mercoledì 9 marzo 2022

IL BUCO DEL BACO, Sotto il segno della lampreda (2021)

 

Per gli amanti dei ’70 progressivi, la Lizard Records ci propone l’esordio di Il buco del baco, band formata da Carlo Mastrangeli (batteria e voce), Gianni De Scalzi (basso e voce), Fabrizio Nocenzi (pianoforte, moog e voce), Daniele Graziani (hammond, tastiere e voce), Gaetano Trionfanti (chitarra e voce) e Saverio Silvani (flauto e voce), che ha debuttato con Sotto il segno della lampreda nel 2021. Un concept ambientato nei fondali marini, una suite divisa in otto capitoli decisamente vintage, con testi ironici e citazioni musicali di un’epoca lontana che fanno del disco un tuffo nel passato, colorandolo di Banco del Mutuo Soccorso, New Trolls, Delirium, Battisti e Dalla. Già la biografia della band ci catapulta nelle intenzioni del sestetto ( … nel Novembre del settanta il complesso realizza il master per il suo album di debutto intitolato Della luce neanche l’ombra, purtroppo durante l’inizio del tour del 1971, che sarebbe dovuto partire da Puerto Rico e che li avrebbe portati certamente al successo data la proposta originale della loro musica, il piccolo aereo da turismo sul quale viaggiava il gruppo di musicisti scomparve misteriosamente attraversando il triangolo delle Bermuda facendo così perdere le sue tracce. Non si seppe nulla della band fino al 2016 quando una spedizione in Antartide trovò casualmente il velivolo con l’equipaggio imprigionato all’interno di un enorme iceberg, purtroppo il master dell’album andò perduto nella tragedia. I corpi ancora imprigionati nel ghiaccio, opportunamente trasportati in un apposito cargo refrigerato, furono portati in una base militare in New Mexico e lì tenuti in sospensione criogenica sino al 2017, anno in cui, grazie all’impegno ed ai potenti mezzi economici di un ricchissimo mecenate, tutti i membri della band, fino ad allora ibernati furono riportati in vita, tranne purtroppo il flautista Furio Silvani, detto “il baco” per il suo modo insolito di dormire avvolto tra le coperte, che, per un difetto della cella criogenica nella quale era conservato e che prese a sfiatare a causa di un micro foro sul cristallo protettivo, iniziò a decomporsi alcune settimane prima del risveglio intorno all’agosto di quell’anno … ), una sorta di dissacrante parodia psichedelica piena di episodi stralunati e imperfetti (Il disprezzo della sogliola o Dimmi, calamaro!), passaggi di italian prog (Un dedalo di corallo e Nel regno delle lamprede) e tocchi beat (Forse è lei). Lavoro che va analizzato senza prendersi troppo sul serio, proprio come fa la band, che ha voluto omaggiare ma anche smitizzare l’aurea seriosa della maggior parte dei gruppi prog, un’operazione non semplice e riuscita in parte, soprattutto perché le composizioni in definitiva non convincono mai del tutto. Rimane la curiosità di capire se e quale strada il gruppo ha intenzione di intraprendere in futuro. (Luigi Cattaneo)

Dimmi, calamaro! (Video)



sabato 5 marzo 2022

JOHN DALLAS, Love & Glory (2021)

 

Ha fatto passare ben sei anni John Dallas (ex After Life e Red Burn) per ritornare in scena, un periodo piuttosto lungo ma che non ha mutato l’energia del bolognese, che nel precedente Wild life riportava indietro nel tempo l’ascoltatore, ai fasti di Motley Crue e Aereosmith, senza dimenticare di citare l’hard rock di fine ’90 inizio anni 2000 di Buckcherry e Hardcore Superstar. Il cantante e chitarrista emiliano si presenta ora con Love & Glory, un album più maturo nella scrittura, fatto di brani che arrivano dritti come un proiettile, aggressivi ma pieni di melodie azzeccatissime, che permettono di godere appieno del bel lavoro svolto anche in fase di arrangiamento. Insieme a Dallas troviamo Tom Angeles alla chitarra, Black Sam Carbo al basso e Andy Palermo degli Speed Stroke alla batteria e alle tastiere, musicisti che conoscono perfettamente la materia hard ottantiana e lo sleaze rock più sanguigno e verace, e ne sono esempio lampante le esplosive Anymore e Drive me tonight o la ballata elettrica Glory. Per gli amanti di band come Bon Jovi e Backyard Babies Love & Glory è un ritorno davvero tutto da gustare e che conferma come la Burning Minds sia uno dei nomi di punta della discografia italiana quando si parla di certe sonorità. (Luigi Cattaneo)

