mercoledì 28 settembre 2022

LVTVM, Irrational Numbers (2022)

 

Fresco di stampa il nuovo lavoro targato LVTVM (fango in latino), un ep che segue Adam, disco di cui avevamo parlato ben 7 anni fa e che conferma l’attitudine post metal di un sound tanto pesante quanto oscuro e psichedelico, creato ancora da due bassi, quelli di Carlo Bellucci e Isacco Bellini, dalla solidissima batteria di Alessandro Marchionni e dai sinistri synth gestiti da Matteo Borselli. Irrational numbers è un album tirato e perennemente teso e dalle parole della band emergono tutte le difficoltà di gestire un gruppo in questi anni di pandemia e lockdown. La composizione di Irrational Numbers è stata complicata dalla pandemia e dalle oggettive difficoltà di poterci incontrare e suonare, ha reso la gestazione di questo disco particolarmente lunga e difficoltosa ma ci ha permesso di produrre un’opera meno viscerale ma maggiormente analitica e complessa rispetto al precedente Adam. 



Un percorso di crescita ma anche di continuità con il passato, seppure ci troviamo dinnanzi ad un ep di 25 minuti circa e non ad un full come ci si poteva aspettare dopo tutto questo tempo, che non è passato invano e ci ripresenta una formazione in evoluzione, che non si accontenta ma appare costantemente alla ricerca di mondi da esplorare. (Luigi Cattaneo)




lunedì 26 settembre 2022

THE LOYAL CHEATERS, Long run ... all dead (2022)

 

È sempre un piacere per me ascoltare band come i The Loyal Cheaters (Lena McFrison voce e chitarra, Max Colliva chitarra, Tommy Manni basso e Richie Raggini batteria), gruppo che si è formato solo due anni fa, ispirato da AC/DC, Hanoi Rocks, Cheap Trick (di cui coverizzano Surrender) e Slade, quindi un hard rock/glam energico, diretto e vitale, elementi che ritroviamo nel debutto Long run … all dead.  Il disco è ovviamente molto scorrevole, mostra il giusto vigore r’n’r abbinato a melodie azzeccate, quelle che si impongono in brani come No Saturday nites, Drama queen o Me myself and I, dove si palesano anche doti di scrittura innegabili. Esordio brillante e consigliato soprattutto a chi ancora cerca dal rock suoni veri e crudi, senza compromessi e sovrastrutture altisonanti. (Luigi Cattaneo)

Me myself and I (Video)



sabato 24 settembre 2022

THE ROOTWORKERS, Attack, Blues, Release (2022)

 

Nati nel 2019, i The Rootworkers (Enrico Palazzesi voce e chitarra, Lorenzo Cespi basso, Enrico Bordoni batteria e piano elettrico, Andrea Ballante chitarra) guardano al rock blues in maniera spontanea e diretta, e senza troppi fronzoli firmano un ep di debutto pieno di buone vibrazioni. Attack, Blues, Release è un concentrato di anni ’70, tra ritmiche swing e boogie, duelli di chitarra memorabili e un piano elettrico che si affaccia sinuoso tra le pieghe di un album che batte forte sin dall’iniziale Work all day, prima delle travolgenti Lonesome boy e To leave nobody. Nota a parte per Dirty ceiling, che ospita l’armonica di Enrico Ballante, per quello che è un brano vicino alla nostrana Treves Blues Band. Dopo aver incoronato ultimamente i lavori di Rainbow Bridge, Mountain’s Foot e Rusty Groove, è un piacere scoprire un’altra giovane realtà blues del panorama italiano, un sottobosco underground che fatica ad emergere ma che è vivo e in grande forma. (Luigi Cattaneo)

Dirty ceiling (Video)



giovedì 22 settembre 2022

CLOV, Every love story is a death story (2022)

 

