sabato 29 aprile 2017

FUNGUS, The face of evil (2013)



Oggi facciamo un salto indietro di qualche anno, esattamente il 2013, quando i liguri Fungus (Dorian Deminstrel voce e chitarra acustica, Alejandro J Blissett alla chitarra e al theremin, Zerothehero al basso e al flauto, Claudio Ferreri alle tastiere e Caio alla batteria) pubblicavano quella che attualmente rimane l’ultima prova in studio, The face of evil, realizzato per la Blood Rock Records. Il disco, pur essendo piuttosto derivativo, risulta fresco e accattivante e dosa con sapienza una miscela in cui convivono psichedelia, rock e progressive, un suono che trasporta l’ascoltatore in un decennio, il 65-75, che tanto ha dato alla musica sperimentale. L’album è un crogiuolo di idee, con una qualità media costante e qualche picco davvero interessante (come la lunga The sun o la dinamica Better than Jesus) in cui emerge soprattutto un lavoro d’equipe finalizzato alla riuscita del singolo pezzo. Lo sviluppo del platter rievoca i primi passi dell’era psichedelica di Beatles, Love e Doors, la visionarietà dei Pink Floyd degli albori, l’enfasi dei Genesis, il folk dei Jethro Tull e la grazia di Canterbury, influenze inserite in un songwriting di una certa valenza. Ma le fonti di ispirazione più o meno avvertibili sono ben incanalate in un discorso stilisticamente variegato, strutturato e intelligente, sicuramente appassionante per tutti coloro che ancora rimpiangono gli anni ’70. Un trademark che quindi comprende più stili, perché i Fungus paiono davvero convinti di potersi muovere cogliendo il meglio da un certo passato, forti di curiosità e cultura. Rispetto alle uscite precedenti mi pare che la band abbia accentuato lo spazio per le tastiere, costruendo brani forse più legati al progressive, in cui l’utilizzo del theremin dona una insana dose di particolarità al tutto. Esempio primario è l’inquieta Share your suicide III che acquisisce un sapore space non indifferente e che in un certo senso amplia maggiormente i canoni in cui muoversi. In attesa di nuove notizie dal gruppo (entrato da poco in studio) The face of evil è un espediente pregiato con cui attendere il prossimo episodio. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)

giovedì 27 aprile 2017

GALAVERNA, Dodsdans (2015)


Il progetto acustico Galaverna è una creazione di Valerio Willy Goattin, un musicista di Verona già attivo nel panorama hard & heavy con Anteo, Riul Doamnei e gli spagnoli Slap Guru. Qui però ci troviamo dinnanzi a qualcosa di assolutamente differente, un gruppo dove Valerio dà libero sfogo alla sua passione per il progressive settantiano (Jethro Tull, Camel, Comus) e per il folk nord acustico (Thomas Dybdahl, Bukkene Bruse). Il disco è ispirato da un mondo gelido e antico e l’autore riesce nel suo intento di condurre l’ascoltatore in lande lontane, desolate e spoglie. Dodsdans (La danza della morte) è un concept che racconta le avversità che un uomo deve superare per sopravvivere in un contesto assolutamente inospitale. Goattin ha però la capacità di decantare la bellezza di certi luoghi, la magia intrinseca in essi e come la natura possa essere crudele e affascinante. Il plot è molto evocativo e Valerio è stato accompagnato dai bravissimi Stefano Masotto (basso), Giulio De Boni (flauto), Lorenzo Boninsegna (viola) e Michele Nicoli (batteria e percussioni). Il racconto si sviluppa con queste premesse, tra ballate spettrali, fraseggi inquieti e un alone dark e ombroso che echeggia per tutta la durata del platter. Le influenze sono comunque minimali e ad emerge è soprattutto la grande personalità del compositore, che punta moltissimo sul creare atmosfere macabre, in cui hanno un grande peso l’utilizzo accorato di flauto e viola. Un decadentismo vintage che Goattin maneggia con sapienza e attenzione, risultando credibile e comunicativo per tutto l’album. Interessante constatare quanto fascino arcano fuoriesca dalle otto parti del concept, che ti catapulta davvero in un universo sconosciuto, lontanissimo dall’italica realtà folkeggiante o dai tanto celebrati cantautori indie degli ultimi anni, con il veneto cantore di distese oscure e mistiche. I tanti richiami ad una dimensione fantastica e onirica si sposano perfettamente con il folk rock progressivo del quintetto, un ensemble dal sapore internazionale e che è riuscito a regalare una piccola perla del panorama undergound nostrano, sempre foriero di belle novità, a discapito di chi rimpiange sempre i tempi in cui c’era di più. Il disco va ascoltato come un vinile, ogni brano è funzionale alla narrazione e meriterebbe una distibuzione adeguata alle potenzialità insite in esso, perché le idee abbondano e non sono mai banali. Consigliato senza se e senza ma. (Luigi Cattaneo)
 
Dodsdans (Album promo)
 

martedì 25 aprile 2017

ESTETICA NOIR, Purity (2017)


