martedì 27 gennaio 2015

POIL, Brossaklitt (2014)


Tornano con il consueto furore iconoclasta i francesi Poil, band che abbiamo imparato ad apprezzare grazie all’impegno dell’AltrOck di Marcello Marinone nel sostenerli ed appoggiarli già con il precedente Dins o cuol. Il trio di Lione firma con Brossaklitt un disco più maturo, senza porsi limiti nell’accostare prog, jazz, R.I.O., elettronica e furia punk, il tutto all’insegna della trasgressione e dell’irriverenza. Aboliti steccati formali, i Poil danzano in un vortice di suoni “sparati” per non concedere tregua all’ascoltatore e il crossover proposto risente tanto di Zappa quanto di King Crimson, Magma e Mr Bungle. Completa il distorto quadro l’utilizzo di una lingua inventata che funge da base di appoggio per le divagazioni strumentali e surreali dei tre (Antoine Arnera alle tastiere e alla voce, Boris Cassone al basso, alla chitarra e alla voce e Guilhem Meier alla batteria e alla voce). Fionosphere apre l’album in modo violento, irruento, selvaggio. Zeuhl, elettronica, avanguardia dall’anima jazz, in un percorso vorticoso di quasi 11 minuti. La musica dei francesi ha un approccio hard costante e solo in alcuni momenti, tra l’altro molto interessanti, ci si imbatte in scampoli melodici ben riconoscibili (la cantabile Mao). Tutto appare avere un’aurea free, una libertà d’espressione ironica in cui è possibile inserire elementi tra i più disparati senza cadere nel fine a sé stesso o nel nonsense. Perché nelle trame pur complicate di Brossaklitt c’è sempre un filo logico che unisce i passaggi più complessi e meno comunicativi. Ne sono un esempio le lunghe Patachou e Pikiwa, simboli di potenza e ottimi intrecci ritmici, brani manifesto intrisi di tempi dispari, hard prog e soluzioni timbriche e armoniche di grande effetto. Chiaramente questo come back dei Poil è tutto tranne che un disco semplice da metabolizzare ma è anche difficile non rimanere affascinati dinnanzi ad un lavoro curioso, per certi versi estremo ma anche intenso e provocatorio. Opera consigliata soprattutto agli amanti del genere, quelli più vicini al concetto di progressive come musica di ricerca ed espansione di forme musicali. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito il link per ascoltare l'intero album


mercoledì 21 gennaio 2015

QUASAR L.S., The Dead Dream (2012)


Difficile che gli appassionati di progressive non abbiano mai sentito parlare di questo misterioso e lontano album dei friuliani Quasar L.S., un disco che arriva direttamente da quel periodo storico che consacrò la scena italica anche all’estero. La band di Roberto Sgorlon (chitarra, voce e tastiere), Umberto Del Negro (basso) e Fabrizio Morassutto (batteria) ha all’attivo diversi album che con il passare del tempo hanno conquistato il cuore di quanti sono particolarmente legati a sonorità sinfoniche. Discograficamente parlando nascono nel 1984 (Night Hymn), suscitando la curiosità di quanti iniziavano a conoscere il genere attraverso il new prog ma nella realtà dei fatti esisteva già del materiale precedente a quell’anno, ossia il concept in questione, The Dead Dream. L’album è quindi il primo vero lavoro dei Quasar, un trip lisergico del 1977 che è stato registrato nuovamente nel 1995 perché i vecchi nastri erano stati oramai smarriti ma che rispetta nella maniera più fedele possibile i tapes originari. La storia, visionaria e drammatica, è quella di Roxy ma potrebbe anche essere la colonna sonora della fine del sogno hippie, vista anche la data di creazione di questo The Dead Dream. Il platter è quindi un racconto psichedelico, intriso di vintage, momenti vellutati e altri più hard prog, un viaggio in prossimità di Pink Floyd e Genesis. Ne è un esempio l’iniziale Overture, un brano avvolgente e molto settantiano, soprattutto per l’accorato uso delle tastiere di Sgorlon. Buona parte del disco proietta sull’ascoltatore la dimensione del sogno, con un’atmosfera rarefatta e lugubre, supportata da parti dilatate e psichedeliche in cui le tastiere giocano un ruolo primario ma sono ben sostenute da una sezione ritmica discreta ma incisiva. A brani non memorabili come Stranger Shadow o Instead of You (in special modo la seconda) rispondono pezzi pregiati come Life for Art (malinconica e sofferta al punto giusto), Cast Revelation (altro frangente atmosferico e anni ’70 style) o il finale di San Francisco California (un passaggio psych di indubbia bellezza). The Dead Dream non è un capolavoro rimasto nascosto troppo a lungo ma si presenta comunque come un episodio gradevole (un po’ come l’esordio di Spettri o Sezione Frenante) che completa un discorso iniziato quasi 40 anni fa e che sicuramente troverà un adeguato riscontro tra quanti sono alla ricerca costante di questi piccoli oggetti di culto. (Luigi Cattaneo)

Life for Art (Video)


  

lunedì 19 gennaio 2015

PANE/FABIO ORECCHINI, Dismissione (2014)


La musica e il lirismo dei Pane si fondono con la poesia drammatica e cruda di Fabio Orecchini, in un disco che è corollario del libro del poeta romano. Dismissione è un libro + cd crudele, un reading ponte tra le due arti, furioso nel suo incedere e nel suo raccontare con occhio critico e drammatico la cruda realtà dei morti per amianto. Un progetto radicale, una collaborazione che non mi aspettavo dopo il meraviglioso Orsa Maggiore (recuperatelo!) ma che conferma la curiosità e lo spirito teatrale del quintetto (Claudio Orlandi alla voce, Maurizio Polsinelli al piano, Vito Andrea Arcomano alla chitarra acustica, Claudio Madaudo al flauto traverso e Ivan Macera alla batteria). Le parole, sottolineate da tappeti musicali ad hoc, si fanno spigolose, dure, non ammettono repliche. Siamo lontani dal prog (termine comunque limitante per i Pane) e la band preferisce estrapolare dal testo di Orecchini il senso ultimo del dolore, rendendo il messaggio coinvolgente, aspro e figlio di una passione illimitata per cause e battaglie che spesso ci sconfortano ma che non ci devono abbattere. I Pane hanno la capacità di donare linfa vitale per combattere e credere in una giustizia migliore. Il tutto condito di accenni jazz, passaggi acustici, flauto e piano che accompagnano le dinamiche testuali creando un tessuto dinamico e raffinato. In un momento storico di sentenze perlomeno discutibili Dismissione è il classico lavoro assolutamente necessario. (Luigi Cattaneo)

