venerdì 1 febbraio 2019

EARTHSET, L'uomo meccanico

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Gli Earthset presentano la sonorizzazione del film muto “L’Uomo Meccanico”.

La sonorizzazione è nata all’interno del Progetto Soundtracks 2018, finanziato dal Centro Musica di Modena e col partenariato della Regione Emilia Romagna e del Museo del Cinema di Torino. Direttori artistici del progetto sono stati Corrado Nuccini (Giardini di Mirò) e Stefano Boni (Direttore del museo del Cinema di Torino).
Scopo del progetto era selezionare sei artisti o gruppi musicali attivi in regione che fossero interessati ad approfondire un percorso volto ad apprendere e sviluppare l’incontro tra musica ed immagine, con specifico riferimento ai film muti dei primi del ‘900.
La direzione artistica del progetto alla fine del corso ha assegnato alla band bolognese Earthset (compagine alternative rock composta da Luigi Varanese, Costantino Mazzoccoli, Emanuele Orsini ed Ezio Romano) ed al ravennate Luca Maria Baldinilacomposizione di una sonorizzazione per il film “L’Uomo Meccanico”. Il lavoro si è svolto sotto la direzione edil tutoraggio di Nicola Manzan (Bologna Violenta) e Tiziano Bianchi.

IL FILM
"L'Uomo Meccanico" è un film muto prodotto dalla Milano Film nel 1921. Autore e interprete della pellicola è il francese André Deed (noto in Italia come Cretinetti). Il film era parte di una trilogia che lo stesso Deed intendeva realizzare, ma il progetto fu interrotto bruscamente dal fallimento della Milano Film e l'unico film realizzato di questo progetto fu proprio "L'Uomo Meccanico".
Poiché si è perso il film "Il Mostro di Frankenstein" del 1914, "L'uomo Meccanico" è il primo film di fantascienza/horror prodotto in Italia ad oggi disponibile, seppur in versione mutilata.
La pellicola, infatti, era andata perduta e solo negli anni '90 la Cineteca di Bologna è riuscita a restaurare l'ultima bobina rimasta al mondo rinvenuta nella Cinemateca Brasileira di San Paolo.
“L’Uomo Meccanico” è per questo poco conosciuto, sebbene rappresenti una tappa molto importante del cinema italiano. Si tratta, della prima pellicola italiana ed una delle prime al mondo ad affrontare il tema dell'automa ed a mostrare la scena dello scontro tra un mostro meccanico buono ed uno cattivo, anticipando di gran lunga temi sviluppati dalla fantascienza posteriore (nonchè un certo immaginario mecha-giapponese).

LA SONORIZZAZIONE
La sonorizzazione musicale del progetto è affidata alla scrittura tra il noise rumoristico ed il post rock degli Earthset.
Se gli strumenti utilizzati, infatti, inscrivono il progetto in un filone comunque riconducibile al rock, gli inserti armonici dodecafonici, esatonali e dissonanti, la massiccia presenza di effetti rumoristici, l’incedere di loops ipnotici, la dilatazione temporale di atmosfere contaminano il campo e ricordano certe forme di ricerca sonora della musica classica contemporanea.
Non si tratta di un caso, ma della scelta ponderata della band, che per questo progetto ha voluto approfondire lo studio delle avanguardie storiche dei primi del '900 (in particolare la scuola di Vienna, Stravinskij e Debussy) e della più recente produzione classica contemporanea internazionale e nazionale (tra i vari riferimenti, Missy Mazzoli e Luca Francesconi).
Una delle frasi musicali che ricorre lungo tutta la sonorizzazione è proprio una successione di dodici suoni-fonemi (dodecafonia) che in una tabella di corrispondenze tra note e lettere, secondo una tecnica elaborata da Alban Berg, corrisponde al binomio UOMO MACCHINA.

IL TOUR
Il tour della sonorizzazione impegnerà la band bolognese per tutta la prima metà del 2019.
In
alcune date segnalate sarà presente anche Luca Maria Baldini. In questo caso, la sonorizzazione vedrà il dialogo tra la parte elettronica (suonata da Baldini) e la parte riservata all'Uomo Meccanico (suonata dagli Earthset).
Ai loops ed ai ritmi su cui Baldini tesse da sua rete di atmosfere e desing sonoro, si contrappone la scrittura tra il noise rumoristico ed il post rock degli Earthset, creando un intreccio unico e disorientante.


CONCERTI DEL MESE, Febbraio 2019

Venerdì 1
·Uriah Heep a Lagundo (BZ)
·Carl Palmer a Ranica (BG)
·Disequazione a Trieste

Sabato 2
·Carl Palmer a Biasca (Cantone Ticino)
·Uriah Heep a Cesena
·Massimo Giuntoli a La Spezia
·Le Orme a Genova
·Alviti & Papotto a Roma
·Rinunci a Satana? ad Arcore (MB)

Domenica 3
·Uriah Heep a Trezzo s/Adda (MI)
·Legends of Prog Rock a Padova
·Mad Fellaz a Romano d'Ezzelino (VI)

Lunedì 4
·Roberto Cacciapaglia a Ivrea (TO)

Martedì 5
·Legends of Prog Rock a Forlì
·Roberto Cacciapaglia a Biella

Mercoledì 6
·Legends of Prog Rock a Roma


Giovedì 7
·Kiko Loureiro al Legend di Milano

Venerdì 8
·Balletto di Bronzo a Torino
·Carl Palmer a Melfi (PZ)

Sabato 9
·Balletto di Bronzo alla casa di Alex di Milano
·Estro a Roma
·Real Dream a Genova
·Carl Palmer a Mola di Bari (BA)

Martedì 12
·Lingalad ad Alzano Lombardo (BG)
·Carl Palmer a Bologna

Mercoledì 13
·Steven Wilson a Bologna

Giovedì 14
·Steven Wilson a Bergamo
·Roberto Cacciapaglia a Bologna

Venerdì 15
·Estro a Orvieto (TR)
·The Forty Days a Genova
·O.R.k. a Ravenna
·Juri Camisasca a Bologna


