giovedì 12 agosto 2021

VODA, Amphibia (2019)

 

Ci siamo occupati dei polacchi Voda (Radek Kopec alla chitarra, alla voce, ai synth e al pianoforte, Dawid Wolczasty al basso e Michal Obrok alla batteria) in occasione dell’ultimo Parallaxis, sontuoso live album pubblicato nel 2020, e oggi facciamo un passo indietro andando a parlare di Amphibia, secondo lavoro della band uscito nel febbraio del 2019. Chi conosce già la band sa perfettamente quanta potenza e attitudine ci sia nel rock venato di blues del power trio, una sequela di idee al servizio di brani eccezionali come Turnin’ Around e Modern D-Grayed, le prime due perle di questo lavoro. Solide anche le seguenti Nine lives e la strumentale Tiptoes, prima della brillante verve di Powerfool e di Empathy, traccia dalla frizzante trama melodica. La breve title track anticipa la prorompente Real, mentre Old town con i suoi sei minuti chiude in maniera ottima un disco ricco di sano groove. (Luigi Cattaneo)

Turnin' Around (Video)



lunedì 9 agosto 2021

DONATELLO D'ATTOMA, Oneness (2020)

 

Dopo il conseguimento del diploma in Organo e composizione organistica al conservatorio di Monopoli (BA) e la laurea in Musicologia presso la Facoltà di Musicologia di Cremona, Donatello D’attoma inizia un percorso di formazione sul jazz dapprima a Cremona con Roberto Cipelli e in seguito, a Torino, con Dado Moroni, Furio di Castri ed Emanuele Cisi. Nel 2010 produce il suo primo disco Logos per l’etichetta Pus(H)In Records. Segue un’intensa carriera concertistica in Italia e all’estero, in particolare in Francia, Germania, Russia e Polonia, collaborando con grandi musicisti italiani e stranieri tra cui Marco Tamburini, Giovanni Falzone, Amedeo Ariano, Bjorn Vidar Solli, Vladimir Kostadinovic, Hikari Ichihara, Domenico Caliri, Robertinho De Paula. Oneness, uscito nel 2020 per Dodicilune, è il suo quinto lavoro, registrato insieme ad Alberto Fidone (contrabbasso) e Enrico Morello (batteria), album che mostra la grande cultura di Donatello, che spazia da temi legati alla tradizione del genere a quelli di matrice europea e italiana. Difatti Fluorescent light e la title track, poste ad inizio disco, fanno pensare all’arte, delicata e umana, di Luca Flores, con un tocco di musica da camera che si percepisce qua e là durante l’opera. La grande simbiosi del trio ci porta in dono Crazy elevator (Collision point), altro momento sviluppato con coralità dai musicisti, prima di Vortex of light particles e Mare bianco, tra Bill Evans, Bud Powell e Thelonious Monk, riferimenti immortali omaggiati senza divenire specchio riflesso di un suono ancora oggi ricco di fascino. Il jazz dei ’50, il Be Bop ma anche un certo classicismo, collante e fondamenta delle matrici qui erte dal pugliese, che con Clarity e l’atmosferica Purple sunset conferma un’estetica vicina a quella di Gabriele Bulfon e Dario Yassa, contemporanei e autori di prove sempre convincenti. La chiusura di Coming on the Hudson è il tributo finale a Monk, conclusione di un ritorno importante, sostanzioso e che pone D’attoma come una delle realtà del jazz italiano da seguire con maggiore curiosità. (Luigi Cattaneo)

Oneness (Video)



sabato 7 agosto 2021

CESSPOOL OF CORRUPTION, Eradication of the Subservient (2016)

 

Uscito originariamente in forma autoprodotta nel 2016, Eradication of the subservient è il primo ep dei texani Cesspool of Corruption, ristampato sul finire del 2020 dalla Gore House Productions di Los Angeles. La musica del quartetto formato da Matt Leach (chitarra), Blake Humphrey (chitarra e voce), Mike Leach (basso e voce) e Brennan Shackelford (batteria) è un concentrato violentissimo di brutal e death metal tecnico, tra Suffocation, Abysmal Dawn e The Black Dahlia Murder. Ubiquitous presence apre le danze in maniera claustrofobica e pesantissima, un’aggressione che si stempera in alcuni momenti leggermente più ragionati, ma che non fanno perdere un’oncia di malignità alla band. Ritmiche solidissime e linee di chitarra molto interessanti e a tratti melodiche segnano Technological enslavement e Emergence of truth, accattivanti pur muovendosi in un ambito greve e oscuro, serrato e decisamente brutale. La title track mette insieme classico death metal americano con vagiti thrash, ennesima prova feroce e tecnica, mentre la chiusura di Humanoid in form è un lungo viaggio di 9 minuti circa, sapientemente costruito tra riff in odore di Necrophagist, soli fluidi e una struttura complessiva che può ricordare i Death, piccolo gioiellino di un esordio che farà felici gli amanti delle sonorità più estreme. (Luigi Cattaneo)

Technological enslavement (Video)



mercoledì 4 agosto 2021

MARBIN, Russian Dolls (2020)

 


Nuovo lavoro per i Marbin, trio attivo dal 2007 formato da Danny Markovitch (sax), Dani Rabin (chitarra e basso) e Antonio Sanchez (batteria, spesso presente nella band di Pat Metheny), che mette da parte in questi 35 minuti le pulsioni più aggressive della loro musica per sfoderare 35 minuti di grande jazz strumentale, velato di musica popolare israeliana e tango. La classe del gruppo di Chicago (molto conosciuto in patria soprattutto grazie al passaparola tra appassionati) si denota sin dall’iniziale When there becomes here, che sorprende per un approccio lieve, anche vintage nell’impostazione, ma assolutamente credibile, proprio come Yellow roman candles, che si fa più movimentata, aumentando il groove con il passare dei minuti. Ships at a distance sembra omaggiare gli anni ’20 e ’30 del genere, Years that answer e Things od dry hours confermano la centralità di Markovitch in questo disco, che guarda con occhi curiosi alla tradizione di Charlie Parker, Julian Adderley e Sidney Brechet, sfumata nell’innovazione di un approccio world affascinante. È lo stesso sassofonista a spiegare di seguito le origini dell’album: All'inizio della pandemia di Covid-19, mia moglie ha trovato un vecchio taccuino di musica mentre riordinava la casa, e al suo interno c'erano molte canzoni che ho scritto e che non ho mai avuto modo di usare. Discutendole con Dani Rabin, abbiamo deciso che c'era più che abbastanza sostanza nelle canzoni per fare un album utile, a patto di poter reclutare un grande batterista jazz, il che è un eufemismo quando si parla di Antonio. Il titolo dell'album si riferisce a un'idea di un saggio scritto da mia moglie, che è ucraina e ha diversi set di queste bambole russe che nidificano. Fondamentalmente, vede le bambole non come una famiglia, ma come una sola persona che accumula una collezione di sé. Come il nostro sé bambino e il sé adolescente e il sé universitario sono tutte persone diverse che vivono dentro di noi, il modo in cui le bambole vivono l'una dentro l'altra. Ho pensato che fosse un nome perfetto per l'album poiché le canzoni sono state scritte in momenti diversi della mia vita: due, cinque, dieci e persino vent'anni fa. Quando ho scritto ognuna di queste canzoni ero un musicista diverso: un ragazzino che aveva appena preso in mano il sassofono e ne stava diventando ossessionato; un soldato improvvisamente ispirato durante il suo fine settimana a casa dall'esercito; un nuovo immigrato negli Stati Uniti che vive a Chicago”. Insieme a Russian Dolls è possibile acquistare anche Ten years in the sun (solo guitar) dove Rabin fa sfoggio di tutte le sue grandi doti. Maggiori informazioni al sito https://marbinmusic.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)


martedì 3 agosto 2021

YAWNING MAN, Live at Maximum Festival (2021)

 

Bellissima operazione della nostrana Go Down Records, che ripropone in versione rimasterizzata (sia in vinile che in cd) Live at Maximum Festival degli Yawning Man, storico trio formato da Gary Arce (chitarra), Alfredo Hernandez (batteria, ex Kyuss e Queen of the Stone Age) e Mario Lalli (basso). La performance dal vivo della band risale al 2013, anno in cui i californiani arrivarono in Italia con la formazione storica, quella che nel lontano 1986 iniziò a muovere i primi passi nella scena psichedelica stoneriana americana. Secondo Brant Bjork (Kyuss, Fu Manchu) gli Yawning Man erano la desert band più assurda di tutti i tempi. Ti bastava essere lassù, nel deserto, con tutti gli altri ed apparivano loro, sul loro furgone, tiravano fuori la loro roba e la montavano proprio nell'ora in cui il sole calava, attivavano i generatori, a volte potevano stare semplicemente lì a bere birra. Altre volte era uno spettacolo; altre volte ancora si creava un ambiente intimo. Era tutto molto casuale e rilassato. La gente stava lì a sballarsi, e loro continuavano a suonare per ore. Sono la più grande band che abbia mai visto!

