venerdì 26 luglio 2013

FRANCO BATTIATO, Pollution (1972)


Qualche mese dopo l’uscita di Fetus Battiato pubblica Pollution, due dischi che sono stati concepiti nella stessa fase, quella sperimentale e volutamente provocatoria ma anche instabile e non sempre supportata da idee ben messe a fuoco. Anche qui il siculo mostra una certa personalità e introduce qualche piccolo elemento in più rispetto a Fetus. Difatti, pur essendo due lavori che hanno molte similitudini tra loro, Pollution ha un atteggiamento più rock e psichedelico (si potrebbe citare giusto come atmosfere Aria di Alan Sorrenti) ma mantiene inalterato quel senso di sfida in qualche circostanza un po’ fine a sé stesso. Inoltre alcuni elementi che già avevano contraddistinto il suo esordio, ossia l’unione e lo scontro tra elementi classici e altri vagamente pop (Il silenzio del rumore), la ricerca in direzione di una musica concreta dai forti tratti space (Areknames) vengono riproposti con risultati alterni. Certo è che gli orizzonti di Battiato paiono non avere limiti e il linguaggio diviene ancor più complesso e stratificato, con il suono pionieristico del VCS3 che si interseca con melodie che sanno essere raffinate, eccentriche e mai banali e con recitativi e rumori che risultano essere incastonati in maniera convincente nella struttura narrativa dei brani (il degrado con le sue ansie e i suoi pericoli, l’inquinamento materiale ma anche quello della razza umana, lo smarrimento di certezze). Forse Beta può essere la traccia più indicativa: uso del synth, psichedelia acida, ampio utilizzo del pianoforte nella parte strumentale, recitativo finale. Avvolgente, magnetica ed estremamente personale. Plancton si appoggia sopra un arpeggio di chitarra tanto semplice quanto efficace e il solito synth da manuale, mentre Pollution è il brano dove emerge maggiormente la voglia di stupire a tutti i costi. Leggera melodia cantabile con contorno di un testo preso da un manuale di fisica! La portata di un condotto è il volume liquido che passa in una sua sezione nell’unità di tempo e si ottiene moltiplicando la sezione perpendicolare per la velocità che avrai del liquido… Questo estratto testuale mostra chiaramente quello che era l’artista ad inizio ’70, un curioso narratore (e provocatore accanito) che o si amava o si odiava ma difficilmente lasciava indifferenti. Il finale di Ti sei mai chiesto che funzione hai? ci riporta in territori classici, con tanto di inconsolabile pianto del cantante a chiudere un album di non facile assimilazione ma che presenta aspetti di sicuro interesse e risulta fondamentale per poter arrivare alla definitiva consacrazione di Sulle corde di Aries. (Luigi Cattaneo)
 
Areknames (Video)
 
       

martedì 23 luglio 2013

NEO, Neoclassico (2011)


Può un trio scandagliare e perforare con tale veemenza schemi  jazz di riferimento conducendo lontano la proposta in modo da costruire concetti distanti dall’essere precostruiti e di maniera? Sì, soprattutto se la libertà e l’urgenza di esprimersi non vengono incatenate. E in questo la Megasound è regina. Il nuovo Neoclassico (che arriva dopo Water Resistance del 2009) dei Neo va inquadrato (se si può) dove già avevamo posto band originali e fantasiose come No Hay Banda Trio, Tribraco e Ay!, prodotte proprio dall’etichetta romana. Inoltre la registrazione e il missaggio effettuati da un mostro sacro come Steve Albini presso il suo studio di Chicago, conferiscono ulteriore qualità ad un prodotto già buono di suo. Provando a dare qualche indicazione viene logico pensare a John Zorn e ai suoi Naked City, laddove il jazz di Ornette Coleman (e del seminale The Shape of Jazz to come) viene filtrato attraverso scariche noise in cui imperversa una furia punk (Il Dente del Pregiudizio) o ancora, sentire il sax tenore di Carlo Conti mitigare la violenza quasi fisica della chitarra di Manlio Maresca e la batteria di Antonio Zitarelli. Il taglio avanguardistico e decisamente complesso (Ruins soup) si placa in episodi più immediati (Blues), segno di come i tre sappiano giocare anche su registri differenti, sempre rimanendo in un campo in cui è facile perdere la bussola. Perché i Neo risultano dei veri costruttori di situazioni in cui gli intrecci tra le varie parti strumentali devono essere sezionati e analizzati per essere realmente leggibili, soprattutto se non si è propriamente affini con certe sonorità. La musica dei Neo rimane comunque legata a quel jazz da cui tentano di allontanarsi, anche nei momenti più free, avant rock o noise (Mechanical Disfunction) ed è impossibile non soffermarsi sulle doti squisitamente tecniche che esprimono i tre interpreti del progetto. La decomposizione e la restaurazione di certi elementi jazzati paiono essere il marchio di fabbrica di Neoclassico (Unjustified Restrictions, La Sindrome di Erode). Un lavoro ostico, eccessivo e intrigante, in cui melodie e certezze strutturali si annullano a favore di incastri ritmici deliranti e pieni di insano fervore. Tra rispetto per la tradizione e slanci moderni. (Luigi Cattaneo)
 
Il Dente del Pregiudizio (Video)
 
 
 
           

giovedì 18 luglio 2013

PLATONICK DIVE, Therapeutic Portrait (2013)


Un nuovo nome di sicuro interesse si affaccia nell’affollata galassia di gruppi alternative che popolano la penisola, è quello dei livornesi Platonick Drive ,che con il debut Therapeutic Portrait  (pubblicato per la Black Candy Records) ci portano in un mondo in cui convivono post rock strumentale, psichedelia e squarci elettronici. Nulla di particolarmente nuovo e originale, sia chiaro, ma fatto indubbiamente bene e con una certa convinzione che seduce sin dal primo ascolto. Aspettatevi quindi crescendi melodici di grande impatto, solidità ritmica e una chitarra zeppa di feedback (cosa piuttosto tipica del genere). Il trio (Gabriele Centelli alla chitarra, al piano, ai synth e alla voce, Marco Figliè alla chitarra e ai synth, Jonathan Nelli alla batteria) sforna un album dove la componente acida gioca un ruolo non di ripiego, mostrando una verve rock riconducibile ai Verdena maggiormente psichedelici e strati di elettricità e distorsione che fanno pensare anche agli Explosion in the Sky e ai sempre sottovalutati Three Steps to the Ocean. Le tastiere e i sintetizzatori si fondono con chitarre che si muovono puntuali e nitide, in scia a quelli che sono i criteri base che animano questo genere. La costruzione dei vari episodi risente di canoni conosciuti ma non per questo meno efficaci e comunque sempre di ampio respiro atmosferico. Tra le punte massime del percorso bisogna citare la delicata Lovely Violated Innocence, l’elettronica di The Time to turn off your mind (suddivisa in 2 parti) e il bel singolo Youth. Un lavoro quindi animato dalla volontà di rimanere sospesi tra il taglio di un oscuro e decadente post rock e quello più elettronico/sperimentale, altalenante stilisticamente più per volontà che per difetto. Le premesse per stabilizzarsi con prepotenza all’interno della scena italica ci sono indubbiamente, il gusto e il vigore con cui i Platonick Dive hanno colorato questo esordio fanno ben sperare per un futuro ancora più roseo e sicuro. (Luigi Cattaneo)
 
