Sabato 2
·C. Simonetti's Goblin a Ferrara
·PFM a Varese
·Il Segno del Comando
a Scandicci (FI)
·Sezione Frenante/Quanah Parker/Opus Avantra a S. Donà di Piave (VE)
·Thank You
Scientist+Profusion a Firenze
·Dropshard a Monza
·UT New Trolls a S. Stino
di Livenza (VE)
·Napoli Centrale a Sorrento (NA)
·Lethe a Paderno Dugnano
(MI)
·PoiL a Bologna
Domenica 3
·C. Simonetti's Goblin a S. Donà
(VE)
·Thank You Scientist a Brescia
·Napoli Centrale a Sorrento
(NA)
·PoiL ad Ancona
·Kalisantrope a Rescaldina (MI)
Giovedì 7
·Lincoln
Quartet a Sacile (PN)
·Ufomammut a Ravenna
Venerdì 8
·C.Simonetti Goblin a
Frattamaggiore (NA)
·The Trip a Torino
·Monkey Diet a
Bologna
·Ufomammut a Trieste
·The Coastliners a Roma
·Aldo Tagliapietra
a Murano (VE)
Sabato 9
·Lincoln Quartet a Lugagnano (VR)
·The Watch a
Veruno (NO)
·Locanda Delle Fate ad Asti
·Ufomammut a Brescia
·Martin
Barre a Mendrisio (Svizzera)
·L'Ira del Baccano a Roma
Domenica 10
·Mad
Fellaz a S. Zenone d/Ezzelini (TV)
Martedì 12
·Napoli Centrale a
Napoli
Mercoledì 13
·Syncage a Verona
Giovedì 14
·The Winstons a
Bologna
Venerdì 15
·Dusk e-B@nd a Rimini
·Lachesis a Cassano d'Adda (MI)
Sabato 16
·Camembert+Diode alla Casa di Alex di Milano
·Arturo Stàlteri a Torino
·Unreal City + Kalisantrope
a Rozzano (MI)
·Lo Zoo di Berlino a Latina
·Tazebao a Vignola
(MO)
·Real Dream a Genova
·Glincolti a Santi Angeli
(TV)
·Aliante+Quarto Vuoto alla Lovat di Villorba (TV)
·Le Orme a Pordenone
·Aldo
Tagliapietra a Marghera (VE)
·Dark Ages a Brescia
·Tacita Intesa a
Bibbiena (AR)
Domenica 17
·Jus Primae Noctis a Genova
·Flower Flesh a
Savona
Martedì 19
·Höstsonaten a Chiavari (GE)
Mercoledì 20
·Glincolti a
Savignano sul Rubicone (FC)
·Malibran a Belpasso (CT)
Sabato 23
·Aldo
Tagliapietra a Lugagnano (VR)
·Senza Nome a Marino (Roma)
·FixForb a
Castenedolo (BS)
Martedì 26
·Malus Antler a S. Zenone d/Ezzelini
(TV)
Mercoledì 27
·The Watch a Lugagnano (VR)
Giovedì 28
·The Squonk a Talsano
(TA)
Venerdì 29
·Biglietto per l'Inferno a Lugagnano (VR)
·PFM a
Bari
·Supper's Ready a Laives (BZ)
·Avalon Legend a Orbassano
(TO)
Sabato 30
·Monkey Diet a Bologna
·PFM a Castrovillari (CS)
·Ozone
Park a Sestu (CA)
Progressive Rock&Metal ma anche un'ampia panoramica su Jazz, Blues, Folk, Hard&Heavy, Psichedelia, Avanguardia, Alternative, Post Punk, Dark Rock. Un blog sulle sfumature della Musica.
sabato 2 dicembre 2017
lunedì 27 novembre 2017
STRUTTURA & FORMA, One of us (2017)
Gli Struttura & Forma
hanno una vicenda analoga a quella di diverse band italiane dei ’70, che per
svariati motivi non sono riuscite a lasciare incisioni discografiche della loro
attività e finiscono per diventare con gli anni un bagliore nella mente di qualche
appassionato che magari aveva assistito ad uno dei concerti dell’epoca. Franco
Frassinetti (chitarra) e Giacomo Caliolo (chitarra), gli unici due membri
originari della prima formazione, accompagnati da Marco Porritiello (batteria),
Claudio Sisto (voce) e Stefano Gatti (basso) e dall’ospite Beppe Crovella degli
Arti e Mestieri al mellotron, riescono solo ora a pubblicare One of us, un disco vintage e con virate
hard dirette e potenti. L’epico strumentale Worms,
registrato nel 1972, è un grandioso inizio ma non è da meno Symphony, con Crovella sempre
grandissimo mattatore nei suoi passaggi e una scrittura complessiva raffinata e
da subito godibile. Dopo la piacevole rivisitazione di Lucky man (che ci fa comprendere come gli Emerson Lake & Palmer
e tutto il prog inglese siano stati di grande importanza per l’ensemble) arriva
il primo vagito heavy prog con l’interessante Kepler. Se la title track va a lambire con gusto territori fusion,
i due minuti strumentali di Kyoko’s
groove sono tirati e di grande impatto. Indios
dream conferma la grande capacità degli Struttura & Forma di proporre idee
in linea con il progressive senza eccedere in sterili elucubrazioni
virtuosistiche e sulla stessa lunghezza d’onda vi è Fasting soul, immediata e di notevole urto rock. Amsterdam è forse il momento meno
riuscito di tutto il disco ma è solo un frangente, perché Acoustic waves è un delicato strumentale e Il digiuno dell’anima è un bel finale, unica traccia in italiano e
variante gradevolissima del percorso intrapreso lungo il platter. Dopo Quanah
Parker, Spettri e Posto Blocco 19 (giusto per citare qualche band), che hanno
trovato la giusta consacrazione in anni recenti, ecco un ulteriore riprova
della qualità del prog italiano e di come ci siano ancora piccole gemme da
scoprire. L’augurio, scontato, è che i liguri non debbano attendere altri 45
anni per dare un nuovo segnale di vita … (Luigi Cattaneo)
Symphony (Video)
domenica 26 novembre 2017
TREWA, Beware the selvadic (2016)
Luca Briccola è uno di
quei personaggi dell’underground italico che spesso raccoglie meno di quanto
semina. Mogador, Trewa, Sarastro Blake, gruppi autori di ottimi album troppe
volte conosciuti più dagli addetti ai lavori che purtroppo dagli appassionati.