L’importanza storica di questa cult band viene certificata dalla cover di Catamaran che nel 1995 i Kyuss inseriscono in And the circus leaves town, caso unico di gruppo omaggiato senza che abbia pubblicato nulla di ufficiale (se non due demo tape). Difatti solo nel 2005 gli Yawning Man esordiscono con Rock formations, iniziando a suonare in giro per l’Europa e ad acquisire una fan base che sono certo accoglierà con gioia questo memorabile documento. 7 brani strumentali dove il power trio dà sfoggio di un suono stratificato, desertico e psych, figlio di variabili elettriche imponenti come un treno in corsa. L’ipnotica Rock formations apre il set, prima delle magiche evocazioni di Far-off Adventure e Stoney lonesome, mentre Manolete e Dark meet sono lì a ricordare il perché dell’influenza del gruppo sui musicisti stoner degli ultimi 25 anni. Imperdibile. (Luigi Cattaneo)

Full Album Video



QUADRI PROGRESSIVI, Pink Floyd at Marquee March 15th 1966

 

Pink Floyd appeared at the Marquee Club in London in 1966. It was at this show that future co-manager Peter Jenner saw the band live for the first time, and later that year, the band signed a management contract with Jenner and Andrew King. And the rest, as they say, is history. (fonte steffichfineart.com) 

Il poster originale della serata è stato rivisto da Lorena Trapani, che ne ha fatto una sua versione su carta, attraverso una tecnica mista di matite colorate ,colori acrilici e china. L'ennesimo omaggio che arricchisce la galleria della sezione Quadri.

lunedì 2 agosto 2021

CASSANDRA'S CURSE, Groom Lake - Act 1 (2019)

 

Primo album per i Cassandra’s Curse, band di Dallas formata da Charan Spida Fingaz (voce, chitarra e basso) e Kelley Raines (tastiere), duo che nei cinque brani presenti in questo Groom Lake – Act 1 si fa accompagnare da una serie di musicisti scelti per l’occasione. Il disco è il classico album a forma di concept, con i lunghi pezzi proposti legati tra loro da brevi intermezzi funzionali al racconto, uno script legato alla storia dell’Area 51. Progressive e fantasy si fondono in un’atmosfera tipica del genere, con Labyrinth apripista e saggio della bravura degli americani nell’alternare parti heavy e passaggi melodici, una costruzione sapiente che ricorda le evoluzioni dei Threshold e a cui partecipano Buddy Griffin alla batteria e Canyon Kafer al basso. Anche Flight evidenzia come la band prediliga ampie strutture dove muoversi con ambivalenza, tra riff saturi ed escursioni tastieristiche space, prima di Defiance, che ha un’attitudine piuttosto metal prog, con frangenti al limite del thrash e un’ottima prova di Raines (in entrambi i brani troviamo Rishab Thadani alla batteria). Weapons of mass dominance è una solenne marcia, oscura e pesante, mentre il finale di 1947 sembra guardare maggiormente ai Dream Theater, anche se il gruppo appare come uno dei punti di riferimenti generali dai texani (composizioni dove la sezione ritmica è affidata a Nicholas Burtner alla batteria e Gary Sanders al basso), conclusione di un lavoro interessante e che lascia ben sperare per una seconda parte ancora più avvincente. (Luigi Cattaneo)

1947 (Video)



mercoledì 28 luglio 2021

GABRIELE BULFON, Quantum Mechanics (2016)

 


Ci siamo occupati di Gabriele Bulfon qualche mese fa, parlando di Exoplanets, disco uscito sul finire del 2020. Ora facciamo un passo indietro e andiamo a recuperare, vista anche la bontà della proposta, Quantum mechanics, esordio del 2016 dove Bulfon (piano) veniva accompagnato da Franco Avalli (bassista conosciuto per la sua militanza negli Adramelch) e un notevole trio di batteristi che si alternano nei vari brani, l’immenso Walter Calloni, il bravissimo Andrea Bruzzone e Stefano Bagnoli, musicista dal curriculum infinito (Joe Lovano, Uri Caine, Paolo Fresu, giusto per citarne qualcuno). Entanglement e Theory of everything ci catapultano nella musica di Gabriele, che si muove sicura sulla linea tracciata da Bill Evans e Chick Corea, rispettando gli stilemi di un movimento codificato che viene ammantato di brio e vivacità, come accade in The observer e L.H.C.. Missing baryons ha le stigmate della soundtrack immaginifica, le due parti di Duality formano una piccola suite elegante e raffinata, mentre Dark matter ha connotati di suspense ben calati nel contesto jazz in cui si muove. Questo debutto mostrava tutta la qualità della musica composta da Gabriele, suonata con gusto da musicisti di enorme spessore tecnico, attitudini rispettate anche nel seguente Exoplanets. Entrambi gli album sono acquistabili dal sito https://gabrielebulfon.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)

lunedì 26 luglio 2021

IL WEDDING KOLLEKTIV, Brodo (2021)

 


Il Wedding Kollektiv nasce da un’idea di Alessandro Denni (synth e drum machine), conosciuto per la militanza in Gronge, Sona e Goah, formazioni dove l’autore si muoveva tra jazz, wave, alternative ed elettronica, peculiarità che troviamo anche in Brodo, ep d’esordio di questa nuova creatura. Insieme a Denni abbiamo Tiziana Lo Conte alla voce (anche lei Gronge e Goah ma pure Roseluxx), Claudio Moneta alla chitarra (Roseluxx, Gronge), Inke Kohl al violino e al sax (Gronge), Chiara Iacobazzi alla batteria, Federico Scalas al basso e al violoncello e Stefano Di Cicco alla tromba. Ipersfera relazionale mostra già la particolarità della proposta, tra synth wave, inquietudine dark ed elettronica, prima di Ciò che resta del fuoco e L’astronomo, suggestivi episodi in cui spoken word, cantautorato e new wave si incrociano mirabilmente. L’insieme delle esperienze di Denni sono il background di un lavoro tanto breve quanto ragionato, con Sabato 16 giugno e A proposito del tuo candore che completano un primo passo decisamente interessante e curioso. (Luigi Cattaneo)


sabato 24 luglio 2021

SRDJAN IVANOVIC BLAZIN' QUARTET, Sleeping beauty (2021)

 

