sabato 12 ottobre 2013

ALPHATAURUS, Pietro Pellegrini e Andrea Guizzetti raccontano AttoSecondo

Abbiamo incontrato Pietro Pellegrini e Andrea Guizzetti, i due tastieristi degli Alphataurus che ci hanno raccontato il percorso intrapreso per arrivare ad AttoSecondo e svelato anedotti sul viaggio iniziato ormai 40 anni fa.

-Che effetto vi ha fatto tornare dopo 40 anni dal disco d’esordio?
P: Molto stimolante. Abbiamo ripreso l’attività alla Progvention 2010 del Bloom presentando pezzi vecchi e un paio di nuovi brani che poi sono finiti su AttoSecondo. Nel nuovo disco ci sono composizioni che già si trovavano in Dietro l’uragano ma sotto forma di provino. Abbiamo mantenuto la struttura ma completato le parti mancanti, il cantato, i testi . Inoltre abbiamo aggiunto due pezzi completamente nuovi che rispecchiano il nostro sound e continuano un discorso interrotto a metà. Questo disco è un ponte tra quello che eravamo nel 1973 e quello che siamo oggi, mantenendo la nostra identità per quello che sarà anche il successivo atto terzo, visto che abbiamo già del materiale, di cui una parte proviene da idee del passato e altre nuove che abbiamo già focalizzato.
-Avete quindi provini mai pubblicati e tenuti segreti tutti questi anni?
P: Diciamo che abbiamo una suite risalente al 1972 che dura 25 minuti da cui abbiamo attinto già per il primo album e per alcuni attuali. L’idea portante della suite è ancora intatta però e ci siamo ricordati a memoria di questo lungo brano e lo stiamo ricostruendo. Speriamo ci sia un bel seguito dopo AttoSecondo perché abbiamo ancora tanto da dire.
A: Il prog è ritornato un po’ in auge e quindi l’album può avere un suo seguito. Internet ha molto aiutato per la promozione, per la pubblicità e la comunicazione attraverso i tanti forum della rete e queste cose prima erano per pochi. C’è forse un ritorno al voler ascoltare e condividere musica fatta in un certo modo.
-Come avete lavorato sui brani presenti in AttoSecondo?
P: È sempre un lavoro d’equipe. Si arriva con un’idea e ci si lavora insieme.
A: Non c’è ostracismo dei membri vecchi. I pezzi sono nati da un’idea condivisa e piaciuta e da quel punto poi ci sono agganci con ciò che ognuno di noi può portare alla musica. Il sound Alphataurus predilige l’arrangiamento di gruppo, i solisti non sono in primo piano ma il brano nasce dall’unione di 6 teste che confluiscono per dare l’identità del gruppo. Gli arrangiamenti di tastiera li senti tali e quali dal vivo, non ci sono sovraincisioni, non avrebbe avuto senso fare un disco che non si poteva suonare live.
P: Questa è una caratteristica che avevamo anche nel primo album. Trasferimmo gli strumenti nello studio di registrazione e suonammo in diretta. Certo ci furono delle sovraincisioni, ad esempio di moog in Croma e per ottenere certi risultati dovevi fare un sacco di registrazioni e di pre mix. Inoltre avevamo utilizzato un 8 piste alla Sar di Milano e quello che facevamo in sala prove lo abbiamo portato in studio perché solo suonando insieme ottieni certe sfumature e certe cose che vengono fuori al momento.
-Avete riscontrato molte difficoltà nel tornare a lavorare su brani progressive dopo tanto tempo o la passione non si è mai persa per questo genere?
P: Ci sono stati periodi in cui ho suonato meno, pur avendo lavorato in studio con De Andrè e Riccardo Zappa. Negli ultimi dieci anni ho suonato pochissimo! Avevo parecchia ruggine addosso e anche i brani vecchi piano piano sono stati recuperati tecnicamente, soprattutto perché all’inizio le difficoltà sono state enormi ma con applicazione, studio e sacrificio c’è stato un ritorno.
-È stata una gestazione lunga quella che ha portato ad AttoSecondo?
P: Lunga ma non complicata! Non potevamo stare tutti i giorni in sala prove e poi c’è stato un cambio di line up con l’avvicendamento del batterista Giorgio Santandrea e i relativi provini che hanno portato alla scelta di Pacho Rossi. Chiaro che ha dovuto calarsi nella parte, ha assimilato il nostro sound arrivando dai Karma che suonano tutt’altro!
A: Ha modificato in parte la sua attitudine perché per suonare questa musica non occorre essere solo bravi o avere velocità ma serve anche feeling.
P: Il concetto importante è che avevamo pensato di prendere degli strumentisti per fare il disco ma così non funziona. Avevamo bisogno di qualcuno che ci stesse vicino anche a livello umano. Il prog nasce da qualcosa di spontaneo e il difficile sta proprio nel riuscire a dire qualcosa partendo da questo.
A: Ognuno ha un interpretazione diversa della musica, di un armonia che viene condivisa dagli altri membri del gruppo. Un feedback che arriva suonando, un’intesa che nasce attraverso le prove, anche le più strampalate!
P: Negli anni ’70 suonavamo tutti i giorni, ora le prove le registriamo tutte e da lì possiamo cogliere delle minime idee che poi verranno sviluppate. Bisogna ottimizzare i tempi ora!
-Quando e a chi è venuta l’idea della reunion?
P: Il primo responsabile è Guido Wasserman che mi martellava già 10 anni fa!
A: Io ho suonato con Guido negli ultimi anni in un gruppo di jazz fusion e quando è nata l’idea di una seconda tastiera negli Alphataurus mi è stato chiesto di entrare a far parte del gruppo. Mi sono dovuto fare una certa cultura perché ascoltavo giusto qualcosa degli Yes e dei Genesis, son sempre stato più vicino alla fusion o al jazz rock. Durante le prove c’è stata un’evoluzione nel mio modo di suonare e qualcosa di mio sono riuscito ad incastrare all’interno del disco.
P: Nel 2008 abbiamo iniziato a provare ma il bassista della prima formazione abita a Roma e Michele Bavaro, il cantante, in Puglia. Lui ha sempre cantato moltissimo, anche all’estero. Ha fatto una sua carriera dopo gli Alphataurus. All’inizio con noi c’era al basso il fratello di Giorgio, Giampaolo, ma tra fratelli non andò benissimo! Inizialmente non vi era un cantante, ne avevamo provato qualcuno e quando arrivò Fabio Rigamonti al basso portò Claudio Falcone alla voce. Lui ha una preparazione estrema e arriva dal blues e dal soul.
A: Riesce però a far convivere questa sua vena con i pezzi del disco e non solo.
P: Anche i testi sono suoi e ha centrato quello che volevamo dire già 4 anni fa come in Claudette. Si è calato alla grande nella parte!
A: Fabio invece ha suonato di tutto nella sua vita! Ha sempre ascoltato i gruppi storici del prog e ci ha messo del suo per creare una base ritmica solida, prima con Giorgio e poi con Pacho. Insieme ormai formano una sezione ritmica molto solida.
P: Nel 2008, quando abbiamo ricominciato, avevamo in testa un programma, quello di prendere nuovamente in mano i brani vecchi ma anche di scriverne di nuovi.
A: E poi suonare i vecchi brani va bene ma dandogli comunque un taglio moderno, proponendo qualche novità però!