Anymore (Video)



venerdì 4 marzo 2022

HEAVY DEMONS, Fedeli all’inferno – 20 anni di oscura devozione

 


Quale migliore occasione dei vent’anni di attività per parlare di una delle metal band più longeve dell’underground svizzero? D’accordo, il territorio non è dei più floridi quando si parla di rock, ma nei decenni alcune band sono riuscite ad emerge con prepotenza, vedi i seminali Celtic Frost o i sempreverdi Gotthard, così come non si possono non citare i Krokus, i Samael e i Coroner o i più recenti Dawn (recuperate Loneliness del 2007). Certo, gli Heavy Demons probabilmente non emergeranno mai dal sottobosco dove navigano con innata fierezza dal 2001, ma la forza, la passione e l’amore per la musica, che accompagna il quintetto dagli albori, non può lasciare indifferenti, soprattutto a chi, come noi, vive di scoperte, di band che trovano poco spazio altrove, in perenne direzione ostinata e contraria (il Faber mi perdonerà la citazione). La pubblicazione di un cofanetto celebrativo da parte del gruppo ha stuzzicato la mia voglia di parlare del percorso dei ticinesi, andando a riscoprire le varie tappe che hanno sedimentato una storia lunga e nascosta, poco raccontata e che spero possa permettere alla loro musica di interessare qualche metal kids o incuriosire vecchi appassionati come il sottoscritto. La ruota gira attorno alla figura del carismatico vocalist Jack Demon, che, scegliendo Heavy Demons come nome della monicker, omaggia sin da subito lo storico album dei Death SS, in un periodo, tra l’altro, dove Steve Sylvester si allontanava dal tipico sound per sposare lidi più industrial e gothic. Una scelta di pensiero e di intenti chiara, guardare alla fine degli ’80 inizio ’90 del genere, mettendo insieme non solo le influenze più classicamente heavy ma anche tutto ciò che ci conduce all’area estrema di act come Slayer, Metallica e Megadeth, un horror thrash nerissimo e cupo che trova voce dapprima nel demo Light of darkness (2003) e poi nell’ep Empty inside (2004), dove spicca la claustrofobica title track e la lunga Infernal faith, che non trascurano accenni più classicamente death metal (con Jack troviamo Sick alla batteria, Paride al basso, Kevin e Ste alla chitarra). 

I concerti non mancano e oltre a toccare la Svizzera e l’Italia portano Demon e compagni persino in Ungheria, ma ci vorranno ben sei anni per arrivare al primo full lenght, un’enormità di tempo per una band emergente, un percorso che porta alla creazione di Tenebra, un lavoro che andava a consolidare le intenzioni già ben espresse nel precedente ep, mostrando però una maggiore tecnica e un approccio anche più misurato alla composizione (da segnalare la nuova coppia di chitarre, formata da Piter e Russell). Ne sono esempio le bordate di heavy classico e thrash metal di Closer to die e Profanation, a cui fanno da contraltare le più immediate Welcome to my resurrection e Dark devotion, ma anche l’evocativa Lullaby of death, per un risultato complessivo davvero ottimo. 

Ma gli svizzeri, senza fretta alcuna, fanno fermentare le idee in vista di un secondo episodio, Twice, che vede la luce nel 2015, e che si presenta come un’opera più varia, dinamica sia nelle tracce decisamente tirate come Scream of the beast o Falling nimbus (in odore di Testament) che in quelle maggiormente strutturate, che trovano in Shenanigan e Master of the red way gli esempi perfetti di un sound sempre coeso e consistente, arrangiato con cura e attenzione, quella che la band ha posto anche nell’artwork, creato ad hoc da Seth Siro Anton (leader dei Septicflesh), che in carriera ha collaborato con Moonspell, Exodus e Soilwork. 

