sabato 19 ottobre 2019

PAXORA, Apocalisse (1975) - Intervista a Giuseppe Di Stefano



Pubblichiamo la recensione del rarissimo Apocalisse dei Paxora e la successiva intervista al loro bassista, da poco scomparso, Giuseppe Di Stefano. Entrambe furono pubblicate su Contrappunti, trimestrale del Centro Studi Progressive Italiano nel giugno 2010. 




I Paxora, come tanti gruppi progressive dei ’70, sono stati autori di un unico disco, anzi di una suite di 30 minuti circa, che per di più non è mai stata pubblicata da nessuna casa discografica. Un prodotto quindi che mi è arrivato grazie alla caparbietà di Giuseppe Di Stefano, bassista della band, che ha conservato per più di 30 anni questa registrazione amatoriale, dapprima in cassetta e poi in cd. Non si poteva non dare spazio a cotanta passione!
Si parte con Intro (faro), straniante e brevissima composizione che ci conduce alla successiva Intro (groove), che fa leva sul suono incessante del basso di Di Stefano, sulla chitarra effettata di Massimo Torboli e sulla batteria in lontananza di Massimo Minichiello, per quello che rimane un episodio free all’interno del disco stesso, una sorta di introduzione parte seconda leggermente più lunga ed articolata.
Intro 3 (pink) è il primo vero brano del disco, un momento di chiara impronta psichedelica, che soprattutto nei suoni di chitarra ricorda i Pink Floyd. Il pezzo prende vita nel momento in cui subentra la sezione ritmica a sostenere l’azione del bravo Gianguido Bruno, che si amalgama molto bene con l’altro chitarrista. Nei suoi oltre 5 minuti il brano si avventura, nella seconda parte, in lidi più vicini al progressive strumentale che alla psichedelia.
Riff è un brano dal retrogusto jazz molto piacevole ed è una sorta di introduzione alla successiva composizione. Peccato perché il brano ha in sé un’idea melodica davvero valida che poteva essere sviluppata in maniera adeguata, invece risulta solo un momento di collegamento. Pretema-tema è un brano di valore che parte in maniera soffusa, per poi esplodere improvvisamente con la partecipazione di tutta la band che mostra di avere una certa compattezza. Anche qui però si ha la sensazione che si potesse articolare maggiormente la composizione, che invece si esaurisce troppo frettolosamente.
Ritornello (colori vari), dal vago sapore jazz, mette in mostra le qualità di Bruno, che esegue un solo di grande intensità, accompagnato egregiamente dalla sezione ritmica. Si tratta di uno dei momenti più fluidi di tutta la suite, in cui si sviluppano idee e sonorità davvero interessanti. Se tutti i brani avessero avuti questa intensità ci saremmo trovati di fronte ad un lavoro molto valido …
La successiva Break-minisoli vede la batteria di Minichiello dialogare delicatamente con il piano e il basso, ma il brano è molto breve e non aggiunge granchè dal punto di vista della composizione. Evitabile Lamentazione, ossia voci sovrapposte fino alle urla finali.
Segue 118 intro, indiavolato prog strumentale in cui ancora una volta il gruppo dà sfoggio delle sue qualità tecniche e della sua passione anche per il jazz. Risulta essere il brano migliore e forse anche il più complesso musicalmente.
Lento-ostinato-end rappresenta un ottima chiusura per la suite, con il suo lento incedere di basso e batteria, su cui interviene ancora una volta il bravo Bruno che fa decollare del tutto il brano.
L’impressione che si ha anche dopo svariati ascolti è che la band avesse un potenziale maggiore rispetto a quello che poi emerge realmente su disco. Tutta la suite oscilla tra momenti davvero interessanti e apprezzabili, sia a livello tecnico che di composizione, ad altri dove la band pare voglia avvicinarsi ad una forma di sperimentazione che però rischia di diventare fine a sé stessa. Inoltre ci sono delle parti della suite che hanno al loro interno delle ottime idee ma che non vengono poi sviluppate adeguatamente. Il gruppo appare martoriato da una registrazione che per ovvi motivi non era professionale e quindi è difficile distinguere al suo interno il suono del piano di Riccardo Scandiani. Peccato perché errori di gioventù a parte quando il gruppo si esprime come sa (suonando quindi) ne vengono fuori delle belle.



Intervista Giuseppe Di Stefano

 di Luigi Cattaneo e Marco Causin

Giuseppe Di Stefano inizia ad appassionarsi al basso elettrico come oggetto di liuteria e di trasduzione elettroacustica e ai suoi sistemi di amplificazione fin da giovane. Come strumentista ha acquisito un’esperienza che gli ha permesso negli anni di collaborare, nei più disparati generi musicali, con un gran numero di musicisti. Avendo iniziato sin da bambino a suonare il basso ha toccato vari generi, dal beat al prog, dal blues al jazz passando per la fusion. Da qui lo spunto per una chiacchierata con chi ha partecipato alla stagione d’oro del rock progressivo militando in una piccola band del ferrarese, i Paxora.

Giuseppe iniziamo con qualche tuo ricordo legato ai Paxora, la band di cui hai fatto parte a metà anni ‘70
Come Paxora iniziammo a suonare insieme nel 1974 e l’anno dopo registrammo il disco. Io avevo conosciuto qualche anno prima Ricky Scandiani, che poi sarebbe diventato il tastierista dei Paxora, avevamo 17-18 anni. Ad inizio ‘75 iniziammo a suonare in giro, cose piccole, tipo concerti nelle scuole ed eseguivamo brani di nostra composizione che purtroppo sono andati persi. Me ne ricordo uno a Milano in cui suonò anche Lucio Daddi che poi sarebbe diventato chitarrista per Bennato e Clapton. In realtà con Scandiani iniziai a suonare nel 1972 negli IVA, ma non riuscimmo a registrare nulla.

Chi erano i musicisti del gruppo?
Oltre al sottoscritto al basso e a Riccardo Scandiani al piano c’erano Gianguido Bruno e Massimo Torboli alle chitarre e Massimo Minichiello alla batteria.