Il progetto Estetica Noir nasce nel 2013 per mano di Silvio Oreste, cantante ma anche chitarrista (nonché impegnato ai synth) e Riccardo Guido al basso (la line up viene completata da Paolo Accostato alla batteria e Guido Pancani alla chitarra) e da subito si contraddistingono per sonorità new wave e dark rock ottantiane, che presto si contaminano di elettronica e che vedranno la giusta rifinitura con l’ep omonimo di debutto. I primi passi permettono loro di farsi conoscere nell’ambiente goth e dark (anche grazie all’inserimento di alcuni pezzi in compilation di settore) e di aprire i live di band storiche come Christian Death e The Chameleons. Dopo aver firmato con l’etichetta Red Cat, ad inizio 2017 pubblicano il primo full lenght, Purity, confermando l’amore per certi suoni oscuri e criptici. A differenza del suo predecessore il disco presenta tutti brani cantati in inglese, con il gruppo che ha deciso di lavorare con una certa costanza sui singoli suoni e su arrangiamenti curati, riuscendo così a creare composizioni strutturate e organiche. Pur avendo un chiaro background dark i torinesi provano ad instillarlo con altri umori, citando lungo il percorso Nine Inch Nails, Killing Joke, The Cure, Bauhaus e Joy Division, con una base ritmica che fa del dinamismo propulsivo la propria forza, in perfetta sintonia con una coppia di chitarristi che sanno essere piuttosto diretti. Un interplay che vive anche grazie ad inserti elettronici che legano le trame in modo atmosferico e inquieto, su cui si staglia l’ottima prova di Oreste al canto. Hallow’s trick è una grande apertura, mostra chiaramente in che direzione si muove il platter e quanto sia importante per loro l’ondata darkwave ottantiana. Ian Curtis e soci sono d’altronde un bel riferimento e ciò si avverte anche in Plastic noosphere, mentre alza il ritmo In heaven, uno dei pezzi dal taglio più rock tra i presenti. Furente I hate, una saturazione elettrica riconducibile anche ai grandissimi Virgin Prunes, così come Polarized continua a scavare nell’abisso con forza e intensità. I The Cure fanno capolino nella mestizia di Deluxe Lies Edition e gli Estetica Noir hanno anche il tempo di piazzare una cover, I’m not scared degli Eight Wonder (ma scritta dai Pet Shop Boys). A dangerous perfection sembra omaggiare 30 anni di dark rock, prima del finale electro-industrial di You make life better. Ci sono anche due brevi strumentali ma sono più degli intermezzi che dei brani strutturati (Suicide walk e Hypnagogia) e non aggiungono nulla ad un esordio affascinante e indicato per quanti hanno nostalgia di una corrente non secondaria degli anni ’80 e che in parte ritroviamo in ensemble contemporanei come Interpol e Film School. (Luigi Cattaneo)
 
Hallow's trick (Video)
 

lunedì 24 aprile 2017

VICOLO INFERNO, Stray ideals (2016)


Un nome che ha origini lontane quello dei Vicolo Inferno, tanto che risale addirittura al 1504, quando una cruenta battaglia lasciò il segno nell’immaginario popolare di Imola (la loro città di provenienza) e trasformò per sempre il nome di quell’angusto selciato dove avvennero i fatti (Vicolo Inferno per l’appunto). Monicker a parte, la band è passata dai consueti demo, live, concorsi e cambi di line up per giungere con consapevolezza nel 2013 al primo full lenght, Hourglass, dove hard ed heavy si incontravano in un abbraccio ampiamente melodico. Si arriva così ai giorni nostri e alla pubblicazione di Stray ideals, con una formazione rinnovata che vede Igor Piattesi alla voce, Marco Campoli alla chitarra, Wallace (ex Showstripsilence) al basso e Michele Gollini alla batteria. Il gruppo prosegue con la sua carica hard rock influenzata dal grunge dei Pearl Jam e dei successivi Creed, con ritmiche solide, parti di chitarra ispirate e un cantato perfetto per il tipo di musica proposto. Gli imolesi mi sono apparsi maturi e taglienti al punto giusto, con scariche elettriche notevoli a cui viene sempre abbinata una certa ricerca per melodie piuttosto catchy. La scrittura è diventata più sicura e se pure non si ravvisano particolari novità l’album scivola via alla grandissima, lasciando la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un complesso che meriterebbe più spazio. Il grunge di Seattle è spesso presente nelle 13 tracce e si imparenta con il rock sanguigno degli Aereosmith più tirati e ciò è ravvisabile sin dalle prime note di Grey matter brain, corposa e compatta dall’inizio alla fine. Dirty magazzeno accentua la potenza hard, mentre Rude soul  si riallaccia maggiormente al gruppo di Eddie Vedder, prima dell’efficace trama della suggestiva title track. Non mancano aloni southern sparpagliati con saggezza in diversi momenti del disco e che lasciano trapelare pulsioni emerse meno sinora e che completano un bagaglio di suoni piuttosto interessante. C’è anche tempo per una special guest, Caterina Minguzzi, che duetta in Two matches, il brano forse più immediato tra i presenti e decisamente gradevole. Stray ideals è un come back vigoroso e vitale, perfetto per quanti ancora rimpiangono la stagione del boom del grunge e apprezzano alcune entità hard della LogicIllogic Records come John Dallas, Saints Trade o Badmotorfinger. (Luigi Cattaneo)
 
Rough Hills (Video)
 

venerdì 21 aprile 2017

ESEDRA, 3,3 periodico (2016)


Fresco di pubblicazione, 3,3 periodico degli Esedra è un lavoro in bilico tra fusion, progressive e jazz rock, un full lenght dove ha un ruolo non secondario la voglia di essere liberi e di potersi esprimere come meglio si crede. Ezio Epaminonda (basso), Giovanni Giuffrida (chitarra) e Marco Maria Pennisi (batteria) formano questo ottimo trio nel 2005, con l’obiettivo di mescolare generi pur guardando a band con cui hanno avuto anche la fortuna di condividere il palco (Mike Stern, Victor Wooten, Gong). Dopo aver curato lo spettacolo Le macchine di Leonardo nel 2011, ora è la volta di un esordio frutto di anni di lavoro, che dimostra la grande capacità di coinvolgere grazie soprattutto ad un innato senso per il groove e ad un impatto live per loro irrinunciabile. La musica del trio è scattante, tesa, si sviluppa lungo otto pezzi vibranti e saturi di elettricità, con le good vibrations tipiche del rock e tempi dispari disseminati a go go. La formazione triangolare è più che sufficiente e saltella agevolmente tra momenti potenti, in cui è ravvisabile una foga quasi hard e altri tipici della fusion, sempre segnati da un approccio vivace e inventivo. Alcuni passaggi al limite del free profumano di jam session (facendo pensare anche alle magie del trio Henderson-Berlin-Cobham) e innalzano il livello di naturalezza spontanea, elemento non sempre ravvisabile in certe produzioni di settore. Si parte forte con 12 lune, un inizio ideale per innamorarsi subito dei catanesi e si prosegue con i possenti intrecci di 3010 L’era dei mammut. Sotto i colpi del jazz rock si muove La grande traversata, dove è magistrale l’interplay tra i tre musicisti, impressione che viene rispettata anche in Ecìla, brano intenso ma leggiadro. Le macchine di Leonardo mostra una compatezza d’intenti non trascurabile, prima di NFTC, un grido d’orgoglio sull’essere sé stessi, un inno viscerale all’unicità. Concludono il platter la buonissima La mutazione e Il buio, un singolare ma affascinante esperimento che contiene tre registrazioni, una per strumento, senza punti di riferimento e realizzate di notte. 3,3 periodico è davvero un prodotto di spessore, come gran parte della discografia targata Dodicilune Records e conferma, laddove ce ne fosse realmente bisogno, la grande produttività del sottobosco italiano (con buona pace di chi in Italia ancora non si è accorto del fatto … ). Luigi Cattaneo
 
