mercoledì 31 maggio 2017

MONKEY RANCH, Alone (2017)


Nati nel 2012 come gruppo punk rock, i Monkey Ranch formano la line up attuale l’anno seguente (Iacopo Ferrari voce e chitarra, Francesco Ceccarelli alla chitarra, Jacopo Geri al basso e Iacopo Sichi alla batteria), con un deciso cambio di sound verso sonorità più cupe e ispirate al grunge anni ’90. Dopo due demo arriva oggi Alone, un disco maturo e vicino proprio alla scena della Seattle che fu, un lavoro che emana proprio quel senso di dolore che certificava il periodo e che ancora oggi mostra il proprio lato greve. La band, con un nome assonante a quello dei Monkeywrench di Clean as a broke-dick dog del 1992, band di Mark Arm e Steve Turner (entrambi Mudhoney e Green River), mostra però di avere al suo interno anche elementi più spensierati, che si concretizzano in episodi garage al punto giusto, oltre che con una spruzzata di ironia che tende ad allontanare la rabbia di fondo. I testi inoltre sono molto sarcastici e portano ad una visione asociale e desolante che conduce ad un’esistenza vana e vuota. Ovviamente chi si sente ancora orfano di Alice in Chains e Mad Season non potrà non trovare Alone come un disco in cui perdersi completamente, come avveniva con i suoni di quel preciso momento storico tutto made in USA. L’inizio di Butcher è fulminante. Un attacco Audioslave style ma con rimandi evidenti ai ’90, così come Without chains mette in fila il grunge di April’s Motel Room e dei veterani Pearl Jam. Meno fantasioso il garage rock di Danny boy, mentre Freedom cita gli Stone Temple Pilots di Scott Weiland e i sottovalutati Brad di Stone Gossard. La prima parte del disco si chiude con l’ottima Freedom, una traccia per mood vicina agli Alice in Chains e con una discreta coda strumentale vagamente psych. Si riparte poi con l’alternative simil Blind Melon di Unhappy stories, prima di essere travolti dall’attitudine punk di Picture of you, una sorta di Spin the black circle del 2017. Gradevole la ballata folk Dance of the witch, che finisce per avvicinarli nuovamente ai Blind Melon di Shannon Wright, ma la potenza trascinante del grunge riemerge con impeto in Remember me. Il finale è affidato alla lunga traccia psichedelica This one, che mostra un lato desertico e acido molto interessante. Buonissimo debut per il gruppo di Pistoia, attenti per tutto il platter a donare groove e dinamismo a composizioni immediate e di grande impatto, che omaggiano ma non scimmiottano uno degli ultimi momenti in cui il rock divenne colonna sonora di una generazione. (Luigi Cattaneo)
 
This one (Video)
 

martedì 30 maggio 2017

NO MAN EYES, Cosmogony (2016)


I No Man Eyes nascono nel 2011 da ex membri dei Graveyard Ghost, band che pubblicò nel 2007 Omega, un disco a cavallo tra classico heavy metal e power teutonico. Dopo solo due anni i liguri debuttarono con Hollow man, ricevendo una certa attenzione soprattutto dalla stampa del Nord Europa, riuscendo ad aprire i set di band come Mastercastle, Trick or Treat, Wonderworld e Nerve. Il sound del nuovo Cosmogony si arricchisce di fraseggi thrash metal, con reminiscenze power prog e hard in cui tutti hanno un ruolo essenziale, dalle ritmiche potenti della coppia formata da Alessandro Asborno (basso) e Michele Pintus (batteria), ai riff e ai solo di Andrew Spane (chitarra), sino ad arrivare alla voce di Fabio Carnotti, autore di clean vocals che stemperano le sfuriate dei suoi compagni. L’heavy degli esordi si è quindi contaminato con altre pulsioni, che emergono chiaramente in un disco con pochi cali, suonato con perizia, di notevole impatto e cura per il songwriting. Un crossover abilmente controllato da quattro musicisti che oramai hanno una certa esperienza e che lo dimostrano già dall’iniziale Dreamsland (preceduta dall’intro Lord), uno dei pezzi più pesanti dell’intero lavoro e di evidente matrice thrash. Decisamente più abbordabile ma non meno riuscita Huracan, prima del power prog oscuro di Bound to doom e di Spiders, melodica ma aggressiva dall’inizio alla fine. Molto violenta Blossom of creation, episodio forse minore dell’album, mentre le successive All the fears e How come sono decisamente ottime, condensando anima, comunicatività e passione in due composizioni ben congegnate. Anche The death you need in realtà è un momento piuttosto significativo, roboante e vigoroso, così come la title track strumentale dal sapore heavy neoclassico mette in luce le doti tecniche del gruppo. Chiude la veloce ed energica Children of war, espressione del background metal che rimane trademark del quartetto. Gruppo in netta crescita e da tenere assolutamente d’occhio e conferma di come Genova continui ad essere fucina di tante band talentuose e che meriterebbero maggiori fortune. (Luigi Cattaneo)
 
Bound to doom (Video)
 

sabato 27 maggio 2017

ANÈMA, After the sea (2017)


Dall’incontro tra Dario Gianni (basso e tastiere), Lorenzo Gianni (chitarra e tastiere), Baco Di Silenzio (voce) e Salvo Crucitti (batteria) nascono gli Anèma, un quartetto che alla chiara matrice prog ha aggiunto pulsioni hard rock e parecchia melodia. La band di Siracusa esplora gli anni ’70 di P.F.M. e Genesis, non disdegna di guardare agli ’80 dei Marillion e del new prog ma non dimentica la lezione heavy di Fates Warning e Dream Theater, tutti elementi che ritroviamo in After the sea, sintesi delle esperienze sin qui vissute e caratterizzato da un approccio mai troppo complesso nella scrittura. Il concept fa prevalere il lavoro d’equipe del gruppo, che pur avendo padronanza dei propri strumenti non si lascia andare a vacui esercizi di stile e punta forte su impatto e dinamismo. L’alternanza di new prog e hard produce un disco a cavallo soprattutto tra i decenni ‘80/’90, con i siciliani impegnati in particolar modo a creare soluzioni facilmente leggibili attraverso strutture che prediligono la forma canzone. Certo qualche passaggio a vuoto c’è, cosa peraltro anche comprensibile in un esordio, ma le doti compositive non mancano ed emergono nella title track e in She, due brani su cui gli Anèma hanno fatto davvero un buon lavoro. Interessante anche lo sviluppo di Free forever, mentre ho trovato piuttosto anonima Some fires, forse il momento meno riuscito del platter. Ottimo il prog metal di Let the sky in the mainland, che anticipa la gradevole Song for nothing, traccia abbellita dalla presenza di Bruno Ceretto al sax, un espediente ben riuscito e che potrebbe essere ulteriormente sviluppato in futuro. Il finale è nuovamente heavy con la tirata This place need revolution, perfetta per i set live della band. Questo debut si lascia ascoltare dall’inizio alla fine in modo assolutamente piacevole, convince per buona parte della sua durata e viene purtroppo inficiato da una produzione non all’altezza che finisce per appiattire il suono. Un peccato ovviamente risolvibile e che non compromette il giudizio positivo sull’opera prima dei siracusani. (Luigi Cattaneo)
 