Dismissione (Video)



mercoledì 14 gennaio 2015

HANDS OF ORLAC, Figli del Crepuscolo (2014)


Gli Hands of Orlac (il nome riprende quello di un romanzo di Maurice Renard, che ha inspirato nel 1924 l’horror diretto da Robert Wiese) nascono a Roma nel 2009, dalla passione comune dei vari membri per tematiche occulte e atmosfere che rimandano all’hard rock, al doom e al progressive. Dopo il demo autoprodotto Vengeance from the Grave (stampato in sole 100 copie!) danno alla luce l’omonimo disco nel 2011 insieme ad alcuni musicisti della scena svedese, terra che ospita le registrazioni del lavoro. Il nuovo Figli del Crepuscolo è stato registrato nuovamente in Svezia, il gruppo è oramai diventato stabile in terra scandinava e solo due membri sono italiani (la voce e flautista e il bassista). L’album, influenzato da Goblin e Black Sabbath, risulta macabro e decadente, cupo ma allo stesso tempo ammaliante. Gli Hands of Orlac sono una curiosa realtà di cui si hanno poche informazioni a dire il vero e non si conoscono neanche i nomi che si celano dietro questo misterioso progetto. Figli del Crepuscolo (distribuito in vinile da Horror Records e in cd da Terror from Hell Records) è un platter oscuro, figlio di tetre visioni e terribilmente coinvolgente. La title track iniziale è un intro dominata da suoni di tastiera vintage e cinematografici, spezzata dalla fulminea carica di Last Fatal Drop, brano possente ma velato di malinconia, soprattutto nelle parti di flauto. Man mano che ci si addentra nell’album pare di partecipare ad un rituale in cui i Black Widow incontrano le istanze doom dei Bretus e Burning appare come uno degli episodi più significativi di questa funebre esperienza. Operazione Paura, storica pellicola del 1966 del maestro Mario Bava, ispira A Coin in the Heart, traccia potente e figlia di un certo amore per l’heavy classico, che viene qui mescolato con una certa parvenza prog che rimanda alla stagione d’oro dei ‘70, in particolare per gli ottimi inserimenti flautistici. Gli Hands of Orlac per attitudine e mood ricordano anche i Blood Ceremony, complice probabilmente l’utilizzo di una voce femminile e un buon esempio è Noctua, forse il brano più progressive tra i presenti. Heavy e doom impregnano A Ghost Story, mentre la conclusiva Mill of the Stone Women è un altro omaggio ad un horror anni ’60, Il Mulino delle Donne di Pietra di Giorgio Ferroni e gode di un’atmosfera malsana e lugubre. Figli del Crepuscolo è un lavoro che riesce ad unire hard, doom, psichedelica prog e dark metal ottantiano, risultando una delle opere più interessanti tra quelle proposte ultimamente dalla Horror Records. (Luigi Cattaneo)

Last Fatal Drop (Video)

domenica 11 gennaio 2015

FACTOR BURZACO, 3 (2014)



Il ritorno degli argentini Factor Burzaco (per la nostrana AltRock) è nuovamente all’insegna di un R.I.O. colto e avanguardistico, ben lontano da qualsiasi risvolto commerciale o desiderio di conquistare un pubblico diverso da quello fedele al genere di appartenenza. Il modo di comporre della band è difatti privo di stratagemmi o appigli particolarmente comunicativi e solo tra le fitte trame dei dieci pezzi di 3 è possibile scorgere qualche sospiro melodico che si eleva nel complicato viaggio sonoro composto dai sudamericani. La scrittura è quella di un gruppo sicuro dei propri mezzi, forte di capacità tecniche di rilievo e in grado di proporre brani potenti, scevri da clichè e piuttosto elaborati. La musica dei Factor Burzaco può risultare criptica e l’attenzione da porre nell’ascolto deve essere sempre alta e costante, altrimenti si corre il rischio di non comprendere appieno la portata dell’opera. La parte del leone la svolgono i fiati (sax, flauto e clarinetto) e la voce di Carolina Restuccia, brava nel colorare ancor di più le soluzioni ardite create dai suoi compagni. Di elevata fattura le tante parti strumentali che caratterizzano il disco, soprattutto quando i fiati si incrociano con la chitarra di Pedro Chalkho. Il lato sperimentale a volte prende il sopravvento su quello maggiormente jazzistico, ma il tutto appare ben integrato e mai fine a sé stesso. Vanno citate Arnoldturro, con il flauto e l’organo che sottolineano una parte declamata in tedesco e La vera storia di Tristan O., un avant prog in cui i fiati svolgono il ruolo principale. Leggermente meno ostiche la funkeggiante Soga Func, la più lineare Evasiòn Imposible e la fluida Inter Dicciòn. Colpisce poi la costruzione quasi orchestrale di Las e la citazione di Lampedusa in En Trànsito/Asudep Mal, brano oscuro e dai tratti malinconici. La chiusura di Silicio, con i suoi 14 minuti di durata, rappresenta un concentrato di idee e soluzioni che mostrano un ensemble curioso e in esplorazione, magari non ancora del tutto maturo ma sicuramente interessante e affascinante. C’è anche da dire che chi non ama il piglio avanguardistico di certi album targati AltRock difficilmente troverà piacevole un platter del genere. (Luigi Cattaneo)   

3 (Full Album)