Sperando non sia il caso anche di questo Beware
the selvadic, terzo disco targato Trewa (Luca Briccola alla chitarra, alle
tastiere, al flauto, alla fisarmonica, al banjo e alle percussioni, Lucia
Amelia Emmanueli alla voce, al flauto e al clarinetto, Claudio Galetti alla
voce, Joseph Galvan al basso, Filippo Pedretti al violino e al glockenspiel e
Mirko Soncini alla batteria) e contaminato da maggiori influenze heavy, a cui
vanno affiancate le solite componenti folk e progressive (Pentangle, Jethro
Tull, Opeth). Permangono quindi le sonorità tipiche dei comaschi, a cui però
vengono aggiunte sfuriate hard che finiscono per rendere la proposta
maggiormente greve e in alcune parti accostabile agli Eluveite. Si parte con Skaldic kin (ispirata alla medievale Cantiga n ° 166), un crossover ben riuscito di folk, dark e metal abbellito dal
violoncello di Irina Solinas. A seguire Where
the hawks wait ready (che invece si basa sul tradizionale irlandese Sweeney’s buttermilk), decisamente heavy
seppure fanno capolino strumenti tradizionali come il whistles di Massimo
Volontè e il bodhran di Riccardo Tabbì. Si vira verso il folk con la ballata The soldier’s scars, mentre il country
di Cold frostly morning viene
utilizzato per Awakening, brano dove
troviamo anche i consueti fraseggi prog metal del sestetto. Pure The woodwose si avvale di tale
dicotomia, con la struttura folk che viene irrobustita da ritmiche
accelerate e grandiosi riff chitarristici, un pezzo epico tra i migliori del
platter. Se White sails continua
sulla stessa falsariga, Sublime selvadic guarda
al medioevo catalano (riprendendo il tema Stella
splendens) con le importanti partecipazioni di Tabbì, la voce di Richard
Allen e l’arpa di Rossana Monico. The
quiet lady segna il ritorno della Solinas e del folk marcato Trewa, così
come Olaf the stoner si basa invece
sul medievale norvegese Herr Olof e
veleggia in territori prog folk metal. In A
shimmering sword vi è di nuovo il bodhran di Tabbì ma soprattutto la
cornamusa di Melissa Milani, che ovviamente finisce per dare quel profumo di
Scozia alla composizione. Clayton riprende
il klezmer Odessa Bulgarish
contornandolo di sviluppi hard, prima del finale country di Horizons, suggello di una prova curiosa,
estremamente eterogenea e di grande cultura. (Luigi Cattaneo)
The woodwose (Video)
venerdì 24 novembre 2017
TRAUMA FORWARD, Scars (2017)
Scars è il primo album dei toscani Trauma Forward,
duo composto da Jacopo Bucciantini (batteria e voce) e Davide Lucioli (tastiere
e voce) e coadiuvati da Francesco Zuppello (chitarra) e Michael De Palma
(basso), un concept surreale fatto di immagini e suoni onirici e sperimentali, che
parte dai famosi tagli di Fontana per raccontare di squarci e patimenti
interiori, dove tutto risulta posticcio e ingannevole (a partire
dall’interessante artwork del disco). Il platter è fatto di spunti acustici,
schegge elettroniche e dark prog e già l’iniziale Into the labyrinth, con
il suo tetro organo introduttivo è esemplificativa di un percorso in cui
troviamo gli Jacula, i Goblin e un certo post rock impalpabile e sfuggente. Più
soffusa la partenza di Red shadows,
con l’interplay tra tastiere e chitarra che lungo il brano ricorda anche
qualcosa dei Piano Room, prima del finale narrato con mestizia da Lucioli. In Sundown living puppet il protagonista è di
nuovo Lucioli con le sue tastiere, sostenute dalle ritmiche di Bucciantini,
mentre nella seguente Cloud in a bottle il
quartetto crea un affascinante bozzetto astrale. Sometimes I feel vede di nuovo il duo all’opera, lasciando libero
sfogo a fantasiose escursioni elettrodark, Waiting’s
four Seasons è invece proiettata verso suoni liquidi, vellutati, quasi
fragili nella loro essenza. La title track è un’alternanza di passaggi
aggressivi e armoniosi, un contrasto tra elementi che poi è alla base del plot
generato dai Trauma Forward e che trova conferma nelle trame acustiche di Sense of consciousness, vicina ad alcuni
episodi degli eterei neofolk Corde Oblique. Foggy
hills ritorna sul versante elettronico ma risulta più banale rispetto agli
episodi precedenti, maggiormente interessante è invece la malsana indole di Behind the line, un heavy dark a tinte
gotiche. A rusty piece of mind nelle
parti elettroniche si avvicina all’EBM, per poi variare il contesto con l’agire
della chitarra di Zuppello, prima della conclusiva Woman with parasol che finisce per fare il verso ad alcuni suoni
tipicamente orientali! C’è una discreta varietà in questo debut, una costante
ricerca sulle dinamiche che denota voglia di esplorare ma anche la capacità di
non esagerare, di riuscire a comunicare qualcosa pur non utilizzando un
linguaggio ortodosso, segnali tutt’altro che secondari per una band ancora
giovane e con margini di crescita. (Luigi Cattaneo)
Into the labyrinth (Video)
mercoledì 22 novembre 2017
MACHINE MASS, Machine Mass plays Hendrix (2017)
Celebrare alcuni
personaggi chiave del novecento musicale e dell’immaginario collettivo come
Pink Floyd, Zappa e in questo caso Jimi Hendrix presuppone avere quantomeno una
discreta dose di follia, quella che ha spinto i Machine Mass a tributare il
genio di Seattle. Ci vuole anche talento ovviamente ma di quello sono
indubbiamente forniti Antoine Guenet (tastiere, synth e piano acustico) dei
Wrong Object e degli Univers Zero, Michelle Delville (chitarra), anche lui
proveniente dai Wrong Object e presente anche nel sestetto di Alex Maguire e
nei douBt e Tony Bianco (batteria e percussioni), elemento che ha suonato con
Elton Dean e Dave Liebman. Il trio è una combinazione vincente di psichedelia,
rock progressivo settantiano e jazz canterburiano, elementi che vengono
instillati in brani immortali come Purple
Haze, Spanish Castle Magic o Fire, di cui rimane l’archetipo oltre
che alcune dinamiche originali. La band non segue giustamente il canovaccio
hendrixiano ma vola libera, fresca, premia l’istinto con passaggi al limite del
free, suggella gli arrangiamenti con vibranti tessiture di synth e tastiere che
completano una revisione in cui convive lo spirito di Jimi con l’autonomia di
interpreti esperti e sicuri. Un’operazione rischiosa ma affascinante, proprio
per la ferrea volontà di limitare convenzioni e inibire steccati (come da
tradizione Moonjune Records), di non muoversi lungo una sola linea retta ma di
inerpicarsi in un labirinto di prospettive, ripensando il percorso di Hendrix
con acume e rispetto. Machine Mass plays
Hendrix è un grande omaggio, brillante e avventuroso, consigliato agli
estimatori della sua musica, che è sempre stata senza catene e schemi
precostruiti. (Luigi Cattaneo)
You got me floatin (Video)
domenica 19 novembre 2017
ALESSIO SECONDINI MORELLI'S, Hyper-Urania (2017)
Alessio Secondini
Morelli, già chitarrista con gli Anno Mundi e con Freddy e The Kruegers,
presenta un nuovo progetto musicale, Hyper-Urania, band che affonda le proprie
radici con fierezza nel glorioso Heavy Metal ottantiano, quello di Queensryche,
Crimson Glory, Iron Maiden e Saxon, quindi una miscela di potenza e melodia
intramontabile anche per le nuove generazioni di metalhead. L’ep vede la
presenza di diversi musicisti del folto underground romano (il mini è stato
