sabato 24 marzo 2018

RUXT, Running out of time (2017)

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Carriera breve (sono nati nel 2016) ma intensa quella dei Ruxt, che in poco tempo giungono già alla seconda release dopo il bel debut Behind the masquerade di cui avevamo parlato in occasione dell’uscita. Matt Bernardi (Purplesnake) alla voce, Stefano Galleano (Icy Steel) alla chitarra, Steve Vawamas (Athlantis, Mastercastle, Odyssea, Bellathrix) al basso, Andrea Raffaele (Snake) alla chitarra e Alessio Spallarossa (Sadist) alla batteria (da segnalare anche la presenza di Dave Garbarino nelle parti di tastiera) continuano con Running out of time sulla strada intrapresa, quella di un hard & heavy massiccio e melodico in cui ritroviamo Deep Purple, Whitesnake, Rainbow e una spruzzata di prog. La partenza della title track è un bel biglietto da visita, potente e immediata vede la presenza del bravissimo Pier Gonella alla chitarra e fa il paio con la seguente Legacy, un discreto heavy rock tirato e dai contorni vintage. I liguri scelgono subito di rallentare con In the name of freedom, pezzo maggiormente ponderato e contrassegnato da un certo groove. Ma è solo un momento, perché Everytime everywhere e Scars (in entrambe ritroviamo Gonella) tornano brillantemente su binari hard, suonato con maestria da ottimi interpreti dello strumento, capaci di coniugare tecnica e pathos. Si prosegue su buonissimi livelli con Leap in the dark, energica e vigorosa e Let me out, tra i brani più aggressivi del platter. C’è da dire che anche My star e Queen of the world si avvalgono di una scrittura sicura, in cui emergono le capacità di songwriting e una certa cura per l’arrangiamento che contraddistingue l’operato del quintetto, mentre il finale affidato alla semi ballad Heaven or hell ci congeda piacevolmente confermando la bontà del progetto Ruxt a distanza di poco tempo dalle ottime impressioni che già aveva suscitato il precedente lavoro. (Luigi Cattaneo)
 
Running out of time (Official Video)
 

domenica 18 marzo 2018

ENRICO SARZI, Drive Through (2017)


Drive through è il debut album di Enrico Sarzi, ex frontman degli hard rockers Midnite Sun (con all’attivo collaborazioni anche con Moonstone Project e Shining Line) e mette in luce le svariate influenze del cantante, che passano dal rock britannico dei ’70 all’hard rock ottantiano e giungono sino al Seattle sound dei Pearl Jam. L’approccio alla materia è piuttosto melodico e tutti i brani risultano parecchio godibili e immediati, un easy hard rock tra Bad Company, Alice in Chains e Adele ma con uno sguardo all’Aor anni ’80, un crossover di idee sottolineato con enfasi proprio dalle dichiarazioni dell’autore per descrivere questo esordio. Drive through è un album che nasce da lontano, da quella separazione con i Midnite Sun (due platter all’attivo) di cui hanno fatto parte i qui presenti Cristiano Vicini (chitarra), Alessandro Mori (batterista già con Viana, Axe e Ted Poley) e Marco Nicoli (bassista per Tragodia, Nightglow e The unripes). La line up è completata dal tastierista Marco Micolo e dalle importanti partecipazioni di Stefano Avanzi (sax), Alberto Valli (pianoforte) e Luciana Buttazzo (voce), che donano ulteriore colore ad un disco ispirato e molto gradevole. Sarzi è un vocalist passionale ed espressivo, capace di passare con disinvoltura da brani tirati ad altri vicini al cantautorato made in USA, mondo geografico-musicale vero punto di riferimento dell’artista. Il disco è molto fluido, si lascia ascoltare dall’inizio alla fine senza presentare particolari cali, segno della grande dimestichezza di Enrico con questo tipo di suono e di un songwriting sempre brillante. Shameless è l’inizio hard rock perfetto per aprire un album di questo tipo ma lascia subito spazio alle note agrodolci di Afraid to be myself. Si sposta verso il grunge Nothing to live for ma riesce comunque a mantenersi su buoni livelli di intensità, ripetuta nelle spesse trame di S.O.S. to God e soprattutto in Strange freedom, dove il solo di Avanzi finisce davvero per fare la differenza e donare al pezzo quel quid in più, una scelta ottima che potrebbe essere presa maggiormente in considerazione per il futuro. The repentant torna a vibrare di pulsioni grunge, Inferno è un omaggio ai Midnite Sun, mentre Let me go è un rock appassionato buono per tutte le stagioni. Anche la title track mostra tutta la consapevolezza e l’esperienza del quintetto, prima dell’hard classico di Sex perfume e del finale in lingua madre di Cielo, in cui Valli e la Buttazzo sono protagonisti di un brano capace di chiudere in maniera delicata un’opera prima sicuramente riuscita. (Luigi Cattaneo)
 
Official Album Teaser
 

sabato 17 marzo 2018

THE DANGER, The Danger (2017)


Attivi sulla scena heavy rock da vent’anni, i The Danger (ex Danger Zone Band) si contraddistinguono per testi in cui si coglie perfettamente lo spirito che li anima (il metal, la strada, gli amici, il gentil sesso), brani immediati e molto melodici e un’attitudine r’n’r inattaccabile che mi ha conquistato sin da subito. Marco Spinelli (storica voce dei Vanexa), Denis Bedetti (chitarra solista), Giorgio Crociati (chitarra ritmica), Nicola Sbrighi (basso) e Stefano Vasini (batteria) travolgono con la loro passione anche nel nuovo The Danger, disco doppio (gli stessi pezzi sono presenti in italiano e in inglese) molto accattivante. C’è da dire che l’album è sicuramente gradevole e non è semplice per me scegliere la versione preferita in quanto alcuni momenti sono meglio riusciti nella lingua madre, altri in inglese, scelta forse dovuta anche alla volontà di distanziarsi dalle tematiche del precedente Torno al porno. E così le prime due tracce, The Danger e Metallari/Metalheads, sono una lode al rock, all’heavy e alla loro attitudine di vita, un genere che Spinelli e soci non solo suonano ma vivono da decenni. L’assalto rock dei primi minuti si stempera nella seguente Scemo/Stupid, piacevole ma che non mi ha colpito particolarmente, mentre di grande impatto, anche testuale, è Il Libeccio (il mio bar)/The Bar, racconto di un luogo di ritrovo e della sua chiusura, emozioni e sensazioni che tanti di noi hanno vissuto sulla loro pelle. Muta R’n’R, tra i brani più ispirati del disco, è un momento nostalgico in cui Spinelli narra in maniera autobiografica profondi squarci della sua vita consacrata alla musica. Carica di buone vibrazioni è L’amore no/Through with love ma anche Bla Bla Bla, che critica le generazioni più giovani in maniera sincera e penetrante, due buone composizioni prima della grandeur ironica di Alpornonsicomanda/The porn wants what the porn wants che per un attimo torna alle tematiche care al recente passato del quintetto. La fuga verso la California è la cornice ideale per sbronzarsi ancora e tirare fuori del massiccio heavy rock e, perché no, avviarsi alla conclusione dando il Cattivo esempio/Bad example, come la miglior tradizione stradaiola esige! Il finale strumentale di Adrenalina/Adrenaline è da ascoltare ad alto volume, per sentire che i The Danger, pur non prendendosi troppo sul serio, non sono di certo gli ultimi arrivati e lo confermano con un graditissimo come back. (Luigi Cattaneo)
 