Riuscivate a promuovere il gruppo dal vivo?
Dopo aver composto dei brani riuscimmo a suonare soprattutto nella zona vicino Ferrara e la risposta del pubblico era davvero ottima. In un concerto allo stadio di Comacchio c’erano migliaia di persone e ricordo che a gestire il service c’era la Davoli, che era una delle ditte più importanti in Italia. Alla fine del concerto uno dei responsabili della Davoli ci propose di lavorare con loro in un eventuale tournèe. Proprio grazie alle nostre esibizioni live siamo entrati in contatto con Roberto Roda, che ci chiese di comporre una colonna sonora di accompagnamento per una sua mostra di diapositive fotografiche. In una settimana Bruno e Torboli riuscirono a portare a termine ciò che poi avrebbe preso il nome di Apocalisse. Io scrissi solo i 2 intro iniziali. Difatti la suite fu opera dei due chitarristi. Anche perché il gruppo ruotava attorno al suono di Bruno. Tra l’altro ricordo che mi era capitato di assistere un giorno alla mostra al Palazzo Diamanti di Ferrara e di essere rimasto sorpreso da come il pubblico si soffermasse a discutere sulla nostra musica. Credo che questo non abbia mai fatto molto piacere a Roda!

Come avete registrato il disco?
Lavorammo a Ferrara nella sala Estense, un piccolo teatro, sotto la supervisione di Wolfango Morelli nelle vesti di produttore. Registrammo tutto in presa diretta, con due microfoni e senza mixer. Anche per questo i due chitarristi e il batterista si sentono molto di più nella registrazione.

Era quindi un disco autoprodotto?
Assolutamente sì. Avevamo una bobina da cui poi facemmo alcune cassette. Una di queste è stata in mio possesso per circa 20 anni. La suite non venne pubblicata e quando qualche anno fa è stato messo in produzione il cd recorder ho trasferito la musica in digitale. Tutto qui.

L’avventura Paxora durò poco però…
Sì, nel 1975, dopo la registrazione di Apocalisse, il gruppo si sciolse. Il progressive iniziava a non interessare più e gli appassionati iniziarono a dirigersi verso la musica cantautorale che era molto forte in Italia. Inoltre c’era la questione della politica. Noi non avevamo mai preso posizioni in tal senso e quindi automaticamente iniziarono a pensare ai Paxora come ad un gruppo di destra. Ci sentivamo spaesati. Ricordo a tal proposito un episodio singolare che risale al nostro ultimo concerto tenuto nello stesso teatro dove avevamo registrato il disco. Ci aveva invitato a questa serata un movimento anarchico ma quando arrivammo invece di farci suonare si presero in “prestito” i nostri strumenti! Solo dopo questo “prestito” ci hanno permesso di suonare, coprendoci però di fischi ancor prima dell’esibizione …

Mi pare di capire che solo qualche mese prima il pubblico apprezzava le vostre performance…
Sì, solo 6 mesi prima avevamo avuto la possibilità di registrare il lavoro e di riceve apprezzamenti da più parti. Era mutato tutto davvero molto in fretta. Tu pensa che solo qualche mese prima l’Arci di Ferrara aveva proposto noi come gruppo spalla per una tournèe con Banco e P.F.M. che poi non è mai andata in porto!

Ma erano presenti dei locali a Ferrara e dintorni che supportavano l’attività live delle band?
No, non c’era molto. Difatti erano quasi tutti spazi autogestiti. Suonammo in un concerto organizzato dall’Avis di Ferrara, in uno della Democrazia Proletaria e in serate all’aperto. Se non avevi un manager o una casa discografica alle spalle le difficoltà erano enormi.

Dopo i Paxora i membri della band hanno continuato la loro attività musicale?
Io ho poi suonato intorno al 1978 nei Rodigium Jazz quartet e abbiamo anche fatto da spalla ai Napoli Centrale allo stadio Battaglini di Rovigo. Ho poi negli anni ’90 scritto composizioni per basso prima di tornare a suonare con vari gruppi della zona. Ricky Scandiani nel 1982 ha pubblicato una rock opera, Roadissea, so che si era avvalso in studio della collaborazione di Ares Tavolazzi. So che ha poi suonato con Lucio Dalla, Andrè De La Roche, J. Monque (armonicista di New Orleans n.d.r.). Inoltre è dal 2006 che insegna pianoforte ad indirizzo rock, pop e blues alla Scuola di Musica Moderna di Ferrara. Anche Massimo Torboli e Gianguido Bruno hanno continuato a suonare e con il Trio Jazz Acustico hanno vinto nel 2005 il premio del pubblico al Palermo Film Festival per la colonna sonora (davvero valida n.d.r.) del film Il bistrot dei cineasti indipendenti per la regia di Rita Andreetti. Massimo Minichiello so che ogni tanto suona ancora ma non con continuità.

So che tu hai una vera e propria passione per gli strumenti, a prescindere dal basso…
Ho iniziato sin da piccolo, a 11 anni e senza aiuti, anche perché non avevo musicisti in famiglia. Un estate a Recoaro Terme c’era un orchestra che la mattina suonava per 2 ore e io andavo a sentirli sempre, li ho seguiti per due mesi! Mi sedevo in prima fila e guardavo il bassista, lo studiavo. Praticamente ho imparato così! Il basso mi interessa come generatore di suono, sono ossessionato dal suono e dalla sua ricerca ed è per questo che ho così tanti bassi.  

Che percezione avevi di quel periodo che stavate vivendo da musicisti?
Io vivevo il prog non solo come musica ma come vera e propria ideologia culturale! Erano momenti creativi e magici, anche se il termine è abusato. Non eravamo consapevoli che quello che stavamo vivendo sarebbe diventato un momento storico per la musica italiana. Si pensava che il giorno dopo sarebbe stato meglio del precedente musicalmente parlando e che noi giovani potevamo migliorare la società proprio con la musica. Invece ad un certo punto tutto si è fermato e le cose vecchie sono diventate oggetto di culto. Ma c’era un fermento culturale davvero notevole in generale.

Ti ricordi di qualche band della vostra zona particolarmente valida?
Devo dire che musicisti validi in quel periodo ne ho visti … Però più che nel ferrarese mi ricordo di un gruppo veneto, gli Eneide (autori di un unico disco, Uomini umili popoli liberi n.d.r.). Conoscevo Gianluigi Cavaliere che era il cantante del gruppo. So che dopo gli Eneide ha lavorato con Maurizio Arcieri, ha fatto il fonico per anni e ha costruito un suo studio in un casolare! Da Rovigo, la zona dove noi Paxora avevamo la “base” operativa non mi pare siano usciti dei gruppi. C’erano i Centro Atomico Camate, un gruppo molto politicizzato che si rifaceva agli Stormy Six.