P: Noi abbiamo voglia di proseguire il discorso interrotto 40 anni fa, quello che non siamo riusciti a terminare e soprattutto i giovani che stanno venendo ai nostri live pare lo abbiano capito.
-So che avete anche preparato un documentario per il disco…
P: L’idea del documentario ci è venuta dopo la Progvention del 2010 e si è materializzata grazie alla lacrima Pictures che ci ha seguito per mesi, a Genova e a Milano in sala prova per le interviste. Abbiamo poi trovato una vecchia Vhs del 1972, 3-4 minuti di video di preparazione ad un concerto a Monza che è stato inserito nel documentario.
-Il vostro primo disco è da più parti riconosciuto come uno dei più rappresentativi degli anni ’70 italiani. Possibile che in tutto questo tempo nessuno vi abbia proposto di incidere qualcosa di nuovo prima di ora?
P: Nessuno! Il disco originale fu ripubblicato dalla Vynil Magic nel 1992, poi con la Mellow facemmo Dietro L’uragano. Moroni mi chiese se avevo qualcosa di inedito. Avevo dei provini per me impubblicabili. Ci lavorai una ventina di giorni per renderli accettabili. Pensa che ha venduto 2400 copie!
-Come siete approdati in BTF?
P: Tramite la Vynil che poi con gli anni si è trasformata in BTF. Avevamo già questo aggancio insomma. Mathias Scheller ci contattò nel 2008 per farci fare qualcosa e da lì prima ripubblicammo l’esordio e poi andammo alla progvention e registrammo Live in Bloom.
-Avete un contratto per altri dischi con loro?
A: No, non abbiamo nessun contratto per eventuali album da pubblicare.  
-Che riscontri sta avendo il disco?
P: Notevole direi. Dopo 3 settimane avevamo venduto già 500 copie, in Giappone 300 e abbiamo avuto un ordine per altri cd.
A: La BTF ci ha comunicato che non era mai successo che il Giappone ordinasse lo stesso titolo a distanza di così pochi giorni. Anche il live ha venduto bene, 1200 pezzi circa tra cd e vinile.
P: Abbiamo avuto un ritardo sul vinile perché la prima stampa era impresentabile. Avendo lavorato in Ricordi negli anni ’80 dove mi occupavo di produzioni interne e di master ho ripreso in mano il materiale e da lì abbiamo accumulato 1 mese di ritardo.
-Vi aspettavate tutto questo affetto del pubblico?
A: Il pubblico ha un attenzione particolare, si sente partecipazione e dai ancora di più. È emozionante.
-Parliamo un po’ dei vostri esordi. Come nasce la band?
P: La base del gruppo era a Sesto San Giovanni con Giorgio e Alfonso, il basso e la batteria. Io avevo un gruppetto di Monza, ma ci trovammo subito bene. Ovviamente bisognava creare musica nuova, non cover. Chiaro che con Guido e Michele, che era qui senza fissa dimora e veniva ospitato da noi, il gruppo prese piede. Eravamo ragazzini, 15-16 anni, avevamo un impresario che ci procurava gli strumenti e che ci aiutò parecchio. Iniziammo a fare i vari festival, Palermo, il Davoli di Reggio Emilia, i Palasport. Ci fu anche l’occasione di suonare di spalla agli Emerson Lake & Palmer ma causa problemi contrattuali internazionali saltò tutto ma seguimmo ugualmente il loro tour a Bologna, a Genova e approfondimmo la conoscenza. Peccato, ci accontentammo del backstage! Si suonava spesso al Carta Vetrata di Bollate, che era un punto di riferimento. Lì ho conosciuto Red Canzian quando suonava ancora con i Capsicum Red, prima di entrare nei Pooh. A Palermo, al Politeama suonammo con i New Trolls e i Latte e Miele e fu lì che Vittorio De Scalzi ci offrì la possibilità di incidere con la Magma, l’etichetta che aveva appena fondato. Al Cavalluccio Marino di Viareggio suonammo anche con i Van Der Graaf Generator. Ora la situazione è disastrosa, o riesci a far riempire il locale con le cover oppure diventa molto difficile. I gestori dei locali di norma sono quindi sulla difensiva, è comprensibile. Però ci sono realtà diverse come l’Honky Tonky di Seregno dove abbiamo fatto una data con la FEM e il locale era pieno e Il Giardino a Lugagnano. Chiaro che gli impegni live però non abbondano.
A: E quindi approfittiamo di questi buchi quando non ci sono concerti in vista per provare i pezzi nuovi.
-Le tastiere erano uno dei punti di forza del vostro suono, tra Emerson e Auger. Quali avevi usato?
P: Base portante era l’Hammond 111 con tastiere da 3 ottave e mezzo e due Leslie con doppi comandi e quindi 2 velocità. Poi piano elettrico Crumar, un minimoog, un Wurlitzer elettrico, un eminent 310 per i violini. Insomma mi serviva un camion solo per me! Anche ora il set up minimo non è da poco, non sono ancora soddisfatto totalmente. Dovrei viaggiare con un Hammond vero! Ora sto utilizzando il minimoog Voyager è un analogico con controllo digitale ed è un gran bello strumento.
-L’artwork del disco è uno dei più quotati del prog. Com’è stata ideata?
P: La copertina è di Adriano Marangoni, un pittore ancora in attività che conoscemmo a Brugherio da amici comuni. Pensa che non sappiamo più dov’è l’originale!
A: Secondo me ai tempi si voleva comunicare anche graficamente, far capire che c’era un messaggio non solo di suono. La ricerca di qualcosa di particolare, pensa ai Garybaldi.
P: Era normale ai tempi puntare su copertine e fotografie.
A: Anche l’artwork di Live in Bloom è di Adriano e rappresenta una rinascita e pure quello nuovo è suo! Racconta quello che c’è nel disco, quello che rappresenta.
-Come si arrivò allo scioglimento della band?
P: Ci furono un paio di episodi che ci portarono alla scelta definitiva. Economicamente non si stava benissimo, poi ci fu il servizio militare per me, Michele tornò in Puglia. Insomma, dovemmo lasciare tutto in sospeso. Poi ci fu un cambio generazionale e arrivò Barry White! I cantautori non c’entrano nulla.
A: Anche le etichette discografiche iniziarono ad abbracciare nuovi stili e non dimentichiamoci che c’era una tensione sociale differente. Gli anni ’80 sono segnati anche da una leggerezza diversa. La nascita dei video, le radio commerciali e  l’immagine diventano fondamentali.
-Cosa hai fatto dopo Pietro?
P: Fino al 1983 ho lavorato in Ricordi facendo il produttore interno e il musicista in studio con Battiato nell’album L’arca di Noè e con De Andrè in L’indiano. Ho seguito la registrazione del disco live di De Andrè con la Premiata, curai il mix con Mussida e Piero Bravin al Mulino di Milano. Poi Nannini, Milva. Dopo il 1983 mi sono occupato di tecnologia a livello musicale. Su disco ho fatto qualcosa con Alice ma mi son sempre più occupato della parte tecnica.
-Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?
-P: Stiamo mettendo giù materiale per il disco nuovo e poi cercare date per suonare in Italia, anche se non è affatto semplice. Ci piacerebbe suonare in Giappone, in Olanda, in Belgio, luoghi dove abbiamo tante richieste.    