 

      

mercoledì 17 luglio 2013

HOSTSONATEN, The Rime of Ancient Mariner Part I (2012)


L’infaticabile Fabio Zuffanti mette a segno l’ennesimo colpo d’autore della sua lunga discografia e dopo la prova da solista e il progetto L’ombra della sera (recuperatelo!) timbra questo The Rime of ancient mariner Chapter One a nome Hostsonaten. Non che la band fosse ferma da molto, ma qui i genovesi si tuffano a capofitto nell’omonimo poema di Samuel Taylor Coleridge a cui peraltro avevano già dedicato i primi 2 album. Facile pensare al brano degli Iron Maiden presente in Powerslave ma qui ci troviamo di fronte ad una musica immaginifica, pensata per descrivere situazioni in maniera approfondita attraverso uno stile variegato in cui fanno capolino 4 voci diverse che caratterizzano l’attimo che il vecchio marinaio sta vivendo. Il prologo iniziale ci introduce nell’opera presentando i temi che andremo ad incontrare e ha il merito di calarci dentro le atmosfere che di volta in volta troveremo nel corso delle quattro parti che formano il disco. Si potrebbe dire che questo brano iniziale riassume alla grande le intenzioni della creatura zuffantiana e mette in mostra in maniera perentoria l’enorme qualità di musicisti come Luca Scherani (tastiere), Matteo Nahum (chitarra), Mau Di Tollo (batteria), Joanne Roan (flauto), Sylvia Trabucco (flauto). Chiaro che a sentire certi nomi il pensiero corre veloce alla Maschera di Cera, soprattutto quando nella prima parte dell’album alla voce appare Alessandro Corvaglia, come al solito estremamente intenso ed espressivo. È forse il momento più sinfonico che ci viene proposto, grazie non solo alle tastiere di Scherani ma anche per il lavoro di cesello della Roan, entrambi bravi nel sostenere ottimamente la sofferenza del marinaio reo di aver ucciso l’albatros (un uccello marino) e di aver attirato la cattiva sorte sull’intero equipaggio. La seconda e terza parte presentano addirittura alcuni passaggi hard, complice anche la presenza di Davide Merletto dei Daedalus e Marco Dogliotti alla voce. Nel primo caso, dopo un iniziale stato di quiete, i suoni si fanno più graffianti e non vengono disdegnate soluzioni potenti, palpitanti in cui si incastra benissimo la voce di Merletto. Non che Dogliotti sia da meno e nella Part 3 si coglie il suo amore per Freddie Mercury, Ronnie James Dio e Ian Gillan, passione che conduce verso un suono che considerare hard prog non è un eresia! In un certo senso è un brano che stupisce viste le sonorità che avevano sempre caratterizzato il progetto Hostsonaten, anche se non mancano all’interno di questi 17 minuti momenti più meditativi in cui Scherani e Nahum risultano i più incisivi ed efficaci. Si cambia ancora registro nella parte conclusiva in cui fa capolino Simona Angioloni (già con Zuffanti negli Aries) insieme a Corvaglia, duo che ben si amalgama nelle raffinate atmosfere tracciate da melodie che hanno qualcosa di antico, di nostalgico e che si uniscono in maniera sorprendente e affascinante nel duetto finale che testimonia l’andamento epico del racconto. In attesa del secondo capitolo che vedrà la luce nel 2013 gustatevi l’ennesima perla di Zuffanti, artista che può piacere o meno ma che ha ormai raggiunto livelli di qualità e continuità davvero sorprendenti ed unici nel panorama nostrano. (Luigi Cattaneo)
The Rime of Ancient Mariner Part I (Video)
 
 



 

lunedì 15 luglio 2013

GRAN TORINO, Gran Torino Prog (2011)


Sulla scia di quanto fatto sinora da band strumentali italiane come Red Zen, Calomito e Magnetic Sound Machine, gruppi giovani e di spessore, si affacciano con entusiasmo sincero e capacità indubbie i Gran Torino, quartetto veronese e nome nuovo della Galileo Records. È bene specificare che i Gran Torino si avvicinano molto più al progressive rock venato di hard che al jazz o alla fusion (che pure citano) ma le doti dei musicisti veneti sono di ottimo livello e pur con qualche momento lacunoso e da ritoccare, questo esordio presenta composizioni sicuramente gradevoli per un risultato più che soddisfacente. Molto intenso e avvolgente il brano iniziale, Sinapsi, che mostra subito come la band abbia una tecnica di base di tutto rispetto e che questa sia accompagnata da una certa freschezza di scrittura, che è poi elemento fondamentale per qualunque musicista. Qualità che spicca anche in Jack Montorio, dove troviamo le atmosfere tipiche dei settanta con le tastiere di Alessio e la chitarra di Cristiano volte a creare uno splendido affresco in cui ci sono riferimenti agli Yes e al Banco del Mutuo Soccorso. I primi brani hanno la capacità di trasmettere la voglia di fare e di comunicare tipica di un gruppo esordiente. In questo caso sono sicuramente Alessio e Cristiano i due elementi che governano ed indirizzano il suono della band, che risulta ficcante e senza troppi fronzoli. Rock waters ha invece un suono più hard ma non per questo meno rifinito e si avvicina per struttura e dinamica a Dream Theater e affini, quindi progressive attuale ma con un occhio di riguardo anche al passato del genere. La complessa Joy è forse il brano più bello del lavoro, a tratti entusiasmante ha il merito di mettere in luce il talento non solo dei già citati Alessio e Cristiano ma anche della sezione ritmica (Gian Maria alla batteria e Fabrizio al basso) coesa e sicura di sè. I Gran Torino si esprimono al meglio, attimo dopo attimo nasce una composizione congegnata in maniera attenta ma senza dimenticare immediatezza e impeto. In Miridiani non si può rimanere indifferenti dinnanzi al sapiente uso delle tastiere e agli intrecci caldi ed orchestrali che tanto riportano indietro nel tempo… Il momento più duro è Fox Box, composizione dal substrato heavy in cui si cita il progressive metal, stemperato però da un egregio lavoro di tastiere che profumano ancora di rock settantiano. Meno interessanti risultano Radio Vox e la seguente Eco, poco ispirate e leggermente scontate. Sottotono insomma, almeno rispetto allo standard tenuto per buona parte del disco. Alto è il valore che ritroviamo nella  riuscita Zorro, momento conclusivo decisamente avvincente e ben articolato. Che altro aggiungere? Sicuramente si tratta di un disco intrigante per la sua capacità di coniugare vari modelli sonori ma non sempre la ciambella riesce con il buco, soprattutto per una certa monotonia che sopraggiunge di tanto in tanto. Il risultato è comunque positivo, soprattutto perché si tratta di un esordio che ha il merito di mettere in luce la vivacità che contraddistingue i Gran Torino, che se saranno capaci di levigare e smussare alcuni piccoli errori di gioventù potranno diventare uno dei nomi di punta del nuovo progressive italiano. (Luigi Cattaneo)
 
Joy (Video)
 
 
 