The Danger (Official Video)
 

venerdì 16 marzo 2018

LINO CAPRA VACCINA, Metafisiche del suono (2017)


Metafisiche del suono è il nuovo disco di Lino Capra Vaccina, titolo emblematico ed esplicativo, dove il silenzio diviene parte del percorso, una ricerca su cui l’autore ragiona da sempre in piena anarchica libertà e che racconta le tappe di una carriera dove la sperimentazione è il leitmotiv comune di ogni progetto. Qui ritroviamo un po’ tutto quello che ha sviluppato Lino in più di 40 anni di attività, dai primi Aktuala alle collaborazioni con Franco Battiato e Juri Camisasca, passando per Telaio Magnetico e Filarmonica della Scala, sempre attento nel fondere avanguardia e minimalismo in un album sì raffinato ma davvero per pochi. Già gli strumenti utilizzati fanno intendere a cosa si va incontro, perché con Capra Vaccina (vibrafono, pianoforte, metallofono, gongs, campane, percussioni, tablas, strumenti ad arco, campane a vento, piatti e timpani) troviamo in alcuni pezzi Camillo Mozzoni (oboe e corno inglese), Michael Tanner (salterio, autoharp, dulcimer, chitarra elettrica e tratments) e Alison Cotton (viola), quartetto che si muove lungo i solchi della carriera solista del compositore, di cui è bene ricordare almeno Antico Adagio, masterpiece per chi ama perdersi in certe arcane sonorità. Pur non amando particolarmente il genere devo dire che non mi è difficile riconoscere la grandezza del personaggio, bravissimo nell’unire ambient, ricerca sui timbri, musica modale e minimalismo, una sintesi che va oltre il mero concetto discografico ma offre uno studio profondo della materia trattata. L’opera fluttua oniricamente attraverso sei composizioni lievi, che forniscono suggerimenti immaginifici piuttosto che esplicare contenuti in maniera nitida, con un andamento volutamente monocorde e senza particolari sussulti, una forma che aumenta lo stato di trascendenza a cui Lino ci ha sovente abituati. Certo l’interplay tra il pianoforte e gli strumenti a percussione è uno dei cardini su cui poggia questo ritorno e probabilmente sancisce anche i passaggi maggiormente interessanti, così come l’alone sacro che emerge per quei toni astratti, che rimanda a ricordi nebbiosi, impressioni evanescenti e soffuse che si allontano, come i costrutti occidentali che vanno dimenticati per un attimo, perché qui tutto profuma di culture lontane da noi. Ogni cosa diviene tenue, manipolata con autentica grazia per farci recepire il rito compiuto all’insegna di un misterioso connubio tra le radici del silenzio e la pura arte avanguardistica. (Luigi Cattaneo)
 
Album Trailer
 

martedì 13 marzo 2018

AERODYNE, Breaking free (2017)


Dall’incontro tra due band di Goteborg nascono un paio di anni fa gli Aerodyne (Daniel Almqvist alla voce e alla chitarra, Johan Bergman alla chitarra, Timmy Kan al basso e Christoffer Almqvist alla batteria), quartetto hard rock glam che fa il pieno di riff heavy e chorus ottantiani di grande presa. Dopo l’ep Old flames die hard del giugno 2016, gli svedesi tornano ora con Breaking free e confermano l’attitudine sleaze rock manifestata con il breve debut. “Volevamo creare qualcosa di onesto, crudo e genuino”, sono le parole del vocalist a rappresentare ciò che c’è all’origine del disco, già a partire dall’iniziale As above, so below, classico brano d’apertura tirato e potente, con le due chitarre che creano un bel muro elettrico. Il bis arriva con la seguente Comin’ for you, hard rock melodico con le sei corde sempre in primo piano, mentre la title track rimanda maggiormente alla NWOBHM, pur senza dimenticare la lezione di Motley Crue e Hanoi Rocks. Aerodynamic è tra i pezzi più irresistibili, un hard & heavy che guarda al passato storico del genere, così come ottima è Pedal to the floor, piena di impeto e groove. Lo street metal di We all live a lie e l’heavy di Until you’re gone ci traghettano con forza verso la bordata di Setting hell on fire e Run away, in cui troviamo Danny Rexon dei Crazy Lixx alla voce, band similare e tra le più interessanti dell’hair metal svedese. L’inizio da ballad trae in inganno, perché anche la conclusiva Back to back è grande hard rock senza fronzoli, bel finale di un platter molto gradevole e che merita sicuramente dei complimenti, gli stessi che vanno fatti alla Street Symphonies Records e all’Atomic Stuff che puntano sempre su realtà underground di indubbio valore. (Luigi Cattaneo)
 
Official Album Teaser
 

mercoledì 7 marzo 2018

MASSIMO SALARI, Rock Progressivo Italiano 1980-2013 (Arcana 2018)


 
La bibliografia progressiva negli ultimi anni si è arricchita di volumi estremamente interessanti ma quasi tutti con lo sguardo rivolto al passato storico del genere, quegli anni ’70 analizzati e spesso decantati da ogni critico della materia. Sappiano tutti che sul finire di quel decennio una certa spinta andò ad affievolirsi ma non ad esaurirsi del tutto e proprio da questo assunto parte la ricerca di Massimo Salari ( http://nonsoloprogrock.blogspot.it/ e www.rock-impressions.com), attraverso 33 anni di rock progressivo italiano, quello meno conosciuto ma di grande fascino che ci ha portato alla realtà attuale, fatta di tanti gruppi che trasudano passione e voglia di fare. Ricostruzione dei vari periodi presi in esame, interviste ad alcuni protagonisti, dizionario enciclopedico, un risultato che ha il merito di andare a colmare un vuoto editoriale che gli appassionati non possono assolutamente ignorare e che confermano Salari come uno dei maggiori conoscitori del progressive rock e non solo. (Luigi Cattaneo)



martedì 6 marzo 2018

MAGNOLIA, Con fuoco (2017)