giovedì 10 ottobre 2013

L'OMBRA DELLA SERA, L'ombra della Sera (2012)

L’inesauribile Fabio Zuffanti insieme ad altri 2 membri della prog band La Maschera di cera, Agostino Macor e Maurizio Di Tollo, si cimenta e ci delizia con un nuovo progetto a nome L’ombra della sera in cui vengono riproposti alcuni brani che erano presenti nelle colonne sonore di celebri sceneggiati degli anni ’70. Non mere cover ma rifacimenti in chiave progressive di temi composti da grandi maestri come Claudio Simonetti, Berto Pisano o Riz Ortolani. Il risultato è un disco dall’inquietante fascino, che ha la capacità di estrapolare l’anima di certe composizioni e di ripensarle in maniera originale e personale. Salta subito all’orecchio la grande attenzione da parte dei musicisti di rendere omaggio a certi capolavori dandone una loro efficace versione attraverso però il sapiente utilizzo di strumenti vintage ed originali come Mellotron, Minimoog, Fender Rhodes e organo Hammond suonati con la consueta maestria da Macor. Le cinque tracce qui presenti sono intrise dello spirito progressive dei ’70 e il riferimento principale paiono essere i Van Der Graaf Generator nelle loro pagine più oscure. Ma non basta questo per spiegare la grande riuscita del disco. A questo bisogna aggiungere un’ascendenza jazz che si palesa in diversi momenti del disco, come accade in La traccia verde, dove partecipa Andrea Monetti al flauto. Senza fare paragoni inutili L’ombra della sera va a toccare anche risvolti fusion e avanguardistici vicini alla pietra miliare In a silent way di Miles Davis, soprattutto nelle trame fitte della splendida e lunghissima Ho incontrato un ombra. Che dire poi del tocco in più dato da ospiti di lusso come Alessandro Corvaglia alla voce, il già citato Andrea Monetti al flauto, Paolo Furio Marrasso al contrabbasso, Enrico Guoa alla tromba e Gianni Allevi al sax? Corvaglia in special modo commuove nell’intensa Il segno del comando (cento campane) di Romeo Grano, unico brano cantato del disco, mentre Allevi stupisce per la qualità di ogni suo intervento, davvero mirabile e sempre preciso. Di grande qualità anche il dark progressivo di Gamma, originariamente composta da Claudio Simonetti e il jazz di Ritratto di donna velata che appare come il brano più legato a quello originale di Riz Ortolani ma non perde intensità e convince da subito. Il disco si mantiene su livelli altissimi per tutta la sua durata combinando il tipico sound vintage prog che spesso ha contraddistinto La Maschera di cera con il jazz, anche per un uso molto raffinato che viene fatto dei fiati, una risorsa utilizzata davvero in maniera eccellente. È evidente il rispetto verso certi autori altisonanti che vengono però filtrati con la forte personalità di chi sa dove vuole andare e cosa vuole ottenere. Il risultato è probabilmente uno dei migliori lavori pensati e proposti da Zuffanti in questi anni. Obbligatorio pensare ad un seguito, anche per l’enorme mole di sceneggiati e di colonne sonore che la televisione italiana ha prodotto durante gli anni ’60 e ’70. (Luigi Cattaneo)

Ho incontrato un ombra (Video)


https://www.youtube.com/watch?v=P1QdkeYURXg


         

lunedì 7 ottobre 2013

IL CERCHIO D'ORO, Dedalo e Icaro (2013)

Dopo averci raccontato delle avventure di Colombo nel precedente album, Il Cerchio D’oro sceglie stavolta di guidarci dentro la storia di Dedalo e Icaro. Ancora una volta un concept figlio della loro grande passione per il progressive rock dei ’70 e sempre sotto l’egida della Black Widow. Sono passati diversi anni da Il Viaggio di Colombo ma il modus operandi dei savonesi rimane pressoché invariato e si riallaccia solo ed esclusivamente a band storiche del prog come New Trolls, Delirium e P.F.M. Questo è quello che sa fare Il Cerchio e ciò che anima la loro passione da una vita (sono all’attivo da metà anni settanta) non è cancellabile con un colpo di spugna. E questa loro peculiarità vintage li porta oggi in studio con gente del calibro di Pino Sinnone, primo batterista dei The Trip, nell’iniziale Il mio nome è Dedalo (coadiuvato da Athos Enrile al Mandolino e Daniele Ferro alla chitarra), che mostra continuità stilistica con quanto già espresso in passato sia da loro che dai nomi tutelari del genere. Il redivivo Giorgio “Fico” Piazza presta il suo basso in L’arma Vincente, una ballad dal bel finale strumentale mentre la coppia Delirium formata da Ettore Vigo al piano e dal sempre notevole Martin Grice al sax vengono coinvolti nell’amaro finale di Ora che son qui. Quest’ultimo si fa valere anche al flauto nella lodevole e strumentale Labirinto, uno dei momenti migliori del lavoro. E qui un piccolo appunto è d’obbligo. Difatti l’album, assolutamente gradevole, denota l’assenza di un cantante di ruolo a cui fan da contraltare dei buoni momenti corali ma l’avere in squadra un vero vocalist potrebbe fare davvero la differenza. Il tributo al periodo migliore del nostro progressive infatti funziona e le composizioni risultano appassionate e ben costruite. C’è un rigore filologico nella musica della band, un suono dal fascino antico, come se il disco fosse un reperto mai pubblicato (e potrebbe in effetti passare per un album del 72-73). Ascoltando il racconto non si possono non notare i cori New Trolls style, le melodie raffinate di Delirium e Le Orme, la complessità della Premiata. Progressive sinfonico dettato dalle tastiere di Franco Piccolini (organo, piano, mellotron, synth), maestro concertatore di un ensemble rodato che ha coesione e coscienza di voler proporre una musica volutamente fuori dal tempo. Fan da corollario al lavoro tre bonus video, Ieri Oggi Domani Ancora Niente tratto da un concerto del 2009 al Teatro della Gioventù di Genova, Il sole nascerà/Sguardo verso il cielo girato nello stesso anno alla Fortezza Priamar di Savona e Impressioni di Settembre suonata nel 2012 all’auditorium E. Simonetti di Alassio. (Luigi Cattaneo)

Labirinto (Video)


venerdì 4 ottobre 2013

BRUNO BAVOTA, La Casa sulla Luna (2013)

L’immagine è quella di un uomo seduto al suo pianoforte, rapito dalla musica, lieve ma non per questo frivola, anzi, piena di sentimento e di anima, votata all’inseguimento delle nuvole, del cielo, di qualcosa che sta sopra di noi. La casa sulla luna è il secondo album (dopo Il Pozzo d’Amor del 2010) di un pianista campano che di progressive non ha assolutamente nulla ma pubblica questo nuovo disco con la poliedrica Lizard di Loris Furlan, vero scopritore di realtà anche in antitesi tra loro (ed è a mio modo di vedere uno dei pregi maggiori della sua creatura discografica). C’è una bella dose di romanticismo nelle tracce presenti (tutte strumentali), abbinata a melodie profonde, dotate di una certa vena malinconica che non si trasforma però in mestizia e colloca Bruno Bavota all’interno del panorama pianistico contemporaneo. Chiaro che viene alla mente quanto hanno fatto e fanno ancora musicisti come Roberto Cacciapaglia, Andrea Carri, Olafur Arnalds (forse uno dei più rappresentativi), Ludovico Einaudi, Ryuichi Sakamoto e il disco scorre via in maniera gradevole lungo tutto il tragitto, mostrando un autore maturo e sicuro nella fluidità della sua proposta. Non sono da meno e hanno un loro importante peso nell’economia del lavoro Marco Pescosolido al violoncello e Paolo Sasso al violino, contorni significativi di una portata dove il pianoforte comunque non eccede e pur rimanendo elemento centrale lascia spazio ai suoi compagni di percorso. I brani hanno un’atmosfera spesso cinematografica, classica e appaiono suonati e proposti in maniera sentita ed espressiva. È anche giusto sottolineare che non ci sono novità di sorta e quindi chi è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo rimarrà abbastanza indifferente alla proposta di Bavota. I brani si differenziano di poco l’uno dall’altro e quelli che più colpiscono sono proprio quelli dove emergono anche Pescosolido e Sasso, che donano maggiore profondità alle tracce (bisogna citare d’obbligo Il dito si muove sul vetro appannato, Cielo Blu Notte e Buongiorno, Buonanotte). La Casa sulla Luna è un lavoro comunque estremamente piacevole, lineare ma non semplicistico ed è un passo in avanti verso la definitiva (speriamo) consacrazione di Bavota. (Luigi Cattaneo)