Terzo disco per Piero Prudenzano e il suo progetto Clov, che con Every love story is a death story si cala all’interno di un concept sull’evoluzione dei sentimenti e il senso di perdita causato dalla fine di una relazione. Interamente registrato in casa, il disco si caratterizza per un evidente approccio lo-fi, con chitarre che sanno essere ora distorte, ora più pulite e synth che fanno da tappeto alle evoluzioni pop e folk di un racconto che diviene progressivamente claustrofobico e oscuro. La voce di Ramona Ruggeri apre The sound of our first meeting, momento idilliaco che prosegue con We have everything/nothing, che vede la presenza di Marianna Calabrese (voce) e di Luciano Pirulli (batteria). Un inizio corposo che prosegue con Cats (stavolta alla batteria c’è Jacopo Fiore) e Short story about love, ben interpretata ancora dalla Calabrese. Appare evidente come Prudenzano abbia scelto la via della collaborazione per creare un percorso dove l’unità dell’insieme finisce per fare la differenza, perché ogni ospite ha apportato un contributo significativo seppur sotto la guida di Piero, curioso generatore di suoni sin dall’esordio del 2009. Ne sono ulteriore esempio il sax di Chiara Archetti, che fa bella mostra in All through the house e i violini di Silvia Natali e Justin Viorel in Short story about dead, mentre The sound of our last meeting è il finale che celebra l’inevitabile dolore del distacco. (Luigi Cattaneo)

Short story about dead (Video)




mercoledì 21 settembre 2022

BOSCHIVO, Bardo dell'autodistruzione (2019)

 


Questo disco è la sublimazione di una vita intera, l’addio ad un passato pieno di ossessioni e tormenti, un addio senza rancore, anzi, colmo di gratitudine per le lezioni impartite. È un processo di purificazione alchemica, dalla notte buia dell’anima al suicidio rituale, dalla morte ad una rinascita luminosa sotto una nuova, grandissima consapevolezza. Ma prima di ogni altra cosa, questo disco è una coraggiosa presa di posizione sulla realtà, un totem eretto con fierezza tra le lapidi di un mondo che sta soffocando sotto i suoi stessi miasmi sepolcrali, esalati dalle illusioni dogmatiche della logica e della razionalità, un totem che reca una breve incisione: “La magia esiste”. E non in senso metaforico.

Con queste parole Boschivo presenta Bardo dell’autodistruzione, un lavoro uscito nel 2019 dal taglio sperimentale che si apre con Pozzoscuro, introduzione che rimarca l’atmosfera esoterica che permea l’intera opera. Le venature neofolk sono evidenti e si dipanano in quasi tutto il percorso, che si fa oscuro nella decadente La danza perversa delle falene e nella cupa Quando la morte verrà. Menzione a parte per la title track di 18 minuti, un viaggio drone e ritual che fonde buia psichedelia e ambient, epitaffio di un album arcano e tenebroso. (Luigi Cattaneo)

sabato 17 settembre 2022

GRUPPO AUTONOMO SUONATORI, Omnia Sunt Communia (2021)

 

Nati nel lontano 1997 da un’idea di Claudio Barone (voce, basso e mandolino), il Gruppo Autonomo Suonatori (G.A.S.) arriva solo ora ad esordire, tramite la storica Black Widow Records, con Omia Sunt Communia, album in cui, oltre al leader, troviamo Andrea Imparato (sax e flauto), Simone Galleni (chitarra e basso), Valter Bono (batteria), Thomas Cozzani (synth) e Andrea Foce (piano e flauto). L’inizio strumentale di Alice spring ci introduce in maniera elegante nel mondo sonoro e anche un po' nostalgico della band, che non disdegna trame jazz rock. Le due parti di La regina sono sviluppate attraverso strutture e atmosfere tipicamente settantiane, ricamate su un tessuto che abbina melodie aggraziate e cura per gli arrangiamenti, mentre le sezioni che vanno a formare Preludio creano un unico brano fortemente evocativo. Il sacco di Bisanzio e la suite Beatrice sono momenti ben costruiti, dove le parti strumentali sono sapientemente miscelate a tematiche storiche e letterarie, legate insieme con gusto e alchimia. La capacità di rifinire con estro e attenzione le suggestioni di cui è permeato Omnia sunt communia trovano libero sfogo nella strumentale Il richiamo della sirena e nella conclusiva title track, che suggella un esordio che ci riporta a band leggendarie come P.F.M., Le Orme, Museo Rosenbach e Osage Tribe. (Luigi Cattaneo)

Il sacco di Bisanzio (Video)



venerdì 16 settembre 2022

BEHIND THE SUN, Obsidian Rogues (2021)

 