She (Official Video)
 

mercoledì 24 maggio 2017

LORENZO VENZA, Liquid sky (2017)


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Esordio solista per Lorenzo Venza, chitarrista senese giovane ma già di grande e comprovata esperienza e attivo con svariate formazioni, tra cui il Trio Malè (jazz), i Beyond Abstract (jazz rock strumentale), gli LSD (trio strumentale) e gli Utopia (band prog metal con due dischi alle spalle, Ice and Knives e Mood changes), oltre che impegnato nel comporre musiche per spettacoli teatrali e reading. Un’artista così curioso e trasversale non poteva non cimentarsi in una prova a proprio nome (suonando anche alle tastiere), ottimamente sostenuto da una solida coppia ritmica formata da Alessandro Patti al basso e Valerio Lucantoni alla batteria, a cui vanno aggiunte le chitarre di Umberto Fiorentino (Lingomania, New Sound Planet, Mina, Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli) nella travolgente The door and the river e Brett Garsed (T.J. Kelmerich, Planet x, John Fahrman, Nelson, Derek Sherinian) nella brillante title track. Liquid sky è pura fusion progressiva e mostra un chitarrista capace di spaziare su più fronti, sempre tenendo ben presente la grande cura che va posta per l’aspetto melodico, senza lasciar parlare solo la notevole tecnica di cui è in possesso. Difatti Venza ha la volontà di essere viscerale e lirico, aspetti che alla fine risulteranno determinanti per la riuscita del platter, che ha un suono potente e ricco, fatto di fraseggi articolati e fulgide sospensioni, doti che lo hanno portato a costruire brani che non sono pensati per mostrare solo quanto si è bravi ma per arrivare a chi ascolta con passionalità e fluidità. Lorenzo è riuscito nell’intento di comporre un debut strumentale articolato tra jazz rock (Return to forever), progressive (The Aristocrats) e spirito fusion (Scott Henderson, Pat Metheny), mostrando sensibilità e grande professionalità nell’elaborare con efficacia un complesso crossover tra generi. (Luigi Cattaneo)
 
Seven words (Official Video)
 

sabato 20 maggio 2017

DARK AGES, A closer look (2017)


Fondati nel lontano 1982 da Simone Calciolari (unico membro della formazione originale ancora presente), i Dark Ages nel corso degli anni hanno vissuto stagioni alterne condite da lunghi stop. Difatti dopo il debut Saturnalia del 1991 si sono dovuti attendere ben vent’anni per la pubblicazione della prima parte di Teumman, completata poi nel 2013. I due dischi, di cui abbiamo ampiamente parlato su queste pagine, diedero loro l’opportunità di avere una discreta attività concertistica e di essere apprezzati non solo dai fan del metal ma anche da chi è più vicino al sound classico del progressive. Un concept che con l’aiuto di una compagnia teatrale e di alcuni attori/cantanti divenne addirittura una Rock Opera, un progetto ambizioso ed impegnativo che andava a certificare la bontà del loro operato. Dopo alcuni cambi di line up (quella attuale è formata da Simone Calciolari alla chitarra, Gaetano Celotti al basso, Roberto Roverselli alla voce, Carlo Busato alla batteria e Angela Busato alle tastiere), l’ensemble arriva oggi a pubblicare A closer look, un album dove le tematiche fantasy sono state sostituite da pensieri attuali e che riguardano la quotidianità, uno aguardo più attento su ciò che nella società moderna è divenuto normale pur non essendolo affatto. Un cambiamento già evocato dalla splendida foto di copertina fatta a Castelluccio di Norcia e opera di Elisa Catozzi, pur se poi le caratteristiche peculiari del sound non sono così dissimili dal passato più recente, con un accento maggiore sulle fasi progressive, che qui divengono un elemento centrale. La sontuosa title track iniziale ha una partenza strumentale raffinata, con Angela indubbiamente importante per raggiungere l’ideale climax su cui si inserisce Roverselli. Nel corso di quasi otto minuti i veronesi si destreggiano tra cambi di tempo e parti rocciose, con le tastiere sempre attente nello smussare le spigolosità insite nel sound, un elemento che permette al gruppo di avere un approccio alla materia che non disdegna tratti sinfonici. Ottimamente strutturata anche Till the last man stands, uno dei pezzi più coinvolgenti tra i presenti e apripista per le note suadenti di Yours, altro brano piuttosto articolato in cui possiamo scorgere umori sia dei Fates Warning che dei primi Dream Theater. La lunga At the edge of darkness raccoglie le stesse pulsioni, una sorta di compendio delle esperienze maturate, tra passaggi heavy prog vagamente Queensryche, sospensioni atmosferiche e un crescendo corale ben orchestrato. Dopo tanta grazia un lieve calo con la comunque piacevole ballata elettrica Against the tides, la composizione che più si discosta dalle altre e che vede partecipare le voci di Claudio Brembati (cantante degli Anticlockwise, freschi del nuovo Raise your head), Ilaria L’Abbate e Tiziano Taffuri (utilizzati nello spettacolo tratto da Teumman), oltre che il sax di Enrico Bentivoglio e con The anthem, un hard rock diretto e con pochi fronzoli. La conclusiva Fading through the sky (in cui compare anche una parte recitata da Paul Crespel), chiude invece epicamente un ritorno che non vuole brillare per originalità ma che ricerca costantemente pathos e feeling, confermando i Dark Ages come una band capace di comunicare qualcosa, caratteristica che da sempre accompagna il quintetto veneto. (Luigi Cattaneo)
 