 



venerdì 12 luglio 2013

GOAD, Masquerade


La band toscana guidata dal polistrumentista Maurilio Rossi e dal chitarrista Gianni Rossi torna dopo l’acclamato In the house of the dark shining dreams del 2007 con un album che fa il bis in termini di bellezza e coinvolgimento. L’esperienza del gruppo nel costruire sonorità gotiche e magniloquenti è il marchio di fabbrica che accompagna i fiorentini dal 1983, anno della loro prima apparizione discografica. La carne al fuoco in questo Masquerade è davvero tanta, vista anche la durata del disco che sfiora gli 80 minuti e che è colmo di riferimenti verso la musica dei ’70. La partenza è affidata alla potente ed incisiva Fever Called Living che mostra subito tutte le capacità del gruppo di creare soluzioni ora più hard ed aggressive ora più morbide e melodiche attraverso un interplay molto azzeccato tra la chitarra e le tastiere. La seguente Eldorado si sviluppa attraverso 2 parti ben distinte tra loro, con la prima che rimanda a certo hard rock tipicamente seventies di mostri sacri come Led Zeppelin e Deep Purple e la seconda che si dispiega come una cavalcata heavy prog totalmente strumentale. Anche Last Knowledge si divide in 2 sezioni, dove la prima prende la forma di una seducente ballata impreziosita dal flauto di Francesco Diddi mentre la seconda, strumentale, è decisamente più inquietante e richiama i King Crimson. Delicate atmosfere si ritrovano anche nell’ottima The Judge, contrassegnata ancora dal flauto di Diddi e dalla chitarra di Maurilio Rossi oltre che in Valley of Unrest, song tra le migliori presenti e che tra i suoi solchi riprende il magma sonoro tipico dei Van Der Graaf Generator, soprattutto per l’utilizzo del sax e per il crescendo oscuro e solenne del brano. Ancora una composizione in 2 parti è To Helen, che ha nei suoi cromosomi elementi di vario tipo; difatti dopo un’apertura classicheggiante il brano sfocia in un hard sinfonico dove l’aggressività vocale di Maurilio Rossi viene stemperata dall’utilizzo accorato del flauto e del violino che tanto sanno di Jethro Tull ma anche di Delirium e P.F.M. Decisamente più suggestiva è la seconda metà, nuovamente strumentale, dove anima guida diviene il sax a cui si aggiungono parti di flauto in sostegno. Densa ballata è Alone, intrisa di lirismo e fortemente evocativa anche per merito della sofferta interpretazione canora, mentre la seguente Slave of the holy mountain ha un mood drammatico e orchestrale dal sapore gotico. Dreamland è uno dei punti di forza dell’album, un brano da Rock Opera o da Musical vista la prorompente carica e il pathos costante che emana per tutta la sua durata. Molto convincente la voce ruvida ed espressiva di Maurilio e il suo solo finale di chitarra con cui chiude il brano. Dopo la strumentale The Haunted palace si arriva alla title track, suite finale divisa in ben 5 sezioni della durata complessiva che supera i 13 minuti. Qui i Goad tentano di sintetizzare (non riuscendoci però in pieno) tutte le influenze da cui sono ispirati e quindi si passa attraverso momenti soffusi e sognanti ad altri sicuramente più oscuri e psichedelici. Questo Masquerade rappresenta benissimo quelle che sono le caratteristiche dei Goad, sempre in bilico tra il progressive inglese, la psichedelia, il dark e la Rock Opera. (Luigi Cattaneo)


 
 
 
 

giovedì 11 luglio 2013

MUSEO ROSENBACH, Barbarica (2013)


Ritorno attesissimo per tutti i fan della storica band del progressive italiano, che dopo una parentesi molto lunga si presentano con questo nuovissimo lavoro intitolato Barbarica. In realtà il gruppo, dopo aver pubblicato Zarathustra nel lontano 1973 (album capolavoro permeato di hard rock e progressive considerato da molti come uno dei lavori più illustri ed interessanti della scena italiana degli anni settanta) ha pubblicato nel 1999, con un’altra formazione ed un altro vocalist Exit, lavoro che non riuscì ad eguagliare i picchi compositivi e creativi del suo celebre predecessore, ma che offriva comunque diversi spunti. Il nome del Museo Rosenbach ricominciò a circolare nel 2010 grazie soprattutto alla pubblicazione dello splendido primo album del Tempio Delle Clessidre, band nella cui formazione militava Stefano “Lupo” Galifi, storica voce del Museo Rosenbach, che riproponeva numerosi pezzi tratti da Zarathustra durante i concerti (lo stesso nome deriva da una traccia di quel lontano disco). Della formazione storica degli anni settanta sono rimasti in tre: Giancarlo Golzi ( noto anche per la sua militanza nei Matia Bazar) alla batteria, Alberto Moreno alle tastiere (negli altri dischi suonava il basso) e il già citato “Lupo” alla voce solista. Gli altri elementi, fondamentali per dare una nuova marcia alla band, sono Sandro Libra e Max borelli alle chitarre, Fabio Meneggetto e Andy Senis rispettivamente alle tastiere e al basso. Il nuovo Barbarica attinge moltissimo dalle sonorità hard prog tipiche del primo lavoro della band, quindi oltre alla voce importante e carismatica di “Lupo” , c’è molto spazio per la chitarra elettrica e per i cosiddetti riff. Le tastiere supportano le trame oscure sviluppate dalle chitarre e la sezione ritmica suona precisa e senza troppi fronzoli. Come ci si aspetta la voce di “Lupo” non perde mai un colpo (chi ha avuto modo di vederlo dal vivo sa di cosa sto parlando). Il cd è diviso in cinque tracce dalla lunga durata (mai sotto i 6 minuti) e se si esclude qualche momento in cui la band si dilunga eccessivamente (Il respiro del pianeta) i pezzi sono tutti molto belli, scorrevoli e ben suonati. Nella Coda del diavolo un tappeto di tastiere e archi accompagnano la struggente voce di Galifi, prima di esplodere in un micidiale riff hard di chitarra che colpisce come un pugno nello stomaco. Abbandonati, ricorda le atmosfere dark dei Black Widow di Come to the sabbath ed è veramente notevole la voce di Galifi, che ruggisce sullo splendido gioco di chitarre e tastiere. In conclusione posso facilmente affermare che questo nuovo lavoro sarà sicuramente apprezzato dai numerosi sostenitori della band, che desideravano da tempo un ritorno alle sonorità tipiche della storica formazione, inoltre la qualità delle composizioni e la buona produzione dell'album parlano da sole. Personalmente non ho potuto far altro che apprezzare Barbarica ed anche se non è privo di alcuni difetti (forse manca di originalità) non si può non rimanere affascinati dalle sue trame oscure e retrò e dalla voce intensa e carismatica di Galifi. Consigliato.
(Marco Causin)

Fiore di Vendetta (Video)






venerdì 5 luglio 2013

FRANCO BATTIATO, Fetus (1972)