Dopo un’assenza di ben cinque anni (La zona d’ombra è del 2012) tornano i romani Magnolia (Chiara Gironi alla voce, Donatella Valeri al pianoforte e alle tastiere, Bruno Tifi alla chitarra, Simone Papale al basso, Claudio Carpenelli alla batteria e Alessandro Di Cori alla chitarra, al basso e ai synth) con un album pieno di temi interessanti e attuali, una sorta di concept che vede protagonisti i due ragazzi dell’artwork impegnati a girare il mondo contemporaneo durante avvenimenti storici significativi. La title track iniziale è uno strumentale dai tratti hard che confluisce nella rabbia di Rivolta, in cui si emanano movimenti come Occupy Wall Street e la Primavera araba, un folk rock progressivo pieno di groove. La città della notte è ispirata ai tragici avvenimenti accaduti alla scuola Diaz di Genova nel 2001 e la band emana il dolore e lo sgomento di quella notte con un sound più fosco, dall’aurea ovviamente drammatica (con tanto di voci dei manifestanti presenti in quell’occasione). La Grecia, madre della cultura, è la protagonista di Gea, brano energico con tanto di narrazione di alcuni versi dell’Iliade. La successiva Syrma è tra le tracce più prog del disco, si stratifica attraverso l’uso di archi, riff serrati, sezioni classiche che si alternano con altre potenti e il racconto che narra dei desaparecidos e dei soprusi militari dei regimi. Ottima anche Stasi (temuta organizzazione governativa di sicurezza e spionaggio della Germania Est), divisa tra frangenti suggestivi e vigorosi ed ispirata dalle atmosfere di Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck, vincitore dell’oscar per il miglior film straniero del 2006. La lunga Terre di mezzo nasce addirittura negli anni ’90, dedicata al davvero infinito conflitto tra Israele e Palestina, si sviluppa attraverso momenti delicati che si infrangono contro spinte heavy tra Queensryche e Riverside, momenti orchestrali che dialogano con raffinate architetture vintage, un vero godimento estetico per ogni fan del progressive italiano. Chiusura affidata alla suite Luna del viandante, divisa in tre parti mostra diverse sfaccettature del suono dei Magnolia, a partire dal bel lavoro della Valeri che si staglia su una partitura capace di passare dalla psichedelia progressiva alla ballata tenue in odore di cantautorato, un impressione che a dire il vero, probabilmente anche per le tematiche trattate, non mi ha quasi mai abbandonato per tutto il platter. Con fuoco conferma innanzitutto le doti espressive del gruppo e segna a mio modo di vedere un passo in avanti in termini compositivi, dovuti forse alla loro capacità di far fermentare idee e pensieri, cristallizzati in maniera decisamente buona in questo graditissimo come back. (Luigi Cattaneo)
 
Luna del viandante (Video)
 

sabato 3 marzo 2018

STAIRS OF LIFE, The man in a glass (2017)


Nome nuovo per il progressive italiano, gli Stairs of Life (Luca Aldisio alla voce, alla chitarra acustica e al flauto, Giordano Maselli al basso e alle tastiere, Alessio Erriu alla chitarra elettrica e Fabio Vitiello alla batteria) provengono da Roma e scelgono la strada dell’ep per presentarsi al pubblico di appassionati. The man in a glass è però un lavoro che potrebbe incuriosire anche chi non è avvezzo alle sonorità tipiche del prog, in quanto il quartetto ha dato molto peso alla forma canzone, che qui è foriera di sentimenti quotidiani descritti con efficacia e animo e musicalmente si avvicina al genere guardando a quanto fatto da Steven Wilson e Anathema più che da quello che ci hanno lasciato act storici come Banco del Mutuo Soccorso o Acqua Fragile. La band ha puntato molto su tematiche commoventi e suoni che riportano ad uno stato di malinconia, un pathos autentico che sfiora in taluni frangenti il cantautorato rock e l’alternative, capace di ricordare tanto gli Airbag quanto i Porcupine Tree. La Sliptrick, specializzata in progressive di natura trasversale, è l’etichetta che promuove l’opera, un lavoro dove l’inquietudine di fondo sa essere cupa e mesta, con racconti borderline fatti di bicchieri svuotati, amori fuggiti e maschere giornaliere per difenderci da chi ci sta intorno, storie che trovano una loro dimensione sia nelle parti più hard che in quelle lievi e nostalgiche che presentano anche qualche rimando ai sempre attuali Pink Floyd. The man in a glass è formato da soli quattro brani, tutti validi ed estremamente gradevoli, un bel biglietto da visita in attesa di un primo full lenght più corposo. (Luigi Cattaneo)
 
Mask (Official Video)
 

venerdì 2 marzo 2018

FESTIVAL ROCK PROGRESSIVE 3A EDIZIONE, 7 Aprile 2018






3a edizione: 7 aprile 2018, ore 21:00,

Teatro Metropolitano ASTRA, San Donà di Piave (VE)
 

Dopo il grande successo delle sue prime due edizioni (2 dicembre 2016 e 2 dicembre 2017), il Festival Rock Progressive ha acquisito una risonanza nazionale e torna con questa 3a edizione, che avrà come ospiti d’eccezione i The Watch, straordinaria tribute band del celebre gruppo di rock progressivo Genesis, di cui saranno proposti i brani più significativi del periodo “aureo” 1970-1975 col loro cantante e fondatore Peter Gabriel.
Attivissimi da anni a livello internazionale (www.thewatchmusic.net), i The Watch sono acclamati come una delle migliori tribute band dei Genesis, di cui ricreano fedelmente musica e spettacoli dei loro dischi più importanti. secondo Steve Hackett (chitarrista storico dei Genesis) "The Watch is a band of very talented people and I recommend them". "The band who remind me most of the Genesis magic" secondo Paul Whitehead, storico illustratore delle copertine dei Genesis.
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Il concerto dei The Watch sarà aperto dai Quanah Parker (www.quanahparker.it), organizzatori del Festival nelle persone del chitarrista Giovanni Pirrotta e del tastierista Riccardo Scivales, in collaborazione con Marca Aperta. Riconosciuti come una delle prime e più importanti realtà Neo-Progressive odierne, i Quanah Parker presenteranno alcuni brani dei loro fortunati album Quanah! (2012) e Suite degli Animali Fantastici (2015).

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Posto unico: euro 15, ridotto (sotto i 10 anni) euro 8.
 