Quarto disco in studio per il Blazin' Quartet di Srdjan Ivanovic, batterista e tastierista che per il nuovo Sleeping beauty si è fatto accompagnare da Andreas Polyzogopoulos (tromba), Federico Casagrande (chitarra), Mihail Ivanov (contrabbasso) e dallo special guest Magic Malik (flauto). Dopo una breve parte introduttiva, la title track spalanca le porte del lavoro, con la presentazione di Casagrande, novità nella musica di Ivanovic, che non dimentica di sottolineare l’importanza dei fiati nella costruzione delle dinamiche esposte. Srdjan è abile scrittore e mette le sue importanti doti al servizio di brani suggestivi e fantasiosi, con tanto di omaggio a Ennio Morricone in The man with the harmonica e A l’aube du cinquième jour (gott mit uns), un lavoro d’equipe che emerge con chiarezza anche nella lunga Guchi e nella brillante Rue des balkans, dove il jazz della band è portavoce di un’emozione corale, sincera e profonda. La natura immaginifica della creatura di Ivanovic si nutre di estro e ingegno, sfaccettature free, atmosfere mediterranee, pulsioni prog, il tutto animato da curiosità e spirito creativo, segni distintivi dell’ennesimo ottimo album targato Moonjune Records. (Luigi Cattaneo)

The man with the harmonica (Video)



mercoledì 21 luglio 2021

ESTENSIONI JAZZ CLUB DIFFUSO

 

Estensioni - Jazz Club Diffuso: al via la nuova rassegna organizzata da Slou Società Cooperativa, tra Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia

Estensioni Jazz Club Diffuso è il nome della nuova rassegna organizzata da Slou Società Cooperativa, realtà nata nel 2020 dall’unione di alcuni professionisti dello spettacolo tra Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna.

Il progetto è frutto di una riflessione nata dagli eventi dell'ultimo anno di pandemia che hanno portato a ripensare gli spazi dedicati alla musica e di conseguenza l’approccio alla programmazione. Il jazz club è da sempre uno dei momenti chiave nella formazione e nella nascita di questo genere musicale e delle culture a questo collegate, il ruolo di aggregazione sociale e di sperimentazione creativa. La sfida è portare questa formula lontano dai centri urbani, e presso un pubblico che non ha storicamente avuto occasione di vivere queste esperienze nel proprio territorio.

Una programmazione che si svolgerà geograficamente lungo terre di confine storico, culturale, etnico e anche religioso  che esplorerà diverse anime e sonorità del jazz, in dialogo con musica elettronica, classica, contemporanea, folk, world music e altro ancora.
Le località scelte sono zone di confine, collegate da tracciati percorsi dall'uomo sin dai tempi più remoti e che si sovrappongono sia con la "via dell'ambra" che collegava il Baltico allAdriatico, sia con le antiche strade romane (la Via Annia, per esempio, che dal confine con la Slovenia giungeva sino alla laguna e si collegava con la Romea Strata che conduceva alla capitale).

L’anteprima si è svolta a Schio: in collaborazione con "A Love Supreme, festival di musica improvvisata diretto da Francesco Cigana, con il patrocinio e il supporto del Comune con tre date che hanno visto protagonisti Marco Colonna, Luca Perciballi e Virginia Sutera.

La parte successiva della programmazione si svolgerà presso il Forte Col Badin, edificio militare italiano risalente alla Prima Guerra Mondiale che ospita anche un museo, situato nel comune di Chiusaforte, in provincia di Udine, nella zona delle Alpi Giulie e si aprirà venerdì 23 luglio con un viaggio alla ricerca delle radici del blues con Autostoppisti del Magico Sentiero, progetto musicale friulano con due album all’attivo, con suggestioni letterarie che vanno da Bruce Chatwin a Pasolini. Sabato 24 luglio è la volta del concerto di Alfio Antico, maestro dei tamburi siciliani ed unico erede di un’antica tradizione, accompagnato da un musicista della nuova generazione, il figlio Mattia, con corde e strumenti elettronici, per uno show futuristico ed ancestrale allo stesso tempo.

Si proseguirà poi Venerdì 13 agosto con il progetto formato da musicisti della nuova generazione del jazz italiano che nel corso degli anni si sono costruiti una solida reputazione: il Dalai Trio, con Mirko Cisilino, trombettista (già al fianco di Franco D’Andrea), Marzio Tomada al contrabbasso e Emanuel Donadelli alla batteria.

Il sentiero che porta al forte ospiterà la mostra fotografica “Jazz A Perdere”  a cura di Luca A. d’Agostino con scatti realizzati nel corso di festival ad alcuni dei più importanti musicisti del mondo, stampati su carta ecologica ed esposti alle intemperie, per sensibilizzare il pubblico su tematiche ambientali e sull’importanza del ruolo di aggregazione svolto dalla musica e dal jazz, in particolare e sulle potenzialità che questo potrà avere in fase di ripartenza per essere di nuovo centrale nell’aggregazione, anche intergenerazionale.

La direzione artistica di Estensioni Jazz Club Diffuso è a cura proprio di Luca A. d'Agostino, giornalista, fotografo con un’esperienza più che trentennale nel mondo del jazz.

Il progetto prosegue nell'attività di Estensioni, manifestazione nata nel 2015 all’interno del festival Music In Village, organizzato a Pordenone dall’Associazione Complotto Adriatico come sezione dedicata ad altre forme artistiche, tra jazz, musica classica contemporanea e musica elettronica, al di fuori del territorio di Pordenone e di spazi abitualmente pensati per lo spettacolo. Questo percorso ha portato nel corso degli anni ad esplorare nuove forme di intrattenimento musicale, con concerti a "basso impatto”, ambientale ed acustico, realizzati nelle zone della Laguna di Marano (UD) e in boschi planiziali della bassa pianura friulana fino a Muggia, oltre ad eventi in contesti più tradizionali come auditorium o gallerie d’arte.

Info Estensioni JazzClub Diffuso: estensionijazzclub@gmail.com

Link: https://www.slou.it/produzioni/

Prevendite su www.dice.tv

inizio concerti - ore 19.30

LInk prevendita :

Autostoppisti Del Magico Sentiero

Alfio Antico

 

UFFICIO STAMPA: www.slou.it

 

EGIDIO MAGGIO, One for all, all for one (2019)

 

Uscito nel corso del 2019, One for all, all for one è il secondo lavoro di Egidio Maggio, funambolico chitarrista di cui avevamo parlato ai tempi di Me, esordio del 2015. Il pugliese si fa accompagnare in questa ultima fatica da Felix Di Turi (batteria), Angelo Nigro (tastiere) e Giovanni Zaccariello (basso), musicisti preparatissimi che hanno sostenuto le evoluzioni strumentali della proposta, tra fusion, jazz rock e progressive. Taras segna subito il passo, mostra la grandissima qualità di Maggio, attento anche alla costruzione di brani scritti ottimamente, un songwriting minuzioso che si conferma tale nella title track e in Tiz, primo momento dove Egidio rallenta, mettendo in luce vari aspetti del suo songwriting. Illegal è un ottimo momento, parecchio complesso e molto stratificato, Creo guarda più alla fusion di grande classe, prima di In the night, altro lungo brano spinto da spunti melodici invidiabili e che vede l’apporto di Domenico Longo al violoncello. È proprio questa cura a fare di One for all, all for one un lavoro brillante e ricco di pathos, la volontà di non soffermarsi solo sul virtuosismo, quanto di amalgamarlo all’interno di strutture pensate per essere comunicative, per arrivare al cuore di chi ascolta. Si muovono lungo certe coordinate anche le restanti Rock on, brillante e vivace, l’articolata My land e la breve e delicata Simba, omaggio all’amico a quattro zampe di Egidio, chiusura di un ritorno fortemente consigliato a tutti i chitarristi ma anche a chi ama la musica strumentale. (Luigi Cattaneo)

Taras (Video)




martedì 20 luglio 2021

NINFEA, Ri-evoluzione (2021)

 