Nativo di Jonia, Franco Battiato, inizia la sua attività a Milano pubblicando due singoli per la rivista Nuova Enigmistica Tascabile, che dava l’opportunità a cantanti sconosciuti di incidere brani famosi come L’amore è partito (presentato al Festival di Sanremo dal duo Beppe Cardile e Anita Harris) ed ...e più ti amo portata al successo da Alain Barriere.  In coppia con Gregorio Alicata forma Gli Ambulanti per portare davanti alle scuole la canzone di protesta ed è proprio in queste occasioni che ha modo di entrare in contatto con Giorgio Gaber che avrà un ruolo decisivo nel far incidere alcuni singoli a Battiato per l’etichetta discografica Jolly. Il successivo passaggio alla Philips porta l’artista ad abbandonare un certo tipo di canzone a favore di una più semplice ed immediata. È solo ad inizio anni ’70 che Battiato inizia ad interessarsi ad una musica differente che lo porta a firmare per la Bla Bla di Pino Massara con cui produce alcuni dei dischi più coraggiosi del periodo. Il cantautore è artefice di una serie di dischi fortemente sperimentali in cui appare costantemente alla ricerca di una via alternativa per comunicare, opere di difficile catalogazione, intriganti per le svariate influenze musicali percepibili, spesso provocatorie e dissonanti, assai personali e poco inquadrabili. Il tentativo, non sempre riuscito, è stato quello di trapassare gli steccati tra i generi per dare vita a lavori aperti a varie suggestioni in cui ritrovare sonorità elettroniche e classiche adagiate su un esotico gusto per la sfida e il nonsense. Nel 1972 Battiato pubblica Fetus, un primo sviluppo di quelle idee che porteranno il catanese a concepire risultati maggiormente compositi e strutturati nei successivi anni, un lavoro che rappresenta il passo iniziale ma ancora di transizione verso la volontà di sperimentare che sarà poi messa a fuoco con più consapevolezza nel volgere di breve tempo. Ci sono presenti tanti spunti interessanti ma non sempre portati a giusto compimento e lo stupore per alcune trovate lascia il posto anche a momenti ancora acerbi. Il pioneristico sintetizzatore VCS3 risulta una delle novità di maggior rilievo e curiosità del panorama progressivo e si incastra egregiamente nelle melodie classiche (Anafase) o in quelle ancora figlie della canzone beat (Mutazione). Quando si parla di Fetus non si può non citare la sconvolgente e provocatoria copertina e il concept che caratterizza i 30 minuti dell’album, ossia la storia di una cellula che diventerà uomo, che pur non risultando perfetto ha il merito di mostrare la naturale inclinazione per la musica colta contemporanea da infarcire di soluzioni elettroniche di Battiato, ricordato come uno dei primi grandi pionieri del progressive per quel suo essere costantemente alla ricerca di novità da proporre. In Fetus l’autore risulta capace sì di sperimentare ma anche di muoversi attraverso la forma canzone seppur con il proprio peculiare stile (Meccanica). Difatti le strutture leggere che rimandano alla sua produzione di fine ‘60 vengono “trattate” con arrangiamenti atipici e un preponderante uso del synth, che risulta straniante oltre che sempre funzionale al racconto (Energia). Fetus rimane un disco instabile ma prezioso per arrivare a Pollution (uscito lo stesso anno) e Sulle corde di Aries. (Luigi Cattaneo)
 
Meccanica (Video)
 
 

 

martedì 2 luglio 2013

CONCERTI DEL MESE, Luglio 2013

Lunedì 1
·Playing the History Roma

Martedì 2
·Van Der Graaf Generator Udine
·Sycamore Age Prato

Mercoledì 3
·Van Der Graaf Generator Trezzo Sull'Adda (MI)
·Roberto Cacciapaglia Teatro Morlacchi Perugia
·Camelias Garden Roma
·FixForb Roseto Capo Spulico (CS)

Giovedì 4
·Astralia Mandria (PD)
·Steven Wilson Roma

Venerdì 5
·VDGG + Steven Wilson Pistoia
·The Magic Box Ponte Taro (PR)
·Camelias Garden Castelgandolfo (Roma)
·Napoli Centrale Cava de' Tirreni (SA)
·Opening Scenery + Amaze Knight Torino
·Lagartija Piacenza (Lo fai club)
·Mogador + Trewa Eupilio (Como)


Sabato 6
·Steven Wilson Grugliasco (TO)
·Flower Flesh Pallare (SV)
·Pentangle Isola del Liri (FR)
·Ken Hensley Fontanafredda (PN)
·Lagartija Anfiteatro San Giovanni Fiorenzuola d'Arda (PC)
·Fusch Edone (BG)


Domenica 7
·Newintage Festival Castelgandolfo (RM)
·FixForb Centro Sportivo Costa di Mezzate (BG)

Lunedì 8
·Dusk e-B@nd Marghera (VE)

Martedì 9
·Mike Stern Merano (BZ)

Mercoledì 10
·Mike Stern Marcianise (CE)
·Arturo Stàlteri Giardini Pubblici Ravenna
·Gov't Mule Milano (OCA)


Giovedì 11
·Area Castelfranco Veneto (TV)
·PropheXy Bologna
·Ingranaggi della Valle Pink Moon Records (Roma ore 18.00)
·Three Steps To The Ocean Milano (Arci Lo Fi)

·Gran Turismo Veloce, Camelias Garden, Ingranaggi della Valle Traffic (Roma)

Venerdì 12
·Gong Festival Bologna
·PropheXy Mercogliano (AV)
·Sycamore Age S. Benedetto d.T. (Chalet 45.com)
·ZeroTheHero + Unreal City Porto Antico Genova
·Il Babau & i Maledetti Cretini Parco Belgiardino Lodi


Sabato 13
·Gong Festival Bologna
·Le Maschere di Clara Trevenzuolo (VR)
·Aelian Genova
·Osanna Civitella M. (GR)
·UT New Trolls Piper Viareggio (LU)
·Sycamore Age Canossa (RE)
·Coscienza di Zeno Roselle (GR)
·Calomito Porto Antico Genova
·InterNos Bar al Falco S. Michele al T. (VE)
·Confusional Quartet Cortile del vicolo Bolognetti Bologna
·Corde Oblique Giardini Ducali Modena


Domenica 14
·Newintage Festival Castelgandolfo (RM)
·Mike Stern Roma
·FixForb Parco Fluviale Hoffman Foligno (PG)

Lunedì 15
·Roberto Cacciapaglia Museo Pecci Prato
·Mike Stern Pescara


Giovedì 18
·Area Ceneselli (Roma)

Venerdì 19
 ·Alan Parson Grugliasco (To)
·Area Capodistria (Slovenia)
·Aelian Genova
·Sycamore Age Roselle (Gr)

Sabato 20
·Alan Parson Villafranca (Vr)
·Area Castiglione del lago (Pg)
·Aelian Genova

Domenica 21
·Steve Hackett Verona
·Newintage Festival Castelgandolfo (Roma)
·Prog Experience Festival San Vendemiano (Tv)
·Beggar's Farm Abano Terme (Pd)

Lunedì 22
·Steve Hackett Grugliasco (To)

Martedì 23
·Alan Parson Roma

Mercoledì 24
·Hiromi Uehara Cagliari

Venerdì 26
·Sigur Ros Ferrara
·Roger Waters Padova

Sabato 27
·Sigur Ros Lucca
·Alex Carpani + Prophexy Civitella M. (Gr)
·Area Monte S. Angelo (Foggia)
·The Lamb Ostia Antica (Roma)

Domenica 28
·Sigur Ros Roma
·Roger Waters Roma

Lunedì 29
·PFM Treviso

mercoledì 26 giugno 2013

CLAUDIO ROCCHI & EFFERVESCENT ELEPHANTS, Claudio Rocchi & Effervescent Elephants (2011)