Nel maggio del 2021 la band fa risentire la sua voce con Codex Gigas, un singolo apripista per il nuovo lavoro, ispirato ad un manoscritto medievale carico di mistero e leggenda, la cosiddetta Bibbia del Diavolo. Arriviamo ai giorni nostri, quando per celebrare i 20 anni di attività gli Heavy Demons pubblicano 1212, uno speciale box a forma di bara e a tiratura limitata dentro il quale, oltre a una raccolta con i migliori brani di queste due decadi, il gruppo ha posto una serie di piccole chicche che possono rappresentare un gradito regalo per chi conosce già la formazione svizzera e una bella possibilità per chi invece deve ancora scoprirli! (Luigi Cattaneo)




giovedì 3 marzo 2022

HESPERIA, Roma Vol. II (2021)

 


Nuovo lavoro per la one man band Hesperia, progetto del maceratese Hesperus, polistrumentista che, dopo Caesar-Roma Vol.1 del 2017, torna con il secondo capitolo dedicato a sette secoli di guerre e battaglie, dalla fondazione di Roma alla nascita dell’Impero Romano, un settimo disco intriso di black metal e spunti decisamente progressive, cantato principalmente in latino con pronuncia romana antica e in parte minore in italiano. L’alone da soundtrack, nonché da Rock Opera, è sempre presente, sin dalle prime note di Lupa capitolina / ROMA 753 A.E.V., introduzione al disco che mostra già il minuzioso lavoro dell’artista, prima della progressiva Romanvm Regnvm e di Romana Italia, perfetta fusione di estremo e melodico, espressione di una maturità sviluppata da decenni di grande passione e di studio davvero ammirevole. Grandeur strumentale nella celtica Clades Gallica, che si sviluppa meticolosa tra sinfonico, pagan folk, black e prog, mentre Carthago si muove lungo sentieri ethno e la successiva Spartacvs ha un approccio più immediato e maggiormente accostabile al primo capitolo della saga. La sensazione che ci si trovi dinnanzi ad un disco meglio arrangiato, prodotto e composto del precedente trova conferma nella doppietta conclusiva formata da Trivmviratvs II e Romanvm Imperivm / Satvrnia Regna, episodi conclusivi di un notevole ritorno. (Luigi Cattaneo)



martedì 1 marzo 2022

BURNTFIELD, Impermanence (2021)

 

Secondo disco per i Burntfield, band poco conosciuta da queste parti ma con le carte in regola per incuriosire chi segue il blog, forti di un approccio al prog molto legato alla forma canzone, fatto di brani raffinati, che tradiscono una natura pop curata e discretamente coinvolgente. Impermanence si apre con l’elegante Empty dream, episodio che ci cala subito nelle atmosfere predilette da Juho Myllylä (voce e chitarra), Maarten Vos (basso) e Steven Favier (batteria), trio a cui dobbiamo aggiungere Arttu Vauhkonen, presente con le sue tastiere. Più rock Back again, prima delle intense Trust in you (dove alle tastiere troviamo invece Heikki Neuvonen) e Something real (cantata con la brava Veera – Selina Lajoma), che chiudono una prima parte molto song oriented. Il tocco progressive della band scalda The light, prima dell’emozionale Thank you for everything, una bella e sentita ballad. Chiudono l’album la title track e la strumentale Everything will change, entrambe presentano elementi post non disprezzabili e rappresentano un bel finale per un lavoro davvero molto gradevole.

Empty dream (Video)


 

mercoledì 23 febbraio 2022

VISIONOIR, The second coming (2021)

 

Secondo album per Visionoir, one man band di Alessandro Sicur, eclettico polistrumentista di cui abbiamo già parlato ai tempi dell’uscita di The waving flame of oblivion nel 2017. The second coming, pubblicato a settembre 2021, è un concentrato di prog metal e avant, un disco studiato nei minimi particolari che sembra guardare ai Voivod e ai vari progetti di Devin Townsend, un crossover d’intenti funzionale alle idee tutt’altro che scontate di Alessandro, che ha oramai trovato una propria via espressiva dopo oltre 20 anni di attività. La creatività del friuliano esplode nelle trame articolate di The snooping shadow, The vulture eye e No more, con Alessandro Seravalle dei Garden Wall alla voce, nome tutelare e di culto quando si parla di avant-prog in Italia, ma anche l’iniziale Lost in a maze e la validissima Breathless (entrambe cantate da Fabio Vogrig) sono esemplari momenti di un lavoro carico di fascino. La suggestiva title track e la strumentale Horror Vacui, marchiate dal sax dell’ottima Clarissa Durizzotto, sono altri memorabili episodi di un album dove progressive, metal ed elettronica si incontrano in modo naturale, un concentrato di tecnica e soluzioni che confermano la crescita compositiva di Sicur e del suo progetto. (Luigi Cattaneo)