Amour (Official Video)

           

mercoledì 2 ottobre 2013

CONCERTI DEL MESE, Ottobre 2013

Mercoledì 2
·Riverside Factory (Milano)

Giovedì 3
·God Is An Astronaut Assago (MI)
·Napoli Centrale San Remo (IM)

Venerdì 4
·Empty Days + Massimo Giuntoli Casa di Alex (Milano)
·God Is An Astronaut Ciampino (Roma)
·Giobia Roma
·Gnu Quartet Roma
·Inter Nos Bagnaria Arsa (UD)

Sabato 5
·Banco Teatro Carcano (Milano)

Domenica 6
·Banco Teatro Carcano (Milano)
·Get'em Out Milano
·Pane Museo Venanzo Crocetti ore 19 Roma


Lunedì 7
·Peter Gabriel Assago (MI)

Martedì 8
·Carl Palmer Roma
·Aldo Tagliapietra Factory (Milano)

Mercoledì 9
·Shadow Gallery Live ClubTrezzo s/Adda (MI)
·Carl Palmer Napoli

Giovedì 10
·Altare Thotemico Bologna
·Shadow Gallery Teatro Cesare Traù Ancona

Venerdì 11
·Beggar's Farm Alessandria
·Locanda delle Fate Muddy Waters Calvari (GE)
·Roccaforte Meridiana (AT)
·Carl Palmer Milano
·Sonata Islands Kommandoh a Lainate (MI)
·Dusk e-B@nd Pieve di Cadore (BL)

Sabato 12
·Carl Palmer Trofarello (TO)
·Quanah Parker Moving Records-Libreria Lovat, Villorba (TV)



·Slivovitz Dejà Vu Pozzuoli

Domenica 13
·Fates Warning Circolo Colony Brescia

Martedì 15
·Progressivamente Festival Roma

 Mercoledì 16
·Progressivamente Festival Roma
·Ozric Tentacles Ciampino (Roma)

Giovedì 17
·Progressivamente Festival Roma
·Empirical Time Padova

Venerdì 18
·Progressivamente Festival Roma
·Ozric Tentacles Mezzago (MB)
·Aelian Gattorna (GE)
·Wake Arkane Live Trezzo sull'Adda

Sabato 19
·Progressivamente Festival Roma
·Banco Mosciano S. Angelo (TE)
·Tempio delle Clessidre Genova
·Ozric Tentacles Pordenone
·Inter Nos Palazzolo dello Stella (UD)
·Dancing Knights Lizzano in B. (BO)
·Dusk e-B@nd Quarto d'Altino (VE)
·Ego Red Zone Luino (VA)
·Locanda delle Fate Settimo Tor. (TO)
·Damo Suzuki Network Vigonovo (VE)
·Napoli Centrale Roma
·Sandcastle Edonè Bergamo

Domenica 20
·Improgressive Villa Litta Lainate (MI)

Martedì 22
·Orphaned Land Traffic Roma

Mercoledì 23
·Acid Mothers Temple Roma
·Orphaned Land Romagnano Sesia (NO)
·Fish Pratteln (Svizzera)

Giovedì 24
·Acid Mothers Temple Salerno
·Anneke Van Giersbergen Salumeria della musica Milano
·Beardfish Aarau (Svizzera)
Venerdì 25
·Alex Carpani Casa di Alex Milano
·Simon Phillips Ascoli Piceno
·Acid Mothers Temple S. Vito Leg. (VI)
·Sycamore Age Bologna
·Leprous Theatre Club Rozzano (MI)
·Mike Stern Cormons (GO)
·Feeling of Love Roma
·Slivovitz Benevento

Sabato 26
·Alex Carpani S. Giovanni in Pers. (BO)
·Simon Phillips Roma
·The Magical Box Medesano (PR)
·PFM Porto Sant'Elpidio (FM)
·Empirical Time Roana (VI)

Domenica 27
·Simon Phillips Prato
·Anathema Salerno
·Leprous + Thought Machine Calvari (GE)
Lunedì 28
·Simon Phillips Milano
·Anathema Bologna

Martedì 29
·Simon Phillips Montebelluna (TV)
·Anathema Moncalieri (TO)
·Karnivool Tunnel Milano

Mercoledì 30
·Fish Rubigen Svizzera
Giovedì 31
·Simon Phillips Udine

lunedì 30 settembre 2013

ALTERAZIONI 2013. Rassegna di Musiche Innovative


Alterazioni 2013. Rassegna di musiche innovative (www.facebook.com/Alterazioni2013 per maggiori informazioni). Cosa ci si può aspettare da un Festival con un nome così particolare, inusuale, atipico? Di tutto e un po’ ovviamente. E difatti i sei appuntamenti in calendario (cinque pomeridiani e uno serale) sono parecchio diversi tra loro, segno che la direzione artistica di Massimo Giuntoli aveva l’obiettivo concreto di coinvolgere un pubblico il più eterogeneo possibile. Il buon Massimo, nell’introdurre gli Empty Days, esibitisi domenica 29 settembre, ha spiegato nella maniera più semplice possibile come ci siano artisti dalla lunghissima carriera che, pur senza l’aiuto dei grandi media, riescono a lasciare un segno tangibile in decenni di produzioni e concerti. Quale modo migliore per spiegare la vita musicale di tre straordinari interpreti come Francesco Zago (chitarra Yugen, Not a Good Sign), Maurizio Fasoli (tastiere Yugen) ed Elaine Di Falco (voce dei Thinking Plague)! Per l’occasione il trio ha l’opportunità di presentare il disco di debutto nella settecentesca sala della musica di Villa Litta, un incantevole luogo di Lainate, un comune dell’hinterland milanese. Ad accompagnare i tre inoltre troviamo Jacopo Costa e Giuseppe Olivini. Gli Empty Days svolgono il compito in maniera impeccabile, muovendosi lungo il tracciato di una musica da camera dagli influssi avant (soprattutto nelle parti strumentali) e folate folk che mi han ricordato Joan Baez. Inoltre vengono proposte cover di Robert Plant, Jimi Hendrix, King Crimson e Franco Battiato, anche se l’aspetto più esaltante del live è stato sentire questi nuovi brani, pregni di atmosfera e lirismo. Faccio un grandissimo plauso non solo ai musicisti ma anche a Giuntoli e all’amministrazione comunale di Lainate che stanno portando avanti un discorso culturale rischioso e ricco di fascino (e speriamo di prospettive). Che dite, certi eventi non sono meglio dell’happy hour milanese…? (Luigi Cattaneo)


domenica 29 settembre 2013

JACULA, Pre Viam (2011)