3010 L'era dei mammut (Video)
 

venerdì 14 aprile 2017

habelard2, Qwerty (2013)


Abbiamo da poco analizzato l’ultimo album a nome habelard2, Maybe, un lavoro raffinato e decisamente riuscito in cui il mastermind Sergio Caleca si contornava di ottimi musicisti della scena prog italiana. Oggi analizziamo Qwerty, autoprodotto nel 2013 e che vedeva il musicista destreggiarsi da solo tra tastiere (in prevalenza) e chitarre (elettrica, acustica e classica), dando libero sfogo ai suoi pensieri e   riassumendo una carriera più che trentennale. Sergio ha dalla sua di essere un compositore preparato e pure nelle parti più complesse non perde di vista la comunicatività del pezzo (sia un suo disco solista o uno con gli Ad Maiora), in questo caso tutti strumentali. Le ritmiche programmmate non incidono negativamente sulle idee di Caleca, anche se di tanto in tanto si percepisce l’assenza di una vera sezione composta da basso e batteria e qualche brano finisce per risentirne in parte. Tendenzialmente i pezzi sono comunque tutti di buona fattura, con parti in cui si percepisce l’amore per Rick Wakeman, Keith Emerson e Claudio Simonetti ma si ravvisano anche momenti, più o meno volontari, accostabili a compositori come Fabio Frizzi e Riz Ortolani, forse perché il risultato finale a tratti sembra proprio la colonna sonora di un thriller all’italiana dei ’70. L’impianto vintage e le citazioni classiche sono quindi ben presenti, risiedono nel DNA del milanese, innamorato del progressive sinfonico, che qui finisce per omaggiare anche in solitaria. Tutti gli interludi presenti sono brevi frammenti, solitamente elettronici, che introducono il pezzo seguente, uno schema presente già nell’iniziale Another bishop. Ice 9 fa riferimento ad un vecchio libro di fantascienza di Kurt Vonnegut del 1963 e le atmosfere mi hanno riportato al periodo degli sceneggiati prodotti dalla RAI come Extra o A come Andromeda. Più jazzata Gimme fire (che prende leggermente spunto da Dave Brubeck), mentre le uniche scritte a quattro mani (con Moreno Piva, bassista proprio degli Ad Maiora) sono la psichedelica De refrigeriis jugeri e la sofisticata Nenia. La title track, inizialmente composta solo con un sequencer, sviluppa trame indubbiamente interessanti, mentre Almanallo è un tributo a L’almanacco del giorno dopo e Intervallo, vecchie sigle Rai in cui Caleca rievoca non pochi passaggi classicheggianti. Death (in memory of) è una composizione parecchio malinconica, prima dell’epitaffio finale Empty tree, che chiude un disco gradevole e curioso. (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare per intero l'album
 

giovedì 13 aprile 2017

GABRIELS, Fist of the Seven Stars act 1 (2016)


Gabriele Crisafulli (in arte Gabriels) è un pianista con un background molto ampio e nel suo curriculum annovera l’insegnamento di tecnologie musicali e lo studio al conservatorio Angelo Corelli di Messina, a cui il siciliano ha abbinato una forte propensione per il metal sinfonico e il power. Sin da piccolo Gabriele ha dato sfogo alla sua passione, che lo ha portato nel corso del tempo ad essere apprezzato nella scena epic italica e a pubblicare diversi album da solista. Dopo aver inciso nel 2013 Prophecy, una rock opera dedicata alle vittime dell’11 settembre con Mark Boals alla voce (Yngwie Malmsteen, Royal Hunt, Ring of fire), oggi si presenta con un altrettanto ambizioso progetto, Fist of the seven stars act 1, il primo capitolo di una trilogia. Gabriels si destreggia tra tastiere e voce e viene accompagnato da una serie di ottimi guest tra cui troviamo cantanti come Wild Steel (Shadow of Steel), Dario Grillo (Platens), Ida Elena (Bare Infinity), Dave Dell’orto (Drakkar), chitarristi che rispondono al nome di Glauber Oliveira (Dark Avenger), Stefano Calcagno (Metatrone), Francesco Ivan Sante Dall’O (che abbiamo incontrato nell’ultimo Tzad) o Davide Perruzza (dei bravissimi Metaphysics), così come spiccano Dino Fiorenza al basso (Metatrone) e Andrea Tower Torricini (Vision Divine) al basso e alla chitarra (impossibile però citare tutti gli ospiti presenti nel platter). L’opera rock è un libero adattamento al manga Hokuto no Ken (Ken il guerriero in Italia) e già dall’iniziale Fist of steel, in cui si percepisce l’amore per Vision Divine e Labyrinth, è chiaro il trademark dell’album. La seguente She’s mine ricorda un altro grande gruppo italiano, quei Rhapsody che nel lontano 1997 con Legendary tales diedero una bella scossa al panorama power dell’epoca. Mantiene alto il tasso di epicità anche Mistake e sul versante neoclassico si staglia la piacevolissima Seven stars, prima del tipico attacco power di A new beginning. Bella la ballata Brake me, posta sapientemente a metà album, a cui fa seguito l’ennesimo trionfo power di My advance, con le tastiere del leader poste in evidenza. Punta molto sull’aspetto emotivo To love, ever invain e non è da meno l’intensa Sacrifice mentre torna l’attitudine power  in Black gate. Revenge invain è decisamente più ragionata e mostra le capacità di scrittura di Crisafulli, infine arriva la lunga Decide your destiny, un brano vicino agli Stratovarius degli anni ’90 e con una seconda parte che evidenzia influssi proggressive. Il disco è indubbiamente gradevole e chi ama le sonorità epic power nostrane non farà fatica ad innamorarsene, chiaramente chi è alla ricerca di soluzioni alternative o novità di sorta rimarrà deluso, perché l’album è ben codificato su un genere che ha le proprie insindacabili regole e difficilmente da queste scappa. (Luigi Cattaneo)
 