A closer look (Video)
 

martedì 16 maggio 2017

PLURIMA MUNDI, Percorsi (2017)


Nati nel 2004 sotto la direzione artistica di Massimiliano Monopoli, violinista e docente al Conservatorio di Taranto, da subito i Plurima Mundi si sono contraddistinti per un progressive rock settantiano fresco e coinvolgente. Come vuole la tradizione la musica della band prevede una miscela di elementi che vengono amalgamati da elaborati contrappunti classicheggianti dettati non solo dall’elaborato del leader ma anche dal fine lavoro pianistico di Lorenzo Semeraro, bravo nel donare cromatismi significativi per la riuscita del platter. Le atmosfere sono quelle care ad act come Banco del Mutuo Soccorso o Castello di Atlante e dopo l’ep Atto I del 2009 il nuovo Percorsi conferma una band con ottime doti di scrittura accompagnate da un livello tecnico piuttosto alto. Il sestetto per l’occasione si ripresenta in formazione rinnovata (oltre ai già citati Monopoli e Semeraro troviamo Massimo Bozza al basso, Grazia Maremonti alla voce, Silvio Silvestre alla chitarra e Gianmarco Franchini alla batteria) e propone il suo progressive variegato e melodico lungo quattro brani (più una single version di L. … Tu per sempre) brillanti, pieni di pathos (in questo risulta determinante la voce della Maremonti) e che non potranno non appassionare chi ama certe sonorità. L’inizio è affidato al pregevole strumentale Eurasia, una sorta di grandiosa overture di dieci minuti e che mette in luce quasi tutte le caratteristiche principali dei tarantini, per quello che poi risulterà essere il momento più significativo dell’album. All’appello però manca ancora la Maremonti, che troviamo nella successiva e passionale verve di E mi vedrai … Per te, dove è ben presente il raffinato interplay tra Monopoli e Semeraro. L. … Tu per sempre conferma la capacità del gruppo di creare frangenti strumentali di grande gusto e dinamismo, con parti rocciose ma sempre elegantemente arrangiate. L’ultima traccia, Male interiore (la mia età), è un altro momento decisamente stratificato, in cui troviamo passaggi classici, ritmiche progressive e l’intensa interpretazione della cantante. Il disco è molto piacevole e segna un passo avanti nella carriera del gruppo, con la speranza di non dover attendere altri otto anni per sentir parlare nuovamente di loro. (Luigi Cattaneo)
 
L. ... Tu per sempre (Single Version)
 

domenica 14 maggio 2017

MASSIMO GIUNTOLI, Piano Poetry (live @ Agorà 13/5/2017)


L’Agora è una biblioteca di nuova costruzione creata ad Arese e che si inserisce all’interno di un percorso culturale che vuole dare un senso ulteriore ad un luogo solitamente molto silenzioso. Anche con queste premesse si può capire l’idea di lasciare un pianoforte a disposizione dell’utenza o di ospitare, come in questo caso, un personaggio curioso e trasversale come Massimo Giuntoli, non solo pianista ma anche compositore e protagonista di svariati progetti più o meno progressivi come Hobo (dove suona l’harmonium in coppia con Eloisa Manera al violino), Pie Glue! (con Clara Zucchetti al vibrafono, alle percussioni, alle tastiere e alla voce), Harpsy Duet (qui in doppio clavicembalo con Esther Fluckiger) e U-Gene (trova spazio la chitarra di Silvia Cignoli). Piano Poetry ha l’intenzione invece di musicare e cantare testi di celebri poeti e quindi si susseguono in maniera fluida e armoniosa i versi dell’immortale Emily Dickinson, le suggestioni di Walt Whitman che divengono spazio per passaggi canterburyani o le bravi escursioni nei versi di Gertrude Stein. Il tratto ironico non manca e si evince quando Massimo musica un testo tratto da un libro didattico utile per imparare l’inglese o le istruzioni poste su una confezione di spolverini per la casa ma anche nella scelta di alcuni autori come Norman Mailer e Robert Creeley. L’interpretazione di Giuntoli risente chiaramente del suo amore per il progressive, per il jazz rock e il R.I.O. e anche in tal senso vanno letti gli omaggi ai King Crimson e a Robert Wyatt, ma sono elementi che troviamo anche nei poemi di Diane Di Prima e Danielle Marie Hurren, poetessa di soli 27 che Massimo ha voluto inserire nello spettacolo. Non mancano due scritti del pianista, il work in progress di No witness around e la più strutturata Anyway, che conferma le sue passioni per un certo tipo di ricerca settantiana accomunabile anche al John Greaves di Piacenza. Un plauso va fatto a lui e a chi si spende per certe manifestazioni, che danno l’opportunità di conoscere, anche a chi non è del tutto avvezzo a sonorità del genere, artisti come Massimo, sinceri e fantasiosi. (Luigi Cattaneo)
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giovedì 11 maggio 2017

AFASIA, Nelle vesti del mio ego (2016)


Ospiti del prestigioso FIM che si terrà tra qualche settimana (26/27/28 maggio presso Lariofiere di Erba), gli Afasia (Marco Civilla alla voce, Francesco Lori alla chitarra, Giuseppe Poveromo alle tastiere, Damiano Lanciano al basso e Fabio Riccucci alla batteria) debuttano con l’ambiziosa opera Nelle vesti del mio ego, un lavoro complesso che ha visto i laziali piuttosto impegnati sia dal punto di vista strutturale che testuale. Il concept non è di facile lettura, elemento tipico di diversi gruppi che operavano nei ’70, ed è un crogiuolo di elementi che vanno a formare un racconto che vive di situazioni differenti, dove la duttilità diviene elemento essenziale per lo svolgimento della narrazione. Tra passaggi suggestivi, affondi heavy e tenui fraseggi, si sviluppa la storia di un ragazzo vittima di un disturbo mentale e costretto a passare l’esistenza in un sanatorio, con il disagio psicofisico crescente e il tema dell’abbandono e dell’emarginazione che in qualche modo connette anche l’uomo moderno. Argomento trattato dalla band con un certo carico di suggestione e che riesce nell’intento di apparire attuale ma nel contempo vintage, un percorso non molto lontano da quello di gruppi contemporanei come VIII Strada e La Bottega del Tempo a Vapore, anch’essi nostalgici di Banco del Mutuo Soccorso e P.F.M. ma attenti allo sviluppo hard del genere (Dream Theater, Vanden Plas). Eterogeneità che viene applicata comunque a schemi conosciuti e le molteplici sensazioni che emergono seguono l’intricata trama, con l’ensemble che si diverte ad utilizzare una vasta gamma di soluzioni creative, talvolta più epiche e intense, altre volte decisamente proiettate sul versante metal prog. I sei brani presenti sono mediamente lunghi, con la sontuosa title track suddivisa in due parti ad aprire e chiudere il platter. In mezzo la buona ballata La grazia di Andromeda, l’ottima e vibrante Grida dall’ade, la gradevole Perseo e soprattutto la suite di 20 minuti La valle delle ruote meccaniche, non sempre fluida lungo il percorso ma estremamente ricca e variegata e vera sintesi dello stile del gruppo. Chiaro che le tante sovrastrutture dei pezzi non permettono un ascolto di circostanza (cosa tra l’altro evitabile anche per dischi meno carichi di elementi) ma gli Afasia hanno sicuramente qualcosa da dire e lo dicono con sicurezza e determinazione. (Luigi Cattaneo)
 