The second coming (Video)



martedì 22 febbraio 2022

MASSIMILIANO ROLFF, Gershwin on air-Porgy, Bess and Beyond (2021)

 

Nuovo lavoro per Massimiliano Rolff, che avevamo lasciato nel 2018 con Home feeling, album brillante che ottenne parecchi consensi nel circuito jazz. Ora il contrabbassista sceglie la strada dell’omaggio con Gershwin on air-Porgy, Bess and Beyond, registrato insieme a Tommaso Perazzo al piano e Antonio Fusco alla batteria, ottimi interpreti di un disco che oltre al jazz guarda alle trame classiche e orchestrali del compositore di Un americano a Parigi, Porgy and Bess e Rapsodia in blue. Confrontarsi con autori del genere non è mai semplice, ma Rolff è riuscito, attraverso arrangiamenti magistrali, a tributare alcuni episodi memorabili della carriera dello statunitense senza cadere nel banale e nello scontato. Le varie anime di Gershwin vengono ben interpretate dal trio, sia nella prima parte (Suite from Porgy and Bess), sia nella seconda, dove spiccano brani come Love walked in o But not for me, esempi lungimiranti della fluidità d’azione della proposta e dell’interplay tra le ritmiche sviluppate e il raffinato apporto di Perazzo, che svolge un ruolo importantissimo nell’economia complessiva dell’opera. La forza dell’album sta anche in questo, nella capacità di bilanciare gli interventi, un lavoro di squadra che produce coralità, al netto di interventi solistici di altissimo livello. L’interpretazione di questi colossi, che hanno segnato un’epoca, risulta rispettosa ma personale, frutto di approfondito studio e passione, di idee e intuito, un giusto tributo verso chi ha indelebilmente segnato la musica del ‘900. (Luigi Cattaneo)

But not for me (Video)



lunedì 21 febbraio 2022

LETA, Condemned to flames (2021)

 

Esordio assoluto per i Leta, oscura band salentina formata da Ilario Suppressa (chitarra, synth e theremin, già con Witchfield e Hopesend), Giacomo Albanese (voce dei Serial Vice e nel progetto Onirica), Gabriele Tarantino (basso) e Damiano Rielli (batterista anche con Ghost of Mary, Maysnow e La Resistenza), che con Condemned to flames hanno dato vita ad un lavoro sostanzioso e davvero ben scritto. L’iniziale Whispers in the darkness, tra i primi pezzi scritti dalla band, presenta alcune caratteristiche del loro sound, tra stoner, doom ed heavy, una partenza che mette in mostra la validità delle idee e un alone di buio che non ci lascerà per tutta la durata dell’album. Già la seguente Reality ha un approccio più psichedelico e settantiano, con lunghe parti strumentali (a cui partecipa Tiberio Pati con le sue percussioni) che profumano di blues rock hendrixiano, per quella che è una delle composizioni maggiormente elaborate e intense del disco. Un oscuro riff introduce My moon, che mette insieme atmosfere doom, impatto heavy e cura melodica, altro brano molto lungo che tradisce la tendenza progressive della materia, arricchito notevolmente da due membri dei grandi L’impero delle Ombre, ossia John Goldfinch alla voce e Andrea Cardellino alla chitarra, senza dimenticare le note del piano del bravissimo Gabriele Leslie Saracino. Davvero un ottimo momento, che lascia spazio alla più tirata title track, un hard rock che chiama in causa Deep Purple e Uriah Heep e che, oltre a Saracino alle tastiere, vede Daniele Rini (Maysnow, Ghost of Mary, Silvered) alla voce. Nessun’alba è puro metal in italiano, accostabile a Strana Officina e Vanadium ma anche ai contemporanei Silenzio Profondo e vede la presenza dell’ex Hopesend Marco Minosa alla chitarra (per gli amanti del thrash old school da segnalare il loro Bloody, Twilight … and Other Visions) prima della conclusiva Liquid Specter, ottimo finale rarefatto dal forte sapore psych con tanto di formazione allargata (Pati, Saracino ma anche Luigi Bruno dei Muffx alla chitarra). (Luigi Cattaneo)

Whispers in the darkness (Video)



giovedì 17 febbraio 2022

TALÈA, Tales (2021)

 