Terzo lavoro per i Ninfea, rock grunge band di Taranto prodotta da Max Zanotti (Deasonika, Casablanca), che con Ri-evoluzione si è cimentata in un concept sull’involuzione della società, sui rapporti sempre più mediati attraverso un uso distorto della tecnologia, dei social e sulla necessaria rivoluzione emotiva da affrontare. Il trio (Alessio Ligorio voce e chitarra, Francesco Lanzo alla batteria e Alessandro Martina al basso) parte subito forte con Rocket evolution, apertura dove troviamo la voce introduttiva di Pino Scotto, uno dei probabili riferimenti dei pugliesi, prima della vigorosa Generazione x e Sono virtuale, tra i pezzi più rappresentativi del racconto. Elettromagnetica ha un mood più meditato, complice anche il violoncello di Carla Milda, mentre Rumore e deserto torna a guardare al grunge dei ’90, sentiero su cui la band si muove con sicurezza assodata. Singolare Alieni nel tempo, con il gruppo che mette insieme vibrazioni rock e le dolci note del violino di Massimiliano Monopoli dei Plurima Mundi, il piano di Lorenzo Semeraro (anche lui dei Plurima Mundi) e l’ottima Milda ancora presente e attenta al dettaglio, situazione che si ripropone anche in Leda. Ominide ci riporta sul versante prettamente elettrico della proposta, Psicosi moderne è puntellata da riff e ritmiche compatte, il finale di Virus blues, dove Zanotti suona piano e synth, è la buona conclusione di un lavoro piacevole e sicuramente interessante. (Luigi Cattaneo)

Sono virtuale (Official Video)


  

sabato 17 luglio 2021

RAVEN SAD, The leaf and the wing (2021)

 

Quarto disco per i toscani Raven Sad, band formata da Samuele Santanna (chitarra), Fabrizio Trinci (tastiere), Marco Geri (basso), Francesco Carnesecchi (batteria) e Gabriele Marconcini (voce già di Biofonia e Merging Cluster), che continua nel suo evocativo percorso legato alla psichedelia floydiana ma anche al new prog di Marillion e Pendragon. La vera forza del quintetto è nel saper creare immagini, suggerire emozioni ed evocare luoghi e situazioni in cui smarrirsi, complice la scrittura sempre più collaudata di Santanna, veramente ispirato per tutto l’album, e la forza di testi mai banali e scontati, cantati con gusto dall’ottimo Marconcini. Non sono da meno le rifiniture di Trinci e le ritmiche sicure di Geri e Carnesecchi, ma è tutto l’impianto a funzionare splendidamente e a rendere The leaf and the wing un ritorno davvero suggestivo e armonioso. Il concept appare ben calibrato sin dalle prime note introduttive, che ci conducono alla malinconica The sadness of the raven, prima di City lights and desert dark, pezzo con echi di Fates Warning al suo interno. Commovente l’atmosfera che si crea in Colorbox, la strumentale Approaching the chaos cita con garbo i Goblin nel break pianistico, mentre Ride the tempest mostra una band matura e consapevole dei propri mezzi, raffinata ed elegante. La sognate Absolution trial e la conclusiva Legend #2 sono lì a confermare la cura verso il particolare posta da Samuele e da tutta la band, artefici di quello che probabilmente è il loro lavoro migliore e per quanto mi riguarda tra le punte del progressive italiano di questa prima metà del 2021. Per acquistare l'album (sia in digitale che nella versione fisica) potete visitare la pagina https://ravensadband.bandcamp.com/album/the-leaf-and-the-wing (Luigi Cattaneo)

The leaf and the wing (Full Album)



giovedì 15 luglio 2021

STRIX, Strix (2008)

 

Strix, dell’omonimo gruppo veneto, è un ep del 2008 (l’anno prima era uscito Abisso d’odio), uscito in 666 nerissime copie, oggi riproposto dalla Wine and Fog Productions (su concessione di Dolomia Nera) in 40 copie limited edition, che fanno giustizia al gelido black metal del quintetto formato da Umbra (chitarra), Anxius (basso), Khamul (chitarra), Murmur (batteria) e Rex Noctis (voce).  Le liriche in italiano emanano un senso di angoscia lacerante, con lo scream di Rex Noctis accompagnato da chitarre penetranti e ritmiche inesorabili, già a partire dalla cadenza di Sepolto all’ombra della luna, che pone le basi per un viaggio oscuro e malinconico. La feroce title track non lascia scampo e nessuna speranza all’ascoltatore, tra assalti brutali e sottili pennate melodiche, prima che le tenebre ci avvolgano del tutto con Il trionfo della nera fiamma, dove pare di sentire il viscerale approccio dei Darkthrone alla materia. L’old school dei bellunesi funziona, complice anche la breve durata del lavoro, poco meno di venti minuti che si concludono con la spettrale … E fu il destino di un’anima mortale, epitaffio di un disco che cita Goethe, Eraclito e Lucrezio e volge lo sguardo a tematiche legate alla stregoneria e al folklore del Nord-est italiano, sintesi di un percorso dove non mancano riferimenti anche ai primi Emperor e a Nargaroth. (Luigi Cattaneo)

Sepolto all'ombra della luna (Video)



martedì 13 luglio 2021

SILENZIO PROFONDO, Ritornato dall'incubo (2020)

 

Uscito nel 2020, Ritornato dall’incubo è l’ultimo lavoro dei mantovani Silenzio Profondo, band formata da Maurizio Serafini (voce), Gianluca Molinari (chitarra), Manuel Rizzolo (chitarra), Tommaso Bianconi (basso) e Alessandro Davolio (batteria), di cui avevamo parlato ai tempi dell’esordio del 2017 e che ritroviamo qui in grande forma. L’utilizzo della lingua italiana è ancora la base di partenza, su un background di metal classico ottantiano che culla la giusta ambizione di portare avanti il solco della tradizione heavy nostrana, quella di Strana Officina, Skanners e Vanexa, act immortali sempre poco celebrati nella nostra penisola. È ancora una volta l’Andromeda Relix a sostenere la crescita del gruppo, maturo sotto tutti i punti di vista e forte di un songwriting compatto e corposo, come si evince sin dalle iniziali Incubo e Supernova, tracce robuste ed energiche al punto giusto. Falsa illusione tratta il tema della droga citando Judas Priest e Iron Maiden, Danza macabra è invece più oscura e maligna, prima della tirata Elettroshock e della gradevole Nella tela. Veleno è uno strumentale che mette in mostra le buonissime doti tecniche del quintetto, Solo carne, solo sangue si muove lungo i binari di un heavy potente e aggressivo, con qualche rimando anche ai Nevermore e al progressive metal, mentre Ri(tor)nato chiude con fantasia un come back di notevole fattura. (Luigi Cattaneo)

Ri(tor)nato (Official Video)



venerdì 9 luglio 2021

THE JOHN IRVINE BAND, The machinery of the heavens (2020)

Quarto disco per John Irvine, polistrumentista che si destreggia tra chitarra, tastiere e basso, accompagnato nel nuovo The machinery of the heavens dalla batteria di Rich Kass, un duo che ha costruito con sapienza un lavoro dove convivono progressive, fusion, jazz rock e musica da film. L’immaginaria soundtrack inizia con Dark skies, da subito validissimo esempio della musicalità espressa dal duo, che convince sin dalle prime note per quella capacità di creare materiale complesso ma comunicativo, dote che si evince anche dalla fresca verve di … And how much for the robot?, sicuramente più immediata della precedente traccia. Dangerous notes e Take it from the edge mostrano il background di Irvine, musicista dotato di tecnica e scrittura, bravo nell’erigere intarsi dove si incontrano chitarra e tastiere, interplay su cui si creano le cose migliori di questo album, sostenute con cura dal fine lavoro ritmico costruito. La folle scheggia di Gadzooks fa da ponte con la seconda parte, che si apre con l’ottima e progressiva (Across) Lunar fields e prosegue con Blast from the past, altro momento molto apprezzabile e ispirato. La lunga title track conclusiva si struttura come una suite, tra fraseggi fusion, mood prog e sperimentazione, interessante e variegata chiusura di un ritorno elaborato ma ricco di pathos. (Luigi Cattaneo)

(Across) Lunar fields (Video)