Sabato 16
·O.R.k. a Lugagnano (VR)
·Estro a Firenze
·Get'em Out a Desio (MB)
·Sintesi del Viaggio di Es a Zero Branco (TV)

Domenica 17
·Memorial per Marcello Vento a Roma
·Arturo Stàlteri a Pontassieve (FI)

Giovedì 21
·Pineapple Thief + Eveline's Dust a Firenze
·O.R.k. a Bari

Venerdì 22
·Pineapple Thief + O.R.K. a Roma
·Estro ad Assisi (PG)
·Aldo Tagliapietra a Provaglio d'Iseo (BS)

Sabato 23
·Pineapple Thief + O.R.K. a Milano
·Basta + Segno del Comando a Terranuova B. (AR)

Domenica 24
·Massimo Giuntoli a Milano


·Ranestrane + R. Romano Land a Roma
·Indiana Supermarket a Roma

martedì 29 gennaio 2019

WICKED MACHINE, Chapter II (2017)


Tornano dopo un’assenza di ben sei anni i Wicked Machine, quartetto formato da Alberto “Drago” Ragozza alla voce (già con i Love Machine), Steve Zambelli alla chitarra, Manuel Gatti al basso e alle tastiere e Simone Oldofredi alla batteria, che avevamo lasciato nel 2011 con un primo lavoro intriso di hard & heavy, caratteristica principale anche del nuovo Chapter II, uscito un paio di anni fa e totalmente autoprodotto. Oltre alla classicità di Iron Maiden, Dio e Judas Priest, i ragazzi infarciscono l’album di frangenti epic alla Armored Saint, pulsioni settantiane che chiamano in causa i Nazareth e un tocco prog vicino ad alcune cose dei Queensryche. La durezza insita nei pezzi è mitigata da una costante ricerca melodica, basti ascoltare l’opener Working class hero, immediata e di grande impatto. Ma la band riesce a guardare anche in altre direzioni, come nell’oscura Volador, dal riff portante al limite del doom o nella suite di 14 minuti The flight of Horus, dove emergono spunti prog ben calibrati e decisamente riusciti, una sintesi delle diverse anime del gruppo e atto principale di questo come back. Mi preme citare anche la riuscita cover di Wild boys dei Duran Duran e la conclusiva Dark hell, tenebroso finale di un lavoro convincente e che conferma la bontà della scena metal italiana, troppo spesso bistrattata e poco considerata. (Luigi Cattaneo)
Volador (Video)



 

 
 

sabato 26 gennaio 2019

SLAP GURU, Diagrams of pagan life (2018)


Secondo album per gli Slap Guru, band italo-spagnola di stanza a Madrid e formata da Valerio Willy Goattin alla chitarra e alla voce (leader anche dell’ottimo progetto Galaverna), Alberto Martin Valmorisco alla chitarra, al sitar e alla baglama, Javi Labeaga Burgos al basso e Jose Medina Portero alla batteria. Diagrams of pagan life ha il pregio di mescolare con sicurezza psichedelia e hard, blues, stoner e progressive, proprio come si faceva più di quarant’anni fa, in un’epoca sospesa nel tempo e carica di fascino, visti i tanti gruppi che ancora guardano con rispetto e omaggio verso quella stagione dorata. Blue Cheer, Cream, Hendrix con la sua Band of Gypsys, tutti insieme vengono citati, assorbiti e messi sul piatto con freschezza e dinamismo, fregandosene del tempo che passa, delle mode, di Dio e di tutti noi, perché qui c’è passione, sudore, amore per qualcosa che permane solo per pochi. Ma va bene lo stesso, perché il misticismo vintage di Goattin e compagni scalda l’anima, riporta a fasti passati ma ancora attuali, anzi, ancora più attuali in un momento storico dove bisogna ripartire, se possibile, proprio dall’underground, da sottoterra, dal basso. Inutile citare brani in questo caso, mettete sul piatto, sul lettore, in cuffia, dove vi pare, Diagrams of pagan life e ascoltatelo immaginando decadi lontane dove gli unici colori disponibili sono il bianco e il nero. (Luigi Cattaneo)
Di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album

KATIUSHA, Diverticoli (2018)



I Katiusha sono una band nata a Genova nel 2013 e con Diverticoli si presentano con una miscela di indie e alternative rock, tirato e dalle interessanti liriche in italiano, che si segnalano per temi sociali e una certa comunicabilità, mirata a esprimere il loro vissuto interiore, fatto di gesti quotidiani e malesseri giornalieri. Dopo un demo del 2016, Gyada Bazurro (voce), Giorgio Barroccu (chitarra), Alessandro Biagiotti (batteria) e Antonio De Fusco (basso) danno ora alle stampe questo ep di quattro pezzi, poco più di quindici minuti ad alto voltaggio rock e con qualche alone wave (Penelope), che si snodano all’interno di una forma canzone curata e sicuramente gradevole, con rimandi anche a Skunk Anansie e Guano Apes. In attesa di una prova più corposa il quartetto conferma l’attitudine della OverDub di promuovere band di valore dell’underground nostrano. (Luigi Cattaneo)
Dove finisce lei (Video)
 

venerdì 25 gennaio 2019

TELEGRAPH TEHRAN, Marea (2018)


Svolta stilistica per i Telegraph Tehran (Marco Faggion alla voce e ai synth, Andrea Buccio alla voce e al basso, Casper Adamov alla batteria e Francesco Cardinali alla chitarra), che abbandonano il rock degli esordi (Spettri da scacciare del 2017) a favore di un ep, Marea, intriso di synth pop con echi funk, formato da tre soli brani e primo passo di un nuovo percorso artistico. Dalla fine del 2017 è cresciuto molto il nostro interesse per la scena synth pop/chillwave. Tutti noi veniamo da situazioni diverse che hanno come elemento comune il funk e i suoni degli anni ’80 e ’90. Iniziare questo percorso a gennaio non è stato semplice all’inizio, ma allo stesso tempo molto stimolante. Sono le parole della band a rendere chiaro il senso di un lavoro gradevole, che si lascia ascoltare con piacere, grazie a sonorità catchy e pezzi piuttosto immediati, che tradiscono il loro amore per MGMT e Washed Out. (Luigi Cattaneo)
Marea (Full ep)
 

giovedì 24 gennaio 2019

OPERA OSCURA, Disincanto (2018)