Ep d’esordio per Talèa, progetto di Cecilia Quaranta, artista che guarda al folk internazionale di icone come Joan Baez e Joni Mitchell, leggende che non hanno bisogno di presentazioni. Tales non è però solo celebrazione degli anni 60/70, ma ha una propria freschezza, una vivacità che nasce anche dal suo soggiorno in Scozia e Irlanda, dove Cecilia si esibiva in strada e nei pub, armata di voce e chitarra. La collaborazione con Marco Olivotto (basso, chitarra, tastiere e arrangiatore dei brani) risulta fondamentale per dare vita ad episodi brillanti come Riding home e Song in the dark, o più rock e strutturati come Dancing mind. Le felici intuizioni folk di Nathan e Burden chiudono un primo passo molto gradevole. (Luigi Cattaneo)

Song in the dark (Video)



domenica 13 febbraio 2022

SPLENDIDULA, Somnus (2021)

 

Terzo disco per gli Splendidula, gruppo belga formato da Kristien (voce), David (chitarra), Peter (basso), Pieter (chitarra e voce) e Joachim (batteria e synth), che ripropone una collaudata miscela di doom, psichedelia e sludge. L’uso delle due voci caratterizza fortemente lo stile della band, che evoca fantasmi nell’iniziale Somnia, ottima per calarci subito nelle atmosfere dark dell’album, con il cantato di Kristien in primo piano ben supportato da incastri doomy e pulsioni psichedeliche dal sapore floydiano. Un inizio davvero stupendo, stratificato e completo, che ci conduce alla seguente Void, maggiormente violenta e giocata sul contrasto tra growl e clean vocals, prima di Incubus, che parte soffusa, complice la scelta di un inaspettato recitativo, spazzato via dalle aggressive trame vocali di Pieter, che acuiscono il senso di disagio emanato dall’ensemble. L’incedere drammatico e solenne di Oculus lascia poi campo alla pesante Drocht, dalle atmosfere decisamente cupe, mentre la conclusiva When God Comes Down si muove tra inquietudine e malinconia, un crescendo emotivo che si tinge di post metal progressivo e che conferma l’attitudine del quintetto di Genk nel cercare di amalgamare influenze e background, un crossover di stili estremamente interessante che sta marcando il percorso della band. (Luigi Cattaneo)

Somnia (Video)



lunedì 7 febbraio 2022

QIRSH, Aspera Tempora parte 1 (2020)

 

Terzo disco per i Qirsh (nuovamente per Lizard Records), un concept sul tema della paura che accentua il lato progressivo della proposta, con brani strutturati e piuttosto lunghi, eco della stagione settantiana dove kraut e psichedelia andavano a braccetto e si sposavano con atmosfere ora più classiche, ora dal sapore cantautorale. Elementi che ritroviamo coesi in questo Aspera Tempora parte 1, un lavoro impegnativo, dove Andrea Torello (basso), Daniele Olia (chitarra, tastiere e voce), Leonardo Digilio (tastiere), Marco Fazio (batteria), Michele Torello (chitarra), Pasquale Aricò (voce) e Giulio Mondo (batteria), hanno dato prova di versatilità, prediligendo una  propensione psichedelica che non fa altro che accentuare una certa sospensione onirica insita nella tematica sviluppata dalla accurata narrazione. L’iniziale Rumors, con i suoi 18 minuti dice già tutto, una suite intrisa di sinfonismo e dark prog, in un’alternanza emotiva che trova nella voce straniante di Aricò e negli sviluppi strumentali il meglio di un lavoro che sa sussurrare e colpire, tra momenti immaginifici e lampi kraut. Il pianoforte apre Aer gravis, che ben presto diviene suono spaziale e psichedelico, con l’elettronica elemento vibrante nell’inquieto tessuto orchestrato dai liguri, mentre la wave fa capolino nelle note di Quel momento, brano particolarissimo e piuttosto interessante. Più snelle Hurt e Anansi, con ottimi fraseggi strumentali dark e progressivi, mood da colonna sonora e visioni di pop sinfonico. Chiude il disco Oremus, tra Rocchi e Camisasca, che ipnotizza lungo dodici minuti ricchi di suggestioni mistiche e ancestrali, una preghiera che sfocia nella ghost track successiva, proseguimento naturale e consolidamento di un disco maturo e di grande fascino. (Luigi Cattaneo)