A tratti sorprendente questo Obsidian Rogues dei Behind the Sun, oscuro duo tedesco formato da Robert Mallett (basso, gong, voce) e Nico Wèry (chitarre, tubular bells, synth, voce), che ha fatto dell’essenzialità il motore di un progetto che si muove solido tra psichedelia, dark, neo folk e ambient. A trance of orbs, colorata dalle tubular bells di Nico, apre il disco, una traccia introduttiva esemplificativa del lavoro, che poi si sviluppa ulteriormente con le seguenti Lost storms e Ruine, in cui compaiono anche suoni elettronici, adeguatamente adagiati su un tappeto acustico affascinante, creato dalle note di Mallett e dagli arpeggi di Wèry. L’assenza di sovrastrutture e di arrangiamenti complessi non frena la creatività dei tedeschi, che chiudono la prima parte del disco con l’aggraziato folk di Wrong turn. Delicatissima anche Outside the mirror, che sconta forse un’eccessiva prolissità, la strumentale The shadow of a day si sviluppa mite e con tenui fraseggi, blueseggiante è invece la lunga e interessante The morrow, unica traccia in cui compare la batteria (suonata da Wèary e da Thilo). La conclusiva Asylum vede il solo Nico destreggiarsi alla chitarra, finale suggestivo di un album oscuro ma con una flebile luce all’interno, proprio come quella fiammella che campeggia in bella mostra al centro dell’artwork. (Luigi Cattaneo)   


sabato 10 settembre 2022

RAINBOW BRIDGE, Live at La Cittadella degli artisti (2022)

 

Dopo una serie di dischi davvero ottimi ( https://therainbowbridge.bandcamp.com/music ), i Rainbow Bridge (Giuseppe JimiRay Piazzolla alla chitarra e alla voce, Fabio Chiarazzo al basso e Paolo Ormas alla batteria) festeggiano questi 16 anni di carriera pubblicando Live at La Cittadella degli artisti, un resoconto di una serata svoltasi a Molfetta il 29 gennaio 2022. Chi conosce la band sa cosa deve aspettarsi dal trio, un concentrato adrenalinico di rock blues, psichedelia e desert, che inneggia tanto ad Hendrix quanto a Rory Gallagher e Stevie Ray Vaughan, ancora più esplosivo nella dimensione dal vivo, che pare essere quella dove la band si trova maggiormente a suo agio. L’iniziale The storm is over ci catapulta nell’atmosfera settantiana della loro musica, prima della distorta Lama, che profuma dei Cream più aggressivi, e di Words, purissimo diamante rock blues. Echi dei mai abbastanza celebrati Taste fanno capolino in Marley, scoppiettante la versione di I’m just a man, mentre Dirty Sunday è la solita jam impazzita che celebra la stagione di fine ’60 con gusto e innata passione. No more I’ll be back è una colata lavica di 12 minuti, la conclusiva accoppiata Rainbow Bridge/Dusty, unite insieme in un vortice di desert rock, blues hendrixiano e hard, è l’ideale celebrazione finale di una serata memorabile di un gruppo che meriterebbe sicuramente riconoscimenti maggiori. (Luigi Cattaneo)

Full album



mercoledì 7 settembre 2022

SOUL LEAKAGE, Syzygy (2022)

 

Nati nel 2020 per volontà di Francesco Lenzi (chitarra e mandolino) e Davide Lucioli (synth e basso), i Soul Leakage si completano con l’arrivo di Jacopo Bucciantini (batteria e percussioni), ed è con questa formazione che arrivano ora a pubblicare per Radici Music Records Syzygy. La title track iniziale ci cala nel mondo intimo dei Soul Leakage, un avvio da soundtrack che tradisce velati rimandi space e che fa il paio con Mars blows, attimi di profondità mistica in cui perdersi e assaporare una musica che ha radici e connessioni recondite, quasi ancestrali. D’altronde non mancano riferimenti psych, che emergono pure nelle successive Soap bubble, breve e delicata, e Sunday demise, più strutturata e capace di unire ambient, jazz e prog. L’elemento psichedelico risalta l’ottima Noah’s dream, tra i pezzi più riusciti dell’album, e la lunga Buddha’s temple, 10 minuti spirituali e mistici, mentre Sweet angel ha una natura immaginifica e filmica. La conclusiva Disclosure non fa altro che sigillare un esordio pieno di grazia e idee. (Luigi Cattaneo)