realizzato negli studi Bottega del suono di Roma), tutti molto affini alle idee
di Morelli, che ha composto brani immediati, passionali, epici e pieni di sano
vigore heavy. Si parte subito forte con la classicità di Arkam, un pezzo che premia la natura istintuale del progetto,
vigorosa e col giusto appeal anni ’80, quello del metal americano fatto di soli
e chorus decisi, qui esaltati dalla voce di Federica Garenna (Sailing to
Nowhere, She Devil) e da una grintosa sezione ritmica (Emiliano Eme Laglia al
basso e Daniele Zangara alla batteria, colonne su cui poggiano quasi tutte le
tracce). Lord of the flies è un heavy
rock piuttosto tirato che guarda ancora agli ’80 e vede la presenza del bravo
Freddy Rising (Acting Out, Martiria, Bible Black) alla voce, mentre il breve
strumentale Fuga in mi minore del Canto
delle Valchirie anticipa Scarlet
Queen, ripresa dal primo disco degli Anno Mundi e decisamente NWOBHM (con
di nuovo Freddy alla voce). Chiudono l’ep la cover dei Blue Oyster Cult Veteran of the psichi wars in cui
troviamo ben tre cantanti, ossia Freddy, la Garenna e Francesco Lattes (New
Disorder, The Falls) e l’outro strumentale Steven
Shark basata sul tapping. Alessio non ha intenzione di inventare nulla e
quello che fa è frutto di una sincera passione, la stessa che lo ha portato ad
un primo passo sicuramente gradevole e che getta le basi per qualcosa di più
corposo. (Luigi Cattaneo)
Lord of the flies (Video)
sabato 18 novembre 2017
QUARTO VUOTO, Illusioni (2017)
Primo full lenght per i
Quarto Vuoto, che dopo la dipartita del cantante e violinista Federico Lorenzon
scelgono di pubblicare un album interamente strumentale e vicino alla psichedelia
floydiana e al progressive dei King Crimson. I trevigiani concepiscono con Illusioni un lavoro molto strutturato,
con passaggi atmosferici, dark e qualche spunto avanguardistico che ben si
amalgama con certi sviluppi sonori. Sontuosa la vena psichedelica di Nei colori del buio, con Mattia
Scomparin (tastiere e piano) protagonista nel creare suggestivi tappeti che
finiscono per imparentarsi con l’ambient ricercato di Brian Eno e il tanto
discusso The endless river dei Pink
Floyd. Coscienza sopita mette in
mostra la coppia ritmica formata da Edoardo Ceron (basso) e Nicola D’amico
(batteria) e il dinamismo di Luca Volonnino (chitarra), per un brano che
sintetizza l’amore per il progressive e la psichedelica, mentre Impasse è uno dei momenti migliori, con
Giulio Dalla Mora al sax tenore che ben si cala nelle dinamiche dei Quarto
Vuoto, qui forse all’apice della loro pur breve carriera. Difatti la
composizione è una lunga e articolata cavalcata sospinta da pulsioni dark prog,
vagiti space e Kraut in odore di Cluster e sussulti psichedelici in cui è
importante il lavoro d’insieme. A dire il vero anche la seguente Apofis si muove sulla stessa scia
(presenza di Dalla Mora compresa), dove forse viene accentuata la componente
rock del quartetto, prima di Due ° Io,
un bel incontro/scontro tra forza e delicati spunti psichedelici e la conclusiva
e raffinata Tornerò, impreziosita dal
violino acustico di Mauro Spinazzè, indubbiamente un bellissimo finale per un
lavoro di grande pregio e che celebra la crescita esponenziale della band
veneta, molto più interessanti e affascinanti rispetto al pur piacevole ep
d’esodio del 2014. (Luigi Cattaneo)
Apofis (Video)
giovedì 16 novembre 2017
INARMONICS, A thing of beauty (2017)

A thing of beauty è il debut degli Inarmonics, un crossover
intelligente tra influenze black, indie rock e fraseggi strumentali che puntano
molto su groove e impatto. Registrato interamente in presa diretta come un
disco del passato, l’album contiene più anime, una contaminazione tra stili che
risulta da subito gradevole e cerca di non limitare la voglia di toccare generi
differenti. Anche la voce di Gianluca Gabrielli riesce a spaziare seguendo il
mood delle varie tracce, apparendo più soul quando il contesto lo esige o
volutamente drammatica nelle parti maggiormente tirate o oscure, merito anche
di bravi musicisti come Massimiliano Manocchia (chitarra), Giampaolo Simonini
(basso) e Manuel Prota (batteria). L’iniziale Disma mostra subito le sfumature del loro sound, con qualche spunto
prog che non dispiace affatto, mentre la title track ha un gusto decisamente
più vicino alla black music, con elevati dosi di appeal che potrebbero far
funzionare il pezzo anche nelle radio nazionali. Bello il tribalismo di In the park, nervoso e turbolento,
aspetto che ci conduce al dinamismo di Funkarabian
Scat, uno strumentale che unisce il funky rock e il Medio Oriente. Tale
splendore lascia il posto a History,
più indie ma comunque convincente, ma è solo un passaggio, perché Farabutto è un nuovo favoloso e vibrante
strumentale che mette in mostra doti tecniche e un notevole interplay tra il
quartetto. Toni da ballata con Gone too
fast, prima del finale di More wine,
carico di buone vibrazioni (in alcuni momenti mi ha fatto pensare al periodo
più ispirato di Ben Harper) e ottima conclusione di un disco volutamente senza
un’unica direzione, capace di lambire più ambiti grazie a idee e coraggio.
(Luigi Cattaneo)
Di seguito il link per ascoltare l'album per intero https://itunes.apple.com/it/album/a-thing-of-beauty/1227674427?i=1227675345
lunedì 13 novembre 2017
DARK AVENGER, The Beloved Bones : Hell (2017)
Pregevole ritorno per i
brasiliani Dark Avenger, un gruppo che con gli anni si è molto migliorato e ha
creato una base di fan anche qui in Italia che non avranno difficoltà nel
riconoscere The beloved bones : Hell come
uno dei dischi più riusciti dell’act carioca. Il nuovo platter conferma
ovviamente la carica heavy insita nei verdeoro, con squillanti trame epic e
fraseggi che finiscono per lambire il thrash metal tecnico, un percorso
forgiato da aggressività e pathos. I Dark Avenger hanno dalla loro
un’attenzione immensa per la melodia, che diviene elemento focale pure nei
frangenti più duri, segno delle raffinate doti di songwriting sempre più
sviluppate dell’ensemble. Il mood inquieto e malinconico con cui sono stati costruiti
parecchi brani si sposa con la potenza della coppia di chitarristi Glauber
Oliveira e Hugo Santiago e una sezione ritmica corposa e precisa formata dal
basso di Gustavo Magalhaes e dalla batteria di Anderson Soares (segnalato però
come musicista esterno alla band), musicisti egregi su cui si muove
sontuosamente la voce di Mario Linhares. Si parte in quarta con The beloved bones, che si apre con un
ipnotico intro di violino di Mayline Violinist, che ben presto viene spazzato
via da un tremendo riff thrash metal che indirizza la trama verso lidi cari ai
Nevermore, con frangenti davvero molto violenti. Smile back to me conferma l’aurea cupa e diabolica e la pesantezza
del thrash, condita però da sfumature epiche coinvolgenti. Non dispiace nemmeno
il grandeur gotico di King for a moment
in cui vengono delineati alcuni topoi del gruppo, che oscilla tra epic, sfuriate
heavy e sensibilità melodica. This
loathsome carcass è ancora fosca e greve ma lascia intravedere uno
spiraglio di luce, qui tradotto per mezzo di note che riescono a sedurre chi
ascolta. È solo un attimo, perché i brasiliani non hanno nessuna intenzione di