 Come hai vissuto la decadenza del genere nella seconda metà dei ’70?
Molti hanno iniziato a sfruttare la tecnologia degli anni ’80 per fare musica in solitudine. Questa per me è stata una delle grandi differenze rispetto alla decade precedente. Il digitale, i sequencer, le basi, permettevano al musicista di suonare da solo, quasi non ci fosse più bisogno di un gruppo. Già a metà anni ’70 proporre prog non era facile, figurati dopo! Pensa anche a molti grandi gruppi del nostro prog che tipo di sonorità hanno dovuto adottare negli anni ’80.

Tu hai dei progetti nuovi attualmente?
Suono in un gruppo di cover rock-blues e in due band di rock progressivo, gli Elisir D’ambrosia e i Quanah Parker.

Come vedi il futuro del genere?
Io credo che per la sua capacità di avere situazioni armoniche e melodiche molto sofisticate si può parlare tranquillamente di musica colta. Come il jazz 30-40 anni fa non veniva considerato molto dai Conservatori così avverrà per il progressive. Penso che tra qualche anno il prog entrerà di diritto nei programmi musicali dei Conservatori italiani, cosa che credo già accada in altri paesi europei.

C’è qualche band nuova che ti ha particolarmente colpito?
Personalmente ascolto molto il jazz e la fusion e la scena attuale non la seguo particolarmente, però mi hanno colpito positivamente i Randone, davvero un ottima band!

X-PLICIT, Like a Snake (2019)


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Gli X-Plicit prendono forma nel 2016 dalle menti di Simone Zuccarini (voce), Andrea Lanza (chitarra), Sa Talarico (basso) e Giorgio Annoni (batteria), musicisti della provincia di Varese innamorati dell’Hard Rock e già presenti in band come Longobardeath, Aeternal Seprium, Skill in Veins e Generation on Dope. Le influenze hard & heavy si evincono subito dal dinamismo di Hell is open, perfetta opener di un disco che si è presentato da subito piuttosto compatto. E infatti anche la seguente The great show non scherza affatto, con Lanza impegnato a tirare fuori dal suo strumento riff solidi e massicci e una sezione ritmica che sorregge le sue scorribande, soprattutto nel solo centrale. Ben costruita You don’t have to be afraid, con un chorus molto riuscito e dai tratti anche radiofonici, mentre torna a picchiare duro Shake up your life, che mi ha ricordato qualcosa dei Buckcherry, prima della trascinante carica di Deep of my soul e I Am original, che rimanda alla strafottenza dei Motley Crue. Le melodie briose di Free e la delicata ballata Angel ci conducono verso un finale all’insegna del fiero street rock di Don’t close this bar tonight e della title track di chiusura, che sigilla un lavoro riuscito nella sua totalità. (Luigi Cattaneo)

Shake up your life (Official Video)



venerdì 18 ottobre 2019

VISION QUEST, Vision Quest (2018)


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I Vision Quest sono un trio formato da Guido Ponzi (voce), Marco Bartoli (tastiere e basso) e Emiliano Belletti (chitarra), a cui dobbiamo aggiungere Helder Stefanini (Raw Power, Animali Rari ma anche session di spicco) alla batteria, segnalato come guest ma presente come unico batterista all’interno del disco. Inoltre questo omonimo esordio vede figurare parecchi ospiti, tutti piuttosto bravi nel donare quel qualcosa in più ad un lavoro riuscito e che profuma di Survivor, Kansas e Boston. Ne sono esempio lampante Avathar e Lost in time, in cui troviamo il sax di Mirko Pratissoli (Natural Quintet), bravo nel creare le giuste atmosfere con il suoi soli, ma anche Ilaria Cavalca (Aurora Ensemble) con le sue delicate note pianistiche nella prima e la chitarra di Luke Barbieri (Holywood) nella seconda. Barbieri è figura importante, insieme ad un altro chitarrista, Alfredo Pergreffi, anche in Eternal love, che presenta qualche attitudine progressiva e la bella voce di Silvia Saccani (Angelize), nonché nella riuscita All these years. Il piano di Ilaria torna prepotente in The eve of the battle, creando un sognante interplay con la chitarra acustica di Stefano Riccò. Ultima citazione per Johathan Gasparini (membro degli storici Rats e della band di Marco Ligabue), lead guitar e autore di validi momenti solistici nelle ottime Master of hopes e Dragons of Tomorrow. An epic journey into melodic rock è la dicitura posta sul disco, impossibile non essere d’accordo ascoltando questa Rock Opera corale distribuita dalla Rockshots Records, etichetta che continua a confermare la bontà del suo operato per l’italico underground. (Luigi Cattaneo)

Evil laughter (Video) 



mercoledì 16 ottobre 2019

CLOUDCASTER, Evocare (2019)



I CloudCaster si formano nel 2017 dalle menti di Gianluca Musu (batteria e synth) e Giulia Artioli (chitarra, voce e tastiere), presto raggiunti da Valentina Palumbo (voce) e Riccardo Tani (basso). Evocare è il loro primo album e visto il poco tempo trascorso dalla loro nascita il risultato è davvero interessante, un articolato percorso  a cavallo tra progressive, psichedelia ed elettronica. Through the door mostra subito le inclinazioni elettroniche del quartetto, unite a parti atmosferiche molto calde, che si ripetono nell’ottima Slippin’ from a dream, che mette insieme i Massive Attack e una vena psichedelica molto suggestiva. Più prog Consciousness, divisa tra parti robuste, note crepuscolari e uno spoken word tratto da Il divo di Paolo Sorrentino, che finisce per avvicinare il pezzo ai fonodramma di Il Babau e i Maledetti Cretini, dimostrando come il quartetto abbia in proprio possesso parecchie cartucce da sparare. Anche Flight equation risulta molto progressiva, con momenti aggressivi ma comunque molto evocativi, vero marchio di fabbrica di questo esordio. Le conclusive Travel e Just like the rain non fanno altro che confermare la bontà dell’album, in quanto appassionanti, introspettive e ricche di pathos. Evocare è un disco che si muove spesso su chiaroscuri tendenti alla malinconia, in un riuscitissimo compendio di influenze che valorizzano il fine lavoro di cesello di una band giovane ma che sa già come emozionare e coinvolgere l’ascoltatore. (Luigi Cattaneo)