Rumors (Live Video)






sabato 5 febbraio 2022

PAOLO BRAGAGLIA & GANZFELD FREQUENCY TEST, The man from the lab (2021)

 


Attivo nella scena new wave marchigiana con Tzar’s Revox e 3B Unite, Paolo Bragaglia è un compositore che ha spesso esplorato e ricercato universi sonori che ponessero la musica in sintonia con l’immagine in movimento, costante della sua carriera nelle soundtrack, nella danza, nel teatro, nelle gallerie d’arte. Autore di ben sette dischi, ha collaborato con personaggi significativi come Mauro Pagani, Howie B, Robert Lippok, ed è inoltre fondatore del Museo del synth marchigiano, dedicato agli strumenti elettronici vintage realizzati nella sua regione d’origine. The man from the lab, pubblicato sul finire del 2021 dalla Minus Habens Records e realizzato insieme alla coppia di producer Ganzfeld Frequency Test, è un concept elettronico, la colonna sonora di una serie televisiva mai prodotta, ambientata nei ’70 in un laboratorio di biologia sperimentale nel quale un virus sconosciuto arriva dal futuro per mano di un corriere misterioso. I fantasmi dell’attuale situazione mondiale vengono evocati attraverso suoni che rimandano a Cabaret Voltaire e John Foxx, ma anche ai nostrani e contemporanei Gabriele Gasparotti e Raf Briganti, con un uso molto esteso di synth analogici, che hanno il merito di ispessire la trama della storia e di catapultarci in un buco temporale dagli inquietanti risvolti. Esempio lampante è l’iniziale atmosfera di Monkey, prima di The mixture e dell’ipnotica title track, episodi legatissimi alle soundtrack, mentre Black Swan è l’unico momento cantato e tributa proprio il Foxx di Metamatic. Maggiormente incalzante è Rabbit’s run, plumbea la successiva Bat, che lascia poi spazio alla frenesia di Stirrers, un’alternanza che ci porta all’evocativa Dust, sintesi della desolazione e dello smarrimento della narrazione del racconto. La chiusura di Dawn of the mouse conferma la visione cupa di Bragaglia, che conclude il disco evocando le prime luci dell’alba che riflettono sui macchinari e sulle gabbie di un topo da laboratorio. (Luigi Cattaneo)


martedì 1 febbraio 2022

ARACHNES, A new day (2021)

 

Curiosa la storia di questo A new day dei nostrani Arachnes (Frank Caruso alla chitarra, Enzo Caruso alla voce, alle tastiere, all’hammond e al piano, Gabry Baroni al basso e Stefano Caironi alla batteria), uscito nel 2011 solo in formato digitale e pubblicato a distanza di dieci anni in CD dalla Music for the Masses, etichetta nobile nell’investire con dedizione sulle band italiane. L’album fu accolto molto bene da critica e fan e meritava una riedizione che gli rendesse giustizia, vista la bontà di una scaletta robusta e con diversi passaggi di valore. Tutto il disco è un susseguirsi di progressive metal epico, hard rock e power, potente e melodico, figlio di una band che ha esordito nel lontano 1997, anni in cui vennero fuori in Italia realtà importanti come Eldritch, Labyrinth e DGM, gruppi con cui gli Arachnes condividono sound e influenze. Da segnalare, soprattutto per chi aspettava da tempo un operazione di questo tipo, anche la presenza di una bonus track delicata e piena di pathos, First of all, chiusura di una ristampa imperdibile per i fan della band dei fratelli Caruso. (Luigi Cattaneo)

Promo Trailer



sabato 29 gennaio 2022

DASIA, Del regime invisibile (2021)

 