Nelle vesti del mio ego (Album Trailer)
 

martedì 9 maggio 2017

EVILGROOVE, Cosmosis (2016)


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Attivi da quasi due decenni (ma sotto un altro monicker), arrivano al tanto agognato debut gli Evilgroove (Luca Frazzoni alla voce, Daniele Medici alla chitarra, Matteo Frazzoni al basso e Christian Rovatti alla batteria). Cosmosis ha un’innata indole Made in USA, una carica stoner riconducibile ai Black Label Society del grande Zakk Wilde, ai sempre poco citati Corrosion of Conformity ma anche agli Spiritual Beggars e agli storici e desertici Kyuss. Omaggi e riferimenti accompagnati da una certa istintualità, che produce riff durissimi e pezzi animati da uno spleen di abbagliante energia. Il groove è davvero pazzesco e le composizioni (a parte un piccolo calo nel finale) sono molto trascinanti, con suoni pieni, saturi e che vibrano all’interno di un equilibrio compositivo tra l’attitudine heavy, passaggi melodici e derive sabbathiane, un mood oscuro e diretto capace di esprimere dosi di potenza riconducibili anche ai Down di Nola. Le influenze d’oltreoceano si manifestano come uno stoner sludge rock monolitico, con riff ossessivi e ipnotici (Turn your head), strutture ritmiche enormi e un wall of sound che investe l’ascoltatore (Physalia). Tra un sabba nero e sporco (Vodoo down), riff esplosivi (Kick the can) e dettami inquieti (Locusta), gli Evilgroove confezionano un album di grande impatto, autorevole e trascinante. Da ascoltare a volumi assordanti. (Luigi Cattaneo)
 
Space Totem (Video)
 
 
 
 
 
 

QUADRI PROGRESSIVI, Nuda

Torna dopo un periodo d'assenza la rubrica Quadri Progressivi e lo fa rendendo tributo ad uno degli artwork più rappresentativi dell'intero periodo progressivo, ossia Nuda dei Garybaldi, esordio del 1972 dei liguri. Lorena Trapani stavolta ha sperimentato con la tecnica dell'acquerello con vino rosso (30x20), un lavoro pregiato che ha richiesto diversi tentativi prima di giungere a compimento e che rende giusto omaggio alla memoria di Bambi Fossati e a quella del suo creatore Guido Crepax.


sabato 6 maggio 2017

CANTINASOCIALE, Caosfera (2017)


Mancavano dal 2009 i CantinaSociale, dal valido Cum Lux che vedeva ancora nelle vesti di cantante Iano Nicolò, conosciuto soprattutto per la sua militanza negli Arti&Mestieri. Per questo come back gli astigiani hanno deciso di dare libero sfogo ad una creatività tutta strumentale, una verve espressiva catturata nel nuovo Caosfera, lungo sette tracce ispirate, che non dimenticano la lezione dei mostri sacri del progressive ma contemporaneamente cercano di non avere addosso un’etichetta a volte limitante. Chiaramente le stigmate del prog italico dei ’70 ci sono e il gruppo ha lo spirito di quel periodo stampato nel proprio DNA (anche perché alcuni elementi della formazione derivano proprio da quel decennio così caratterizzante). La band continua quindi la ricerca di un sound che possa rispolverare una stagione indimenticabile senza farla diventare ossessione (in questo mi hanno ricordato gli ottimi Phoenix Again), una componente fondamentale di una musica immaginifica che diviene colonna sonora di un ipotetico racconto filmico (e difatti la travolgente Temporali nascosti è il sonoro dell’omonimo cortometraggio muto del regista Livio Musso). Un approccio che mi ha riportato alla mente anche il buonissimo Stati di immaginazione della P.F.M. , soprattutto per la volontà di essere comunicativi senza abbandonare sovrastrutture e intrecci articolati, con il gruppo che a mio avviso ha toccato l’apice della sua carriera, forti anche di una certa coesione d’intenti che li ha portati ad adeguata maturazione. Oltre a Rosalba Gentile (piano e tastiere), Elio Sesia (chitarra), Marina Gentile (chitarra), Massimiliano Monteleone (percussioni) e Lucas Onesti (basso) in Caosfera troviamo anche Filippo Piccinetti al basso nell’intrigante title track, Christian Saggese (Isildurs Bane, Ares Tavolazzi, Richard Barbieri, Tony Levin) alla chitarra classica nella delicata malinconia di Verso sera e Davide Calabrese alla batteria. Il disco è il risultato del lungo periodo intercorso tra l’attualità e il lavoro precedente e mostra una compatezza di fondo ineccepibile, che si inesplica in brani spesso caratterizzati da solenni crescendi. Uno schema quasi post che infonde energia e vigore a strutture brillanti e ben studiate, in cui gli astigiani hanno calibrato momenti emozionali di sicuro impatto (Graffiti) attraverso una musicalità che vive sì di virtuosismi ma privilegia il pathos e la ricerca di un feeling che possa coinvolgere davvero chi ascolta. Le composizioni più lunghe vivono di atmosfere rarefatte che si trasformano in pulsioni rock illuminanti (Dune), con un interplay tra le parti equilibrato, in cui colpisce il lavoro delle due chitarre e le armonizzazioni sinfoniche di Rosalba Gentile. Una voglia di libertà compositiva che si traduce in soluzioni disparate (un po’ come hanno spesso fatto i Finisterre o i Giardini di Mirò), dove si finisce per perdere certe convenzioni pur muovendosi all’interno di un genere vecchio quasi cinquant’anni. Forse è proprio questa la forza dei piemontesi, essere riusciti ad omaggiare la stagione d’oro del progressive italiano con coerenza pur rimanendo ancorati all’idea di poterla raccontare come un gruppo del 2017, con confini dilatati e la volontà di poter essere apprezzati anche da chi non è del tutto avvezzo al genere. (Luigi Cattaneo)
 