martedì 6 gennaio 2015

PROG ZONE, Il Prog in Concerto




“PROG ZONE – Il prog in Concerto”, una rassegna live di musica progressive/alternative rock nata da un’idea di Daniele Giovannoni, batterista dei Karmamoi ( www.karmamoi.it ), band progressive rock italo-inglese con all’attivo due album (“Karmamoi” del 2011 e “Odd Trip” del 2013) e un terzo” Solitary Binary System” in uscita a Giugno 2015, anticipato dal singolo “Sirio”. I Karmamoi, già protagonisti dell’Eurosonic Showcase Festival di Groningen (Olanda, 2011) e di numerosi live, tra i quali l’opening act al Borderline di Londra per gli storici Curved Air, condivideranno il palco con due band della scena prog emergente: Jade Vine e Old Rock City Orchestra.
I greco-londinesi Jade Vine (www.jadevineuk.com), attualmente impegnati nelle registrazioni del loro secondo album, hanno intrapreso nel 2013 un tour in Inghilterra e in Grecia come opening act degli Anathema, nota prog band di fama internazionale. Nello stesso anno Daniel Cavanagh, chitarrista degli Anathema, ha co-prodotto il loro primo lavoro dal titolo “Nothing Can Hide From Light”.
Gli Old Rock City Orchestra (www.oldrockcityorchestra.com), anch’essi impegnati nell’uscita del loro secondo album, sono stati protagonisti nel 2013 di un tour europeo che ha toccato Inghilterra, Francia, Belgio, Olanda e Bulgaria. Il disco d’esordio “Once Upon A Time” è uscito nel 2012 per l’etichetta indipendente M.P. & Records, già in collaborazione con artisti nazionali e internazionali come Rick Wakeman (YES), Sonja Kristina (Curved Air) e, tra gli altri, Bernardo Lanzetti (PFM), voce storica del progressive rock italiano, con il quale la band umbra ha condiviso il palco lo scorso luglio 2014.









domenica 4 gennaio 2015

FRANCO BATTIATO, Sulle Corde di Aries (1973)


La definitiva consacrazione di Franco Battiato. Sulle corde di Aries, edito nel 1973, rimane uno degli epicentri della carriera del siculo e ancora adesso viene ricordato come uno dei momenti più particolari di tutto il progressive italiano. È un album parecchio strumentale in cui sono percepibili tracce di world music dettate probabilmente dalla crescente curiosità di Battiato verso il Medioriente, il misticismo della cultura islamica e il pensiero di Georges Ivanovic Gurdjieff, un filosofo mistico armeno che cercava la via per superare quegli automatismi psicologici ed esistenziali che condizionano l’uomo. Ne è un esempio la lunga traccia d’apertura Sequenze e frequenze con un uso costante dell’elettronica. Nell’oasi di suoni creati da Battiato il lascito pop viene messo totalmente da parte, i suoni eccedono ulteriormente in sperimentalismi avanguardistici, il VCS3 rimane protagonista come non mai e viene ben sostenuto dal sax di Gianni Bedori (uno dei pionieri del free italiano) nello splendido affresco jazz di  Aries. Daniele Cavallanti degli Aktuala con il clarino e il sax aggiunge spezie etniche in Aria di Rivoluzione, ma non mancano risvolti classici dettati dalla presenza di Gaetano Galli all’oboe o dal violoncello di Jane Robertson. Non da meno è  Jutta Nienhaus degli Analogy, presenza significativa oltre che nei brani già citati anche nella conclusiva Da Oriente ad Occidente. C’è una dose di spiritualità costante, eterna, affascinante anche nei momenti più semplici, una forza che rimane percepibile per tutto il disco pure a distanza di 40 anni dalla pubblicazione. Concetti e dinamiche invariabili di Battiato, idee fedeli, persistenti, che catturavano essenze orientali pur senza dimenticare di citare John Cage e i tanto cari corrieri tedeschi. Tutto viene espresso in modo più consapevole e variegato rispetto agli esordi, in quello che rimane uno dei lavori più influenti tra quelli del cantautore. Battiato, non pago della provocatoria proposta attuata nei tre dischi pubblicati in soli due anni, compie un ulteriore passo avanti nel campo della sperimentazione e nel 1974 dà vita a Click, sorta di nuovo inizio, ancora meno comunicativo e maggiormente sperimentale, una fase che lo accompagnerà almeno fino al 1979 di L’era del cinghiale bianco. (Luigi Cattaneo)

Aries (Video)

venerdì 2 gennaio 2015

CONCERTI DEL MESE, Gennaio 2015

Sabato 3
·Dark Ages Circolo Colony (Brescia)
·Arturo Stàlteri Codroipo (UD)

Venerdì 9
·Finisterre Alessandria

Sabato 10
·La Villa Strangiato Casa di Alex (Milano)
·The Watch Milano

Giovedì 15
·Ranestrane Roma
·Ainur Givoletto (TO)



Venerdì 16
·Nohaybandatrio Savona

Sabato 17
·Tempio delle Clessidre + Syndone Genova
·Dark Ages+Neverdream Tivoli (Roma)
·FixForb Erbusco (BS)
·Lachesis Dalmine (BG)
·Nohaybandatrio Macerata
·Slivovitz Napoli

Domenica 18
·Mirrormaze Milano
·Prog Zone Festival Roma

Mercoledì 21
·Junkfood Bologna

Giovedì 22
·Glad Tree Torino
·Junkfood Perugia
·Napoli Centrale Cava de' Tirreni (SA)

Venerdì 23
·Dark Ages Genova
·PFM Vicenza
·Junkfood Roma
·Flower Flesh Savona
·Napoli Centrale Cava de' Tirreni (SA)

Sabato 24
·CDZ + Castello di Atlante Veruno (NO)
·FixForb Foligno (PG)
·Dark Ages Busto Arsizio (VA)
·Junkfood Gradara (PU)

Domenica 25
·FixForb Roma

Mercoledì 28
·Marchesi Scamorza Papozze (RO)
·Slivovitz Roma

Giovedì 29
·FixForb Frosinone

Venerdì 30
·Junkfood Latina
·FixForb Rieti

Sabato 31
·La Coscienza di Zeno+Astrolabio Casa di Alex (Milano)
·FixForb Civitella del Tronto (TE)


lunedì 29 dicembre 2014

MÈSÈGLISE, L'assenza (2013)


Esordio per i Mèsèglise, band a cavallo tra folk, cantautorato e progressive, nata da un’idea di Paolo Nannetti (autore di parole e musica, nonché tastierista e fisarmonicista della formazione), Marco Giovannini (voce dei Sithonia) e Maurizio Lettera (batteria). L’assenza è un album che in realtà ha pochi punti di contatto con il prog e che mira a colpire l’ascoltatore soprattutto attraverso una scrittura semplice e scevra da eccessi ma non per questo banale o scontata. Giovannini si stacca da quanto fatto con i veterani Sithonia per affrontare un percorso più lineare, senza orpelli e molto melodico. Qualche spunto prog inevitabilmente si palesa nel tocco tastieristico di Nannetti e in qualche frangente strumentale cucito all’interno della forma canzone ma il tutto è riconducibile ad un gradevole folk cantautorale che probabilmente non attirerà l’attenzione dei progster più accaniti. L’iniziale 16 Marzo spiana la strada e non lascia adito a fraintendimenti, con tanto di chorus di facile presa. La title track ha una lieve vena malinconica, mentre ha un mood più progressivo Il Fiore e la Finestra. Ottima l’atmosfera nostalgica di Stelle di Lefkos, il break simil prog di Sole in città e la suadente classicità di Così è stato. Più leggera ma comunque piacevole è F.T.M., ma è solo un momento prima della cantautorale La risposta e delle oscure La fotografia e Trasparenze. Chiudono il lavoro con garbo Un ottimo atleta e la breve Mare di cartone, due momenti delicati e soavi, un po’ come tutto il disco. L’assenza è un album indirizzato soprattutto a chi ama il cantautorato e pone attenzione all’aspetto testuale e non solo a quello musicale, qui comunque curato, soprattutto in fase di arrangiamento e nella scelta dei suoni. Un applauso anche alla Lizard, sempre attenta nello scoprire e dare spazio a piccole e meritevoli realtà. (Luigi Cattaneo)

