domenica 30 ottobre 2022

NONNON, L'inganno di un mondo ideale (2019)

 

Uscito nel 2019, L’inganno di un mondo ideale segnava l’esordio dei Nonnon (in Invito a una decapitazione di Nabokov i nonnon sono piccole pietre, corpi orrendi che riflessi in giusti specchi mostrano bellezza e felicità), band formata da Domenico Peluchetti (voce, chitarra), Luigi Viani (voce, pianoforte, tastiera, fender rhodes), Dario Gubbiotti (tastiera, synth, fender rhodes), Paolo Ghirardelli (chitarra, basso), Alec Gardini (basso) e Roberto Pittet (batteria, percussioni, ukulele). Attivi dal 2006, i bresciani si presentano con un lavoro intriso di folk cantautorale, un piccolo gioiellino della scena indipendente italiana, che al netto del menefreghismo generale, riesce a sfornare lavori brillanti e meritevoli di una certa attenzione. Le storie narrate dal gruppo sanno emozionare anche attraverso un’attenzione testuale non indifferente, che sembra guardare alla scuola dei grandi cantautori italiani, racconti per immagini suggestive ed evocative, merito pure di arrangiamenti raffinati ed estremamente curati. Le melodie struggenti di Nina, il crudo realismo folk di Abdouka e il crescendo di Le buone maniere sono solo alcuni degli episodi di un disco ispirato e di grande valore artistico e sociale. (Luigi Cattaneo)

Nina (Official Video)



mercoledì 26 ottobre 2022

JANUS, Al maestrale (1978)

 

Caso raro di band nata all’interno dei movimenti politici di destra, gli Janus di Mario Ladich (oltre al batterista non si conoscono i nomi dei musicisti che hanno partecipato alla registrazione di Al maestrale) soffrirono parecchio per emergere nel panorama progressivo dei ’70, cosa che effettivamente non fecero mai, salvo poi essere riscoperti decenni dopo con la rivalutazione di quel periodo storico. Materia per completisti insomma, o per curiosi che vogliono capire se la colpa fu tutta dei giovani della sinistra italiana, che organizzavano festival e concerti, o se la qualità complessiva degli Janus era pochina. 



Noi come Janus eravamo un gruppo progressive rock, sia per i testi, sia per le musiche, sia per le grafiche. Unico nostro difetto, che ci portò a una completa emarginazione, era quello di essere chiaramente orientati politicamente a destra. Praticamente non c’era differenza d’ascolto tra noi e qualche altro gruppo non etichettato o etichettato a sinistra, ma la nostra appartenenza a una determinata area politica ci portò ad essere completamente emarginati nel mercato italiano, mentre invece in Giappone il disco uscì normalmente nei negozi (Fonte Mario Ladich a Eventi Pop. Anni ’70: quelli della contestazione. Rai 2 maggio 2004. Rock Map di Riccardo Storti, Aereostella 2009). 

An Adro è la gradevole introduzione di folk celtico giocata sull’interplay tra piano e flauto, mentre Al maestrale mostra una spinta più hard, dominata dal ruolo della chitarra, seppure permangono parti di flauto a sostegno di una voce a dir poco aspra e mai del tutto convincente. Trotto è una breve traccia strumentale per flauto e percussioni, che confluisce in Il ritorno del cavaliere nero, distorta e greve, prima di Il fuoco e la spada, che posta a metà del disco mostra l’intenzione di Ladich di confrontarsi anche con qualcosa di maggiormente strutturato, seppure il risultato non è eccelso. La brevissima Neapolis anticipa Manifestazione non autorizzata, che si muove sul confine con il punk, e King of the fairies, un piacevole strumentale che nelle intenzioni compositive cerca di avvicinarsi a band enormi come Balletto di Bronzo e Biglietto per l’inferno. Tempo di vittoria è l’inno che chiude il lavoro, purtroppo inficiato da una registrazione davvero poco professionale, aspetto che emerge sovente tra le trame del disco. In conclusione si può affermare che l’idea di fondere hard, progressive e folk nel 1978 era già prassi e gli Janus non emersero da quella scena probabilmente anche per questo (e non solo per motivi ideologici, che a dirla tutta sembrano decisamente meno significativi di quanto affermi Ladich). L’essere arrivati in ritardo rispetto alla grande esplosione del genere non diede la notorietà pure ad altre realtà dell’epoca, basti pensare alla Locande delle Fate e al loro bellissimo e decisamente più meritevole Forse le lucciole non si amano più del 1977. 