Black gate (Video)
 

mercoledì 12 aprile 2017

PIER BERNARDI, Re-Birth (2017)


Arriva al primo disco solista Pier Bernardi, bassista che ha lavorato con nomi di spicco della scena internazionale (primo su tutti il grande Paul Gilbert) e lo fa con un lavoro strumentale figlio della voglia di rinascere, artisticamente e personalmente. Re-birth è frutto di riflessioni che sanno coinvolgere e Pier si è fatto coadiuvare da ottimi professionisti come Michael Urbano alla batteria (Sheryl Crow, Smash Mouth, Ligabue), Ace alla chitarra (Skunk Anansie) e Giovanni Amighetti ai synth (che si è occupato anche della produzione artistica), oltre che da David Rhodes alla chitarra (Peter Gabriel), Roger Ludvigsen alla chitarra e Paolo Vinaccia a batteria e percussioni nell’ispirata Grace (scelta come primo singolo). L’album è molto sentito e comunicativo, Bernardi intreccia il proprio vissuto con quello del paese, con il sound che rispecchia i titoli scelti (l’amorevole dedica di My eyes are yours, la martellante verve di Stars and Stones). Il bassista è un interprete espressivo (While you are sleeping), che non ha timore di giocare con il rock più classico (la furente I’m ready now, quasi un grido liberatorio) ma tutti i coinvolti fanno un’egregia figura, complice un songwriting immediato e gradevole (A bus, your hand). Le doti tecniche ci sono ma Pier preferisce puntare sull’impatto e sul groove, con qualche frangente più particolare che non tradisce la natura del platter, curato negli arrangiamenti e nei particolari (le registrazioni si sono svolte al Dudemusic Studio di Stefano Riccò). Il basso di Bernardi è chiaramante protagonista ma non invade la scena, non diviene prevalente per oscurare gli altri suoni, permettendo così una certa coesione che avvantaggia dinamismo e propulsione ritmica. Re-birth è sicuramente un buon esordio, che mette in luce capacità di scrittura sinora non conosciute e lascia aperte diverse porte per interessanti sviluppi futuri. (Luigi Cattaneo)
 
Grace (Official Video)
 

sabato 8 aprile 2017

IZ, Today's egg (2016)


Il progetto IZ nasce nel dicembre del 2012 come trio acustico e nel 2014 con l’inserimento di Aurelio Tarallo alla chitarra, che va ad aggiungersi ai fondatori Pietro Ius alla batteria e Paolo Jus al basso e a Denis Ronchese (tastiere), si assiste ad una prima svolta che porta alla pubblicazione dell’ep Lebannen (2015). L’evoluzione porta l’anno seguente a delineare la band con l’introduzione di una ricca sezione fiati (Alice Gaspardo al trombone, Roberto Dazzan alla tromba e Giorgio Giacobbi al sassofono) che è elemento peculiare nel nuovo Today’s egg, un ottimo disco in cui i sette hanno coniugato l’improvvisazione della fusion con il groove del jazz rock e le sonorità del progressive. Arrangiamenti raffinati abbinati ad una certa tecnica individuale elevano le otto composizioni dell’album, che rispecchiano la freschezza della gioventù e un background ricco e capace di guardare sia al passato del genere che ai mostri sacri del contemporaneo (i Weather Report ma anche le opere multiformi di Pat Metheny e la concretezza di Marcus Miller). Certe costruzioni di jazz progressivo si avvalgono di spinte rock con rimandi settantiani che producono trame fitte ma molto gradevoli, probabilmente anche per la capacità del gruppo di suonare in maniera passionale e comunicativa. Il fatto di non avere un cantante in organico permette agli IZ di dare libero sfogo a contrappunti strumentali di grande fantasia, con i fiati spesso in primo piano, un groove eccellente e i classici tempi dispari che delineano un certo tipo di sound (Kapana Paptapaf è solo uno degli esempi). È palese la voglia di divertirsi ma il risultato finale impressiona per qualità e dinamismo e la fusione di stili viene trattata con una capacità veterana, a dispetto della bassa età dei componenti. Il fatto di essere stato registrato in poche session, come se fosse un live, è risultato importante per mantenere alto il grado di spontaneità all’interno di brani parecchio strutturati e in cui si percepisce un ottimo lavoro di songwriting. Il fatto di avere come modelli dei decani della scena fusion e jazz rock non comporta avere una visone passatista della musica e difatti l’ensemble non perde la capacità di catapultare certi suoni nell’attualità. Infatti l’approccio virtusoso non smorza appeal e pathos, elementi che ritroviamo incalzanti per tutto l’album (La danza di Mefisto ed Eclectic su tutte) e che contraddistinguono in maniera marcata Today’s egg. Il platter è stato registrato al Birdland Studio (Gorizia) di Francesco Marzona ed è acquistabile presso la pagina bandcamp del gruppo ( https://izband.bandcamp.com/album/todays-egg ) in cui è possibile ovviamente anche ascoltarlo per intero. (Luigi Cattaneo)

venerdì 7 aprile 2017

WINGFIELD REUTER STAVI SIRKIS, The Stone House (2016)