Esordio per i romani Opera Oscura, band guidata da Alessandro Evangelisti (pianoforte e tastiere già con gli OverWakingLife) e Alfredo Gargaro (chitarrista che abbiamo imparato ad apprezzare per la sua militanza negli Estrema Dura e negli Exiled on Earth, band di cui abbiamo parlato proprio da queste pagine), che con Disincanto hanno dato vita ad un lavoro a base di prog, heavy e dark. Accompagnati dalle voci di Francesca Palamidessi e Serena Stanzani, dalla chitarra classica di Andrea Magliocchetti, dal basso di Francesco Grammatico che si alterna con quello di Leonardo Giuntini e dalla batteria di Umberto Maria Lupo, il duo predilige un approccio compositivo fatto di suggestioni (La metamorfosi dei sogni), di storie narrate (A picco sul mare), di immagini che scorrono davanti agli occhi (Dopo la guerra). Anche le sezioni strumentali sono improntate sulla dicotomia tra spunti classici e fraseggi hard (Pioggia nel deserto), ma quello che permane maggiormente è un lirismo volutamente italico, aiutato da testi interessanti e che sanno descrivere senza risultare invadenti, lasciando l’ascoltatore regista principale delle visioni emerse. Dark prog, sinfonismi, dolci melodie, elementi che contraddistinguono i trenta teatrali minuti di Disincanto, in cui la drammaticità dei piccoli racconti espressi funge da collante per mantenere unitarietà di contenuto e di percorso. L’accoppiata Andromeda Relix/Lizard non fallisce nemmeno questa volta e sforna l’ennesimo lavoro di classe e qualità. (Luigi Cattaneo)
Album Trailer
  

mercoledì 23 gennaio 2019

MARCO PACASSONI GROUP, Frank & Ruth (2018)

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Frank & Ruth è l’omaggio, da poco uscito, di Marco Pacassoni e del suo gruppo (Alberto Lombardi alla chitarra, Lorenzo De Angeli al basso, Enzo Bocciero al piano e alle tastiere e Gregory Hutchinson alla batteria) per Frank Zappa e Ruth Underwood, vibrafonista dei The Mothers of Invention, nonché suonatrice di marimba, mai più apparsa sulla scena musicale dopo la dipartita dalla band del musicista di Baltimora. Pacassoni, impegnato pure lui al vibrafono e alla marimba, ha un curriculum di tutto rispetto, avendo lavorato a fianco di nomi come Gary Burton, Michel Camilo e Horacio Hernandez e il nuovo album è il suo quarto da solista. L’iniziale Blessed relief è perfetta per calarsi nel mood del disco e mette subito in luce le caratteristiche guida dell’intero tributo. For Ruth è la sentita dedica di Pacassoni alla fantasia della Underwood, mentre la sempre bravissima Petra Magoni è l’ospite vocale su Planet of the baritone women. Sleep, Pink and Black (the napkins suite), con i suoi nove minuti di durata, finisce per avere un retrogusto progressivo, prima dell’accoppiata formata da The black page e Echidna’s arf, che si legano egregiamente bene tra loro. Anche The idiot bastard son e Peaches en regalia, classici zappiani, vivono di verve e impatto, mentre il finale è appannaggio di Stolen moments, stupenda bonus di un lavoro che va oltre il concetto di atto d’amore per Zappa e la Ruth e che per la sua trasversalità potrebbe incuriosire non solo i fan del geniale compositore americano. (Luigi Cattaneo)
Blessed relief (Video)
 
 
 
 
 
 

lunedì 21 gennaio 2019

CHARUN, Mundus Cereris (2018)

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Dopo il debut Stige del 2016, tornano gli Charun, quartetto formato da Nicola Olla alla chitarra, Valerio Marras alla chitarra, Simo Lo Nardo al basso e Daniele Moi alla batteria, che con il nuovo Mundus Cereris prosegue nel discorso a base di post rock e metal. L’oscuro incedere strumentale del disco ben si sposa con i richiami al rito propiziatorio che permetteva di mettere in contatto il mondo dei vivi con quello dei defunti (da cui deriva il titolo dell’opera stessa), una tradizione antica che ha le sue radici nel santuario di Cerere, un tempio della Roma antica. L’iniziale Malacoda mette subito in risalto alcune caratteristiche dei sardi, con riff aggressivi e ampie distorsioni chitarristiche, un crescendo tipico del genere ma decisamente riuscito. Mae si districa tra post e psichedelia, mentre Laran conferma il songwriting narrativo e descrittivo che contraddistingue la proposta, tra picchi emotivi, ruvidezze heavy e grande intensità lirica. Il pathos che contorna i brani viene esaltato dalla presenza del pianista Stefano Guzzetti in Nethuns, ma anche le conclusive trame di Menvra e Vanth, che vibrano di un alone tetro e malinconico, confermano la bontà di un progetto brillante e ancora troppo poco conosciuto. (Luigi Cattaneo)
Vanth (Video)
 

venerdì 11 gennaio 2019

URBAN STEAM, Under concrete (2018)