La prima stampa dell’album, uscita in mille copie, è praticamente introvabile, anche perché buona parte bruciarono nell’incendio di una libreria dove si trovavano, e negli anni è stato ristampato alcune volte su formati diversi (Mc, Cd, Lp), di cui l’ultima in vinile nel 2012 da Extremocidente e Rupe Tarpea. Quest’ultima ha addirittura pubblicato un tributo agli Janus (comprensivo di due inediti del 1981) e un ep 33 giri, Lo nero metallo nostro, che presenta tre brani suonati live al Campo Hobbit del 1977 (manifestazioni del MSI di cui si tennero 4 edizioni tra il 77 e il 1981). (Luigi Cattaneo)



MEMENTO WALTZ, Antithesis of time (2010)

 

Ci sono e ci sono state realtà italiane che hanno raccolto molto meno di quanto effettivamente meritassero, e i Memento Waltz sono una di queste. Tendenzialmente le recensioni che appaiono sul blog guardano all’attualità ma sporadicamente lo sguardo volge al passato, recente o remoto che sia, per riscoprire album o rivalutare band dimenticate negli anni. Ci ha pensato la Jolly Roger Records nel 2015 a presentare ad un pubblico un po' più ampio i sardi, andando a ristampare Antithesis of time del 2010 e Division by Zero del 2013. Il gruppo formato da Gabriele Maciocco (batteria), Marco Piu (voce), Livio Poier (chitarra) e Giuseppe Deiana (basso), esordì ufficialmente con un ep, Overcoming del 2004, per poi pubblicare questo Antithesis of time, che diede loro l’opportunità di suonare con Symphony X, Redemption e Mekong Delta al Prog Power Europe del 2011. Progressive, psichedelia, variazioni jazz, metal, il tutto combinato in un misterioso calderone dai toni oscuri, dove incontriamo gli Abstrakt Algebra di Leif Edling, gli Spiral Architect e i mai troppo tributati Watchtower, fondamentali per lo sviluppo del genere (il loro primo disco, Energetic disassembly, è del lontano 1985). La classe del quartetto non è legata solo al virtuosismo, quanto alla capacità di creare strutture intricate e affascinanti, un susseguirsi di immagini che si solidificano attraverso tempi dispari, pause e sospensioni. Una band di cui si sono perse le tracce ma che avrebbe dovuto conquistare davvero maggiori riconoscimenti. (Luigi Cattaneo)

Through the spiral rise (Video)



sabato 22 ottobre 2022

MARK YSAYE, Back to Avalon (2021)

 

Mark Ysaye è il primo artista internazionale a firmare con la nostrana Vrec, label da sempre attentissima a quanto succede sul territorio nazionale, ed è una novità non banale, vista la caratura del personaggio, membro degli storici Machiavel, prog band del Belgio il cui esordio risale al 1976. Back to Avalon si allontana dalle sonorità del gruppo madre e guarda al folk e al rock classico, senza dimenticare genuine reminiscenze bluesy, ben amalgamate da una formazione completata da Marcus Weymare (Alain Pire Experience, Fish on Friday) alla batteria, Christophe Pons alla chitarra (anche lui nei Machiavel) e Loris Tils al basso. La voce di Mark si erge a protagonista di un lavoro dinamico e suggestivo, che passa dalla trascinante What I deserve alla cover degli Eagles di Bitter creek, per poi toccare vette di eleganza in Sing for everything e Back to Avalon, impreziosite dal piano di Hervè Borbè. Completa l’album un episodio che risale al 1982, Song for A, uno strumentale in linea con i gusti e i suoni del periodo. (Luigi Cattaneo)

Back to Avalon (Video)



venerdì 21 ottobre 2022

SIYLIT, Disinformation paradox (2021)