Più un disco di Claudio Rocchi o degli Effervescent Elephants quello pubblicato dalla Psych Out di Cosimino Pecere (divulgatore consapevole di tante realtà profondamente underground)? Traccia dopo traccia ci si accorge che le 2 anime musicali si sono incontrate e hanno sviluppato una linea comune che ha portato ad un lavoro sincero e discretamente piacevole. Rocchi è autore di vecchio corso e sa come affascinare a distanza di più di quarant’anni dalle sue prime apparizioni, gli Effervescent sono un gruppo che ha fatto della psichedelia la propria ragione di vita (sono in attività dagli anni ’80). Rocchi e il gruppo hanno dialogato a distanza e le varie tracce sono nate dalla mente e dalla chitarra di Lodovico Ellena per poi essere articolate dal pensiero, dalla voce e dallo stile di Claudio. Anche così però il risultato risulta positivo e c’è una coesione di fondo da non sottovalutare, come se le idee trovassero un loro naturale percorso. Di nuovo in pentola non bolle nulla, sia chiaro, ma brani come Gli Apostoli, in cui spicca anche il flauto di Domenico Salussolia, l’iniziale invettiva di Niente di meno, semplice ma fortemente incisiva (Niente di meno, che ridere forte, a questa politica. Vedrai che sorpresa se ridono tutti, sarà un’altra musica… Esistono porte che portano altrove, apriamole subito) o la conclusiva e strumentale Rigel’s trail mostrano un cantautore ancora desideroso di esprimere il suo fabbisogno di spiritualità e una band che ha le giuste capacità per assecondare urgenze espressive che rimandano agli anni ‘70 di Rocchi, pur non mettendosi musicalmente da parte ma facendo valere esperienza e personalità. Non tutto luccica però e un paio di episodi scontano forse un eccessiva prolissità (Apollo & le Muse, La Mecca) che non fa decollare del tutto i pezzi in questione che avrebbero probabilmente beneficiato di una maggiore sintesi. Claudio Rocchi & Effervescent Elephants, pur con qualche limite, è un album che interesserà sicuramente gli amanti di un certo cantautorato folk di matrice psichedelica ma potrebbe incuriosire anche quelli più affezionati alla stagione d’oro del progressive rock (ma dimenticatevi suite di matrice classica e affini). Da diffondere anche perché una delle ultime prove discografiche di Rocchi prima della sua prematura scomparsa avvenuta giusto qualche giorno fa. (Luigi Cattaneo)
 
 

             




 

venerdì 21 giugno 2013

SURSUMCORDA, Musica D'acqua (2013)


Parlare dei Sursumcorda (nome che arriva da un detto popolare che significa su con la vita, che a sua volta proviene da una parola latina traducibile con in alto i cuori) cercando di tenere a distanza le emozioni che mi suscitano è impresa ardua. Tentando di avere un certo distacco critico continuo a pensare già dal precedente La porta dietro la cascata come questo gruppo, attivo anche e soprattutto nel settore delle colonne sonore, che ha vinto tanti premi in Italia non abbia ancora raggiunto il giusto status, se non tra gli addetti ai lavori. Solito problema italico, dirà qualcuno di voi, dove in classifica si trovano personaggi che di musicale han ben poco. Lungi da me voler proporre i Sursumcorda al prossimo Sanremo (che poi perché non sdoganare musica strumentale anche nella città dei fiori?) ma questa è una band che ha uno stato qualitativo davvero sopra la media. In questo nuovo Musica d’acqua trovano spazio le musiche che hanno caratterizzato Francesco e Bjorn di Fausto Caviglia, un documentario sul rapporto tra un autistico e il suo educatore che ha vinto ben 9 premi nel 2012 (fa rabbia pensare che robetta come Amici abbia tutto il risalto del caso), Amir, un film di Jerry D’Avino e le musiche di un laboratorio creativo (www.raccortisociali.it). Ma sotto quale etichetta si possono piazzare i Sursumcorda? Non è semplice dirlo. Si potrebbe parlare di un folk sui generis con contaminazioni etniche e spinte orchestrali, anche per via dei tanti strumenti utilizzati dai milanesi (salterio, kalimba, sansula, xilofono, dulcimer, benjo, kora, viella, guzheng e una serie di strumenti acustici, a corda e ad arco), ma la loro particolarità è sicuramente l’elemento più curioso e interessante che balza all’orecchio. Un’atmosfera intima e sognante fortemente espressiva che si snoda attraverso 11 brevi tracce strumentali che andrebbero correlate alle immagini per via di quella potenza visionaria intrinseca e che viene fuori comunque con inaudito fervore. Pur se il disco vive di progetti diversi tra loro i Sursumcorda mantengono ispirazione e suggestione, riuscendo a essere raffinati e originali pur senza perdere di vista la comunicabilità della propria arte, in un equilibrio solido e consistente. Folk che vaga tra radici mediterranee ma cerca sviluppi sudamericani e tocchi balcanici, in un susseguirsi di chicche in cui si nota la classe dei musicisti coinvolti, tra cui spiccano i due chitarristi Giampiero Sanzari e Piero Bruni (che suonano diversi strumenti), Simone Rossetti Bazzaro al violino (ma anche alla viola e alla viola d’amore) e gli inserimenti del pianoforte di Giulio Pomponi e della tromba di Raffaele Kohler. Ma tutti i presenti hanno spiccate qualità a conferma di una realtà italiana poco conosciuta ma piena di talento. (Luigi Cattaneo)
 
Entropia (Video)
 
 

 

mercoledì 19 giugno 2013

FORZANOVE, Autoanalisi (1981)