Disclosure (Video)



domenica 4 settembre 2022

STERBUS, Let your garden sleep in (2021)

 

Sono lontani i tempi in cui Sterbus (alias Emanuele Sterbini), si divertiva a pubblicare dischi come Eva Anger e Smash the sun alight, schegge impazzite in cui l’autore metteva insieme le più disparate influenze, dall’alternative al prog, passando per il folk, la psichedelia e il grunge, infischiandosene bellamente di etichette e stereotipi. Dopo il ricco doppio del 2018, Real estate/Fake inverno, decisamente più proggy ma con tutte le caratteristiche crossover del progetto, ecco ora una nuova incarnazione di Sterbus, Let your garden sleep in, imbevuto di power pop, folk e indie rock, dove oltre ad Emanuele (voce, chitarra, basso e synth), troviamo nuovamente Dominique D’Avanzo (voce, clarinetto e flauto), coadiuvati da Riccardo Piergiovanni (piano, synth, organo e clavicembalo), Francesco Grammatico (violoncello, tromba, trombone e organo), Brenda Gagarina (shaker, tamburello, gong e campanaccio) e Pablo Tarli (batteria), a cui vanno aggiunti una serie di ospiti che hanno reso ricchissimo il prodotto. Difatti, le strutture sono mascherate per risultare più semplici rispetto al passato, con brani maggiormente pop ma che si dimostrano da subito molto rifiniti nell’arrangiamento e curati nel dettaglio. Ogni virgola è lì perché ci deve stare e i 40 minuti scarsi del lavoro non fanno altro che portare in dote l’esperienza accumulata negli anni da Sterbini, che continua il suo percorso libero da convenzioni e schemi precostruiti. (Luigi Cattaneo)

Murmurations (2021)



giovedì 1 settembre 2022

NOT MOVING, Live in the Eighties (2021)

 


Uscito originariamente nel 2005 (ma in un cofanetto CD/DVD), Live in the Eighties dei seminali Not Moving è un documento importantissimo che onora la sfrenata band italiana, sempre sulla linea di confine tra garage, new wave e post punk. I brani, tutti registrati tra il 1985 e il 1988 in Italia e Germania, hanno un suono sporco e conforme all’attitudine del gruppo, sia quando si tratta di pezzi originali, sia quando vengono omaggiati Rolling Stones, Elvis, The Doors e Willie Dixon. La vocalità sempre affascinante di Lilith, la chitarra sfrontata di Dome La Muerte, le ritmiche punk di Tony Bacciocchi (batteria) e Dany Dellagiovanna (basso), mitigate dalle tastiere di Mariella Severine Rocchetta, sono elementi di un puzzle inquieto e cupo, scarno ma dai tratti mistici, una sorta di rito collettivo dove esplodono Suicide temple e No friend of mine. La scelta di mantenere solo 13 tracce rende questa nuova edizione ancora più schizzata e vitale, e la produzione, volutamente grezza e maleducata, non fa altro che accentuare le caratteristiche della band, che si esprime al top nel rock senza compromessi di I know your feelings e nella darkeggiante Sweet Beat Angel, ma non sono da meno la potente Lookin' for a vision e il post punk di Spider, momenti elettrizzanti di un tributo all’arte di uno dei gruppi da riscoprire dei nostri anni ’80. (Luigi Cattaneo)


lunedì 29 agosto 2022

DRIFTIN' LINE, Born as slaves We die free (2021)

 



