http://www.facebook.com/pages/Il-Bab...type=1&theater
sabato 06 aprile WILLIAM D. DRAKE MESTRE (VE) - sala concerti c/o Hotel Best Western Bologna L'ex-Cardiacs (nonchè North Sea Orchestra, etc) con i suoi "cosiddetti amici"...http://www.facebook.com/pages/Musica...52887418072290
sabato 06 aprile GENS DE LA LUNE LA LECHERE (Francia, Savoia - presso Albertville) - Auditorium domenica 07 aprile THE SHAKING SENSATIONS LATINA - Sottoscala 9 Danesi, strumentali : hanno in programma altre due date (Pistoia e Firenze), le trovate al link sottostante, unitamente a un po' di musica da ascoltare. http://theshakingsensations.bandcamp.com/
mercoledì 10 aprile PAIN OF SALVATION [unplugged] BOLOGNA - Estragon Prima delle tre date italiane previste (ci sono anche Roma e Milano). In apertura, Anneke Van Giersbergen ...e una band islandese dal nome impossibile. http://www.painofsalvation.com/
giovedì 11 aprile OSANNA LIVORNO - Cavern Scatenatissimi col prog ultimamente, quelli del Cavern ! Tocca al locale toscano aprire il tour della storica band napoletana, che questo mese toccherà anche Calvari (GE), Lugagnano (VR) e proseguirà poi in maggio. http://www.osanna.it/live.aspx
venerdì 12 aprile SANDCASTLE ALBINO (BG) - 'Tà Si Prosegue alla grande il tour di presentazione di "And then we collide" : seguiranno (in aprile) Bergamo e Dalmine, ma altro va profilandosi per maggio e giugno. I dettagli al link...https://www.facebook.com/events/443544825725687/
venerdì 12 aprile DÉMODÉ UDINE - Caffè Caucigh Jazz Club Veramente attivissima in questo periodo, l'orchestrina tascabile : dopo Udine toccheranno questo mese anche San Daniele del Friuli e Sermide (MN). https://www.facebook.com/wearedemode
venerdì 12 aprile MAGMA RIVE-DE-GIER (Francia - presso Lione) - Salle Jean Daste Dai, dai, che fino a Lione è tutta autostrada...http://calyx.perso.neuf.fr/
sabato 13 aprile I TRENI ALL'ALBA TORINO - Blah Blah I Treni sono fermi da almeno un anno sul piano live : hanno voluto concentrarsi sulla composizione del materiale per il terzo futuro album. Colti da nostalgia per il palco, interrompono il lungo digiuno con questo improvviso live nella loro città. Aggràtisse ! http://www.itreniallalba.com/
ARTCHIPEL ORCHESTRA LAINATE (MI) sabato 13 aprile AREA LIVORNO - The Cage Theatre domenica 14 aprile LA MASCHERA DI CERA PARMA - Theatro del Vicolo In apertura, gli Unreal City. http://www.zuffantiprojects.com/
martedì 23 aprile CULT OF LUNA MEZZAGO (MB) - Bloom In apertura, The Ocean (mica male !!!) e i Lo (che non conosco proprio). Questo trio di band si presenterà in tutte e tre le date italiane previste (vedi link sottostante), ovvero Roma e Misano Adriatico (RN).http://www.musicclub.eu/band/6979/cult-of-luna
martedì 23 aprile STEVE HACKETT ASSAGO (MI) - Teatro della Luna Il tour di Hackett arriva in Italia. Dopo Assago tocca a Vicenza, Roma e Bologna : ma sappiate che queste altre tre date sono già SOLD OUT e anche per Assago i biglietti sono agli sgoccioli. http://www.hackettsongs.com/tour.html
venerdì 26 aprile PHOENIX AGAIN BRESCIA - Villaggio Sereno - Cineteatro Sereno Serata benefit a favore dell'AIL, tutti i dettagli al link sottostante. Musicalmente parlando, si tratterà tecnicamente di un unplugged, ma... che cavolo.. sono in sette, m'immagino tutto meno che qualcosa di evanescente, anzi ! Mi sa che vado...http://www.phoenixagain.it/2013/03/p...gain-per-lail/
sabato 27 aprile VIBRAVOID SCHIO (VI) - CSA Arcadia A cavallo fra fine aprile e inizio maggio, la band tedesca suonerà una decina di volte circa in Italia . Occhio, perchè ho trovato discrepanze fra le date indicate dal sito della band e quelle segnalate da MusicClub (che pur essendo fonte esterna, raramente sbaglia). Io vi linko entrambi i siti, le verifiche last-minute fatevele da voi... ok ?http://www.stonedkarma.com/vibravoid/#ld http://www.musicclub.eu/band/12804859812044/vibravoid
sabato 27 aprile POIL ROMA - Forte Fanfulla Non potevo non postare anche la copertina, che parla da sè : quanto al titolo, un diretto "Dans le cul" dev'essere sembrato troppo persino a dei pazzi irriverenti come i Poil (pronunciare : puàl). Son completamente fuori 'sti francesi : provate ad ascoltarli, io ho trovato in loro tracce di Etron Fou Leloublan, Picchio dal Pozzo, Débile Menthol, Gentle Giant, Frank Zappa... Qui c'è qualcosa da ascoltare : http://poil.bandcamp.com/
domenica 28 aprile PIRAMIDE DI PAURA DALMINE (BG) - fraz. Mariano al Brembo - Paprika Lounge Bar Nella locandina si definiscono "post-rock, post-punk, post-tutto". L'art director del Paprika li presenta così : "un rock non convenzionale che attinge dai generi jazz, musica elettronica, krautrock o simili"...http://www.paprikajazz.it/