porre freno al loro spirito bellico e i riff sostenuti di Parasite sono lì a dimostrarlo. Breaking
up again inizia come una delicata e inusuale ballata, per poi aggredire con
ferocia l’inerme spettatore di questa furia (in)controllata. Un po’ di prog
irrompe in Empowerment, soprattutto
per una certa enfasi, la maestosa melodia portante e una riuscita parte strumentale,
mentre Nihil mind appare più diretta
e immediata, pur essendo tutt’altro che scontata. Purple letter non cambia registro ma si arricchisce della presenza
di Marcella Dourado alla voce, un duetto godibile e sinuoso, prima di ben due
ballate, Sola mors liberat, con il
piano di Vinicius Maluly e la bonus track When
shadows falls, poste insieme a concludere un disco ricchissimo di idee e
vera manna per tutti gli amanti dell’hard & heavy. (Luigi Cattaneo)
The beloved bones (Video)
sabato 11 novembre 2017
DANTE ROBERTO, The circle (2017)
Esordio discografico
per Dante Roberto, docente presso il Conservatorio Paisiello di Taranto e con
una cultura classica di notevole spessore, che qui riversa in un album
progressive a tutto tondo dove le sue tastiere sono ben sostenute da Salvatore
Amati al basso, Alessandro Napolitano alla batteria e da un trio di chitarre
formato da Luca Nappo, Salvatore Russo e Alex Milella, che Dante utilizza
singolarmente in base al mood del pezzo. The
circle è un disco che gli amanti di un certo prog, vintage e settantiano,
non possono lasciarsi sfuggire, un concept strumentale che lega quella mitica
stagione di New Trolls e Le Orme con quella attuale di Alex Carpani o The Rome
Pro(G)ject, il tutto suonato e arrangiato con estrema sapienza. Il platter si presenta
subito bene con Dante suite,
composizione divisa in tre parti in cui viene presentata la visione d’insieme
di questa band, con Roberto soave nel fraseggio pianistico, Russo e Nappo
dinamici nel dare un’impronta quasi hard a certi passaggi e una sezione ritmica
che dona il giusto supporto in termini di potenza ed eleganza. Non mancano
ovviamente i sinfonismi tipici del genere, a cui vengono contrapposte dolenti
note acustiche e virtuosismi che, a dire il vero, non ho trovato fuori luogo ma
dosati con sapienza da interpreti che guidano con maestria i loro strumenti. All change cita Emerson Lake &
Palmer e Quatermass, per poi sfoderare passaggi al limite della fusion,
mostrando la capacità dell’ensemble di variare lo spartito anche nella singola
traccia. Stupenda Tra fuoco e fiamme,
dieci minuti sintesi dei suoni di Dante, tra spirali classicheggianti e parti
più dure, fughe tastieristiche e soli di chitarra (in questo caso di un
notevole Nappo). Open your heart è
una tenue ballata che si sviluppa sulle intuizioni del leader, davvero una
grande e sensibile song, un momento di passaggio prima di Lisea (eroica vestale tarantina), un altro ottimo viaggio sospeso
egregiamente sull’interplay tra parti di spessore tecnico e un livello di
lirismo non comune. Funky disco, lo
dice il titolo, è più leggiadra ma non per questo frivola, segno delle enormi
possibilità del gruppo. Finale affidato alla curiosa Toccata, che inizia come il solito omaggio alla fusione tra
classica e rock per poi aprirsi verso suoni latini inaspettati! The circle è un bellissimo esordio e ha
tutte le carte in regola per suscitare emozioni sia nei fan del prog rock più
canonico che in quello robusto di Dream Theater e affini. (Luigi Cattaneo)
Lisea (Video)
lunedì 6 novembre 2017
CIRCUS NEBULA, Circus Nebula (2017)
Nati nel lontano 1988 a
Forlì, i Circus Nebula arrivano solo ora al debut grazie alla sempre lodevole
attività della Andromeda Relix e confermano quanto fatto vedere in quasi 30
anni di attività, con strutture e riff di matrice hard che si sposano con
l’immediatezza furente del r’n’r sessantiano e la psichedelia che incontra la
passione per il cinema horror e i b-movies. Marco Bonavita (voce anche di
Amphetamine e Nasty Tendency), Alex Celli (ex chitarrista dei bravi Buttered
Beacon Biscuits), Bobby Joker (batterista già presente nei Diatriba), Michele
Gavelli (tastiere, in comproprietà con i Blastema) e Frank Leone (già Nasty
Tendency e ora con il grande Michael Vescera) sono il quintetto che ha dato
vita ad un esordio dove, a fianco dei cavalli di battaglia di sempre, troviamo inaspettati
inediti di spessore. Così tanta perseveranza riempie i solchi di questa opera
prima, diretta conseguenza di demo, apparizioni su compilation e live aperti
per Paul Chain, Death SS e Dogs D’Amour, una forza propulsiva contagiosa che
parte in quarta con Sex garden,
potente ma molto melodica. Il singolo Ectoplasm
è puro hard rock, mentre più darkeggiante è Here come the medicine man, prima della briosa verve di Rollin thunder, un rock ‘n’ roll diretto
e assolutamente convincente. Dopo un inizio così scoppiettante il quintetto
propone una valida ballata, Vacuum dreamer,
per poi tornare con fermezza al roccioso rock di Welcome to the Circus Nebula. Ci si sposta sul versante heavy con
la ferrea 2 loud 4 the crowd e da lì
in poi i romagnoli non staccano più il piede dall’acceleratore, regalandoci la
profonda Electric twilight, la dura Head-Down, la grinta live e quasi punk
di Mr. Pennywise e il finale
scoppiettante di Spleen. Trent’anni
di attesa fieramente ripagati fanno di questo Circus Nebula un disco genuino e verace, pieno di passione per un
genere immortale di cui c’è bisogno e sempre ce ne sarà. (Luigi Cattaneo)
Album Promo Teaser
sabato 4 novembre 2017
LE JARDIN DES BRUITS, Assoluzione (2017)
Tony Vivona (basso,
farfisa, chitarra e pianoforte, già con Dea, Radioattivi e Verde Matematico,
giusto per citare qualche suo progetto) e Simone Tilli (cantante attivo con
Lirico, Carnera e Deadburger, tra gli altri) sono il duo dietro il monicker Le
Jardin des Bruits e Assoluzione è il
loro primo lavoro, registrato insieme ad una serie di musicisti perfettamente
calati nel contesto indie rock proposto. I riff distorti su cui sono stati
creati i brani sono la colonna portante di un album introspettivo in cui emerge
l’amore non solo per il rock americano ma anche per quello italiano dei ’90,
così come per l’indie, l’alternative, la new wave e il cantautorato. Pur non
essendo un concept la tematica religiosa è il filo conduttore del platter e i
personaggi tracciati finiscono per subire una certa condizione e la musica che
sottolinea gli eventi risulta immediata ma stratificata, soprattutto nella
scelta degli arrangiamenti, una somma di più elementi e suoni non sempre del
tutto a fuoco ma sicuramente interessanti. Le idee che si sviluppano attorno ad
un’elaborata forma canzone si manifestano già nell’iniziale Ovunque e comunque, dove le rose rosse
citate non sono quelle del Massimo Ranieri targato 1969 ma presentano spine
dolorose, che Vivona (impegnato qui anche all’organo Farfisa) e compagnia
gettano in faccia all’ascoltatore. Seguono la dolente Salvami e la bella ballata Scatola
di stelle, impreziosita da un trio d’archi formato da Jamie Marie Lazzara
(violino), Giulia Nuti (viola) e Pedru Gabriel Horvat (violoncello). Non mi ha
convinto del tutto Gesù di maggio,
che ho trovato con meno mordente delle precedenti, seppure è solo un attimo,
perché già la successiva malinconia di Wrongsong
riporta tutto su standard più alti, anche grazie alla voce di Elisa Lepri che