Un’istantanea, una fotografia che testimonia un momento del tutto eccezionale e che sa essere profonda e viscerale, capace di cogliere un’esperienza concettuale libera. Le note si susseguono in una jam arcana e dai contorni poco definiti e non potrebbe essere altrimenti se nella stessa stanza si trovano due eccentrici chitarristi come Mark Wingfield (Jane Chapman) e Markus Reuter (Stick Men, The Crimson Project, Centrozoon) accompagnati da Yaron Stavi al basso (Robert Wyatt, David Gilmour) e Asaf Sirkis alla batteria (Tim Garland, Nicolas Meier). The Stone House è il frutto di questo incontro, un live in studio senza overdubs, completamente improvvisato e per questo di non facile assimilazione, un rischio che i quattro affrontano con consapevolezza e disciplina. I due chitarristi creano un interplay che travalica i limiti dello strumento, un processo dove riescono a trovare spazi individuali in cui emergono stili paralleli, un idiosincrasia ingegnosa e intraprendente contro l’uso comune della sei corde. Le ritmiche proposte da Sirkis e Stavi (una coppia che abbiamo già conosciuto in Proof of light proprio di Wingfield) sanno essere sia essenziali che pirotecniche, una ricerca del groove costante che sottolinea i fraseggi cervellotici dei due chitarristi in modo praticamente perfetto. L’album racchiude molti elementi tipici del progressive, soprattutto quello legato ai King Crimson, ai Soft Machine e all’ala radicale del genere, complice anche l’aspetto sperimentale e spontaneo del quartetto, che esplora soluzioni e possibilità dell’interazione improvvisata tra menti illuminate. Il risultato non può essere sempre fluido ma ci sono alcuni momenti incredibilmente riusciti, dinamici e armonici, emozionali e potenti (lo scoppiettante inizio di Rush e l’ottima Silver), all’interno di un percorso crossover dove le convenzioni si smarriscono e i suoni si fanno provocazione. L’approccio free della band consente di cogliere pulsioni che esulano da schemi, una costruzione al limite dell’astrattismo, sospesa tra allucinazioni psichedeliche, riff di matrice hard e fusion borderline, un flusso in cui abbandonarsi senza porsi troppe domande. Tutto ciò porta The Stone House a non appiattirsi su un solo genere, proprio perché suonato in presa diretta, cogliendo spunti che sono di passaggio, fluttuanti e catturati in un secondo, quando basta uno sguardo per capire in che direzione andare. E allora ci si ritrova ostaggi del free jazz, dell’ambient, della psichedelia acida e del rock progressivo, un mantra lontano dall’essere definito o categorizzato. Il disco è da ritenersi quindi un’avventura, figlio di intuizioni e non di scrittura, un qualcosa senza confini, che può essere apprezzato solo se ci si pone sulla stessa lunghezza d’onda dell’ensemble. (Luigi Cattaneo)
 
Rush (Video)
 

martedì 4 aprile 2017

ASTROLABIO, I paralumi della ragione (2017)


Dopo L’isolamento dei numeri pari del 2014, tornano ancora sotto la supervisione dell’Andromeda Relix gli Astrolabio con il nuovo I paralumi della ragione, un album che ha iniziato a prendere forma addirittura durante le sessioni di registrazione del precedente. Ciò che contraddistingue la release è il ricorso ad una pungente satira, anche politica, elemento ironico tipico del gruppo e che trova una propria fisionomia anche come critica sociale ai problemi dell’attualità. Un ritratto a tratti grottesco della società, capace di far sorridere e riflettere, con il protagonista del racconto che si addormenta all’inizio dell’album per svegliarsi solo alla fine, in un percorso in cui viene ad incontrare situazioni quotidiane frustranti e drammatiche. Tante le idee messe sul piatto dal quartetto (Michele Antonelli alla voce, alla chitarra e al flauto, Paolo Iemmi al basso, Alessandro Pontone alla batteria e Massimo Babbi alle tastiere) in questo disco, un piccolo e ulteriore passo avanti rispetto al debut e sempre impregnato dei classici stilemi che hanno fatto la storia del prog, a cui va però aggiunta l’indubbia personalità nel trattare la materia. Dormiveglia #1 è l’inizio del sogno (o dell’incubo), un tributo a Blackbird dei Beatles che anticipa Nuovo Evo, un hard prog tirato che sottolinea l’angoscia dell’immobilismo perenne che deve affrontare l’eroe comune e che vede la significativa partecipazione di Lucia Caffini al violino. Una cosa presenta tracce di R.I.O., con parti al limite del demenziale e che lasciano trasparire doti sinora non emerse del tutto. Pubblico impiego è una denuncia polemica ed ironica sullo status degli impiegati statali (e affini) e vede presente Andrea Calzoni (Psycho Praxis, Il Paradiso degli Orchi) al flauto, prima dell’ottima Arte(Fatto), brano malinconico e che colpisce nel profondo. Otto oche ottuse (di nuovo con il bravo Calzoni) è la rielaborazione di un vecchio pezzo strumentale degli Elettrosmog (la band precedente alla nascita degli Astrolabio) ed è una composizione breve e circolare ma molto gradevole. Di tutt’altro spirito è La casa di Davide, 10 minuti ispirati ai fatti sanguinosi che da anni imperversano nei territori palestinesi e forse il punto più alto della pur breve carriera dei veronesi. Molto buona anche Sui muri con il suo spleen mesto dedicato all’oblio e al decadimento, prima del risveglio di Dormiveglia #2 che come il suo alter ego iniziale omaggia il lavoro di Paul McCartney e soci. Il disco è probabilmente meglio messo a fuoco rispetto al precedente, ha meno cali e offre spunti qualitativamente più alti con alcuni picchi di notevole fattura, segno che l’ensemble sta crescendo e che il futuro può essere per loro ricco di soddisfazioni e traguardi. (Luigi Cattaneo)
 
Album trailer
 

domenica 2 aprile 2017

MAXOPHONE, Live premiere a Saronno



I Maxophone venerdì 21 aprile al teatro Giuditta Pasta di Saronno presenteranno in anteprima nazionale il nuovo lavoro La fabbrica delle nuvole (ma non mancherà qualche brano tratto dal primo disco del 1975), un occasione unica per ammirare una delle band storiche del progressive italiano e non solo. Per maggiori informazioni e per acquistare il biglietto visitate la pagina www.teatrogiudittapasta.it
 

sabato 1 aprile 2017

Quanah Parker ed Elisir d'ambrosia live sabato 8 aprile

Quanah Parker | Discografia | Discogs (Quanah Parker)