 
Nati nel 2012, gli Urban Steam non hanno mai cambiato formazione (cosa più unica che rara) e hanno sempre avuto l’obiettivo di scrivere brani senza pensare troppo ad un genere specifico, un’esigenza comunicativa improntata alla scrittura e alla voglia di mettersi in gioco suonando e divertendosi. Under concrete è quindi un esordio che incorpora le tante passioni dei membri della band (Paolo Delle Donne alla voce, Federico Raimondi alla chitarra, Fabrizio Sclano al basso e Diego Bertocci alla batteria), muovendosi tra progressive (quello dei Rush, dei Cosmosquad e dei Porcupine Tree) e hard & heavy (Black Sabbath, Whitesnake, Dio), caratteristiche che troviamo già nell’energia dell’iniziale Storm. Anche They live non scherza in quanto a carica e vivacità, mostrando anche il lato alternative rock del quartetto, mentre Soul è una gradevole e malinconica ballata. A metà disco gli Urban Steam piazzano dapprima la buonissima title track in odore di progressive e poi Cross the line, che torna su territori più cadenzati ma brilla per enfasi interpretativa e songwriting. Citylights conferma l’indole del gruppo di scrivere brani sempre molto attenti al vestito melodico, Wake up alterna parti vigorose con studiati rallentamenti, in un saliscendi congeniale alla riuscita del pezzo. Years conclude in maniera coinvolgente un album riuscito e che potrebbe trovare terreno fertile anche nella scena hard & heavy italiana, da sempre foriera di band meritevoli di maggiori attenzioni. (Luigi Cattaneo)
Under concrete (Video)
    

lunedì 7 gennaio 2019

LIFESTREAM, Diary (2018)


Nati a Prato nel 2006, i Lifestream sono un quartetto formato da Alberto Vuolato (chitarra), Andrea Cornuti (basso), Andrea Franceschini (piano e tastiere) e Paolo Tempesti (voce e batteria), che prende spunto dal progressive classico e dall’AOR, senza dimenticare di avere uno sguardo anche su quanto accaduto nell’ultima decade. Diary è il loro esordio, segnato da influenze piuttosto certe che rispondono al nome di Genesis, Yes, Marillion ma anche Kansas e Porcupine Tree, ma è possibile citare, sia per vicinanza stilistica, sia per la stessa provenienza regionale anche band come Eveline’s Dust e The Forty Days.  Dreamer è il biglietto da visita iniziale, con tanto di Hammond e chitarra floydiana a farci capire in che direzione si muovono i toscani, un’apertura convincente che fa il paio con la seguente Built from the inside, anch’essa molto tipica e decisamente riuscita, conferma le iniziali impressioni di trovarsi dinnanzi ad una band che abbina buone capacità tecniche a quelle di songwriting. The shy tree è una ballata elettrica che si contraddistingue per un bel crescendo nella seconda parte, in cui le tastiere esaltano la passionalità, lo slancio, anche emotivo, della narrazione. Gradevole Sound of the earth, anche se l’ho trovata meno coinvolgente delle altre, mentre Discoveries è una buonissima suite in quattro parti sintesi del pensiero dei Lifestream, tra aperture classicheggianti, dolci melodie e fughe hard prog. Whispers è un’altra delicata ballata, molto settantiana e davvero godibile, prima della mastodontica suite in cinque sezioni Over the rippling waters, che esplica tutte le caratteristiche del sound del quartetto lungo sedici minuti tutti da ascoltare. La conclusiva title track chiude molto bene un lavoro di grande pregio e raffinatezza. (Luigi Cattaneo)
Over the rippling waters (Video)
     

martedì 1 gennaio 2019

CONCERTI DEL MESE, Gennaio 2019

Giovedì 3
·The Watch a Lugagnano (VR)

Domenica 6
·Frank Sinutre a S. Gervasio Br. (BS)

Mercoledì 9
·Frank Sinutre a Venezia

Venerdì 11
·Napoli Centrale a Ranica (BG)

Sabato 12
·Vittorio De Scalzi a Lugagnano (VR)

Martedì 15
·Get'em Out a Milano


 Venerdì 18
·Mr Punch a Roma
·Roberto Cacciapaglia a Carpi (MO)
·Balletto di Bronzo a Catanzaro
·Parafulmini a Zero Branco (TV)

Sabato 19
·C. Simonetti's Goblin a Lugagnano (VR)
·Ancient Veil a Milano
·Balletto di Bronzo a Gioia Tauro (RC)
·D-Yes-is a Roma

Domenica 20
·Runaway Totem a Cento (FE)

Venerdì 25
·Roberto Cacciapaglia a Varese
·Riccardo Romano Land a Genova
·Revelation a Roma
·Seldon a Firenze

Sabato 26
·Mad Fellaz a Milano
·Lingalad a Zero Branco (TV)
·Mr Punch a Trofarello (TO)
·Rinunci a Satana? a Legnano (MI)
·Cantina Sociale a Cassinasco (AT)

Domenica 27
·Rinunci a Satana? a Pavia

Giovedì 31
·Uriah Heep a Roncade (TV) 

sabato 29 dicembre 2018

NOVA CASCADE, Above all else (2018)



Above all else è l’esordio dei Nova Cascade, band artefice di un melting pot sonoro a base di ambient, post e progressive, nata nel 2017 e che dopo 18 mesi di lavoro ha deciso di mettere nero su bianco sensazioni e umori comuni. Dave Hilborne (synth e voce), Dave Fick (basso), Alessio Proietti (chitarra e voce), Charlie Bramald (flauto), Heather Leslie (violino) e David Anania dei Blue Man Group (batteria) hanno dato vita ad un disco in cui la componente ambient appare come la parte centrale, quella che collega tutti i fili, con gli elementi elettronici che vanno ad incontrare le melodie fatate e vellutate del flauto e del violino, dove persino i pochi spunti vocali rimangono sottotraccia, non emergono, si fondono con tutti gli strumenti presenti, diventano un sussurro. Si potrebbe chiamare in causa Vangelis ma anche il fondamentale Jean Michel Jarre, soprattutto per alcuni frangenti in odore di New age capaci di essere molto descrittivi, ma non è sbagliato citare i Pink Floyd dell’ultimo The endless river, con quel mood etereo costante per tutto l’album. La grande pecca è la registrazione piuttosto amatoriale, che non aiuta a percepire in modo adeguato tutte le raffinatezze del sestetto, ma è pur vero che l’autoproduzione è un problema comune a tantissimi gruppi emergenti o alle prese con il disco d’esordio, a maggior ragione se si lavora a distanza come nel caso dei Nova Cascade. Above all else è stato concepito come fosse un unico movimento suddiviso in dodici tracce e va ascoltato in silenzio, nella penombra, perché serve una certa predisposizione, solitaria e riflessiva, per beneficiarne appieno e lasciarsi trasportare da questa musica evocativa, con la title track esemplificativa dell’interplay tra le note delicate suonate da Bramald e dalla Leslie e la lievità vocale con cui si muove l’ensemble. Fraseggi che ritroviamo anche in Hurtled e Lo-Fi, mentre Epiphany vede l’inserimento ritmico di Anania e Wilted, con il ritorno di una breve parte vocale, chiude un debut interessante e personale. (Luigi Cattaneo)