Per info e prenotazioni scrivere a festivalrockprogressive@gmail.com
 
Il Festival Rock Progressive
 

Organizzato dal chitarrista Giovanni Pirrotta e dal tastierista Riccardo Scivales dei Quanah Parker e da Marca Aperta, il FESTIVAL ROCK PROGRESSIVE (www.facebook.com/festivalrockprog/) propone concerti teatrali che presentano le più interessanti band odierne di Rock Progressivo. Nella migliore tradizione prog, quando possibile, il Festival integra alla musica live delle proiezioni video, create appositamente, che rendono lo spettacolo un’affascinante esperienza multimediale. www.youtube.com/watch?v=lzs28kT7X0E

Le prime due edizioni del Festival, svoltesi il 2 dicembre 2016 e il 2 dicembre 2017 al Teatro Metropolitano Astra di San Donà di Piave, hanno visto un lusinghiero successo con le esibizioni delle band Quanah Parker, Tony Pagliuca Trio, Antilabè, Uneven Mood, Sezione Frenante e Donella Del Monaco & Opus Anantra Ensemble.

Scopo del Festival è offrire una panoramica significativa e sempre aggiornata della scena progressive odierna e al tempo stesso tener conto della grande tradizione e dei fasti di questa musica in un periodo cruciale (1969-1975) della storia del Rock. Oltre a presentare le musiche originali di importanti prog band odierne, quindi, in questo Festival i Quanah Parker saranno via via affiancati da tribute band di storici gruppi Prog quali Genesis, Jethro Tull, Yes, Pink Floyd, ecc., che faranno rivivere famosi classici di questo genere musicale. Quando possibile, ci sarà inoltre la partecipazione di importanti protagonisti “storici” di questa musica.

Con la gentile collaborazione di Maurizo Sant (LS production live music): riprese video, editing e proiezione fondali video.

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QUASAR, Last Transmission (2017)


             
I Quasar nascono nel 2014 da un’idea di Andrea Balzani, pianista che avevamo già incontrato nel progetto Tzad e Alessandro Farulli, batterista già in forza nei Forgotten Prisoners, a cui si sono aggiunti Jean Pierre Brunod alla chitarra e Francesco Napoleoni al basso. La band propone un progressive strumentale in cui non mancano riferimenti al mondo ambient, orchestrazioni classicheggianti e mood da colonna sonora, connubi che rimandano a Dream Theater, Goblin, Pink Floyd, Nucleus e Circus Maximus. Il prog metal di partenza si contamina con umori anni ’70, lasciando da parte l’idea di mostrare solo i muscoli e la perizia tecnica, riuscendo così a divenire comunicativo ed emozionale. Gli echi settantiani non sono esclusivamente quelli del prog rock ma si avvicinano alla psichedelia floydiana, evocata ma non scimmiottata nell’iniziale Nowhere, merito soprattutto del tocco space di Balzani e dei vibranti passaggi dipinti dal bravo Brunod. La lunga Lost inside ha dentro le varie anime del quartetto, unisce la passione per l’heavy con fraseggi atmosferici, rimanda ai Goblin, soprattutto per il raffinato lavoro di Balzani, collante di un grandioso brano, stratificato e solennemente melodico. Domino rallenta, districandosi in percorsi da soundtrack del cinema di genere tanto in voga più di 40 anni fa, mentre Vertigo accelera in direzione di un progressive metal compatto e vigoroso, con le tastiere di Balzani che dettano la linea in un bel interplay con una sezione ritmica decisa e i riff di Brunod, che vanno a formare uno dei pezzi migliori del disco. A metà album arriva Vain spaces, composizione che mi ha ricordato sia i Goblin che alcune cose di Allan Holdsworth, buona per introdurre Solitude, malinconica e notturna, altro episodio di grande rilievo son solo tecnico ma anche di pathos. Dominated è un sontuoso dark prog di matrice hard, un treno in corsa accostabile ai Daemonia e all’ultima incarnazione heavy dei Goblin, prima di The skies of mind, decisamente più atmosferica ma ancora una volta immaginifico spartito di un thriller argentiano, in cui le tastiere tornano ad essere protagoniste assolute. Il finale di The light forest è la sintesi del pensiero dei romani, tastiere a profusione, Brunod che si divide tra delicati arpeggi e soli metal, ritmiche precise e coese, passaggi soavi che si scontrano con altri piuttosto energici, nove minuti che rappresentano la perfetta conclusione di un platter che meriterebbe di essere apprezzato da un pubblico decisamente più ampio. (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare l'intero lavoro
 

giovedì 1 marzo 2018

CONCERTI DEL MESE, Marzo 2018

Giovedì 1
·Massimo Giuntoli a Lecco
·Stick Men a Bologna

Venerdì 2
·PFM a Milano
·Lingalad a Genova
·Stick Men a Roma
·Frank Sinutre a Ferrara

Sabato 3
·Stick Men a Firenze
·Syndone + Syncage a Veruno (NO)
·Of New Trolls a Castel S. Giovanni (PC)
·Mad Fellaz a Trebaseleghe (PD)

Domenica 4
·Stick Men a Milano
·Santeria Prog Party a Milano

Lunedì 5
·Roberto Cacciapaglia a Firenze
·Stick Men a Lugagnano (VR)

Martedì 6
·Roberto Cacciapaglia a Bolzano

Mercoledì 7
·Iva Bittova a Catania
·Ossi Duri & Ike Willis a L'Aquila

Giovedì 8
·Napoli Centrale a Rovereto (TN)
·Iva Bittova a Catania
·Ossi Duri & I.Willis a Silvi Marina (TE)
·Diraxy a Rho (MI)

Venerdì 9
·PFM a Brescia
·Iva Bittova a Catania
·Eveline's Dust + The Forty Days a Livorno
·Melting Clock + Panther & C. a Genova
·The Trip a Milano
·Ossi Duri & I.Willis a Passignano (PG)
·Squadra Omega a Milano
·Sintesi Del Viaggio Di Es a Bologna

Sabato 10
·Bent Knee a Milano
·Ossi Duri & Ike Willis a Livorno
·Squadra Omega a Torino
·Mezz Gacano Kinderheim Kunst Quintet a Palermo

Domenica 11
·PFM a Santa Maria degli Angeli (PG)
·Squadra Omega + M. Giuntoli a Milano
·Ossi Duri & Ike Willis a Roma

Lunedì 12
·PFM a Roma

Martedì 13
·PFM a Napoli
·Steve Rothery Band a Milano
·Roberto Cacciapaglia a Roma
·Ossi Duri & Ike Willis a Grezzana (VR)

Mercoledì 14
·Massimo Giuntoli a Melzo (MI)
·Subterranean Masquerade a Retorbido (PV)
·Ossi Duri & Ike Willis a Mestre (VE)

Giovedì 15
·Subterranean Masquerade a Roma
·Ossi Duri & I. Willis a Chiasso (Svizzera)


Venerdì 16
·Deus Ex Machina a Bologna
·Roberto Cacciapaglia a Bologna
·Massimo Giuntoli a Roma
·Artchipel Orchestra a Milano
·Ossi Duri & Ike Willis a Vigevano (PV)
·Accordo dei Contrari a Savona
·Oberon a Palermo
·Sezione Frenante a Spinea (VE)
·The Winstons a Milano