ben si sposa con quella di Tilli e al tocco di Gianni Fini alla slide guitar,
uno strumento sempre ricco di fascino. Ottima la title track, dove Tilli diviene
grande narratore con uno spoken word efficace e dai toni plumbei, così come di
rilievo è Impressioni di novembre in
cui la band si diverte a citare la P.F.M. e ripropone la vena classicheggiante della
Nuti e di Horvat atta a creare un curioso interplay con il taglio indie della
composizione. Più banale Mentre fuori il
giorno muore, mentre tentano la carta sperimentale con Le Jardin des Bruits, episodio a sé in cui è stato utilizzato un
contrabbasso elettrificato per sviluppare un plot ritmico su cui innescare la
viola e il violoncello. Chiude il disco l’amara conclusione di Come sempre (in cui compare il
clarinetto di Matteo Bianchini), perfetto finale di un esordio assolutamente
piacevole. (Luigi Cattaneo)
Ovunque e comunque (Official Video)
giovedì 2 novembre 2017
VERDUGO, We are our own demon (2016)
Nati come duo country
blues, i bergamaschi Verdugo sono attualmente un trio (Claudio Albergoni alla chitarra, al pianoforte e alla voce,
Federica Lovatello alla voce e alle percussioni e Daniele Milesi alla batteria)
con parecchie sfumature folk rock, bluegrass e alternative country di matrice
americana. We are our own demon è il
loro primo full lenght e ha tutte le carte in regola per piacere ad un pubblico
trasversale e non per forza legato ad un solo genere musicale. Uncut è un ottimo inizio, più rock di
quanto ci si possa attendere, con Albergoni molto espressivo e la Lovatello
bravissima nell’inserirsi come seconda voce nel chorus. A ruota troviamo la
notevole title track, dominata da un riff potente ai limiti del grunge e da un
mood greve in cui fa la sua parte anche Milesi, puntuale metronomo del trio,
mentre più solare è Hummingbird, in
cui viene fuori maggiormente la vena folk rock del gruppo. Mark on the wall è giocata sull’interplay tra le due voci, che
tratteggiano uno scenario alt country piuttosto gradevole, Long coming home è invece una ballata dal sapore antico, un momento
posto saggiamente a metà album e che mostra un’altra anima del trio. Wedding gown prosegue sulla stessa
falsariga confermando come la band non abbia difficoltà nello scrivere ballate
legate all’immaginario stelle e strisce, una sensazione che non svanisce
nemmeno con The sun rises over all,
seppur più tirata e potente. Godspeed you
(blank old world) sorprende nuovamente per l’aggressività di cui è intrisa
e lascia intravedere anche la possibilità di nuovi orizzonti creativi da
esplorare nel futuro, perché si tratta di uno dei pezzi più interessanti del
platter. Buonissimo anche il finale di Demon
of empty streets, un indie rock ispirato e maturo, degna conclusione di un
debut assolutamente rilevante e con dei tratti distintivi chiari che mostrano
un ensemble con una proposta affascinante e brillante. (Luigi Cattaneo)
Hummingbird (Video)
mercoledì 1 novembre 2017
CONCERTI DEL MESE, Novembre 2017
Mercoledì 1
·Claudia Quintet a Roma
Giovedì 2
·Claudia Quintet a Siena
Venerdì 3
·Mad Fellaz a Quinto di Treviso (TV)
·Motorpsycho a Parma
·Lingalad a Lucca
·Methodica a Trieste
·Diraxy a Milano
·Periferia Del Mondo a Roma
Sabato 4
·Kraftwerk a Torino
·Panther & C.+Eveline's Dust a Milano
·Glincolti a Treviso
·Kubin a Lainate (MI)
·Motorpsycho a Livorno
·Prog 61 a Livorno
·Lachesis a Cassano d'Adda (MI)
·Estro a Cecchina (Roma)
Domenica 5
·Kraftwerk a Torino
·Motorpsycho a Trezzo s/Adda (MI)
·Secret Tales a Milano
Lunedì 6
·Kraftwerk a Torino
·Motorpsycho a Roncade (TV)
Martedì 7
·Kraftwerk a Torino
Mercoledì 8
·The Musical Box a Napoli
Giovedì 9
·The Musical Box a Torino
·Peter Hammill a Roma
Venerdì 10
·The Musical Box a Padova
·Unreal City a Lugagnano (VR)
·Peter Hammill a Napoli
·Elevate a Busche (BL)
Sabato 11
·N. M. Brock+Monkey Diet a Lugagnano (VR)
·Peter Hammill a Terni
·Phoenix Again + altri a Genova
·M.Giuntoli "Vox populi" a Paderno D.(MI)
·Lingalad a Pistoia
·Malibran a Catania
Domenica 12
·The Musical Box a Roma
·M. Giuntoli "Vox populi" a Lainate (MI)
Lunedì 13
·Leprous a Segrate (MI)
·Peter Hammill a Chiari (BS)
Martedì 14
·C. Simonetti's Goblin a Napoli
·PFM a Torino
·Peter Hammill a Milano
·Liquid Shades a Ferrara
Mercoledì 15
·Peter Hammill a Tolmezzo (UD)
·PFM a Genova
Venerdì 17
·Peter Hammill a Livorno
·Massimo Giuntoli "Hobo" a Milano
·Liquid Shades a Imola (BO)
·The Watch a Roma
·Lingomania a Castellanza
Sabato 18
·Blank Manuskript a Lugagnano (VR)
·C. Simonetti's Goblin a Parma
·Rêverie a Milano Teatro Parenti ore 12:30
·Inter Nos a Portogruaro (VE)
Domenica 19
·Crippled Black Phoenix a Milano
·Aldo Tagliapietra a Mestre (VE)
Mercoledì 22
·Ulver a Milano
Giovedì 23
·Ulver a Roma
·PFM a Trento
·Il Paradiso degli Orchi a Rezzato (BS)
Venerdì 24
·Claudio Simonetti's Goblin a Pisa
·Ulver a Ravenna
·Tazebao a Parma
·Ufomammut a Molfetta (BA)
·Soul Secret a Bologna
·Roberto Cacciapaglia a Palermo
Sabato 25
·Giorgio "Fico" Piazza a Lugagnano (VR)
·Dancing Knights a Roma
·Prog 61 ad Asciano (PI)
·Get'em Out a Trofarello (TO)
·Möbius Strip + Quartech a Roma
Domenica 26
·Paradiso degli Orchi+Cellar Noise al Legend di Milano
Lunedì 27
·Mastodon+Russian Circles a Trezzo (MI)
Mercoledì 29
·Roberto Cacciapaglia a Milano
Giovedì 30
·Napoli Centrale a Torino
·Claudia Quintet a Roma
Giovedì 2
·Claudia Quintet a Siena
Venerdì 3
·Mad Fellaz a Quinto di Treviso (TV)
·Motorpsycho a Parma
·Lingalad a Lucca
·Methodica a Trieste
·Diraxy a Milano
·Periferia Del Mondo a Roma
Sabato 4
·Kraftwerk a Torino
·Panther & C.+Eveline's Dust a Milano
·Glincolti a Treviso
·Kubin a Lainate (MI)
·Motorpsycho a Livorno
·Prog 61 a Livorno
·Lachesis a Cassano d'Adda (MI)
·Estro a Cecchina (Roma)
Domenica 5
·Kraftwerk a Torino
·Motorpsycho a Trezzo s/Adda (MI)
·Secret Tales a Milano
Lunedì 6
·Kraftwerk a Torino
·Motorpsycho a Roncade (TV)
Martedì 7
·Kraftwerk a Torino
Mercoledì 8
·The Musical Box a Napoli
Giovedì 9
·The Musical Box a Torino
·Peter Hammill a Roma
Venerdì 10
·The Musical Box a Padova
·Unreal City a Lugagnano (VR)
·Peter Hammill a Napoli
·Elevate a Busche (BL)
Sabato 11
·N. M. Brock+Monkey Diet a Lugagnano (VR)
·Peter Hammill a Terni
·Phoenix Again + altri a Genova
·M.Giuntoli "Vox populi" a Paderno D.(MI)
·Lingalad a Pistoia
·Malibran a Catania
Domenica 12
·The Musical Box a Roma
·M. Giuntoli "Vox populi" a Lainate (MI)
Lunedì 13
·Leprous a Segrate (MI)
·Peter Hammill a Chiari (BS)
Martedì 14
·C. Simonetti's Goblin a Napoli
·PFM a Torino
·Peter Hammill a Milano
·Liquid Shades a Ferrara
Mercoledì 15
·Peter Hammill a Tolmezzo (UD)
·PFM a Genova
Venerdì 17
·Peter Hammill a Livorno
·Massimo Giuntoli "Hobo" a Milano
·Liquid Shades a Imola (BO)
·The Watch a Roma
·Lingomania a Castellanza
Sabato 18
·Blank Manuskript a Lugagnano (VR)
·C. Simonetti's Goblin a Parma
·Rêverie a Milano Teatro Parenti ore 12:30
·Inter Nos a Portogruaro (VE)
Domenica 19
·Crippled Black Phoenix a Milano
·Aldo Tagliapietra a Mestre (VE)
Mercoledì 22
·Ulver a Milano
Giovedì 23
·Ulver a Roma
·PFM a Trento
·Il Paradiso degli Orchi a Rezzato (BS)
Venerdì 24
·Claudio Simonetti's Goblin a Pisa
·Ulver a Ravenna
·Tazebao a Parma
·Ufomammut a Molfetta (BA)