 

 
 

venerdì 28 dicembre 2018

DWIKI DHARMAWAN, Rumah Batu (2018)

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Abbiamo già parlato del talento di Dwiki Dharmawan in occasione delle due precedenti uscite, So far so close (2015) e il doppio Pasar Klever (2016) e il recente Rumah Batu è la conferma della bravura compositiva del tastierista indonesiano, qui accompagnato dall’istrionico Nguyên Lê (chitarra e soundscapes), dallo spagnolo Carles Benavent (basso), da Yaron Stavi (contrabbasso) e da Asaf Sirkis (batteria). Questo nuovo album è un melting pot di jazz, progressive e world, soprattutto nelle parti vocali nella lingua madre, che rendono il tutto molto particolare e a tratti ostico ma estremamente affascinante (come la lunga Paris Barantai con Sa’at Syah alla voce, impegnato in quasi tutti i pezzi del disco anche al flauto). Dwiki d’altronde è sempre stato un maestro nel proporre una sua personale visione del jazz rock, con trame spesso molto strutturate (la brillante Rintak Rebana) e arrangiamenti fantasiosi, caratteristiche che contraddistinguono anche il nuovo disco e che probabilmente si spinge anche oltre le più recenti visioni personali dell’autore, che sembra guardare con più attenzione al suo paese natio, con la delicata Impenan che pare essere uno dei manifesti di questo suo desiderio. Il mood etnico di certi momenti (il traditional del Bali Janger) appare più marcato rispetto alle precedenti uscite, forte di una visione d’insieme sempre molto libera, spirito che d’altronde anima da sempre anche la Moonjune, ancora a fianco di Dwiki anche per Rumah Batu. Il lavoro di squadra trova nella lunghissima suite centrale di circa ventisei minuti, che dà il nome all’album, la sintesi dell’opera, sia perché nasce da un traditional dell’isola Sulawesi, sia perché è firmata da tutti e cinque i musicisti della band, che si destreggiano tra partiture complesse e decisamente articolate. L’evoluzione di Dharmawan tratteggia anche le conclusive Samarkand e Selamatkan Orang Utan, la prima è un frizzante jazz rock piuttosto coinvolgente, mentre la seconda sposta il tiro nuovamente sul lato etnico della proposta, con la forte presenza di Syah e le Kendang di Ade Rudiana (che a dire il vero ritroviamo in buona parte del disco), che chiudono un ritorno davvero pregevole per il tastierista indonesiano. (Luigi Cattaneo)

HYENA RIDENS, La corsa (2018)

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La corsa è il secondo album targato Hyena Ridens, ma è anche il filo conduttore del lavoro, un’idea di concepire l’esistenza che viene insegnata sin da piccoli, un indaffararsi quotidiano che è errore costante e di cui la vita è piena di esempi. I napoletani dopo Cave Canem del 2014 sono diventati un trio (Gennaro Davide alla voce e al basso, Paolo Cotrone alla batteria e Paolo Astarita alle tastiere) e con il nuovo disco elaborano un crossover interessante di post, alternative e progressive, stile che colpisce già dall’iniziale title track, tra i momenti più riusciti dell’album. Fantasmi conferma la bontà della fusione e il nuovo percorso della band, Palomar accentua il lato misterioso e psichedelico della proposta, mentre Falsi approdi mostra un’affascinante vena notturna, in cui un ruolo importante lo svolgono le tastiere di Astarita. Laura è un brano molto particolare, rivestito di un arrangiamento proggy e di un break centrale psichedelico, risulta essere tra le composizioni più peculiari del lavoro, prima dell’hard prog strumentale Un pianoforte nell’abisso e di Il ritorno, altro gradevole momento di La corsa. Ci si avvicina alla conclusione dapprima con la cupa Tradimento, per poi spostarci su territori marcatamente rock con Essere umani e l’ottima cover di Vesuvio (degli E’ Zezi), finale del disco che si avvicina al nuovo corso degli storici Osanna. Bel lavoro per i napoletani, bravi nell’unire malie prog all’interno di una forma canzone personale e libera, sfaccettata ma sempre presente, una costante che va solo ancora lievemente affinata per essere durevole nel tempo. (Luigi Cattaneo)
Fantasmi (Official Video)

giovedì 20 dicembre 2018

DEMETRA SINE DIE, Post Glacial Rebound (2018)


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Avevamo parlato dei Demetra Sine Die ai tempi dell’ottimo A quiet land of fear del 2012 ed è un piacere ritrovarli a distanza di cinque anni con il nuovissimo Post Glacial Rebound, uscito qualche mese fa grazie alla sempre attenta Third I Rex. Rispetto al recente passato la formazione è diventata un trio (Adriano Magliocco al basso e ai synth, Marcello Fattore alla batteria e Marco Paddeu alla voce, alla chitarra e al Korg) ma l’oscurità che pervadeva il precedente lavoro è ancora qui, si percepisce, avvolge l’ascoltatore, in un crossover di psichedelia, sludge, noise, metal e doom. Le trame di questo come back confermano la predisposizione per strutture articolate, intense, grevi, un mood sulfureo pervade ciò che sembra un viaggio nei meandri dell’inferno, con richiami a band come Blut Aus Nord e Virus, ma sempre con un approccio personale e caratterizzante. Stanislaw lem apre le danze, ed è subito un grande traccia di doom claustrofobico, un trip nero pece, emozionale nella sua decadenza, che fa il paio con la successiva Birds are falling, leggermente più melodica ma non per questo meno dark e soprattutto conferma la sensazione di trovarci dinnanzi ad una band che cerca di differenziarsi in maniera del tutto naturale. Lament evolve al suo interno, con parti recitate lievi che preparano l’ennesima sferzata gravida di cupa psichedelia e lugubre doom, a cui si aggiunge un finale dal sapore black metal, con la voce di Paddeu che riempie l’aria con laceranti growl. Elementi che ritroviamo anche nella lunga Gravity, a cui contribuisce Luca Gregori, voce dei black metallers Darkend, prima di Eternal Transmigration, uno spoken word fortemente ambient che non convince del tutto. Liars torna su livelli più consoni al gruppo, così come la title track conclusiva è l’ennesima esperienza a base di psichedelia progressiva, atmosfera malsana e sfuriate noisy. Chi conosce già la band non si perderà senz’altro questo avvincente ritorno, chi ancora è all’oscuro dell’esistenza dei Demetra Sine Die ha l’obbligo, quasi morale, di iniziare proprio dal nuovo Post Glacial Rebound. (Luigi Cattaneo)
Full Album Video
   