Sabato 17
·Roberto Cacciapaglia a Milano
·M. Giuntoli a S. Giorgio del Sannio (BN)
·Glincolti ad Asolo (TV)
·Ossi Duri & Ike Willis a Rivoli (TO)
·Oberon a Palermo
·InChanto a Montevarchi (AR)
·Roccaforte a Brivio (LC)

Domenica 18
·Ossi Duri & Ike Willis a Treviglio (BG)

Lunedì 19
·Roberto Cacciapaglia a Verona

Martedì 20
·Oregon a Catania
·Roberto Cacciapaglia a Torino

Mercoledì 21
·Oregon a Palermo

Giovedì 22
·Myrath a Milano
·Squadra Omega a Roma

Venerdì 23
·Z-fest al Legend di Milano
·The Watch a Schio (VI)
·Wobbler+Feat. Esserelà a Roma
·PFM a La Spezia
·Estro a Roma
·Osanna a Cardito (NA)
·Squadra Omega a Loreto (AN)
·Dark Quarterer a S.Giov. alla Vena (PI)

Sabato 24
·PFM a Montecatini Terme (PT)
·The Watch a San Giovanni Lupatoto (VR)
·KCrimsonick a Lugagnano (VR)
·Wobbler+F.E.M. a Milano
·Jordsjø+Basta!+P.O.A.C. a Roma
·Campo Magnetico a Vicenza
·Hunka Munka a Laveno-Mombello (VA)
·Massimo Giuntoli a Vanzago (MI)
·Get'em Out a Milano
·So Does Your Mother a Roma

Domenica 25
·Ubi Maior+Segno Del Comando al TNT di Milano

Mercoledì 28
·Frank Sinutre a Padova

Venerdì 30
·Jordan Rudess a Padova

ENZO DONNARUMMA AND THE GLORY ENSEMBLE, In the name of the son (2017)


Originario di Gragnano (Napoli), Enzo Donnarumma ha sviluppato la sua passione per la musica conseguendo il diploma in chitarra classica e suonando con artisti internazionali come Shadow Gallery, Orphaned Land, Ralf Scheepers (Gamma Ray, Primal Fear), Mark Zonder (Fates Warning, Warlord, Ten) e Marty Friedman (Megadeth, Cacophony). Non solo di heavy si nutre però il suo background, in quanto il napoletano non disdegna il gospel, il rock progressivo, la classica e le soundtrack, tutte influenze che ritroviamo in questo In the name of the son, disco che risente della sua passione per la teologia Cristiana e che lo stesso musicista descrive come Christian Symphonic Metal. Dopo il debut In the name of the father del 2015, Enzo conferma una serie nutrita di personalità a dare forma e vita alle tante idee messe sul piatto, che oscillano dalla Rock Opera al progressive, passando per sonorità da musical, gospel e hard rock. Oltre al mastermind impegnato alla voce e alla chitarra troviamo il Weza Moza Gospel Choir, una serie di voci importantissime come Brian Ashland e Gary Wehrkamp degli Shadow Gallery, Amulyn e Derek Corzine dei Whisper from heaven, Kobi Farhi degli Orphaned Land, Tina Gagliotta dei Poemisia, Nicholas Lepstos dei Warlord e degli Arrayan Path, il già citato Scheepers e il growl di David Brown dei Metatrone, ma anche Alessandro Battini dei Dark Horizon e dei Ghost City alle tastiere, Zonder alla batteria, Giacomo Manfredi degli S 91 al basso e Alexein Megas alla chitarra. Tutti al servizio di un lavoro sicuramente interessante, in cui ogni elemento si è calato perfettamente nel contesto testual-musicale di Enzo, che presenta trame più mature rispetto al precedente disco e forse una maggiore consapevolezza. Le orchestrazioni divengono la costante e il collante di un percorso dove il prog è uno degli elementi essenziali, con gli strumenti classici del rock che incontrano quelli di matrice mediorientale e del nord africa, a supporto di tematiche bibliche trattate con grande rispetto e anche apertura per concetti universali. Non mancano momenti più pesanti, come ad esempio i nove minuti di The trial, dove il progressive incontra il death metal e il gospel ma in generale Donnarumma ha privilegiato un approccio polifonico anche in termini di scelte musicali, non solo esecutive. Ovviamente in un album del genere la cura per gli arrangiamenti diviene indispensabile per sottolineare lo sviluppo dei temi all’interno del racconto e il campano si dimostra capace anche in questo, firmando un platter scritto e suonato molto bene e che potrebbe forse incuriosire anche i proggers di vecchia data che hanno già incontrato certe tematiche in album dei ’70 come Fede Speranza Carità dei J.E.T. e Passio Secundum Mattheum dei Latte e Miele o nel soft rock dalle forti ispirazioni religiose nato a seguito delle Messe Beat dei Messaggio 73 e Quel giorno di uve rosse. (Luigi Cattaneo)
 
The trial (Video)
 

martedì 27 febbraio 2018

FERONIA, Anima Era (2017)


I Feronia sono un quartetto di Torino nato nel 2015 grazie alla volontà di Elena Lippe (voce), Fabio Rossin (chitarra), Daniele Giorgini (basso) e Fabrizio Signorino (batteria) e alla loro passione per l’heavy metal e il progressive dai tratti epici. Tecnica e melodia si sposano all’interno di un debut improntato su una forma canzone strutturata, in cui spiccano i riff di Rossin, la voce della brava Lippe e una sezione ritmica decisamente compatta. Un occhio di riguardo i Feronia lo hanno avuto per i testi (opera della vocalist), in quanto le liriche si ispirano ad una visione ecologica che sceglie di vedere l’essere umano come parte di un delicato ecosistema di cui tutti siamo chiamati a prenderci cura e non meno importante risulta la scelta del monicker (Feronia fa parte del pantheon delle Dee Italiche) per definire al meglio il progetto del gruppo. L’inizio è assolutamente meritevole, Priestess of the ancient new è l’opener perfetta per introdurci nel mondo dei torinesi, subito raddoppiata da Atropos, pezzo in cui Rossin si esalta tra riff e soli. Al limite del thrash (ricordando anche alcune cose degli Eldritch) risultano la debordante Wounded healer e l’aggressiva Garden of sweet delights, due momenti intensi e piuttosto potenti, mentre Humanist con i suoi sette minuti si avvicina maggiormente al metal progressivo. Flee flight e Innocence sono più classicamente heavy, pur non dimenticando di instillare spore prog ma di buonissimo livello sono anche le massicce Depths of self delusion e Exile, irruenti ma con pathos. Thumbs up! è il momento più particolare, si avvicina al crossover ma si apre ad un breve frangente dal sapore fusion, prima della conclusiva e battagliera A new life. Anima era è un bel prodotto e conferma la passione dell’Andromeda Relix nel ricercare ensemble di valore (a prescindere dal genere) e per di più italiani, un attenzione che andrebbe decisamente premiata da parte del pubblico. (Luigi Cattaneo)
 