Caosfera (Album Trailer)
 

venerdì 5 maggio 2017

RUXT, Behind the masquerade (2017)


Nati solo nel 2016, i Ruxt sono una band formata da musicisti di comprovata esperienza (Matt Bernardi dei Purplesnake alla voce, Stefano Galleano e Andrea Raffaele alle chitarre, Steve Vawamas degli Athlantis e dei Mastercastle al basso e Alessio Spallarossa dei Sadist alla batteria) che hanno deciso di unire le loro forze per creare un esordio energico e debitore dell’hard & heavy. Behind the masquerade è un concentrato di Deep Purple, Whitesnake e Ronnie James Dio e non manca negli arrangiamenti qualche riferimento al progressive, dettato probabilmente anche dall’abilità tecnica del quintetto (a cui bisogna affiancare alcuni ospiti di spessore come Pier Gonnella ed Emiliano Manuguerra alle chitarre oltre che Dave Garbarino e Damiano Tacchini alle tastiere, elementi importanti nell’economia del platter). I genovesi pur muovendosi nell’hard rock classicheggiante hanno ben presente quanto sia importante essere melodici oltre che diretti, riuscendo nell’intento di sfornare un debut davvero molto valido e che mostra tutto il background di cui dispone l’ensemble. Feeling e pathos che rispecchiano l’amore per un certo tipo di rock, a cui va aggiunta una certa compattezza di fondo e una cura compositiva che solo chi ben conosce la materia possiede. Il trittico iniziale regala delle perle di hard melodico, con Scare my demons ad aprire il lavoro in maniera potente ed epica, con la coppia ritmica giustamente in prima linea. Segue Soul keeper, uno dei pezzi meglio riusciti del disco e l’entusiasmante Spirit road, con un chorus quanto mai azzeccato e catchy. Cala il ritmo con Forever be, che non perde però in magniloquenza e grazia, prima di due momenti più heavy come Where eagles fly e Lead your destiny, dove si affacciano anche le influenze di band seminali come Saxon e Iron Maiden. Tanta foga lascia poi spazio alla breve e gradevole ballata A new tomorrow, seguita dalla più che discreta Daisy e da Life, unico brano piuttosto anonimo del disco. Sul finale però i Ruxt piazzano l’heavy massiccio di Between the lies e Madness of man e l’ottima power ballad Forgive me, molto sentita e coinvolgente. Chiude l’album l’omaggio ai Deep Purple di Fortune of soldier tratto da Stormbringer del 1974. (Luigi Cattaneo)
 
Soul keeper (Video)
 

lunedì 1 maggio 2017

CONCERTI DEL MESE, Maggio 2017

Lunedì 1
·Biglietto per l'Inferno a Lecco

Martedì 2
·Rick Wakeman a Torino
·Revelation a Roma

Mercoledì 3
·PFM a Firenze
·Pat Metheny a S. Benedetto d.T. (AP)
·Dream Theater a Roma
·Rick Wakeman a Milano
·Fabio Zuffanti a Genova

Giovedì 4
·Il Tempio delle Clessidre a Genova

Venerdì 5
·Il Tempio delle Clessidre a Lugagnano (VR)
·Periphery a Milano
·Dream Theater a Firenze
·Rick Wakeman a Roma
·Fabio Zuffanti a Savona
·RanestRane al teatro Guanella di Milano
·Ossi Duri feat. Elio a Collegno (TO)
·12 Foot Ninja+Uneven Structure a Firenze
·La Batteria a Roma

Sabato 6
·Il Tempio delle Clessidre a Milano
·The Cage+Real Dream a Cicagna (GE)
·Periphery a Bologna
·Osanna a Lugagnano (VR)
·Dream Theater a Lignano Sabbiadoro (UD)
·Prog61 ad Asciano Pisano (PI)
Taproban a Roma

Domenica 7
·Dream Theater a Torino
·Il Tempio delle Clessidre a Pistoia
·Lachesis a Ranica (BG)

Lunedì 8
·Le Orme a Ortona (CH)

Mercoledì 10
·Il Tempio delle Clessidre + Ingranaggi Della Valle a Roma

Venerdì 12
·Flower Flesh + Fungus Family a Genova
·Lingalad a Solaro (MI)
·Deus Ex Machina a Balerna (Svizzera)
·Finisterre + Ancient Veil a Genova

Sabato 13
·Locanda Delle Fate a Lugagnano (VR)
·Aldo Tagliapietra a Schio (VI)
·Fabio Zuffanti a Torino
·FixForb a Porcari (LU)

Domenica 14
·FixForb a Roma
·Silver Key a Milano

Sabato 20
·Garybaldi alla Casa di Alex di Milano
·Saint Just+Logos al Giardino di Lugagnano (VR)
·Arturo Stàlteri a Torino
·Faust a S. Vito Leguzzano (VI)
·Sycamore Age a Milano
·M.Giuntoli 'Piano Poetry' a Legnano (MI)
·Gabriel Knights a Roma
·Epping Forest a Roma

Domenica 21
·Fungus Family a Genova
·LBDV + Il Giardino Onirico a Roma
·Reverie a Cologno Monzese (MI)
·Valerio De Vittorio a Milano
·Monkey Diet a Bologna

Giovedì 25
·A. Tavolazzi Nadir Quartet a Cittanova (RC)
·Mito New Trolls a Bergamo
·Perspectives Of A Circle a Roma

Venerdì 26
·FIM a Erba (CO)
·Perfect Pair+Monnalisa a Lugagnano (VR)
·Faust & Malchut Orchestra a Catanzaro
·Mogador a Bregnano (CO)
·Savoldelli/Brunod/Li Calzi a Fasano (BR)
·Eveline's Dust a Scandicci (FI)
·Francesco Gazzara a Roma

Sabato 27
·FIM a Erba (CO)
·Aldo Tagliapietra a Lugagnano (VR)
·Malaavia a Bergamo
·M. Giuntoli a Paderno Dugnano (MI)
·The Winstons a Segrate (MI)