 

 

giovedì 8 luglio 2021

GOLD MASS, Safe (2021)

 

Breve ritorno per Gold Mass, monicker dietro cui si cela Emanuela Ligarò, che firma con Safe un ep intriso di elettronica, trip hop e suggestioni dark, tra Portishead, Royksopp e il sempre poco ricordato Rou Dougan. Dopo aver partecipato all’Eurosonic di Groningen, l’artista si ripropone con 4 brani maturi, ancora più minimali e oscuri, con l’iniziale Space che trasporta in una dimensione parallela, atmosferica e dai tratti solenni. Una raffinata cura per il dettaglio che ci porta alla title track, maggiormente ritmica nel suo andamento ma con un pathos costante, aspetto che non tradisce nemmeno in Souls, altro momento ponte tra cantautorato ed elettronica. Chiude Gravity, il brano più coraggioso e strutturato dei presenti, ottimo finale di un ep davvero molto valido, in attesa di un nuovo full lenght, che può sicuramente regalare ulteriori sorprese nel percorso artistico targato Gold Mass. (Luigi Cattaneo)

Space (Official Video)



martedì 6 luglio 2021

SIMONE COZZETTO, The weight of the wind (2020)

 

Secondo disco per Simone Cozzetto, compositore e polistrumentista romano che ha unito le sue passioni per il progressive, la psichedelia e il rock per dare vita ad un progetto solido e concreto. Se nel precedente Wide eyes avevamo trovato ospiti come Kee Marcello degli Europe e Titta Tani dei Goblin, nel nuovo The weight of the wind l’autore si fa accompagnare da pochi ma fidati musicisti, per un risultato finale di alto livello e a tratti davvero commovente. Dopo una breve introduzione l’iniziale The bliss ci introduce con delicatezza nel mood dell’album, attraverso uno strumentale impreziosito dal violino di Roberta Palmigiani, che confluisce in Nihil e Cold and sweet, due brani da brivido dove le idee di Cozzetto trovano nella voce di Francesco Marino e nella batteria di Daniele Pomo (RanestRane) una validissima collaborazione. La floydiana The shadows chiude con una certa enfasi la prima parte del concept, ottima sotto tutti i punti di vista. Lucifer è un momento dove la chitarra acustica di Simone si fonde con la voce di Marino, prima della lunga e corposa The weeping willow, dove emerge tutto il background del romano e A boat of lies, un momento di quiete che Simone gestisce in solitaria. La title track è un altro episodio molto progressivo e strutturato ma sempre altamente comunicativo, con la Palmigiani che con i suoi interventi di violino e viola dona ancora maggior profondità ad una delle composizioni più riuscite del disco, mentre The gate chiude con pacatezza un album raffinato e rifinito, che per capacità di coinvolgere con gusto potrebbe piacere anche ai meno ferrati della materia progressiva. (Luigi Cattaneo)

The weeping willow (Video)



lunedì 5 luglio 2021

FRANK BRAMATO, Non essere (2021)

 


Non essere è il primo lavoro di Frank Bramato, artista salentino che giunge a questo ep dopo numerose esperienze musicali, portate avanti sempre con passione e curiosità. Elementi che ritroviamo sin dalle prime note di Pazienza essenza, uno spoken world introduttivo e teatrale, che ci conduce all’indie pop di Ansia (solo una crisi) e Ah, l’essere, brani che mostrano una scrittura solida e creativa. La volontà di non rinchiudersi in schemi precostruiti si evince da brani come l’ironica Frank Zappa è morto per niente, dall’omaggio a Stratos di A Demetrio e dalle atmosfere da musical di Piccola operetta barocca in tre atti, composizioni dove Bramato cerca di uscire dai canoni tipici del pop italiano. Primo passo interessante in attesa di un full più corposo e sostanzioso. (Luigi Cattaneo)


giovedì 1 luglio 2021

MINDFAR, Prophet of the astral gods (2021)

 

Prophet of the astral gods è il secondo disco dei Mindfar, progetto del compositore Armando De Angelis, che ha costruito un concept tra fantascienza e realtà sull’evoluzione dell’umanità insieme ad una serie di musicisti di grande livello, tra cui Claudia Beltrame (voce dei Degrees of Truth), Tom Vidar Salangli (cantante dei Dimension Act), Alex Mele (chitarrista già con Kaledon e Screamachine), Andrea De Paoli (tastierista dal lungo curriculum con esperienze nei Labyrinth e nei Vision Divine), Micael Branno (bassista dei Ghost City), ma la lista è molto lunga e per questo consiglio l’acquisto del disco per avere a disposizione il ricco booklet informativo. Dopo una breve introduzione l’album entra subito nel vivo con Keeper of your destiny, dove epicità e hard si fondono gradevolmente, prima di The eye of Ra e Heroes and wonders, che si muovono agili tra rimandi progressivi e sfumature power. One prophet, con i suoi 13 minuti, è l’epicentro del lavoro, brano dove De Angelis ha messo dentro tutto il suo background, andando a costruire un piccolo gioiellino di symphonic metal progressivo. Sent from the stars si lega maggiormente al power, Walls è epic metal progressivo sostenuto e vibrante, mentre Beyond the edge of the world è una ballata lieve e acustica. Si prosegue nel racconto con Revolution e Rapsodia, con la prima carica di heavy e la seconda strumentale e neoclassica, ma c’è ancora spazio per Spirits of war e Ascended to divinity, conclusioni a base di epic e power metal che chiudono un bel lavoro a cavallo tra Edguy, Blind Guardian e Labyrinth. (Luigi Cattaneo)

The eye of Ra (Video)



martedì 29 giugno 2021

NORTHWAY, The Hovering (2020)

 

Uscito nel 2020 per I Dischi del Minollo, The hovering è il secondo disco dei Northway, un lavoro che a detta della band ha permesso loro di rimanere sospesi a mezz’aria, pervasi da un senso di profonda armonia. E in effetti la musica dei bergamaschi, che abbraccia il post rock di Mogwai, Godspeed You! Black Emperor e This will destroy you, è un concentrato di sensazioni, atmosfere e visioni cinematografiche, con crescendo tipici del genere che funzionano perfettamente e si incastrano all’interno di un album che non disdegna venature psichedeliche. L’interplay tra le chitarre di Antonio Tolomeo e Luca Laboccetta è il trademark del disco, con la sezione ritmica formata da Matteo Locatelli (basso) e Andrea Rodari (batteria) che compie un lavoro egregio, già a partire dall’intensa Point Nemo, ottima apertura dell’opera. Kraken, con il suo alone oscuro, si muove sinuosa sottopelle, tra sparate elettriche e quiete sommessa, Hope in the storm è un momento ricco di pathos molto suggestivo, mentre Edinburgh of the seven seas è raffinata e malinconica. Il finale di Deep blue è un concentrato delle emozioni espresse sin qui, esempio della capacità della band di trasportare l’ascoltatore in luoghi lontani, un mood solenne ed epico che conferma le doti dei bergamaschi già emerse nel precedente Small things, True love ma che qui trova maggior compimento e maturità. (Luigi Cattaneo)

Full Album (Video)



lunedì 28 giugno 2021

THE ROME PRO(G)JECT, IV BEATEN PATHS DIFFERENT WAYS (2020)

 