Secondo full per i Siylit (al suo interno membri di Arthemis e di Sickbed, due ottime realtà del nostro underground), che firmano con questo Disinformation Paradox (uscito nel 2021 per Volcano Records) un disco che unisce thrash, crossover e core, tra Machine Head, Sepultura, Pantera e Korn. Un calderone potente e ricco di groove, arricchito da un suono praticamente perfetto, molto curato e professionale, figlio anche del lavoro svolto ai Rogue Studios di Londra. L’impianto generale è assolutamente intrigante, con i riff serrati dei chitarristi Matteo Ballottari e Andrea Franzoni e le ritmiche solide del duo formato da Matteo Galbier al basso e Paolo Perazzani alla batteria, che sostengono la prova di Christian Ambrosi, vocalist capace di passare da momenti di furia ad altri maggiormente ponderati. L’alternanza di fraseggi brutali e oscuri, con altri decisamente melodici, risulta efficace, elementi che si snodano in brani cardine dell’album come Who’s to blame, Hold back time, Right here, right now e la title track, che trattano anche temi tutt’altro che banali. Disinformation paradox conferma la capacità dei veneti di costruire trame convincenti e di tenere alta la tensione per tutto il disco, cosa non da poco visto il genere proposto. (Luigi Cattaneo)

Prophets of hate (Video)



sabato 15 ottobre 2022

NOISE IN MYSELF, Noise in Myself (2022)

 

È sempre piacevole imbattersi in un gruppo giovane e pieno di passione, in questo caso addirittura giovanissimo (diversi membri sono minorenni!) come gli italo-svizzeri Noise in Myself, quintetto formato da Martina Pedrotti (voce e flauto traverso), Enea Maina (chitarra), Leon Sürder (chitarra), Gabriele Palmeri (basso) e Damiano Palmeri (batteria). Hard & Heavy, progressive e alternative rock si intersecano lodevolmente, con uno sguardo a nomi storici come Iron Maiden, Tool ed Alice in Chains, in un insieme d’intenti magari non sempre a fuoco ma decisamente curioso. La band dimostra già di avere idee strutturate e di sostenere con forza la Pedrotti, che cattura con il suo timbro particolare e la contrapposizione tra parlato e cantato, che finisce per acuire il senso di straniamento dei brani più oscuri. Si sviluppano così le atmosfere grevi ed essenzialmente grungy di Spirit of my hand, il crossover di Rise to the occasion dipinge invece un’inquietudine di fondo palpabile, mentre epica e dark è The crying of humanity. Debutto assolutamente interessante e gruppo da tenere d’occhio con attenzione. (Luigi Cattaneo)

Rise to the occasion (Video)



giovedì 13 ottobre 2022

GARY HUSBAND & MARKUS REUTER, Music of our times (2020)

 

Uscito nel 2020, Music of our times, è un lavoro del duo formato da Gary Husband (pianoforte) e Markus Reuter (Live eletronics e Touch guitars), due tra i musicisti più curiosi ed eclettici degli ultimi anni, spesso sostenuti dalla Moonjune Records, etichetta che chi segue il blog sa essere foriera di novità e intraprendenza. Avanguardia e improvvisazione vanno a braccetto e danno vita ad uno sperimentale viaggio ambient, affascinante e fitto di intuizioni, a tratti notevolissimo (Illuminated heart e Across the Azure Blue su tutte), spesso ricco di struggente creatività (Music of our times) e lontanissimo da qualunque forma di music business. Ideato da Leonardo Pavkovic (factotum dell’etichetta) a causa di un tour asiatico rimandato (causa covid) dei due musicisti con gli Stick Men di Tony Levin, l’album venne registrato a Tokyo in piena libertà, un fluire di idee a loro modo uniche, con Reuter perfetto nell’appoggiare con classe e garbo le note eleganti del Fazioli di Husband (Colour of sorrow ne è esempio lampante). L’interplay che emerge è lungimirante, un risultato persino più roseo di quanto ci si potesse attendere viste le premesse, un piccolo gioiello, etereo e delicato, ennesimo disco di valore di interpreti che sono garanzia di qualità e spessore. (Luigi Cattaneo)

Across the Azure Blue (Video)


 

mercoledì 12 ottobre 2022

rOMA, 1982 (2021)

 