Era dal 1972 che il progetto Jacula, una delle molteplici estensioni della visione musicale di Antonio Bartoccetti, non dava segni di vita, dall’allora Tardo Pede in Magiam Versus che anticipava e fu precursore del suono oscuro che ha caratterizzato la successiva sua produzione a nome Antonius Rex. Ma che ritorno è questo del signore del dark prog italiano? Indubbiamente ci sono momenti significativi e di grande fascino che però si alternano ad altri dove si ripetono clichè che erano tali già decenni fa! Ma entriamo nel dettaglio. Ed è Jacula is back il brano che ci riporta per mano nelle tenebre, con i suoi suoni spettrali e un’apertura accentuata in direzione Goblin, con la chitarra di Bartoccetti impegnata tra riff e soli e l’organo suonato dal figlio RexAnthony utilizzato per creare atmosfere lugubri che ben si sposano con il nero contesto Jacula. La title-track è intrisa dalla chitarra arpeggiata del leader, dalle tastiere che donano la solita atmosfera inquietante che ha reso cult la musica di Bartoccetti e dalla voce sussurata di Katia Stazio. Pre viam è una lunga (anche troppo) processione dello Jacula pensiero, con tutti i suoi stereotipi, i suoi pregi e i suoi difetti. Prendere o lasciare. Blacklady kiss è il brano più vicino alla forma canzone del disco, è un dark rock con il piano e il moog impegnati ad accompagnare e a sottolineare la gotica voce di Blacklady e Bartoccetti pronto a spezzare l’inquieto incantesimo con un bel assolo di chitarra. In Deviens folle torna alla voce la Stazio e il pezzo acquisisce una cristallina malinconia, anche per mezzo del pianoforte con il quale vengono create melodie che ci catapultano in un mondo fatto di paure e angosce, in un’atmosfera che ricorda le produzioni dei Dead Can Dance. Più scontata è In rain dove troviamo in primo piano l’organo e il moog a sostenere un’oscura litania di stampo gregoriano e successivamente una parte strumentale più vicina al progressive. Gli evitabili rumori di pioggia e tuoni aprono Godwitch che fortunatamente lasciano posto al pianoforte, al moog e ad un basso atto a scandire con forza la crescente tensione in una composizione davvero da film horror, una perfetta soundtrack immaginaria che ricorda quella vera di Suspiria, uno dei capolavori di Dario Argento. Chiude, ma non convince Possaction, ossia l’abc del Bartoccetti style, ispirata pare alla storia di una ragazza posseduta dal demonio. Qui ci troviamo urla di dolore, la voce della posseduta (sempre così pare…), una simil marcia militare, l’immancabile funebre organo, grida ossessive e potrei andare avanti su questa falsa riga ma mi fermo qui. L’album è un buon punto per ripartire, è capace di affascinare e a tratti anche di inquietare davvero ma talvolta risulta troppo ripetitivo e scontato, soprattutto quando si palesano davanti a noi lamenti e rumori sentiti già in troppo dischi del genere. E allora sarebbe meglio se Bartoccetti si concentrasse sulle sue capacità musicali che troppe volte, purtroppo, arrivano dopo la sua immagine. (Luigi Cattaneo)

Blacklady Kiss (Video)


mercoledì 25 settembre 2013

IL TEMPIO DELLE CLESSIDRE, Paprika Jazz Club 2010

Pubblichiamo qui di seguito foto inedite di una delle prime uscite live dei liguri Il Tempio delle Clessidre. Era il 16 ottobre 2010 e ci si trovava al Paprika Jazz Club di Dalmine. Un grazie a Chiara Paglialunga che ci ha permesso di condividere i ricordi di quella serata. 

                                                                    Elisa Montaldo


Tempio delle Clessidre





Stefano Lupo Galifi


Di seguito pubblichiamo anche il resoconto di quella serata

Il Paprika Jazz Club di Dalmine (Bergamo) ha avuto il pregio di ospitare per ben 3 sabati di ottobre grandi serate di rock progressivo. Il concerto di questa sera è il secondo appuntamento per gli appassionati dopo lo show acustico dei Delirium e prima di quello degli Altare Thotemico.
La band che stasera si esibisce sul piccolo palco del delizioso locale bergamasco (www.paprikajazz.it) è Il Tempio delle Clessidre, gruppo ligure emergente di cui fa parte il mai dimenticato vocalist del Museo Rosenbach, Stefano “Lupo” Galifi.
Si tratta di una delle prime esibizioni pubbliche del quintetto formato da Elisa Montaldo (tastiere), Fabio Gremo (basso), Giulio Canepa (chitarra) e Paolo Tixi (batteria) oltre che dal già citato “Lupo” dopo la pubblicazione dell’omonimo primo disco. La band però almeno in apparenza non sembra per nulla emozionata o intimorita dall’evento e propone per intero ed in maniera assai convincente il debut album nel quale spiccano le rese live di brani come Le due metà della notte, La stanza nascosta e Faldistorum oltre che svariate cover tra cui un esaltante riproposizione della prima parte di quel capolavoro che risponde al nome di Zarathustra… Colpiscono meno le altre cover proposte (tra cui Money dei Pink Floyd e Non chiudere a chiave le stelle della Locanda delle fate) ma questo appare più come un dettaglio e non inficia la buonissima prestazione di cui si sono resi tutti protagonisti.
Menzione particolare per Elisa Montaldo, abilissima a districarsi tra i suoni delle sue tastiere e anima della band e per Galifi, per il quale il tempo sembra essersi fermato! Ma un plauso personale lo voglio fare anche agli altri membri della band. Gremo risulta sempre preciso e incisivo, Canepa predilige la qualità alla quantità tramite i suoi soli mai invadenti e Tixi dimostra di essere un batterista potente e dall’ottima resa live.
L’augurio è che questa band (come tante altre a dire il vero) possa avere, ora che il disco è stato pubblicato dalla Black Widow, la possibilità di esprimersi con continuità soprattutto dal vivo… (Luigi Cattaneo)

domenica 22 settembre 2013

STERBUS, Smash the Sun Alight (2012)

Abbiamo già avuto modo di parlare di Sterbus attraverso questa pagine e la curiosità per questo Smash the Sun Alight non era poca, visti anche gli apprezzabili risultati di Eva Anger, ep del 2007. Diciamo subito che anche qui non ci si trova dinnanzi ad un vero e proprio full lenght, visti i 30 minuti scarsi di durata, ma d’altronde la musica non si valuta a peso e quindi… Persistono in Sterbus strutture ritmiche indie a cui però il romano ha aggiunto un’aurea più squisitamente prog alle composizioni. Non aspettatevi però esiti sinfonici e magniloquenti ma bensì pezzi in odore di Cardiacs (citati pesantemente ma non per questo clonati), una delle passioni dell’autore e parecchia ironia (la tagliente Gay Cruise m anche The Amazing Frozen Yogurt), aspetto spesso trascurato dal progressive. Ma tra il serio e il faceto non mancano riferimenti ai King Crimson, soprattutto in Flatworms (Eggs of Joy), uno degli apici del platter. Sterbus non si dilata mai più del necessario, preferisce puntare dritto sull’impatto e sul groove pur senza dimenticare l’aspetto melodico dei brani riuscendo a creare soluzioni non propriamente comuni anche per via delle sue svariate influenze, che vanno dal prog all’alternative, passando per il punk, il brit pop e il grunge. E qui tutto si sente (puristi statene alla larga quindi!). Ne è un esempio Wooden Spheres + Heartquakes, intrisa di funky, di prog e di una vena irriverente che non guasta affatto. Insomma, chi conosce il lavoro del bravo Emanuele Sterbini (questo il nome del one man band Sterbus), che qui scrive, arrangia e suona in piena autonomia, sa già cosa deve aspettarsi. Tutti gli altri possono visitare il sito http://sterbus.bandcamp.com/album/smash-the-sun-alight dove è possibile ascoltare il disco per intero. (Luigi Cattaneo)

Wooden Spheres + Heartquakes (Video)


mercoledì 18 settembre 2013

NOT A GOOD SIGN, Not A Good Sign (2013)