Trasparenze (Live)

venerdì 26 dicembre 2014

DROPSHARD, Silk (2014)


Il ritorno dei Dropshard non tradisce le attese e glorifica ancor di più questo 2014 all’insegna delle tante e valide uscite progressive che si sono verificate. I giovani gruppi italiani non stanno a guardare e attingendo dall’ampio serbatoio che questo genere crossover per eccellenza ha in sé, sfornano dischi spesso di valore e ben suonati che avrebbero bisogno solo di una distribuzione ad ampio respiro (una probabile utopia…). Non fanno eccezione i brianzoli, che dopo il bel debut del 2011 tornano a muoversi su quella linea di demarcazione dove si incontrano l’art rock settantiano, il new prog, la psichedelia e il progressive metal (anche se in maniera minore). Questo succulento come back autoprodotto è la riprova di quanto appena detto. I Dropshard sono cresciuti ulteriormente, hanno imbracciato un suono ancor più al passo coi tempi senza rinnegare le profonde radici anni ‘70 e, cosa da non sottovalutare, hanno ancora margini di miglioramento. Nella musica del quintetto è possibile ritrovare Yes e Genesis, i Marillion post Fish, gli Spock’s Beard e i Porcupine Tree, in un percorso emozionale e d’impatto, dove la componente melodica e suggestiva delle composizioni non viene mai meno e sembra prevalere sull’aspetto meramente tecnico. Valerio De Vittorio (tastiere), Alex Stucchi (basso), Enrico Scanu (voce, chitarra e flauto), Tommaso Mangione (batteria) e Sebastiano Benatti (chitarra), firmano un opera seconda maggiormente a fuoco, ricca di coloriture e figlia di un lungimirante lavoro d’insieme. La triade iniziale formata da Insight, Eyes e Cell 342 è la sintesi del Dropshard pensiero: solidità ritmica, intarsi psichedelici, vibranti spunti chitarristici, le tastiere sullo sfondo che addobbano con passaggi caldi e suadenti. Memento è la straordinaria suite che chiude l’album, un piccolo gioiello piena di momenti suggestivi, sinfonici e ben calibrati. In mezzo brani comunque di buon livello come Perpetual Dream e soprattutto The Endless Road, altra long track in cui emerge la vena compositiva della band e qualche piccolo omaggio a Pain of Salvation e Riverside. Silk è la conferma del talento del gruppo che già era emerso con nitidezza in Anywhere but Home (recuperatelo!) e che consegna sul finire dell’anno uno dei progetti più interessanti del 2014. (Luigi Cattaneo)

Memento (Video)

         

mercoledì 24 dicembre 2014

FERDINANDO FARAÒ & ARTCHIPEL ORCHESTRA, Play Soft Machine (2014)


Avvicinarsi alla musica dei Soft Machine, interpretarla in modo personale e convincente, arricchirla senza snaturarla, portandole rispetto ma non soggezione. Facile a dirsi, un po’ meno pensare di raggiungere l’obiettivo senza avere alle spalle una solida preparazione e una buona dose di coraggio e determinazione. Diventa forse più semplice toccare il traguardo se l’avventura viene sostenuta da un’orchestra formata da musicisti di varia estrazione ma accomunati da un forte spirito sperimentale. L’Artchipel Orchestra guidata da Ferdinando Faraò mostra di non aver paura di affrontare il repertorio di Hugh Hopper e compagni e pubblica il nuovo album per Musica Jazz (primo canale di distribuzione ma il disco si può richiedere anche alla pagina facebook del gruppo). Faraò si è accerchiato di grandi professionisti e ha creato un ensemble rodato e capace di omaggiare i Soft Machine senza cadere in banalità di sorta, facendo convivere Canterbury, il jazz rock e i grandi passaggi strumentali di cui erano pieni i dischi nei ’70, amalgamando il tutto con un fine ma ferreo lavoro orchestrale di ben 27 elementi (anche se non sempre tutti presenti). Un preludio collettivo e free apre il disco e la seguente Facelift si denota da subito per un tris di soli di Alex Sabina al sax soprano, Massimo Giuntoli all’organo e Paolo Botti alla viola, ben coadiuvati dall’operato dell’orchestra. Spicca anche Kings and Queens, soprattutto per il “duello” fiatistico tra Francesca Petrolo (trombone) e Rosarita Crisafi (sax tenore), così come in Noisette la parte del leone è affidata ai tre sassofonisti (Massimo Falascone, Germano Zenga e Felice Clemente) che, pur con stili diversi tra loro, interagiscono in maniera vibrante e sentita. Dopo la breve versione per sole voci di Dedicated to you but you weren’t listening è la volta di Mousetrap, 9 minuti fitti di assoli e sprazzi strumentali e la storica Moon in June con i bravi Filippo Pascuzzi e Serena Ferrara alla voce e un altro grande rappresentante del sax come Rudi Manzoli. Faraò e l’orchestra ci mettono tanto del loro nel “trattare” la materia Soft Machine attraverso sviluppi fiatistici imprevedibili, coloriture organistiche di pregio, spunti vocali di rilievo e pulsioni rock che ben si inseriscono nelle trame create. Ferdinando Faraò & Artchipel Orchestra Play Soft Machine è un tributo pieno di fascino e di comunicatività, tanto che viene spontaneo domandarsi quando potremmo avere un secondo capitolo, magari dedicato a qualche altra leggenda canterburiana. (Luigi Cattaneo)

Moon in June (Live)

lunedì 22 dicembre 2014

DARK AGES, Teumman al Circolo Colony


Anteprima


Dopo il positivo riscontro del debutto e delle repliche svoltesi in suggestive location veronesi la scorsa estate e la prima delle date invernali nel prestigioso Teatro Astra di Verona, Teumman si sposta a Brescia in uno dei migliori club italiani dedicati alla musica dal vivo, il Circolo Colony.