Dopo aver ascoltato svariate volte il disco in questione mi fermo a pensare a quanto doveva essere complicato e difficile suscitare interesse nei non appassionati di progressive durante gli anni ’80, un periodo dove certe sonorità apparivano (ahimè) già stantie. Ma come i Forzanove quante altre band si trovavano in questa situazione? Centinaia, probabilmente, che non hanno avuto nemmeno la fortuna di esprimersi attraverso un disco come invece è capitato ai veneti. La band di Eraclea riuscì a trovare un contratto con una piccola etichetta discografica di Milano, la Top Records, per pubblicare l’album d’esordio Autoanalisi. Ma di fronte a che disco ci troviamo? Sicuramente Autoanalisi non è un disco prog alla Yes o alla Genesis, quindi nessuna suite o brani dalla struttura particolarmente complessa. Anzi, i Forzanove prediligono la forma canzone e pongono grande attenzione verso momenti intimi e comunicativi. D’altronde, proprio come mi ha confessato Claudio Causin, chitarrista e massimo compositore del gruppo, il loro era un rock influenzato dal progressive, onesto e di fervido entusiasmo, quello di una band che dopo aver ascoltato per un intera decade il meglio della musica targata ’70 decide di dar vita ad un lavoro figlio diretto di quella passione. La title-track, potente e ben rifinita, apre il disco e subito emerge l’ottimo lavoro d’insieme, che convince appieno anche senza mostrare momenti individuali particolarmente interessanti. Il punto di forza del brano appare proprio il voler creare un suono compatto e scevro di ogni eccesso strumentale. Un mattino si presenta intensa e ben dosata tra momenti soffusi (la prima parte) e maggiormente viscerali (la parte finale) in cui spicca la voce sofferta di Piero Bianco, carismatico e capace di ricordare in alcuni passaggi la rabbia di Alvaro Fella dei Jumbo.Toni da ballata per Hai vinto tu, con la voce di Bianco sostenuta dalle tastiere di Mauro Pascal e dalla chitarra di Causin che nel finale esegue anche un’ interessante solo, primo vero momento solistico del disco. Le successive Lo specchio e Vieni, dai mettono in mostra il lato più rock del gruppo. Lo specchio, pur non convincendo totalmente, mette in evidenza il grande lavoro della sezione ritmica, mentre Vieni, dai sembra un vero e proprio omaggio, sia musicale che testuale, ai Garybaldi di Nuda. Il lato B si apre con Avessi un paio d’ali, delicata ballata di grande semplicità che sembra scritta apposta per esaltare le qualità interpretative di Bianco che, a dire il vero, riesce ad esprimersi su ottimi livelli sia in brani come questo sia in pezzi più tirati e ruvidi. Vicino alla P.F.M. di Suonare Suonare, la successiva Fermatevi un po’, che però non lascia grandi segni. Molto più interessante Deserto, decisamente fresca e vigorosa, giocata nuovamente sulla grande partecipazione collettiva del gruppo, un momento d’insieme che spinge, questa volta, il brano in direzione decisamente progressiva. LP chiuso da Coming with a traveling band, unico brano cantato in inglese ed energico omaggio del gruppo al rock blues, altra grande passione del bravo Causin. Autoanalisi non è sicuramente un capolavoro o un disco memorabile ma è ben fatto perché ricco di pathos e di cuore, dove emerge la grande passione, oltre che la qualità, dei singoli musicisti per suoni di un passato non così lontano. Inoltre i veneti hanno il merito di aver provato ad emergere in un contesto musicale ormai differente da quello di qualche anno prima e le difficoltà risultavano sicuramente ampliate. Peccato non essere riusciti a creare più nulla, ma, come ho già detto, chissà quante band... (Luigi Cattaneo)
 
Autoanalisi (Video)
 
  

sabato 15 giugno 2013

CAMELIAS GARDEN, You have a Chance (2013)


La Fading Records, pur se etichetta ancora giovane e da poco in pista, dimostra di avere ad ogni uscita le carte in regola per stabilizzarsi con decisione all’interno del sempre più popolato progressive italiano e non solo. D’altronde essere una costola della già affermata Altrock vorrà pur dire qualcosa. Quindi dopo band celebrate per esordi di spessore come Sanhedrin, Ciccada o Ske (giusto per citarne qualcuna) il catalogo si arricchisce con questi Camelias Garden, segno di un sottosuolo sempre più vivo e fervido di immaginazione. La stessa che utilizzano i romani per l’esordio You Have a Chance, in cui si ritrovano le sensazioni già vissute per gruppi storici del prog come gli Acqua Fragile e i Camel o altri più attuali come La Maschera di Cera, gli Hostsonaten e il progetto Cavalli Cocchi-Lanzetti-Roversi. La band, nata da un’idea del polistrumentista Valerio Smordoni, si è ampliata e ha di conseguenza incluso diverse influenze che sono vive, presenti, ma che non diventano preponderanti l’una sull’altra. Folk progressivo pieno di grazia e sensibilità che davvero non fa pensare ad un gruppo di esordienti, vista la maturità con cui è stato inciso. Appaiono pregevoli il lavoro di Manolo D’Antonio, che con la sua chitarra acustica tratteggia buona parte delle tracce e quello di Smordoni, che con le sue tastiere vira in territori vintage, in special modo quando utilizza il Minimoog, come nella parte strumentale di The Remark, un omaggio alla P.F.M. e al suono d’annata di Flavio Premoli. Smordoni, factotum della band, oltre a essere un abile strumentista, si dimostra un cantante dotato di espressività e la sua voce si sposa più che bene con il clima che si respira lungo tutto il platter e inoltre i toni acustici che popolano il disco sembrano pensati apposta per la sua ugola. Basti ascoltare la delicata melodia di Knight’s Vow o la trascinante Mellow Days, bellissimo esempio di come si possa essere vintage pur mantenendo una certa freschezza, merito anche di capacità compositive indubbiamente di buonissimo livello. Tutto l’album è arrangiato in maniera accorta, studiate nei minimi dettagli appaiono le armonizzazioni vocali compiute dal gruppo e si denota una voglia di rimanere aggrappati al progressive senza forzare la mano verso suite e canoni prestabiliti, prediligendo un approccio più semplice ed immediato alla materia. You have a chance è un disco che non presenta novità stilistiche ma risulta comunque ricco di atmosfere sognanti, di brani dal sapore delicato e realmente intensi. Piccolo gioiellino. (Luigi Cattaneo)
 
Knight's Vow (Video)
 
               

mercoledì 12 giugno 2013

FEM, Epsilon (2012)


Forza Elettro Motrice. O più semplicemente FEM. In omaggio ad un periodo di nomi altisonanti, bizzarri e di suoni che ad oggi vengono etichettati come vintage. Delineata la cornice, il gruppo originario di Meda compone il quadro con un ep d’esordio, Epsilon, prodotto e distribuito in piena autonomia. E il risultato è un disco che nella sua breve durata mette in luce le passioni, le fonti da cui la band ha attinto, le sonorità e le strutture guida dell’iniziale percorso svolto dai FEM. E allora si sente l’eco di gruppi come PFM, New Trolls, Banco, Castello di Atlante, rivisitati con la loro sensibilità e il loro stile, proprio come hanno fatto complessi contemporanei (Torre dell’alchimista, Pandora, La Coscienza di Zeno). Se è vero che nulla di nuovo o particolarmente originale viene proposto è anche vero che i 3 brani presenti (più un introduzione) sono godibilissimi e non stancano anche dopo ripetuti ascolti. Le trame strumentali appaiono l’aspetto più curato del lavoro, soprattutto quelle del chitarrista Paolo Colombo e quelle tastieristiche di Alberto Citterio alle prese con pianoforte, Minimoog, Hammond e Mellotron. Buona l’esecuzione vocale di Giacomo Balzarotti, elemento che potrebbe fare la differenza in futuro, viste le troppe band che danno ancora poca importanza a quest’aspetto. Dei pezzi che compongono Epsilon il meglio riuscito è Noi, granelli di sabbia, ottimo esempio di prog sinfonico in cui ritroviamo tutti gli elementi tipici del genere. Le premesse fan ben sperare per un disco più corposo che i FEM a quanto pare hanno già in cantiere, un concept su un racconto del tedesco Kurd Lasswitz. In attesa magari di una distribuzione che possa dare maggiore visibilità al progetto. (Luigi Cattaneo)
 
Nel mezzo del cielo (Video)
 

domenica 9 giugno 2013

OXHUITZA, Oxhuitza (2013)