Avevamo lasciato i Dasia nel 2016 con la pubblicazione di un ep intriso di dark e post prog già piuttosto interessante e li ritroviamo oggi con questo full targato Lizard Records, una garanzia quando si parla di italico underground. Del regime invisibile è un concept, con il testo che diviene poema unico, una sorta di preghiera laica in cui si muovono con sicurezza Elettra Pizzale (basso e voce), Luca Stocco (batteria e samples) e Edgardo Mauroner (chitarra, piano e synth), molto cresciuti e maturati in questi anni, probabilmente piuttosto proficui per affinare doti di scrittura e una ancora più chiara identità. Dopo un intro iniziale, Nascondendo il bene ci porta subito nelle atmosfere oscure del disco, con lo spoken della Pizzale davvero suggestivo, mentre Epifania: il naufragio è più furiosa e con tratti hard, la successiva Vertigine è un nero diamante intriso nella pece. Polveri sottili anticipa le due parti di Horror vacui, in cui il trio mantiene costante un mood filmico greve e tenebroso, una parte centrale entusiasmante e ricca di idee, tra riff distorti e tesi, strutture intricate ma modellate con un innato senso della melodia. Il viaggio introspettivo prosegue con la vigorosa title track e con la cupissima Affogate, prima dell’inquieta La nostra resa e della nervosa Liberaci dal bene, episodi che confermano la bontà di questo giovane progetto. La conclusiva Amen! chiude in maniera perfetta un lavoro lungo ed elaborato, ammaliante nel suo svolgimento e che ci consegna un’altra importante realtà del sottobosco nostrano. (Luigi Cattaneo)

Del regime invisibile (Video)



venerdì 28 gennaio 2022

STEPHAN THELEN, Fractal Guitar (2019)

 

Recupero con colpevole ritardo un ottimo disco uscito tre anni fa per Moonjune Records, Fractal guitar di Stephan Thelen (leader dei Sonar), un album strumentale intriso di progressive, post e psichedelia, in cui il chitarrista svizzero si è avvalso di una serie di ospiti che hanno dato corpo alle tante idee presenti su questo lavoro. Abbandonata momentaneamente la band madre, nel 2019 Stephan da vita ad un progetto molto filmico, un mood da soundtrack immaginifica che viene condita da atmosfere dense e cupe, prima fra tutte l’iniziale e memorabile Briefing for a descent into hell, dove la chitarra diviene strumento per scoprire nuove possibilità espressive (in tal senso vanno lette le partecipazioni sul pezzo di David Torn, Markus Reuter e Jon Durant). La voglia di sperimentare con l’effettistica diventa urgenza in momenti come Road Movie e la title track (in entrambi i casi corposo il numero di chitarristi presenti), zeppe di loop, elettronica e riverberi, costanti che ritroviamo anche nella raffinata Radiant day. La suggestiva conclusione di Urban Nightscape è il finale di un esordio solista brillante e che merita davvero tanta attenzione. (Luigi Cattaneo)

Fractal Guitar Teaser






giovedì 20 gennaio 2022

MÖBIUS STRIP, Time lag (2021)

 

Tornano i Möbius Strip, band formata da Lorenzo Cellupica (pianoforte, organo, tastiere e voce), Nico Fabrizi (sax), Eros Capoccitti (basso) e Davide Rufo (batteria), che avevamo conosciuto nel 2017 con un debutto davvero ottimo. Time lag è ancora una volta intriso di jazz rock progressivo, molto strutturato ma pieno di felicissime intuizioni melodiche, figlio della lezione di Weather Report e Return to Forever, ma anche dei nostrani Perigeo e Cincinnato. La qualità delle composizioni è davvero notevole, a partire dall’iniziale Chand Baori, pezzo complesso, avvolgente e dal forte impatto live, prima di Iblis’s Hybris e Mateka’s speech, che mostrano una maggiore eterogeneità di fondo rispetto all’esordio e si avvalgono delle presenze significative di Fabio Gelli alla tromba e Romeo Venditti al trombone, musicisti che accentuano la vena fiatistica della proposta, spaziando dal latin jazz al funky rock. Crossover di stili che ritroviamo in Old tapestry, che si muove tra folk prog e jazz e Möbius cube, dove appare la chitarra di Simone Marcelli, ben inserita nel contesto narrativo. Momento differente con la conclusiva A theme for the end, unico brano cantato da Cellupica, Debora Camilli, Andrea Martini e Caterina Sebastiano, evoluzione del sound della band e gradevole finale di uno dei lavori italiani più belli del 2021 appena concluso. (Luigi Cattaneo)

Full Album Video



giovedì 13 gennaio 2022

ENTER, 1991 - Images from floating worlds (2020)

 