È sempre un piacere scoprire nuove realtà del panorama underground nostrano, talmente ricco e fitto di band che diventa davvero complesso rimanere aggiornato sulle novità del sottobosco, come il debutto dei Driftin' Line, progetto nato nel lontano nel 2006 dalla mente del tastierista Valerio Città ma che ha trovato la definitiva quadratura nel 2015, quando la band ha iniziato ha lavorare al materiale di questo Born as slaves We die free, un concept sulla guerra pubblicato nel 2021 dall’Underground Symphony. Quando si parla di prog metal viene naturale pensare ai Dream Theater, e in effetti le prime note dell’intro In solitude e della successiva strumentale A glimmer of freedom sembrano guardare in quella direzione, con la tecnica dei sette musicisti che sorregge strutture melodiche e suggestive. Delicatezza e propensione hard ammantano One more soul, mentre The old river sembra guardare ai Pain of Salvation di inizio carriera, prima di The son of Juambali e Blind madness, brani ricchi di pathos e sentimento. La seconda parte del lavoro si apre con A prayer, che parte in maniera molto tenue e lieve, per poi avere un crescendo emotivo notevole, che confluisce in Never again e in A promise, altre sezioni del racconto davvero ottime, sia come impatto che come scrittura. La chiusura è affidata alla suite Getaway, che non fa altro che confermare la qualità complessiva di questo esordio, opera prima di un gruppo che ha tutte le carte in regola per imporsi nell’affollato panorama prog metal italiano. (Luigi Cattaneo)


mercoledì 24 agosto 2022

SIMPLE LIES, Millennial Zombies (2022)

 


Terzo album per i Simple Lies, hard rock band bolognese nata nel 2006, che torna con questo Millennial Zombies dopo aver accumulato esperienza live insieme ad act come Skid Row, Wednesday 13, Nashville Pussy e Girlschool, tutte formazioni con cui il quintetto ha in comune attitudine e spirito. Difatti il disco è una miscela esplosiva di riff heavy e melodie classiche, a partire dalle iniziali The end e 567 hate!, una doppietta battagliera e potente, che incanala da subito questo ritorno fatto di ritmiche spesse e chitarre aggressive. Altro esempio è Mr. Leg day, che si apre su un chorus di facile presa, ma non sono da meno Weird uncle e Prince of darkness, che ricorda anche alcuni episodi dell’Ozzy solista. Posta a metà lavoro troviamo la robusta e tagliente title track, un treno in corsa che si ferma nelle melodie decisamente più eteree di On a stage together, per poi ripartire a folle velocità con The cage e Flat brain society, entrambe song cariche di positiva elettricità. Il finale è ad appannaggio prima di Ravencock, e poi di Here lies her ghost, che chiudono ottimamente un album dove emergono passione e grande intesa tra le parti, punto di forza di uno dei dischi più convincenti tra quelli usciti per Sneakout Records in questo 2022. (Luigi Cattaneo)


sabato 20 agosto 2022

QVINTESSENCE, Qvintessence (2022)

 


Nati nel 2018 a Bologna, i Qvintessence sono un quartetto formato da Giacomo Calabria (batteria), Luca Nicolasi (basso), Omar Macchione (chitarra) e Francesco Grandi (voce), che arriva con l’omonimo disco al debutto ufficiale (anticipato da un paio di singoli). Grunge novantiano e alternative, proposto con gusto e passione, sono la base di un lavoro corposo e adrenalinico, con una vena melodica sempre ben presente e fortemente caratterizzante, sia quando ammicca ai Soundgarden, sia quando guarda ai maggiormente mainstream Audioslave. Ne vengono fuori brani come Ghosts, Focus on the crash o Bandog, sinceri, spontanei e diretti come dovrebbe essere il rock, con uno sguardo che si posa sul passato storico del genere per riproporlo nel presente, perché quando la musica ha un’anima, come nel caso degli emiliani, risulta immortale e senza tempo. (Luigi Cattaneo)

Ghosts (Official Video)



giovedì 18 agosto 2022

IBRIDOMA, Norimberga 2.0 (2022)

 

Sesto disco per gli Ibridoma, ormai una realtà ventennale del panorama metal nostrano, che con il nuovo Norimberga 2.0 (edito da Punishment 18 Records) mostra di aver raggiunto la piena maturità compositiva e di meritare probabilmente una maggiore attenzione da parte degli appassionati del genere. Hard & heavy melodico e potente, suonato con spirito, passione e tecnica, ma soprattutto pathos, aspetto che emerge prepotente in brani come Ti ho visto andare via, Where are you tonight e Coming home. Non mancano i classici episodi targati Ibridoma, con i riff dei chitarristi Marco Vitali e Lorenzo Castignani che suggellano Raise your head e l’aggressiva title track, dove il lavoro ritmico della coppia formata da Alessandro Morroni (batteria) e Leonardo Ciccarelli (basso), insieme alla voce di Christian Bartolacci, completano un quadro complessivo in cui il lavoro d’insieme diviene punto focale di un disco che non fa altro che confermare la bravura di un quintetto sempre più consapevole delle proprie capacità. (Luigi Cattaneo)