Travel (Official Video)



martedì 15 ottobre 2019

OTTONE PESANTE, Apocalips (2018)


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Apocalips è il secondo album in studio degli Ottone Pesante, particolarissimo trio composto da Francesco Bucci (trombone), Paolo Raineri (tromba) e Beppe Mondini (batteria), che ha dato vita ad un progetto assolutamente originale e curioso. I fiati sembrano davvero annunciare l’arrivo dell’apocalisse, sostenuti da una prestazione mostruosa di Mondini, batterista che unisce furia e precisione. L’inferno viene evocato a suon di black metal, prog, jazz metal e doom, un crossover fatto di potenza, fraseggi complessi e puro nichilismo e non deve spaventare la combinazione poco convenzionale tra strumenti, perché tutto è fluido e clamorosamente ossessivo. Quando sperimentare non significa cercare di stupire a tutti i costi vengono fuori prodotti come questo, dove la voglia di andare oltre steccati di genere non è fine a sé stessa e porta, dopo l’esordio Brassphemy set in stone, ad un risultato a tratti memorabile. La carica live degli Ottone Pesante è presente anche nel lavoro e stupisce come il suono dei fiati risulti così aggressivo, facendo le veci delle assenti chitarre, senza mai dimenticare quel tocco melodico che rende i brani carichi di un’atmosfera drammatica e inquieta. Da subito si colgono gli stilemi del trio, con una Shining bronze purified in the crucible da brividi, doppiata dalla debordante Lamb with seven horns and seven eyes, metallo ai limiti dell’estremo buono per tutte le stagioni. Il black metal nordico si affaccia straordinariamente in Bleeding moon, prima della perentoria carica distruttiva di Angels of the earth e dell’inquietante The fifth trumpet, in cui troviamo alla voce Travis Ryan dei Cattle Decapitation. Si prosegue con altri due brani riuscitissimi, Locusts’ army e Seven Scourges, ancora una volta molto convincenti. Pezzi che ci conducono verso l’ipnotico finale di Tweleve layers of stones e soprattutto Doom mood, lunghissima traccia nero pece e funebre chiusura di un ritorno regale. (Luigi Cattaneo)

Apocalips (Full album)



mercoledì 9 ottobre 2019

MONOLITH GROWS!, Black and Supersonic (2018)


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Uscito nel 2018, Black and Supersonic è il secondo lavoro dei Monolith Grows!, quartetto che unisce l’amore per la Seattle dei Soundgarden con il suono desertico e stoneriano di Kyuss e compagnia affine. Uno sguardo al passato da parte di Andrea Marzoli (voce e chitarra), Riccardo Cocetti (batteria), Massimiliano Codeluppi (chitarra) e Enrico Busi (basso e synth) che sa ancora essere attuale pur pescando lontano nel tempo, sia quando il suono diviene più potente, sia quando i modenesi piazzano la trovata melodica vincente. D’altronde pezzi come You’re gone o Satan Monday Bureau sono proprio questo, un insieme di influenze che rendono il percorso pieno di interessanti sviluppi, frutto di un background che guarda a certi canoni americani che hanno fatto la storia del rock. La creativa Empire of dirt, le trame accattivanti di So fresh! e il songwriting sicuro di Above the doubts, mettono in luce un ritorno coinvolgente e che ha le carte in regola per conquistare chi ha nostalgia di un certo periodo storico. (Luigi Cattaneo)

Black and Supersonic (Full album)



domenica 6 ottobre 2019

ANÉDONE, La superficie delle cose (2019)



La sigla Anèdone cela il progetto solista di Francesco Martinello (End of Carnival, Cape Canaveral Polaroid, PNG, Tarantàs), qui impegnato alla voce, alla chitarra, al bouzouki, al glockenspiel e ai campionamenti, coadiuvato solo da Ivan Modi Bidin (tastiere, basso, elettronica). La superficie delle cose è un lavoro di circa trenta minuti, mostra trame tenui e malinconiche, anche meste in alcuni passaggi, con la voce di Martinello accompagnata da poche ma accurate note, sempre scelte nella maniera più appropriata. I brani raccontano, celano immagini, come nel caso della title track, che già ci cala all’interno di sonorità che possono ricordare quanto fatto da personaggi come Gianni Maroccolo, Marco Parente o il Pierpaolo Capovilla di Obtorto Collo, con i quali condivide una certa suggestiva poetica. Giorni di ottobre è infatti un vivido ricordo di attimi passati, mentre Chiodi omaggia, prendendone spunto, l’omonima poesia di Agota Kristof. Babbo in prigione invece guarda al Francesco De Gregori del 1978, prima dell’ottima Un profilo sbiadito e di Sogno, dove viene musicato il celebre discorso di Martin Luther King. Chiude il disco La veglia, altro esempio lampante della qualità dell’album e reprise di un brano racchiuso in Le possibilità che ha il coniglio di salvarsi la pelle del progetto Tarantàs. (Luigi Cattaneo)

Giorni di ottobre (Video)



sabato 5 ottobre 2019

SVANZICA, Red reflections (2018)


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Attivi dal 2005, gli Svanzica (Luca Modenese alla voce, Marco De Bianchi alla chitarra, Alessandro Merlin alla batteria e Alessandro Pettene al basso) sono una delle tante band che popolano l’underground heavy italiano. Il debut Eon del 2009 aveva messo in mostra un certo potenziale e i veronesi a distanza di quasi un decennio tornano con questo Red reflections, disco a cavallo tra death metal, metalcore, alternative e, in minima parte, progressive. La band punta molto sull’impatto generale e sull’alternanza tra cantato in growl e linee pulite, con parti violente che lasciano il posto ad ampi sprazzi melodici. Peccato per una produzione migliorabile, che in alcuni momenti non aiuta a far emergere le doti del quartetto, che ci sono e traspaiono in brani come Through ocean  of quiet, Lunar Verbs, Distortion (impreziosita dal solo alla chitarra di Michael Kew degli A New Tomorrow) e Jupiter (in cui troviamo invece Alessandra Longhi al violoncello e Caterina Bellani al violino). Ritorno sicuramente gradevole ma che lascia intravedere come una maggiore cura compositiva e l’attenzione per alcuni dettagli (la produzione ad esempio) possano fare la differenza nel fitto calderone di uscite nostrane, con le quali ci si deve confrontare per provare ad emergere in un sottobosco davvero ricco di gruppi. (Luigi Cattaneo)