Oxhuitza (nome del sito archeologico di El Caracol, Belize) è il primo lavoro uscito per la nuova Mirror Records, etichetta costola della AMS/BTF che vede la direzione artistica di Fabio Zuffanti, che qui svolge con cura e attenzione il ruolo del produttore. Su queste pagine abbiamo già avuto modo di parlare di questo progetto strumentale di Luca Bassignani, bravissimo chitarrista di Massa Carrara, che arriva a questo piacevolissimo esordio facendosi coadiuvare da Rossano Villa, che sposta il sound verso lidi maggiormente tastieristici, colorando anche i tre brani già presenti sul demo di nuove e affascinanti sfumature. Non da meno la significativa presenza di Carlo Barreca (dai Fungus) al basso e al flauto, che aggiunge ulteriore colore alle già buone basi create dalla penna di Bassignani e la forza dinamica di Cristian Giannarelli alla batteria. L’album trasuda idee rifinite con un certo gusto e fuoriescono le diverse influenze che hanno portato alla realizzazione del disco. Sicuramente la presenza di Zuffanti e Villa assume un certo peso nella gestione e nella successiva creazione di un platter dove convivono la passione per l’hard prog nel tocco di Bassignani ma anche un incisivo carattere da jam band che può far pensare agli Ozric Tentacles, in special modo nelle parti più psichedeliche e visonarie. Gli Oxhiutza risultano però più immediati e meno cervellotici degli inglesi, grazie ad una scrittura fluida, fresca, in cui gli intarsi tra la chitarra di Bassignani e le tastiere di Gabriele Guidi (tratte dal demo e riutilizzate per l’occasione) e quelle di Villa (validissimo costruttore di melodie all’Hammond, al Mellotron, al Moog, al piano e al Fender Rhodes) sono sempre piuttosto evocativi. La capacità di mutare pelle è avvertibile nei passaggi jazzati o funky che sono presenti qua e là nei sei brani, sempre pensati ed eseguiti in maniera precisa e discretamente raffinata. Non mancano inoltre momenti più tipici del prog sinfonico e altri ascrivibili alla fusion, per un risultato finale suggestivo e indubbiamente interessante. Buona la prima per questo nuovo nome del prog tricolore, ora è lecito aspettarsi, partendo da qui, ulteriori sviluppi creativi. (Luigi Cattaneo)
 
Mano di Luna (Video)
 
 

sabato 8 giugno 2013

JACOPO PIERAZZUOLI & THE KING OF FIRE, Live at Spazio Sunomi (7/6/2013)


Il piccolo ma confortevole Spazio Sunomi di Via Popoli Uniti, attento circolo culturale nel cuore di Milano, sta dando sempre più spazio al jazz e questa volta a calcare il palco del locale è Jacopo Pierazzuoli con i suoi King of Fire, freschi di pubblicazione con Almost Jazz per la Dodicilune. L’occasione di poter presentare il disco dinnanzi ad un pubblico attento viene colta e sfruttata alla perfezione dai musicisti. Il loro è un jazz che si contamina, che parte da quella forma musicale ma si sporca strada facendo per via di un approccio fisico, profondamente energico, soprattutto nelle ritmiche rock della batteria di Pierazzuoli e del contrabbasso spesso martoriato dalla bravissima Silvia Bolognesi. Un’anima jazz rock, quasi hard in alcuni passaggi, che si stempera negli interventi lievi, efficaci e lirici di uno straordinario Achille Succi al sax alto e al clarinetto basso e nei vocalizzi ispirati di Carlotta Limonta che si innestano su un impianto figlio di improvvisazione, contemporaneità e libertà compositiva. Nel live si esaltano ancor di più la verve e la forza dell’impianto che si inerpica su ritmiche dispari, dissonanze e momenti free, pur non perdendo mai di vista la via della comunicabilità, elemento comunque piuttosto marcato e che permette di raggiungere anche il pubblico meno conoscitore di certi suoni. Un’ora di musica potente, suggestiva e intrigante (nonché intricata). Da tenere d’occhio per il futuro sia lo sviluppo del progetto King of Fire sia lo spazio Sunomi, che ha le carte in regola per poter diventare uno dei poli culturali di una Milano che non si arrende al degrado della cultura e dell’arte. (Luigi Cattaneo, Chiara Paglialunga)
 
Almost Jazz (Video)
 
 
 
 

giovedì 6 giugno 2013

EXPLORER, Sunrise (1993)


A nome Explorer uscì nel 1993 questo disco che in realtà celava un nuovo progetto da parte di Gianluigi Cavaliere, già mente dei mai troppo conosciuti Eneide, gruppo attivo nella prima metà degli anni ’70 a Padova e dintorni. Dopo quella breve avventura Cavaliere ha per anni fatto il fonico e si era costruito un proprio studio di registrazione in un casolare dove potrebbero essere nati i brani di questo Sunrise. Le composizioni qui presenti sono state scritte, arrangiate e prodotte dal duo Gianluigi Cavaliere - Andrea Conenna, con il primo a districarsi tra tastiere, chitarra midi e bandoneon elettronico e il secondo ad occuparsi della chitarra elettrica e midi. Che non si tratta di un disco di rock progressivo lo si capisce già dall’iniziale Barna, che avvolge l’ascoltatore per tutta la sua durata grazie al suono delle tastiere e del bandoneon con cui Cavaliere crea melodie semplici ma ricche di pathos che vengono sostenute dal tocco leggero della chitarra di Conenna. La successiva Sombra de luna è un brano lineare e piuttosto monotono, Cavaliere sforna una melodia gradevole ma senza mordente a cui fa eco la chitarra di Conenna che risulta decisamente più interessante ma martoriata dall’accompagnamento fastidioso di una batteria elettronica. Rain è sporcata da un suono figlio diretto degli anni ’80 (vedi effetti creati dalle tastiere elettroniche) su cui Conenna esegue un lungo solo che, però, non brilla particolarmente per originalità. In Femmes i due creano una sorta di dialogo tra la chitarra e la tastiera: al solo delicato di Conenna risponde la suggestiva melodia del bandoneon di Cavaliere e se non fosse per quel suono di batteria sempre così freddo e calcolato il brano sarebbe davvero ottimo. Chiude un ipotetico lato A Paris Blue minor, che però non aggiunge molto a quanto proposto finora dal duo, sempre molto attento a sviluppare melodie piacevoli e di facile ascolto ma anche poco coinvolgenti, soprattutto se, come in questo caso, si decide di utilizzare pochissimo le doti sin qui convincenti di Conenna. Il lato B si apre con Rosa Fantasea ma la musica, è proprio il caso di dirlo, non cambia. Cavaliere con le sue tastiere domina lungo tutto il brano creando però linee melodiche piatte e senza spunti degni di nota. Si tenta anche la carta del ritornello suonato ma il risultato è scialbo. Leggermente meglio Softly as in a morning star scritta da S. Romberg e O. Hammerstein (si tratta di un pezzo suonato anche da nomi noti del jazz come Sonny Clark o Eric Dolphy), anche se la traccia pur se ben suonata risulta priva di fantasia e risente ancora di certi suoni tipici degli anni ’80, che affossano un intero disco già non trascendentale di suo. Colpo d’ali con Tank you Astor che convince con il suo sapore malinconico e le orchestrazioni gestite in maniera accurata e mai invadente, anche se purtroppo Conenna viene ancora utilizzato pochissimo e solo per sottolineare ulteriormente la drammaticità del pezzo. Peccato perché si ha l’impressione che almeno certe composizioni con un pizzico di coraggio in più e un attenzione maggiore alla costruzione finale e all’arrangiamento potevano risultare decisamente interessanti. Nulla aggiunge la breve Pinù, mentre l’ultimo brano, Navi, è la composizione più legata alla New Age di facile consumo, con tanto di onde e gabbiani in sottofondo! Appare evidente ascoltando con attenzione l’album che non si discutono le capacità tecniche dei due musicisti (pur non trovandoci di fronte a nulla di incredibile) quanto più quelle compositive. La sensazione è di una musica da sottofondo tanta è la sua semplicità e questo non può che suscitare rammarico in me viste le aspettative che riponevo in questo progetto “nascosto” di Cavaliere che, pur non avendo mai scritto pagine memorabili si era distinto con gli Eneide in un album perlomeno interessante, quel Uomini umili popoli liberi  del 1972 in linea con quanto avveniva in Italia e oggi disco potenzialmente da riscoprire. (Luigi Cattaneo)