Attivo da circa vent’anni, Vincenzo Romano, in arte rOMA (voce e chitarra), ha esordito nel 2017 con Solo posti in piedi in paradiso, un album che mostrava il carattere del progetto, intriso di alternative e indie. Non cambiano le coordinate con questo 1982, dove la musica di Romano guarda ai Rossofuoco di Giorgio Canali, ad alcune soluzioni in odore di Marta sui Tubi e al rock cantautorale di Omar Pedrini, influenze che emergono nei 30 minuti scarsi del disco, tirato e viscerale per quasi tutta la sua durata, con derive punk wave tutt’altro che disprezzabili. La formazione in trio (completata da Nicola Toro alla batteria e Damiano Corrado al basso) ha impresso strutture immediate ma solide, che si adagiano su testi interessanti e sentiti, una miscela che produce ottimi momenti come Spine, Zanzare o la melodica Splendere, tra i migliori episodi di un ritorno brillante e godibile. (Luigi Cattaneo).


domenica 9 ottobre 2022

ERNEST LO, Io so essere macchina (2021)

 

Uscito nel 2021, Io so essere macchina è il primo lavoro di Ernest Lo, pseudonimo di Remo Santilli, artista abruzzese che ha infarcito questo suo esordio di ironia e sarcasmo, elementi che gli sono serviti anche per analizzare la società contemporanea. Potremmo parlare di pop demenziale ma con spunti tutt’altro che farseschi, che si muove sì all’interno della forma canzone pur senza rimanerne schiacciato, con la capacità di guardare sia all’elettronica (il groove di Numeri e l’oscura Errore 404, che vede la partecipazione di Micromega), sia al folk (la sbilenca Talpe ubriache e la gradevole I gatti del borgo), senza dimenticare di essere bonariamente costruito per accattivare (Ssialaè ma anche la ruffiana Ti piace?). Un debutto piacevole, forse non ancora del tutto a fuoco in alcuni passaggi ma sicuramente curioso ed eclettico. (Luigi Cattaneo)

Errore 404 (Video)



martedì 4 ottobre 2022

NEX FERETRUM, Hymns to the black cathedral (2022)

 


Misteriosa e oscura formazione black metal italo-finlandese (con membri di Funeral Oration, Aegrus e … And Oceans) quella dei Nex Feretrum, che debutta senza compromessi con Hymns to the black cathedral, 30 minuti ferali e che non lasciano tregua all’ascoltatore. Un inno oscuro e impenetrabile, schizzato, forgiato dentro riff impazziti e ritmiche velocissime, estremo ma plasmato da attente parti malsanamente melodiche, che rendono l’atmosfera ancora più funesta. Impious bringer of plague, Triumphant light of Lucifer o The cursed soul of night sono episodi che non lasciano spazio all’interpretazione, e chi ha apprezzato in ambito italiano gli ultimi lavori di Stormcrow e XII Arcana non deve lasciarsi sfuggire questa piccola perla nera del nostro underground. (Luigi Cattaneo)

mercoledì 28 settembre 2022

LVTVM, Irrational Numbers (2022)

 

Fresco di stampa il nuovo lavoro targato LVTVM (fango in latino), un ep che segue Adam, disco di cui avevamo parlato ben 7 anni fa e che conferma l’attitudine post metal di un sound tanto pesante quanto oscuro e psichedelico, creato ancora da due bassi, quelli di Carlo Bellucci e Isacco Bellini, dalla solidissima batteria di Alessandro Marchionni e dai sinistri synth gestiti da Matteo Borselli. Irrational numbers è un album tirato e perennemente teso e dalle parole della band emergono tutte le difficoltà di gestire un gruppo in questi anni di pandemia e lockdown. La composizione di Irrational Numbers è stata complicata dalla pandemia e dalle oggettive difficoltà di poterci incontrare e suonare, ha reso la gestazione di questo disco particolarmente lunga e difficoltosa ma ci ha permesso di produrre un’opera meno viscerale ma maggiormente analitica e complessa rispetto al precedente Adam. 



Un percorso di crescita ma anche di continuità con il passato, seppure ci troviamo dinnanzi ad un ep di 25 minuti circa e non ad un full come ci si poteva aspettare dopo tutto questo tempo, che non è passato invano e ci ripresenta una formazione in evoluzione, che non si accontenta ma appare costantemente alla ricerca di mondi da esplorare. (Luigi Cattaneo)




lunedì 26 settembre 2022

THE LOYAL CHEATERS, Long run ... all dead (2022)

 