Al Chinaski, pizzeria music pub sabato 8 aprile ampio spazio per il progressive rock di Quanah Parker ed Elisir d'ambrosia. Se i primi oramai non hanno bisogno di presentazioni per gli amanti di certi suoni, avendo all'attivo già due quotati album e una carriera nata negli anni '80, i secondi sono un assoluta novità per il panorama prog tricolore, una band che non ha ancora esordito discograficamente parlando ma che presenterà sul palco diversi brani inediti che andranno a formare l'album d'esordio. Una bella occasione per ascoltare un pezzo di storia nascosta del progressive italiano e un gruppo emergente interessante e curioso.

marco causin's stream on SoundCloud - Hear the world's sounds (Marco Causin, leader degli Elisir D'Ambrosia)
 

CONCERTI DEL MESE, Aprile 2017

Sabato 1
·Pavlov's Dog al Giardino di Lugagnano (VR)
·Steve Hackett a Roma
·PFM a Cremona
·Ranestrane a Roma
·C. Simonetti's Goblin a Torino
·The Winstons & Richard Sinclair a Roma
·FixForb a Passirano (BS)

·Claudio Fasoli a Bergamo

Domenica 2
·Roberto Cacciapaglia a Potenza
·Arturo Stàlteri a Bologna
·What I Like a Barletta

Lunedì 3
·Haken a Bologna

Martedì 4
·PFM a Roma
·Massimo Giuntoli "Hobo" Sala Ratti Legnano (MI)

Giovedì 6
·Pain Of Salvation a Segrate (MI)

Venerdì 7
·The Cage a Roma
·So Does Your Mother a Roma
·Il Segno del Comando+Blue Dawn a Genova
·Monkey Diet a Imola (BO)

Sabato 8
·Corde Oblique a Villaricca (NA)
·Stereokimono+Monkey Diet a Milano
·Court+Dark Ages alla comunità giovanile di Busto Arsizio (VA)
·Fonderia a Roma
·Lateral Blast a Roma

Domenica 9
·Anacondia a Milano

Mercoledì 12
·Massimo Giuntoli “U-Gene” a Milano

Giovedì 13
·Tony Pagliuca Trio a Lugagnano (VR)
·Le Folli Arie a Seregno (MB)

Sabato 15
·Dark Ages a Cazzago S.Martino (BS)


Giovedì 19
·Artchipel Orchestra a Milano
·Lachesis a Bergamo

Venerdì 20
·Vibravoid a Milano
·Inior a Roma

Venerdì 21
·Monkey Diet a Monterenzio (BO)
·Maxophone a Saronno (VA)
·Like a San Lazzaro di Savena (BO)
·Vibravoid a Pontinvrea (SV)
·UT New Trolls a Frosolone (IS)

Sabato 22
·RanestRane a Lugagnano (VR)
·Höstsonaten a Cicagna (GE)
·Poliphonix a San Michele al T. (VE)
·Le Orme a Finale Emilia (MO)
·Semiramis+AcousticA a Genova
·Animal's Factory a Balerna (Svizzera)

Domenica 23
·Le Orme a Tutino di Tricase (LE)
·Dark Ages a Torino

Lunedì 24
·OAK a Napoli
·Le Orme a Desio (MB)
·Carl Palmer a Lugagnano (VR)

Martedì 25
·Il Bacio della Medusa a Castigl./Lago (PG)

Giovedì 27
·PFM a Catania

Venerdì 28
·PFM a Palermo
·Osanna a Taranto
·Lo Zoo Di Berlino a Roma

Sabato 29
·PFM a Pace del Mela (ME)
·The Cage a Parma
·The Trip+Disequazione a Lugagnano (VR)
·Il Giardino Onirico al Fabrica di Roma
·Perspectives Of A Circle a Roma
·Eveline's Dust a Bicchio (LU)
·Dark Ages a Cervo (IM)
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giovedì 30 marzo 2017

DANIEL GAZZOLI PROJECT, Night hunter (2016)


Night hunter nasce dalla penna del compositore e chitarrista Daniel Gazzoli, un album fortemente influenzato dall’hard rock ottantiano e con punte melodiche di notevole impatto. Oltre al bravo Gazzoli (impegnato anche al basso e ai synth) troviamo Leonardo Guillan alla voce (già con i Soul Seller), Luke Ferraresi alla batteria (Perfect View) e Luca Zannoni alle tastiere. Le atmosfere rimandano ad alcuni nomi tutelari della scena hard & heavy come Dokken, Whitesnake e il primo Bon Jovi ma anche ai Deep Purple o al David Coverdale solista, con riff strutturati e parti vocali che sanno essere potenti e calde. La sezione ritmica segue lo spartito con efficacia, le tastiere creano i giusti tappeti per gli anthems di cui si avvale il platter e che rimangono scolpiti in testa sin dai primi ascolti. Un tuffo nel passato, quando un certo tipo di suono non di rado finiva in classifica o permetteva agli interpreti di riempire i palazzetti di tutta Europa. Gazzoli guarda a quegli anni, scrive brani pieni di appeal, che se solo ci fosse adeguato spazio per questa musica non sarebbe impossibile ascoltarla in radio mainstream. L’iniziale title track è il biglietto da visita ideale per iniziare il cammino, esemplificatrice dello stile che pervade l’intero lavoro. Come groove non è da meno Forged by the pain, un assalto heavy ispirato e potente, mentre ci porta 30 anni indietro Liar, quando gli Europe dominavano la scena con la loro proposta. Hard blues sanguigno in Self destruction blues, coinvolgenti Heartblame e Run, perennemente oscillanti verso quel glam rock che sovente qualche band prova a riproporre. Classico momento ballad con la gradevole Prayer for an angel, prima della notturna Don’t leave me alone e della tiratissima The beat of my heart, che chiude un album curato, prevedibile quanto si vuole ma sentito, appassionato omaggio ad un periodo storico che ha sfornato tante realtà entrate di diritto nella storia del rock. (Luigi Cattaneo)
 