Attivi sul finire degli anni ’80, gli Enter (gli ex Adramelch Vittorio Ballerio alla voce e Franco Avalli al basso, Gabriele Bulfon alle tastiere e Marco Ferranti alla batteria, i due fondatori) non arrivarono mai a pubblicare il loro debutto e ci sono voluti circa 30 anni per ascoltare questo 1991 – Images from floating worlds, edito nel 2020 dalla tedesca Pure Steel Records. L’elegante new prog sinfonico del quartetto lasciava trasparire l’amore per Yes, Emerson Lake & Palmer, Genesis e per i sempre poco considerati Kayak, olandesi ancora in giro dopo quasi 50 anni di musica, oltre che per gli scritti di Peter Kolosimo, un alone di nostalgia e mistero che ammanta le prime note dell’ottima Atlantis, proseguendo poi nella melodia suggestiva di Still ages e nella delicata sequenza progressiva di Lemuria. La breve strumentale Enter anticipa l’elegante Holy office, mentre Gondwana chiude in maniera impeccabile un reperto affascinante e certamente da scoprire per tutti gli amanti di certe sonorità lontane. (Luigi Cattaneo)

BARABBA, Primo tempo (2021)

 


Da vent’anni Jonathan Iencinella (voce, testi e musica), Riccardo Franconi (synth, chitarra, programmazione e musica) e Nicola Amici (programmazione e musica) scandagliano l’underground italico con band come Guinea, Kaouenn e Butcher Mind Collapse (giusto per citare qualche realtà in cui hanno militato), esperienze che hanno portato ora il trio a pubblicare un ep, Primo tempo, a nome Barabba, dove il rock lascia spazio ad una forma cantautorale fortemente elettronica. 



I beat di Un altro aprono il racconto, con Barabba, personaggio fortemente disilluso, che ci accompagnerà lungo sei brani noir, atmosfere che avvolgono Bastare a me stesso e Momo (quest’ultima impreziosita dal sax di Tommaso Uncini), brani dove lo spoken sviluppa una sorta di rap primordiale che combacia con pulsazioni più tipiche del trip hop. Senza speranza L’ultima mano, cupa e greve, prima di Quei due, contraddistinta dalla voce di Giovanni Succi dei Bachi Da Pietra, e della conclusiva e cinicamente ironica Bianco Natale, finale di un lavoro che lascia presagire quanto meno una seconda uscita da parte dei marchigiani. (Luigi Cattaneo)


martedì 11 gennaio 2022

NICOLAS MEIER WORLD GROUP, Live (2020)

 


Uscito insieme a Stories e Magnificent in un bel cofanetto triplo, Live è la testimonianza dal vivo del Nicolas Meier World Group, registrata nel febbraio 2020 dal chitarrista insieme a Kevin Glasgow al basso, Richard Jones al violino e Demi Garcia Sabat alla batteria, formazione già conosciuta per il valido lavoro svolto su Peaceful. Un viaggio nei suoni del Mediterraneo che si ripete anche in quest’occasione, con Nicolas ispiratissimo cantore di tradizioni lontane, narrate con naturalezza e fascino, un jazz world acustico e raffinato che trova sbocco nella dimensione calorosa del momento estemporaneo. La statura tecnica del quartetto è enorme, le trame sono melodiche, complesse e dinamiche, si percepisce anche un certo divertimento nel suonare brani come Adiguzel e Caravan of Anatolia, tra i momenti più eleganti dell’ennesima grande prova dell’inglese. (Luigi Cattaneo)

lunedì 10 gennaio 2022

TROPE, Eleutheromania (2021)

 

Esordio assoluto per i Trope (Moonhead alla chitarra, Shawn Moran al basso, Phil Gardner alla batteria e Diana Studenberg alla voce), alternative rock band di Los Angeles nata nel 2016 e vicina al suono di band come Heretic’s Dream, Lacuna Coil e Godsticks, con uno sguardo che si va a posare anche a quanto succedeva tra i ’90 e gli anni 2000 di Silverchair e Disturbed. Il risultato è Eleutheromania, un debutto piuttosto immediato e con melodie di facile presa, forte di un songwriting che punta su appeal radiofonico e impatto heavy, elementi che convincono sin dall’iniziale Lambs, biglietto da visita che presenta il suono del gruppo. Alternative, crossover e spunti proggy si inseguono e si amalgamano in poco più di 35 minuti carichi di riff, ritmiche solide e una voce femminile come punto di riferimento e assoluta protagonista di validi momenti, tra cui possiamo citare Pareidolia e Seasons change. Fruibilità dell’ascolto non significa avere brani poco strutturati, perché gli americani scrivono e suonano, hanno gusto e tiro, un mash up di elementi che funzionano e pongono le basi per sviluppi futuri. (Luigi Cattaneo)

Pareidolia (Video)