Priestess of the ancient new (Video)
 

lunedì 26 febbraio 2018

THE FORTY DAYS, The Colour of Change (2017)


Ultimamente la toscana ci sta regalando band prog rock davvero interessanti e dopo Spettri, Basta! ed Eveline’s dust (giusto per fare qualche nome), ecco la volta dei The Forty Days (Giancarlo Padula alla voce e alle tastiere, Dario Vignale alla chitarra, Massimo Valloni al basso e Giorgio Morreale alla batteria), quartetto tra i più apprezzabili del 2017 appena trascorso. I sette brani di The colour of change mostrano davvero un songwriting di tutto rispetto, che punta molto sul pathos, con un occhio attento all’aspetto emotivo e melodico, un debut che risalta un gruppo dalle tante doti e già piuttosto maturo. L’unione di rock settantiano, psichedelia e new prog ricalca le trame care ai maestri Pink Floyd (soprattutto nel fine lavoro di Vignale), ai Marillion post Fish e ai maggiormente contemporanei Porcupine Tree e Anathema, in special modo per quella capacità di strutturare situazioni fortemente comunicative ed emozionanti. Veramente una piccola perla questa targata Lizard Records, un concept molto sentito che descrive i pensieri e le paure di un trentenne nella complicata società attuale, manifestando idee ispirate e interessanti per tutta la sua durata. La partenza di Looking for a change è piuttosto floydiana, andando a toccare anche brillanti sezioni neo progressive, così come la strumentale Uneasy dream pone l’accento sulle qualità tecniche del gruppo. The Garden e i nove minuti di Homeless sono tra le tracce più belle del platter, contrassegnate da eleganza, suoni sospesi, note lunghe ammalianti, parti strumentali e cambi di tempo. Molto buone anche John’s pool col suo perfetto crescendo e Restart, tra Pink Floyd e i tedeschi RPWL (con cui hanno in comune svariate influenze d’altronde). La lunga Four years in a while non ha fatto altro che confermarmi l’impressione di trovarmi dinnanzi ad uno dei lavori migliori che mi è capitato di ascoltare nel 2017. (Luigi Cattaneo)
 
The garden (Video)
 

venerdì 23 febbraio 2018

DANIELE VETTORI & THE BRILLIANT CORNERS, 15 Steps (2017)


Debutto per Daniele Vettori (chitarra) e The Brilliant Corners (Claudio Giovagnoli al sax, Nicola Cellai alla tromba e al flicorno, Gianni Pantaleo al piano e ai synth, Andrea De Donato al basso e al contrabbasso e Giuseppe Bonanno alla batteria), sestetto che firma con 15 Steps un platter pieno di grazia ed eleganza, intriso di raffinato jazz proprio come uno dei capolavori di Thelonious Monk, quel Brilliant corners del lontano 1957, che qui condivide col progetto dei toscani la voglia di proporre brani originali e un bel interplay tra i fiati (anche se sul lavoro di Monk era tra i sax di Ernie Henry e Sonny Rollins e non era presente la tromba). Gli ascolti dei grandi del passato vengono fuori in un album suggestivo, capace di toccare punte vibranti in odore di jazz rock ma anche atmosferiche parti fusion mirabilmente intrise di melodia. I dieci brani non hanno particolari cali (nemmeno quando si stacca l’elettricità, come nei due episodi conclusivi nati da una session acustica), risultano tutti piuttosto dinamici e gradevoli, pregni di complessità ritmiche e soli ispirati. La band non è alla ricerca di motivi innovativi e mantiene ben salde le radici della tradizione, sviluppando un suono pieno e non privo di virtuosismi, con temi sostenuti e curati sotto ogni punto di vista. Filologicamente inattaccabili, anche grazie ad una prova corale matura, il gruppo dà l’impressione di poter essere ancora più convincente in sede live, forse per via di una certa flessibilità che si evince tra le pieghe del disco. Pur avendo a che fare con composizioni di non semplice esecuzione si respira un’aria leggera, briosa, per via di una certa fluidità di fraseggio e di interplay che accompagna gli interpreti. Energia e classe camminano appaiate e raccontano di un album di ottimo livello, che mi sento di consigliare a tutti gli amanti del jazz. (Luigi Cattaneo)
 
15 Steps (Full Album)
 

martedì 20 febbraio 2018

HESPERIA, Caesar-Roma Vol.1- (2017)


Sesto album per il solo project Hesperia, che con Caesar-Roma Vol.1- propone un concept sulla vita e sulle gesta di Giulio Cesare, un disco che ha il taglio della Rock Opera e che non disdegna interessanti atmosfere cinematografiche, complice l’argomento che ben si presta a certe dinamiche. L’heavy metal ottantiano è il background principale del progetto, con soluzioni a volte più attuali e marziane, a volte maggiormente vintage e accostabili anche al prog, con le liriche, divise tra italiano e latino (con tanto di pronuncia antica) che rivestono un ruolo non secondario nello svolgimento narrativo. Un percorso iniziato vent’anni fa dopo la dipartita dai black metallers Sulphuria (di quel periodo rimane qualche sfuriata blast beat non riuscitissima) e che si contamina di epic e folk metal, facendo trapelare una certa dose di ambizione, che non sempre trova riscontro nelle idee messe sul piatto. Il disco è comunque discretamente convincente per tutta la sua durata, complice uno studio della materia davvero inappuntabile che trova sfogo in un suono potente e oscuro e la passione dell’autore nel trattare l’argomento. Forse gli arrangiamenti non sempre esaltano le strutturate sezioni del platter, che potrebbe giovare di un approccio differente a questo fondamentale processo, seppure ho notato delle migliorie innegabili rispetto al recente passato. Gli spunti intelligenti d’altronde non mancano, basti ascoltare la gradevole Roma, in cui la voce di Hesperia (che ricorda qui quella di Piero Pelù) si scontra con quella di Ant (Frentrum, Orcrist) votata al black metal, la title track che si avvicina ai Rammstein o la conclusiva Ivlivs Caesar (Divvs Et Mythvs), introdotta da The ides of march degli Iron Maiden, band che pare essere uno dei riferimenti principali di Hesperia. È giusto inoltre sottolineare l’atmosfera gallo-celtica e l’utilizzo della crotta nella folkeggiante De bello gallico, quella misteriosamente egizia di Aegyptvs (Tema di Cleopatra), in cui il melodramma è reso efficacemente dal duetto tra il tenore Christian Bartolacci (Ibridoma, Scala Mercalli), la cui voce è stata registrata nella splendida Arena Sferisterio di Macerata e la soprano Aeretica (Amethista). Di buon livello anche la strumentale Britannia capta erit/Alea iacta est e la ballad Divini praesagii, pezzi dove probabilmente una produzione leggermente migliore sarebbe risultata importante per dare più sostanza ad un progetto curioso e che giunge con Caesar (Roma Vol.1) ad un capitolo spartiacque, che deve divenire un nuovo punto di partenza in vista dei prossimi episodi, in cui il marchigiano può giungere a definitiva maturità artistica e magari abbandonare l’underground che abita da due decenni. (Luigi Cattaneo)
 