First step (Video)



mercoledì 2 ottobre 2019

CONCERTI DEL MESE, Ottobre 2019

Giovedì 3
·Sezione Frenante a Marghera (VE)
·Opra Mediterranea a Firenze

Venerdì 4
·Syndone a Torino
·Opra Mediterranea a Torino

Sabato 5
·Patrizio Fariselli Trio alla Casa di Alex di Milano
·PFM a Luras (OT)

Domenica 6
·Cellar Noise a Milano
·Il Babau e i Maledetti Cretini a Mezzago (MB)
·Domenica Prog a Castiglione d. Lago (PG)

Mercoledì 9
·Motorpsycho a Pordenone

Giovedì 10
·Motorpsycho a Torino

Venerdì 11
·The Watch a Cusano Milanino (MI)
·IQ a Roma
·Motorpsycho a Brescia
·Opra Mediterranea a Empoli (FI)

Sabato 12
·IQ a Fontaneto d'Agogna (NO)
·The Watch a Genova
·Motorpsycho a Perugia
·The Cage+The Ice a Lugagnano (VR)

Domenica 13
·Motorpsycho a Firenze
·Nursery Rhymes a Strà (VE)

Martedì 15
·King Gizzard & Lizard Wizard a Milano


Mercoledì 16
·I Viaggi Di Madeleine a Lecce
·Silver Key a Piacenza

Venerdì 18
·La Batteria a Savona
·Prometheo a Bari
·The Coastliners a Roma
·Möbius Strip ad Alatri (FR)

Sabato 19
·Lingalad a S. Giovanni Lupatoto (VR)
·La Batteria a Bergamo
·Bacio della Medusa a Castiglione d/Lago (PG)
·Mezz Gacano a Palermo

Domenica 20
·Fred Frith Trio a Padova

Lunedì 21
·Fred Frith Trio a Piacenza

Venerdì 25
·Napoleon Murphy Brock a Lugagnano (VR)
·Clive Nolan & Laura Piazzai a Veruno NO
·Napoli Centrale a Napoli

Sabato 26
·Napoleon Murphy Brock a Milano
·The Watch a Galzignano (PD)
·Osanna a Lugagnano (VR)
·Clive Nolan & Laura Piazzai a Milano
·P. Fariselli Trio a Nova Gorica (SLO)
·Of New Trolls a Pederobba (TV)
·Prog Night a Candiolo (TO)

Domenica 27
·C. Nolan-L. Piazzai a Crevoladossola VB
·Of New Trolls a Gorizia

Giovedì 31
·Terramadre Ensemble a Lugagnano (VR)
·Acid Mothers Temple a Roma

domenica 29 settembre 2019

CAMPO MAGNETICO, Quali Kiwi? (2019)


Nati nel 2014 per volontà di Gianni Carlin (flauto e voce) ed Emmanuele Burigo (chitarra), i Campo Magnetico ben presto accolsero tra le loro fila Antonio Nabari (basso) e Enrico Tormen (batteria), formazione che licenziò nel 2016 l’esordio strumentale Li vuoi quei kiwi? È di qualche mese fa il nuovo Quali kiwi?, risposta alla domanda posta nel primo album, che oltre a riprendere quelle sonorità presenta la novità di brani cantati, in un connubio gradevole di progressive, blues elettrico e psichedelia. La band sceglie quindi di battere più strade rispetto a qualche anno fa, con parti ritmiche e chitarristiche anche pesanti, che sostengono le vibranti note del flauto di Carlin (Quella che cominci tu), senza naturalmente dimenticare l’amore per il progressive, ponte ideale tra gli anni ’70 di Gleemen e Bambibanda e Melodie e il contemporaneo di Rebus, Vuoti a Rendere e Il Fauno di Marmo (Bacco ti estirpa la vite, Zucca e diavolina). Maggiormente surreali i brani cantati, La mano del morto, ispirata alla leggenda di Wild Bill Hickok, l’immaginifica La luna è meno lunatica e Maniaci, racconto del delirio di persecuzione di uno stalker, che, pur essendo vocalmente imperfette, raggiungono l’obiettivo prefissatosi. Piacevole ritorno per i bellunesi, che lasciano intravedere di avere diverse carte da giocarsi, sarà il tempo a dirci se vincenti o meno. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album  https://campomagneticoband.bandcamp.com/album/quali-kiwi 

sabato 28 settembre 2019

FINISTER, Please, take your time (2018)


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Avevamo lasciato i Finister nel 2015 con l’ottimo Suburbs of mind, disco che aveva permesso loro di suonare in Inghilterra, Germania, Francia, Olanda, Belgio e Serbia, condividendo il palco anche con artisti di fama internazionale come The Kooks e Prodigy. La line up formata da Elia Rinaldi (voce, chitarra, synth), Orlando Cialli (synth, piano e sax), Leonardo Brambilla (basso) e Lorenzo Burgio (batteria) è ormai ampiamente collaudata e la collaborazione con un producer come Hovie B ha permesso loro di firmare con Please, take your time un come back notturno, intimo, in cui la forma canzone è ritagliata su dettagli di suono, trasformandosi in qualcosa di nuovo per il quartetto, meno impetuoso rispetto all’esordio ma più raffinato e colto. Lighter è l’inizio che spiazza, elettrorock affascinante e lontano dall’irruenza di qualche anno fa, prima della darkeggiante vena di A free bug e di I know that I can be with you, in cui calde note di sax dipingono uno scenario suadente e con punte di malinconia. Pan tribal è il primo momento in cui ricompare lo spirito impulsivo del debut, mentre frangenti psych animano My deepest faces. Vapor è la ballata di turno, evocativa e davvero godibile, I can see you deve di nuovo molto al bel solo di sax di Cialli, che ben si adagia su una struttura tenue ma ricercata. Inquieta elettronica vibra in Skyscrapers, momento conclusivo di un lavoro stimolante, che non fa altro che confermare la crescita della band e la bontà del rooster della Red Cat. (Luigi Cattaneo)

Lighter (Official Video)



venerdì 27 settembre 2019

SPARKLE IN GREY, Milano (2018)