I Dark Ages, storica band del panorama rock/metal italiano attiva dalla fine degli anni ’80, dopo vari cambi di line-up, ha trovato il suo assetto stabile a partire dal 2008 con l’ingresso degli attuali musicisti con i quali la band ha pubblicato, divisa in 2 parti, l’Opera Rock intitolata Teumman.

Dopo le critiche favorevoli delle due uscite Teumman pt.1 (2011)  e Teumman pt. 2 (2013) entrambe per la Heart of Steel Records di Vicenza, la band ha deciso di intraprendere l’ambizioso progetto della trasposizione teatrale dell’ opera che narra le vicende del principe Teumman caduto in battaglia che stringe un patto con il signore dell’oscurità il quale, in cambio della vita eterna, lo costringe ad eseguire il volere del male…

Una storia ambientata nell’antica Assiria scritta dal frontman Davide Cagnata e “raccontata” in musica dai Dark Ages che, nota dopo nota, gli hanno dato vita facendo muovere i personaggi, creando ambientazioni, trasmettendo sentimenti. Il risultato non ha lasciato indifferenti gli amanti del progressive rock e metal di stampo classico, caratterizzato dalla matrice rock che accomuna tutti i componenti del gruppo in particolar modo lo storico chitarrista Simone Calciolari; il tutto arricchito dagli arrangiamenti orchestrali e classici delle tastiere di Angela Busato e spinto dalla notevole sezione ritmica formata da Carlo Busato alla batteria e Nicola Cenzato al basso.

Era un sogno nel cassetto che avevamo dall’inizio” spiega il singer  Davide “ma solo l’incontro con le registe Federica Carteri e Roberta Zonellini, che hanno curato la drammaturgia e dirigeranno lo spettacolo, ha permesso a questa nostra idea di concretizzarsi” .

 

TEUMMAN

Opera Rock in 2 Atti (90 minuti + intervallo)

Musiche e liriche di Dark Ages – Drammaturgia di Federica Carteri

Direzione artistica, scenografia e costumi a cura di ‘Il Gatto Rosso’

Regia di Federica Carteri e Roberta Zonellini

Musiche Live di Dark Ages.

 

Personaggi Principali ed Interpreti:

Teumman – Davide Cagnata

Berkaal – Tiziano Taffuri

Agares – Emiliano Fiorini

Namrad – Ilaria L’Abbate

Oriax – Roberto Roverselli

 

DARK AGES

Record Label: Heart of Steel Records

Recording Studio: Mago Studio di Maurizio “Tacky” Fracchetti

Artwork & Web Master: Rejects Design di Elisa Santambrogio

Photo: Happy Photography Studio di Giovanna Aprili



 

ASSOCIAZIONE TEATRALE IL GATTO ROSSO

Sede legale – Via Monte Cricco 2b – 37014 – Castelnuovo del Garda (VR)


mercoledì 17 dicembre 2014

LITAI, Litai (2012)


Dopo aver vinto il concorso Omaggio a Demetrio Stratos, esordiscono sotto la direzione della sempre curiosa Lizard i veneziani Litai, band dedita ad un jazz rock che cerca di svincolarsi dai dettami del genere. Oltre difatti alle influenze settantiane di Area, Picchio dal Pozzo, Soft Machine e più in generale della scena di Canterbury, nella loro proposta ritroviamo alcuni aspetti cari ai contemporanei Labirinto di Specchi e Il Babau e i Maledetti Cretini, non solo per alcune scelte musicali ma anche per il recitativo presente in diversi momenti. Litai è un disco di non facile lettura, poco incline al compromesso e piuttosto coraggioso, proprio come alcuni dischi di King Crimson e Frank Zappa. Il punto focale paiono i fiati del valido Mattia Dalla Pozza (sax e flauto), ben amalgamati con il tocco frippiano di Francesco Piraino (chitarra) e le ritmiche irregolari e fantasiose di Michele Zavan (basso) e Stefano Bellan (batteria). L’interplay che si crea è piuttosto interessante, scorrevole pur nella sua complessità e le trame strumentali appaiono sempre ben messe a fuoco dal quartetto. Pur senza l’utilizzo delle immancabili tastiere i Litai riescono a creare frangenti caldi e suadenti ma anche stranianti nella loro particolarità. Qualche caduta di tono si avverte qua e là (soprattutto quando si dilungano troppo le parti declamate) ma nel complesso questa opera prima risulta sentita e abbastanza convincente. Un platter d’esordio che ha il merito di evidenziare alcune solide caratteristiche che devono forse essere solo ulteriormente rifinite per concretizzare ancor di più quanto di buono è stato proposto in questo debutto. (Luigi Cattaneo)

Babinia (Video)



JAKSZYK, FRIPP AND COLLINS, A scarcity of miracles (2011)