Ti ho visto andare via (Official Video)



martedì 16 agosto 2022

ARTHUAN REBIS, Sacred woods (2021)

 

Terzo disco per Arthuan Rebis, pseudonimo dietro cui si cela Alessandro Arturo Cucurnia, già all’attivo con gli In Vino Veritas e i The Magic Door. Sacred woods è un viaggio alla ricerca di suoni e connessioni con la natura, tra folk, cantautorato e studio di tradizioni popolari, partendo da quella celtica per arrivare a quella iberica, passando per India e Cina. Ovviamente per avventurarsi in un percorso del genere serve una cultura smodata di quello che si sta trattando e Alessandro, mentore e studioso di questo affascinante progetto, ha deciso di farsi accompagnare da una serie di ospiti che con la loro personalità hanno donato ancora maggiore spessore al prodotto finale. Troviamo così la voce narrante di Paolo Tofani (Area) e i synth di Gabriele Gasparotti (di cui abbiamo più volte parlato da queste pagine) nella misteriosa Albero sacro, il bodhràn di Nicola Caleo gioca con il santoor (uno strumento iraniano a corde percosse) di Vincenzo Zitello (Alice, Ivano Fossati, Teresa De Sio, giusto per citare qualche sua collaborazione) e la voce di Mia Guldhammer in Kernunnos, una ballata tradizionale danese, prima dell’ipnotica Runar, dove oltre a Caleo e Gasparotti abbiamo Zitello impegnato stavolta alla fujara, un particolare strumento slovacco. La coppia formata da Tofani e Gasparotti esegue Elbereth, che posa uno sguardo sul magico mondo di Tolkien, mentre Come foglie sospese si distingue per la delicata arpa (sempre di Zitello) che accompagna il canto di Cucurnia. Ancora il bodràn (ma stavolta di Glen Velez) nella splendida Danzatrice del cielo, la rilettura di Diana dei seminali Comus, impreziosita dalle tablas di Federico Senesi, è il perfetto epitaffio di un disco prezioso, un lavoro enorme che ha il merito di incuriosire e dettare suggestioni dalla prima all’ultima nota. (Luigi Cattaneo)

Elbereth (Official Video)



mercoledì 10 agosto 2022

THE MILLS, Useless (2022)

 

Secondo disco per i The Mills (Morris voce e chitarra, Lorenzo Valè alla chitarra, Augusto Dalle Aste al basso e Piero Pederzolli alla batteria), indie rock band che avevamo già avuto modo di apprezzare con il gradevole Cerise. Il nuovo Useless continua quel discorso, un rock verace che guarda tanto all’Inghilterra quanto agli Stati Uniti, per un risultato complessivo più maturo rispetto all’esordio del 2020. Un lavoro immediato e compatto, fluido nella resa di pezzi come A liar in the sun, Celine o la title track, momenti di un album uscito per l’etichetta Dischi Soviet Studio. La forma del live sembra essere quella più consona alla musica del quartetto, e lo si comprende perfettamente dall’accoppiata iniziale formata da Berlin e I feel fine, intrise di rock anni ’90 e più in generale di un alone post punk elettrizzante, spirito perfetto per raccontare i malandati tempi che stiamo vivendo. (Luigi Cattaneo)

Berlin (Video)



VASKO ATANASOVSKI ADRABESA QUARTET, Phoenix (2020)

 


L’Adrabesa Quartet guidato da Vasko Atanasovski (sax e flauto) è un collettivo dal forte sapore etnico e folk, anche per la disparata provenienza dei musicisti coinvolti, eccezionali nell’ammantare di spirito world le intricate trame jazz di questo Phoenix, disco uscito nel 2020 per la meritoria Moonjune Records. Difatti, oltre al leader e al figlio Ariel (special guest al violoncello), di nazionalità slovena, troviamo l’italiano Simone Zanchini alla fisarmonica, il francese Michel Godard alla tuba e Bodek Janke alla batteria, nato in Polonia ma cresciuto in Germania. Insomma un melting pot di culture che ci consegna un lavoro pieno di anima, seppure i virtuosismi e i tempi dispari imperlano brani come Green Nymph o Liberation, tra i migliori esempi di un disco davvero notevole. Registrato in Slovenia sul finire del 2019, l’album è un viaggio che parte dai Balcani e arriva in Europa, un trip multietnico che diviene tangibile nel grandeur di Concerto epico e nelle intuizioni di Thornica, splendidi momenti di un lavoro affascinante e profondo. (Luigi Cattaneo)


martedì 2 agosto 2022

BELEDO, Seriously deep (2021)