È sempre un piacere per me ascoltare band come i The Loyal Cheaters (Lena McFrison voce e chitarra, Max Colliva chitarra, Tommy Manni basso e Richie Raggini batteria), gruppo che si è formato solo due anni fa, ispirato da AC/DC, Hanoi Rocks, Cheap Trick (di cui coverizzano Surrender) e Slade, quindi un hard rock/glam energico, diretto e vitale, elementi che ritroviamo nel debutto Long run … all dead.  Il disco è ovviamente molto scorrevole, mostra il giusto vigore r’n’r abbinato a melodie azzeccate, quelle che si impongono in brani come No Saturday nites, Drama queen o Me myself and I, dove si palesano anche doti di scrittura innegabili. Esordio brillante e consigliato soprattutto a chi ancora cerca dal rock suoni veri e crudi, senza compromessi e sovrastrutture altisonanti. (Luigi Cattaneo)

Me myself and I (Video)



sabato 24 settembre 2022

THE ROOTWORKERS, Attack, Blues, Release (2022)

 

Nati nel 2019, i The Rootworkers (Enrico Palazzesi voce e chitarra, Lorenzo Cespi basso, Enrico Bordoni batteria e piano elettrico, Andrea Ballante chitarra) guardano al rock blues in maniera spontanea e diretta, e senza troppi fronzoli firmano un ep di debutto pieno di buone vibrazioni. Attack, Blues, Release è un concentrato di anni ’70, tra ritmiche swing e boogie, duelli di chitarra memorabili e un piano elettrico che si affaccia sinuoso tra le pieghe di un album che batte forte sin dall’iniziale Work all day, prima delle travolgenti Lonesome boy e To leave nobody. Nota a parte per Dirty ceiling, che ospita l’armonica di Enrico Ballante, per quello che è un brano vicino alla nostrana Treves Blues Band. Dopo aver incoronato ultimamente i lavori di Rainbow Bridge, Mountain’s Foot e Rusty Groove, è un piacere scoprire un’altra giovane realtà blues del panorama italiano, un sottobosco underground che fatica ad emergere ma che è vivo e in grande forma. (Luigi Cattaneo)

Dirty ceiling (Video)



giovedì 22 settembre 2022

CLOV, Every love story is a death story (2022)

 

Terzo disco per Piero Prudenzano e il suo progetto Clov, che con Every love story is a death story si cala all’interno di un concept sull’evoluzione dei sentimenti e il senso di perdita causato dalla fine di una relazione. Interamente registrato in casa, il disco si caratterizza per un evidente approccio lo-fi, con chitarre che sanno essere ora distorte, ora più pulite e synth che fanno da tappeto alle evoluzioni pop e folk di un racconto che diviene progressivamente claustrofobico e oscuro. La voce di Ramona Ruggeri apre The sound of our first meeting, momento idilliaco che prosegue con We have everything/nothing, che vede la presenza di Marianna Calabrese (voce) e di Luciano Pirulli (batteria). Un inizio corposo che prosegue con Cats (stavolta alla batteria c’è Jacopo Fiore) e Short story about love, ben interpretata ancora dalla Calabrese. Appare evidente come Prudenzano abbia scelto la via della collaborazione per creare un percorso dove l’unità dell’insieme finisce per fare la differenza, perché ogni ospite ha apportato un contributo significativo seppur sotto la guida di Piero, curioso generatore di suoni sin dall’esordio del 2009. Ne sono ulteriore esempio il sax di Chiara Archetti, che fa bella mostra in All through the house e i violini di Silvia Natali e Justin Viorel in Short story about dead, mentre The sound of our last meeting è il finale che celebra l’inevitabile dolore del distacco. (Luigi Cattaneo)

Short story about dead (Video)




mercoledì 21 settembre 2022

BOSCHIVO, Bardo dell'autodistruzione (2019)

 


Questo disco è la sublimazione di una vita intera, l’addio ad un passato pieno di ossessioni e tormenti, un addio senza rancore, anzi, colmo di gratitudine per le lezioni impartite. È un processo di purificazione alchemica, dalla notte buia dell’anima al suicidio rituale, dalla morte ad una rinascita luminosa sotto una nuova, grandissima consapevolezza. Ma prima di ogni altra cosa, questo disco è una coraggiosa presa di posizione sulla realtà, un totem eretto con fierezza tra le lapidi di un mondo che sta soffocando sotto i suoi stessi miasmi sepolcrali, esalati dalle illusioni dogmatiche della logica e della razionalità, un totem che reca una breve incisione: “La magia esiste”. E non in senso metaforico.