·Soul Secret a Bologna
·Roberto Cacciapaglia a Palermo
Sabato 25
·Giorgio "Fico" Piazza a Lugagnano (VR)
·Dancing Knights a Roma
·Prog 61 ad Asciano (PI)
·Get'em Out a Trofarello (TO)
·Möbius Strip + Quartech a Roma
Domenica 26
·Paradiso degli Orchi+Cellar Noise al Legend di Milano
Lunedì 27
·Mastodon+Russian Circles a Trezzo (MI)
Mercoledì 29
·Roberto Cacciapaglia a Milano
Giovedì 30
·Napoli Centrale a Torino
venerdì 27 ottobre 2017
L'IRA DEL BACCANO, Paradox Hourglass (2017)
Dopo l’ottimo Terra 42 del 2014, tornano L’ira del
Baccano con un secondo lavoro in studio che conferma la bontà di questo
progetto intriso di space e stoner strumentale, un percorso carico di
vibrazioni psichedeliche in cui ritroviamo i Grateful Dead del mentore Jerry
Garcia, i riff micidiali alla Tony Iommi, i gloriosi Hawkind ma anche gli Ozric
Tentacles più lisergici. Ad Alessandro Santori (chitarra e synth), Malerba
(chitarra e synth) e Alessandro Salvi (batteria) si è unito il nuovo Ivan
Contini Bacchisio (basso) ma il risultato è lo stesso imperdibile substrato
sonoro del debut (anche se il vero esordio è il mastodontico live Si non sedes is). Il platter
consta quattro movimenti, con la title track inziale divisa in due parti (L’ira del baccano e No razor for Occam) a formare un’unica sontuosa suite di venti
minuti circa in cui c’è l’abbecedario del suono dei romani, caratterizzato da
un crossover di space, heavy, psichedelia e progressive, il tutto
contraddistinto da un vorticoso groove generato dall’interplay furente tra le
due chitarre e la sezione ritmica, una vera cavalcata da jam band. Abilene (the trip to) è davvero un
viaggio nei meandri dello stoner, con ampi squarci anni ’70, psichedelici e
sferzanti heavy prog, mentre il finale di The
blind Phoenix rises si sporca di doom oscuro e greve, con riff portanti
massicci che completano un quadro di notevole fattura, che non fa altro che
sottolineare come l’ensemble capitolino sia uno dei maggiori talenti di casa
nostra. (Luigi Cattaneo)
Abilene (Video)
giovedì 26 ottobre 2017
RAGING DEAD, When the night falls (2017)
Abbiamo conosciuto i
Raging Dead (Cloud Shade alla voce, Matt Void alla chitarra, Tracii Decadence
alla batteria e Simon Nightmare alla batteria) con il piacevolissimo ep Born in rage e dopo un tour che ha toccato
sia l’Italia che l’estero i ragazzi di Cremona tentano il grande traguardo del
full lenght. When the night falls è
un passo in avanti, un concentrato di rock stradaiolo, heavy, punk e dark, una
miscela esplosiva che unisce Misfits, Frankenstein Drag Queen from Planet 13,
Murderdolls e Motley Crue e che si caratterizza per un approccio irruento e
serrato a cui si contrappone spesso la ricerca di chorus che siano facilmente
leggibili. La pesantezza di fondo viene mitigata quindi da una discreta cura
per la ricerca di melodie catchy, così come la voce di Shade si sporca di
interessanti parti al limite dello scream che divengono motore di forza di un
album notturno e greve. L’esperienza maturata negli ultimi mesi si evince in
brani che puntano moltissimo sull’impatto e ciò si denota sin dall’iniziale
furia di Streets of rage, tenebrosa
ed energica. L’avvolgente title track è tra i brani migliori del disco, Within shadow è puro e piacevole sleaze,
mentre Army of the restless è
maggiormente oscura e cupa. L’alternanza con lo street metal si palesa nella
sfrontata Nightstalker, prima della
foschia misteriosa di Bloodlust e del
singolo Crimson garden, la traccia
più immediata del platter e vicina in alcuni momenti ai gloriosi Death SS. Scratch me torna su territori horror
punk, conducendoci verso l’aggressivo assalto di Doomsday e l’epitaffio finale dell’ottima Ballad of the storm, un altro esempio concreto della capacità dei
cremonesi di sviluppare trame efficaci e, perché no, ruffiane. When the night falls è un primo disco
convincente, egregiamente prodotto e con tante idee che faranno breccia
soprattutto nei cuori di chi ama queste sonorità mai troppo sviluppate nella
nostra penisola. (Luigi Cattaneo)
Crimson garden (Video)
mercoledì 25 ottobre 2017
TETHRA, Like crows for the earth (2017)
Like
crows for the earth segna il ritorno dei Tethra, un album
molto oscuro, con passaggi goth di grande effetto e una malinconia latente che
ci accompagna per tutto il percorso del platter. La band si è ricompattata dopo
il debut Drown into the sea of life intorno
alla figura di Clode Tethra (voce) e la line up attuale è stata completata da
Luca Mellana (chitarra), Gabriele Monti (chitarra), Salvatore Duca (basso) e
Lorenzo Giudici (batteria). Il death metal della band vive di ampi sprazzi
melodici e dark, con la voce ora pulita ora in growl del leader e la scrittura,
che pare decisamente più consapevole rispetto al passato, ci regala un disco
ispirato ed enfaticamente drammatico. Caratteristiche che si legano tra loro
con un evidente mood doom metal che funge da collante per buona parte del
lavoro, influenzando un sound in cui il climax è volutamente mesto, uno spleen
inquieto in cui emergono anche sorprendenti linee acustiche sottoforma di
intermezzi atti a legare tra loro lo scorrimento dell’album. Like crows for the earth riesce quindi
ad essere potente ma anche immediato, raffinato e intimo, una fusione che porta
alla creazione di piccole perle come Transcending
Thanatos o Springtime Melancholy,
brani stimolanti e passionali in cui ritroviamo i Moonspell ma anche i Dark
Tranquillity di Projector o gli
Amorphis di Tuonela. I novaresi si
contraddistinguono inoltre per una certa attenzione verso la produzione
(realizzata con Mat Stancioiu, batterista dei Labyrinth e dei Vision Divine) e
l’arrangiamento, elementi tutt’altro che secondari e che spesso fanno la
differenza, oltre che essere riusciti a sviluppare trame sofisticate ma molto
empatiche. Ottime anche Synchronicity of
life and decay e Deserted,
taglienti ed incisive al punto giusto ma senza dimenticare una forte vena
melodica che rende l’insieme parecchio espressivo, un aspetto determinato da un
certo approccio emotivo al songwriting. A mio modo di vedere questo come back
risulta elegante ed elaborato ma senza perdere di vista la forma canzone, un
nuovo punto di partenza per un ensemble giovane e che ha ancora margini di
crescita per dare continuità e sviluppo ad un progetto interessante e di ottimo
potenziale. (Luigi Cattaneo)
The groundfeeder (Video)
https://www.youtube.com/watch?v=wk3UQd3IcMo
The groundfeeder (Video)
https://www.youtube.com/watch?v=wk3UQd3IcMo
sabato 21 ottobre 2017
EARTHSET, Popism (2017)
Popism è il secondo
ep dei bolognesi Earthset (Ezio Romano chitarra e voce, Costantino Mazzoccoli
alla chitarra, Luigi Varanese al basso ed Emanuele Orsini alla batteria) e si
discosta da quanto fatto nel buonissimo In
a state of altered unconsciousness (di cui avevamo parlato da queste
pagine), prediligendo un approccio più immediato e vivace e meno complesso, un
taglio maggiormente indie rock piacevole ma forse meno interessante. Il pop
richiamato nel titolo è, a dire il vero, un po’ uno specchietto per le
allodole, perché comunque la band guarda oltremanica a quelle correnti
alternative che partono dalla fine dei ’90 per giungere ai giorni nostri e uno
degli esempi migliori è l’iniziale Around