Uscito nel 2018, Milano è l’ultimo disco in studio degli Sparkle in grey, band attiva da due decenni e formata da Franz Krostopovic (viola, violino, pianoforte), Cristiano Lupo (sax, basso, drum machine, pianoforte, batteria), Matteo Uggeri (tastiere, elettronica) e Alberto Carozzi (basso, chitarra). Come da tradizione, in ogni pezzo, i musicisti della formazione si alternano ai vari strumenti, con il contributo di qualche ospite esterno, che movimenta ulteriormente una proposta che è sempre stata ricca di idee, ambientazioni differenti, ricerca sonora, in un climax narrativo raccontato attraverso oscillazioni post, umori wave e fibrillazioni psichedeliche. Chi conosce la band sa che gli sviluppi insoliti dei loro lavori sono l’ideale congiunzione tra melodie seducenti, approccio free e omaggi a brani altrui, stravolti di volta in volta attraverso chiavi di lettura fresche e personali. Quindi troviamo l’iniziale estro di Milan Subhuman ispirato ai leggendari Throbbing Gristle, lo spoken surreale di Parlare col liquido al genio di Enzo Jannacci, ma anche gli And Also the Trees ricordati nell’ottima Tremendous risk for Mr. Formigo e il Roberto Vecchioni dell’immortale Luci a San Siro. Non sono da meno Mevlano, in cui troviamo Reem Soliman alla voce e le due parti di FHS, dove invece abbiamo Simone Riva alla batteria e Pierre Baudry ai synth. Scrittura colta e divagazioni libere da vincoli si intersecano, generando l’ennesima opera che meriterebbe davvero molto di più in termini di conoscenza da parte del pubblico e degli addetti ai lavori, perché i milanesi continuano ad essere dopo vent’anni un gruppo di assoluta nicchia. Per ulteriori informazioni e per sostenere il progetto potete visitare il sito http://www.sparkleingrey.com o la pagina https://sparkleingrey.bandcamp.com . (Luigi Cattaneo)

lunedì 23 settembre 2019

PROTEAN CIRCUS, Rhymes in the voice of river (2019)


Nati solamente tre anni fa, i Protean Circus sono un sestetto formato da Daniele Imperioli (voce), Marco Cutini e Lorenzo Zanelli (chitarre), Andrea Piacentini (tastiere), Simone Todini (basso) e Luca Cutini (batteria), dedito ad un progressive rock che non disdegna incursioni nel metal. Rhymes in the voice of river mi ha sorpreso per la qualità complessiva della proposta, soprattutto se si pensa che la band è di nuova formazione, un concept davvero suggestivo e ispirato. L’iniziale Ancient rhymes è già un biglietto da visita altamente progressivo, atmosferica e classica nel suo strutturarsi, omaggio diretto ma non pedissequo ad un genere oramai storicizzato nei decenni. The vision continua sulla stessa lunghezza d’onda, mettendo in luce un songwriting attento e incisivo, prima di Whisper e Wild waves, pezzi caldi, delicati ma anche capaci di avere impatto e linee melodiche efficaci, caratteristiche guida del sound stratificato del gruppo. Deception is revealed sposta il tiro su un metal prog di grande qualità, Imprisoned calca la mano invece sul pathos, elemento emozionale che la band maneggia con una certa padronanza, mentre Alone torna a parlare un linguaggio più consono all’hard. Ci avviciniamo al finale, dapprima con la delicata The land of fortress e poi con la dinamica The end of the king e la conclusiva perla A mild immortal nymph of river, oltre 12 minuti che sono la quintessenza del background del gruppo, tra distorsioni rock, arrangiamenti soavi e soli pregevolissimi. Da segnalare inoltre un booklet molto curato e professionale, corollario di un lavoro che pone il gruppo vicino ai validi esordi di Overture e La Stazione delle Frequenze, compagini meritevoli di avere uno spazio maggiore nel panorama underground di casa nostra. (Luigi Cattaneo)

A mild immortal nymph of river (Video)  



venerdì 20 settembre 2019

A VIOLET PINE, Again (2019)




Tornano gli A Violet Pine, a distanza di ben quattro anni da Turtles e con una line up rinnovata, che vede oltre a Giuseppe Procida (voce e chitarra) e Paolo Ormas (batterista degli ottimi Rainbow Bridge) il nuovo arrivo Francesco Bizzoca (basso). Again oscilla tra sonorità post e umori stoner, una sorta di crossover tra le visioni dark di The Jesus and Mary Chain e The Cure, il grunge ruvido dei Melvins e The Jesus Lizard e lo stoner degli Earth, una miscela fatta di impatto e sospensioni malinconiche. L’album unisce quindi forza e melodia per tutta la sua durata, un saliscendi tra fraseggi oscuri e passaggi aggressivi, caratteristica di pezzi fragorosi come Interstellar love e Run dog run. La greve title track e il grunge muscolare di When boys steal candies mostrano una band capace di spostare il tiro a proprio piacimento, mentre Black lips e Monster si spostano sul versante di un post rock venato di wave. La conclusiva Zoo è uno strumentale drammatico, che chiude una mezz’ora davvero ispirata e interessante. (Luigi Cattaneo)

Again (Full Album)



mercoledì 18 settembre 2019

ROPSTEN, Eerie (2018)


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Nati ben dieci anni fa a Treviso, i Ropsten si fecero da subito conoscere per un ep, And I fall asleep on a chair, downstairs in the corner, che l’etichetta canadese Dwyer Records stampò in cassetta a tiratura limitata. Dopo un altro ep, Fault, del 2014 e concerti in compagnia di Tides from Nebula, Winter Dust e God is an Astronaut, il quartetto formato da Simone Puppato (chitarra e tastiere), Claudio Torresan (chitarra e tastiere), Leonardo Facchin (basso e tastiere) e Enrico Basso (batteria), arriva l’anno scorso con Eerie al primo full lenght, disco davvero interessante ed edito dalla nostrana Seahorse. L’album è un concentrato strumentale di post, elettronica, psichedelia e kraut, in cui possiamo ritrovare Cluster, Godspeed You Black Emperor!, Explosion in the Sky e Joy Division, band i cui suoni hanno influenzato le composizioni senza però far mancare una certa personalità alle strutture (Y.L.L.A., Grandma’s Computer Games). L’inquietudine emerge dai solchi di Globophobia, colonna sonora dei tempi odierni, mentre meno amara è la seguente Batesville, un passaggio scorrevole che conduce all’inno Kraut parade, il cui titolo è già una chiara indicazione di cosa hanno in mente i Ropsten. Ci avviciniamo alla conclusione dapprima con la penetrante Brain milkshake e infine con la psichedelia acida di 180 mmHg, epitaffio di un disco fluido e dinamico per tutta la sua durata. (Luigi Cattaneo)



sabato 14 settembre 2019

HOLY SHIRE, The legendary shepherds of the forest (2019)