Con queste parole Boschivo presenta Bardo dell’autodistruzione, un lavoro uscito nel 2019 dal taglio sperimentale che si apre con Pozzoscuro, introduzione che rimarca l’atmosfera esoterica che permea l’intera opera. Le venature neofolk sono evidenti e si dipanano in quasi tutto il percorso, che si fa oscuro nella decadente La danza perversa delle falene e nella cupa Quando la morte verrà. Menzione a parte per la title track di 18 minuti, un viaggio drone e ritual che fonde buia psichedelia e ambient, epitaffio di un album arcano e tenebroso. (Luigi Cattaneo)

sabato 17 settembre 2022

GRUPPO AUTONOMO SUONATORI, Omnia Sunt Communia (2021)

 

Nati nel lontano 1997 da un’idea di Claudio Barone (voce, basso e mandolino), il Gruppo Autonomo Suonatori (G.A.S.) arriva solo ora ad esordire, tramite la storica Black Widow Records, con Omia Sunt Communia, album in cui, oltre al leader, troviamo Andrea Imparato (sax e flauto), Simone Galleni (chitarra e basso), Valter Bono (batteria), Thomas Cozzani (synth) e Andrea Foce (piano e flauto). L’inizio strumentale di Alice spring ci introduce in maniera elegante nel mondo sonoro e anche un po' nostalgico della band, che non disdegna trame jazz rock. Le due parti di La regina sono sviluppate attraverso strutture e atmosfere tipicamente settantiane, ricamate su un tessuto che abbina melodie aggraziate e cura per gli arrangiamenti, mentre le sezioni che vanno a formare Preludio creano un unico brano fortemente evocativo. Il sacco di Bisanzio e la suite Beatrice sono momenti ben costruiti, dove le parti strumentali sono sapientemente miscelate a tematiche storiche e letterarie, legate insieme con gusto e alchimia. La capacità di rifinire con estro e attenzione le suggestioni di cui è permeato Omnia sunt communia trovano libero sfogo nella strumentale Il richiamo della sirena e nella conclusiva title track, che suggella un esordio che ci riporta a band leggendarie come P.F.M., Le Orme, Museo Rosenbach e Osage Tribe. (Luigi Cattaneo)

Il sacco di Bisanzio (Video)



venerdì 16 settembre 2022

BEHIND THE SUN, Obsidian Rogues (2021)

 


A tratti sorprendente questo Obsidian Rogues dei Behind the Sun, oscuro duo tedesco formato da Robert Mallett (basso, gong, voce) e Nico Wèry (chitarre, tubular bells, synth, voce), che ha fatto dell’essenzialità il motore di un progetto che si muove solido tra psichedelia, dark, neo folk e ambient. A trance of orbs, colorata dalle tubular bells di Nico, apre il disco, una traccia introduttiva esemplificativa del lavoro, che poi si sviluppa ulteriormente con le seguenti Lost storms e Ruine, in cui compaiono anche suoni elettronici, adeguatamente adagiati su un tappeto acustico affascinante, creato dalle note di Mallett e dagli arpeggi di Wèry. L’assenza di sovrastrutture e di arrangiamenti complessi non frena la creatività dei tedeschi, che chiudono la prima parte del disco con l’aggraziato folk di Wrong turn. Delicatissima anche Outside the mirror, che sconta forse un’eccessiva prolissità, la strumentale The shadow of a day si sviluppa mite e con tenui fraseggi, blueseggiante è invece la lunga e interessante The morrow, unica traccia in cui compare la batteria (suonata da Wèary e da Thilo). La conclusiva Asylum vede il solo Nico destreggiarsi alla chitarra, finale suggestivo di un album oscuro ma con una flebile luce all’interno, proprio come quella fiammella che campeggia in bella mostra al centro dell’artwork. (Luigi Cattaneo)   


sabato 10 settembre 2022

RAINBOW BRIDGE, Live at La Cittadella degli artisti (2022)

 