 
 

lunedì 3 giugno 2013

FUSCH!, Mont Cc 9.0 First Act (2013)


Seconda uscita per i bergamaschi Fusch! (dopo il già interessante Corinto del 2011) che tornano con un disco molto breve (25 minuti circa) che però va inquadrato all’interno di una trilogia che si concluderà nel 2014. Mont Cc 9.0 First Act raccoglie quanto già espresso in precedenza ma si spinge oltre, in direzione di una psichedelia acida e fieramente violenta. La Jestrai Records, etichetta divulgatrice di materiale spesso poco convenzionale, questa volta ha dato l’opportunità ai Fusch! di intraprendere un discorso in cui trapelano influenze settantiane e non solo. I brani di questo primo atto risultano oscuri, visionari, vicini in alcune cose alla dark wave dei primi Siouxie and The Banshes, permeati dai synth di Maria Teresa Regazzoni (anche voce del gruppo) e dal muro di suono offerto dalla chitarra di Mario Moleri. Un trip che vive i suoi momenti migliori quando l’assalto si confonde e si stempera nei suoni vintage dell’hammond o in quelli della tromba di Pier Mecca (Sbando alle mancerie o la lunga Catherine Deneuve) che creano un eccitante flusso sonoro psichedelico e magmatico. I Fusch! condiscono il tutto con un attitudine stoner che può richiamare alla mente i grandi Kyuss o i più recenti Queens of the Stone Age, soprattutto nelle dinamiche che si instaurano tra il basso di Alessandro Dentico e la batteria di Pier Mecca. Funzionano anche Broken T-Shirt, strutturata su ritmiche sostenute e la chitarra penetrante di Moleri e Cosmogenesi 9.0, notturna e inquietante traccia caratterizzata da un crescendo psicotico ossessivo e pieno di riverberi dark wave. Tante le idee che emergono da Mont Cc 9.0 First Act, un album immediato, roboante e ipnotico, pensato probabilmente anche per essere eseguito in sede live, vista la tanta energia che riesce a sprigionare. Un buon apripista per il capitolo successivo di questo trittico che dovrebbe vedere la luce ad ottobre 2013. (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito è possibile ascoltare l'intero Mont Cc 9.0 First Act
 
 
          



sabato 1 giugno 2013

CONCERTI DEL MESE, Giugno 2013

Sabato 1
·AltrOck/Fading Festival Milano (Casa di Alex)
·OAK Roma
·Roccaforte Prato Sesia (NO)
·Tugs Livorno (Cavern)
·Methodica Padova (Teatro Geox Opening di Joe Satriani)

Domenica 2
·AltrOck/Fading Festival Milano (Casa di Alex)
·Lagartija a Fiorenzuola d'Arda (PC) Parco Lucca ore 16.00

Mercoledì 5
·The Pretty Things Bologna (FreakOut Club)

Giovedì 6
·Greenwall Roma
·The Pretty Things Trebaseleghe (PD)
·Roberto Cacciapaglia Merate (LC)
·Sandcastle Bergamo (Druso Circus)
·Taproban Roma

Venerdì 7
·Anyway Torino
·Ubi Maior Cesano Maderno (MI)
·The Pretty Things Brescia (Parco Castelli)
·Inter Nos S. Michele al T. (VE)

Sabato 8
·Roccaforte Alessandria (Notte Bianca)
·Massimo Giuntoli Lainate Ariston Urban Center (MI)
·Ossi Duri Collegno (TO)

Domenica 9
·Sycamore Age Milano (Mi Ami Festival)
·The Former Life Vittorio Veneto (TV)
·Giardini di Mirò Milano (Mi Ami Festival)

·Platonik Drive Milano (Mi Ami Festival)

Lunedì 10
·Patrizio Fariselli Milano

Martedì 11
·Former Life + Alex Carpani Fasano (BR)

Mercoledì 12
·Aldo Tagliapietra Fasano (BR)

Venerdì 14
·Roccaforte Oviglio (AL)
·Ainur Grugliasco Teatro Le Serre (TO)

Sabato 15
·Flower Flesh Garlenda (SV)


Lunedì 17
·Alex Carpani Bologna
·Ian Anderson Grugliasco (TO)

Martedì 18
·Ian Anderson Villafranca (VR)

Giovedì 20
·Ian Anderson Roma
·Camelias Garden Forum Sporting Center Roma
·Slivovitz Giardino dell'Institute Francais Napoli


Venerdì 21
·Lingalad Tavernola Bergamasca (Chiesa S. Rocco)
·Greg Lake Palazzo Ducale Genova
·Plurima Mundi Martina Franca (Taranto)

Sabato 22
·Le Maschere di Clara S.Giorgio (VR)
·The Watch Bassano del Grappa (VI)
·Lingalad Zelo Buon Persico (Parco Villa Pompeiana)
·Roccaforte Alessandria
·Aelian Genova
·Prophexy Schio (VI)
·Omaggio Demetrio Stratos Castel di Tusa (ME)
·Arturo Stalteri Centro Sociale Catomes Tot Reggio Emilia

Domenica 23
·Camelias Garden, Ingranaggi della Valle, Mauro Ciccozzi Trio Formello (RM)

Lunedì 24
·Osanna & Banco del Mutuo Soccorso Roma

Martedì 25
·PFM & Museo Rosenbach Roma
·Dèmodè Ristorante Gnagne Sese Udine

Giovedì 27
·Psycho Praxis Palazzo del Broletto Brescia
·Sycamore Age Padova
·Heretic's Dream Jailbreak Roma

Venerdì 28
·Area Foresto Sparso (Bergamo)
·Le Maschere di Clara Villafranca (VR)
·Sycamore Age San Giovanni Lupatolo (VR)
·Camelias Garden Circolo Ricreativo Caracciolo Roma

Sabato 29
·Atoll Veruno Auditorium (Novara)
·Le Maschere di Clara Peschiera (VR)
·Roccaforte Wild Horse Masio (AL)
·Mike Stern Piazza della Riforma Lugano
·Il Giardino del Mago Piazza Pretorio Buggiano (PT)

Domenica 30
·NewVintageProgFest Morlupo Roma
·Sycamore Age Levane (AR)
·Roberto Cacciapaglia Sala Buzzati Milano
·Riccardo Zappa Villa Brandolini Pieve di Soligo (TV)
·Camelias Garden Villaggio Cultura Roma
·James Senese & Napoli Centrale Pomigliano D'arco (NA)