Non è un disco dei King Crimson. Non si tratta di un progetto solista di Robert Fripp. Ma allora di cosa bisogna parlare ascoltando A scarcity of Miracles? A King Crimson project è l’insolita dicitura posta sul disco che vede protagonisti oltre a Jakko Jakszyk alla chitarra, voce e tastiere, Mel Collins al sax e al flauto e Robert Fripp alla chitarra, una sezione ritmica capace di trasformare in oro tutto quello che tocca, ossia Gavin Harrisson alla batteria e Tony Levin al basso. Ovvio che con una line-up del genere vi siano dei rimandi ad alcuni album del Re Cremisi ma le sorprese rispetto al più recente passato non mancano di certo. Ci sono quindi in pieno le stigmate del suono King Crimson ma c’è anche una voglia di provare a dettare schemi differenti e a sviluppare sonorità e soluzioni che poi, magari, potrebbero tornare utili per la band madre. Già l’iniziale title track si dimostra evocativa, pregna di atmosfere rarefatte che potranno piacere sia ai vecchi fan dei King Crimson, sia ai più giovani che amano Steven Wilson e i suoi mille progetti. Fripp disegna scenari come solo lui sa fare da più di 40 anni, Collins irrompe con la sua naturale freschezza imponendosi subito come elemento aggiunto di grande spessore non solo tecnico ma anche cominicativo, Jakszyk si dimostra cantante dotato ed espressivo. The price we pay è il brano più diretto dell’intero album, piccola gemma che mostra la grande attenzione posta da Fripp nell’utilizzare trame fiatistiche delicate e di sicuro effetto senza dimenticare il suo amore per la ricerca. Secrets soffia leggera, come qualcosa di indefinito e di lieve nella prima parte, salvo poi essere scossa da una potente ritmica su cui si appoggia la mano solida di Fripp e quella più tenue di Collins. Una doppia anima, una personalità multipla e in continuo mutamento che non si lascia scoprire con facilità e che ti trasporta in territori mai prevedibili, proprio come la storia dei King Crimson insegna. This house è una spirale che ti avvolge ascolto dopo ascolto, densa di una malinconia autunnale, un mantra dove il termine progressive assume davvero i connotati di un mondo dove perdersi tra mille suoni e visioni, piccoli particolari che mai risultano lasciati al caso ma anzi utili alla riuscita della composizione. Altra perla è The other man, uno dei momenti più significativi del lavoro, in bilico tra visionaria psichedelia e progressive rock fortemente elettrico che conquista la scena a scapito dell’atmosfera che aveva contraddistinto sinora il disco. Chiude The light of day, brano affascinante nel suo incedere, impregnato di un alone di mistero che ti conquista, pur essendo, è bene dirlo, tutt’altro che facile da assimilare, anche per quei 9 minuti di durata che forse alla lunga non giovano del tutto alla composizione. Ma questo appare un dettaglio. La verità è che ci si trova davanti ad un album completo, ricco di idee, pieno zeppo di spunti riusciti e che pur essendo meno complesso di altri lavori targati King Crimson non risulta mai banale o scontato. In attesa di nuove notizie relative al gruppo che ha influenzato generazioni di musicisti rock e metal si può accettare con gioia questa ennesima prova maiuscola di Fripp e compagni. (Luigi Cattaneo)

A Scarcity of Miracles (Official Video)



giovedì 11 dicembre 2014

ARRJAM, Session One (2014)


Gli Arrjam sono un interessante progetto con quattro membri fissi pronti ad accogliere musicisti esterni per dare libero sfogo a delle jam libere da qualunque schema. Concetto particolare che vede protagonisti il bassista Daz (membro dei Vicolo Inferno), motore ritmico insieme al batterista Moretti Butcher, Got alla voce e Mauroman alla chitarra, in un turbinio di funky rock con spunti hard che cerca di smarcarsi dall’affiancamento costante ad un genere. E allora ci si può imbattere in passaggi strumentali cari a Robben Ford o momenti vicini ad alcune realtà crossover come Red Hot Chili Peppers e Primus. Si parte da un approccio da jam band per poi deviare verso lo schema forma canzone, seppure senza pensare troppo a quale direzione intraprendere, cercando sempre di giostrare tra vari generi e differenti percorsi. I quattro mostrano di avere ottime doti, capacità di coinvolgere e anche una certa ironia, sempre al servizio di brani ampiamente diretti e mai particolarmente ostici all’ascolto (seppur complessi dal punto di vista tecnico). Il funk e l’hard rock sono gli elementi prevalenti del sound della band e in alcuni momenti sembra di sentire echi dei migliori Living Colour, pur tenendosi lontani da scimmiottamenti di sorta. L’attenzione verso melodie di facile assimilazione risulta uno degli elementi più importanti, anche in brani piuttosto strutturati come Ali o Welcome to the Cocaine, strumentali tirati e pieni di groove. Le note scorrono veloci ma senza virtuosismi inutili e ne sono prova tangibile le ottime Very Nice e Screaming for, pezzi molto piacevoli e di grande carica. Session One è indubbiamente un buon debutto che ha il pregio di lasciare aperte varie strade in cui infilarsi, vediamo quale sceglieranno di intraprendere gli Arrjam in futuro e se il progetto può avere un reale sviluppo. (Luigi Cattaneo)

Very Nice (Official Video)

martedì 9 dicembre 2014

BUBU, Anabelas (1978)