mercoledì 19 dicembre 2018

LADY MACISTE, Laut (2018)


Gian Luca (chitarra e voce) e Roberto Parma (batteria) sono il power duo dietro cui si cela la sigla Lady Maciste, progetto nato dalle ceneri degli Akemi e pervaso di stoner, con riff di chitarra saturi, ritmiche salde e una bella dose di “tiro” rock. I due fratelli di Bellaria puntano molto in questo ep sull’impatto, sembra quasi vogliano abbattere qualche ostacolo, spingersi oltre lacerando ciò che trovano dinnanzi e difatti ciò si evince anche dalle parole offerte dai ragazzi riminesi. In tutti i brani rimane costante il desiderio di mantenere viva la tensione, senza mai abbassare la guardia. Volevamo registrare qualcosa da ascoltare tutto d’un fiato, senza momenti di tregua … L’inizio di Laut è affidato a Bruto, ideale per calarci nelle atmosfere power rock del gruppo, perfetti nell’essere diretti e senza fronzoli, per quello che è anche il primo singolo scelto per lanciare il lavoro. Il secondo è Pink, riprova della potenza insita nel duo, che qui dà corpo a sonorità oscure in un climax che ricorda qualcosa del Lanegan solista. Devil is my bride è un altro momento molto compatto, trascinante nel suo mood stoner e nuovamente velato di un’insana cupezza di fondo, che si stempera nella coda strumentale finale carica di elettricità. Ted bundy si tinge di desertica psichedelia, pur senza far venir meno una certa attitudine aggressiva, confermata da Gong e dalla conclusiva Just a kid, che presenta un’inaspettata vicinanza nel finale della traccia con i Radiohead, elemento da non sottovalutare e che potrebbe riservare qualche sorpresa anche nel futuro dei due fratelli. (Luigi Cattaneo)
Bruto (Official Video)
   

martedì 18 dicembre 2018

WATERSHAPE, Perceptions (2018)


Debutto per i Watershape, quintetto formato da Niccolò Cantele alla voce, Mirko Marchesini alla chitarra (elemento di spicco dei bravissimi Sinatras), Mattia Cingano al basso, Enrico Marchiotto alle tastiere e Francesco Tresca alla batteria (già con gli Hypnotheticall e i Power Quest). Perceptions è un album attraversato dalle influenze progressive della band, vicine sia ai King Crimson, sia alle derive heavy del genere, con richiami a Pain of Salvation, Porcupine Tree e Dream Theater e già l’iniziale Beyond the line of being sembra tracciare le coordinate di questo bell’esordio. Cyber life offre uno sguardo più duro sulla musica della band e potrebbe essere un pezzo adattissimo per l’attività live, mentre Alienation deal si avvicina per intuizione melodica e pathos ad alcune atmosfere dello Steven Wilson solista. Stairs oscilla tra vibranti pulsioni heavy e partiture prog rock, con le tastiere di Marchiotto che stemperano con classe la durezza del pezzo, davvero valido esempio della qualità del gruppo. The puppets gathering è il singolo scelto per presentare il lavoro, un viaggio psichedelico a cui contribuisce anche la voce di Chiara Vecchi, che si amalgama benissimo con quella di Cantele e con il contesto sonoro creato dai vicentini. Inner tide è una crepuscolare e delicata ballata, prima del ritorno a sonorità più rock con Fanciful wonder, altro brano piuttosto interessante e che rimarca l’amore per un certo progressive metal a stelle e strisce. Seasons mostra delle gradevoli trame, tenui e piuttosto morbide, prima dell’efficace finale di Cosmic box #9, intrigante chiusura di un disco che potrebbe incuriosire sia gli amanti del prog metal che quelli più affini a sonorità settantiane. (Luigi Cattaneo)
The puppets gathering (Official Video)
 

lunedì 17 dicembre 2018

AFAR COMBO, Majid (2018)


Il nome del gruppo rimanda all’Africa e alle popolazioni nomadi, ispirazione del quartetto (Mirko Cislino alla tromba, Alan Malusà Magno alla chitarra, Roberto Amadeo al contrabbasso e al basso e Marco D’orlando alla batteria e alle percussioni) per Majid, secondo album intriso di jazz, rock e world, il cui fine lavoro di scrittura della band è il collante per le varie anime del progetto. Rokìa è l’apertura esemplificativa, vivace e brillante traccia in cui Cislino e Magno sono autori di momenti individuali sempre ben sostenuti da una sezione ritmica in grande forma. La breve In fila introduce l’ottima Paesaggio, momento dallo sviluppo drammatico, molto suggestivo nell’approdare ad atmosfere che hanno la forza del saper descrivere, attraverso un lirismo che è sì legato alle radici del jazz ma è contemporaneamente capace di mutare pelle e di sporcarsi con suoni variegati e funzionali al progetto (il rock ma pure il blues). Detto al mare torna su lidi maggiormente esuberanti, oserei dire diretti, soprattutto nell’incedere della tromba di Cislino, seppure non è da meno il solo più rock di Magno. L’oracolo ha invece un mood riflessivo, quasi da soundtrack, un alternanza di approcci affascinanti, seducenti nel loro creare combinazioni e sguardi differenti, un filo sottile che lega anche la title track, uno sguardo lontano verso un continente carico di magnetismo, punto di partenza per sviluppare un discorso che cerca di collocare tradizione e ricerca in un unico catino. Barca a vela è un altro episodio da colonna sonora, quella di qualche film di Pupi Avati, quando la musica e le inquadrature hanno la capacità di descrivere più di mille parole. Ferrage è un motivetto trascinante e giocoso, prima del finale di Bulga Bulga, che sottolinea nuovamente tutte le caratteristiche della band e conclude in maniera convincente un’opera consigliata non solo agli amanti del jazz ma anche a quelli del progressive, che potrebbero trovare in Majid non poche sorprese. (Luigi Cattaneo)
Paesaggio (Video)
 