Dall’incontro tra membri di Yugen, Ske e La Coscienza di Zeno nasce questo nuovo progetto a nome Not a Good Sign sotto l’egida della prolifica e spesso straordinaria AltrOck Records. Un’unione tra alcuni dei migliori ensemble degli ultimi anni che mi ha destato da subito profonda curiosità, ripagata da uno dei risultati più interessanti del 2013. Il progetto vede la partecipazione di Francesco Zago alla chitarra, Paolo “Ske” Botta alle tastiere, Alessio Calandriello alla voce, Gabriele Guidi Colombi al basso e Martino Malacrida alla batteria. Se i primi 2 si sono sempre distinti per un lavoro di modernizzazione del progressive vi è un contraltare sinfonico e fascinosamente vintage che invece vede protagonisti Calandriello e Colombi con La Coscienza di Zeno e che qui porta ad ottenere risultati a dir poco strabilianti. L’immaginario della band è quello che si coglie ascoltando i vecchi dischi di mostri sacri come Van Der Graaf Generator e King Crimson, a cui vengono distillati con sapienza spore hard e psichedeliche che profumano di Porcupine Tree. Ne viene fuori un album per niente passatista ma attuale nella sua prospettiva di rivitalizzare un genere che ha ormai superato i 40 anni di vita. Qui c’è di tutto un po’. Botta con le sue tastiere (Mellotron in testa) incanta non solo per capacità tecniche ma anche per l’attenzione melodica con cui colora i brani, mentre Zago è la solita macchina di riff distorti e inquietanti. Le ritmiche intricate della coppia Colombi-Malacrida stupiscono e Calandriello sfodera a mio avviso la prestazione più convincente tra quelle che ho ascoltato su disco. I Not a Good Sign si muovono lungo un binario in cui far convivere in buona pace melodie azzeccate e mai insipide, sinfonismo che non sfocia nel grandeur e una leggera carica sperimentale che non può mancare in una release targata AltRock. Basta ascoltare le prime note di Almost (divisa in 2 parti) per rendersi conto di trovarsi tra le mani un disco superiore alla media: non c’e solo il virtuosismo fine a sé stesso (Botta docet) ma la reale volontà di creare, di fare arte. Certo la classe cristallina dei presenti aiuta ma non è solo questo. È la capacità di comunicare attraverso le note, di coinvolgere anche emotivamente l’ascoltatore a fare la differenza tra un disco valido e uno straordinario. I Not a Good Sign rientrano nella seconda categoria. Il lavoro andando avanti non mostra cadute strutturali e rimane sempre su altissimi livelli. Making Stills vive in una dimensione cinematografica, mentre la title track mette i brividi e si riallaccia a quanto fatto dai King Crimson e dai Van Der Graaf nella prima parte dei ’70, li cita ma non gli fa il verso, attinge da quel periodo ma lo fa con personalità e senza cadere nella citazione forzata. Bellissima la dark song Witchcraft by a picture in cui fa la sua comparsa alla voce Sharron Fortman (North Sea Radio Orchestra, Cardiacs), Bianca Fervidi al violoncello, che rende l’atmosfera ancora più drammatica e Maurizio Fasoli al piano. The Deafening Sound of the Moon ha giri hard rock su cui si innesta una vena psichedelica che non guasta. Non sono da meno l’ottima Coming back home, il prog dal taglio moderno di Flow On e la coda strumentale Afraid to ask. Ok, la perfezione non esiste, ma qui ci andiamo vicino. Disco prog rock dell’anno? (Luigi Cattaneo)

Making Stills (Video)

domenica 15 settembre 2013

LA CLAQUE, Tris di concerti Prog!

La Claque in collaborazione con Black Widow Records annuncia un tris di concerti prog nei prossimi mesi dell'anno.
Si parte il 19 ottobre con Il Tempio delle Clessidre che avrà modo di presentare il nuovissimo Alienatura. In apertura la bravissima Sophya Baccini.
Si prosegue il 23 novembre con una serata decisamente vintage. Sul palco Gli Spettri e a seguire gli storici Gleemen.
Chiusura il 7 dicembre con ben 3 gruppi. Infatti nella serata finale si esibiranno i Demetra Sine Die, i Blue Dawn e i Fungus.



sabato 14 settembre 2013

PEPPE GIANNUZZI, Violinizer (2013)

Un nome nuovo, almeno per il ricco e fertile underground progressive, si affaccia sulla scena italica e lo fa con la consapevolezza di chi sta sui palchi da una vita, pur muovendosi attraverso un modus operandi molto diverso da quello qui proposto. Peppe Giannuzzi arriva dal Salento, lì dove la taranta sembra l’unica musica possibile (anche se non è così e vi sono musicisti di estrazione jazz e anche rock di tutto rispetto) e pur facendo parte di diversi ensemble dediti alla pizzica (vedi Artetika), ha collaborato con personaggi di livello internazionale come l’ex P.F.M. Mauro Pagani, Vittorio Cosma (membro storico della band di Eugenio Finardi) e Stewart Copeland, batterista dei Police. Dopo tanti anni di onorata carriera esce Violinizer, primo disco a suo nome, in cui Giannuzzi si fa coadiuvare da Roberto Gemma alle tastiere e Angelo Fumarola alle chitarre. Il salentino è un vero virtuoso del violino (definito il Satriani dello strumento) e pur mostrando capacità tecniche di alto livello ha prestato grande attenzione alla forma compositiva, pur lasciandosi andare in qualche brano ad accelerazioni vicine allo speed metal (Alien Spider Dance) che convincono meno rispetto a quando si avvicina al prog e ad uno spirito world soffuso ed estremamente piacevole. Giannuzzi utilizza non solo il violino acustico ma anche uno elettrico munito di pedaliera Boss, proprio come viene utilizzata dai chitarristi (da qui forse anche il paragone con il guitar hero per eccellenza) e ciò si materializza in diversi momenti del disco, come in 100, dove è possibile trovare anche Francesco Fry Moneti dei Modena City Ramblers alla chitarra elettrica. Ritroviamo Moneti anche in due episodi piuttosto significativi come Strings on fire e Hotel Laguna, una partecipazione quindi non fine a sé stessa ma coinvolgente e soprattutto convincente! Non mancano inoltre stralci southern e bluesy (21 hot blues è uno dei pezzi migliori), altri world (Wind of Africa) e romantiche ballate (Eddy Smile), segno della volontà di voler suonare senza pensare troppo a quale direzione prendere e di una certa libertà di vedute e intenzioni che finisce per giovare all’intero progetto. Giannuzzi in questo Violinizer ha cercato di legare insieme il rock, la musica etnica,il blues, il folk della sua terra ed è riuscito nell’intento di creare un album gradevole ed easy listening senza scadere però nel pop più semplice e banale. (Luigi Cattaneo)

Hotel Laguna (Video)

   

venerdì 13 settembre 2013

LOCANDA DELLE FATE, The Missing Fireflies (2012)