Domenica 28
·FIM a Erba (CO)

Martedì 30
·PFM a Sessa Aurunca (CE)

Mercoledì 31
·Lingalad a Chiuduno (BG)

sabato 29 aprile 2017

FUNGUS, The face of evil (2013)



Oggi facciamo un salto indietro di qualche anno, esattamente il 2013, quando i liguri Fungus (Dorian Deminstrel voce e chitarra acustica, Alejandro J Blissett alla chitarra e al theremin, Zerothehero al basso e al flauto, Claudio Ferreri alle tastiere e Caio alla batteria) pubblicavano quella che attualmente rimane l’ultima prova in studio, The face of evil, realizzato per la Blood Rock Records. Il disco, pur essendo piuttosto derivativo, risulta fresco e accattivante e dosa con sapienza una miscela in cui convivono psichedelia, rock e progressive, un suono che trasporta l’ascoltatore in un decennio, il 65-75, che tanto ha dato alla musica sperimentale. L’album è un crogiuolo di idee, con una qualità media costante e qualche picco davvero interessante (come la lunga The sun o la dinamica Better than Jesus) in cui emerge soprattutto un lavoro d’equipe finalizzato alla riuscita del singolo pezzo. Lo sviluppo del platter rievoca i primi passi dell’era psichedelica di Beatles, Love e Doors, la visionarietà dei Pink Floyd degli albori, l’enfasi dei Genesis, il folk dei Jethro Tull e la grazia di Canterbury, influenze inserite in un songwriting di una certa valenza. Ma le fonti di ispirazione più o meno avvertibili sono ben incanalate in un discorso stilisticamente variegato, strutturato e intelligente, sicuramente appassionante per tutti coloro che ancora rimpiangono gli anni ’70. Un trademark che quindi comprende più stili, perché i Fungus paiono davvero convinti di potersi muovere cogliendo il meglio da un certo passato, forti di curiosità e cultura. Rispetto alle uscite precedenti mi pare che la band abbia accentuato lo spazio per le tastiere, costruendo brani forse più legati al progressive, in cui l’utilizzo del theremin dona una insana dose di particolarità al tutto. Esempio primario è l’inquieta Share your suicide III che acquisisce un sapore space non indifferente e che in un certo senso amplia maggiormente i canoni in cui muoversi. In attesa di nuove notizie dal gruppo (entrato da poco in studio) The face of evil è un espediente pregiato con cui attendere il prossimo episodio. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)

giovedì 27 aprile 2017

GALAVERNA, Dodsdans (2015)


Il progetto acustico Galaverna è una creazione di Valerio Willy Goattin, un musicista di Verona già attivo nel panorama hard & heavy con Anteo, Riul Doamnei e gli spagnoli Slap Guru. Qui però ci troviamo dinnanzi a qualcosa di assolutamente differente, un gruppo dove Valerio dà libero sfogo alla sua passione per il progressive settantiano (Jethro Tull, Camel, Comus) e per il folk nord acustico (Thomas Dybdahl, Bukkene Bruse). Il disco è ispirato da un mondo gelido e antico e l’autore riesce nel suo intento di condurre l’ascoltatore in lande lontane, desolate e spoglie. Dodsdans (La danza della morte) è un concept che racconta le avversità che un uomo deve superare per sopravvivere in un contesto assolutamente inospitale. Goattin ha però la capacità di decantare la bellezza di certi luoghi, la magia intrinseca in essi e come la natura possa essere crudele e affascinante. Il plot è molto evocativo e Valerio è stato accompagnato dai bravissimi Stefano Masotto (basso), Giulio De Boni (flauto), Lorenzo Boninsegna (viola) e Michele Nicoli (batteria e percussioni). Il racconto si sviluppa con queste premesse, tra ballate spettrali, fraseggi inquieti e un alone dark e ombroso che echeggia per tutta la durata del platter. Le influenze sono comunque minimali e ad emerge è soprattutto la grande personalità del compositore, che punta moltissimo sul creare atmosfere macabre, in cui hanno un grande peso l’utilizzo accorato di flauto e viola. Un decadentismo vintage che Goattin maneggia con sapienza e attenzione, risultando credibile e comunicativo per tutto l’album. Interessante constatare quanto fascino arcano fuoriesca dalle otto parti del concept, che ti catapulta davvero in un universo sconosciuto, lontanissimo dall’italica realtà folkeggiante o dai tanto celebrati cantautori indie degli ultimi anni, con il veneto cantore di distese oscure e mistiche. I tanti richiami ad una dimensione fantastica e onirica si sposano perfettamente con il folk rock progressivo del quintetto, un ensemble dal sapore internazionale e che è riuscito a regalare una piccola perla del panorama undergound nostrano, sempre foriero di belle novità, a discapito di chi rimpiange sempre i tempi in cui c’era di più. Il disco va ascoltato come un vinile, ogni brano è funzionale alla narrazione e meriterebbe una distibuzione adeguata alle potenzialità insite in esso, perché le idee abbondano e non sono mai banali. Consigliato senza se e senza ma. (Luigi Cattaneo)
 
Dodsdans (Album promo)
 

martedì 25 aprile 2017

ESTETICA NOIR, Purity (2017)