venerdì 14 dicembre 2018

IVANO FOSSATI, Il grande mare che avremmo traversato (1973)


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Ivano Fossati, da sempre inserito nella corrente progressiva più per il suo essere stato il primo cantante dei Delirium, che per reali meriti prog della sua carriera da solista, realizzò, dopo aver abbandonato il gruppo genovese,  Il grande mare che avremmo traversato nel 1973 e Poco prima dell’aurora in coppia con Oscar Prudente l’anno successivo. Ma andiamo con ordine. Il grande mare che avremmo traversato, il primo da solista, è uno di quei lavori che può causare diatribe tra chi lo considera un ottimo punto di partenza e chi lo vede come un disco ancora poco personale. La verità, come spesso accade, potrebbe stare nel mezzo. Perché se è vero che nel complesso appare un po’ acerbo, è anche vero che non mancano momenti affascinanti, degni di nota e sopra la media. D’altronde Fossati prosegue nella direzione precedente al suo esordio, quel Dolce Acqua a nome Delirium che era pregno di prog folk acustico, che qui però viene innervato da forti influenze jazz, soprattutto quello brasiliano di Deodato (la strumentale e lieve Jangada ma anche Canto nuovo), con il flauto, la chitarra classica e il Fender Rhodes assoluti protagonisti, una sezione d’archi di 18 elementi, un ottetto di fiati e l’apporto di Marco Ratti al contrabbasso (elemento di spicco del jazz italiano). Il mare, come dice il titolo, è l’elemento cardine e continuo a cui rivolgersi, non solo quello della sua Genova, ma anche quello del Brasile (ne è un esempio Da Recife a Fortaleza). La title track (divisa in tre parti) e la stupenda All’ultimo amico sono gli attimi in cui emerge proprio di più quel suo passato da poco abbandonato e sono tra i brani migliori della sua iniziale carriera in solitaria. Pur non convincendo nella sua totalità, Il grande mare che avremmo traversato è quindi un album dove affiorano le capacità dell’artista di creare piccoli bozzetti evocativi e malinconici, dove traspaiono le varie anime musicali del compositore, che poi si evolveranno in maniera più organica negli anni a venire, che consacreranno Fossati come uno degli autori più intelligenti del panorama nostrano. (Luigi Cattaneo)

giovedì 13 dicembre 2018

ELISIR D'AMBROSIA, Elisir D'ambrosia (2018)

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Conosco Marco Causin da più di vent’anni, da quando ragazzini ci copiavamo le audiocassette per poi discuterne a scuola con l’enfasi tipica degli adolescenti. Già allora Marco suonava la chitarra e da lì a poco formò i Soul Mirror (qualche raro reperto è visibile su YouTube), gruppo che però non arriverà a pubblicare alcun album. Si potrebbe dire che Elisir D’Ambrosia nasce proprio in quegli anni, dalla voglia di comunicare attraverso la musica. Un percorso lungo che ho seguito da vicino e che mi ha portato a conoscere i pezzi del disco prima ancora che fosse ufficialmente pronto qualche mese fa e che vede oltre al chitarrista veneto (nipote di Claudio Causin, che i più curiosi ricorderanno nei Forzanove di Autoanalisi) la partecipazione di Alessio Uliana alle tastiere (membro anche dei Virginian), Riccardo Brun al basso, Andrea Stevanato alla voce e Simone Sossai alla batteria (già con i bravissimi Lamanaif). Ambrosia è il classico inizio progressivo, un ottimo strumentale tra accelerazioni quasi hard e tempi dispari, prima di Cenere, otto minuti che si sviluppano tra parti aggressive, a cui contribuisce il cantato ruvido di Stevanato, frangenti melodici e momenti strumentali di ampio respiro tra prog e psichedelia, una sintesi davvero azzeccata delle anime compositive di Causin. Cardiologia ospita Riccardo Scivales (tastiere) e Paolo Ongaro (percussioni e fischietto) dei Quanah Parker, altra grande band del veneto, e se la prima sezione ha accenni cantautorali con parti anche recitate, la seconda sembra omaggiare in maniera convincente Elegant Gipsy di Al Di Meola. Dimensione deserto e Libero di volare nel vento formano una sorta di suite in cui si evincono tutti gli elementi cardine del progetto, tra spoken word, cura essenziale per l’aspetto testuale, tappeti tastieristici, hard prog, fughe strumentali e una vocalità aspra, non sempre a fuoco ma dotata di un timbro particolare e che ben si lega con la struttura dei brani. Piano piano è una ballata cantautorale, malinconica e di spessore, nelle intenzioni fa il paio con Luna, pezzo però che non mi ha convinto del tutto e che risulta essere il meno riuscito di questo esordio. Inoltre Stevanato sembra essere più a suo agio in trame come la successiva Tenebra, un dark prog di cui ha curato anche l’interessante testo e che chiude egregiamente un esordio che mostra una band dotata di intuizioni e ottime doti tecniche, al servizio di una scrittura trasversale che sottolinea il background variegato di Causin e dei suoi compagni di avventura. (Luigi Cattaneo)
Cardiologia (Video)
     

giovedì 6 dicembre 2018

ORPHAN SKIN DISEASES, Dreamy Reflections (2018)