Chi si aspettava un disco di inediti da parte della Locanda delle Fate resterà deluso. Poche le novità sostanziali presenti nel nuovo The Missing Fireflies che, come suggerisce il titolo, riferimento a Forse le lucciole non si amano più del 1977, raccoglie alcuni brani che non erano stati inseriti nell’album d’esordio e che dunque rischiavano di essere irrimediabilmente persi. Le lucciole mancanti in realtà sono solo due, Crescendo e La Giostra, pezzi che venivano eseguiti dal vivo negli anni ’70. Se Crescendo non aveva mai trovato spazio su alcun lavoro del gruppo La Giostra invece era già presente in Locanda delle Fate Live edito dalla Mellow nel 1993 (ma contenente registrazioni del 1977). Peccato che quel disco dal vivo non facesse giustizia alla qualità altissima della composizione, che qui viene finalmente riproposta in maniera adeguata e mostra una scrittura dello stesso livello delle tracce presenti nello storico debut di 35 anni fa. Anche Crescendo è una song di grande spessore, molto articolata e con i tipici intrecci tra tastiere e chitarre che hanno contribuito a creare il mito della Locanda. In questi 2 brani, che rappresentano il vero motivo di interesse di The missing fireflies, ritroviamo tutto l’incanto di un mondo poetico che ha affascinato generazioni di amanti del progressive. Le parti strumentali, classicheggianti e come consuetudine ben rifinite, la voce espressiva e ancora ammaliante di Leonardo Sasso (che non era presente in Homo homini lupus del 1999), rimandano ad una stagione dorata che non tributò il giusto riconoscimento agli astigiani. Oltre ciò completano il disco un breve strumentale (Sequenza circolare) e una nuova versione di Non chiudere a chiave le stelle, un classico del gruppo che conferma il buono stato di forma del vocalist. C’è poi una sezione di repertorio in cui vengono presentati tre estratti da un concerto tenutosi al Teatro Alfieri di Asti nel 1977. La qualità sonora non è altissima e va presa come una testimonianza live per chi quell’epoca non ha potuto viverla. Un come back che non aggiunge molto alla storia discografica di questa straordinaria band ma che può essere un buon punto di partenza per nuove suggestive avventure. (Luigi Cattaneo)

La Giostra (Video)


mercoledì 11 settembre 2013

L'IMPERO DELLE OMBRE, I Compagni di Baal (2011)

Il Salento, da sempre ricordato per le sue bellezze paesaggistiche, per il mare, il sole, il vino, la pizzica e negli ultimi anni per alcune band che, partite dall’indie rock hanno raggiunto uno status nazional-popolare non indifferente come Negramaro e Apres La Classe, dona luce (nera) al progetto di due fratelli, Giovanni “John Goldfinch” e Andrea Cardellino, rispettivamente voce e chitarra di L’impero delle Ombre. Dopo l’omonimo debut del 2004 e un rimpasto di formazione i salentini tornano con un album meglio sviluppato ed articolato, che pur non facendo gridare al miracolo per originalità, si lascia ascoltare con piacere per buona parte della sua durata. A completare la nuova line-up ci sono Dario Petrelli alla batteria, Fabio Oliveti al basso e Oleg Smirnoff alle tastiere (già con Death SS, Eldritch e Vision Divine). I compagni di Baal è un concept album ispirato ad un noto sceneggiato francese del 1969 diretto da Pierre Prèvert che mostrava una Parigi oscura e malefica in cui operava questa setta segreta adoratrice del Dio Baal. Le atmosfere gotico-noir della storia ben si adattano a quelle dei fratelli Cardellino che si adagiano su soluzioni dark metal dalle tinte ora doom ora più velatamente progressive, soprattutto per certi suoni di tastiera rigorosamente vintage. Ed è proprio Smirnoff a proiettarci con un intro che riprende la sigla originale dello sceneggiato alla prima traccia, Diogene, ottima per aprire l’album grazie ad un bel riff di stampo heavy che sorregge l’intera costruzione del pezzo, su cui si innesta la voce perentoria di Giovanni Cardellino. Il moog dialoga con la chitarra nel break centrale dal sapore progressive, salvo poi lasciare spazio alla veemenza tipica della band, sino alla chiusura dove si inserisce una parte dialogata dello sceneggiato stesso! Il dark metal segna Divoratori della notte, episodio che profuma di Paul Chain (ex chitarrista dei Death SS) e che esplode in una cavalcata heavy nella seconda parte. Ciò che convince maggiormente di questo brano è il sapiente uso delle tastiere a disposizione di Smirnoff e la sezione ritmica piuttosto efficace, anche se, è bene dirlo, lo sguardo è molto rivolto al passato (ma in questo caso funziona eccome). Toni più pacati e riflessivi nella successiva Ballata per Liliana, classica ballad fortemente malinconica e con un chorus piuttosto facile da memorizzare. Buoni i momenti solistici affidati ad Andrea Cardellino (migliorato tecnicamente rispetto al primo album) e Smirnoff, che fin qui sono stati grandi protagonisti del lavoro. Decisamente più ritmata L’oscura persecuzione. I salentini creano un wall of sound di grande impatto che viene appena ammorbidito dall’organo hammond di Smirnoff, bravo nel fungere da contraltare ad un durissimo riff di Andrea Cardellino (che richiama ancora una volta alla mente Tony Iommi). Buono anche il finale strumentale di estrazione seventies che potrebbe essere una soluzione in più anche per il futuro della band stessa… Cosmochronos molto probabilmente è stata pensata per la dimensione live, carica e trascinante, suona come un episodio molto diverso rispetto agli altri. Connotati più consoni al resto del platter è Sogni di dominio, vibrante dark song molto vicina al suono dei Death SS, complice anche la prova maiuscola di Smirnoff, che acuisce ancor di più la maggior capacità di songwriting rispetto al passato grazie a dei tappeti sonori davvero curati. La caduta del conte di St. German è un doom nerissimo e oscuro, avvolgente e sinistro, sospinto dal moog e dall’uso della voce più aggressiva e minacciosa da parte di Giovanni Cardellino, che chiude idealmente il concept album. Tutti i colori del buio è l’outro strumentale finale che omaggia nel titolo un thriller italiano di culto del 1972 girato da Sergio Martino. Nell’edizione in cd si trova poi una riuscita cover di un classico dei Black Sabbath, Snowblind, giusto per chiarire una delle fonti ispiratrice del nero suono del quintetto. L’idea di musicare uno sceneggiato televisivo risulta affascinante e l’album appare evocativo e riesce nell’intenzione di catturare le sinistre atmosfere dell’opera francese attraverso una narrazione filmica efficace. Sicuramente c’è stato un passo in avanti rispetto all’esordio discografico e convincono molto le atmosfere noir di cui è pieno il disco e i passaggi più progressivi dettati dalle tastiere di Smirnoff. Opera di buona qualità che può essere il preludio per una definitiva e più concreta conferma. (Luigi Cattaneo)

Diogene (Video)

Il Martino e alla sua pellicola "Tutti I Colori Del Buio", meraviglia del cinema di genere

sabato 7 settembre 2013

GENTLE GIANT, Gentle Giant (1970)