the head, che di leggero non ha praticamente nulla e mostra la capacità del
gruppo di creare pezzi potenti ma melodici. In
the pendant è una critica all’ambiente musicale indipendente e il sound
segue questa voglia di urlare le proprie ragioni (leggere il testo per capire
…), mentre Flush vira sì verso un
suono più indie pop ma non di quello banale o scontato, perché la band ha
innate doti di comunicatività, senza dover scendere a compromessi con soluzioni
di facile assimilazione. Anche Icarus’
flight ha lo stesso piglio più ruffiano, prima del finale strumentale di Ghosts and afterthoughts, psichedelico e
sperimentale, un post rock con spore elettroniche davvero accattivanti che
lasciano presagire magari un futuro in questa direzione. Se questo ep voleva
essere una sfida diciamo che è stata vinta ma in parte, perché a mio modo di
vedere l’anima alternative della band viene comunque fuori e non poco e forse
non deve essere tenuta a freno, perché il gruppo ha un potenziale molto alto,
emerso nell’ottimo disco d’esordio tra l’altro. Pubblicazione gradevole ma
transitoria, in attesa di scoprire quale strada intraprenderanno i bolognesi.
(Luigi Cattaneo)
Flush (Video)
venerdì 20 ottobre 2017
CLAUDIO LOLLI, Il grande freddo (2017)
Vincitore dell’ultimo
premio Luigi Tenco, il nuovo lavoro di Claudio Lolli è un ritorno ad otto anni
di distanza da Lovesongs, per quello
che è lecito considerare come uno dei cantautori più importanti e significativi
del panorama italiano. La novità saliente è che Il grande freddo (che richiama l’omonimo film di Lawrence Kasdan) vede Lolli collaborare nuovamente con
Danilo Tomasetta (sax) e Roberto Soldati (chitarra), musicisti appartenenti al
Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna con cui produsse il meraviglioso Ho visto anche degli zingari felici del
1976. A completare la formazione troviamo i validissimi Nicola Alesini (sax),
Paolo Capodacqua (chitarra acustica), Giorgio Cordini (bouzouki e chitarra
acustica), Felice Del Gaudio (basso e contrabbasso), Pasquale Morgante
(pianoforte, fender rhodes e tastiere), Alberto Pietropoli (sax) e Lele
Veronesi (batteria). L’album è, come da tradizione lolliana, pieno di poesia e
pacata tristezza e il titolo contiene una triplice valenza: esistenziale perché
specchio dell’indifferenza che circonda la società moderna, politica (la fine
della sinistra con cui è cresciuto l’autore) e filosofica in quanto metafora di
morte, elementi simbolo di quello che si potrebbe anche definire un concept
morale. L’esemplare title track racchiude l’essenza del disco, la malinconica
visione di un mondo parco d’amore e di solidarietà verso l’altro, una critica
amara che prosegue nella grazia antica di La
fotografia sportiva (ispirata al fotoreporter Roberto Serra). Le
riflessioni delicate ma pungenti di Lolli producono le ottime Non chiedere e 400000 colpi, brani trademark del pensiero del cantastorie bolognese,
mentre in Sai com’è Lolli recupera
una lettera postuma del partigiano Giovanni alla moglie, confezionando una
composizione intrigante e classica. La disillusione è argomento caro a Lolli e
le trame di Gli uomini senza amore sono
lì, laddove ce ne fosse bisogno, a dimostrarlo, prima dell’autobiografica Prigioniero politico e dell’omaggio a
quelle donne che vendono la propria esistenza per metterla al servizio degli
altri di Principessa messamale.
Chiude il disco lo spoken word di Raggio
di sole, con Lolli che si chiede, senza darsi risposta, se mai riuscirà a
sconfiggere questo grande freddo. Senza fare paragoni inutili con gli storici Ho visto anche degli zingari felici o Aspettando Godot, Il grande freddo è un buon disco, ispirato e con delle felici
intuizioni, sostenute da una line up rinnovata e coesa, forse tra le migliori
del percorso più che quarantennale di Lolli. A corredo del discorso testuale e
musicale (binomio imprescindibile per il compositore) le illustrazioni (una per
traccia) di Enzo De Giorgi, finestre pittoriche attraverso le quali i
personaggi dei testi prendono vita e si manifestano a noi. (Luigi Cattaneo)
Sai com'è (Video)
mercoledì 18 ottobre 2017
FROM THE DUST RETURNED, Homecoming (2017)
Nati solamente due anni
fa, i From the dust returned (nome mutuato da un libro fantasy di Ray Bradbury)
sono tutt’altro che esordienti vantando in formazione Danilo Petrelli
(tastiere) e Cristiano Ruggiero (batteria), già nella line up dei Graal, oltre
che Alex De Angelis (voce e chitarra), Marco Del Bufalo (voce) e Miki Leandro
Nini (basso). Questo ep d’esordio è puro heavy dark prog, con reminiscenze
settantiane non indifferenti e tematiche oscure come la depressione o i
disturbi della psiche, che vengono sottolineati da una musicalità viscerale e
greve, dai tratti quasi soffocanti. L’iniziale Harlequeen mostra fraseggi dark prog e incursioni nel metal, un
inizio saturo, carico di veemenza che sfocia nella breve title track, un’introduzione
a Echoes of faces, brano vibrante e
potente, un progressive metal con parti in growl a ricordare gli Opeth di
qualche anno fa. La band svedese è presente anche nella successiva Glare, maggiormente atmosferica, con i
ritmi che rallentano e creano una nera spirale, un vortice di dark prog in cui
si palesano elementi riconducibili anche agli High Tide di Tony Hill,
caratteristiche di una traccia profonda e viscerale. Wipe away the rain si sposta con grazia sul versante del death
metal progressivo, mentre la brevissima Sleepless
è l’epitaffio finale di un ep trasversale, duttile e molto interessante,
che lascia trasparire ulteriori sviluppi per il futuro. (Luigi Cattaneo)
Echoes of faces (Official Video)
sabato 14 ottobre 2017
ANDREA SALINI, Lampo Gamma (2017)
Ep brillante e
scorrevole per Andrea Salini, che con Lampo
Gamma firma sette pezzi di puro rock, tradendo l’amore per band storiche
ben radicate nella tradizione del genere. Ad accompagnare il bravo chitarrista
e cantante in questo terzo lavoro troviamo Simone Gianlorenzi (chitarra,
tastiere e basso), Matteo Di Francesco (batteria), Pino Saracini (basso),
Luciano Zanoni (piano e tastiere) e due backing vocals come Fernando Alba e
Silvia Leonetti, interpreti abili nel supportare le intuizioni di Salini, un
percorso foriero della lezione di Tom Petty e John Fogerty ma anche dei
Creedence Clearwater Revival, di cui è presente una buona versione di Bad Moon Rising. L’iniziale Strange days è ideale per catapultarci
con forza nell’entusiasmo contagioso del rocker romano, immediata e aggressiva
al punto giusto, mentre Distant planets
è un ottima ballata che mostra il lato più romantico di Salini. Hendrix funk (The comet) è un piccolo e
riuscito omaggio al guitar hero per eccellenza e ad uno stile sempre carico di
groove, elemento su cui Andrea pare puntare e non poco. L’intermezzo di Space anthem anticipa la già citata Bad Moon Rising e soprattutto The moon, un’altra ballata raffinata e
con qualche piacevole reminiscenza psichedelica. Chiude l’ep l’interessante
strumentale The martian, improntata
sul chitarrismo del leader e degno finale di un prodotto gradevolissimo, molto
curato nella produzione e negli arrangiamenti, segno di una professionalità
assoluta che ha portato Salini a bilanciare con intelligenza suoni e umori.