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Fondati nel 2009 da Massimo Pianta, batterista innamorato del metal sinfonico ed epico di matrice fantasy, gli Holy Shire pubblicarono nel 2014 Midgard, disco con cui si fecero conoscere nell’ambiente underground italiano attraverso positive recensioni e una discreta attività live. Nel nuovo e più maturo The legendary shepherds of the forest la line up si completa con Erika Ferraris alla voce, Chiara Brusa al flauto, Andrea Faccini e Frank Campese alle chitarre e Piero Chiefa al basso. Dopo una breve introduzione è Tarots ad aprire l’album, con l’ospite Francesca Chi alla voce, per un pezzo che conduce con forza nel mondo fatato dei milanesi, tra parti operistiche, teatrali e drammatiche. Ottima Danse macabre, che vede la presenza alla voce di Masha Mysmane (degli Exilia) e Simona Aileen Pala (che ritroveremo spesso nel corso dell’opera), contributi essenziali che caratterizzano questa traccia a base di folk ed heavy. Stessa matrice anche per la title track, altro ragguardevole esempio della tavolozza espressiva in possesso del sestetto, mentre la brava Lisy Stefanoni (Shadygrove, Evenoire) caratterizza con la sua ugola Princess Aries. A metà album troviamo Ludwig, raffinata ed elegante, soprattutto nell’intreccio tra le voci e per un uso del flauto piuttosto efficace, prima dell’epicheggiante At the mountains of madness e della più aggressiva The gathering. Inferno accentua il lato dark della proposta (dove ritroviamo Francesca Chi), Ophelia (con la Stefanoni) è invece maggiormente carica di malinconia, con la conclusiva The lake a suggellare un lavoro dove troviamo Federico Maffei dei Folkstone alle tastiere in buona parte dei pezzi (si è occupato anche degli arrangiamenti orchestrali), un’influenza non da poco, come quelle dei Furor Gallico e degli Elvenking, band che echeggiano qua e là tra le pieghe di un come back suggestivo e sicuramente affascinante. (Luigi Cattaneo)

The legendary shepherds of the forest (Video)



GOOD MOANING, The Roost (2019)


A tre anni di distanza dall’ep Hello, parasites, tornano i Good Moaning (Edoardo Partipilo alla chitarra e alla voce, Lorenzo Gentile alla chitarra, Marco Menchise al basso e Davide Fumai alla batteria e alle tastiere), con un full lenght che prosegue quel discorso a base di alternative rock, folk e psichedelia. The roost vive di parti dilatate che si inseriscono all’interno di una forma canzone spesso sussurata, lieve, capace però di spiccare il volo con fraseggi più rock. Tra passaggi di matrice americana, atmosfere oniriche ed esplosioni corali, tipiche ma di effetto, i pugliesi firmano un lavoro che non disdegna incursioni nel dream pop, quello sognante e malinconico di Slow dive o Still corners. Il quartetto ha dalla sua una già discreta esperienza, che si traduce in brani fatti di anima, di sogni, di amarezze, elementi che riecheggiano con trasporto nella title track, in Curtain o in Scarecrow, brani ambivalenti che sono il tratto distintivo di una band in crescita e con ampi margini di crescita. (Luigi Cattaneo)

Suitcase (Video)



venerdì 13 settembre 2019

ifsounds, An Gorta Mor (2018)


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Avevamo parlato degli ifsounds per il precedente Reset, disco che ci aveva particolarmente colpito per quel suo girovagare tra i generi, partendo da una base psichedelica trait d’union tra le influenze. Il nuovo An Gorta Mor presenta una band rodata e consapevole (Runal alla voce, Fabio De Libertis al basso, Dario Lastella alla chitarra, alle tastiere e ai synth, Lino Mesina alla batteria e Claudio Lapenna alle tastiere e al piano), impegnata in un concept sulla fuga, nel caso specifico dalla fame e dalla paura, con la voglia di riscatto di un popolo, quello irlandese, che a metà 800 fuggiva dalla grande carestia, episodio storico poco conosciuto che il quintetto ha deciso di raccontare in un lavoro sofisticato ma sempre molto godibile. La psichedelia settantiana c’è sempre, corredata da atmosfere che rimandano alla stagione d’oro del progressive ma anche all’impeto del garage anni ’60, antitesi tra generi che trova forma nelle idee concettuali di una band che ha forse raggiunto la piena maturità. È difatti Mediterranean floor, con le sue spigolosità, ad aprire l’album, tra passaggi rock e delicati momenti, marchio di fabbrica della band molisana. Techno Guru mostra il lato “sperimentale” del gruppo, che poi piazza con Violet la ballata malinconica di turno, peraltro ben riuscita. Le tastiere e i synth di Lino Giugliano colorano Reptilarium, ospite che ritroviamo anche nella conclusiva suite, nonché title track del disco, insieme a Matteo Colombo (violino), Vincenzo Cervelli (voce), Alessandra Santovito (voce), Francesco Forgione (bhodràn) e Marco Grossi (voce), tutti validissimi nel dare il proprio contributo nel brano più rappresentativo dell’opera, a cavallo tra folk, prog, psichedelia, hard e irish sound. (Luigi Cattaneo)

An Gorta Mor (Full album)



sabato 7 settembre 2019

IKE, Construction site (2019)