Quarta uscita per Vincenzo Ricca e il suo progetto The Rome Pro(g)ject, ensemble allargato che si muove lungo le coordinate tracciate dal tastierista, che riesce ogni volta a coinvolgere personaggi significativi del progressive mondiale. Chi non conosce la musica di Ricca deve assolutamente recuperare i tre dischi precedenti, tutti validissimi esempi di prog sinfonico debitore dei nomi storici del genere, album che vengono omaggiati nel nuovo IV Beaten Paths Different Ways, dove Vincenzo rivisita alcuni brani già editi (i nuovi sono solo 3). All’interno dei pezzi la sezione ritmica spesso muta (quella formata da Roberto Vitelli degli Ellesmere al basso e Daniele Pomo dei RanestRane alla batteria è la più presente), così come la formazione, adeguata al mood che si sviluppa traccia dopo traccia. È così che troviamo la chitarra sempre elegante di Steve Hackett in All roads lead to Rome o Vertical illusion, Bernardo Lanzetti alla voce nella bellissima Beaten paths e il compianto Francesco Di Giacomo nella narrazione di April 21st 753 B.C., dove il basso è affidato all’ottimo Frank Carducci. Caracalla’s dream è un sognante momento che si sviluppa sull’interplay tra il basso di Richard Sinclair e il flauto di Jerry Cutillo degli O.A.K., mentre Reflections vede impegnati John Hackett al flauto e Mauro Montobbio dei Narrow Pass alla chitarra, prima dell’apparizione di David Jackson in A mankind heritage e del basso di uno straordinario Billy Sherwood (anche alla batteria) in S.P.Q.R. Non contento di tanta grazia, il calabrese coinvolge David Cross al violino in The oracle e 476 A.C. (song for Wetton), oltre che Nick Magnus al piano e alle tastiere nel breve sinfonismo di Proemium, chiusura che ci consegna l’ennesimo lavoro carico di pathos e suggestioni. (Luigi Cattaneo)

sabato 26 giugno 2021

DANNY TREJO, Distorted reality (2021)

 


Fresco di pubblicazione per Indelirium Records, Distorted reality è il nuovo lavoro dei veneti Danny Trejo (Samall al basso, Ferra alla batteria, Lippo e Dema alle chitarre, Scrutinio alla voce e alla chitarra e Netti alla voce), monicker mutuato dall’attore cult celebre per alcune chicche di genere come Grindhouse o Machete. Attivi ormai da una decina d’anni (l’omonimo esordio è del 2012), il sestetto è fiero promotore di una musica senza compromessi, una miscela distruttiva di hardcore e thrash che chiama in causa Get the shot, Hatebreed, Slander e The Grip, una furia che attraversa questo ritorno, sempre all’insegna di brani piuttosto corti e sparati con furia in faccia all’ascoltatore. Brani come Money slaves o The earth is round sono lame affilate, Nuclear Holocaust II: Lord Petri strikes back e Brainwashed army mostrano l’attitudine punk core dei veneti, che non disdegnano qua e là di inserire spunti heavy metal, ne è esempio la conclusiva Sick and tired. Le tre chitarre presenti creano un wall of sound pazzesco, con la sezione ritmica che si muove precisa e compatta, un treno in corsa su cui si erge la grande prova di Netti (Discomfort, Undisputed Attitude), vocalist esperto e dotato di carisma. Per acquistare gli album della band potete visitare la pagina https://dannytrejohc.bandcamp.com/ (Luigi Cattaneo)

NICOLA CIPRIANI/BRAD MYRICK, Reflections (2020)

 

Uscito nel corso del 2020, Reflections è l’ultimo lavoro del duo di chitarristi formato da Nicola Cipriani e Brad Myrick, un album maturo, che risente dei tanti live che negli anni li hanno visti protagonisti, dall’America all’Italia. L’album è davvero molto evocativo ed emozionale, un folk bluegrass suggestivo e intimo, in cui le due acustiche raccontano e dipanano atmosfere immaginifiche dai tratti filmici. Il clima da soundtrack si percepisce sin dalle iniziali Borders e Apapacho, ottime per introdurci nel mood del disco, che sa essere molto comunicativo pur muovendosi in territori strumentali virtuosi, aspetto che ovviamente emerge ma non appesantisce le composizioni, perché è forte la capacità del duo di creare momenti di assoluto pathos. Ne sono esempio lampante Libre e soprattutto Bodorgan, due capolavori che narrano, commuovono con gentilezza e grazia, aspetti che diventano però forza dirompente, capace di scavare nell’anima e di lasciare un solco, un ricordo, un’emozione. (Luigi Cattaneo)

Bodorgan (Windwood Session)



mercoledì 23 giugno 2021

MATA/MORALJETLAG, DGF (2020)

 

Mi ero occupato dei Mata nel 2019, ai tempi di Archipel{o}gos, disco che mi aveva fatto conoscere un ensemble dai contorni oscuri, alfieri di un’elettronica viscerale e disturbante. Il qui presente DGF è un ep che vede il trio collaborare con Moraljetlag (al secolo Manuel Kopf Coccia) durante il lockdown del 2020, un modo senz’altro intelligente per far fruttare al meglio il tempo a disposizione. Il quarto d’ora del lavoro risulta piuttosto ostico e cupo, una sorta di tagliente suite che si fa carico di nevrosi e tensioni figlie di questo periodo dove le certezze si sono sempre più affievolite. Le viscere pulsanti del quartetto nato per l’occasione sottolineano uno stato d’animo inquieto, accompagnando l’ascoltatore in un trip rumoristico nero pece, tra effetti distorti e un generale climax da soundtrack. L’uscita, essendo solo in digitale, è acquistabile al seguente indirizzo https://onlyfuckingnoise.bandcamp.com/album/dgf . (Luigi Cattaneo)

DGF (Video)



domenica 20 giugno 2021

ZEDR, Futuro nostalgico (2020)

 

Sotto lo pseudonimo Zedr si cela Luca Fivizzani, cantautore già sul mercato con l’ep Superstiti nel 2014. Il ritorno di Futuro nostalgico lo vede accompagnato da Giulio Peretti (chitarra, ukulele ma anche composizione), Tommaso Giuliani (batteria) e Samuele Cangi (in veste di produttore ma anche al basso, alle tastiere e alle percussioni), un’uscita promossa grazia alla sempre fertile Overdub Recordings. Il pop dai tratti psych di Zedr funziona, complice anche una durata limitata, 25 minuti circa, che risultano snelli e gradevoli, a partire dalle iniziali melodie di Il grande dittatore e Polvere, singolo ideale per il lancio promozionale del disco. Lo straniero è una provocatoria dedica a Milano, Teoria del disordine abbraccia echi folk, mentre Quello che non luccica si muove agile su uno straniante tappeto creato da Cangi. Le conclusive Nictofobia e Ogni parte di me si muovono sicure tra echi western e raffinato pop, lucidi esempi di come si possa essere fruibili senza scadere nel banale. In attesa di un lavoro più corposo il come back di Luca merita un sincero applauso per la dedizione e la cura con cui ha trattato la propria musica, cosa non scontata in un’epoca dove l’arte sembra essere sempre meno necessaria. (Luigi Cattaneo)

Quello che non luccica (Official Video)



sabato 19 giugno 2021

ANANDAMMIDE, Earthly paradise (2020)

 


È un vero piacere ritrovare Michele Moschini, che i più attenti ricorderanno per l’esperienza Floating State, band di Bari che si ispirava ai mostri sacri del prog inglese e che nel 2003 pubblicò l’interessantissimo Thirteen tolls at noon. Dopo ben 17 anni è proprio Michele ad informarmi di questo nuovo capitolo della sua vita musicale, gli Anandammide, gruppo dove Moschini, oltre a cantare, si divide tra chitarra, synth, organo, flauto, tin whistle, batteria e percussioni. Quasi una one man band verrebbe da pensare, se non che risultano fondamentali per la riuscita di Earthly paradise il violoncello di Adrien Legendre, il flauto di Audrey Moreau, il basso di Pascal Vernin e il violino di Stella Ramsden, tutti elementi che hanno dato grande corposità al folk progressivo che emerge dai solchi di questo notevole esordio. Una gemma dove rivivono gli anni ’70 di Mellow Candle, Harmonium e Caravan, ma anche lo spirito dei contemporanei Ancient Veil ed Eris Pluvia, tutti elementi che si spiegano subito dinnanzi a noi, tra un intro folk, una title track atmosferica e la perla Lady of the canyon, momenti che indirizzano l’album verso una qualità complessiva davvero alta. Si prosegue con Porsmork, altra suadente ballata medievaleggiante, prima della psichedelia di fine ’60 che segna Anandi e la canterburiana Electric troubadour, ennesimo passaggio molto significativo dell’opera. Anche Pilgrims of hope è da segnalare come brano elegante e raffinato, mentre con Satori in Paris (dove troviamo Yohav Oremiatzki alla space guitar) e Syd la band sembra guardare maggiormente alla psichedelia sessantiana. La conclusione è affidata a Iktsuarpok e soprattutto Colette the witch, immaginifico finale di un lavoro corale di grandissimo fascino, capace di portare per mano in luoghi da fiaba, remoti e pieni di arcaico fascino. (Luigi Cattaneo)

giovedì 17 giugno 2021

SOMMOSSA, Autentica (2019)