Andrea, pur essendo un chitarrista dotato, ha preferito concentrarsi
sull’aspetto melodico della forma canzone, un po’ come il Mark Knopfler solista
(penso a Kill to get crimson o Privateering), centrando il bersaglio
con semplicità e gusto. (Luigi Cattaneo)
Strange days (Official Video)
venerdì 13 ottobre 2017
ANTONIO GIORGIO, Golden Metal - The Quest of Inner Glory (2017)
Cantante e compositore,
Antonio Giorgio è il mastermind dietro questo nuovo progetto targato Andromeda
Relix, un lavoro fieramente epico, intriso di power metal e hard rock, con
qualche frangente lievemente progressivo. Golden
Metal – The Quest of Inner Glory è un lavoro per sua stessa natura
magniloquente, che arriva dopo svariati demo e dischi autoprodotti e che pare
prevalentemente indirizzato ai fan di Virgin Steele, Omen e Manilla Road, un
album realizzato in due anni insieme a membri della power band Fogalord, dei
sinfonici Astral Domine (ora Veil of conspiracy) e di due band di hard rock
melodico come Bluerose e Thunderproject (Stefano Paolini, Enrico Di Marco e
Luca Gagnoni alle chitarre, Giuseppe Lombardo al basso, Nicolò Bernini alla
batteria, Mattia Bulgarelli alle tastiere, Dany All alle tastiere e alla voce e
infine Riccardo Scaramelli presente solo nella bella cover di Alone Again dei Dokken). Con queste
premesse il disco è un chiaro omaggio al metal più classico, quello orgoglioso
e nobilmente vintage nella forma e nella costruzione, nelle atmosfere
epicamente gotiche e valorose di un concept allegorico in cui l’irpino ha messo
tutto se stesso, con i pro e i contro di un genere ben radicato nella storia.
Il songwriting è quindi figlio di questa passione verace, di ascolti che
probabilmente accompagnano da sempre l’autore ed è canalizzato all’interno di
un percorso, prendere o lasciare, definito, ma che forse potrebbe non essere
definitivo vista l’abbondanza di carne messa sul fuoco. Peccato per alcuni
momenti in cui la voce emerge meno di quanto dovrebbe, soprattutto nei brani
più heavy dove una potenza vocale più marcata e profonda avrebbe giovato
senz’altro, aspetto che non ho riscontrato nelle parti più rallentate come
l’ottima e doomy The reaper. Pur
trovando il platter altalenante nel suo incedere devo dire che Antonio sceglie
saggiamente di non esagerare mai con acuti vocali fastidiosi o sopra le righe,
preferendo una meticolosità d’insieme che porta alla creazione di brani in cui
l’aspetto melodico ha una certa rilevanza, come nel caso di Lost & Lonely o Luminous demons, esempi piacevoli della commistione tra heavy e
power metal. Meno interessanti a mio giudizio la canonica title track iniziale
e Forever we are one, più anonima
rispetto alle altre, mentre maggiormente penetranti sono la gloriosa suite Beyond heaven and hell divisa in tre
capitoli e il buon finale di Et in
Arcadia Ego suite con parecchie idee al suo interno. The Quest of Inner Glory risulta quindi un disco gradevole,
indirizzato probabilmente solo verso un certo tipo di pubblico che già apprezza
queste sonorità, in attesa di scoprire se l’artista irpino ha intenzione di
proseguire su questa strada anche in futuro o instillare il suo credo musicale
con altri elementi. (Luigi Cattaneo)
The Vision (Video)
lunedì 9 ottobre 2017
MINRAUD, Vox Populi (2017)
Esordio assoluto per i
Minraud (Alessandro Rubino alla voce, Michele Di Lauro alla chitarra, Giuseppe
Barile alle tastiere, Enrico Brazzi al basso e Michele Panepinto alla batteria),
che con questo Vox Populi, pubblicato
dalla Hidden Stone, vanno a rinfoltire ulteriormente il panorama underground
del progressive metal italiano. Il concept è incentrato sulla graphic novel
cult V for Vendetta (da cui è tratto
il film del 2005) e i ragazzi hanno fatto davvero un bel lavoro, molto curato e
pieno di elementi interessanti, pur se molto influenzato sia da act storici
come Dream Theater e Vanden Plas, sia da ensemble che non hanno mai raggiunto
grande popolarità come Poverty’s No Crime e Superior. I brani, mediamente
lunghi, ricalcano lo schema compositivo tipico del genere, con pezzi
strutturati ma abbastanza scorrevoli, caratteristiche che si evincono con
convinzione per buona parte del platter. L’intro Anonymous presenta un dialogo tratto dalla pellicola di James
McTeigue e va ad anticipare il buon prog metal di Ms. Justice, con le tastiere di Barile che vanno ad ammorbidire il
sound e ha ricordare qualcosa degli Shadow Gallery di Legacy. Theorevision non
si discosta dalla precedente e risulta intensa e passionale, mentre parecchio
vicina ai Dream Theater, ma non per questo meno interessante e riuscita è Burning dolls, che non è un delitto
considerare uno degli episodi più emozionanti del disco. La breve Scarlet sleepy funge da break per la
seguente e potente Carnal cross, che
non disdegna parti al limite del thrash metal che lasciano trasparire anche la
possibilità di ulteriori sviluppi in tale direzione. Gradevole, pur senza
entusiasmare, la ballata The salt flats,
segno che i bolognesi si esprimono meglio su brani più aggressivi come la
conclusiva Domino effect, un po’ la
summa del pensiero del gruppo in cui l’interplay tra i vari elementi appare
maturo e incisivo, degno finale di un primo lavoro derivativo quanto si vuole
ma che merita di essere ascoltato per la qualità complessiva di cui è intriso.
Le aperture virtuosistiche e i cambi di tempo sono sempre congeniali al
risultato finale, melodico e contraddistinto da un’attitudine heavy non
indifferente, con il tema narrato coinvolgente e ancora attuale. Vox Populi è un album meticoloso e
minuzioso nei particolari, frutto di una band che già con questo debut mostra
di avere la giusta attitudine per durare nel tempo. (Luigi Cattaneo)
Carnal cross (Video)
domenica 8 ottobre 2017
QUADRI PROGRESSIVI, Claudio Rocchi
Dopo l'omaggio a Demetrio Stratos, Lorena Trapani rende onore alla figura immortale di Claudio Rocchi, personaggio tra i più affascinanti degli anni '70 e non solo.
Per visionare le opere di Lorena è possibile inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it o visionare il sito digitando Quadri Progressivi
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