Dietro ad una delle più note icone del rock progressivo, ossia l’immagine del Gigante Buono posto in copertina dell’album, si apre un disco coraggioso e innovativo, fresco e già maturo, tecnicamente ineccepibile, capace di combinare rock elettrico, fiati, musica classica, jazz e folk. Stupisce la straordinaria preparazione strumentale di musicisti allora quasi sconosciuti e all’esordio discografico. Il gruppo si presenta con Giant. Si tratta di una composizione robusta e dai tratti vagamente hard, con la voce da subito in primo piano. Il brano appare diviso in tre parti: nella prima parte il gruppo mostra grande compattezza, vengono limitati gli episodi solistici a favore di una musica atta a supportare le qualità vocali di Derek Shulman. Difatti Giant dopo una brevissima introduzione di organo si presenta in tutta la sua carica, vocale e strumentale. In questa sezione la band mostra quelle che diventeranno alcune delle sue caratteristiche basilari come le ritmiche sincopate e complesse e le sofisticate progressioni armoniche. La seconda parte si apre dopo 3 minuti e 15 secondi. Qui la band abbandona la forza debordante dei primi minuti per lasciare spazio ad un momento strumentale dove la sezione ritmica soffusamente jazzata ci conduce per mano in territori epici. La terza ed ultima parte che inizia dopo 5 minuti e 37 secondi è difatti un ritorno alla prima sezione, con il basso che ci guida rapido ad un cambio di atmosfera piuttosto netto e repentino, con la voce di Derek Shulman da subito presente.   Orchestrale la stesura di Funny ways. Nei primi 2 minuti la composizione  è delicata e intensa, hai toni di una morbida ballata progressiva con l’andamento del violino di Ray Shulman posto in evidenza, così come il violoncello suonato dall’eclettico Minnear capaci di sostenere il cantato semplice ma allo stesso tempo intimistico di Derek Shulman. Funny ways esprime perfettamente una caratteristica saliente del sound dei Gentle Giant quando la voce vellutata di Phil Shulman si contrappone a quella più dura ed aggressiva di Derek creando un effetto particolare: una sorta di sdoppiamento tra qualcosa di lineare e qualcosa di maggiormente graffiante dove è la potenza vocale a fare da supporto al brano e la forza espressiva delle voci viene utilizzata come marchio di fabbrica per la ricerca di raffinatezze davvero inusuali. Prima di arrivare alla conclusione del brano la band si esprime con forza attraverso la coesione dei vari strumenti, su cui spicca un breve momento solistico della chitarra di Gary Green, l’organo di Minnear e la tromba di Phil Shulman. In questo caso la band raggiunge una straordinaria compattezza d’insieme diventando così una perfetta macchina di vibrazioni sonore. La terza traccia del disco è Alucard, uno dei momenti più intricati di questo debutto. Il brano è quasi interamente strumentale e gli spunti vocali sono pochi ma molto arditi. Il pezzo ha una propria struttura barocca su cui si innestano dissonanti cori vocali e rispecchia una stesura live, con quella carica tipica dei concerti della band. C’è un intreccio di spunti strumentali di grande valore all’interno dei quasi 6 minuti della composizione: il moog di Minnear ha il pregio di creare una sorta di ritornello suonato che verrà ripetuto diverse volte intrecciandosi con i fiati di Phil Shulman per un effetto finale inusuale, la chitarra solista di Gary Green spicca per la sua grande incisività, Martin Smith alla batteria suona energico ma preciso. Rifinito e complesso in ogni sua sfumatura il brano propone temi virtuosistici ma non altisonanti, sviluppati con ammirevole affiatamento da una band in evidente stato di grazia. Il quarto brano di questo esordio è Isn’t it quiet and cold, episodio molto diverso rispetto a quelli finora analizzati. C’è da dire che i Gentle Giant non erano una band costruita attorno al violino, ma un gruppo in cui questo strumento interviene sporadicamente per dare colore al pezzo. A parte gli interventi di accompagnamento dove risultava necessario, è uno strumento a cui la band ha dedicato nel corso della propria carriera pochi brani ma per intero. In Isn’t it quiet and cold il gruppo mette in mostra le proprie capacità di arrangiamento e il violino di Ray Shulman si esibisce in un tema cantabile, solitario e dai toni popolari che accompagna per tutta la durata del pezzo la voce di Derek Shulman. Differente è il clima della successiva Nothing at all, lunga 9 minuti e capace contenere al suo interno tutti gli elementi che hanno reso celebre il gruppo. Il brano nella prima parte è delicato nelle voci, con impostazione a tratti corale volte a creare suggestive armonie, dapprima sostenute da un delicato arpeggio di chitarra acustica e poi da quella elettrica di Gary Green, che qui si dimostra solido e dotato di una tecnica raffinata capace di donare grinta e vigore. Dopo 4 minuti e 20 secondi termina la prima parte e nel break centrale Martin Smith esegue un solo di batteria come non poteva mancare nelle esibizioni live del periodo. Interessante notare come all’interno di questa parte centrale si sovrapponga alla batteria il piano di Minnear che cita un notturno di Lisz, il Liebestraum, del 1850. Il brano termina poi con la ripresa del tema principale già ascoltato nella prima parte del pezzo. Why not ci riporta alle atmosfere dell’opener Giant. Difatti c’è un attacco vocale immediato e la composizione almeno per il primo minuto e mezzo vede il coinvolgimento di tutta la band, fino all’entrata in scena del flauto di Minnear che accompagna delicatamente la voce di Derek Shulman. Ancora una volta il gruppo dimostra di avere una solida formazione classica da cui attingere e di essere una delle band dall’approccio maggiormente colto del panorama inglese di quel periodo; è un breve passaggio però, perché il gruppo si ripropone da subito per intero e spicca in questo frangente la chitarra solista di Green, sempre preciso e vigoroso che riporta il brano alle sonorità iniziali. La coda finale è strumentale e il protagonista assoluto è ancora Green che si lancia in un coinvolgente solo di matrice blues. Chiude l’album The queen, una brevissima rivisitazione moderatamente dissacrante dell’inno nazionale britannico. (Luigi Cattaneo)

Giant (Video)




lunedì 2 settembre 2013

CONCERTI DEL MESE, Settembre 2013

Lunedì 2
·Sandcastle Crema (CR)
·Cosmos Le Garage Thun (Svizzera)


Martedì 4
·Arturo Stàlteri Quattro Castella (RE)
·Napoli Centrale Venticano (AV)

Mercoledì 5
·Maniscalco Maldestro Volterra (PI)
·Magnolia Roma Castel Sant'Angelo
·Napoli Centrale Terni
·Lagartija Piacenza
·Notturno Concertante Ariano Irpino (AV)

Venerdì 6
·2 Days Prog + 1 Veruno (NO)
·PFM Asti
·Unreal City + Egoband + Banco Pisa
·Maniscalco Maldestro Prato
·Roberto Cacciapaglia Ravenna
·Démodé Trieste
·Ibrido Hot Six Collescipoli (TR)
·Napoli Centrale Salerno
·Camelias Garden Roma

Sabato 7
·2 Days Prog + 1 Veruno (NO)
·Agorà Civitanova Marche (MC)
·The Magical Box Carpi (MO)

Domenica 8
·2 Days Prog + 1 Veruno (NO)
·Arturo Stàlteri Seneghe (OR)

Martedì 10
·Posto Blocco 19 Parma

Giovedì 12
·PropheXy Bologna

Venerdì 13
·Roberto Cacciapaglia Perugia
·Démodé Codroipo (UD)
·Claudio Milano Monza
·Lagartija Fiorenzuola d'Arda (PC)
·Birth Control Pratteln (Svizzera)


Sabato 14
·AltrOck in Concert Milano
·Fonderia Roma
·The Magical Box Basilicanova (PR)
·Sycamore Age Arezzo

Domenica 15
·Démodé Udine


 Mercoledì 18
·The Winery Dogs+The SixxiS Trezzo (MI)
·Démodé Udine

Venerdì 20
·Amon Düül 2 Torino
·Estro Nemi (Roma)
·Arturo Stàlteri Copparo (FE)
·UT New Trolls Taranto
·Osanna Cortile del Maschio Angioino (NA)


Sabato 21
·Roccaforte Arquata Scrivia (AL)
·Il Fauno di Marmo Birreria Alpenbier Tarcento

Domenica 22
·Brian Auger Break Live Ascoli

Lunedì 23
·Brian Auger Il Calidario Terme di Venturina

Martedì 24
·Circus Maximus Trieste
·Brian Auger Teatro Astra San Giovanni Lupatolo
Mercoledì 25
·Mirthkon Trento
·Circus Maximus Ferrara

Giovedì 26
·Circus Maximus Roma

Venerdì 27
·Magma Monaco [Principato]

Sabato 28
·Lingalad Cernusco s/Naviglio (MI)
·Circus Maximus Milano
·Ian Anderson Teatro Cagnoni Vigevano
·Brian Auger Blue Note Milano

Domenica 29
·Le Maschere di Clara Faenza (RA)
·Empty Days Lainate (MI)