 


Risale al 2019 l’esordio dei Sommossa, trio trevisano formato da Diego Bizzaro (voce e chitarra), Paolo Martini (basso) e Marco Tirenna (batteria), che con Autentica ha voluto dar voce ad un’esigenza, quella di portare avanti dei valori che stiamo progressivamente perdendo. La riflessione come spinta per migliorare, attraverso un rock di matrice alternativa imparentato con Ritmo Tribale, Estra e Malfunk, che trova nella voce graffiante di Bizzaro (che mi ha ricordato in alcuni momenti, per timbrica, Ligabue) e nelle compatte ritmiche elementi su cui concepire tredici tracce poderose e dai contorni oscuri. La lunghezza un po' eccessiva dell’album è forse l’unica nota fuori posto, con la tensione drammatica che in alcuni momenti cala fisiologicamente, ma è solo un appunto all’interno di un quadro complessivo pregevole, con picchi come Se un Dio esistesse, Parto decisamente sfiancante o Un pettirosso da combattimento, pezzi ottimamente scritti e suonati. Le sonorità cupe di diversi passaggi toccano anche il grunge e la wave, caricando di pathos La danza del titubante e Assecondalo, altri frangenti in cui emerge la qualità dei veneti. In attesa di un ritorno, anche live vista la forza della proposta, un esordio solido e incisivo che può trovare più di un estimatore nel fitto underground nostrano. (Luigi Cattaneo)


lunedì 14 giugno 2021

GRAN TORINO, The delphic prophecy (2020)

 

Pubblicato da Musea Records sul finire del 2020, The delphic prophecy è il terzo lavoro dei Gran Torino, band composta da David Cremoni alla chitarra (Moongarden, Submarine Silence), Alessio Pieri alle tastiere (compositore di tutti i pezzi presenti), Gian Maria Roveda alla batteria e Fabrizio Visentini Visas al basso. La classe dei veronesi è intatta e rimarca un progressive con radici settantiane accentuate, raffinato e tecnicamente ineccepibile e chi conosce la storia della band sa che dentro la musica dei Gran Torino convivono decani come King Crimson e Kansas, il prog italiano di P.F.M. e Goblin, ma anche gruppi con riferimenti hard come Spock’s Beard e Dream Theater, influenze ancora presenti e virate color seppia, visti i diversi passaggi più oscuri presenti in questo nuovo lavoro. Il clima da soundtrack rispecchia la volontà del quartetto di narrare un viaggio immaginifico nella mitologia greca antica, con il suo fascino e i suoi misteri, intento che si manifesta già nell’attacco di Ondine, brano fantasioso ed evocativo, che confluisce nelle enigmatiche e cupe Faint dimness e The sibylline oracle. Si prosegue con l’elegante From lust to shame, prima della delicata A gentle soul e del dark prog After the Cure (che sembra quasi citare la band di Robert Smith). La notturna Faded elation anticipa una title track totalmente calata nel fascino dei ’70, mentre Ancient labyrinth appare vibrante e carica di suggestioni. La conclusiva Ethereal noise chiude un ottimo ritorno, per una band forse tenuta poco in considerazione dagli appassionati di progressive ma capace di sfornare sempre dischi di assoluta qualità. (Luigi Cattaneo)

Ancient labyrinth (Video) 


 

domenica 13 giugno 2021

Wendy?!, In uscita In the temple of feedback

I Wendy?! nascono nel 2008 intorno al chitarrista e cantante Lorenzo Canevacci, già chitarrista dei Bloody Riot, tra le più note Hardcore band italiane degli anni ’80.

Nel 2012 esce il primo album “Eleven”, seguito da “Notebook” nel 2014 e “Idols & gods” nel 2017, entrambi per la Tide Records, albums con i quali i Wendy?! ottengono un ottimo riscontro di pubblico e critica nazionale ed internazionale.

In the temple of feedback

“Per parlare del nuovo lavoro dei Wendy?! “In the temple of feedback” vorrei partire da un flashback e tornare indietro ai tempi in cui, con un manipolo di altri adolescenti incazzati a causa della repressione che prendeva forza da motivazioni “Antiterroristiche”, abbiamo iniziato ad imbracciare gli strumenti per cercare di incanalare la nostra rabbia in maniera creativa. Erano gli anni degli scontri per le strade, gli anni del ministro dell’interno Cossiga e delle leggi speciali, e la nostra voglia di esprimersi in musica era legata al nostro desiderio di rivalsa e di rivolta. Sono passati 4 decenni, tutto sembra essere cambiato, il mondo non è più quello di un tempo; ma, se riportiamo tutto all’essenza, ai valori primari, tutto è rimasto uguale. Non siamo più adolescenti, certo, ma l’urgenza, la voglia di usare il rock n’ roll per comunicare le storture di questa società ed esprimere il nostro pensiero attraverso la musica è rimasta la stessa. Per il Lorenzo 58enne di oggi, i Wendy?! sono esattamente quello che furono i Bloody Riot per il Lorenzo adolescente: il mezzo per esprimere il proprio essere alternativo a un sistema che cerca di ingabbiarci, e comunicare i propri pensieri e i propri valori attraverso la musica che ha amato da sempre: il rock n’ roll, quello vero, sincero ed istintivo, senza nessuna concessione alle mode del momento o alle richieste del mercato. Esprimere al cento per cento quello che sento e cercare di realizzare un lavoro che rispecchi quello che cerco quando mi approccio ad un album da ascoltatore. Era così quando suonavo furioso hardcore punk, ed è così per queste nuove 10 tracce. Ai giorni nostri il mondo sembra essere cambiato, ma una nuova forma di repressione sta facendo crescere l’urgenza di tutti coloro che come noi usano la musica come forma d’espressione. Da più di un anno tutto il mondo della live music è stato imbavagliato ed è fermo, questa volta con motivazioni che non sono legate al terrorismo bensì (pseudo) sanitarie. La cosiddetta lotta al Covid 19 ha fermato i palchi e azzerato concerti, le esibizioni e chiuso tutti gli spazi prima esistenti. Non potevamo accettare passivamente tutto questo, l’impossibilità di salire su un palco per comunicare con tutti voi è una ferita molto difficile da cauterizzare. Abbiamo così deciso di utilizzare il tempo che non potevamo dedicare all’attività LIVE per scrivere ed arrangiare nuovi brani. E in seguito registrarli per pubblicare un nuovo album nonostante tutto quello che stava accadendo intorno. Quando abbiamo pubblicato “Idols and Gods”, il nostro ultimo lavoro nel 2017, pensavamo di aver realizzato “il disco” definitivo dei Wendy?!. Confortati anche dalle reazioni e dalle ottime recensioni credevamo di esserci superati, e che sarebbe stato difficile fare di meglio. “In the temple of feedback”, giorno dopo giorno, brano dopo brano, ci ha dimostrato che è sempre possibile progredire. Personalmente credo che sia un ulteriore passo avanti, sia nella scrittura dei brani e nell’esecuzione, sia nella produzione. Lo stile delle composizioni, nello stile dei Wendy?!, è molto vario, ma il sound è compatto ed omogeneo nel suo essere molto rock n’ roll e particolarmente bluesy come scrittura. La produzione, come in precedenza curata da David Petrosino e realizzata interamente nei nuovi studi della TIDE Records, esalta la compattezza della band. La nuova sezione ritmica, con Paola Croft al basso insieme al fedele Luca Calabrò, motore inesauribile dietro i tamburi, sempre più trascinante in studio e dal vivo, permette alle mie melodie e alle mie chitarre, coadiuvate dalla ritmica di Alessandro Ressa, di trovare una struttura energica e a tratti punkeggiante su cui appoggiarsi. Una sintesi a mio parere perfetta dei miei mondi e delle mie aspirazioni musicali. I testi spaziano dalle tematiche personali e più intime a quelle più sociali. Il brano più “politico” in questo senso è forse “T.N.M.A.” che sta per Tecnological New Middle Age. Preciso che il mio profetizzare l’arrivo di un nuovo medioevo (tecnologico) risale a prima dell’emergenza attuale, avendo scritto il brano un paio di anni fa. L’arrivo del Covid e di tutto quello che ne è conseguito non ha fatto altro che rafforzarmi nelle mie convinzioni.”