Dopo una serie di dischi davvero ottimi ( https://therainbowbridge.bandcamp.com/music ), i Rainbow Bridge (Giuseppe JimiRay Piazzolla alla chitarra e alla voce, Fabio Chiarazzo al basso e Paolo Ormas alla batteria) festeggiano questi 16 anni di carriera pubblicando Live at La Cittadella degli artisti, un resoconto di una serata svoltasi a Molfetta il 29 gennaio 2022. Chi conosce la band sa cosa deve aspettarsi dal trio, un concentrato adrenalinico di rock blues, psichedelia e desert, che inneggia tanto ad Hendrix quanto a Rory Gallagher e Stevie Ray Vaughan, ancora più esplosivo nella dimensione dal vivo, che pare essere quella dove la band si trova maggiormente a suo agio. L’iniziale The storm is over ci catapulta nell’atmosfera settantiana della loro musica, prima della distorta Lama, che profuma dei Cream più aggressivi, e di Words, purissimo diamante rock blues. Echi dei mai abbastanza celebrati Taste fanno capolino in Marley, scoppiettante la versione di I’m just a man, mentre Dirty Sunday è la solita jam impazzita che celebra la stagione di fine ’60 con gusto e innata passione. No more I’ll be back è una colata lavica di 12 minuti, la conclusiva accoppiata Rainbow Bridge/Dusty, unite insieme in un vortice di desert rock, blues hendrixiano e hard, è l’ideale celebrazione finale di una serata memorabile di un gruppo che meriterebbe sicuramente riconoscimenti maggiori. (Luigi Cattaneo)

Full album



mercoledì 7 settembre 2022

SOUL LEAKAGE, Syzygy (2022)

 

Nati nel 2020 per volontà di Francesco Lenzi (chitarra e mandolino) e Davide Lucioli (synth e basso), i Soul Leakage si completano con l’arrivo di Jacopo Bucciantini (batteria e percussioni), ed è con questa formazione che arrivano ora a pubblicare per Radici Music Records Syzygy. La title track iniziale ci cala nel mondo intimo dei Soul Leakage, un avvio da soundtrack che tradisce velati rimandi space e che fa il paio con Mars blows, attimi di profondità mistica in cui perdersi e assaporare una musica che ha radici e connessioni recondite, quasi ancestrali. D’altronde non mancano riferimenti psych, che emergono pure nelle successive Soap bubble, breve e delicata, e Sunday demise, più strutturata e capace di unire ambient, jazz e prog. L’elemento psichedelico risalta l’ottima Noah’s dream, tra i pezzi più riusciti dell’album, e la lunga Buddha’s temple, 10 minuti spirituali e mistici, mentre Sweet angel ha una natura immaginifica e filmica. La conclusiva Disclosure non fa altro che sigillare un esordio pieno di grazia e idee. (Luigi Cattaneo)

Disclosure (Video)



domenica 4 settembre 2022

STERBUS, Let your garden sleep in (2021)

 

Sono lontani i tempi in cui Sterbus (alias Emanuele Sterbini), si divertiva a pubblicare dischi come Eva Anger e Smash the sun alight, schegge impazzite in cui l’autore metteva insieme le più disparate influenze, dall’alternative al prog, passando per il folk, la psichedelia e il grunge, infischiandosene bellamente di etichette e stereotipi. Dopo il ricco doppio del 2018, Real estate/Fake inverno, decisamente più proggy ma con tutte le caratteristiche crossover del progetto, ecco ora una nuova incarnazione di Sterbus, Let your garden sleep in, imbevuto di power pop, folk e indie rock, dove oltre ad Emanuele (voce, chitarra, basso e synth), troviamo nuovamente Dominique D’Avanzo (voce, clarinetto e flauto), coadiuvati da Riccardo Piergiovanni (piano, synth, organo e clavicembalo), Francesco Grammatico (violoncello, tromba, trombone e organo), Brenda Gagarina (shaker, tamburello, gong e campanaccio) e Pablo Tarli (batteria), a cui vanno aggiunti una serie di ospiti che hanno reso ricchissimo il prodotto. Difatti, le strutture sono mascherate per risultare più semplici rispetto al passato, con brani maggiormente pop ma che si dimostrano da subito molto rifiniti nell’arrangiamento e curati nel dettaglio. Ogni virgola è lì perché ci deve stare e i 40 minuti scarsi del lavoro non fanno altro che portare in dote l’esperienza accumulata negli anni da Sterbini, che continua il suo percorso libero da convenzioni e schemi precostruiti. (Luigi Cattaneo)

Murmurations (2021)