Official Trailer Album 
 

martedì 13 febbraio 2018

JAW BONES, Wrongs on a right turn (2017)


I greci Jaw Bones (George Cobas alla voce, Jelly Nano e Bill alle chitarre, Mike Tzoumas al basso e George Matsoukas alla batteria) sono un quintetto pressoché sconosciuto in Italia che unisce umori grunge, potenza stoner e bordate heavy metal, un sound in cui ritroviamo il mood di Palm Desert e in controluce passaggi psichedelici che donano un tocco di melodia ad un album decisamente pesante. Wrongs on a right turn (uscito lo scorso settembre per la Sliptrick Records) è quindi un disco contaminato pur affondando le radici in certo stoner di matrice heavy e i diversi elementi che si riescono ad estrapolare da un attento ascolto mostrano un ensemble tecnicamente formato, che punta molto su groove e impatto e fa emergere con disinvoltura un background solido. Communication è il classico inizio di un album con certe coordinate e quindi non si risparmia in quanto a forza e attitudine. Non che Disciple sia da meno e risulta greve e diretta, mentre con Ego tripper i greci decidono di virare verso un grunge influenzato dagli Alice in Chains più energici e da quel Degradation Trip di Jerry Cantrell (linee guida che emergono qua e là durante l’ascolto complessivo a dire il vero). Don’t bring me down è un altro buon momento di vigoroso stoner, così come Fear è un deciso passaggio in territori heavy, materia che la band maneggia con una certa destrezza e che qui viene sostenuta dall’ospitata di Androniki dei Chaostar alla voce. La valida Sugar daddy e la robusta The ride to nowhere, anticipano Should know better (vicina ai Clutch e ai Dusteroid) e soprattutto la lunga Song of the nightingale, che con i suoi intarsi psichedelici mette in luce un lato interessante e che potrebbe essere maggiormente sviluppato in futuro. Wrongs on a right turn è un platter non per tutti, dall’approccio cupo e viscerale, non lascia spazio a momenti ariosi o particolarmente suggestivi, con gli ellenici che hanno preferito puntare su aggressività e impeto per buona parte della sua durata, risultando comunque convincenti seppure a volte eccessivamente monocordi. (Luigi Cattaneo)
 Sugar daddy (Video)


mercoledì 7 febbraio 2018

RAINBOW BRIDGE, Dirty Sunday (2017)



Attivi dal 2006 i Rainbow Bridge portano avanti con orgoglio lo spirito e l’attitudine di Jimi Hendrix, lasciandosi guidare dal chitarrista mancino in territori tanto blues quanto intrisi di rock psichedelico. Non solo tributo ma anche libera interpretazione e improvvisazione di quei suoni immortali, il trio di Barletta (Giuseppe Piazzolla alla chitarra, Fabio Chiarazzo al basso e Paolo Ormas alla batteria) dopo anni di attività e centinai di concerti, decide di chiudersi in studio (per l’esattezza lunedì 23 ottobre 2016) e di jammare senza sosta. Ne viene fuori Dirty Sunday, cinque tracce per un totale di 35 minuti di desert rock, heavy blues e psichedelia, un concentrato di Experience hendrixiana, Cream ed Eric Sardinas, un trip strumentale registrato live e senza overdubs che ho amato sin dalle prime note, quelle di Dusty, in cui c’è già tutto il mondo del gruppo, tra asperità stoner, giri blues, ritmiche decise e soli di chitarra sovraccarichi di elettricità. La title track conferma tutte le sensazioni, un cavallo in corsa a briglie sciolte, una jam furibonda in cui si respira l’aria di fine anni ’60, quella a cavallo tra Electric ladyland e Band of Gypsys (per il sottoscritto quest’ultimo è uno dei più grandi trii della storia della musica). Maharishi suite parte lenta, con Piazzolla in prima linea sostenuto dal duo ritmico, per poi esplodere con forza per quasi dieci minuti lisergici, in cui il blues e la psichedelia vanno a braccetto senza alcun freno. Hot wheels è il brano meno dilatato del platter ma non per questo inferiore agli altri, anzi, è un rock blues tirato e potente, che vive di break più morbidi in cui il trio mostra quanto sono bravi anche quando c’è da decelerare. Il finale di Rainbow bridge compatta le escursioni hendrixiane con il desert rock e chiude un primo lavoro fantasioso e assolutamente riuscito. (Luigi Cattaneo)
 
Dirty Sunday (Full ep)
 

martedì 6 febbraio 2018

VINNIE JONEZ BAND, Nessuna cortesia all'uscita (2017)


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La Vinnie Jonez Band si forma tre anni fa a Palestrina (Gianluca Sacchi alla voce e alla chitarra, Marco Cleva alla chitarra e alla voce, Ludovico Gatti al basso e Andrea Ilardi alla batteria) unendo la passione per lo stoner, il grunge e l’heavy rock. Dopo l’ep Supernothing del 2015 ecco il full lenght Nessuna cortesia all’uscita, esordio davvero esemplare e giocato sull’interplay tra le due chitarre e una sezione ritmica che riveste un ruolo fondamentale nel sostenere con precisione le fitte trame che compongono il lavoro. Ciò che ne esce fuori è un crossover greve, autorevole, immediato, suonato egregiamente e con tante idee messe sul piatto, figlio della loro passione per band come Queen of the Stone Age, Karma to burn e Mastodon. Polvere è l’inizio burrascoso che è lecito aspettarsi, una botta di adrenalina da ascoltare ad alto volume ma non sono da meno Silenzio e Vipera, tra sature distorsioni e passaggi strumentali in vena di stoner psichedelico. Corri rievoca il Palm Desert di qualche decennio addietro, prima della breve pausa strumentale di Supernulla che apre lo spazio per l’ipnotica Idolum, un brano con una coda strumentale psych di notevole fattura. Bellissima anche Sangue, con quel riff così poderoso che abbraccia tutta la song, mentre in Mi chiamo fuori il quartetto si avventura in un finale di stoner strumentale che è uno dei trademark che caratterizzano il platter. Conclusione affidata a Nessuna cortesia, perfetto epitaffio di un album ottimo sotto tutti i punti di vista e che non può che fare la felicità di chi non ha dimenticato le escursioni sonore di ensemble grandiosi come Kyuss e Nebula. (Luigi Cattaneo)
 