(Lorenzo Canevacci)

Track List:

01 - Intro

02 - TNMA

03 - The king of mud

04 - Rock these ancient ruins

05 - 27th dream

06 - Welcome to the temple

07 - Because of you

08 - Spider girl

09 - What did you get

10 - A song for Johnny

Musicians:

Lorenzo Canevacci: vocals, electric and acoustic guitars, harmonica

Alessandro Ressa: rhythm guitar, back vocals

Paola “Croft” Altobelli: bass, back vocals

Luca Calabrò: drums

Produced by David Petrosino

Recorded, mixed and mastered by

David Petrosino and Raimondo Mosci

at Tide Records' Studios

Cover design and artwork by Terrence Briscoe


sabato 12 giugno 2021

VIOLENT SILENCE, Twilight furies (2020)

 

Twilight furies è il quarto disco per i Violent Silence (edito da Open Mind Records), creatura di Johan Hedman (tastiere, batteria, percussioni e basso, già con i Sarcasm) qui accompagnato dalla voce di Erik Forsberg (apprezzato nei Blazon Stone), dal basso di Simon Svensson e dalle tastiere di Hannes Ljunghall. Il progressive rock degli svedesi non prevede la chitarra, elemento che riconduce a diverse band dei ’70 che davano alle tastiere un ruolo predominante, e si fa forte di brani strutturati e complessi, che manderanno in estasi quanti dal genere vogliono tecnica e strutture intricate. L’interplay tra Hedman e Svensson è la linea guida delle tracce, su cui erge la voce dal particolare timbro di Forsberg, che dopo un iniziale perplessità ho trovato consona alla proposta della band e soprattutto identitaria. Le lunghe Tectonic plates e Scorched earth pass hanno bisogno della giusta attenzione per essere colte, ma non sono da meno le caratterizzanti Lunar sunrise e Twilight furies, i quattro momenti che compongono la parte del leone di un lavoro che sviluppa temi e concetti senza sosta. L’approccio fantasioso di Hedman è la conferma della grande personalità dello svedese, già emersa nelle precedenti release, dote che mette a servizio di un disco ostico ma brillante, cupo ed estroverso, dove ogni singola parte è perfettamente incastonata nel complessivo, per un risultato affascinante e di grande spessore. (Luigi Cattaneo)

Album Trailer



mercoledì 9 giugno 2021

BJ JAZZ GAG, Somestring else! (2020)

 

I BJ Jazz Gag sono un trio nato nel 2018 e composto da Biagio Marino alla chitarra, Luca Bernard al contrabbasso e Massimiliano Furia alla batteria, musicisti molto attivi nel panorama jazz italiano e della musica di ricerca. Questo Somestring else!, uscito per Fonterossa Records, vede la band esplorare quella linea di confine tra jazz, rock e improvvisazione, con Marino attento cesellatore di trame inusuali, all’interno di un songwriting che mette insieme costruzione certosina e impazzite variabili free. Una creazione libera ed estemporanea che agisce su strutture minuziose e su un’interplay effervescente, lungo 5 brani complessi e sfaccettati. Un flusso quello di Somestring else! che ci accompagna sin dall’iniziale Emblemata, dove l’aspetto sperimentale si lascia portar via da un groove trascinante, prima di Alghero, cinematografica e immaginifica, riesce a trasmettere i colori della città decantata. Qualche sequenza progressiva avvolge Fino all’ultimo respiro, l’omaggio di Abbia Masella alla cruenta storia della donna campana convince e nobilita la figura, mentre Native American Painting appare come l’episodio più legato alla free form tout court. Pur in trio la creazione di sovrastrutture appare congeniale al lavoro interpretativo dell’ensemble, che seduce con soluzioni intricate e una ricetta che sa essere stimolante e gravida di curiose soluzioni. Per chi ama il jazz borderline disco da non perdere. (Luigi Cattaneo)

Emblemata (Video)



domenica 6 giugno 2021

NERUMIA, Fatal delirium (2021)

 

Nuovo disco per i Nerumia, duo formato da Scual (voce, chitarra, basso e synth, già con Disaster, Unborned e Demorium) e Bornyhake (batteria), che i più attenti ricorderanno per il lontano Land of the black del 2002 e I don’t understand del 2018. Questa volta la band di Losanna non ha fatto passare molto tempo ed è tornata subito in studio per produrre questo Fatal delirium, lavoro in bilico tra black e death metal, marchio di fabbrica degli svizzeri. Si parte subito forte con Apocalyptic blast, oscuro black metal figlio dei ’90, così come la furia di Silent lies sembra guardare ad alcuni episodi dei seminali Venom, con Bornyhake grande motore ritmico del duo e la comparsata alla chitarra di Fab Abyss. Apprezzabile il lato death della title track, Un jour viendra sconta una prolissità un po' eccessiva, all’interno di un brano nero e furioso, mentre New era rimane borderline tra black e death, risultando però piuttosto anonima. Un bel riff circolare marchia a fuoco Rotten decades, che sembra strizzare l’occhio al suono svedese, Fallen in a dead pass è tra i momenti più convincenti, vicino ad alcune cose dei Dark Tranquillity, genere che gli svizzeri maneggiano con attenzione, complice anche il discreto solo di Abyss. Wings of smoking soul e Painful obscurity si muovono tra assalti estremi e spunti melodici, confermando la bontà di un progetto underground fatto di passione e sacrifici. (Luigi Cattaneo)

New era (Video)






sabato 5 giugno 2021

STORMCROW, Face the giant (2019)

 

Face the giant, uscito nel 2019, è il secondo lavoro degli Stormcrow, quartetto formato da Zedar al basso (membro dei curiosi Koza Noztra), Goraath alla batteria, Vastis alla voce e Astaroth alla chitarra. La band è dedita ad un black metal oscuro e senza compromessi, 40 minuti d’assalto, brutali, tra riff distruttivi costanti e una sezione ritmica impeccabile. Il concept descrive il fascino e la crudeltà della montagna, con atmosfere nordiche che rimandano alla scuola svedese (Marduk, Dark Funeral) e uno sguardo complessivo sul black metal di inizio anni ’90. L’impeto old school del gruppo si sposa con la ricerca di cambi repentini di tempo e una produzione che esalta la malignità della proposta, tra sezioni di impressionante violenza e linee melodiche lievi ma efficaci, talvolta definite maggiormente rispetto agli standard del genere. L’oscura title track, l’inquietante Black mother, la variante death metal di Relentless o il nero gioiello Empty eyes sono piccole gemme per chi ancora è alla ricerca delle emozioni primigenie legate ad un sound ormai lontano nel tempo. (Luigi Cattaneo)

Face the giant (Video)