Ci sono stati, negli anni ’70, popoli che lontani tra loro hanno condiviso la passione per uno stile di musica, il progressive (anche se la definizione è postuma), che univa rock, musica classica, psichedelia, jazz, folk, in un meltin pot sonoro estremamente variegato e variopinto. Abbattere certi confini per crearne di nuovi. E così è stato, se si pensa che il “morbo” progressivo contagiò non solo i paesi occidentali ,dove effettivamente tutto il movimento si è creato, con Gran Bretagna in testa seguita a ruota da Italia, Germania e Francia, ma si interessarono alle nuove sonorità le più disparate nazioni, con risultati anche davvero ottimi. Leggenda vuole che diversi gruppi progressivi dell’ Europa dell’est abbiano avuto parecchi problemi per quello stile musicale troppo occidentale… I Fermata, jazz rock band proveniente dalla Repubblica Ceca, furono contrastati dall’allora regime comunista per l’introduzione di ritmi e sonorità occidentali; stessa sorte per i conterranei Blue Effect che furono addirittura costretti a modificare il loro monicker in Modry Efekt; i Yugoslavi Korni Grupa Kornelyans cercavano di non allungare troppo i loro brani per non crearsi problemi con il regime che non vedeva di buon occhio il loro amore per il progressive italiano; infine mi preme citare i rumeni Phoenix, gruppo dalla storia piuttosto bizzara e travagliata. Difatti partiti come Sfintii (I Santi) nel 1962 sono costretti dal regime a cambiare nome per poter suonare ancora, salvo poi vedere una loro opera del 1973 boicottata con tagli tali da ridurre il disco ad ep. Si narra addirittura di fughe dal paese nascosti nelle custodie degli amplificatori! C’è stato un continente che ha accolto più di ogni altro gli imput provenienti soprattutto dall’Inghilterra e dall’Italia e li ha rivisitati alla luce di una cultura, anche popolare, che non ha eguali, il Sud America. Ogni paese che lo forma ha dato un contributo importante, trapiantando in un proprio codice genetico certi suoni che avevano fatto breccia nei cuori degli appassionati europei, impastando il tutto con colori e umori tipici della propria terra. Ovviamente anche qui ci sono stati casi più eclatanti e imitatori, gruppi fondamentali e altri trascurabili. Una delle band principali è quella dei Bubu, argentini artefici di un unico e sublime disco, Anabelas, del 1978. Mentre in Europa il rock progressivo iniziava a leccarsi le ferite, spazzato via dalla voglia di tornare ad un sound più asciutto e immediato dettato dalle nuove tendenze del punk e della new wave, in Argentina il movimento progressivo, pur se molto underground, aveva ancora delle cartucce da sparare. E che cartucce verrebbe da dire ascoltando l’esordio dei Bubu, uno di quei lavori di cui è difficile non innamorarsi. Si parte subito con il pezzo forte dell’album, la suite strumentale di 20 minuti circa El Cortejo de un dia amarillo, dove si sprecano i cambi di tempo e di atmosfera, complice la ricca strumentazione a disposizione degli argentini, in un suono che sovrappone con sorprendente armonia il sax di Win Fortsman, il violino di Sergio Polizzi, il flauto di Cecilia Tenconi e la chitarra di Eduardo Rogatti. A volte questo articolato assortimento sonoro ricorda la follia calcolata di Frank Zappa e la complessità strutturale dei migliori Gentle Giant. Un rischio che pare calcolato vista la grande dimestichezza tecnica di cui dispongono i Bubu, perché anche quando il pezzo sembra senza una precisa direzione spunta sempre il colpo d’ali che rimette in riga le cose. E questa è caratteristica spesso dei grandi. Inoltre i confini il cui si muove la suite è spesso labile. Oltre al già citato Zappa e ai Gentle Giant, i Bubu si avvicinano anche ai King Crimson, soprattutto grazie alla fantasiosa sezione ritmica formata da Eduardo Fleke Folino al basso ed Eduardo Fleke Corbella alla batteria e al jazz rock dei Soft Machine. In un quadro così variegato i Bubu si muovono con classe e qualità riuscendo a creare un brano immortale di tutto il rock progressivo, non solo di quello sudamericano. Anche la seconda traccia, El viaje de Anabelas, è piuttosto lunga e complessa, con i suoi 11 minuti di durata. L’inizio vede protagonista Polizzi con il suo flauto a cui ben presto si accorpano il violino e il sax, finchè non si giunge al primo e lirico momento cantato da parte di Petty Guelache. Ma è solo un attimo perché subito la band si tuffa con foga nel creare un altro grandissimo momento strumentale, con i fiati e il violino a rimarcare con forza la tensione espressiva che davvero caratterizza tutto il brano, con richiami al progressive dark dei Van Der Graaf Generator, al jazz e al Canterbury sound. Chiude l’album Suenos de Maniqui, imprevedibile traccia che alterna accelerazioni frenetiche ma ragionate in cui chitarra e violino si lanciano in una folle corsa a grande velocità e sprazzi più sobri in cui si fa valere anche Guelache che risulta molto espressivo e caldo. Stupisce la simbiosi tra le parti più furiose e psichedeliche, con una sorta di romanticismo magico che lega la terra di appartenenza con i Jethro Tull più ispirati. Anabelas è un disco completo, emozionale, memorabile. Non ci sono cali di tensione o momenti insignificanti e la tavolozza sonora utilizzata è invidiabile. Le grandi doti tecniche di cui dispongono consente all’ensemble di passare con facilità dal progressive sinfonico alla psichedelia, passando attraverso la fusion e il jazz rock, senza dimenticare un certo fascino tipico dell’ America Latina, dettato soprattutto da alcune atmosfere e dal cantato spagnolo. Un piccolo tesoro nascosto che purtroppo come spesso è capitato non ha avuto un seguito, ma che si deve preservare dalla scomparsa. Tenere viva la memoria aiuta. (Luigi Cattaneo)

Anabelas (Full Album)

lunedì 1 dicembre 2014

CONCERTI DEL MESE, Dicembre 2014

Martedì 2
·Locanda Delle Fate Asti

Venerdì 5
·Aldo Tagliapietra Dalmine (BG)
·Astrolabio+Moto Armonico Club Il Giardino Lugagnano (VR)
·Mirrormaze Ornavasso (VB)

Sabato 6
·Banco del Mutuo Soccorso Roma
·I Treni all'Alba Torino
·Spellbound+Vortice di Nulla Paprika Jazz Club Dalmine (BG)
·Ainur Moncalieri (TO)
·Trewa Como
·Fungus Genova

Domenica 7
·Arturo Stàlteri a Napoli

Lunedì 8
·FixForb Blues Canal ore 20:00 Milano

Martedì 9
·Ranestrane Roma

Mercoledì 10
·Mastodon Milano

Giovedì 11
·London Underground Siena
·Tuxedomoon Leoncavallo Milano
·Ossi Duri S. Ambrogio di Torino (TO)

Venerdì 12
·Dropshard Desio (MB)
·EL&P Project Tribute Roma
·Taproban Roma
·Tuxedomoon Roma
·Ossi Duri Piacenza
·R.U.G.H.E. Genova

Sabato 13
·Ossi Duri Casa di Alex Milano
·Fabio Gremo+Delirium+Coscienza di Zeno Genova
·Senza Nome Marino (Roma)
·Mike 3rd Club Il Giardino Lugagnano (VR)

Domenica 14
·Astrolabio Verona
·Quintorigo & Roberto Gatto Milano
·Tuxedomoon Bologna



 Giovedì 18
·Runaway Totem Zero Branco (TV)
·Camelias Garden Roma

Venerdì 19
·Anyway Moncalieri (TO)
·Balletto di Bronzo+Sophya Baccini Roma
·Il Tempio delle Clessidre Genova
·Squartet Bologna

Sabato 20
·Sintonia Distorta Lissone (MB)
·Alphataurus Cherasco (CN)
·Osanna Napoli
·Napoli Centrale Pozzuoli (NA)
·Quarto Vuoto Meolo (VE)

Domenica 21
·Quintorigo+R.Gatto S. Anna Arresi (CA)

Sabato 27
·Supper's Ready Lugagnano (VR)
·Dark Ages Brescia
·Nodo Gordiano Roma
·Lingalad Vallerano (VT)

domenica 30 novembre 2014

DIAMANTE, Ad Vitam Reditus (2014)