Night hunter (Video)
 

sabato 25 marzo 2017

TENEBRAE, My next dawn (2016)


I Tenebrae nascono a Genova nel 2005 da un’idea del chitarrista e unico membro presente dai primordi Marco Arizzi e da subito si caratterizzano per un approccio variegato e curioso e dopo due concept (Memorie nascoste e Il fuoco segreto) arrivano al terzo con l’attuale My next dawn, un album che è cresciuto dopo alcuni cambi di line up e che ha dato ai liguri una nuova identità. Una rinascita artistica che si avvale anche dell’ottima penna di Antonella Bruzzone, che con le sue liriche in inglese (altrà novità) ha creato una storia oscura e drammatica che ben si combina con le atmosfere cupe e apocalittiche della band. Il sound è un crossover di atmospheric metal, doom e death (aspetto quest’ultimo che rimane dosato per tutto il lavoro), con le tastiere di Fulvio Parisi, fondamentali per sottolineare i vari passaggi del racconto, che si intersecano con i riff chitarristici di Arizzi e sviluppano momenti che abbracciano mastermind del genere come i My Dying Bride, i Paradise Lost dei primi anni ’90 e gli Anathema di The silent enigma. I Tenebrae hanno inoltre aperture di dark atmosferico che finiscono per avere la meglio sui connotati death metal, in un vortice emozionale di grande impatto e difatti i liguri, pur nella durezza del loro suono, riescono a manifestare gusto per partiture melodiche raffinate in odore di prog e convincono proprio per la dualità che sorregge il disco, sempre in bilico tra estremismi hard e un passato art rock. In tal senso va citata una sezione ritmica potente e affilata (Fabrizio Garofalo al basso e Massimiliano Zerega alla batteria), che dona quello spirito metal che non era così presente anni addietro ma che non rovescia del tutto le carte in tavola, lasciando ampio spazio a brani suggestivi e diretti (basti ascoltare Black drape e Behind). Difatti il lavoro di Parisi alle tastiere (con il classico organo e le delicate sezioni create dagli archi), di Arizzi e dell’ospite Laura Marsano, impegnata in alcune parti di chitarra classica, ribalta il mood della narrazione, rendendo l’opera un susseguirsi di soluzioni sempre congeniali alle varie tappe. Non è da meno Paolo Ferrarese, molto bravo nel passare dal cantato pulito, espressivo e intenso, ad un growl incisivo e vigoroso (The fallen ones, As the waves). My newt dawn è un disco che segna un passo significativo per l’ensemble, soprattutto per la decisione di staccarsi dal sound dei primi due album ma il risultato globale afferma che ci troviamo dinnanzi ad un quintetto di talento e personalità. (Luigi Cattaneo)
 
My next dawn (trailer)
 

giovedì 23 marzo 2017

ORLANDO, Ogni cosa accadrà certamente (2016)


Non manca indubbiamente la voglia di comunicare ad Alessandro Orlando, cantautore romano che esordisce con Ogni cosa accadrà certamente (sotto la direzione artistica di Danilo Cherni, impegnato anche alle tastiere e membro di Goblin Rebirth, Fluido Rosa e della band di Antonello Venditti), un album in cui si racconta, narra attraverso testi mirati che divengono corollario di immagini che rimandano a sapori lontani. Non di certo un revival, solo uno sguardo sul passato remoto e prossimo (un po’ di Alberto Fortis, qualche frangente del Cristiano De Andrè più impegnato, il Giancarlo Onorato meno crepuscolare e l’acume melodico di Venditti) che si affaccia sul contemporaneo (senza però blandire l’hype di Calcutta, Motta o Thegiornalisti) risultando credibile e suggestivo. Il tratto è sicuro, complici anche gli ottimi musicisti coinvolti che supportano l’estro di Orlando, sia nei frangenti più cantautorali che in quelli lievemente psichedelici. Quello che emerge è un background ampio che produce un disco sincero pur se non del tutto messo a fuoco, un lavoro dove però l’autore ha curato ogni dettaglio, sia in fase di songwriting che in fase di arrangiamento, elementi che alla lunga possono fare la differenza su prodotti analoghi. Alessandro pone la sua creatività al servizio di brani efficaci e ben strutturati, con alcuni momenti davvero molto interessanti, come Io bevo (Cointreau) o la curiosa … E adesso (entrambe con Fabio Pignatelli al basso), così come colpisce il delicato lavoro di Cristiana Polegri al sax in Semplicemente giusto. Bellissimo il crescendo di Ciò che mi resta (con Maurizio Perfetto alla chitarra), ispirata e coinvolgente è Modi di morire mentre il finale di Le aquile nel cielo chiude nella tradizione un disco gradevole suonato da musicisti di esperienza e qualità. Il primo passo è stato fatto, ora sta ad Orlando trovare continuità nella proposta e provare ad emergere in un mercato discografico sempre più bloccato e assuefatto da scabrosi e mediocri talent. (Luigi Cattaneo)
 
Modi di morire (Video)
 

martedì 21 marzo 2017

PETE OXLEY & NICOLAS MEIER, The colours of time (2016)