Orphan Skin Diseases «Dreamy Reflections» | MetalWave.it Recensioni
Debutto per gli Orphan Skin Diseases, band formata nel 2015 da Massimiliano Becagli, batterista già in forza nei No Remorse e completata da Gabriele Di Caro (voce ex Sabotage e Outlaw), Juri Costantino (basso ex Creation) e David Bongianni (chitarrista passato dai Virya e dai Little CB). Lo stile è un crossover di metal, hard rock, alternative e grunge, tutte influenze che riescono a stare bene insieme, bilanciate da musicisti di esperienza e capaci di creare brani che coniugano potenza e melodia, in un crescendo di soluzioni catchy ben sviluppate e soprattutto non scontate. Dreamy reflections, uscito per LogiciLLogic Records, è la conferma di come sia vitale l’underground italico, sempre poco celebrato ma artefice di prove di spessore come questa, un racconto di settanta minuti che parte da subito fortissimo con la potente Into a sick mind, perfetta per aprire l’album e magari anche i live del quartetto. Punte progressive colorano la malinconica The storm e la suite conclusiva Just one more day, divisa in tre parti e tra i momenti più coinvolgenti dell’album, mentre puro e semplice hard rock è Awake. As a butterfly grub è un energico alternative rock, prima di Sorrow & Chain, vigorosa song di matrice heavy e di Waves, che presenta qualche notevole trama thrash metal, soprattutto nei riff strutturati da Bongianni e nelle ritmiche decise della coppia Costantino-Becagli, davvero pregevoli nel far comprendere come i toscani abbiano parecchie cartucce da sparare, per quello che è un esordio interessante e che meriterebbe di essere apprezzato senza essere relegato nel folto sottobosco delle piccole produzioni. (Luigi Cattaneo)
Official Album Trailer
 

sabato 1 dicembre 2018

CONCERTI DEL MESE, Dicembre 2018

Sabato 1
·Kaprekar's Constant al Giardino di Lugagnano (VR)
·Forza Elettro Motrice a Milano
·A.Tagliapietra + Saint Just a Afragola (NA)
·L’Ira del Baccano a Roma
·Dancing Knights a Roma
·Arca Progjet a Torino
·Rinunci a Satana? al Bloom di Mezzago (MB)

Martedì 4
·The Forty Days a Empoli (FI)
·Massimo Giuntoli a Milano

Giovedì 6
·Osanna + Annie Barbazza ad Afragola (NA)

Venerdì 7
·Osanna ad Albanella (SA)
·Gabriel Knights a Roma
·Barock Project a Roma

Sabato 8
·Napoli Centrale a Castelfranci (AV)
·Labirinto di Alice a Montebelluna (TV)

Mercoledì 12
·Ian Anderson a Bologna
·Massimo Giuntoli a Settimo Milanese (MI)
·The Winstons a Foligno (PG)

Giovedì 13
·Ian Anderson a Reggio Emilia
·The Winstons a Roma

Venerdì 14
·Lingalad a Sovere (BG)
·Of New Trolls a Napoli

Sabato 15
·Asia Minor a Milano
·Acqua Fragile a Lugagnano (VR)
·Sona et Labora a Popiglio (PT)
·Liberae Phonocratia a Milano
·Goblin + Balletto di Bronzo a Afragola (NA)
·Ozone Park a Cagliari


Mercoledì 19
·The Winstons a Milano

Venerdì 21
·Twinscapes a Lugagnano (VR)
·Marble House a Bologna
·Delirium IPG a Faenza (RA)
·OAK a Roma
·PFM a Castellana Grotte (BA)
·Arturo Stàlteri a Brindisi
·Höstsonaten a Chiavari (GE)

Sabato 22
·Aldo Tagliapietra a Lugagnano (VR)
·Frank Sinutre a Cesena

Lunedì 24
·Frank Sinutre a Lonigo (VI)

Giovedì 27
·Mezz Gacano a Palermo

Venerdì 28
·Napoli Centrale a S. Ambrogio (TO)

Lunedì 31
·Of New Trolls a Porto Ercole (GR)
 
 

CLAUDIO FASOLI, Bodies (1990)


Tempo di ristampe per Claudio Fasoli, che grazie al lavoro dell’Azzurra Music riporta a galla un album del 1990, Bodies, registrato in quartetto con l’ausilio di Mick Goodrick alla chitarra, Palle Danielsson al contrabbasso e Tony Oxley alla batteria. Otto brani segnati da un accorato interplay tra il sax del leader e il sottovalutato chitarrista, sospinto dall’estro di Goodrick e dal tocco delicato ma deciso del suo compagno ritmico, musicisti d’oltreoceano che rimarcavano la volontà di Fasoli di allargare il raggio d’azione, sospinto anche dalla New Sound Planet, l’etichetta con cui incise quasi 30 anni fa il disco. Proprio la scelta di Goodrick appare determinante nella buona riuscita del prodotto e sono le parole stesse di Claudio a confermarlo. Sapevo che la scelta di invitare Tony avrebbe comportato uno sviluppo della musica in un senso assai diverso da quello che avevo in mente all’inizio. Ma, oltre a incuriosirmi molto, mi attraeva il suo modo spettacolare di essere imprevedibile … (dal libro Inner sounds, nell’orbita del jazz e della musica libera. Agenzia x, 2016).

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In effetti il batterista appare elemento originale e con elementi swing, capace di districarsi nella costruzione disciplinata di Bodies e ne sono esempio brani come Navel, sperimentale e minimale, con tanto di chitarra synth suonata ottimamente da Goodrick o l’iniziale Legs, armoniosa introduzione e tra le migliori del disco. Buonissimi gli spunti di Palle e di Mick in Belly, pezzo di valore all’interno di un quadro generale sempre di livello, confermato dalla creatività senza catene di Neck. Perché non c’è solo Fasoli a fare la voce grossa, ma un quartetto dinamico, costruito egregiamente e che rappresentava in quel momento una delle migliori prove espressive dell’ex Perigeo. (Luigi Cattaneo)
Legs (Video)