Il progetto Estetica Noir nasce nel 2013 per mano di Silvio Oreste, cantante ma anche chitarrista (nonché impegnato ai synth) e Riccardo Guido al basso (la line up viene completata da Paolo Accostato alla batteria e Guido Pancani alla chitarra) e da subito si contraddistingono per sonorità new wave e dark rock ottantiane, che presto si contaminano di elettronica e che vedranno la giusta rifinitura con l’ep omonimo di debutto. I primi passi permettono loro di farsi conoscere nell’ambiente goth e dark (anche grazie all’inserimento di alcuni pezzi in compilation di settore) e di aprire i live di band storiche come Christian Death e The Chameleons. Dopo aver firmato con l’etichetta Red Cat, ad inizio 2017 pubblicano il primo full lenght, Purity, confermando l’amore per certi suoni oscuri e criptici. A differenza del suo predecessore il disco presenta tutti brani cantati in inglese, con il gruppo che ha deciso di lavorare con una certa costanza sui singoli suoni e su arrangiamenti curati, riuscendo così a creare composizioni strutturate e organiche. Pur avendo un chiaro background dark i torinesi provano ad instillarlo con altri umori, citando lungo il percorso Nine Inch Nails, Killing Joke, The Cure, Bauhaus e Joy Division, con una base ritmica che fa del dinamismo propulsivo la propria forza, in perfetta sintonia con una coppia di chitarristi che sanno essere piuttosto diretti. Un interplay che vive anche grazie ad inserti elettronici che legano le trame in modo atmosferico e inquieto, su cui si staglia l’ottima prova di Oreste al canto. Hallow’s trick è una grande apertura, mostra chiaramente in che direzione si muove il platter e quanto sia importante per loro l’ondata darkwave ottantiana. Ian Curtis e soci sono d’altronde un bel riferimento e ciò si avverte anche in Plastic noosphere, mentre alza il ritmo In heaven, uno dei pezzi dal taglio più rock tra i presenti. Furente I hate, una saturazione elettrica riconducibile anche ai grandissimi Virgin Prunes, così come Polarized continua a scavare nell’abisso con forza e intensità. I The Cure fanno capolino nella mestizia di Deluxe Lies Edition e gli Estetica Noir hanno anche il tempo di piazzare una cover, I’m not scared degli Eight Wonder (ma scritta dai Pet Shop Boys). A dangerous perfection sembra omaggiare 30 anni di dark rock, prima del finale electro-industrial di You make life better. Ci sono anche due brevi strumentali ma sono più degli intermezzi che dei brani strutturati (Suicide walk e Hypnagogia) e non aggiungono nulla ad un esordio affascinante e indicato per quanti hanno nostalgia di una corrente non secondaria degli anni ’80 e che in parte ritroviamo in ensemble contemporanei come Interpol e Film School. (Luigi Cattaneo)
 
Hallow's trick (Video)
 

lunedì 24 aprile 2017

VICOLO INFERNO, Stray ideals (2016)


Un nome che ha origini lontane quello dei Vicolo Inferno, tanto che risale addirittura al 1504, quando una cruenta battaglia lasciò il segno nell’immaginario popolare di Imola (la loro città di provenienza) e trasformò per sempre il nome di quell’angusto selciato dove avvennero i fatti (Vicolo Inferno per l’appunto). Monicker a parte, la band è passata dai consueti demo, live, concorsi e cambi di line up per giungere con consapevolezza nel 2013 al primo full lenght, Hourglass, dove hard ed heavy si incontravano in un abbraccio ampiamente melodico. Si arriva così ai giorni nostri e alla pubblicazione di Stray ideals, con una formazione rinnovata che vede Igor Piattesi alla voce, Marco Campoli alla chitarra, Wallace (ex Showstripsilence) al basso e Michele Gollini alla batteria. Il gruppo prosegue con la sua carica hard rock influenzata dal grunge dei Pearl Jam e dei successivi Creed, con ritmiche solide, parti di chitarra ispirate e un cantato perfetto per il tipo di musica proposto. Gli imolesi mi sono apparsi maturi e taglienti al punto giusto, con scariche elettriche notevoli a cui viene sempre abbinata una certa ricerca per melodie piuttosto catchy. La scrittura è diventata più sicura e se pure non si ravvisano particolari novità l’album scivola via alla grandissima, lasciando la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un complesso che meriterebbe più spazio. Il grunge di Seattle è spesso presente nelle 13 tracce e si imparenta con il rock sanguigno degli Aereosmith più tirati e ciò è ravvisabile sin dalle prime note di Grey matter brain, corposa e compatta dall’inizio alla fine. Dirty magazzeno accentua la potenza hard, mentre Rude soul  si riallaccia maggiormente al gruppo di Eddie Vedder, prima dell’efficace trama della suggestiva title track. Non mancano aloni southern sparpagliati con saggezza in diversi momenti del disco e che lasciano trapelare pulsioni emerse meno sinora e che completano un bagaglio di suoni piuttosto interessante. C’è anche tempo per una special guest, Caterina Minguzzi, che duetta in Two matches, il brano forse più immediato tra i presenti e decisamente gradevole. Stray ideals è un come back vigoroso e vitale, perfetto per quanti ancora rimpiangono la stagione del boom del grunge e apprezzano alcune entità hard della LogicIllogic Records come John Dallas, Saints Trade o Badmotorfinger. (Luigi Cattaneo)
 
Rough Hills (Video)
 

venerdì 21 aprile 2017

ESEDRA, 3,3 periodico (2016)


Fresco di pubblicazione, 3,3 periodico degli Esedra è un lavoro in bilico tra fusion, progressive e jazz rock, un full lenght dove ha un ruolo non secondario la voglia di essere liberi e di potersi esprimere come meglio si crede. Ezio Epaminonda (basso), Giovanni Giuffrida (chitarra) e Marco Maria Pennisi (batteria) formano questo ottimo trio nel 2005, con l’obiettivo di mescolare generi pur guardando a band con cui hanno avuto anche la fortuna di condividere il palco (Mike Stern, Victor Wooten, Gong). Dopo aver curato lo spettacolo Le macchine di Leonardo nel 2011, ora è la volta di un esordio frutto di anni di lavoro, che dimostra la grande capacità di coinvolgere grazie soprattutto ad un innato senso per il groove e ad un impatto live per loro irrinunciabile. La musica del trio è scattante, tesa, si sviluppa lungo otto pezzi vibranti e saturi di elettricità, con le good vibrations tipiche del rock e tempi dispari disseminati a go go. La formazione triangolare è più che sufficiente e saltella agevolmente tra momenti potenti, in cui è ravvisabile una foga quasi hard e altri tipici della fusion, sempre segnati da un approccio vivace e inventivo. Alcuni passaggi al limite del free profumano di jam session (facendo pensare anche alle magie del trio Henderson-Berlin-Cobham) e innalzano il livello di naturalezza spontanea, elemento non sempre ravvisabile in certe produzioni di settore. Si parte forte con 12 lune, un inizio ideale per innamorarsi subito dei catanesi e si prosegue con i possenti intrecci di 3010 L’era dei mammut. Sotto i colpi del jazz rock si muove La grande traversata, dove è magistrale l’interplay tra i tre musicisti, impressione che viene rispettata anche in Ecìla, brano intenso ma leggiadro. Le macchine di Leonardo mostra una compatezza d’intenti non trascurabile, prima di NFTC, un grido d’orgoglio sull’essere sé stessi, un inno viscerale all’unicità. Concludono il platter la buonissima La mutazione e Il buio, un singolare ma affascinante esperimento che contiene tre registrazioni, una per strumento, senza punti di riferimento e realizzate di notte. 3,3 periodico è davvero un prodotto di spessore, come gran parte della discografia targata Dodicilune Records e conferma, laddove ce ne fosse realmente bisogno, la grande produttività del sottobosco italiano (con buona pace di chi in Italia ancora non si è accorto del fatto … ). Luigi Cattaneo
 