The colours of time è un doppio elegantissimo disco firmato dalla coppia di chitarristi formata da Pete Oxley (Gilad Atzmon, John Etheridge, giusto per citare un paio di artisti con cui ha collaborato) e Nicolas Meier (Jeff Beck, Seven7), che qui hanno dato vita a due situazioni diverse ma ugualmente congeniali alla loro visione musicale. Difatti il primo album è in duo e ricalca quanto già di buono avevano fatto nel precedente Chasing tales, mentre il secondo in quartetto con gli ottimi Paul Cavaciuti (Theo Travis, Jim Mullen) alla batteria e Raph Mirzaki (Ross Stanley, Dave O’Higins) al basso si avvicina in parte ad Infinity, ultimo solista di Meier (anche se in quel caso vi era più elettricità). Il percorso è fantasioso e ricco di soluzioni ardite ma non si perde mai di vista la freschezza esecutiva e compositiva, con i brani in quartet che acquisiscono groove e dinamismo. L’impianto strutturale non cambia rispetto al passato, con un intersecarsi di jazz acustico, latin e rock e rimane immutato anche l’alto livello della produzione, mirabile esempio di coesione e ingegno creativo. L’interplay tra i due è oramai mirabile e molto espressivo e la qualità non muta nemmeno quando la formazione si allarga con la sezione ritmica. D’altronde se è vero che lo stile dei due trova piena consapevolezza in brani come Waltz for Dilek, Princes’ Islands (con prelibate reminiscenze turche) o Sahara (segnata dall’accorato uso del glissentar), è pur vero che la classe e la maestria è talmente tanta che le composizioni prendono nuova linfa anche in quartetto e risultano assolutamente credibili (splendide The followers e Looking west). È bene dire che la seconda parte di The colours of time non è formata da inediti ma da pezzi già apparsi su dischi precedenti, rivisitati per l’occasione con l’aiuto dei già citati Cavaciuti e Mizraki e che portano il sound maggiormente vicino alla fusion. Gli album sono due facce della stessa medaglia, con la musica che rimane ispirata e comunicativa per tutti i 18 pezzi presenti e rappresentano una certezza per chi ha apprezzato le ultime fatiche dei due chitarristi inglesi. (Luigi Cattaneo) 
Qui di seguito il link per ascoltare un'intervista di presentazione del disco
 

sabato 18 marzo 2017

WARM MORNING BROTHERS, A bunch of weeds (2016)


 
Una piacevolissima sorpresa questi Warm Morning Brothers, che con A bunch of weeds firmano un album molto interessante in cui si incontrano 50 anni di folk, un racconto che parte da Simon & Garfunkel, tocca la classicità di Burt Bacharach e lambisce il contemporaneo dei Kings of convenience e Dylan Mondegreen. Il disco si mantiene raffinato per tutti i 40 minuti circa di durata, con il duo davvero elegante nel combinare melodie retrò, passaggi nostalgici (e qui gli archi giocano un ruolo non secondario), vintage folk sessantiano e una cura smisurata per l’arrangiamento. Impossibile citare tutti i musicisti coinvolti ma è bene sottolineare il vasto organico con cui si esprimono i piacentini, che utilizzano per queste piccole perle folk pop violino, viola, violoncello, sax, tromba, trombone, organo Hammond (e la lista non è finita … ), tutti suonati da validi musicisti che fiancheggiano in maniera fantasiosa i fratelli Modicamore (Simone e Andrea). Ogni aspetto risulta così gradevole e funzionale allo scorrimento del platter, con alcuni picchi come An ode to hella (cantata da Isabella Varasi), la delicata Dull boy, la suadente The moon on your lips e We’ll meet again (stavolta dietro al microfono c’è Annie Barbazza), che non fanno altro che confermare quanto di buono era emerso nelle precedenti produzioni. A bunch of weeds è un disco denso, ricco di chiaroscuri, capace di oscillare tra lievi malinconie e bozzetti festosi e segna il passo più importante della pur giovane carriera del duo piacentino. (Luigi Cattaneo)
 
Cumberland Street (video)
 

giovedì 16 marzo 2017

FLUIDO ROSA, Le vie dei sogni (2016)


L’idea dietro il concept di debutto dei Fluido Rosa è di riuscire a descrivere le dimensioni del sogno, raccontare i viaggi che porta in dote la notte, un contenuto onirico che può apparire concreto e confondersi con la realtà. Il gruppo ha ben miscelato canzone d’autore, pop e progressive, con qualche puntata nella psichedelia floydiana dettata dalla ventennale carriera come tribute band degli inglesi. D’altronde il connubio tra frangenti più complessi e altri decisamente immediati e melodici nasce anche in virtù del fatto che l’ensemble è composto sia da musicisti di estrazione prog che da session spesso impegnati nel mondo della musica leggera. La line up difatti è formata da Danilo Cherni alle tastiere (Goblin Rebirth, Michele Zarrillo, Antonello Venditti), Maurizio Perfetto alle chitarre (anche lui con Venditti e Zarrillo), Gabriele Marciano alla voce, Adriano Lo Giudice al basso (Venditti, Zarrillo ma anche Patty Pravo), Derek Wilson alla batteria (bravissimo interprete per Zucchero, Vangelis e del compianto Keith Emerson), Roberta Lombardini alla voce e alla tromba (Little Tony, Tormento) e Cristiana Polegri al sax e alla voce (Mario Biondi). Il disco è di buona fattura e attinge proprio dal percorso personale dei musicisti coinvolti, sia come stimati session che come cover band dei leggendari Pink Floyd. I romani scelgono di puntare molto sulla forma canzone, ovviamente ben suonata e arrangiata ottimamente da grandi professionisti del settore, prediligendo in diversi momenti un approccio pop e cantautorale che sa essere raffinato e suggestivo. Lungo gli 11 pezzi di Le vie dei sogni incontriamo quindi la fruibilità di Venditti, la fantasia trasversale dei New Trolls, il tocco elegante dei Pooh e lo spirito progressivo della P.F.M., elementi che si manifestano sin dall’iniziale DNA. Anche la title track non disdegna certi riferimenti, colti pure nella successiva Example 10, così come puntano molto su melodie catchy Antitesi e IVST, brani che si insinuano sottopelle da subito. Strade è un altro momento ammaliante, complice anche la voce della Lombardini, prima di Ipazia, forse la traccia più progressiva del disco. Molto sentita Lamento in morte di Garcia Lorca (stavolta c’è la Polegri al microfono, anche lei impeccabile), curiosa invece Res viva, mentre La storia degli ultimi è una composizione che conferma l’attenzione per frangenti delicati e tenui. Chiude la brevissima e acustica A Sylvia, epitaffio di un platter molto gradevole e sicuramente legato alla canzone autorale più che al rock progressivo. (Luigi Cattaneo)
 
Antitesi (Video)