I bresciani Diamante hanno una lunga storia alle spalle, che ha radici negli anni ’90 e che si focalizza da subito verso l’omaggio a grandi band dei settanta, sia inglesi (Deep Purple e Uriah Heep) che facenti parte della corrente prog italiana (Biglietto per l’inferno, Rovescio della Medaglia). Dopo l’esordio del 2000 (Riflesso) e il ritorno nel 2007 (Diamante) la band viene colpita dal lutto del tastierista Nicola Zanoni, sostituito da Alan Garda (hammond e tastiere) e ben presente in questo nuovo Ad Vitam Reditus. La maggior parte dei pezzi contenuti nel disco sono un inno al riscatto personale e alle beffe della vita, già a partire dalla splendida doppietta iniziale formata da Il Pagliaccio e Vedi Fratello. La prima è un hard rock con un chorus contagioso e irresistibile, mentre la seconda rimanda ad un tema impegnativo ed emozionale come i campi di concentramento ed era già presente nel disco precedente, anche se qui viene resa più heavy e mostra il grande affiatamento tra Garda, Michele Spinoni (chitarra), Claudio Alloisio (batteria) e Nico Sala (voce e basso). Ballo in Fa Diesis Minore di Angelo Branduardi viene rivisitata in chiave rock, Io Sono … E Sarò ha invece una gradevolissima vena prog impreziosita da un bel solo di Garda. Respirare te (scritta da Zanoni) ritorna in territori hard e si denota per un solo centrale di Spinoni davvero settantiano, così come Profumo d’Oriente che ha una matrice piuttosto simile, anche se più progressive. Tutto ciò viene confermato dalla viscerale carica di Non resisto, mentre Gloria è una preghiera dai passaggi tipicamente vintage prog e la conclusiva La ballata del buon vino (anche questa opera di Zanoni) è una folk song gioiosa e solare. Ad Vitam Reditus è un gradito ritorno, pregno di hard rock ribelle, diretto e imbevuto di soluzioni vicine al progressive e mostra una band dalle buone doti tecniche, in evoluzione rispetto al passato, sempre più convinta dei propri mezzi e della strada da seguire. (Luigi Cattaneo)

Non Resisto (Video)

mercoledì 26 novembre 2014

BASTA!, Oggetto di Studio (2012)


Si può fare del buon prog rock cercando di avere un approccio personale se non addirittura originale? In un periodo di grande fervore per il genere, spesso le uscite, anche ottime, rispecchiano in pieno i clichè a cui siamo abituati da oltre quarant’anni. Alcuni canoni, oramai standardizzati, vengono seguiti anche da act giovani che quella stagione dorata l’hanno vissuta solo di riflesso, magari consumando i vecchi vinili dei genitori. Ma torniamo al quesito iniziale. Si può fare (parafrasando la P.F.M. di Suonare Suonare) o comunque ci si può provare e avere il coraggio di tentare la strada dell’imprevedibilità. Senza parlare di nuove vie da seguire o utilizzare termini esagerati, si può tranquillamente dire che i Basta! (band proveniente da Valdarno) hanno le carte in regola per apparire come un elemento in qualche modo unico nel panorama attuale. Merito anche della scelta di utilizzare strumenti atipici come il clarinetto suonato da Andrea Tinacci e soprattutto la diamonica di Damiano Bondi, che si intrecciano in modo naturale ed elegante con la chitarra di Saverio Sisti e le ritmiche prog della coppia Roberto Molisse e Giacomo Soldani, rispettivamente batteria e basso della formazione. Oggetto di Studio (registrato dopo aver vinto l’U-Festival e prodotto da Materiali Sonori) è una sorta di concept, con un narratore che lega le varie tracce raccontando l’epopea di un ricovero ospedaliero in cui si è cavia da laboratorio (ma non manca una certa surreale ironia toscana). Le influenze più chiare sembrano quelle di Porcupine Tree e Rush, mentre il mood quasi cinematografico del racconto mi ha rimandato anche ai grandissimi Ranestrane ma l’inserimento della diamonica in questo contesto riesce a spiazzare e nello stesso tempo entusiasmare. L’opener Il sig. Porpora e gli Oggetti Scomposti, la seguente Sogno … ma anche no e Mondi Paralleli sono il trittico che qualunque band al debutto sogna di piazzare, merce rara per qualità e coinvolgimento. Le melodie dettate da diamonica e clarinetto sono un piacevole diversivo al solito menù, i soli di Sisti risultano efficaci e le ritmiche ben pensate nel coadiuvare lo sviluppo delle trame proposte. Un ep di buonissima fattura e di notevole impatto che lascia presagire un futuro molto roseo. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito il link dove ascoltare l'ep

venerdì 21 novembre 2014

TACITA INTESA, Tacita Intesa (2014)


Debut interessante per i toscani Tacita Intesa, un omonimo lavoro autoprodotto da cinque ragazzi (Pasquale Balzano alla batteria, Filippo Colongo alla chitarra, Thomas Crocini al basso, Alessandro Granelli alla chitarra nonché cantante e Daniele Stocchi alle tastiere) uniti dalla passione per il rock progressivo tout court. La band partendo da modelli settantiani si lancia in passaggi hard ed elettronici che ben si inseriscono nel contesto e così è facile scovare passaggi vicini ai nostrani Balletto di Bronzo o agli immortali King Crimson, senza dimenticare effluvi psichedelici di floydiana memoria. L’idea alla base del lavoro (la fusione tra uomo e tecnologia e ciò che può comportare il progresso) si sviluppa nell’arco dell’opera in modo armonioso e ben strutturato, già a partire dall’iniziale Ciutikutown, uno dei brani punta di questo esordio. Synth preponderanti, voce filtrata, clima oscuro degno dei Van Der Graaf Generator e progressivo avvicinarsi a caratteristiche comuni a tante band italiane di oltre quarant’anni fa (Premiata Forneria Marconi ma anche New Trolls), con Stocchi bravissimo nel creare ottimi tappeti che si amalgamano con dirompenti frasi ritmiche e inserti chitarristici piuttosto possenti. La breve e classicheggiante Daigo introduce Valzer della morte, brano in cui si distingue nuovamente Stocchi con le sue parti di organo. Dopo la stralunata Portmanteau è la volta di Corona, pezzo dai risvolti psichedelici che nella parte centrale sviluppa solide trame hard prog per poi abbandonarsi su lidi più tipicamente settantiani, per quello che forse è l’episodio che meglio riassume le varie piccole anime del progetto. Un discorso analogo anche per la successiva Terzo Rigo quarta Parola, con parti cantate al limite del beat e intuizioni di stampo quasi heavy, soprattutto per via di certi riff propulsivi proposti da Colongo. Il finale strumentale di Periodo Refrattario ci porta nuovamente nei territori progressivi degli albori e conclude un disco interessante e che lascia intravedere ampi margini di miglioramento. (Luigi Cattaneo)

Ciutikutown (Video)