Silenzio (Video)
 

SUPERHORROR, Hit Mania Death (2017)


Si può suonare dell’horror rock pur essendo un gruppo made in Italy? A giudicare dai recenti lavori di Raging Dead, Dead & Breakfast e di questi Superhorror la risposta è assolutamente sì. Il quartetto (ex Superhorrorfuck) disegna contorni intrisi di ruvidezza, melodie immediate e ironia, risultando tanto provocatori quanto catchy. Edward J. Freak (voce), Mr.4 (basso), Didi Bukz (chitarra e kazoo) e Franky Voltage (batteria) siglano con Hit mania death un quarto disco condito di hard & heavy, r’n’r dissacrante e atteggiamento punk rock, sempre tenendo ben presente l’aspetto canzonatorio e beffardo. Ready, steady … Die! è la partenza simbolo del platter, aggressiva e sporca al punto giusto, mentre le seguenti Nazi nuns from outer space e Mr. Rigor Mortis hanno quel mood punk fatto di chitarre abrasive e ritmiche solidissime. Ed Wood Blues (il riferimento potrebbe essere al film di Tim Burton del 1994) è un omaggio, a modo loro, alla musica del diavolo per eccellenza, prima di No love for the deceased e della ballata Dead to be alive a cui ha partecipato Emily Van Dark alla voce, due episodi sicuramente gradevoli. Si riparte con l’anthemica Rock is dead (like us) e l’ottantiana e tirata Nice to meat you (da applausi i trascinanti cori) ma l’heavy è dietro l’angolo e si manifesta nella robusta Little scream queen. Ci si avvicina alla conclusione con la pungente Mourir, c’est chic, la potente Selfish son of a witch e la melodia ruffiana di Nekro-Nekro Gym, che chiude un come back che conferma la capacità della band di non prendersi troppo sul serio pur facendo sul serio, una caratteristica che li consacra come uno dei più gruppi più gradevoli del panorama rock nazionale. (Luigi Cattaneo)
 
Nekro-Nekro Gym (Official Video)
 
 
 

sabato 3 febbraio 2018

ATHLANTIS, Metalmorphosis (2017)


Nati nel 2003 per volontà di Steve Vawamas (bassista già per Mastercastle, Ruxt, Bellatrix e Shadows of steel), gli Athlantis forgiano un sound intriso di power metal, rispettoso dei canoni estetici codificati prima da Halloween e Gamma Ray e poi conosciuti in tutto il mondo, Italia compresa (con alcuni esponenti di spicco come Labyrinth e Rhapsody of fire). L’attuale Metalmorphosis è in realtà un album del 2008 che non ha mai visto la luce ed è stato registrato e arrangiato nuovamente, una versione inedita a cui hanno partecipato Alessio Calandriello (voce dei La Coscienza di Zeno e Lucid Dream), Tommy Talamanca (chitarrista e tastierista dei Sadist) e Alessandro Bissa (batterista che ha militato nei Labyrinth e nei Vision Divine), oltre che ovviamente Vawamas. Il platter si apre con un ottimo trittico: l’iniziale Delian’s fool riporta indietro nel tempo, a fine anni ’90, quando il genere conobbe una grande esplosione in termini di qualità e popolarità (con un affollamento forse eccessivo), ricordando in parte il sound dello storico Return to heaven denied. Grande protagonista è Talamanca nella potente Battle of mind, mentre Wasted love si muove su coordinate tipicamente power. Curiosa Nightmare, il brano dove ci si allontana di più dalle caratteristiche sinora espresse, per via di un’aggressività non comune a cui partecipa con enfasi Trevor, voce degli straordinari Sadist. Devil’s temptation torna su binari maggiormente canonici, pur mantenendo una discreta carica supportata da tecnica e pathos. La buona ballata Angel of desire vede altri due ospiti, Stefano Galleano dei Ruxt alla chitarra e Laura Gioffrè alla voce, brava nel duettare con Calandriello. No fear to die oscilla tra parti sostenute e frangenti più controllati, mostrando le doti di scrittura dei liguri, prima che il power prog faccia capolino tra le note di Resurrection. La vera chiusura del platter è affidata ad una cover, Tragedy dei Bee Gees, che con la partecipazione di Roberto Tiranti (Labyrinth, New Trolls, Wonderworld) diviene un episodio power a tutti gli effetti e sigilla questo disco che sarebbe stato un peccato lasciare nel dimenticatoio. (Luigi Cattaneo)
 
Battle of mind (Video)
 

HOLYPHANT, Holyphant (2017)


Gli Holyphant sono un power trio nato nel 2013 (Mr.Fab alla batteria, Bale alla chitarra, al sitar, alla synth guitar e alla voce e Theo al basso e ai synth) con l’intento di rendere omaggio tanto all’hard settantiano dei Deep Purple, quanto al doom primordiale dei Black Sabbath. Ben presto le influenze aumentano e in questo omonimo disco (dopo due interessantissimi ep) fanno capolino vibranti incursioni psych, parti grunge (con riferimenti non so quanto voluti ai primi Soundgarden) e soprattutto le caratteristiche movenze stoner sinora sempre presenti nel progetto. L’album si apre con la psichedelica Hallucinations, un brano che mostra alcune coordinate tipo del sound dei veneti, in bilico tra possenti distorsioni e frangenti più delicati. Affonda nello stoner A new omen, un pezzo dalla struttura poderosa ed energica come vuole la tradizione del genere. La buonissima Beholders of time è un'altra cavalcata segnata dai riff di Bale, sempre impregnati di potenza e grande vitalità, così come importanti risultano le ritmiche articolate da Mr.Fab e Theo e l’atmosfera settantiana che si respira, background di partenza da non sottovalutare. Stupenda la lunga The shipwreck, catarsi di stoner psichedelico e con buone parti strumentali, mentre Life denied spinge verso territori hard, suoni che gli Holyphant manipolano alla grande. Continua sulla stessa falsariga The matriarch, prima di Mystical dimension, che si avvale di una coda strumentale di grande presa e Forgiveness, una ballata crepuscolare di sicuro effetto. Finale affidato a The cellar, summa del pensiero creativo della band e ottima conclusione di un primo full lenght di buonissima fattura, con più ingredienti al proprio interno e tutti amalgamati con cura tra di loro, tanto che sarebbe davvero un peccato lasciare confinato nel solo underground (magari pure locale) un prodotto così intriso di capacità e idee. (Luigi Cattaneo)
 
Life denied (Video)