3010 L'era dei mammut (Video)
 

venerdì 14 aprile 2017

habelard2, Qwerty (2013)


Abbiamo da poco analizzato l’ultimo album a nome habelard2, Maybe, un lavoro raffinato e decisamente riuscito in cui il mastermind Sergio Caleca si contornava di ottimi musicisti della scena prog italiana. Oggi analizziamo Qwerty, autoprodotto nel 2013 e che vedeva il musicista destreggiarsi da solo tra tastiere (in prevalenza) e chitarre (elettrica, acustica e classica), dando libero sfogo ai suoi pensieri e   riassumendo una carriera più che trentennale. Sergio ha dalla sua di essere un compositore preparato e pure nelle parti più complesse non perde di vista la comunicatività del pezzo (sia un suo disco solista o uno con gli Ad Maiora), in questo caso tutti strumentali. Le ritmiche programmmate non incidono negativamente sulle idee di Caleca, anche se di tanto in tanto si percepisce l’assenza di una vera sezione composta da basso e batteria e qualche brano finisce per risentirne in parte. Tendenzialmente i pezzi sono comunque tutti di buona fattura, con parti in cui si percepisce l’amore per Rick Wakeman, Keith Emerson e Claudio Simonetti ma si ravvisano anche momenti, più o meno volontari, accostabili a compositori come Fabio Frizzi e Riz Ortolani, forse perché il risultato finale a tratti sembra proprio la colonna sonora di un thriller all’italiana dei ’70. L’impianto vintage e le citazioni classiche sono quindi ben presenti, risiedono nel DNA del milanese, innamorato del progressive sinfonico, che qui finisce per omaggiare anche in solitaria. Tutti gli interludi presenti sono brevi frammenti, solitamente elettronici, che introducono il pezzo seguente, uno schema presente già nell’iniziale Another bishop. Ice 9 fa riferimento ad un vecchio libro di fantascienza di Kurt Vonnegut del 1963 e le atmosfere mi hanno riportato al periodo degli sceneggiati prodotti dalla RAI come Extra o A come Andromeda. Più jazzata Gimme fire (che prende leggermente spunto da Dave Brubeck), mentre le uniche scritte a quattro mani (con Moreno Piva, bassista proprio degli Ad Maiora) sono la psichedelica De refrigeriis jugeri e la sofisticata Nenia. La title track, inizialmente composta solo con un sequencer, sviluppa trame indubbiamente interessanti, mentre Almanallo è un tributo a L’almanacco del giorno dopo e Intervallo, vecchie sigle Rai in cui Caleca rievoca non pochi passaggi classicheggianti. Death (in memory of) è una composizione parecchio malinconica, prima dell’epitaffio finale Empty tree, che chiude un disco gradevole e curioso. (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare per intero l'album
 

giovedì 13 aprile 2017

GABRIELS, Fist of the Seven Stars act 1 (2016)


Gabriele Crisafulli (in arte Gabriels) è un pianista con un background molto ampio e nel suo curriculum annovera l’insegnamento di tecnologie musicali e lo studio al conservatorio Angelo Corelli di Messina, a cui il siciliano ha abbinato una forte propensione per il metal sinfonico e il power. Sin da piccolo Gabriele ha dato sfogo alla sua passione, che lo ha portato nel corso del tempo ad essere apprezzato nella scena epic italica e a pubblicare diversi album da solista. Dopo aver inciso nel 2013 Prophecy, una rock opera dedicata alle vittime dell’11 settembre con Mark Boals alla voce (Yngwie Malmsteen, Royal Hunt, Ring of fire), oggi si presenta con un altrettanto ambizioso progetto, Fist of the seven stars act 1, il primo capitolo di una trilogia. Gabriels si destreggia tra tastiere e voce e viene accompagnato da una serie di ottimi guest tra cui troviamo cantanti come Wild Steel (Shadow of Steel), Dario Grillo (Platens), Ida Elena (Bare Infinity), Dave Dell’orto (Drakkar), chitarristi che rispondono al nome di Glauber Oliveira (Dark Avenger), Stefano Calcagno (Metatrone), Francesco Ivan Sante Dall’O (che abbiamo incontrato nell’ultimo Tzad) o Davide Perruzza (dei bravissimi Metaphysics), così come spiccano Dino Fiorenza al basso (Metatrone) e Andrea Tower Torricini (Vision Divine) al basso e alla chitarra (impossibile però citare tutti gli ospiti presenti nel platter). L’opera rock è un libero adattamento al manga Hokuto no Ken (Ken il guerriero in Italia) e già dall’iniziale Fist of steel, in cui si percepisce l’amore per Vision Divine e Labyrinth, è chiaro il trademark dell’album. La seguente She’s mine ricorda un altro grande gruppo italiano, quei Rhapsody che nel lontano 1997 con Legendary tales diedero una bella scossa al panorama power dell’epoca. Mantiene alto il tasso di epicità anche Mistake e sul versante neoclassico si staglia la piacevolissima Seven stars, prima del tipico attacco power di A new beginning. Bella la ballata Brake me, posta sapientemente a metà album, a cui fa seguito l’ennesimo trionfo power di My advance, con le tastiere del leader poste in evidenza. Punta molto sull’aspetto emotivo To love, ever invain e non è da meno l’intensa Sacrifice mentre torna l’attitudine power  in Black gate. Revenge invain è decisamente più ragionata e mostra le capacità di scrittura di Crisafulli, infine arriva la lunga Decide your destiny, un brano vicino agli Stratovarius degli anni ’90 e con una seconda parte che evidenzia influssi proggressive. Il disco è indubbiamente gradevole e chi ama le sonorità epic power nostrane non farà fatica ad innamorarsene, chiaramente chi è alla ricerca di soluzioni alternative o novità di sorta rimarrà deluso, perché l’album è ben codificato su un genere che ha le proprie insindacabili regole e difficilmente da queste scappa. (Luigi Cattaneo)
 
Black gate (Video)