 


Nativo dell’Uruguay, ma con sede a New York, Beledo è un musicista attivo dagli anni ’80 di cui avevamo già parlato in occasione del precedente Dreamland mechanism (recuperatelo!), opera ambiziosa che fa il paio con il nuovo Seriously deep, uscito sul finire del 2021 sempre per Moonjune Records. Beledo, impegnato alla chitarra, al piano acustico e ai synth, è qui accompagnato da Tony Levin al basso e Kenny Grohowski alla batteria, una sezione ritmica che non ha bisogno di presentazioni e che è perfetta per la fusion progressiva del sudamericano, che si apre con la lunga title track, un omaggio a Eberhard Weber e al suo Silent feet, disco del 1978 pubblicato dalla ECM, che vede la presenza di Jorge Camiruaga al vibrafono. Differente l’anima di Mama D, tributo alla cantante sudafricana Dorothy Masuka, con Kearoma Rantao alla voce, abile nel narrare l’oppressione dell’apartheid, mentre l’ugola di Boris Savoldelli impreziosisce la fitta trama strumentale di A temple in the walley, muovendosi con destrezza in territori canterburyani. Spirito free e scrittura emergono nell’approccio di Beledo, che ha maturato la capacità di allargare la gamma espressiva in sede di songwriting, costruendo un personale ponte tra fasi, che risulta essenziale per la riuscita dei suoi lavori. Ritroviamo Camiruaga in Maggie’s sunrise, brano suggestivo e affascinante, prima di Knocking waves e Into the spirals, due composizioni nate dall’improvvisazione in studio, che mostrano la duttilità del trio e quanta empatia si è venuta a creare durante le registrazioni di Seriously deep. (Luigi Cattaneo)


domenica 31 luglio 2022

ROSELUXX, Grand Hotel Abisso (2021)

 

Terzo disco per i Roseluxx, band formata da Tiziana Lo Conte (voce ed elettronica, conosciuta per il suo passato nei Gronge e nei Goah), Claudio Moneta (chitarra, già con Goah e Monzon), Federico Scalas (basso, contrabbasso e violoncello) e Marco Della Rocca (batteria e percussioni, fondatore dei Memoria Zero e membro di Blackmondays, Sunomi e P.A.D.). Un lavoro questo Grand Hotel Abisso che arriva dopo l’esordio del 2014 (dove vi erano state le collaborazioni con Emidio Clementi e Stefano Pila dei Massimo Volume, Luca Mai degli Zu e Luca Miti) e Feritoia del 2017 (dove invece trovavamo Julia Kent, violoncellista di Antony & the Johnson, Fabrizio Tavernelli e Luca Venitucci degli Ardecore), uno sguardo critico sul declino inesorabile della nostra civiltà e del suo deprimente stato. La title track iniziale coinvolge da subito con un carico emotivo non indifferente, tra canzone d’autore e alternative, Carver gioca sul binomio tra strofe intimistiche e chorus che esplodono, mentre Suspiria sembra guardare al rock settantiano e all’horror del maestro Argento. Spoken word aggressivo e intriso di rassegnata desolazione quello di Netflixx, lirico l’omaggio a Tim Buckley in Canto alla sirena, prima di Ragazza a Roma, che guarda alle melodie tipiche di certi anni ’80, e Scelta di campo, gradevole esempio del groove in possesso della band. Ci avviciniamo al finale con Ruota delle meraviglie e Giorno crudo, che si muovono tra psichedelia, pulsioni dark, e atmosfere vintage, ma la chiusura vera è affidata alla sperimentale Variazione Eldorado, con i suoi suoni dilatati e spaziali, conclusione di un ritorno drammatico e al contempo graffiante. (Luigi Cattaneo)

Netflixx (Video)