Construction site è l’esordio multietnico di Ike, progetto di Isaac De Martin registrato con ben 16 musicisti di sette paesi differenti, uno sguardo curioso e trasversale, multiforme, che coniuga indie, elettronica e pop senza porsi limiti di sorta. Un cantiere aperto dunque, contaminato, sintesi degli umori altalenanti di Isaac, che si riflettono sin da Flughafen love, lieve e brillante esempio del mood Ike, gestito con sapienza dal particolare timbro dell’eccentrica Karla Stereochemistry. Auburn june è lo strumentale che segue, tra ritmiche elettroniche e parti fiatistiche, mentre Karla segna anche il passaggio di Plastikspoon, elegante sviluppo di un sound sempre molto corale. Das birke è un altro strumentale e mette in luce anche la bravura dei musicisti coinvolti, abbinata ad una scrittura davvero rifinita, un trip intrigante che risulta tra le cose migliori del lavoro. A ballad to Ms. Forest è invece cantata da Mabbasta Voodoo, col risultato di spostare il tiro verso il folk, prima di Balchik Garten, che per intensità non sfigurerebbe nel catalogo 4AD, e la sottile vena malinconica della sognante Seeds ‘n flowers. Alice Vivian è l’anima soul di Mother don’t cry, che poi muta nella dance finale di The journey into the welcome, chiusura di un disco che, pur con qualche calo creativo, risulta essere interessante e figlio del contemporaneo. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare l'intero album

lunedì 2 settembre 2019

CONCERTI DEL MESE, Settembre 2019

Lunedì 2
·Banco del Mutuo Soccorso a Verona

Martedì 3
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Mercoledì 4
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Giovedì 5
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)

Venerdi 6
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Sabato 7
·In Progress... One Festival a Sestu (CA)
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)
·Napoli Centrale a Serrara Fontana (NA)

Domenica 8
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)

Lunedì 9
·Soen a Milano

Venerdì 13
·Balletto di Bronzo a Roma
·Il Segno del Comando + Secret Tales a Milano


Sabato 14
·Napoli Centrale ad Altamura (BA)
·PFM ad Atripalda (AV)
·The Forty Days a Piombino (LI)


Giovedì 19
·Macchina Pneumatica a Milano

Sabato 21

·Holy Shire al Legend di Milano
·The Cage a Lugagnano (VR)
·Ray Wilson & Notturno Concertante a Roma
·Massimo Giuntoli a Villasanta (MB)
·Napoli Centrale ad Avellino
·Juri Camisasca a Milano

Domenica 22
·OAK a Nepi (VT)

Mercoledì 25
·Progressivamente Free Festival a Roma

Giovedì 26
·Progressivamente Free Festival a Roma

Venerdì 27
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Napoli Centrale a S. Angelo d'Ischia(NA)
·Lingalad a Bergamo

Sabato 28
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Get'em Out! a Trofarello (TO)
·PFM a Sondrio
·Vak + Universal Totem Orchestra a Milano
·OAK a Roma

Domenica 29
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Real Dream a Grosseto

domenica 1 settembre 2019

HOLLOWSCENE, Hollowscene (2018)


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Avevamo parlato degli Hollowscene quando ancora si chiamavano Banaau (band nata ad inizio anni ’90 come duo, Andrea Massimo alla chitarra e alla voce e Lino Cicala alle tastiere), in occasione di The burial, interessante ep del 2016. La firma con la storica Black Widow Records e una line up definitiva che vede, oltre Massimo e Cicala, Walter Kesten (chitarra e voce), Demetra Fogazza (flauto e voce), Andrea Zani (tastiere e voce), Tony Alemanno (basso e voce) e Matteo Paparazzo (batteria e voce), ha portato a questo debutto omonimo davvero di buonissima fattura. La prova corale, d’insieme, è alla base della sontuosa suite Broken coriolanus, divisa in cinque frangenti per poco più di 40 minuti sinfonici, ispirati ai Genesis e al progressive inglese ma anche ad un certo dark prog d’annata, trademark che va a creare qualcosa di estremamente affascinante e misterioso. Il primo step è la genesisiana Welcome to Rome, dove da subito troviamo una tavolozza di sfumature ben congegnate e qualche rimando ai mai troppo decantati Nektar, band che attraversò i settanta sfornando parecchi album da riscoprire. A brave fellow accentua il lato progressivo della proposta, tra tempi dispari, soluzioni elettriche e soavi melodie lontane nel tempo. Traitor continua a parlare il linguaggio del prog inglese, con sprazzi sinfonici e cambi di tempo improvvisi, mentre Slippery turns (atsumori) presenta un singolare recitato in giapponese ad opera di Takehiro Ueki, che risulta uno stimolante espediente per la funzionalità del pezzo. La suite si chiude con il grandeur, malinconico e maestoso, di Rage & Sorrow, tredici minuti in cui i milanesi decantano e sintetizzano decenni di ascolti progressivi, interiorizzati e dipanati con passione e soprattutto pathos. Ci sono altri due brani, The worm, che arriva direttamente dagli anni ’90 e che già mostrava la direzione stilistica futura e The moon is down, cover dei Gentle Giant e bel finale di un lavoro prezioso, da gustare e approfondire per cogliere appieno anche i tanti sviluppi testuali presenti in esso. (Luigi Cattaneo)

Welcome to Rome (Video)


STAMINA, Live in the city of power (2019)



Dopo quattro album in studio arriva anche per gli Stamina la possibilità di pubblicare un disco dal vivo, Live in the city of power, cd + dvd registrato in Polonia ed edito dalla Rock Company, intriso di quel power prog che richiama nomi fondamentali come Symphony x, Angra, Royal Hunt e in parte gruppi nostrani come Vision Divine e Derdian. La partenza è affidata a Why?, scolpita da una discreta carica power, su cui si nota il bell’intreccio tra la sezione ritmica formata da Carmine Vivo (basso) e Federico Cozza (batteria) e le tastiere di Giovanni Sellitto, tipiche del genere ma molto azzeccate. Must be blind tiene alto il rodaggio elettrico, con l’ottima prova di Luca Sellitto (chitarra), mentre è Alessandro Granato (voce) a spadroneggiare in Higher. Il power prog tinge anche la riuscita verve di Love was never meant to be, prima della maestosa carica di One in a million e di Perseverance, più vicina al progressive. Holding on convince per il bel duello tra i due Sellitto, Breaking another string è tra i brani migliori del lavoro, tra prog metal e gustosi sinfonismi. Il finale è ad appannaggio di Eyes of the warrior, ben riuscita e giusto finale di un live che può essere senz’altro un bel biglietto da visita per iniziare ad apprezzare questa meritevole band. (Luigi Cattaneo)

Breaking another string (Video)